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Psicologia dei gruppi

La realtà dei gruppi

Perché è importante la psicologia dei gruppi? Perché l’essere umano è geneticamente predisposto per stare in gruppo. "Gli individui crescono in gruppi, e questi gruppi sono le famiglie, imparano in gruppi, lavorano in gruppi, in istituzioni pubbliche e private e anche il compito del ricercatore che si potrebbe pensare solitario è caratterizzato dall’appartenenza a gruppi di ricerca".

La definizione di gruppo

I principali autori di riferimento sono:

  • Lewin
  • Asch
  • Sherif
  • Tajfel

Questi autori hanno prospettive diverse su ciò che riguarda la definizione di gruppo. La domanda sottostante a tutte queste definizioni è: Un gruppo è più della somma degli individui che ne fanno parte?

Premessa: LeBon e la psicologia delle folle

Secondo LeBon, le folle sono caratterizzate da anonimato, poiché all’interno di un grande gruppo come la folla si perde l’identità del singolo individuo, da contagio e da suggestionabilità. Questo vuol dire che all’interno di una folla gli individui tendono a perdere la propria razionalità e identità e questo vuol dire che in gruppo mettono in atto comportamenti che non metterebbero in atto se fossero da soli (es. rivolte).

Secondo LeBon, quello che succede è che la folla ha una sua anima, un suo comportamento che non è riconducibile alle tendenze individuali dei singoli. Quindi secondo l’autore e secondo questa corrente la folla è caratterizzata da una mente di gruppo che si muove in maniera indipendente, andando a compiere azioni e dinamiche che non sarebbero dell’individuo singolo.

La definizione di gruppo: F. (non G.) Allport (1924, 1962)

L’autore mantiene una prospettiva individualistica. Egli dice che il gruppo non sia un’entità a sé, la mente di gruppo non esiste perché non è verificabile quindi il gruppo è semplicemente una somma di individui. Quindi ciò che vediamo in un gruppo è semplicemente l'insieme di tanti individui.

Quindi i fenomeni sociali come il pregiudizio e il conflitto sono delle semplici ripetizioni di comportamenti interpersonali ma visti su larga scala. Questa prospettiva viene contestata da altri autori che pur non essendo d’accordo con la prospettiva di LeBon non sono neanche d’accordo con quella di Allport:

  • Lewin
  • Asch
  • Sherif

I quali adottano una prospettiva più psicosociale, poiché ciò che accomuna questi autori è l’idea che l’appartenenza a un gruppo cambi il modo di pensare, di sentire e di vivere degli individui che compongono questo gruppo. Quindi esiste un’individualità ma gli individui che appartengono a un gruppo sono comunque influenzati dall’appartenenza a questo gruppo.

La definizione di Lewin (1936, 1948, 1952)

Il gruppo è una totalità dinamica, cioè il gruppo non è la semplice somma di individui che lo compongono ma anzi questi individui hanno una serie di relazioni tra loro, una interdipendenza. Questa interdipendenza crea una serie di tensioni, di movimenti interni al gruppo, per questo si parla di totalità dinamica. Dinamica perché nel momento in cui c’è un cambiamento in una parte del gruppo genera dinamiche e ricerca di equilibrio, il gruppo diventa quindi un'unità in continuo cambiamento e quindi un'unità fluida, non statica.

Lewin fa riferimento a due tipi di interdipendenza:

  • Il gruppo è caratterizzato da un destino comune: secondo Lewin basta condividere la stessa sorte per essere un gruppo (es. olocausto).
  • Interdipendenza del compito: un gruppo è un gruppo quando c’è uno scopo comune, questo scopo comune può attivare cooperazione (interdipendenza positiva) o competizione (interdipendenza negativa). Nel caso di interdipendenza positiva ci sarà un successo del gruppo, mentre nel caso di competizione il gruppo ha una sorta di fallimento.

Quindi il gruppo può essere definito tale anche solo se c’è un’interdipendenza del destino o del compito.

La definizione di Asch

Il gruppo è diverso dalla somma delle sue parti, perché ha qualcosa di più, delle proprietà uniche che potrebbero non appartenere alle sue parti. C’è una reciprocità tra le forze di gruppo e le azioni degli individui quindi in questo approccio è fondamentale la percezione della propria appartenenza al gruppo.

