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appunti di prosodia e metrica latina Appunti scolastici Premium

Appunti di latino che sono basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Citti, dell’università degli Studi di Bologna - Unibo, della facoltà di lettere e filosofia, del Corso di laurea in lettere. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Latino docente Prof. F. Citti

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Le sillabe si distinguono in aperte (uscenti in vocale) e chiuse (uscenti in consonante): la quantità delle

sillabe aperte si identifica con quella della vocale, per es. gě-mĭ-tū; le sillabe chiuse invece sono tutte lunghe,

indipendentemente dalla quantità della vocale: cāp-tōs (la prima sillaba contiene vocale breve, la seconda lunga).

Si può dunque dire che: sono brevi le sillabe aperte con vocale breve; tutte le altre sillabe sono lunghe. I

dittonghi latini sono assimilabili a sillabe chiuse, e pertanto sono sempre lunghi.

La scansione metrica si basa sulla quantità sillabica; le norme per la divisione in sillabe vanno applicate al verso

intero, senza tener conto dei confini fra le parole (sillabazione fonosintattica o sandhi): ciò può mutare lo statuto

delle sillabe finali delle parole. Per es. tantus amor va sillabato tan-tu-sa-mor. E’ dunque necessario conoscere la

quantità vocalica della sillaba finale di tantus (sillaba aperta, la cui quantità si identifica con quella della vocale).

Nei gruppi consonantici costituiti da muta + liquida, di norma inscindibili, il poeta ha la facoltà di spartire le due consonanti

fra due sillabe: la sillaba che precede il gruppo (di norma aperta) può diventare chiusa, e quindi lunga. Se la vocale che

precede il gruppo è breve (come ad es. in integro, Virgilio, buc. IV,5), la facoltà di scinderlo offre al poeta la possibilità di una

diversa misurazione della sillaba: da tě- breve, perché sillaba aperta con vocale breve, a tēg- lunga, perché sillaba chiusa.

Per una corretta scansione è necessario dunque conoscere la quantità di tutte le sillabe aperte, ma anche la quantità

vocalica di tutte le sillabe finali chiuse. Una grammatica (per le desinenze della flessione nominale e verbale) e un

dizionario (per tutte le sillabe aperte interne a parola) risolvono ogni dubbio. In molti casi sarà lo schema del verso

ad indicare con certezza la quantità delle sillabe in determinate posizioni. Inoltre sarà di aiuto la conoscenza certa

dell’accento naturale della parola, che in parole di tre o più sillabe indica la quantità della penultima; utile anche

ricordare che tutte le vocali che hanno subito l’apofonia latina (mutamento di timbro solitamente in i oppure u

qualunque sia la vocale di partenza) sono brevi: l’accostamento a facio del suo composto con apofonia conficio

garantisce che sono brevi sia la sillaba fa- di facio sia la sillaba -fi- di conficio.

Anche l’esito italiano delle parole latine può essere d’aiuto, ma va usato con cautela. In parole di due o più sillabe, in sillaba

tonica l’esito delle vocali latine (salvo che per a) è diverso a seconda della quantità della vocale. In generale ē,ī,ō,ū lunghe

conservano in italiano il medesimo timbro; ē ed ō inoltre si pronunciano chiuse: vēnit (perfetto) > vénne; rīpa > riva; dōnum >

dóno; iūro > giuro; ĕ breve evolve in è aperta (in sillaba chiusa) o in dittongo ie (in sillaba aperta): spĕculum > spècchio; vĕnit

(presente) > viene; ĭ breve evolve in é chiusa: vĭridem > vérde; ŏ breve evolve in ò aperta (in sillaba chiusa) o in dittongo (in

sillaba aperta) uo: ŏculus > òcchio; bŏnum > buono; ŭ breve evolve in ó chiusa: iŭvo > gióvo. Questo criterio, che permette di

risalire dall’esito italiano alla quantità latina, non è infallibile: le parole latine infatti hanno a volte subito una evoluzione che

ha coinvolto la quantità, e l’esito italiano non rispecchia più la quantità originaria del latino classico: per es. ‘uovo’

corrisponde al latino classico ōvum, ‘fieno’ a fēnum, ‘freddo’ a frīgidum. Molte parole poi riproducono la forma latina, non

consentendo alcuna deduzione sulla quantità originaria: per es. ‘invidia’ corrisponde al latino invĭdia (cf. invece ‘védo’ da

vĭdeo).

