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Appunti di psicologia della comunicazione

Prof.ssa Bosco, libro consigliato “Pragmatica cognitiva – I processi mentali della comunicazione”, Bruno G. Bara. La comunicazione è un’attività compartecipativa, in cui ha luogo una co-costruzione di significati; richiede, inoltre, intenzionalità, laddove questa è sempre consapevole. Bara analizza la comunicazione in un’ottica costruttivista di Scienze cognitive.

Non solo linguaggio: una tassonomia della comunicazione

In quanto attività sociale, la comunicazione richiede più agenti. Si comunica attraverso il linguaggio, la scrittura, il disegno, l’esibizione di emozioni e qualsiasi altra azione che sia riconosciuta come intenzionalmente comunicativa.

La pragmatica cognitiva studia gli stati mentali delle persone impegnate nella comunicazione. Perché ci sia comunicazione, non basta che ci siano minimo due attori intenzionali, ma serve anche un gioco comportamentale, ovvero una rappresentazione mentale da loro condivisa ed inerente la situazione comunicativa: esso dà senso all’interazione. Un altro presupposto è che tutti gli attori rendano esplicita la loro intenzione di partecipare alla comunicazione, la quale deve quindi essere consapevole, conosciuta sia da sé che dall’interlocutore.

Il linguaggio è lo strumento principe che utilizziamo per comunicare: comunicazione, pensiero e linguaggio sono tra loro interdipendenti, non ha senso cercare di dire cosa derivi da cosa.

Può essere considerato un messaggio solo qualcosa che si opponga all’entropia, dal momento che ci accorgiamo di un messaggio solo quando questo causa un cambiamento nel mondo che va contro l’aumentare del caos: come spiegato da Wiener, ciò accade perché noi esseri umani viviamo in un universo soggetto ad entropia; ipotetici esseri di un mondo neg-entropico (in cui il disordine diminuisce ad oltranza) non potrebbero, dunque, comunicare con noi.

Interazione sociale

Si ha interazione sociale quando due o più persone si influenzano reciprocamente attraverso uno scambio, indipendentemente dalla comunanza spaziale e/o temporale: si tratta di un concetto più ampio di quello di comunicazione e che ingloba, anche, quello di estrazione di informazione. Questa costituisce l’interazione sociale filogeneticamente più antica e che è presente anche negli animali.

In proposito, in ambito etologico, è utile distinguere tra:

  • Indicatore: fa parte del fenotipo di un organismo, perciò è sempre attivo ed a costo 0. Riguarda, negli animali, la costituzione fisica, mentre gli esseri umani possono modificare attivamente le loro caratteristiche, che quindi sono diversamente informative.
  • Segno: è un prodotto dell’attività di un individuo ma non ha finalità comunicativa (es. nido costruito da un uccello), anche se altri ne possono ricavare delle informazioni.
  • Segnale: atto comunicativo che non è sempre attivo poiché intenzionale e che comporta un certo costo (es. danza di corteggiamento).

Teoria matematica della comunicazione

Nell’ambito delle scienze esatte, invece, si fa riferimento alla teoria matematica della comunicazione di Shannon e Weaver, che si sono posti il problema di misurare l’informazione e che ne hanno quindi parlato in termini quantitativi e non qualitativi. L’informazione, dunque, è presente quando varia il segnale, che esiste per opposizione rispetto alla sua assenza: il tutto è rappresentabile con il sistema binario (0-1).

L’unità di misura dell’informazione è il bit, la più piccola quantità necessaria per discriminare tra due alternative equiprobabili: per discriminare tra quattro alternative servono, dunque, 2 bit, fra otto 3 bit e così via.

Si ha che I = log (numero di alternative), l’informazione è data dal logaritmo in base 2 delle alternative possibili, ma dato che la probabilità di un messaggio p(m) è inversamente proporzionale al numero delle alternative possibili si ha che I = -log p(m), la quantità di informazione contenuta in un messaggio è data dal –log della probabilità del messaggio stesso.

Il valore informativo, quindi, cambia da messaggio a messaggio ed all’interno di uno stesso messaggio: ad esempio, in una parola le prime lettere sono più informative delle altre, che sono sempre più prevedibili. Secondo gli autori, un messaggio ha un contenuto che è tanto più informativo quanto più è imprevisto per le notizie che trasmette.

