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Archeologia Preistorica e Protostoria Prof. Andrea Cardarelli - Università Sapienza

Un’altra particolarità è la presenza di spilloni a T in osso (un esemplare di spillone a T in argento è

attestato in una tomba di Remedello).

La cronologia del Gaudo abbraccia un periodo particolarmente ampio e si basa su alcune datazioni

radiometriche della necropoli di Buccino (3300 - 2400 a.C.). Sono state distinte due fasi principali.

Come per il resto dell’età del rame italiana i dati sugli insediamenti sono piuttosto scarsi. È da rilevare la

presenza a Toppo d’Aguzzo (Melfi, Basilicata) di un abitato posto in posizione d’altura, a controllo dell’alta via

del fiume Ofanto, circondato da un fossato. I materiali ceramici raccolti testimoniano l’appartenenza di tale

insediamento alla facies del Gaudo (FIG.146).

Le evidenze funerarie di Taurasi (FIGG.147-166)

Nell’area della Campania interna è stata di recente portata in luce una importante testimonianza

funeraria. Si tratta di una necropoli formata da 5 strutture, tendenzialmente rettangolari, in alcuni casi con un

portico antistante. In tre casi le strutture hanno conservato il basamento in pietrame ed è dunque abbastanza

semplice ricostruirne la planimetria. L’interpretazione che ne è stata data è che tali strutture siano in realtà

riproduzioni di case (probabilmente un po’ più piccole di quelle reali: hanno dimensioni di circa 15/20 mq) al

cui interno venivano sistemate urne cinerarie con le ceneri dei defunti. Le urne erano deposte al di sotto delle

case, sul pavimento e forse anche sospese su delle mensole.

L’importanza del rinvenimento, databile alla fase antica dell’età del rame, è data dalla presenza del

rituale della cremazione che verrà sistematicamente introdotto in Italia solo con l’età del bronzo. Pertanto la

necropoli di Taurasi è la più antica testimonianza della presenza dell’incinerazione in Italia, se si escludono

alcune sporadiche attestazioni, probabilmente di tipo cultuale, appartenenti al Neolitico (cfr. per es. Grotta

Continenza).

I materiali recuperati nella necropoli di Taurasi fanno riferimento alla facies di Le Coste, che abbiamo

visto attestata nel Fucino durante la fase antica dell’età del rame, e del Gaudo (tra l’altro l’unico pugnale del

tipo a codolo e lama allungata, è pertinente a un tipo presente nella facies del Gaudo). Sono evidenziabili

anche alcuni contatti con la facies di Piano Conte, attestata nelle Isole Eolie e in Calabria nella fase antica

dell’età del rame.

Recentemente in Salento (Salve - Lecce) è venuta alla luce un’altra evidenza funeraria, un tumulo, che

presenta anche sepolture ad incinerazione. Il materiale associato appartiene prevalentemente alle facies del

Gaudo e di Laterza.

L’altra importante facies dell’Italia meridionale è quella di Laterza (FIGG.167-174). Appare attestata

principalmente in Puglia e Basilicata ma aspetti relativi alla facies sono riscontrabili in Campania e persino nel

Lazio meridionale. Una parte della facies è attribuibile cronologicamente all’età del bronzo antico per tale

motivo si parla di Laterza 1 o facies di Andria per l’età del rame, e di Laterza 2 per il Bronzo Antico. Come per

le altre facies dell’età del rame la testimonianza più nota è quella pertinente alle sepolture. Il tipo delle tombe

note è prevalentemente a grotticella artificiale. La lunga continuità d’uso delle sepolture ha in vari casi

determinato la deposizione di un notevole numero di individui all’interno della stessa sepoltura. Per esempio

la t. 3 di Laterza, usata per vari secoli, fino alle prime fasi del Bronzo Antico, contiene circa un centinaio di

individui. Non mancano tuttavia rari casi di deposizioni singole o duplici.

Per quanto riguarda la produzione materiale la fase dell’età del rame presenta le cd.patere, decorate

sovente con file di trattini incisi all’interno del vaso. Ben attestati sono anche gli scodelloni globulari spesso

con anse sopraelevate a nastro con terminazione a bottone. Più rare le tazze e le forme biconiche. Fra le forme

chiuse si possono annoverare alcune anfore con anse pizzute o con apici a bottone (FIG.122-125).

Gli oggetti in rame sono attestati raramente e sono rappresentati da lame quadrangolari con chiodetti

(cd. coltelli delle donne) e da specie di daghe o pugnali con lungo codolo e terminazione lunata, presenti anche

nella facies del Gaudo. Tali oggetti considerato lo spessore esiguo della lama dovevano avere piuttosto un

significato simbolico.

Per quanto riguarda l’industria litica sono attestate le punte di freccia ma non sono generalmente

presenti i pugnali litici abbondanti in altre facies dell’età del rame.

Una particolarissima evidenza relativa alla facies di Laterza proviene dalla Campania. Nell’area

prossima a Napoli, e tra Napoli e Caserta, le eruzioni vulcaniche del Vesuvio hanno seppellito nel tempo tante

testimonianze archeologiche. Le più famose naturalmente sono quelle, a tutti note di Pompei, Ercolano, Stabia,

sepolte dall’eruzione del 79 d.C. Ma vi furono eruzioni anche durante la Preistoria e Protostoria. A Gricignano

(e in altre località dell’area in questione) sono venute in luce testimonianze strabilianti appartenenti all’età del

rame e del Bronzo antico (villaggi, grandi case, campi arati, strade). Per la fase centrale o avanzata dell’età del

rame (dopo il 2700 e prima del 2200 a.C. cioè dopo l’eruzione di Agnano- Monte Spina) a Gricignano è noto un

grande villaggio dell’età del rame con case isorientate di forma rettangolare con absidi ai vertici. Le più piccole

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misurano attorno ai 40/50 mq, le intermedie sugli 80/90 mq. le più grandi, caratterizzate da un corridoio

semianulare attorno alla struttura interna, arrivano e superano i 150 mq. (FIGG.172-174).

Il vaso campaniforme

La fase più tarda dell’età del rame, a partire circa dal 2500 a.C. è legata alla presenza di numerosi contesti

che sono caratterizzati dalla attestazione più o meno consistente del vaso campaniforme, così chiamato per la

forma a campana del corpo.

Il vaso campaniforme rappresenta un fenomeno molto importante. Esso si trova distribuito in Europa in

varie differenti aree geografiche dall’Italia alla Scozia, dalla Penisola Iberica alla Europa centrale. Si può

dunque affermare che il Vaso campaniforme sia una evidenza di tipo transculturale in gran parte del

continente Europeo. Oltre che dalla forma del vaso e da una decorazione assai tipica, generalmente distribuita

su gran parte del corpo, la facies campaniforme è caratterizzata da tipici pugnali a codolo (tipo ciampeuzelos),

bracciali da arcieri, particolari rituali funerari (FIGG.175 -178). Tuttavia non si trova ovunque presente con

queste caratteristiche. Molto spesso, anche in Italia, la presenza campaniforme è limitata a pochi vasi inseriti in

contesti archeologici che fanno riferimento a facies locali. Una tale evidenza si potrebbe spiegare con una

funzione simbolica cultuale del vaso campaniforme. Numerose sono state le ipotesi avanzate a riguardo.

Alcuni autori in passato hanno immaginato che il vaso campaniforme fosse correlabile ad una vera e

propria identità etnica, altri hanno ritenuto che tale vaso fosse associabile a gruppi itineranti, con particolari

conoscenze legate alla metallurgia. Un’altra serie di ipotesi si è concentrata invece sulla possibilità che il vaso

campaniforme fosse così ampiamente distribuito perché conteneva qualcosa di speciale: per esempio droghe,

allucinogeni, o bevande alcoliche. In questo senso è interessante ricordare che un’analisi fatta sui resti del

contenuto di un vaso campaniforme in Scozia ha rilevato che il vaso conteneva una bevanda fermentata a base

di miele, fiori di tiglio e altre essenze derivati da fiori di prato. Dato che i tigli non crescevano alle latitudini

scozzesi si è ritenuto che il vaso fosse stato importato per il suo contenuto.

In Italia il vaso campaniforme è presente in contesti vari, soprattutto abitati, ve ne sono alcuni in Italia

settentrionale e centrale tirrenica, per es. Rubiera e S.Ilario d’Enza (Reggio Emilia), Monte Covolo (Brescia),

Torre Crogiola (Viterbo), dove il campaniforme è ben attestato. Altri dove invece pochi frammenti di vasi

campaniformi probabilmente sono attribuibili ad importazioni.

Una struttura abitativa attribuibile al campaniforme è nota da Gazzo Veronese (FIG.179-180). La

fondazione è costituita da un infossamento quasi perfettamente rettangolare di m 10x3.

In vari casi il vaso campaniforme è associato con evidenze sepolcrali, per es. tombe di S. Cristina di

Fiesse e S. Marco di Roccolo Bresciani in provincia di Brescia (FIGG.182-185 nell’area di diffusione della

facies di Remedello. Talvolta il vaso campaniforme è presente in contesti megalitici. Ad esempio a St. Martin

de Corléans (FIGG.186-191) la distruzione e riutilizzo delle statue stele per l’edificazione delle strutture

megalitiche sono databili al campaniforme, infatti le deposizioni più antiche all’interno di tali strutture sono

rappresentate da vasi campaniformi. Altro contesto megalitico legato al campaniforme è quello di Velturno

(BZ). Qui, oltre al vaso che si può assimilare al campaniforme, è stata ritrovata una statua stele frammentaria,

nella quale appare un pugnale tipo ciampeuzelos con il suo fodero (FIGG.192 -194).

Non vi è dubbio che la comparsa del campaniforme sia legata ad un cambiamento, in alcuni casi

evidente in altri meno. Per esempio la struttura megalitica di West Kennet in Inghilterra finisce di essere usata

proprio con l’avvento del campaniforme. Anche a Stonehenge vi sono segnali di discontinuità evidente in un

periodo coincidente con l’affermazione del campaniforme.

Più in generale si può affermare che la discontinuità rappresentata dal vaso campaniforme appare

correlata ad una maggiore accentuazione dell’individualità, riconoscibile in particolare nelle numerose

sepolture individuali dell’Europa centro-occidentale.

Sono state elaborate complesse tipologie relativamente alla classificazione del vaso campaniforme,

soprattutto in base alla decorazione dei vasi.

In Italia la fase più antica del Vaso Campaniforme. è attribuibile al cd. stile All Over Corded (AOC)

caratterizzato da una decorazione a linee orizzontali ottenute ad impressioni a cordicella, distribuita su tutto il

corpo o sulla maggior parte del vaso (FIG.165). Un altro stile è quello definito All Over Ornament (AOO),

anche questo presenta una decorazione e distribuita su tutta la superficie del vaso, ottenuta principalmente

con una sorta di pettine a più dentelli impresso diagonalmente entro fasce (FIGG.166).

Lo stile più rappresentato è però quello marittimo: il corpo del vaso è decorato da fasce orizzontali

parallele riempite all’interno da trattini trasversali. Le linee che delimitano le fasce possono essere ottenute a

cordicella. Le fasce risparmiate sono parte integrante della decorazione. pagina 44 di 101

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Una variante dello stile marittimo è quello europeo che sostanzialmente differisce dal marittimo perché

le fasce sono riempite a trattini incrociati, zig zag, triangoli, losanghe. Il cd. stile italiano è determinato dal

fatto che vi può essere una fascia più grande delle altre. Una sequenza cronologica del campaniforme in Italia

centrale è stata proposta per l’area fiorentina (FIG.197-200).

