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Psicologia dello sviluppo atipico

Prima lezione

1. Se conoscessi una donna incinta che avesse già otto figli, di cui tre sordi, due ciechi, un ritardato mentale e lei avesse la sifilide... le consiglieresti di abortire?

2. Se hai risposto sì, hai appena ucciso Ludwig van Beethoven

Risposta docente: Noi educatori, nel nostro ruolo non siamo in una posizione di ‘up’ rispetto all’utente; quindi, non possiamo dire cosa può e cosa non può fare; quindi, il nostro ruolo consiste nell’entrare in empatia con la persona. Se non possiamo scegliere per una famiglia, non possiamo neanche giudicare, dobbiamo ricordarci che noi non siamo direttamente coinvolti nella situazione, quindi abbiamo una visione diversa rispetto all’utente. Dobbiamo semplicemente supportarlo ed essere empatici.

Scelta del leader del mondo

È il momento di eleggere il nuovo leader del mondo e il tuo voto conta molto:

  • Candidato A: È in combutta con i politici corrotti, consulta gli astrologi, ha due amanti, fuma come un turco e beve dagli otto ai dieci martini al giorno.
  • Candidato B: È stato rimosso dal suo incarico due volte, dorme fino a mezzogiorno, in uni fumava oppio e ogni sera beve il litro di whisky.
  • Candidato C: È un eroe di guerra decorato. È vegetariano, non fumava, beve una birra ogni tanto e non ha mai avuto relazioni extraconiugali.

Quali sceglieresti? In classe b/b/b/R

Risposta docente:

  • Franklin Delano Roosevelt
  • Winston Churchill
  • Adolf Hitler

Quindi ritorniamo al punto di partenza, non possiamo da poche cose dedurre altre caratteristiche, non possiamo anticipare ciò che sarà in un futuro.

Definizioni e classificazioni: L’albero dello sviluppo

L’albero dello sviluppo riprende gli aspetti genetici, gli eventi, le relazioni e l’ambiente che si intreccia in ognuno di noi. Noi siamo il risultato di tutto ciò che abbiamo vissuto. Tutto ciò è diverso da individuo a individuo e nel nostro ambito dobbiamo evitare letture lineari e casuali. Da situazioni di partenza che possono essere apparentemente simili, si possono verificare percorsi diversissimi. Possiamo vedere come possiamo presentare progetti ai nostri soggetti ma con risultati totalmente diversi, nonostante la validità del progetto. Oppure possiamo avere punti di arrivo simili ma con partenze molto diverse.

Es: fuga da casa di un adolescente: ipotesi generica/lettura lineare: a casa non sta bene quindi fugge: il modo corretto di operare è l’utilizzo della sistemica: fai tante ipotesi e questo è un modo per aprirti a diverse situazioni (magari ha una fidanzata ed è uscito per raggiungere lei. Fai tante domande per evitare una lettura lineare e per non irrigidirsi solo su un’ipotesi).

Possiamo avere due modi per cercare di capire il problema: un colloquio oppure l’osservazione diretta del soggetto (comunicazione non verbale durante il colloquio, è la più reale).

Che funzioni ha l’educatore?

L’educatore non consiglia (non mette in ballo i suoi valori personali), non interpreta (tirerebbe fuori le sue deduzioni sbagliando), non giudica. L’assenza di queste caratteristiche ci permette di riflettere sul nostro modo di porci nel rispetto delle persone che abbiamo davanti e la comunicazione ci dice che quello che ha compreso il nostro interlocutore è la cosa più importante.

Il colloquio educativo

Fasi del colloquio:

  • Preparazione: Presuppone che ci sia un contesto spazio-temporale adeguato. Luogo privato, raccolto che permetta al soggetto di aprirsi;
  • Accoglienza: Importante è trasmettere messaggi di accoglienza, è un momento di rassicurazione e interesse verso l’altro con il fine di costruire una relazione significativa. L’educatore deve presentarsi e chiarire il suo ruolo.
  • Focalizzazione: Importante circoscrivere il bisogno alla base della motivazione del colloquio, la presenza di richieste latenti, le aspettative dell’utente. Andiamo a lasciare parola all’utenza però possiamo esplorare con domande specifiche che veicolano l’incontro
  • Approfondimento: Il soggetto definisce problemi, strategie e le risorse idonee per la situazione
  • Conclusione: Momento conclusivo dove tiro le fila e cerco di dare un senso a ciò che abbiamo fatto riproponendo quello che io ho capito (quindi mi sta dicendo che…?)