La teoria matematica della comunicazione non si applica alla comunicazione umana, perché quest’ultima è qualitativa e non quantitativa e perché, per gli umani, l’imprevedibilità di un messaggio è solo uno degli indicatori di significatività: l’importanza di un messaggio, infatti, dipende anche dagli scopi soggettivi degli attori. L’approccio matematico, poi, descrive la comunicazione come il passaggio di informazione lungo un canale, senza considerare le dinamiche di adattamento reciproco che in vero hanno luogo tra gli attori.

Contributi di Bateson e Watzlawick

Bateson ha ripreso il modello di Shannon e Weaver con l’intento di elaborare una teoria generale della comunicazione, che valga sia per i sistemi viventi che per quelli non viventi. In Cibernetica, un messaggio è informazione quantitativa e questa resta invariata indipendentemente dalle modalità di emissione, trasmissione e ricezione del messaggio stesso.

Con l’introduzione del concetto di ostensione: Bateson definisce “informazioni ostensive” una serie di elementi extralinguistici, come il modo di camminare, l’aspetto di una persona etc., che possono comunicare qualcosa pur non essendo necessariamente intenzionali. Bateson, dunque, unisce i domini dell’intenzionale e del non intenzionale all’interno della comunicazione, annullando le differenze tra viventi e non. Le sue idee sono state ampliate da Watzlawick et al., che hanno formulato i 5 assiomi della comunicazione di cui il primo stabilisce l’impossibilità di non comunicare: si tratta, però, di una presa di posizione pericolosa, perché se si priva l’attore della necessità di avere intenzionalità comunicativa allora si legittimano gli altri individui di interpretare i suoi atti in qualsiasi modo.

Bara, dunque, limita la comunicazione al campo dell’intenzionalità, mentre considera l’estrazione di informazione come quel tipo di interazione in cui uno degli attori non ha intenzionalità.

Teoria di Grice

In proposito, è utile la distinzione di Grice tra significato naturale e non, laddove il primo fa riferimento a qualcosa che può essere inferito dagli eventi del mondo senza che l’agente (non per forza vivente) che lo emette sia intenzionato a farlo (es. fumo=fuoco). Il significato è diverso dall’informazione proprio perché è costruito da almeno due attori insieme. Un’interazione sociale è definita o meno soddisfacente a seconda del livello di soddisfazione degli attori che vi hanno partecipato relativamente alla differenza tra il prima ed il dopo in termini di condivisione. Grice specifica che A vuole dire q con un enunciato x se intende:

  • Determinare in B una reazione (es. che B pensi q).
  • Far capire a B, con l’enunciato x, di avere l’intenzione di provocare la reazione su citata.
  • Fare in modo che B assuma la reazione desiderata almeno in parte perché consapevole della sua intenzionalità comunicativa.

Ogni attore può esprimere la propria intenzione liberamente ed in modo molto vario, a patto che questa sia comprensibile. Nella comunicazione usuale, al linguaggio si associano aspetti extralinguistici e para-. Un atto comunicativo è qualsiasi azione, linguistica od extra-, che sia intenzionalmente comunicativa per l’attore e percepita come tale dall’interlocutore. Il paralinguistico è tutto ciò che modifica in senso emozionale il significato della comunicazione (es. la prosodia).

Comunicazione e permanenza

Gli atti comunicativi si distinguono tra loro a seconda che lascino o meno delle tracce di sé nell’ambiente esterno ed in proposito si parla di:

  • Permanenza: prolungarsi nel tempo di un atto comunicativo, al di là della durata della sua emissione.
  • Impermanenza: limitarsi di un atto comunicativo al tempo necessario alla sua emissione.

È difficile stabilire quanto un atto comunicativo sia o meno permanente: una certa permanenza, in qualche modo, c’è sempre, fintanto che uno degli attori conserva memoria dello scambio comunicativo; essa è, però, provvisoria e mai eterna. Permanenza ed im-, quindi, si collocano su un continuum.

Teoria della pertinenza di Sperber e Wilson

La teoria della pertinenza di Sperber e Wilson è una delle più controverse in ambito pragmatico e si basa sui seguenti principi:

  • Principio cognitivo: le risorse cognitive umane tendono all’elaborazione degli input più pertinenti nella situazione contingente.
  • Principio comunicativo o di pertinenza: “ogni atto di comunicazione ostensiva comunica la presunzione della propria pertinenza ottimale”, laddove l’ostensione è diversa dall’intenzione.