Secondo Asch, il gruppo non deve essere qualcosa che oscura l’individuo o semplicemente una somma di individui, dobbiamo invece poter considerare le forze di gruppo come il risultato di azioni di individui in quanto posseggono delle azioni che sono funzione delle forze di gruppo. Forze di gruppo che sono state gli individui a creare. Quindi c’è una reciprocità tra forze di gruppo e azioni degli individui.

La definizione di Sherif

Secondo Sherif un gruppo nasce da interazioni, ripetute nel tempo, e relazioni tra individui con motivazioni e interessi comuni. Nel gruppo c’è una ragione che fa sì che questi individui costituiscano il gruppo. Inoltre, le relazioni tra membri del gruppo sono caratterizzate da differenze, di ruoli, potere e status. Quindi l’idea di gruppo di Sherif è un gruppo molto strutturato con delle regole che lo gestiscono in cui ci sono delle chiare differenziazioni. Quindi si tratta sia di un composto unitario che di un composto specializzato.

Un gruppo possiede:

  • Struttura sociale: cioè un’organizzazione dei ruoli dei membri, differenziata per funzioni, potere o posizione; possiamo quindi vedere una gerarchia all’interno del gruppo che fa sì che gli individui abbiano posizioni diverse, di conseguenza avranno incarichi e responsabilità diverse.
  • Norme e valori che regolano il comportamento dei membri.

La definizione di Tajfel (1981)

Secondo Tajfel non è necessario che ci sia una forma di relazione o interdipendenza tra gli individui, né è necessario che il gruppo abbia una struttura, quindi c’è una sorta di distacco dagli studiosi che hanno definito il gruppo prima di questo autore perché secondo lui ciò che costituisce un gruppo è che gli individui sentano di appartenervi, ciò che conta è il senso personale e soggettivo di appartenenza.

Secondo l’autore basta suscitare appartenenza condivisa di gruppo per produrre una certa identificazione fra i membri, anche senza relazioni e interdipendenza. Abbiamo quindi la presenza di una componente soggettiva nella definizione di gruppo. Questa soggettività viene ripresa da Turner secondo cui un gruppo esiste se due o più individui percepiscono sé stessi come membri della medesima categoria sociale.

Definizione di gruppo: Tajfel, Turner e Brown

Tajfel (1981): conta il senso di appartenenza.

Turner (1982): un gruppo esiste se due o più individui percepiscono se stessi come membri della medesima categoria sociale.

Brown (1995): un gruppo esiste quando due o più individui definiscono se stessi come membri e quando la sua esistenza è riconosciuta da almeno un’altra persona (esterna al gruppo). Definizione più ancorata alla realtà perché normalmente parliamo di gruppo quando la loro esistenza è nota da altre persone.

Tali definizioni si basano su due processi fondamentali:

  • Processo cognitivo della categorizzazione: cioè la tendenza delle persone a raggruppare mentalmente gli oggetti della conoscenza in categorie.
  • Il definire se stessi come membri di un gruppo: quindi un’appartenenza percepita al gruppo, fondamentale per la definizione di sé stessi come componenti del gruppo.

Il processo di categorizzazione

Fenomeno fondamentale all’interno di tutta la psicologia sociale e dei gruppi, è una lente attraverso cui possiamo capire molti movimenti, fenomeni ed eventi che caratterizzano l’individuo e il suo rapporto con la società.

La definizione di processo di categorizzazione

Alla base della percezione (fisica e sociale) c’è il processo di categorizzazione, tramite il quale gli elementi del mondo (fisico e sociale) vengono divisi in categorie in base a loro somiglianze. La categorizzazione ordina e semplifica la realtà. L’individuo, infatti, anziché percepire una moltitudine di casi singoli, fa riferimento a un numero limitato di categorie. Questo è molto utile nella percezione, ci fa risparmiare risorse cognitive quindi la categorizzazione è anche qualcosa che ci aiuta.

Perché categorizziamo?

Bruner (1957): il mondo è troppo complicato per sopravvivere in esso senza semplificarlo e ordinarlo. Non abbiamo la capacità cognitiva necessaria per rispondere specificamente a ogni stimolo, individuo, evento che incontriamo. A meno che non lo classifichiamo.

