Progettazione assistita dal
calcolatore
Introduzione ai software
Per prima cosa introduciamo il software che utilizzeremo durante il corso. Si tratta di Altair
HyperWorks, del quale utilizzeremo HyperMesh per creare il nostro modello e HyperView per
visualizzare i risultati. I solutori che utilizzeremo sono due: OptiStruct è uno dei due e l’altro è
RADIOSS che utilizzeremo durante la parte finale del corso per analisi di impatto.
Di solito avremo in ingresso un CAD e poi ci occuperemo della parte di progettazione assistita
entrando cioè nel rettangolo verde della figura. Nel pre-processing che viene fatto con il software
HyperMesh creeremo la mesh, cioè creeremo il modello ad elementi finiti che comprende gli
elementi più le condizioni al contorno, cioè vincoli e carichi, e poi imposteremo l’analisi; nella
sezione run ci sarà il solutore che può essere interno od esterno a seconda del software; infine
abbiamo il post-processing che faremo con HyperView.
Qui non si fa riferimento al nome dei software perché HyperMesh è da lungo tempo il software più
aperto in termine di importazione ed esportazione dei modelli, cioè accetta input grafici, ma
accetta anche input di modelli preparati con altri software, premette di lavorarci sopra e di
riesportarli in altri software. Questo perché tutta la suite HyperWorks è nata intorno ad
HyperMesh: mentre altri si dedicavano di più al solutore HyperWorks ha sviluppato questo
modulo di pre-processing che ha incontrato molto il plauso delle industrie il quale lo ha fatto
diventare così diffuso, e intorno a questo poi hanno cominciato a fare solutori e quant’altro.
I solutori di HyperWorks, OptiStruct e RADIOSS, non sono i migliori ma si utilizzano perché sono
gratuiti e inoltre la struttura del file del modello, che è un file di testo, è analoga a quella di molti
altri software. Perciò quello che impareremo sul modello quando viene esportato per la soluzione
è valido per tanti altri software.
Fare il pre-processing vuol dire passare dal modello geometrico al modello ad elementi finiti, come
si vede nella figura in basso.
L’esempio riportato è molto semplice perché non si hanno modifiche della geometria, cioè la
geometria che abbiamo la si usa così com’è, anche se non sarà sempre così.
In HyperView o in HyperGraph (quest’ultimo verrà usato solo per una cosa specifica) avremo la
possibilità di visualizzare il risultato tramite delle mappe colorate.
HyperMesh, diversamente da altri software come ANSYS, non ha un sistema di unità di misura al
suo interno, cioè lavora solo con dei numeri, perciò dobbiamo essere noi a lavorare con un sistema
di unità di misura congruenti, ad esempio il sistema internazionale. Quindi ogni grandezza che
inseriamo dobbiamo sapere che grandezza è e in quale unità di misura viene inserita. Vuol dire che
se stiamo mettendo ad esempio una massa
associata ad un punto, e stiamo usando il
sistema internazionale, avremo la massa
espressa in kilogrammi; cioè se sappiamo
che la massa che vogliamo inserire è 20 kg
allora mettiamo 20. Se invece stiamo
utilizzando il sistema di unità di misura in cui
le lunghezze sono espresse in millimetri, la
massa in tonnellate, il tempo in secondi, le
forze in Newton, le pressioni o le tensioni in
MegaPascal, allora non possiamo mettere
20, ma dobbiamo mettere 0.02 (20/1000),
che sarebbero 20 kg espressi in tonnellate.
Se mettessimo ugualmente 20 vorrebbe dire che stiamo mettendo 20 tonnellate. Il sistema in cui
le lunghezze sono espresse in millimetri è quello più utilizzato perché ci dà in output le tensioni in
2
MegaPascal, cioè Newton/millimetro . Utilizzando invece il sistema internazionale avremo le
tensioni in Pascal.
Concetti generali degli elementi finiti
Il modello in figura è la rappresentazione
ad elementi finiti della porzione di un
collegamento tra un recipiente in
pressione, un tappo di chiusura e una
guarnizione. Si vede che il recipiente non è
stato rappresentato completamente: la
periodicità in direzione circonferenziale è
stata sfruttata per ridurre le dimensioni del
modello, perciò il modello matematico è
una porzione della realtà fisica che è il
recipiente. I fori sono approssimati come se
fossero esagonali. Per la vite abbiamo una
raggera che simula il dado, una raggera che
simula la testa della vite, e un elemento
lineare che è il gambo della vite. Le due
raggere son due elementi rigidi (in
HyperMesh si chiamano proprio rigids).