Sperber e Wilson non accettano il principio di cooperazione di Grice e lo sostituiscono con la pertinenza, integrandola con una macchina inferenziale, legata ad una visione dell’essere umano come dotato di regole deduttive che gli consentono di ragionare sul mondo. Questa visione è stata rimpiazzata dalla teoria dei modelli mentali di Johnson-Laird, che sottolinea come l’essere umano non ragioni applicando delle regole logiche innate ma, al contrario, creando e manipolando modelli mentali che rappresentano il mondo da un punto di vista soggettivo.

Linguaggio verbale e non verbale

Sulla base dell’input, il linguaggio può essere distinto in verbale (parlato) e non verbale (postura, versi, gesti, spazio, tempo); la difficoltà si pone quando si vogliono classificare l’ASL/LIS ed il braille, così come la prosodia che, pur utilizzando la voce, è non verbale.

Bara propone una tassonomia diversa basata sull’elaborazione dei dati: la comunicazione linguistica consiste nell’uso comunicativo di un sistema di simboli, quella extralinguistica nell’uso di un sistema di simboli; mentre il sistema si compone di unità componibili, il sistema è dato da unità non componibili. Il linguaggio ha poi tre aspetti, nessuno dei quali è più importante degli altri: sintassi, semantica e pragmatica (relazioni col contesto). Si devono poi distinguere la frase (di pertinenza della semantica) dall’enunciato (di pertinenza della pragmatica).

Comunicazione extralinguistica

La comunicazione extralinguistica, invece, è quella filogeneticamente più antica ed ontogeneticamente più precoce: è maggiormente legata alla dimensione emozionale che a quella concettuale. Alcune azioni extralinguistiche sono dotate di significato simbolico e convenzionale (es. le icone), mentre altre sono dei segnali. Un significato convenzionale è culturalmente stabile ed un gesto può essere a significato fisso (unico significato a livello culturale, es. il gesto per dire OK) od a significato aperto (es. comportamento di lutto). Un segnale non convenzionale, invece, è un’azione che ha le sue basi nei circuiti cerebrali autonomi automatici: è legato al disegno genetico, è spesso legato alle emozioni di base ed è comunque influenzato dalla cultura, anche se non è ritualizzato come un segnale convenzionale.

I segnali non convenzionali hanno una parte genetica (es. effetto dato dall’essere toccati) ed una simbolica (es. significato di una carezza): questa doppia valenza è tipica della comunicazione extralinguistica (anche le parole possono determinare il rilascio di endorfine, ma non per una loro azione intrinseca, bensì solo dopo che è stato attribuito loro un significato).

La comunicazione extralinguistica può poi essere:

  • Impermanente: se il focus è sull’azione stessa in quanto portatrice di significato, allora il corpo degli attori diventa il canale comunicativo, con i suoi sistemi uditivo, visivo, olfattivo e cinestesico. Se, invece, il focus è sull’effetto delle azioni sull’ambiente, si entra nell’ambito della gestione di oggetti, spazio (prossemica) e tempo, laddove gli ultimi due risentono molto della cultura.
  • Permanente: include il disegno (per cui Karmiloff-Smith postula un dominio cognitivo dedicato) e le arti figurative in generale, oltre che la costruzione di manufatti, l’architettura e l’urbanistica, tutte cose che permangono nell’ambiente.

Comunicazione non convenzionale

La comunicazione extralinguistica non convenzionale è quella più distante dalla comunicazione linguistica ed è anche la più ostica da contraffare, anche se alcune persone sono, ad esempio, in grado di mentire senza far trapelare alcun segnale (è anche possibile raggirare la macchina della verità). I gesti non convenzionali che si associano al linguaggio, dunque, sono segnali non coscienti e privi, pertanto, di finalità comunicativa, ma da cui possono essere estratte delle informazioni; essi possono, però, diventare consapevoli, proprio come accade per la comunicazione paralinguistica.

Differenze tra linguistico ed extralinguistico

La differenza tra linguistico ed extralinguistico non è un dato ma un processo e la composizionalità del linguaggio determina le seguenti caratteristiche:

  • Sistematicità: il fatto di poter produrre/comprendere certe frasi è associato a quello di poterne produrre/comprendere altre.
  • Produttività: è possibile creare un numero infinito di significati lessicali e di frasi.
  • Possibilità di dislocazione (displacement): non deve necessariamente esserci una referenza spazio-temporale analoga a quella della situazione in cui ha luogo la comunicazione.