Infine, ci sono norme che occorre studiare. Le principali sono le seguenti:

-Sillabe interne aperte: la sola norma generale da ricordare è che di solito vocalis ante vocalem corripitur, cioè

è breve la vocale seguita da un’altra vocale. Questo tuttavia non avviene per la ī di fīo nelle forme prive di r

(fīebam di contro a fĭeri), per la desinenza –īus del genitivo di molti pronomi (illius, alterius, istius ecc.: in molti

casi peraltro i poeti abbreviano la i di questa desinenza), per la ā della desinenza arcaica di genitivo della I decl.

(per es. patriāī), per la ē della desinenza ēī dei nomi della quinta decl., ma solo se preceduta da vocale (diēi, ma

rĕi). Per tutte le altre vocali in sillaba interna aperta occorre ricorrere ad un dizionario: il più delle volte però sarà

lo schema del verso ad indicarne la quantità.

-Sillabe finali aperte: hanno vocale lunga tutti i monosillabi uscenti in vocale, tranne le enclitiche. Per il resto:

a finale è lunga tranne che nei nom. acc. e voc., in quiă, ită; e finale è breve tranne che nell’abl. della V decl.,

nell’imperativo della II con., nella maggior parte degli avverbi derivati da agg. della seconda classe; i finale è

generalmente lunga; è ancipite (cioè può essere misurata talora lunga e talora breve) nel dat. dei pronomi personali

(mihi, tibi, sibi), in ibi e ubi; o finale è generalmente lunga; ma nel nom. sing. della III decl. (per es. homo, virgo),

nella prima persona sing. di voci verbali (per es. amo,dico) nell’abl. del gerundio, in molti avverbi può essere usata

come breve; u finale è lunga; y finale è breve.

-Sillabe finali chiuse: hanno vocale breve tutte le sillabe finali in consonante diversa da –s. Le sillabe finali in

–s possono avere vocale lunga o breve: -as ha vocale lunga; es ha vocale lunga, tranne che (per lo più) nel nom.

dei temi in dentale della III decl. (come miles, dives) e nella voce es da sum; is ha vocale breve, tranne che nel dat.

e abl. pl. della I e della II decl., nella des. dell’accusativo pl. della III decl. (is = es), nel nom sing. sincopato da –

ītĭs (per es. Quirīs da Quirītĭs), nella seconda pers. sing. dell’indicativo pres. dei verbi della IV e dei composti di

fio, nella seconda pers. sing. del cong. pres. di sum e dei suoi composti, di volo, nolo, malo, in vis (seconda pers.

dell’indicativo pres. di volo), anche quando fa parte di un composto (quamvis, quivis ecc.); os ha vocale lunga,

tranne che in compŏs (gen. compŏtis); us ha vocale breve, tranne che nel gen. sing. e nom. acc. voc. pl. della IV

decl., nel nom. sing. dei nomi della III decl. con tema in –ū (quando la u è lunga al genitivo: senectūs, senectūtis,

tellūs, tellūris ecc.).

Non rientrano in queste norme le parole derivate o traslitterate dal greco, che conservano in genere le quantità

originarie. Per es. in Virgilio, buc. IV,16 la quantità delle sillabe della parola heroas, che riproduce il termine

greco è, in contrasto con le norme esposte qui sopra, la seguente: hē-rō-ă-s, con –ro- lunga (contro la

h(/rwaj,

norma vocalis ante vocalem corripitur), e –as con vocale breve, acc. plurale della III decl. greca. 3

Metro e piede

L’unità di misura del verso è il metro, un raggruppamento di sillabe lunghe e brevi la cui successione obbedisce a

norme costanti per ciascun tipo di verso: nel metro vi sono alcuni elementi fissi (“elementi guida”), ed altri

realizzabili in modi diversi, considerati tra loro equivalenti. La ripetizione di un certo numero di metri costituisce il

verso, che da essi trae il nome: l’esametro dattilico è formato da sei metri dattilici, il tetrametro trocaico da quattro

metri trocaici, il trimetro giambico da tre metri giambici, ecc.

Chiamiamo “piedi”, secondo la denominazione usata già dagli antichi, le singole figure metriche (dattilo, spondeo,

trocheo, giambo, anapesto, ecc.), spartite in arsi (o tempo forte, su cui cade l’ictus) e tesi (o tempo debole). Tempo

minimo della poesia quantitativa è quello di una sillaba breve; i piedi vengono catalogati sulla base non del

numero di sillabe di cui sono costituiti, ma del numero di tempi primi, o more: la breve corrisponde ad una mora,

la lunga a due, donde l’equivalenza di due sillabe brevi e di una sillaba lunga. I piedi usati nell’esametro e nel

pentametro sono: dattilo (lunga; breve, breve), spondeo (lunga; lunga), trocheo (lunga; breve: lo troviamo soltanto

come ultimo piede dell’esametro).