In un momento avanzato dello sviluppo del campaniforme è presente il cd stile della Tanaccia di

Brisighella (FIGG.201-203) riconoscibile sia per diverse forme di vaso, più vicine alle ciotole, sia per il fatto di

presentare un’unica grande fascia decorata, frequentemente con motivi decorativi entro schemi metopali.

In Italia centrale il vaso campaniforme è attestato con maggiore frequenza nell’area tirrenica centrale, sia

in abitati attorno a Firenze e a Torre Crognola Vulci - VT), sia in ambito cultuale. Un tumulo cultuale di 5 metri

di diametro è venuto alla luce a Sesto Fiorentino (FIG.204-206), da dove viene anche un idoletto che trova

similarità con l’ambito cicladico (FIG.205), ) mentre una struttura ipogeica cultuale a pianta ellittica (4 m.

lungh.) scavata nella roccia, con un probabile altare, è venuta in luce a Fosso Conicchio (FIGG.207 -214) non

lontano da Montefiascone a Sud Ovest del lago di Bolsena, dunque in piena area Rinaldoniana. Tuttavia solo

un vaso può essere attribuito a questa facies mentre tutto il restante notevole materiale è tipicamente

attribuibile al campaniforme, attestato negli stili marittimo, italiano e Tanaccia di Brisighella. Sembrerebbe

dunque che si tratti di una differenza di tipo cronologico.

Il vaso campaniforme è attestato in modo consistente anche in Sardegna (facies di Monte Claro) e in

Sicilia (facies della Moarda).

Il megalitismo

Abbiamo già parlato di megalitismo a proposito di Monte d’Accoddi (FIGG.215 -217). Le prime

attestazioni megalitiche in Europa cominciano già nel corso del V millennio, cioè ancora in piena età neolitica.

Tuttavia è con il IV millennio che esse divengono largamente attestate in molte aree Europee, del Mediterraneo

(Malta, Sardegna, Baleari), dell’Europa atlantica e del Nord (Portogallo, Normandia Bretagna, Paesi Bassi,

Inghilterra, Irlanda, Danimarca, Svezia e Norvegia, dell’area alpina (Italia settentrionale, Svizzera ecc.). Il

Megalitismo come fenomeno continua ad essere attestato fino alla metà del III millennio e in certi contesti

strutture megalitiche sono attestate anche nel corso del II millennio a.C. in piena età del Bronzo (per es. in

Puglia).

La datazione di strutture monumentali megalitiche di così grande rilevanza ad un periodo così antico

creò non poche perplessità fra molti archeologi i quali nell’ambito di una approccio diffusionista, che faceva

derivare tutti i progressi tecnologici e culturali dall’Oriente (ex oriente lux), erano abituati a datare questi

monumenti ad un'epoca più recente delle architetture monumentali orientali ed egee, dalle quali si pensava

che il fenomeno del megalitismo derivasse. Invece le datazioni a 14C e più tardi la ricalibrazione delle stesse

date radiocarboniche hanno dimostrato che i monumenti megalitici sono molto spesso più antichi delle

strutture monumentali orientali. Questa sensazionale scoperta ha permesso a Renfrew di parlare di

rivoluzione del radiocarbonio.

Le strutture megalitiche sono in genere correlate al mondo ultraterreno: possono essere tombe o luoghi

di culto. Il loro significato simbolico è comunque evidente come altrettanto evidente è la notevole forza lavoro

necessaria alla loro edificazione. Il motivo che spingeva le comunità umane a costruire queste imponenti

costruzioni, non direttamente funzionali alla loro sopravvivenza, dipendeva dunque da fattori correlati ad una

forte componente religiosa, attraverso la quale erano probabilmente risolti anche i problemi del governo di

società che dovevano coniugare una crescente tendenza all’ineguaglianza e una struttura politica ancora

fortemente permeata da forme comunitarie. I gruppi che detenevano il potere dovevano assicurare per la loro

stessa sopravvivenza una forma di stabilità. In questo contesto la componente religiosa, che si esprimeva

attraverso il culto e le cerimonie, consentiva di mantenere la coesione sociale e allo stesso tempo di stemperare

la competizione all’interno e all’esterno della comunità.

La forte accezione che venivano ad assumere gli antenati, per celebrare i quali erano innalzati

monumenti funerari di dimensioni straordinarie, è la dimostrazione che la società è ancora basata su un forte

senso di appartenenza al lignaggio e che il continuo riferimento agli antenati (cioè al passato e dunque a quel

che era) era probabilmente funzionale a governare (e in molti casi a frenare) le spinte al cambiamento,

innestate dal fatto che il controllo e il possesso del Rame permetteva con più facilità rispetto al passato di

accumulare ricchezze.

In rapida sintesi descriviamo le principali tipologie di monumenti megalitici.

Menhir: blocchi di pietra di forma allungata e di dimensioni variabili infissi al suolo in posizione

verticale; a volte possono essere sommariamente regolarizzati. Sono assai numerosi nella Francia occidentale

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ma sono ben documentati anche in altre zone. Il più alto menhir finora noto è stato trovato a Locmariaquer in

Bretagna; era alto 16 metri (come un palazzo di 4/5 piani) e pesava 350 tonnellate. Si trovava originariamente

all’estremità di un tumulo lungo 180 metri. È stato calcolato che la sua originaria sistemazione può avere

comportato il lavoro di svariate centinaia di individui. Fu abbattuto ancora durante il tardo neolitico e

spezzato in tre parti riutilizzate come lastre di vari dolmen che si trovano a non molta distanza. Normalmente

comunque i menhir non superano i 10 metri di altezza. Spesso erano disposti in relazione a dei dolmen, altre

volte delimitavano aree circolari al cui interno talvolta si trovavano delle sepolture, spesso sono allineati in file

approssimativamente parallele. Tale sistemazione è particolarmente frequente in Bretagna: a Carnac (FIG.219)

il gruppo principale noto come Kermario è composto da ben 1029 monoliti di altezza decrescente da oltre 6 a

0,50 m. I menhir possono essere anche disposti a delimitare degli spazi quadrangolari, ellittici o circolari; in

questo caso sono noti con il nome di cromlech, particolarmente diffusi in Irlanda e Gran Bretagna. Un

particolare tipo di cromlech può essere considerato il più famoso dei monumenti megalitici europei:

Stonehenge la cui costruzione in legno risale già alla fine del IV millennio. La definitiva sistemazione avviene

nel corso del III millennio e l’attuale composizione si può datare probabilmente attorno al 2200/2000 a.C

(FIGG.220 -221).

Sempre rimanendo nell’ambito delle strutture monolitiche si debbono prendere in considerazione le cd.

statue stele, stele antropomorfe o statue menhir. Monumenti di questo tipo con caratteristiche differenti da

zona a zona sono diffusi dall’Ucraina alla Penisola Iberica. Per stele antropomorfe si intende generalmente

lastre litiche non molto spesse, di forma rettangolare, trapezoidale o ogivale, talora con profilo sagomato e

costantemente decorate su una sola faccia che rappresenta una stilizzazione della figura umana, talvolta solo

parzialmente delineata. Le statue stele o statue menhir si differenziano dalle stele antropomorfe per un

maggiore spessore del supporto litico. Presentano spesso raffigurazioni sul fronte e sui lati. In Italia sono

particolarmente diffuse in Lunigiana, nel Trentino, nella Valle dell’Adige e dell’Isarco (Alto Adige), in Val

d’Aosta (vedi FIGG.precedenti).In alcune zone alpine (Val Camonica, Alpi marittime) sono presenti

raffigurazioni, più o meno complesse su rocce o massi erratici. Tali monumenti sono definiti massi incisi.

I dolmen, termine derivato dal bretone il cui significato è “tavola di pietra” sono costituiti da un

ambiente coperto costruito con una o più lastre di pietra verticali che sorreggono una o più pietre orizzontali:

Generalmente i dolmen sono tombe, quasi sempre collettive, ed erano coperti da un tumulo di terra o pietre.

Esistono tre tipi principali di dolmen. Il dolmen semplice costituito da un ambiente ridotto, il dolmen a

corridoio nel quale la camera sepolcrale è in fondo ad un corridoio di accesso, il dolmen a galleria coperta

(allée couverte in francese), nel quale sostanzialmente non vi è differenza fra il corridoio e la camera sepolcrale

(FIGG.222-224). Le prime attestazioni di dolmen risalgono alla metà del V millennio, inizialmente si

diffondono in Francia occidentale e in Portogallo, mentre successivamente si diffondono dall’Italia alla Spagna

fino in Irlanda, Scozia, Inghilterra, Svezia e Danimarca. Nella Francia Atlantica sono frequenti i dolmen a

corridoio di lunghezza variabile che immettono in una camera circolare o poligonale coperta a falsa volta.

Queste prime forme evolvono in strutture più complesse per esempio introducendo varie camere sepolcrali,

come nel tipo a transetto, attestato in Gran Bretagna ed Irlanda nel IV millennio a.C. Un esempio abbastanza

noto è quello del tumulo con struttura dolmenica di West Kennet nel Wiltshire (Inghilterra) (FIG.225).

I tumuli con struttura dolmenica (FIG.226 - 229) possono arrivare ad assumere dimensioni davvero

eccezionali (FIG.192). Il tumulo di Newgrange in Irlanda, databile a partire dalla fine del IV millennio, misura

m. 78,6x85,3 ed è alto vari metri (FIGG.229 -233).

Il fenomeno megalitico non si limita alle tipologie fin qui descritte. Comprende anche santuari come nel

caso delle imponenti costruzioni di Monte d’Accoddi o dei famosi Templi di Malta (FIG.232-233).

In situazioni particolari vi sono strutture abitative di tipo megalitico, come nel caso del villaggio di

Skara Brae nelle Orcadi, in Scozia.

Non vi è dubbio che tali costruzioni abbiano avuto un rilevantissimo significato simbolico-religioso,

dimostrato dal fatto che molti di questi monumenti sembrano avere orientamenti correlati a fenomeni

astronomici quali solstizi, equinozi, osservazione degli astri (FIG.234). Tuttavia questa interpretazione ha

spesso attirato fantasie e supposizioni non basate su rigorose analisi scientifiche.

A riguardo delle strutture megalitiche e dolmeniche si è anche accennato al fatto che le dimensioni

monumentali fanno ritenere che tali strutture siano state costruite con il concorso di un numero notevole di

persone e che dunque, data la necessaria organizzazione progettuale ed esecutiva che tali opere comportavano

(FIG.235-236), le comunità costruttrici di megaliti dovevano essere già abbastanza strutturate dal punto di

vista sociale; comunque con una leadership in grado di essere abbastanza convincente per far si che buona

parte della comunità fosse impiegata per tempi anche abbastanza lunghi nella costruzione della struttura

megalitica.

In Europa occidentale comunque non vi è stato un unico fenomeno megalitico o per meglio dire,

all’interno di una corrente culturale evidentemente comune, vi furono sviluppi autonomi e potenzialmente

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indipendenti almeno in quattro diverse aree Danimarca e Svezia meridionale; Inghilterra-Scozia -Irlanda,

Bretagna e Iberia.

In un suo oramai vecchio lavoro Colin Renfrew ha cercato di dare una spiegazione di tipo sociale a

questi fenomeni, partendo da territori in un certo qual senso particolari e periferici come l’Isola di Aran in

Irlanda (FIG.237). e l’isola di Rousay nelle Orcadi.

In queste isole le strutture megalitiche non sono particolarmente imponenti, le tombe a corridoio erano

al massimo lunghe 40 m. comprendendo anche i tumuli. In compenso, dato il modesto impatto antropico

avvenuto in quelle isole nei secoli successivi, queste strutture sono ancora largamente conservate e dunque il

loro numero e distribuzione non si discosta di molto dalla situazione originale.