Osservazione

L’osservazione mi permette di acquisire delle informazioni precise, (possiamo andare ad analizzare un evento tipo l’attaccamento, ma dobbiamo considerare che la nostra presenza può andare ad alterare il loro rapporto). L’osservazione permette di avere un quadro della situazione, capire cosa sta succedendo. L’osservazione è obiettiva o oggettiva se controllo determinati aspetti tanto da essere sicura che in un determinato momento potrà verificarsi sicuramente una determinata azione. L’osservazione NON può essere INTERPRETATIVA. L’oggetto dell’osservazione non può essere indipendente da chi lo sta osservando; quindi, dipende un po’ da chi osserva (personalizzazione dell’educatore).

Normalità e patologia

Cosa è giusto che io faccia e cosa no?

Non è un punto fisso e non hanno confini rigidi, ma sono in funzione di quella persona, di quel contesto e di quel momento evolutivo.

Indicatori di problematicità:

  • La pervasività del comportamento sintomatico nel soggetto;
  • Il tempo (l’evento continua nel tempo);
  • Il malessere soggettivo percepito e in risposta a quali eventi si è verificato;
  • Le risorse soggettive disponibili a far fronte al problema (qualche volta il soggetto potrebbe avere le risorse tali per superare il problema)

Cos’è il sintomo?

È la parte evidente del problema, tutti i disturbi ne presentano e sono molto chiari, ma anche per questo è molto difficile dire ‘questo sintomo è problematico’ es: questo bambino mangia tanto, ma quanto è tanto? Qual è la base che mi dice che soffre di disturbo alimentare? (cibo tematica molto delicata per le mamme). Con il sintomo abbiamo a che fare tutte le volte e possiamo vedere che il sintomo è spesso filtrato dalla persona a cui ci si rivolge, la difficoltà è di condividere con gli altri dove c’è un sintomo. È molto difficile l’oggettività del sintomo perché ognuno li filtra secondo i suoi valori.

Diagnosi e trattamento

Non è mai un aspetto univoco (es. medico: due specialisti possono sottopormi a trattamenti diversi) ma è un problema perché vado verso quello che io ritengo meglio, più coinvolgente. Arrivo ad un’oggettività attraverso due manuali:

  • DSM (manuale diagnostico e statistico stipulato da psichiatri americani. Fornisce un codice e i criteri diagnostici per ciascun disturbo di salute mentale. Contiene anche importanti informazioni su queste condizioni, cioè illustra ulteriormente le caratteristiche di ogni condizione. Fornisce informazioni sulla prevalenza, i fattori di rischio, tipico corso e sviluppo, e la prognosi di ogni diagnosi. Viene utilizzato più dagli psichiatri).
  • ICD10 è il più utilizzato in Italia e dagli educatori. È stato sottoscritto da 43 nazioni dell'OMS nel 1990 ed ha iniziato ad essere utilizzato intorno al 1994 (lo scopo principale dell'ICD è quello di consentire la registrazione, l'analisi ed il confronto sistematico dei dati sulla morbilità e sulla mortalità raccolti in differenti paesi);

Sono i due manuali a cui si fa riferimento per dire qual è l’aspetto patologico del soggetto. Sono molto simili ma c’è rivalità fra i due sistemi. Ci si sofferma sulle differenze di razza, culturali (es. se parliamo di disturbi alimentari, in Africa difficilmente possiamo trovarli) e le “mode psichiatriche” cioè vedere alcuni disturbi piuttosto che altri.

Seconda lezione

La domanda di partenza di fronte ad un bambino è “sarà un disturbo quello che vedo?” considerando la situazione ma soprattutto i tempi dei bambini. Situazioni che rendono difficile l’individuazione del problema e la comprensione della differenza tra normale individuale e patologia. Importante anche porsi nei panni della famiglia considerando come possano reagire di fronte a delle segnalazioni che potrebbero essere sbagliate dovute a osservazioni non corrette. Ci sono dei disturbi che hanno un sintomo che potrebbe essere comune ma potrebbe portarci in strade diverse.

Il ritardo mentale

Il DSM 5 e l’ICD 11 iniziano a cambiare la prospettiva e si inizia a parlare di un deficit del funzionamento nella persona. Abbiamo due tipologie di deficit di funzionamento:

  • Parte intellettiva: compromissione di tutti gli aspetti logici (collegare, problem solving ecc.);
  • Parte adattiva: capacità di adattamento alla vita da parte della persona;

Come viene valutato:

  • Strumenti che definiscono il Q.I.
  • Schede, strumenti che permettano di vedere la capacità di adattamento alla vita (es. uso dei soldi, essere autonomi nel vestirsi, saper prendere dei mezzi ecc.)