Quando si realizza un accoppiamento
filettato si deve garantire che la vite sia
sempre in trazione; se così non fosse
vorrebbe dire che o il dado o la testa della
vite non sono in contatto con i pezzi da unire. L’approssimazione che facciamo passando dalla
realtà fisica al modello matematico sta nel fatto che nel modello abbiamo utilizzato dei rigids,
quindi il vincolo creato non è unilatero e dunque non è rappresentativo della realtà: i due rigids
non si comportano come si comporta nella realtà il sistema fisico. Questa approssimazione però
può andar bene perché stiamo simulando un recipiente in pressione, quindi il sistema di carichi
farà sì che, al di là del precarico iniziale, sul bullone si vada ad aggiungere un carico, il che significa
che il bullone non andrà a scaricarsi (la pressione agente sul tappo genera un carico su esso che
viene trasmesso al bullone; questo carico e il precarico iniziale tendono entrambi a mandare in
trazione il bullone). Perciò, anche se la rappresentazione che abbiamo fatto del bullone in linea di
principio non è fedele a tutti i modi di funzionare del bullone, in questo caso specifico non si
verificherà il distacco del dado o della testa della vite dai pezzi. Questa rappresentazione quindi va
bene perché non ci sarà mai distacco, quindi invece di complicare il modello per renderlo fedele al
funzionamento fisico tanto vale fare un’analisi lineare con un vincolo bilatero.
In sostanza non è necessario rappresentare fedelmente il fenomeno fisico al 100% se questo
fenomeno può essere approssimato per renderlo più semplice in modo da avere però la stessa
risposta. Lo stesso vale per la geometria: non è necessario rappresentare tutta la geometria del
sistema fisico se per l’analisi ne basta una porzione.
Nella figura seguente abbiamo un esempio ancora più semplice, cioè una trave a doppia T
incastrata e caricata di punta con una forza di 100 N che la porta a flessione. Abbiamo due modelli
agli elementi finiti, uno è fatto con elementi 3D (quello verde), mentre l’altro è fatto con elementi
piastra (quello blu).
La modellazione con elementi piastra è lecita farla perché lo spessore è piccolo rispetto alle altre
dimensioni.
Il modello con elementi piastra è comodo e ciò lo si vede con un esempio: supponiamo di voler
fare un’ottimizzazione dello spessore della sezione della trave. Con gli elementi piastra per
cambiare lo spessore basta modificare il suo valore all’interno delle proprietà, mentre con il
modello ad elementi solidi è necessario cancellare tutto, modificare la geometria, rifare la mesh,
riapplicare i carichi e i vincoli e così via. Quindi entrambi i modelli ci danno una risposta simile per
quanto riguarda la soluzione, ma con elementi piastra abbiamo dei vantaggi dal punto di vista
operativo.
Un’altra modellazione possibile è con elementi monodimensionali, ma così si perde la
deformazione all’interno della sezione perché questa viene trattata come una sezione rigida: nelle
proprietà vengono assegnate le grandezze caratteristiche come l’area, il momento di inerzia e
quant’altro e con queste viene calcolata la soluzione; in pratica si fa un calcolo analogo a quello
che si fa a scienza delle costruzioni. Con elementi bi o tridimensionali possiamo apprezzare anche
un’eventuale deformazione all’interno della sezione.
Nell’esempio che segue abbiamo una ruota ferroviaria, un modello completamente
assialsimmetrico, perciò possiamo analizzare solo una semisezione del modello (lo possiamo fare
solo se stiamo effettuando l’analisi di un componente, non se dobbiamo realizzare l’analisi di un
sistema).
Questo è un modello con elementi piastra con una formulazione assialsimmetrica. Il vantaggio è
che possiamo realizzare, con poco
dispendio in termini di calcolo, analisi
molto precise dove ci aspettiamo una
concentrazione delle tensioni.