L’osservazione fatta da Renfrew in primo luogo fu quella di notare che la distribuzione dei monumenti

megalitici corrispondeva a quella dei territori adatti all’agricoltura e in secondo luogo applicando il sistema

dei poligoni di Thiessen, un sistema mutuato dalla geografia politica (cfr Renfrew - Bahn) secondo il quale è

possibile, data una serie di centri ritenuti omogenei per importanza, costruire i relativi ipotetici territori di

competenza basandosi su un sistema di rappresentazione geografica che li evidenzia cartograficamente,

attraverso un sistema geometrico in cui ogni punto è separato da un altro da una linea mediana equidistante.

Naturalmente si tratta di un sistema del tutto teorico e va integrato con le caratteristiche dei singoli territori.

Nel caso dell’Isola di Aran i 18 contesti megalitici individuati si collocano in realtà all’interno di aree adatte

all’agricoltura, spesso in prossimità delle ipotetiche frontiere fra un territorio ed un altro.

Successivamente Renfrew ha cercato di quantificare la popolazione residente al tempo dei megaliti

nell’Isola di Aran. Attraverso un complesso sistema di calcolo di produttività del terreno, confrontato anche

con la popolazione preindustriale dell’isola e con la necessità di base di sussistenza per un uomo, ha potuto

stabilire che ad Aran potevano vivere dalle 600 alle 1200 persone. Ipotizzando poi che le tombe megalitiche

fossero contemporanee (cioè utilizzate contemporaneamente per più secoli) ha suddiviso questa popolazione

per 18 (cioè quanti sono i megaliti) e ha dunque ottenuto una stima di 35/70 persone per comunità. Tuttavia

Renfrew pensa ad una quantità più bassa, attribuibile ad una gruppo parenterale allargato, un lignaggio di

circa 10 a 30 persone. Ognuna di queste comunità era distribuita su porzioni di territorio a loro riconosciute,

che era connotato non tanto dall’insediamento, quanto da queste strutture megalitiche, evidentemente perché

esse rappresentavano, in quanto monumenti funerari legati agli antenati, l’aspetto simbolicamente più

significativo per il riconoscimento della identità della comunità locale. Ci si può domandare come sia stata

possibile la realizzazione di tali monumenti con comunità quantitativamente così limitate. In realtà non tutti i

dolmen hanno proporzioni gigantesche; se per esempio immaginiamo che per la costruzione di un

monumento megalitico di piccole/medie dimensioni fosse necessaria una forza lavoro di 7500 ore, 15 persone

possono riuscire a costruire il monumento in 500 ore (in realtà tre mesi di lavoro). Inoltre non è affatto detto

che ciò avvenisse in un solo anno. Anzi è molto probabile che queste costruzioni avessero un iter costruttivo

piuttosto lungo. È probabile poi che per la costruzione di questi megaliti fossero messe in atto aiuti tribali,

attraverso il concorso di altre comunità locali di lignaggio, remunerate attraverso sistemi di feste rituali

comunemente attestate in situazioni etnologiche. È ben noto il costume per il quale spesso avviene che agli

invitati a grandi feste cerimoniali venga chiesto un contributo lavorativo.

Questa tuttavia è una spiegazione commisurata ad una particolare situazione territoriale, quale quella di

questa isola. Vi sono naturalmente situazioni assai più complesse e funzionalmente diverse, come ad esempio

Stonehenge o Monte d’Accoddi, che evidentemente comportarono un impegno di forza lavoro gigantesco.

Questi monumenti non sembrano riferirsi a dei luoghi legati al culto degli antenati di comunità

numericamente ridotte, sembrano piuttosto dei punti di riferimento per il culto ai quali afferivano comunità

più vaste sul piano territoriale e quantitativo. Inoltre il loro utilizzo perdura per molto più tempo, secoli o

addirittura millenni, periodi durante i quali furono frequenti gli interventi di ristrutturazione con mutamenti

più o meno consistenti.

Malta

Un'altra situazione megalitica di grandissima importanza si riscontra a Malta e nella vicina isoletta di

Gozo (FIG.238). Qui abbiamo situazioni certamente più complesse che rientrano secondo il Renfrew in una

società organizzata sul modello del Chiefdom. In particolare nell’isola di Malta gli immensi santuari distribuiti

in varie località dell’isola, l’architettura monumentale, le statue alte fino a 2 metri, i bassorilievi (FIG.239)

testimonierebbero una società molto più complessa, composta da migliaia di persone, organizzata su un

modello di Chiefdom particolarmente evoluto, di cui Renfrew riconosce 5 ambiti territoriali nell’isola di Malta

ed uno nell’isola di Gozo, ai quali afferivano i diversi raggruppamenti dell’isola. pagina 47 di 101

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Le situazioni illustrate (Isola Aran e Malta) ben si adattano a sviluppare un argomento particolarmente

rilevante riguardante i modelli di organizzazione socio-economica e politica a cui possiamo fare riferimento

per questo tipo di società, premettendo che esistono di fondo due importanti correnti di pensiero: una che

tende ad inserire le società della preistoria e protostoria europea all’interno di uno schema in gran parte

derivato da modelli dell’antropologia culturale di stampo neoevoluzionista (vedi Renfrew Bahn cap. V), l’altra

che pur conducendo di fatto un’analisi di tipo storico-antropologico, tende ad individuare modelli autonomi

per l’interpretazione dello sviluppo sociale e politico delle comunità protostoriche dell’Europa, prendendo

come punto di riferimento i resti archeologici e le notizie tramandateci dagli autori antichi (in particolare

Erodoto, Cesare e Tacito: cfr ad esempio Peroni, Introduzione alla protostoria italiana pp. 260 ss.).

Per le Isole Aran si adatta un modello particolarmente avanzato di società segmentali in cui l’unità

tribale è suddivisa in tante comunità di lignaggio distribuite sul territorio. Tuttavia vincoli tribali legati ad

aspetti religiosi, cerimoniali, ecc. garantiscono l’unità della tribù. Per Malta invece la consistenza demografica,

la complessità delle testimonianze monumentali, farebbero pensare ad un modello sociale più articolato,

basato su una gerarchia più forte, vicino a quello ipotizzabile per certi Chiefdom. pagina 48 di 101

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ETÀ DEL BRONZO

PROTOSTORIA VEDI FIGURE IN FILE POWER POINT PROTOSTORIA 1

Protostoria XXIII a.C. xa.C. VII a.C. I a.C. V d. C.

Italia X X X X X X X X Prime città/Storia

Europa X X X X X X X X X X X Conquista

Centr. romana/Storia

Europa X X X X X X X X X X X X x>

Sett.

La protostoria, come anche la preistoria, si occupa di società che sono prive di scrittura e che dunque non

hanno lasciato documenti storici scritti. Tali società sono inoltre caratterizzate da un tipo di struttura

economica, sociale e politica priva di forme di organizzazione urbana e statale. Da questo punto di vista

preistoria e protostoria possono essere definite come discipline intimamente correlate. Tuttavia la protostoria, e

in particolar modo quella europea e mediterranea, differisce dalla preistoria in quanto si occupa

precipuamente di società che precorrono l’affermazione delle società antiche di età storica, costituendone i

presupposti. Per società storiche si intende ovviamente quelle società in cui la struttura sociale è già

fortemente articolata e strutturata gerarchicamente in ceti sociali stabili, sono già attestate forme di

urbanizzazione e di organizzazione statale ed è già nota la scrittura, pertanto sono disponibili fonti storiche di

ambito epigrafico o letterario.

Nel Vicino e Medio Oriente così come in Egitto il fenomeno connesso alla protostoria coincide

sostanzialmente con i processi che nel tempo determinarono la formazione della città e dello stato, a partire da

una evidenza storica contraddistinta fin dal neolitico dalla presenza di comunità demograficamente molto

consistenti. Differentemente in Europa, dove a partire dal neolitico la presenza umana è piuttosto

caratterizzata da comunità di villaggio di norma demograficamente poco numerose ma molto più diffuse nel

territorio, solo in pochi casi possiamo seguire un processo che ci conduce direttamente verso la formazione di

contesti protourbani e poi alla nascita di città e stati. In molti casi si tratta di traiettorie storiche che si

interrompono e di fenomeni indotti.

La protostoria europea è caratterizzata da una tendenza intrinseca, un processo di sviluppo

prevalentemente socio-economico che nelle sue grandi linee risulta essere tendenzialmente unitario (Grecia

esclusa), ma che non si svolge parallelamente in tutto il continente e che non può essere inteso come

strettamente univoco. La durata di questo fenomeno è in massima parte racchiusa entro 1500 e 2000 anni e

comprende tutta l’età del bronzo (2300/2220-800 a.C.; in Italia 2300/2220-950 a.C.) e una porzione variabile

dell’età del ferro a secondo delle varie aree del continente Europeo (FIGG.2-3).

In questo breve arco di tempo le società umane da un’organizzazione socioeconomica, composta in

buona parte ancora da comunità non molto estese (nell’ordine di alcune decine o al più poche centinaia di

abitanti), organizzate su base essenzialmente parenterale, con una differenziazione sociale poco articolata e

con un’organizzazione territoriale tendenzialmente poco strutturata (sebbene almeno dal neolitico recente

esistano evidenti eccezioni) passano a società che alla fine del processo risultano essere demograficamente

molto più consistenti (talvolta nell’ordine di alcune migliaia di abitanti), con un’economia che presenta forme

di specializzazione del lavoro, un’organizzazione sociale molto più articolata, differenziata e strutturata non

solo su base parenterale, con un assetto politico che prevede forme di gerarchia sia all’interno che all’esterno

delle comunità e centri abitati che assumono in certe aree caratteristiche propriamente protourbane, fino ad

arrivare alle soglie delle società storiche caratterizzate dalle città e dallo Stato. Di questo processo economico e

sociale si interessa specificatamente la protostoria Europea.

Per uno sviluppo così grandioso 2000 anni non sono molti. Troppo pochi anzi, se volessimo pensare ad un processo

di tipo evolutivo, ad una deriva insensibilmente graduale. Tutto suggerisce invece che si sia trattato di uno sviluppo

dialettico, nel quale ai modelli già affermati di organizzazione sociale si contrapponevano i nuovi modelli che si andavano

prefigurando (Peroni 1996 e 2004). La Protostoria europea si configura quindi come un periodo di forte

accelerazione dello sviluppo socio economico e delle forme di organizzazione politica delle comunità. Questo

processo tuttavia si compie in modi e tempi che non sono eguali. Accanto ad aree e situazioni dove si svolge

nella sua interezza in modo relativamente uniforme, ve ne sono altre che presentano sviluppi precoci e

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successivi interruzioni, o altre in cui l’organizzazione sociopolitica propria della protostoria viene superata

solo con l’arrivo della conquista romana o addirittura, nelle aree non interessate dalla conquista romana, nel

medioevo. Per fare alcuni esempi le società celtiche descritte da Polibio o Cesare nel De Bello Gallico, per

quanto molto avanzate, sono ancora da considerare come protostoriche, così come quelle di cui parla Tacito nel

suo Germania. Egualmente si può affermare che in Scandinavia la definitiva entrata nella storia sia avvenuta

con l’affermazione del dominio dei Vichinghi.