ASL e LIS sono dotate di queste proprietà e supportate dalle stesse aree cerebrali del linguaggio, motivo per cui rientrano nella comunicazione linguistica.

La comunicazione extralinguistica, invece, ha le seguenti proprietà:

  • Associabilità: ogni significato extralinguistico è un atomo a sé, non componibile con altri. Più gesti possono essere tra loro associati ma non in modo composizionale, come dimostrato dal fatto che variare l’ordine in una sequenza breve di gesti non ne altera il significato (es. “tu/silenzio” = “silenzio/tu”).
  • Produttività limitata: teoricamente ed irrealizzabile praticamente, non ci sono gesti dotati di un solo significato condiviso che si trasmetta di generazione in generazione, forse anche a causa di vincoli umani di memoria ed apprendimento (max poche centinaia di segnali condivisi). Non ha dunque senso produrre nuovi gesti per esprimere significati complessi, perché non sarebbe pratico.
  • Dislocazione limitata: teoricamente ed inutile praticamente, potrebbero essere inventati dei gesti per indicare condizioni spazio-tempo anche diverse da quelle contingenti, ma ciò sarebbe inutile poiché tali gesti non sarebbero utilizzati abbastanza spesso da un numero sufficiente di attori ed andrebbero, quindi, perduti.

Bara paragona la comunicazione linguistica ed extra- a due sistemi funzionali isolati, facendo riferimento alla definizione di Shallice: “Un sistema è funzionalmente isolabile da un altro se può funzionare indipendentemente dall’altro, anche se non allo stesso livello di efficienza che è garantito quando ha il supporto dell’altro sistema intatto. La sua funzionalità può essere incrementata o diminuita senza che si abbia un effetto corrispondente sull’altro sistema. Inoltre i due sistemi operano in modo differente, nel senso che il loro funzionamento è governato almeno parzialmente da principi differenti.”.

Le informazioni linguistiche ed extra-, pertanto, attivano diversi meccanismi a livello centrale ma, una volta simbolizzate, sono trattate in modo analogo. L’indipendenza funzionale tra i due sistemi può esporre ad ambiguità, ma questa viene risolta dai processi centrali, che danno maggior credito ad uno dei due a seconda del contesto o che tendono a privilegiarne uno sistematicamente.

Approccio pragmatico

L’approccio pragmatico è nato dalla filosofia del linguaggio, sviluppata da Austin e Wittgenstein. Questo ultimo credeva che avessero significato solo quelle frasi a cui si potesse attribuire un valore di verità. La posizione verificazionista, però, è debole, dal momento che non si può, ad esempio, verificare il valore di verità di frasi che esprimano credenze soggettive, ma ciò non implica che queste non abbiano significato.

Wittgenstein, allora, ha introdotto il concetto di gioco linguistico, per far riferimento al fatto che il significato del linguaggio può dipendere dall’uso che si fa di questo ultimo. Con Austin, “il dire è fare” diventa il motto della pragmatica e si presta attenzione non più al valore di verità delle frasi, bensì alla loro efficacia nel produrre dei cambiamenti.

Il successo degli atti performativi dipende, secondo l’autore, da condizioni di buona riuscita:

  • Deve esistere una procedura convenzionale che deve includere l’atto di pronunciare certe parole in determinate situazioni. La procedura è prescrittiva rispetto al comportamento delle persone nelle varie situazioni e deve essere seguita da tutti in modo corretto e completamente.
  • Gli attori sociali devono avere l’intenzioni di comportarsi nel modo prescritto dalla procedura e devono, effettivamente, farlo.

Una violazione del primo punto implica un fallimento dato dal fatto che viene a mancare l’atto stesso, mentre una violazione del secondo punto porta a fallimento nel senso che, anche se l’atto viene compiuto, esso risulta privo di significato (es. promettere ma non voler mantenere). In vero, comunque, non sono solo gli atti performativi a modificare il mondo esterno, ma tutti gli atti comunicativi. Austin, poi, distingue atti locutori, illocutori (intenzioni) e per- (effetti che si vogliono raggiungere): questi tre hanno diverse condizioni di buona riuscita.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher JennyJenny di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Bosco Francesca.
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