Il passaggio dal modello matematico al
modello discreto consiste nella creazione
degli elementi finiti, e i parametri che si
devono imparare a gestire sono le
dimensioni e la forma degli elementi
finiti per far sì che quando vengono
creati non siano distorti, altrimenti in alcuni casi il solutore si rifiuta di lavorare.
Passando al modello discreto si deve anche scegliere che tipo di elementi utilizzare. Nella scelta
degli elementi non c’è solo la scelta della tipologia (monodimensionali, bidimensionali,
tridimensionali) ma anche la scelta della formulazione.
Quelli rappresentati in figura sono tutti elementi del prim’ordine, con i nodi solo nei vertici. Se
avessimo elementi più complicati avremmo anche nodi a metà spigolo.
L’elemento tetraedrico in alto a destra ha il vantaggio di riuscire ad adattarsi molto bene a
qualsiasi tipo di geometria, ma sbaglia la rigidezza di quasi il 100%, perciò non si usa mai in questa
forma con quattro nodi, ma si usa nella forma più complessa con dieci nodi: quattro nodi ai vertici
più un nodo su ciascuno spigolo in posizione intermedia.
In questo esempio vediamo un modello di partenza da
cui poi è stata generata la mesh. Una prima scelta è
quella presentata nella figura successiva in cui la barra su
cui sono appoggiate le forche è stata modellata con
elementi monodimensionali, e poi sono stati ripristinati i
collegamenti con le due forche.
Con questa modellazione non riusciamo ad ottenere una descrizione dettagliata dell’interazione
tra la barra e le forche, cioè non potendo creare un modello con i contatti non otteniamo la
distribuzione delle pressioni tra la barra e le forche all’interfaccia di collegamento. Sono stati
utilizzati dei rigids per connetter le forche alla barra. In un caso come questo il collegamento
tramite rigids è una scelta quasi obbligata, ma così perdiamo informazioni locali perché, essendo
elementi rigidi, nelle zone in cui abbiamo creato i rigids troveremo tensioni e deformazioni nulle:
dato che i nodi sulla superficie di interfaccia delle forche sono collegati rigidamente al nodo
master che si trova sulla barra, questi mantengono invariate le loro posizioni reciproche, perciò
non abbiamo deformazione e quindi neanche tensioni. In corrispondenza dei rigids molto
probabilmente vedremo un comportamento diverso da quello atteso.
In questa figura vediamo invece una modellazione alternativa, in cui la barra è stata modellata con
elementi tridimensionali ed è stato utilizzato un modello di contatto tra la barra e le forche, sia
nelle zone evidenziate in nero che in quelle evidenziate in giallo.
Elementi finiti tramite esempi
Abbiamo una trave con sezione A appesa in posizione verticale soggetta solo al proprio peso, e la
trattiamo con l’approccio tipico degli elementi finiti. Definiamo un funzionale dove abbiamo
l’energia interna della trave U e l’energia derivante dal lavoro dei
p
carichi esterni V . Per risolvere il problema deriviamo questo
p
funzionale ∏= U +V rispetto all’incognita e poniamo questa
p p
derivata uguale a 0.
Negli elementi finiti si parte sempre ipotizzando una distribuzione
degli spostamenti: nel nostro problema abbiamo definito un’ascissa
verticale discendente con origine nell’incastro, perciò dobbiamo
scegliere una distribuzione degli spostamenti che sia compatibile
con i vincoli. La possibilità più semplice è una distribuzione lineare:
u = c ∙x
1
Potevamo scrivere u = c ∙x + c ma c deve essere uguale a 0 perché
1 2 2
gli spostamenti in corrispondenza dell’incastro devono essere nulli,
quindi per avere una distribuzione di spostamenti compatibili con i
vincoli non ci devono essere termini di ordine zero. Facciamo
un’assunzione di questo genere quando scegliamo un elemento
piuttosto che un altro: ad esempio se scegliamo di utilizzare
elementi tetraedrici abbiamo la possibilità di scegliere tra elementi con quattro nodi e elementi
con dieci nodi. Il numero diverso di nodi si traduce in diverse leggi di spostamento all’interno
dell’elemento.
Gli elementi finiti si basano quindi sull’assunzione che non sappiamo quale è la distribuzione degli
spostamenti nel nostro problema ma la ipotizziamo.