Secondo il DSM abbiamo quattro livelli di gravità diversi l’uno dall’altro:

  • Lieve
  • Moderato
  • Grave
  • Estremo

In base al dominio concettuale (logico con aspetti che possiamo individuare a scuola), sociale (saper interagire con l’altro), pratico (saper muoversi nella vita quotidiana).

L’ICD10 non cambia il nome però li differenzia e nella bozza dell’ICD11 si parla di “Disturbi dello sviluppo intellettivo”. Questo fa una differenza perché l’ICD10 si ferma solo sul ritardo del bambino mentre quello successivo tiene conto di altre situazioni (per esempio se ho un incidente in macchina, sbatto la testa forte potrei avere un ritardo mentale grave).

Caratteristiche

Il ritardo mentale racchiude una situazione dov’è difficile fare un denominatore comune. Abbiamo una varietà di situazioni anche molto diverse fra loro, ma accomunate dalla presenza di una carenza cognitiva o adattiva più o meno marcata di competenze cognitive, del linguaggio verbale, delle autonomie personali e sociali, eventualmente della motricità.

Come si diagnostica

Mediante la misurazione del Q.I. ottenibile con la seguente operazione

Età mentale (E.M.): Età Cronologica (E.C.) x 100

L’età cronologica è l’effettiva età del soggetto, l’età mentale invece, è quella che viene attribuita al soggetto dopo che ha risolto dei problemi o delle prove attitudinali risolti già con esito positivo dai soggetti della sua stessa età.

Livelli di gravità

  • Funzionamento intellettivo limite: Q.I. tra i 70 e I'85
  • Ritardo mentale lieve: Q.I. tra i 50 e il 69 (età mentale fra i 9 e i 12 anni)
  • Ritardo mentale moderato: Q.I. tra i 35 e il 49 (età mentale fra i 6 e i 9 anni)
  • Ritardo mentale severo: Q.I. tra il 20 e il 34 (età mentale fra i 3 e i 6 anni)
  • Ritardo mentale profondo: Q.I. inferiore a 20 (inferiore ai 3 anni)

Ritardo mentale lieve

Non è immediatamente evidente (es. alla scuola materna non è immediatamente verificabile essendo l’età corrispondente a quella del ritardo, ma lo scopriremo con l’entrata nella scuola primaria). Prima dei 20 anni possono acquisire capacità scolastiche corrispondenti all'incirca alla quinta classe primaria. Potrebbero raggiungere alle medie un diploma e al termine del percorso scolastico (14-16 anni) possono raggiungere un'età mentale compresa tra gli 8 e gli 11 anni e delle competenze cognitive tipiche della fase dell'intelligenza operatoria concreta. Durante l'età adulta, di solito acquisiscono capacità sociali e occupazionali adeguate a un livello minimo di autosostentamento, ma possono aver bisogno di appoggio, di guida e di assistenza, specie quando sono sottoposti a stress sociali o economici inusuali.

Ritardo mentale moderato

Acquisisce il linguaggio e le abilità prescolastiche molto lentamente. Possono beneficiare dell'addestramento alle attività sociali e lavorative, ma difficilmente progrediscono oltre il livello della seconda classe primaria nelle materie scolastiche. Al termine dell'iter evolutivo possono acquisire un'organizzazione cognitiva tra i 4 i 7 anni (non arrivano cioè all'intelligenza operatoria concreta). Possono imparare a spostarsi da soli in luoghi familiari. Durante l'adolescenza, le loro difficoltà nel riconoscere le convenzioni sociali possono interferire nelle relazioni con i coetanei. Nell'età adulta, la maggior parte riesce a svolgere lavori non specializzati, sotto supervisione, in ambienti di lavoro protetti o normale.

Ritardo mentale grave

Durante la prima fanciullezza questi soggetti acquisiscono un livello minimo di linguaggio comunicativo; la produzione verbale è costituita prevalentemente da singole parole o frasi semplici. Possono imparare a parlare e possono essere addestrati alle attività elementari di cura della propria persona. Nell'età adulta possono essere in grado di svolgere compiti semplici in ambienti altamente protetti. Possono essere presenti comportamenti autolesivi e di disadattamento. La maggior parte di essi si adatta bene alla vita in comunità o con la propria famiglia, a meno che non abbia una disabilità associata che richieda assistenza specializzata o altre cure.