Si può dunque affermare che gran parte della Protostoria Europea, se considerata nel suo insieme, ha

avuto con la Storia un rapporto duplice: da un lato ne è il presupposto, dall’altro società protostoriche hanno

convissuto e avuto rapporti di varia natura, spesso anche intensi, con società già pienamente storiche. Così è

stato per esempio fra Italia e Mondo Egeo durante la media e recente età del bronzo, fra Etruschi e altre

popolazioni italiche non ancora urbanizzate nell’età del ferro, fra Greci e Sciti, fra Romani e Celti.

a.C. inizio fine

Antica età del Bronzo 2200-1700 1700/1650

Bronzo Antico

Media età del Bronzo 1700/1650 1325/1300

Bronzo Medio

Bronzo Tardo Età del Bronzo Recente 1325/1300 1200/1150

Bronzo Recente

Età del Bronzo Finale 1200/1150 950

Bronzo Finale

Primo Ferro Primo Ferro 1 950 850/825

Primo Ferro 2 850/825 725

I diversi tempi del passaggio dalla Protostoria alla Storia in Europa

Tornando però al momento in cui ha inizio la protostoria, cioè con l’età del bronzo, ci si può domandare

perché dopo tanti millenni dominati da un’economia e società non particolarmente complessa si sia passati

con l’età del bronzo ad un mutamento così significativo.

Nonostante sviluppi differenziati l’Europa protostorica fu caratterizzata da un’intensa comunicazione

testimoniata dall’ampia diffusione di beni materiali. Inizialmente fu certo lo sviluppo della metallurgia del

bronzo, una lega che necessita di rame e stagno, a comportare un incremento notevolissimo degli scambi e

conseguentemente un ampliamento notevolissimo delle comunicazioni fra i gruppi umani stanziati nel

continente. Infatti l’acquisizione di una risorsa rara come lo stagno necessitava di scambi a lunga distanza e di

spostamenti di materia prima anche a migliaia di chilometri.

Già nell’età del rame si verificano alcuni importanti cambiamenti verso una maggiore complessità della

società. Il ritmo del cambiamento tuttavia, nel corso dei mille anni e più dell’età del rame, appare piuttosto

lento, e non sembra condurre in modo evidente verso forme più articolate di organizzazione sociale. Vi sono

evidenze assai diversificate, da una parte segni piuttosto evidenti di una progressiva enfatizzazione del ruolo

dei guerrieri, dall’altra evidenze più sfuggenti che non sembrano definibili come una tendenza verso una

articolazione più stabile delle società. Da questo punto di vista per l’Italia si possono ricordare, da una parte, le

testimonianze di statue stele e massi incisi o anche alcune tombe con evidente enfatizzazione del ruolo del

potere correlato al ceto guerriero e alla sfera simbolico-religiosa, dall’altra la carenza di abitati che possano far

presupporre l’esistenza di gruppi numericamente piuttosto limitati, per lo più definibili entro alcune decine di

individui e probabilmente associabili a strutture di parentela, quali lignaggi con differenziazione sociale

interna ancora non del tutto stabile.

Nel corso dell’età del bronzo invece, non solo continua il processo di differenziazione della società, ma

tale processo si fa più incalzante, conducendo nel corso del periodo a forme sempre più complesse, fino alle

società marcatamente stratificate del Bronzo tardo (con manifestazioni particolarmente evidenti nel sud Italia)

e poi alle società protourbane che si sviluppano intorno al passaggio con la prima età del ferro (soprattutto in

Etruria). Il motore primario di questo cambiamento è certamente da rintracciare nell’enorme aumento degli

scambi determinato dall’ampliamento della produzione metallurgica e dall’uso sistematico dello stagno per la

produzione di oggetti in lega di bronzo. Questa estensione dei traffici a lunga distanza ha interessato in primo

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luogo anche le civiltà dell’Egeo (micenei e minoici) e del mediterraneo orientale, il rapporto con le quali ha

evidentemente avuto un ruolo non secondario nelle trasformazioni avvenute nel corso del II millennio a.C.

La produzione e il ruolo socio-economico del bronzo

Uno dei cambiamenti più importanti di ordine tecnologico è quello che dà il nome al periodo, ovvero la

scoperta della lega di rame e stagno, con cui si ottiene il bronzo. L’aggiunta di stagno al rame consente da un

lato di abbassare la temperatura di fusione e di fluidificare il metallo durante la fusione (lo stagno ha una

temperatura di fusione molto bassa) e dall’altro di ottenere dei manufatti più resistenti. Ciò comporta sia un

più accentuato sfruttamento minerario alla ricerca dei minerali di rame e stagno, sia una crescita esponenziale

dei traffici volti a ottenere le materie prime. Al fine di aumentare la produzione di rame si adottano tecnologie

estrattive più sofisticate, che consentano di ricavare il rame anche dai solfuri (come la calcopirite, in realtà

utilizzati già precedentemente), più diffusi rispetto agli ossidi, ai carbonati e al rame nativo ma più difficili da

sfruttare. In Italia senza dubbio divengono importanti le risorse minerarie del Trentino-Alto Adige, delle

Colline Metallifere e dell’Elba in Etruria, della Sardegna, forse della Calabria centrale e della Sicilia nord-

orientale, della Liguria, già almeno in parte utilizzate nella precedente età del rame, dell’Appennino tosco-

emiliano. I minerali contenenti stagno (come la cassiterite) sono invece molto rari, sia in Italia che in generale in

Europa, e dunque lo stagno diviene un materiale estremamente raro e prezioso, oggetto di scambi anche a

distanze lunghissime. E'il caso ad esempio dello stagno della Boemia che doveva travalicare le Alpi, o della

Cornovaglia e Bretagna, che veniva commerciato probabilmente attraversando verso sud la Francia.

Il fatto che il bronzo divenga ricercato e oggetto di scambi ne fa anche un materiale considerato prezioso,

con il quale fabbricare anche ornamenti e altri oggetti di pregio con cui sottolineare il possesso di un alto status

sociale. Esso inoltre diviene un mezzo fondamentale di accumulazione del valore economico, sia come mezzo di

scambio, dato che scambiando pezzi di bronzo si poteva probabilmente ottenere ogni genere di beni, sia come

mezzo di tesaurizzazione, considerando che il metallo è un bene non deperibile e dunque conservabile

indefinitamente, a differenza di altri beni pur molto importanti come i prodotti agricoli e il bestiame. Non è da

trascurare inoltre il fatto che il metallo può essere occultato agevolmente.

Tale nuovo ruolo del bronzo si riflette almeno in parte nel fenomeno dei ripostigli, accumuli di

manufatti, o frammenti, o lingotti di metallo, che non a caso si diffondono ampiamente in Europa a partire dal

Bronzo antico (v. più avanti). E'da precisare che i ripostigli possono essere interpretati sia come accumuli di

metallo da riutilizzare per scambi con altri beni o per la rifusione, dunque come vere e proprie riserve economiche,

sia come depositi votivi, ovvero come offerte di beni alla divinità. Quasi sempre non è facile decidere quale sia

l’interpretazione esatta; a proposito dei depositi votivi va considerato da un lato che non è escluso che tali

offerte potessero essere a volte anche recuperate in caso di necessità, mantenendo dunque anche una funzione

economica, e dall’altro che, anche nel caso di offerte non recuperabili (come certamente erano ad esempio

quelle gettate nelle paludi o nei corsi d’acqua), la "distruzione" o deposizione votiva di un insieme di beni di

grande valore poteva costituire fonte di grande prestigio per chi ne era esecutore o promotore, e rappresentare

dunque un’occasione per accrescere il proprio status e conquistare posizioni socio-politiche vantaggiose.

Questi scambi però non si limitarono alla materie prime ma interessarono anche beni e manufatti che

circolarono assiduamente (basti pensare ad esempio all’ambra che giungeva nel mediterraneo dal mare del

Nord). Ciò determinò una fortissima circolazione di persone, di know - how e di idee. Mentre in Europa le

società dell’età del bronzo sono coinvolte in intensi fenomeni di modificazione dell’assetto sociale e politico in

Egeo e nel Mediterraneo orientale sono presenti grandi Civiltà storiche con un livello di sviluppo assai più

progredito, Egizi, Hittiti e soprattutto il mondo Minoico e Miceneo (FIG.4-7). I contatti con queste civiltà, più o

meno intensi a secondo dei periodi e delle aree, dovettero esercitare un effetto di stimolo e in taluni casi di

spinta al cambiamento. La testimonianza degli intensi scambi economici, che comportarono contestualmente

la diffusione di conoscenze, ideologie, mode culturali, è dato dall’ingente quantità di reperti micenei o di

imitazione trovati soprattutto in Italia e al ritrovamento di relitti navali affondata, come quello trovato

nell’Egeo, ma in acque Turche, di Ulu Burun (FIGG.8-11) che conteneva una quantità notevolissima di beni

economici tra cui anche reperti chiaramente provenienti dall’Italia (spada tipo Thapsos-Pertosa) Tuttavia non

sarebbe corretto immaginare un'Europa all’ombra delle grandi civiltà del Mediterraneo orientale e del mondo

preclassico e poi classico.

Anche sul piano ideologico possiamo affermare che vi sono evidenti rapporti interculturali fra le diverse

aree del continente europeo. Nessun “Omero barbaro” ha cantato le gesta dei guerrieri dell’Europa

protostorica, ma il ritrovamento di panoplie di armi, di elementi di carri da guerra, di servizi e di beni di lusso

all’interno di sepolture di guerrieri, di raffigurazioni che esaltano la figura del guerriero, di elementi simbolici

che si rifanno a forme di religiosità e miti comuni, dimostrano come in realtà vi fosse in Europa una società a

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base guerriera ed eroica con élites che mostrano un consistente grado di affinità simbolico/culturale,

chiaramente individuabile nei resti archeologici e in particolare in alcuni oggetti che ne rappresentano lo

status, come le armi (soprattutto la spada), i servizi di vasellame ceramico e soprattutto metallico, i carri

(FIGG.12-20). Importante è poi l’affermazione, soprattutto a partire dai secoli centrali del II millennio a.C. di

forme di status sociale riconosciuto per le donne, per le quali l'appartenenza ad uno ceto elevato è

rappresentato soprattutto dal possesso di ricche parure di oggetti d’ornamento in bronzo e ambra (FIGG.

20-23). Status sociale che talvolta si estendeva ai infanti o adolescenti e che poteva coinvolgere anche soggetti

con malformazioni congenite o acquisite, a conferma che, almeno in certe situazioni, la pertinenza a ceti sociali

elevati travalicava la funzione pratica che l’individuo poteva assumere all’interno della comunità, ed era

piuttosto correlata al grado di parentela o di filiazione con l’élite.

Se in Europa meridionale le dinamiche storiche che sono proprie della protostoria rappresentano il

presupposto della formazione delle società di età storica, se in Europa centrale le società protostoriche hanno

sostenuto intensi rapporti con le società di età classica interagendo con esse, se in Europa settentrionale società

di tipo protostorico sono le antecedenti dirette delle società del medioevo nordico, alle quali riconosciamo la

fondazione delle prime forme di democrazia rappresentativa europea (sistemi di tipo parlamentare

rappresentativo dei vichinghi), dobbiamo allora riconoscere che quanto è avvenuto nei secoli dell’età del

bronzo e dell’età del ferro nel nostro continente rappresenta una parte non secondaria delle origini della nostra

civiltà europea.