Riconducendo gli stimoli a categorie basate su somiglianze e differenze, possiamo affrontarli in modo più efficiente. Ne consegue che il processo di categorizzazione facilita l’adattamento degli individui all’ambiente e la comunicazione tra individui.

Esempi di categorizzazione

Attrezzi da cucina: possibili categorie:

  • Attrezzi con manico vs. senza manico
  • Attrezzi per cuocere o per preparare/tagliare
  • Coltelli vs. mestoli

Caratteristiche della categorizzazione

Perché la semplificazione dell’ambiente sia efficace, servono:

  • Categorie adatte agli stimoli
  • Chiara distinzione tra stimoli appartenenti o non appartenenti a una categoria

Per avere questa distinzione ci sono due meccanismi che vengono messi in atto, anche involontariamente dagli individui, questi sono stati teorizzati da Tajfel e riguardano la tendenza ad accentuare:

  • Differenziazione intercategoriale: da una parte le differenze tra elementi inclusi in due categorie distinte ovvero le differenze che ci sono tra membri di due gruppi diversi.
  • Assimilazione intracategoriale: tendenza ad accentuare le somiglianze dentro la stessa categoria. I membri all’interno dello stesso gruppo ci sembrano più simili.

Questi due meccanismi rendono la categorizzazione uno strumento di semplificazione dell’ambiente, rendono le categorie più utili.

Tajfel e Wilkes (1963): effetti della categorizzazione

Il design dell’esperimento prevedeva l’assegnazione degli individui a tre condizioni diverse, tutti gli individui ricevevano la presentazione di linee rette con tre condizioni diverse.

  • A una parte di individui era assegnata alla presentazione di linee semplici senza categorie applicate.
  • Un secondo gruppo vedeva delle linee con delle categorie applicate ma in ordine casuale, le A e le B venivano assegnate a delle linee casualmente.
  • Il terzo gruppo riceve la condizione della categorizzazione, cioè ci sono queste linee ma vengono caratterizzate in maniera specifica in A linee più brevi e B linee meno brevi.

Il compito che devono risolvere è stimare la lunghezza (in cm) di quanto fossero lunghe o corte le linee. Quello che gli autori trovano è che nel caso della categorizzazione A-B vengono accentuate le differenze percepite tra le linee più lunghe e quelle più brevi, quindi riescono a trovare una prova empirica dell’effetto del meccanismo di differenziazione intercategoriale. Differenziazione vuol dire che gli individui percepiscono una maggiore differenza nel confronto fra gli stimoli di un gruppo e gli stimoli di un altro gruppo.

Quindi Tajfel e Wilkes confermano la differenziazione intercategoriale, tuttavia non trovano l’effetto di assimilazione intracategoriale quindi trovano meno supporto empirico per la somiglianza degli stimoli all’interno della stessa categoria. (questo esperimento non si trova nel primo capitolo del libro di Brown, viene trovato più avanti) Se anche gli autori non trovano in maniera ugualmente forte i meccanismi in questo esperimento ci saranno in seguito che trovano altrettanto importante un effetto di assimilazione intracategoriale.

Categorizzazione e gruppi sociali

Partiamo da un gruppo di persone (pensate alle persone come a stimoli nell’ambiente). In questa immagine ci sono dei dettagli che si ripetono e dei dettagli che non si ripetono. La più semplice categorizzazione è quella fra uomini e donne. Andando avanti, possiamo differenziare le persone con il cappello dalle persone senza cappello. Proseguendo, vediamo che le persone tifano per due squadre diverse: squadra blu vs squadra arancio.

Se noi applichiamo la categorizzazione sociale ci riferiamo agli individui della riga sopra come i tifosi della squadra blu e agli individui della riga sotto come i tifosi della squadra arancio. Quindi utilizziamo la caratteristica della categoria per descrivere gli individui, che in questo caso è uno dei possibili stimoli che possiamo avere. Se noi abbiamo una popolazione, all’interno di essa gli stimoli o gli individui hanno determinate proprietà (es. genere, aver il cappello, essere tifoso della squadra blu o arancio) noi possiamo scegliere una di queste proprietà e in base alla presenza o assenza di queste proprietà categorizzare lo stimolo o l’individuo all’interno di una categoria o di un’altra.

Categorizzazione e comportamenti sociali

Cosa significa “comportarsi come membri di un gruppo”?