Ritardo mentale gravissimo

Ha una comprensione molto limitata della comunicazione simbolica nell'eloquio o nella gestualità. Può comprendere alcuni gesti o istruzioni semplici e comunicare attraverso il non verbale. L'individuo è dipendente dagli altri in ogni aspetto della cura fisica, della salute e della sicurezza quotidiane, sebbene possa essere in grado di partecipare ad alcune di queste attività. Alcuni possono svolgere compiti semplici in ambienti altamente controllati e protetti. Possono essere presenti, in una piccola parte di questi soggetti, comportamenti disadattivi.

Funzionamento intellettivo limite

Siamo davanti a una difficoltà che è molto lieve. Fra quelli che vengono certificati parliamo dell’80% di ragazzi con ritardo lieve, moderato 10%, grave 5%, gravissimo 1%. Abbiamo dei problemi che sono lievi e spesso si fa difficoltà a certificarlo. Spesso ci chiediamo se si parla di FIL primario o secondario perché ha una comorbilità con il disturbo dell’apprendimento quindi dovremmo capire quale viene prima anche se non è semplicissimo. Ha un Q.I. compreso fra 70 e 85, ha debolezze non gravi ma diffuse, è un soggetto che è in difficoltà ma tendenzialmente riescono a integrarsi con la vita normale. Potrebbero definirli rigidi, un po' meno logici ma non hanno l’ausilio di altre strategie e questo ci fa capire quanto questa tipologia di problematica avrebbe bisogno di progetti che siano molto d’aiuto per poter entrare ad avere una vita normale. Una volta si pensava davanti al ritardo che il quadro fosse irreversibile (è così e basta), adesso la modalità è cambiata perché si è visto che, con degli interventi, il soggetto migliora notevolmente. Se questo avviene davanti al ritardo che ha delle problematiche più forti, con i bambini FIL questo aspetto aiuterebbe molto il soggetto.

Le cause

  • Causa prenatale:
    • Cromosomica;
    • Non cromosomica (malattie dismetaboliche, malformazioni, fetopatie, sindromi e in gravidanza malnutrizione, farmaci);
    • Data da aspetti anche dalla mamma (uso di sostanze, farmaci o altro);
  • Causa perinatale: trauma da parto, anossia, traumatismi ostetrici;
  • Causa post-natale: infezioni, traumi, epilessia, vasculopatie ecc.
  • Cause psicosociali: carenza gravi e precoci di cure materne e/o insufficienze prolungate di stimolazione ambientale (carenze socioeconomiche familiari, carenza di accudimento, affettiva patologia mentale dei genitori, abbandono, abuso);

Le cause non incidono sulla gravità del soggetto perché ogni soggetto ha delle risorse ma sono sempre diverse, con alcuni disturbi questo modifica la gravità del disturbo. Non possiamo dire quale sarà il danno finché non viene certificato.

Famiglia e handicap

  • È potenzialmente lesivo di alcune delle più significative componenti narcisistiche proiettate sul figlio
  • Lo shock della diagnosi iniziale (non è immediata);
  • Urgenza di conoscenza circa la patologia e le possibilità di cura;
  • Accudimento continuo spesso caratterizzato da crisi e peggioramenti (soggetto che non ha una grande autonomia);
  • Vedere costantemente la sofferenza del proprio figlio;
  • Rischio che la cronicità della cura possa ripercuotersi anche sulla relazione di coppia;
  • Preoccupazione per il benessere degli altri figli (non è un primogenito oppure lo è e la famiglia cerca di avere altri figli per far sì che possano accudire il figlio con handicap quando loro non ci saranno più);
  • Questioni legate ad un'adeguata distribuzione delle risorse all'interno della famiglia;

La sindrome di Down

La causa genetica della sindrome di Down è la presenza di un cromosoma 21 in più (il più piccolo tra i cromosomi) cioè tre invece dei due soliti, di cui normalmente uno di derivazione materna e uno di derivazione paterna. Incidenza: un caso ogni 1200 nati vivi. Molti di più sono i concepimenti che riguardano la trisomia 21, dato che 3 casi su 4 si concludono con un aborto o con la nascita di un bambino/amorto/a. Se questo non avvenisse il rapporto sarebbe attorno a 1:

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher gretalavanda di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dello sviluppo atipico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bergamo o del prof Ramella Elena.
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