Riassumendo le principali trasformazioni di carattere generale avvenute nel corso dell’età del bronzo

sono: 1. aumento demografico e del numero degli insediamenti, che divengono via via anche più stabili, estesi

e popolosi, e dotati di norma di difese naturali e/o artificiali;

2. processo di formazione di una società stabilmente differenziata, dominata da un’élite guerriera,

progressiva articolazione che include nella élite anche figure sociali collegate ai guerrieri, come le donne di

rango, tendenza alla trasmissione del rango sociale per via ereditaria;

3. crescente volume di scambi a lunga distanza di materie prime e di beni, sia dalle evolute civiltà

dell’Egeo verso l’Europa, sia dall’Italia verso l’Egeo, sia infine dall’Europa centrale e settentrionale verso sud;

4. continua crescita delle produzioni artigianali, dal punto di vista sia quantitativo, sia qualitativo (aumento della

gamma dei prodotti, e progressiva introduzione di miglioramenti tecnologici, come la lavorazione del bronzo

laminato, e in alcune aree del sud Italia la lavorazione al tornio della ceramica).

I tempi della Protostoria in Europa

Uno degli aspetti che differenzia la Protostoria europea dalla Preistoria è una maggiore definizione della

cronologia, e dunque una maggiore possibilità di individuare i mutamenti intervenuti nel tempo.

In alcuni ambienti si ritiene che l’elaborazione cronologica sia una pratica eccessivamente perseguita

nell’ambito della protostoria, quasi una forma maniacale degli studiosi di protostoria. Ma come si è detto la

protostoria si svolge in un tempo molto limitato con dei cambiamenti molto veloci. Pertanto per poter

comprendere la successione, il significato e l’entità dei cambiamenti abbiamo bisogno di un sistema

cronologico il più possibile raffinato. Anche in Protostoria (come in Preistoria) la costruzione di sequenze

cronologiche si basa su un doppio binario. In primo luogo è necessario definire la cronologia relativa,

attraverso la quale è possibile determinare la maggiore o minore antichità di contesti e materiali senza però

poter attribuire una datazione in termini di anni o secoli. La cronologia relativa si ottiene per esempio

attraverso le serie stratigrafiche degli scavi, o anche attraverso seriazioni di contesti chiusi quali ad esempio

necropoli, strati di breve durata, ripostigli. In questo caso la definizione di cronologie relative si ottiene a

seguito di una serrata classificazione tassonomica dei reperti che caratterizzano i diversi contesti chiusi. Se ad

esempio all’interno delle tombe di una necropoli riconosciamo tre diverse serie di reperti attribuibili alle stesse

funzioni ma di tipi stilisticamente diversi (ad esempio fibule, ornamenti e vasellame) che ricorrono in tre

gruppi di tombe diverse, possiamo ipotizzare che tale differenza sia determinata da diverse cronologie relative

delle tre serie tipologiche. Per spiegare tale concetto si immagini di porre a confronto le serie di oggetti

contenuti in tre diverse case una del XIX secolo, una degli anni 50 del novecento, ed una attuale. Per

contrapporli ed evidenziare le diversità è necessario però che i contesti siano “chiusi”, sarebbe infatti molto

più difficile datare un contesto (poniamo una casa) che ha continuità di vita dal XIX secolo ad oggi, e che

dunque contiene oggetti di tutti i periodi.

È evidente che una volta classificati gli oggetti presenti nei tre contesti chiusi si vedrà che ci sono serie di

oggetti funzionalmente simili (poniamo stoviglie, bicchieri, posateria, pentole, sedie, armadi ecc.)

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stilisticamente diversi. Per evidenziare tali differenze e contrapporre le sere tipologiche dei contesti saranno

utili oltre alla necessaria e prioritaria classificazione sistematica, anche una serie di metodi di carattere

statistico combinatorio, quali le cd. tabelle di seriazione o associazione o anche “cluster analysis” (FIGG.

24/31).

Per ottenere una datazione più o meno precisa (cioè espressa in anni o secoli) è necessaria la cronologia

assoluta che si ottiene in vari modi (FIGG.32/34). Il primo, di ambito fisico-chimico è il ben noto Carbonio-14

(o 14 C) che può essere applicato a qualsiasi resto organico. Scoperto nel 1949 da Willard Libby il metodo si

basa sul fatto che atomi di carbonio-14 decadono nel tempo raggiungendo il 50% della quantità originaria

dopo 5730 anni. Con l’utilizzo di particolari tecnologie (accelerator mass spectrometry AMS) si possono ottenere

datazioni fino ad 80000 anni fa. Più recentemente si è scoperto che il decadimento del 14 - C non è costante nel

tempo. Prima del 1000 a.C. infatti tutti gli organismi viventi erano esposti a concentrazioni maggiori di 14C,

quindi è evidente che la quantità residua radiocarbonica risulta maggiore, producendo date più recenti di

quelle reali. Grazie al confronto tra datazioni radiocarboniche e dendrocronologia, che permette datazioni

molto precise è stato possibile proporre una curva di calibrazione che consente di ristabilire con

approssimazione la cronologia specifica. Le datazioni effettuate con questo metodo hanno il pregio di poter

essere effettuate quasi sempre (in ogni scavo sono presenti resti organici per es. ossa, semi,. carboni), ma hanno

un largo margine di fluttuazione (le date sono comprese entro range piuttosto ampi, a volte di alcuni secoli,

soprattutto se sottoposte a calibrazione) e dunque spesso sono relativamente utili perché esistono metodi di

datazioni più precisi.

Il secondo, di ambito naturalistico, è la dendrocronologia. Differentemente dal 14C la dendrocronologia,

che si basa sul conteggio degli anelli di alberi, è molto precisa, giungendo ad un grado di precisione

all’anno.Tuttavia è di più difficile applicazione per due ordini di motivi. In primo luogo la reperibilità di

alberi, sotto forma di pali o assi lignee ben conservati, è rara e si limita in Europa a contesti prevalentemente

lacustri o comunque di ambiente umido (come ad esempio le palafitte). Dunque, differentemente dal 14C la

dendrocronologia può essere applicata più raramente. Inoltre per ottenere una datazione è necessario che

siano state realizzate delle curve dendrocronologiche continue da una data nota (in genere l’oggi) indietro nel

tempo. Il sistema si basa infatti su un principio elementare. Nello stesso ambito geografico (inteso come area

climatica) gli anelli di accrescimento degli stessi alberi saranno analoghi. Per l’Europa ci si basa sulla quercia la

quale come è noto ha una vita secolare. Tuttavia un solo albero non può avere avuto una vita millenaria

(differentemente da alcune conifere del Nord America), dunque è necessario avere a disposizione una serie di

alberi che consentano almeno una parziale sovrapposizione cronologica (FIG.24) Quando non si hanno curve

dendrocronologiche continue (come ad esempio in Italia) è possibile ricorrere ad un metodo integrato fra 14C e

dendrocronologia, noto come wiggle matching, il quale è comunque in grado di fornire date piuttosto precise,

con scarti compresi generalmente entro i 10/15 anni.

Il terzo metodo è eminentemente archeologico e si basa sul concetto di datazione incrociata (o cross dating).

Per applicare tale metodo è necessario che un contesto (per es. una tomba o uno strato di un abitato) contenga

reperti che possono trovare stringenti confronti con contesti datati, soprattutto con ambiti che sono dotati di

cronologia calendariale (per es. l’Egitto) o che sono correlati con tali ambiti. Un esempio molto noto riguarda la

ceramica micenea o di tipo miceneo presente in Italia fra XVII e XII secolo a.C. La cronologia della ceramica

micenea è relativamente precisa, in quanto numerosa ceramica micenea di importazione è stata trovata in

contesti egiziani datati grazie alla cronologia calendariale delle dinastie. Dunque se un vaso miceneo è stato

trovato in Egitto, per es. in una tomba del periodo di Tutankhamon, possiamo dire che esso era in uso tra il

1330 e il 1320 ca. Se quello stesso tipo di vaso miceneo viene trovato anche in uno strato o in una tomba

dell’età del bronzo italiana possiamo ipotizzare che questo contesto sarà con ogni probabilità databile

all’incirca allo stesso periodo. Poniamo ora che nel contesto italiano siano presenti, oltre al vaso miceneo,

anche delle armi in bronzo, dello stesso tipo trovato anche in Europa centrale. È probabile che anche questi

contesti dell’Europa Centrale siano databili allo stesso momento cronologico.

Naturalmente il sistema della datazione incrociata può essere usato anche in presenza di un contesto

datato su base dendrocronologia (o con il 14C). Poniamo ad esempio che in una palafitta della Svizzera siano

presenti alcuni oggetti in bronzo di tipi che si trovano anche in Italia settentrionale. La palafitta Svizzera,

essendo datata dendrocronologicamente, risulta avere una vita compresa fra il 1618 e il 1555 a.C. È

conseguentemente molto probabile che anche i contesti italiani, nei quali sono stati trovati gli stessi tipi di

bronzi, siano databili allo stesso periodo. Se poi in questi contesti sono presenti oggetti che si confrontano

anche con l'Italia meridionale, allora è possibile estendere la datazione della palafitta svizzera anche a questi

ultimi contesti.

La rete di relazioni costruita con i confronti e le datazioni incrociate è molto estesa e dunque è stato

possibile costruire delle cronologie comparate fra le diverse periodizzazioni dei vari ambiti europei e l’Egeo. In

particolare per l’Italia, soprattutto per il Bronzo Medio e Recente, risulta particolarmente significativa la

sequenza cronologica del Tardo Elladico (o Miceneo) che avendo correlazioni con la cronologia calendariale

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egizia è ben conosciuta e articolata. Per il Bronzo Antico e per il Bronzo Finale sono invece significative alcune

correlazioni con l’area centro-europea, mentre per la fase più avanzata della prima età del ferro tornano ad

essere importanti i contatti con l’area della Grecia (FIGG.36/38).

Fine anno Grecia ed Egeo Italia Europa Centrale Nord Europa

a.C.

2300-2200

2000-1900 Protoelladico III (EHIII) Bronzo Antico 1 (BA1) Bronzo A1 (Bz A1)

ca. 1650 Mesoelladico (MH) Bronzo Antico 2 (BA2) Bronzo A2 (Bz A2) Early Bronze Age I

Tardo Elladico I (LHI) Bronzo Medio 1 (BM1)

1550 Bronzo B1 (Bz B1)

Bronzo Medio 2 (BM2) Bronzo B2 (Bz B2) Early Bronze Age II

1450 Tardo Elladico II (LHII)

Tardo Elladico IIIA (LHIIIA) Bronzo Medio 3 (BM3) Bronzo C (Bz C)

1330-1300 Tardo Elladico IIIB (LHIIIB) Bronzo Recente (BR) Bronzo D (Bz D) Early Bronze Age III

ca. 1150 Tardo Elladico IIIC (LHIIIC) Hallstatt A (HaA)

Bronzo Finale (BF)

950-925 Protogeometrico (EG) Hallstatt B1 (Ha B1) Late Bronze Age IV

Primo Ferro 1 (PF1) Hallstatt B2 (Ha B2) Late Bronze Age V

Antico Geometrico (EG)

850-825 Medio Geometrico I (MGI)

Medio Geometrico II (MGII) Primo Ferro 2 (PF2) Hallstatt B3 (Ha B3)

730-725 Tardo Geometrico I (LGI) Hallstatt C (HaC) Late Bronze Age VI

500

Principali tipi di fonti archeologiche per la Protostoria

(CFR ANCHE PERONI, INTRODUZIONE ALLA PROTOSTORIA ITALIANA, PP. 11-24)

Esempi

INSEDIAMENTI: Palafitte (FIGG.39/41), Terramare (FIGG.42/45), Castellieri (FIG.46-49), Abitati di

altura su pianori naturalmente difesi (50-55), Insediamenti isolani naturalmente difesi (FIG.-56-57), Nuraghi

(FIG.58).