Tajfel (1978): è possibile distinguere se un individuo si comporta:

  • Come singolo: e in questo caso si tratta di un comportamento interpersonale, quindi sulla base delle proprie caratteristiche personali;
  • O se si comporta come membro di un gruppo: comportamento di gruppo o intergruppi, qui abbiamo un comportamento di gruppo o un comportamento intergruppi.

Possiamo quindi distinguere se un individuo si comporta come singolo o come membro di un gruppo sulla base di tre criteri:

  1. Criterio 1: la presenza o meno di alcune due categorie sociali chiaramente identificabili. Questo è un criterio fondamentale, senza la presenza di due categorie sociali più o meno evidenti è impossibile definire comportamento interpersonale o intergruppo, perché? Se non ci sono due categorie ben distinte non può esserci la percezione di se stessi come membri di un gruppo (auto categorizzazione), quindi non può esserci comportamento di gruppo.
  2. Criterio 2: il grado di variabilità nei comportamenti e atteggiamenti delle persone che si trova all’interno di ciascun gruppo. Facciamo due esempi:
    • Da una parte se c’è comportamento di gruppo vedremo omogeneità del comportamento di gruppo: es. raduno di partito, identità di partito saliente, reazioni di gruppo (acclamazioni al leader del partito, critiche all’opposizione, ecc..) (polo intergruppi)
    • Differenze e specificità individuali del comportamento interpersonale: es. finito il raduno di partito le dinamiche sociali finiscono, l’identità di partito è meno saliente e riemergono differenze tra comportamenti delle persone aderenti al partito. Quindi le vedremo fare cose diverse (polo interpersonale)
  3. Criterio 3: il grado di variabilità nei comportamenti e atteggiamenti di un individuo nei confronti dei membri degli altri gruppi.
    • Se abbiamo un individuo che si comporta in modo diverso verso persone di categorie sociali/gruppi diversi avremo un comportamento intergruppo: es. essere in media più gentile con le persone italiane che con le persone immigrate.
    • Dal lato interpersonale un esempio può essere comportarsi in modo uguale verso persone di categorie sociali/gruppi diversi: es. essere ugualmente gentili con le persone italiane che con le persone immigrate.

Il continuum “interpersonale-intergruppi”

I comportamenti e atteggiamenti sono situabili in un continuum bipolare dal "interpersonale" a "intergruppi". Continuum interpersonali e intergruppi sono due poli non sono due variabili dicotomiche, non significa che o ce uno o c’è altro, vuol dire che sono gli estremi di una linea continua e tutti gli atteggiamenti e i comportamenti degli individui si possono muovere in questa linea, quindi possono essere un mix di questi due poli.

Identità personale Identità sociale

Attenzione: All’estremo interpersonale ci si fonda sulle sole caratteristiche individuali, all’estremo intergruppi sulla sola appartenenza di gruppo, tutti i comportamenti che stanno nel mezzo non si fondano sulle sole caratteristiche individuali o sulla sola appartenenza di gruppo ma saranno un mix delle due cose.

Esempio grafico

Immaginiamo che questi gruppi di lettere siano individui e che le lettere siano delle proprietà che gli individui hanno. Decidiamo di caratterizzare questi individui nel comportamento intergruppi, li trattiamo come aventi la proprietà A o aventi la proprietà B, quindi essere appartenenti al gruppo A o essere appartenenti al gruppo B. Nel polo interpersonale vediamo questi individui e ci comportiamo con loro nella loro interezza, senza utilizzare la loro appartenenza al gruppo A o al gruppo B.

Riferendosi agli esempi di prima:

  • Criterio 2:
    • Quando c’è omogeneità del comportamento di gruppo => polo intergruppi
    • Quando ci sono differenze e specificità individuali del comportamento => polo interpersonale
  • Criterio 3:
    • Quando ci si comporta in modo diverso verso persone di gruppi diversi => polo intergruppi,
    • Quando ci si comporta in modo uguale verso persone di gruppi diversi => polo interpersonale.

Quindi variando la posizione lungo il continuum, si verifica cambiamenti nel funzionamento del concetto di sé: da una parte è molto più saliente l’identità personale, nel polo interpersonale, nel polo intergruppi è saliente l’identità sociale.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/05 Psicologia sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Frency120 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dei gruppi e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Padova o del prof Fuochi Giulia.
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