Il piede non costituisce quasi mai l’unità di misura del verso. Ad esempio il trimetro giambico è costituito dalla ripetizione

non già del “piede” giambico (breve, lunga), bensì del “metro” giambico (anceps, lunga, breve, lunga); e il ritmo si scandisce

sulla base dei metri e non dei piedi. La descrizione dei metri viene fatta non sulla base dei piedi, ma degli elementa. Ogni

elementum è indicato per mezzo di un simbolo, e rappresenta la sede per una oppure due sillabe, e la loro quantità. Gli

elementa più comunemente impiegati, e i loro simboli, sono:

elementum breve U : rappresenta la sede per una sillaba breve

elementum longum - : sede per una sillaba lunga

elementum anceps x : sede per una sillaba lunga oppure una sillaba breve (o anche, in taluni metri, per due sillabe brevi)

elementum biceps UU : sede per due sillabe brevi sostituibili con una lunga o viceversa

elementum indiffěrens U : sede per una sillaba lunga o breve indifferentemente (mai per due). Si trova solo alla fine del verso,

o davanti a pausa metrica forte. [i simboli del biceps e dell’indifferens non sono riprodotti in modo soddisfacente: si veda su

un qualsiasi manuale di metrica la rappresentazione corretta. Biceps: due brevi rovesciate, con la curva in alto; sotto, una

lunga; sotto ancora, due brevi con la curva in basso; indifferens: un semicerchio con la curva in alto e un punto coincidente

con il centro del cerchio]

Per quanto riguarda l’esametro tuttavia metro e piede coincidono: pertanto la sua suddivisione in “piedi” secondo

la consuetudine antica non comporta inconvenienti, e ce ne serviremo, perché più nota e più comoda.

Fine del verso: ogni verso termina con una parola intera, e ad esso segue una pausa. Ne consegue che tra un verso

e quello successivo si ha normalmente lo iato, quando un verso termina con vocale o -m e quello successivo inizia

per vocale o h-. Molto raramente in questi casi può esservi la sinalefe, quando il primo dei due versi è ipermetro,

sovrabbondante cioè di una sillaba rispetto alla misura normale: ad es. Verg. Aen. II, 745:

Quem non incusavi amens hominumque deorumqu(e)

Aut quid in eversa vidi crudelius urbe?

(anche Aen. VI, 602)

L’ultima sillaba del verso è indiffěrens (lunga oppure breve), in quanto la pausa che segue la fine del verso annulla

la differenza di quantità. L’ultimo metro del verso può essere incompleto, mancare cioè di una o più sillabe: questi

versi si dicono “catalettici”. Se dell’ultimo metro rimane una sillaba sola, il verso si dice “catalettico in syllabam”,

se ne restano due si dice “catalettico in disyllabum”. I versi che terminano con un metro intero si dicono

“acatalettici”.

Esametro

Viene comunemente definito “esapodia dattilica catalettica in disyllabum”. E’ costituito dalla successione di sei

piedi (o dodici elementa). Il suo schema è (le arsi sono contrassegnate dai numeri; U = breve):

__ __ __ __ _

1 UU 2 UU 3 UU 4 UU 5 UU 6 U

La lettura metrica si esegue ponendo un ictus su tutte le arsi (o i longa), contrassegnate dal numero, (e solo su

queste): Sìceli- dès Mu- sàe, pau- lò mai- iòra ca- nàmus (Verg. buc. IV,1)

dattilo spondeo spondeo spondeo dattilo spondeo

L’esametro può assumere forme molto varie per la facoltà di sostituire nei primi quattro metri le due brevi del dattilo con una

lunga, cioè il dattilo con lo spondeo (di realizzare i primi quattro bicipitia con una sillaba lunga); gli ultimi due metri (quinto e

sesto) costituiscono la “clausola”, e sono la parte del verso di norma fissa, di schema metrico sempre uguale: dattilo, spondeo

(o trocheo). Raramente il quinto piede può essere costituito da uno spondeo (in tal caso l’esametro è detto “spondìaco”, e di

solito è presente almeno un dattilo nei quattro metri precedenti: per es. Verg., buc. IV,49). L’impiego eccezionale di questo


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DETTAGLI
Esame: Latino
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher username_yo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Latino e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Citti Francesco.

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