Planimetrie di insediamenti e di abitazioni da Barca, Palafitta Fiavè VI, Palafitta di Unterhuldingen,

Terramara di S. Rosa di Poviglio, S. Marco, Terramara di Montale ricostruzione, Filicudi - Capo Graziano,

Lipari - Acropoli, Terramara di Montale case, Nola, Scarceta, Pantelleria - Mursia, Thapsos - capanna circolare,

Scarceta, Sorgenti della Nova, Luni sul Mignone, Scoglio del Tonno, Pantalica Anaktoron, (FIGG.59-96).

LUOGHI DI ATTIVITÀ PRODUTTIVE: Fornace per ceramiche di Basilicanova (FIG.97) aree di attività

metallurgica da Castellaro del Vho e Montale (FIGG.98-104).

LUOGHI DI CULTO E DEPOSIZIONI CULTUALI: deposizione cultuale del disco di Nebra (FIGG.

105-106) ; Spade da fiumi: Germania, Italia settentrionale, Italia Centrale, Pila del Brancon (FIGG.107-113) ;

Spade da vette: Alpe di S.Giulia e M.Cimone (FIGG.114)

SEPOLCRETI: inumazioni in fossa di Olmo di Nogara (FIGG.115-116) ; tipi di sepolture (FIGG.117-122) ;

tombe rupestri monumentalizzate da Castelluccio (FIG.123) e domus de Janas in Sardegna (FIG.124) ipogeo

collettivo di Trinitapoli (FIGG.125-128) ; tombe a recinto monumentali con ciste da Monte Orcino, Dolmen,

Tombe a pseudo tholos; tombe dei Giganti Sarde (FIGG.129-135) 1necropoli ad incinerazione di. Casinalbo

(FIGG.136-139) necropoli laziali BF 1-Fe1 (FIGG.140-143);

RIPOSTIGLI: Savignano (FIG.144), Baragalla (FIG.145), Ripatransone (FIG.146), pugnale a manico fuso

da ripostiglio dell’area alpina (147) ;Ripostiglio dell’età del bronzo antica dalla Germania (FIG.148) Gualdo

Tadino (FIGG.149-150); Carro di Trundholm - Danimarca (FIG.151) Coste del Marano, (FIGG.152-154).

FIGURAZIONI RUPESTRI: Kivik (FIG.155).

RINVENIMENTI SPORADICI pagina 54 di 101

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Etnografia protostorica d’Europa

Con questo termine si intendono le fonti non direttamente archeologiche, derivate da fonti scritte

generalmente di età più recente e solo talvolta contemporanee. Una fonte scritta riferibile ad una società

protostorica è naturalmente data da una condizione di disparità fra il narratore (il quale vive in società di età

storica) e la situazione che descrive (che invece è ancora protostorica) Un esempio molto evidente in questo

senso è la descrizione di Erodoto (scrittore greco del V secolo a.C.) degli Sciti, popolo dell’Europa Sud

Orientale che viveva in una situazione economica e socio-politica di tipo protostorico, oppure i testi egizi che

parlando dei popoli del mare indicano l’esistenza di gruppi etnici viventi con ogni verosimiglianza in Europa

e in particolare in Italia. Tra la documentazione non strettamente di tipo archeologico si possono ricordare:

Fonti scritte (letterarie ed epigrafiche) risalenti all’antichità

• Evidenze linguistiche (comparazioni tra le lingue indoeuropee, tramandateci da fonti antiche o

recenti, o tuttora viventi - toponomastica)

Evidenze storico-religiose (comparazioni tra le religioni indoeuropee, tramandateci dalle fonti antiche

e altomedievali)

2 e 3 sono oggetto di discipline autonome (Linguistica e Storia delle religioni) distinte dalla Protostoria

con cui occorre confrontarsi in sede interdisciplinare; mentre lo studio di 1 e la sua correlazione con le fonti

archeologiche spetta al protostorico.

Fonti scritte antiche coeve alla Protostoria

Si tratta in particolare di testi letterari ed epigrafici relativi soprattutto a nomi e vicende di popoli.

Fanno parte di questo raggruppamento di fonti i testi egiziani del Nuovo Regno e i testi Hittiti. Per es.:

Ramsete II (1290-1224), iscrizioni di Tebe, Abido e Abu Simbel; Papiri della battaglia di Qadesh (1284).

La potenza dell’Egitto tesa a riconquistare territori in area siro-palestinese deve confrontarsi con la

potenza dell’impero Hittita al cui apice in questo momento è il re Muattalli. Nello scontro fra Hittiti, che

comprendevano venti stati alleati, ed Egiziani a Qadesh, non vi furono vincitori e vinti, benché la propaganda

di Ramsete II presentò l’evento come una grande vittoria degli Egiziani. Più tardi impero Hittita e Egizio

saranno alleati (alleanza suggellata dal matrimonio di Ramsete II con la figlia del sovrano hittita Khattusili.

Merneptah (1223-1204), iscrizioni di Tebe, Karnak, Stele di Israele e papiri; incursione nel delta 1218.

Il figlio e successore di Ramsete II, Merneptah, dovette far fronte a una situazione molto grave, che

toccava direttamente l’Egitto: il pericolo è alla frontiera occidentale ed è costituto dai Libi che fanno pressione

per entrare in Egitto e che portano con se anche truppe appartenenti ai “ popoli del mare”, le quali cominciano

ad affacciarsi nella scena mediterranea. Tra questi gli Shardana, interpretati come Sardi, gli Shakalasca (Siculi)

gli Akauash o Aqajavas (Achei), i Luka (Lici), i Tursha (i Tirreni cioè Etruschi).

Una spada a codolo del Bronzo Recente con cartiglio del Faraone Merneptah è stata trovata ad Ugarit

(FIG.156). Si tratta di un tipo frequente in Italia (tipo Terontola), ciò potrebbe far pensare alla presenza di

mercenari provenienti dall’Italia nell’ambito del più vasto fenomeno dei popoli del Mare (FIG.)

Ramsete III (1183-1152), iscrizione di Mendinet Habu (tempio funerario) ; spedizione in Asia contro i

“popoli del mare” che hanno distrutto il regno Hittita, 1175.

Durante il regno di Ramesse III, che può considerarsi l’ultimo grande faraone del Nuovo Regno, il Delta

egiziano fu di nuovo in pericolo per gli attacchi dei Libi, ancora alleati con elementi dei “popoli del mare” e

per l’attacco nel delta orientale, da parte di orde di Popoli del Mare. I popoli citati sono gli stessi ma i gruppi

più importanti sono i Pulsata (Filistei), gli Zecker (i Teucri o Troiani) e i Danuna (i Danai (Greci)

Durante l’epoca ramesseide l’esercito egizio era formato anche da numerosissimi mercenari fra cui molti

erano Shardana e dopo Merneptah anche Libi.

Una conferma archeologica è data dal rinvenimento ad Ugarit di una Spada tipo Terontola propria

dell’Italia Centro-Settentrionale con cartiglio di Merneptah (FIG.107)

La comparazione cronologica fra gli eventi del mediterraneo orientale e in particolare dell’Egitto sono

possibili grazie all’opera di Manetone: Sacerdote e storico egiziano del III sec. a.C. Scrisse in greco una storia

dell’Egitto dalle origini mitiche fino al 323 a.C. Attinse ad archivi sacri nei quali erano registrate le dinastie dei

Faraoni di Egitto. La storia dell’Egitto antico fu da lui divisa in Antico, Medio e Nuovo Regno. La lista delle

dinastie che si erano succedute contemplava 30 diverse dinastie, classificazione ancora oggi usata dagli

egittologi.

Testi Hittiti: quelli particolarmente interessanti per la Protostoria Europea riguardano sempre il

periodo della presenza/invasione dei Popoli del Mare ai quali viene spesso attribuita addirittura la

distruzione della capitale del Regno Boghazköy e di Ugarit e Cipro.

Tavolette micenee (soprattutto da Pilo, Cnosso e Tebe). Forniscono notizie sull’organizzazione politica

ed economica micenea, ma anche altre di interesse più generale (divinità, scambi,allume di Aithalia). pagina 55 di 101

Archeologia Preistorica e Protostoria Prof. Andrea Cardarelli - Università Sapienza

Si ricorda che nel periodo, in parte coincidente con la data leggendaria della Guerra di Troia, e in parte

immediatamente successivo ad essa entrano in crisi i regni Micenei e le tavolette di Pilo ci testimoniano di una

forte preoccupazione per la sorveglianza costiera contro un nemico imminente.

Bibbia. Tempio di Salomone (X secolo). Argento portato dalle navi di Tartesso.

• Omero. È la più importante fonte della Protostoria Europea per la storia del costume e della mentalità

al di la della attribuzione ad uno o più autori e delle problematiche riferibili alle modalità di formazione dei

poemi. Rispecchia il mondo dell’età geometrica ma con reminiscenze precedenti in quanto i poemi sono

ambientati in epoca anteriore (XIII - inizio XII secolo a.C.). Iliade (IX sec): Notizie sui Traci e su altri popoli a

Nord della Grecia. Odissea (VIII): Siculi, Sicani, Temesa (Mente re dei Tafi va a cercarci il rame), Eolo a Lipari.

L’iscrizione di Pitecusa sulla famosa cd. coppa di Nestore dimostra che attorno alla metà dell’VIII sec. a. C. i

poemi omerici sono noti.

Esiodo (Fine VIII-VII sec.) Etiopi, Liguri, Sciti mungitori di cavalle, Latino re del Lazio.

• Fonti sulla protostoria della Magna Grecia e della Sicilia, Relative soprattutto a tempi mitici anteriori

alla guerra di Troia (da storici del VI-IV sec).

Ellanico di Mitilene o di Lesbo, storico siciliota del VI-V sec.: Ausoni o Siculi in Sicilia. L’evento risale

a tre generazioni prima della guerra di Troia; il conto delle generazioni considerando la cronologia della

guerra di Troia, secondo la più accreditata datazione fra il 1194 e il 1184 a.C. riporta alla prima metà del XIII

secolo a.C.

Il passaggio degli Ausoni in Sicilia venne a cadere secondo Ellanico in coincidenza con il 26° anno del

sacerdozio di Alcione nel santuario di Hera ad Argo. Lo stesso Ellanico scrisse un trattato di cronografia

intitolato appunto le “Sacerdotesse di Argo”, in cui l’elenco delle Sacerdotesse forniva uno schema cronologico

di riferimento per il succedersi dei più antichi eventi della storia greca. Sia lo scritto di Ellanico che l’elenco

delle Sacerdotesse sono andati perduti, ma la tradizione mitica ci dice che Alcione è la sorella di Euristeo

regnante ad Argo secondo un’altra tradizione mitistorica, quella di Castore da Rodi, a partire dal 1312 a.C.

Supponendo dunque almeno una parziale contemporaneità fra i due fratelli la datazione di Ellanico

tornerebbe ad essere riferibile ai primi decenni del XIII secolo a.C.

La tradizione di Ellanico appare criticamente accettabile, se pur con tutte le dovute precauzioni, in

quanto dopo la scoperta dell’archivio di tavolette nel palazzo miceneo di Tebe, si è potuta constatare una

indiscutibile continuità nell’ambito religioso fra mondo miceneo ed età classica, e si può ragionevolmente

immaginare che vi sia stata un’analoga continuità di culto nei santuari, dove forse non si perse mai l’usanza di

registrare (anche solo come tradizione orale) la successione delle Sacerdotesse. A questa fonte Ellanico

potrebbe avere avuto accesso, direttamente o indirettamente, attingendo a registrazioni successive.

Non sappiamo se Ellanico trovò riportato anche il parallelo fra l’arrivo degli Ausoni/Siculi in Sicilia

oppure abbia effettuato una ricostruzione sulla base di suoi conteggi, forse attingendo a tradizioni locali

estremamente dettagliate.