1
= ∫ ∙ ∙
2
Essendo la trave sottoposta a trazione abbiamo che:
= =
= ∙
Per semplicità consideriamo l’area della sezione A costante.
Se mettiamo tutto insieme otteniamo 2
1
( )
= ∫
2
0
Per semplicità consideriamo anche E costante e quindi possiamo portare fuori un AE.
2
( )
= ∫
2
0
Adesso inseriamo la legge degli spostamenti che abbiamo ipotizzato.
12 12
2
= ∫ = [ ] =
1
2 2 0 2
0
c è una costante che però è incognita, quindi nota c e nota la posizione del punto di cui vogliamo
1 1
sapere lo spostamento lungo all’ascissa sapremo lo spostamento in ogni parte del modello.
Andiamo adesso a calcolare V che in generale comprende due contributi, quello delle forze di
p
superficie (forze di superficie per gli spostamenti della superficie integrati su tutta la superficie del
sistema) e quello delle forze di volume (forze di volume per gli spostamenti all’interno del volume
integrati su tutto il volume). = − ∫ ∗ − ∫ ∗
In questo caso le forze di superficie non ci sono e quindi il primo integrale è nullo, b = ρg, perciò
possiamo riscrivere l’integrale così:
= − ∫
0
ρgA lo chiamiamo p e sostituiamo ad u l’espressione in funzione di c , perciò scriviamo:
1
2 2
= − ∫ = [− ] = −
1 1 1
2 2
0 0 2 2
Adesso abbiamo una quantità che è un funzionale pari ad AEc L /2 – pc L /2. In questa quantità
1 1
l’incognita è c perché A e L sono informazioni geometriche del modello, E è l’informazione sul
1
materiale che è fissato e p è la condizione di carico, quindi, se dobbiamo derivare, deriviamo
rispetto all’incognita c che ci permetterà di minimizzare quella quantità. Di conseguenza avremo:
1 2
− = 0 ⇒ =
1 1
2 2
Adesso abbiamo risolto il problema, cioè abbiamo trovato un valore di c e quindi sappiamo gli
1
spostamenti del nostro modello. Ora possiamo ricavarci le deformazioni e le tensioni, infatti du/dx
sarà c che in questo caso è proprio il valore della deformazione in direzione x.
1
= =
1 2
Se poi moltiplichiamo questo valore per E otteniamo il valore della tensione lungo x.
= =
1 2
Quindi abbiamo trovato le grandezze secondarie: abbiamo una tensione costante, una
deformazione costante, e degli spostamenti lineari. Se però abbiamo una situazione di questo tipo
i carichi sono solo il peso proprio e in corrispondenza dell’incastro avremo tutto il peso della trave
pari a LAρg = Lp, perciò la tensione all’incastro sarà:
=
Abbiamo quindi una tensione che è doppia rispetto a quella trovata, ma che è la tensione corretta.
Questo valore poi va a diminuire perché via via che si scende verso il basso sulla sezione che
consideriamo grava il peso di una porzione minore di trave. Se infatti ci trovassimo in
corrispondenza dell’ultima sezione vedremmo che qui la tensione è nulla perché non c’è alcuna
porzione del sistema che grava su questa. Il modello ad elementi finiti dice che invece abbiamo la
stessa tensione su tutta la trave pari a pL/2A, poiché abbiamo fatto un modello con un unico
elemento. Adesso inseriamo alcuni dati relativi alle grandezze geometriche e del materiale della
trave per vedere la differenza tra i due risultati.
La tensione vera ha l’andamento descritto di seguito.
Qui abbiamo il risultato del modello agli elementi finiti
realizzato con un unico elemento, dove i quattro vertici della
trave corrispondono ai quattro nodi dell’elemento. Il
risultato è esattamente quello che troviamo facendo
quell’integrale visto prima. A sinistra in alto abbiamo le
informazioni relative a questo elemento e il 26953
rappresenta la tensione che c’è all’interno della trave
modellata con un solo elemento (all’incirca è proprio la metà
di 53906 che è la tensione massima sulla trave in
corrispondenza dell’incastro trovata invece con le leggi della
scienza delle costruzioni). Il problema sta nell’assunzione
iniziale,
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Appunti Progettazione assistita dal calcolatore anno 2023/2024