Tuttavia il caso di Ellanico è più unico che raro. Normalmente per le fonti antiche non è possibile

conoscere l’età della registrazione e l’accuratezza con cui furono tramandate.

Antioco di Siracusa (V sec.) Storia della Sicilia a partire dal mitico re Kokalo

• Filisteo di Siracusa (IV sec.) Storia della Sicilia

• Eforo di Cuma (IV sec.) Storie

• Timeo di Taormina (IV sec.) Storie della Sicilia

• Accenni occasionali in Aristotele, soprattutto nella Politica.

Storici del I sec a.C. - I sec. d. C.

(Compilazioni con riutilizzazione di fonti storiche più antiche)

Diodoro Siculo (I sec. a.C.)

A Diod. Sic. Si deve una delle tradizioni mitistoriche che presentano una conferma nei dati archeologici.

Il racconto è relativo all’arrivo degli Ausoni guidati da Liparo dalla penisola italiana alle isole Eolie. La città

che essi fondarono e l’isola presero il nome dal loro re (precedentemente le fonti ci dicono che si chiamava

Meligunìs).

Da questa fonte Luigi Bernabò Brea derivò la sua teoria sulla conquista di Lipari da parte di genti

provenienti dalla penisola che distrussero i villaggi della precedente fase del Milazzese (appartenente al

Bronzo medio 3) distribuiti sull’acropoli di Lipari e su varie isole delle Eolie, ricostruendo poi il villaggio solo

sulla acropoli di Lipari che rimane dunque l’unico centro che continua ad essere abitato

Diod. Sic. non ci dice però la data che Bernabò Brea ricava dalla tradizione di Ellanico di Mitilene (vedi

sopra), ponendola all’inizio del XIII secolo. Infatti secondo il Bernabò Brea è assai probabile che le due

tradizioni si riferiscano a fatti intimamente collegati. Siculi ed Ausoni sarebbero gruppi diversi di un unico

ceppo etnico, forse messo in movimento dalla spinta di altri popoli della penisola italiana. I risultati della

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ricerca archeologica dimostrano che proprio all’inizio del XIII secolo nelle isole Eolie avviene un repentino

cambiamento. I villaggi delle isole minori vengono distrutti violentemente e ha fine la cultura del milazzese

fiorita durante le fasi avanzate del Bronzo medio, mentre sul castello di Lipari, che è l’unico abitato rimasto in

vita, si insediano nuove genti portatori di una facies archeologica nettamente differente, del tutto assimilabile

al Subappenninico.

Strabone (I sec. a.C.) Geografia

• Dionisio di Alicarnasso (I sec. a.C./I sec. d. C.) Antichità romane.

Fra le varie notizie fornite da Dionisio che aveva una visione ellenocentrica ve ne sono varie da riferire

alla protostoria. Una in particolare riguarda l’Italia meridionale:

“Gli Arcadi, primi fra gli Elleni, attraversato l’Adriatico si stanziarono in Italia, condotti da Enotro, figlio di

Licaone, nato 17 generazioni prima della guerra di Troia (circa XVII secolo a.C.). Era con lui della spedizione, Peucezio,

suo fratello. Peucezio dunque sbarcò al di sopra del promontorio Japigio (Salento), nel primo luogo d’Italia dove aveva

toccato terra, e vi fece stanziare le sue genti; e da lui gli abitanti di quella regione presero il nome di Peucezi. Enotro

invece, portando con sé la maggior parte della spedizione giunse all’altro mare, quello che bagna le regioni occidentali

d’Italia. Questo si chiamava allora Ausonio, dagli Ausoni che abitavano sulle sue rive; ma dopo che i Tirreni stabilirono la

propria egemonia marittima prese il nome che porta tuttora.

E trovate colà molte terre adatte sia al pascolo che alle colture agricole, ma per la maggior parte deserte, e poco

popolose anche quelle che erano abitate, ne liberò alcune parti dai barbari, e fondò sulle alture piccoli centri abitati vicini

gli uni agli altri, secondo la forma di insediamento consueta tra gli antichi. E la regione occupata, che era vasta, fu

chiamata Enotria, ed enotrie tutte le genti su cui egli regnò.”

Secondo l’analisi condotta da Peroni il passo di Dionisio contiene evidenti costruzioni a posteriori; lo

stesso nome degli eroi mitici fondatori sarebbero frutto di una ricostruzione successiva, come anche il

riferimento a Licaone e alla venuta dalla Grecia (quest’ultima peraltro era l’aspetto che politicamente forse

interessava maggiormente Dionisio). Tuttavia Peroni ritiene che altre parti del racconto abbiano un fondo di

verità che trova un riscontro nelle evidenze archeologiche. In primo luogo la cronologia che riferisce gli

avvenimenti alxVII secolo a.C. momento in cui effettivamente nelle aree dell’Italia meridionale si riscontrano

significativi cambiamenti di insediamento e una importante crescita demografica. In altre parole il racconto

riportato da Dionisio potrebbe aver raccolto (e rielaborato?) una tradizione greca a sua volta raccolta da fonti

orali. Ma l’aspetto più importante sottolineato da Peroni è la coincidenza con il modello insediamentale

descritto da Dioniso, ovvero la nascita di molti centri di altura vicini, aspetto che come è noto coincide con il

passaggio dal Bronzo Antico al Bronzo medio.

Sempre legata alla tradizione mitica riguardante gli Enotri è una notizia fornita da Aristotele il quale

racconta che “ Italo, re degli Enotri, che da lui in seguito presero il nome di Itali, come pure venne chiamata

Italia tutta la regione da loro abitata, quella propaggine delle coste europee delimitata a Nord dai golfi di

Squillace e di S. Eufemia Lamezia, così vicini fra loro che distano solo una giornata di cammino. Di questo

Italo dicono che abbia fatto degli Enotri, di nomadi che erano, degli agricoltori stabili, e che abbia imposto loro

nuove leggi, istituendo tra l’altro per primo le sissizie ( = riserve alimentari collettive e pasti in comune) ”.

Secondo Peroni al di là degli stereotipi quali i nomadi che passano ad agricoltori e la figura del grande

legislatore, il fatto importante risulta essere quello dell’istituzione delle sissizie, fatto che archeologicamente

potrebbe essere comprovato dalla presenza a partire dal Bronzo recente di testimonianze di accumulo di

derrate alimentari (per es. magazzini di Broglio di Trebisacce e grandi dolii).

Fonti sulla protostoria dell’Italia centro-settentrionale

Diodoro Siculo: vedi sopra

• Strabone: vedi sopra

• Dionisio di Alicarnasso: vedi sopra

• Livio: (59 a.C. - 17 d. C.) importante fra l’altro per il racconto sulle migrazioni celtiche in Italia ed

Europa all’inizio del VI secolo (non del IV). Migrazione di Segoveso e Belloveso, celtizzazione dell’Italia

settentrionale (confermata da rinvenimenti archeologici e testimonianze epigrafiche)

Varrone: (116 - 27 a.C.) popolazioni italiche

• Altri vari: ad esempio Velleio Patercolo (I sec. d. C.) Capua, e Plinio (I sec. d. C.)

Fonti sulla geografia ed etnografia dell’Europa Protostorica

Ecateo di Mileto (fine VI - inizi V a.C.), Periegesi della terra: Europa, frammenti conservateci

soprattutto dal lessico di Stefano di Bisanzio (V secolo d. C.). Notizie importanti soprattutto sulle coste

adriatiche e sulla Gallia (Celti) “ Massilia città della Ligystica, nella vicinanza della Celtica” pagina 57 di 101

Archeologia Preistorica e Protostoria Prof. Andrea Cardarelli - Università Sapienza

Erodoto di Alicarnasso (morto attorno al 424 a.C.): vero e proprio trattato di etnografia su Sciti e

popoli vicini

Erodoto fornisce anche molte notizie sulle regioni balcanico - danubiane: SCITI, Traci e Geti, Illiri ecc.

Siginni nella pianura pannonica al di là del Danubio. Umbri (Nord Italia), Celti. Unica descrizione di una

palafitta (lago Prasiade)

Tucidide (morto poco dopo il 404 a.C.), era sposato con una donna tracia, la sua stessa famiglia era di

origine tracia. Proprietario di una miniera d’oro. Importantissimo corpus di notizie sui Traci. Interessantissimo

il confronto con Erodoto per la rapidissima evoluzione nel senso della nascita di una formazione statale.

Fonti tarde su Celti e Germani

Polibio di Megalopoli (II sec. a.C.). Importanti notizie sui Celti d’Italia e d’oltralpe nel III sec.

• Posidonio di Apamea (II sec. a.C.) Grandissimo etnografo, viaggi di studio in Europa occidentale e

geniale intuizione: i celti di oggi sono come i greci di Omero. Opere perdute: le sue osservazioni su usi e

costumi dei Celti riutilizzate poi da Cesare.

Livio

• Cesare (I sec. a.C.): De Bello Gallico Notizie dettagliatissime sui Celti riprese in gran parte da Posidonio,

ma in parte anche aggiornate, sembrano rispecchiare due situazioni distinte: la prima, ancora vicina a quella

descritta da Polibio; la seconda più evoluta; rapida evoluzione nel senso della nascita di una formazione

statale e di una società di classi. Notizie importanti anche su Germani, Elvezi ecc.

Tacito (I sec. d. C.) Germania. Opera dettagliatissima, situazione più evoluta di quella vista da Cesare.

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ETÀ DEL BRONZO VEDI FIGURE IN FILE POWER POINT PROTOSTORIA 2

L’articolazione cronologica dell’età del bronzo

Antica Età del Bronzo BA1 2300/2200 1950

Bronzo Antico BA2 1950 1700/1650

Media Età del Bronzo BM1 1700/1650 1600/1550

Bronzo Medio BM2 1600/1550 1350/1300

Bronzo Età del Bronzo Recente BR1 1330/1300 1250

Tardo Bronzo Recente BR2 1250 1200/1150

Età del Bronzo Finale BF1 1200/1150 1150/1100

Bronzo Finale BF2 1100/1050 1050/1000

BF3 1000 950

La cronologia: sistemi di datazione assoluta

Il sistema cronologico della protostoria italiana ed europea è strettamente correlato alla cronologia del

mondo Egeo e all’Europa Centrale (FIGG.2-3). Questa triangolazione fra Grecia, Italia ed Europa Centrale ha

precise motivazioni legate ai rapporti fra queste diverse aree, più o meno intensi a secondo dei periodi e delle

zone. Il mondo Egeo soprattutto risulta essere in contatto con l’Italia. Italia e Centro Europa sono a loro volta

in contatto, mentre il Danubio rappresenta un altra direttrice che lega il mondo Egeo con l’Europa danubiana e

centrale.

La cronologia dell’Egeo a partire dalle fasi più avanzate dell’Antico Elladico o Protoelladico I sono

correlate con le cronologie egiziane e anatoliche e quindi godono di datazioni incrociate dirette con ambiti

dotati di cronologia calendariale, grazie in particolare all’opera di Manetone. Gli intensi rapporti documentati

da materiali egei o di tipologia egea (soprattutto vasellame) presenti in Italia consente di avere un buon

aggancio con la cronologia egea a partire almeno dal Bronzo Medio.

Il Bronzo Antico italiano e CentroEuropeo, all’interno del quale si evidenzia soprattutto la cultura di

Aunjetitz, sono datati da una serie di date dendrocronologiche e radiocarboniche. La fase antica del BA inizia a

partire dal XXIII secolo a.C fino all’incirca alXX secolo a.C. Queste datazioni sono sostanzialmente correlabili

al Protoelladico III dell'Egeo.

Nell’ambito dei contatti fra Italia e Mediterraneo orientale il BA non appare particolarmente

significativo. Per questo periodo le attinenze con l’Egeo riguardano Sicilia (facies di Castelluccio) e le isole

Eolie (capo Graziano 1) e si riferiscono per l’appunto ad attinenze piuttosto che ad elementi direttamente

importati. É per esempio il caso della Ceramica dipinta della facies di Castelluccio (FIGG.4-5) che per certi

versi appare affine a quella della facies anatolica di Alishar III, correlabile in termini di cronologia egea, al

protoelladico. Un contatto diretto è invece rappresentato dai cd. ossa a globuli presenti a Troia, in Grecia e a

Malta in contesti castellucciani e del BA della Puglia (Altamura-Casal Sabini) e databili fra la fase di Troia II,

correlabile con il Protoelladico II, e il Protoelladico III (FIG.6-9).

Più significativi sono i rapporti con l’Europa centrale, evidenziati soprattutto dalla produzione

metallurgica. La seconda fase del BA italiano e Centro Europeo, all’interno della quale abbiamo varie datazioni

radiocarboniche e soprattutto dendrocronologiche comprese quelle dei tumuli di Leubingen e di Helmsdorf

(facies di Aunjietitz - Germania centro-orientale - Polonia occidentale, Boemia) che si datano rispettivamente al

1942 ±10 e al 1825 ± 10 (FIGG.10-11), è attribuibile ad un periodo compreso fra ilXX secolo a.C. e un momento

non precisabile del XVII secolo a.C. più verosimilmente attorno alla metà del secolo o poco prima. Tuttavia

rispetto a questa data finale permangono ancora problemi consistenti e alcuni autori, soprattutto in ambito

centro-europeo non accettano questa datazione alta per la fine del BA e rimangono del parere che l’inizio del

BM sia da riferire all’inizio del XVI secolo a.C. pagina 59 di 101

Archeologia Preistorica e Protostoria Prof. Andrea Cardarelli - Università Sapienza

I contatti nel BA fra Italia, soprattutto settentrionale e l’Europa centrale rimangono molto significativi e

consentono di avere buoni riscontri cronologici, in quanto le serie dell’Europa centrale sono spesso sostenute

da solide dendrocronologie (FIGG.11-16).

In ogni caso il BA 2 appare correlabile in buona parte al Mesoelladico dell’Egeo.Ceramica mesoelladica è

stata segnalata dalla Sicilia in contesti che appaiono potersi datare alla fine del BA. Tuttavia permangono

dubbi circa la reale attribuzione di questi frammenti al mesoelladico.

L’inizio del BM corrisponde all’inizio del Tardoelladico o Miceneo. La data di inizio del Tardoelladico I

fino a non molti anni fa era compresa fra il 1600 e il 1550. Recentemente però la datazione della eruzione di

Thera (Isola di Santorini, FIG.17), che ha sepolto un insediamento del TE I B (cioè un periodo correlabile con

un momento non iniziale del TE I), è stata attribuita al 1628 a.C. su base dendrocronologia. Ciò ha fatto rialzare

la cronologia del TE I di quasi un secolo, dunque verosimilmente entro la prima metà del XVII secolo a.C.

Questa nuova datazione coincide abbastanza bene con le datazioni dell’inizio del BM in Italia, che sembrano

concentrarsi nel corso del XVII secolo.

Alcuni frammenti di ceramica del tardoelladico I (o forse anche della di transizione fra mesoelladico e

tardoelladico I o età delle tombe del Circolo B di Micene) e II sono attestati in contesti dell’Italia meridionale

del BM 1-2 (Protopappenninico), delle Lipari (Capo Graziano fase 2) (FIGG.18-19).

A partire dal Tardo Elladico III A, ma più consistentemente nel Tardo Elladico III B e ancora nel Tardo

Elladico III C, le importazioni di ceramica egea sono comuni in Sicilia orientale, Italia meridionale (FIG.20-21).

A partire dal tardoelladico III B e C anche in Sardegna, Italia Centrale e parzialmente in area padana. Durante

il Bronzo Recente (TE III B e C iniziale) in alcune zone dell’Italia meridionale è attestata la presenza di

ceramica di tipo egeo realizzata in loco, mentre in Egeo sono noti oggetti in bronzo e ceramica che si

richiamano chiaramente all’Italia É evidente che queste consistenti interconnessioni rappresentano un forte

punto di ancoraggio cronologico per il Bronzo Medio e il Bronzo Recente. Le relazioni esistenti poi con

l’Europa Centrale soprattutto in relazione alla produzione metallurgica (cfr Koinè metallurgica del XIII secolo

a.C.), consentono di ampliare la rete di connessioni cronologiche fino all’Europa Centrale.

Per quanto concerne il BM e il BR continuano anche i contatti con l’Europa centrale, dotata di sistemi

cronologici spesso ancorati a dendrocronologie (FIGG.22-30).

Molto più sporadici sono i contatti con l’Egeo e l’Italia nel corso del Bronzo finale (ca 1150-950 a.C.).

Tuttavia per questo periodo disponiamo di termini di confronto cronologico con alcuni contesti palafitticoli

dell’area a nord delle Alpi (Svizzera e Germania) datati con la dendrocronologia (FIGG.Durante la fase più

avanzata della prima età del ferro invece i contatti con la Grecia tornano ad essere prevalenti e, come è noto, le

prime colonie greche in Italia (Pitecusa/Ischia e Cuma) si datano attorno alla metà dell’VIII sec. a. C.

Fine anno Grecia ed Egeo Italia Europa Centrale Nord Europa

a.C.

2300-2200

2000-1900 Protoelladico III (EHIII) Bronzo Antico 1 (BA1) Bronzo A1 (Bz A1)

ca. 1650 Mesoelladico (MH) Bronzo Antico 2 (BA2) Bronzo A2 (Bz A2) Early Bronze Age I

Tardo Elladico I (LHI) Bronzo Medio 1 (BM1)

1550 Bronzo B1 (Bz B1)

Bronzo Medio 2 (BM2) Bronzo B2 (Bz B2) Early Bronze Age II

1450 Tardo Elladico II (LHII)

Tardo Elladico IIIA (LHIIIA) Bronzo Medio 3 (BM3) Bronzo C (Bz C)

1330-1300 Tardo Elladico IIIB (LHIIIB) Bronzo Recente (BR) Bronzo D (Bz D) Early Bronze Age III

ca. 1150 Tardo Elladico IIIC (LHIIIC) Hallstatt A (HaA)

Bronzo Finale (BF)

950-925 Protogeometrico (EG) Hallstatt B1 (Ha B1) Late Bronze Age IV

Primo Ferro 1 (PF1) Hallstatt B2 (Ha B2) Late Bronze Age V

Antico Geometrico (EG)

850-825 Medio Geometrico I (MGI)

Medio Geometrico II (MGII) Primo Ferro 2 (PF2) Hallstatt B3 (Ha B3)

730-725 Tardo Geometrico I (LGI) Hallstatt C (HaC) Late Bronze Age VI

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BRONZO ANTICO in Italia settentrionale

La principale facies dell’Italia settentrionale nel Bronzo Antico (BA) è quella di Polada, attestata in

Trentino, Lombardia centro orientale, Veneto occidentale e meridionale, parzialmente in Emilia (FIG.33). Ad

Ovest di quest’area le testimonianze sono minori e presentano aspetti autonomi, mentre ad oriente (Veneto

orientale e Friuli) accanto ad alcune evidenze poladiane si riscontrano similitudini con le facies dell’area alpina

orientale e dell’area danubiana (in particolare facies di Wieselburg-Gata).

Caratteristica insediativa principale della facies di Polada è la forte propensione per i villaggi perilacustri

e in senso lato palafitticoli, particolarmente accentrati nell’area del lago di Garda e nei piccoli bacini presenti

nella zona morenica a sud del grande lago (FIG.34).

L’insediamento

Benché non manchino insediamenti su rilievo (FIG.35) e di pianura la maggior parte delle attestazioni

della facies di Polada sono relative a villaggi costruiti in ambiente umido, spondale, prevalentemente

perilacustre. Si tratta dei famosi villaggi” palafitticoli (peraltro attestati in Italia centro settentrionale e in

Europa fin dal neolitico), che divengono particolarmente numerosi in I.S. proprio durante il BA, anche se molti

di essi continueranno ad esistere nel Bronzo medio e talvolta fino al Bronzo recente, naturalmente con un tipo

di caratterizzazione archeologica diversa da quella della facies di Polada, che invece si data interamente nel

BA. Il termine “abitati palafitticoli” è oramai entrato nella tradizione degli studi di protostoria per indicare

tutti quegli insediamenti di ambiente umido, generalmente perilacustri, anche se non tutti come vedremo fra

poco sono caratterizzati dalle tipiche strutture palafitticole. A rigore infatti il termine palafitta andrebbe

utilizzato per abitati che si trovano in acqua, o presso la sponda di un lago o di un fiume, che presentano un

impalcato aereo sostenuto da pali infissi nel terreno o nel fondo del lago (o fiume) sul quale sono le case.

Tuttavia la casistica che si incontra nell’ambito della facies di Polada e delle palafitte dell’Italia Settentrionale

rispecchia una ampia gamma di soluzioni, in gran parte determinate da condizioni ambientali. Peraltro, come

vedremo, diverse tipologie insediative sono attestate nello stesso sito ma corrispondono a fasi cronologiche

diverse. Quindi sono evidentemente in relazione ai cambiamenti subiti dal bacino lacustre nel corso del tempo

(cfr. ad esempio l’evoluzione strutturale di Bande di Cavriana, Lavagnone) FIGG.36-37).

In generale si può dire che sussistono due principali categorie di insediamenti perispondali di tipo

“palafitticolo” (FIG.36). Le palafitte vere e proprie e le bonifiche, queste ultime sono costruite in genere presso

le sponde oppure in situazioni di intorbamento del bacino lacustre. Le palafitte sono state distinte da Claudio

Balista e Giovanni Leonardi in palafitte con alto impalcato aereo (B1), su pali o “ podio” (B2) e su pali a plinto

con impalcato aereo basso (B3).

Le bonifiche sono state distinte in: 1) bonifiche stratificate (A1) ossia costruzioni spondali costituite da

tronchi, fascine, sassi e terriccio, senza particolare ordine strutturale. Tale tipo di bonifica appare piuttosto

antica ed è attestata per esempio nella prima fase del villaggio di Fiavè (Fiavè I), e forse anche nella prima fase

di occupazione del sito di Lavagnone, la cui datazione è collocata fra tarda età del rame e inizio BA; 2)

bonifiche ad impalcato tipo Arquà (A2), corrispondente ad un impalcato molto basso; 3) bonifiche a cassoni,

corrispondenti ad impalcati poggianti su cassoni lignei di sostegno; Bonifiche a terra (A3) cioè con una stesura

di pali poggianti su riporti tabulari di limo.

Queste tipi di strutture hanno tendenzialmente un ordine cronologico. Nelle fasi più antiche del BA

abbiamo le prime due forme di bonifica e le palafitte. Successivamente verso la fine del BA si aggiungono

anche bonifiche a cassoni e a terra. Tale tendenza è in parte riferibile ad una modificazione idrologica e

geomorfologica dei bacini lacustri. In una fase evoluta del BA in alcuni siti come Lavagnone, Lucone, Bande di

Cavriana si osserva un progressivo “essiccamento” dei bacini con il conseguente abbassamento dei livelli idrici

a cui fa riscontro un cambiamento degli impianti palafitticoli tramite l’impiego di una innovazione tecnologica

costituita all’uso dei plinti. L’uso dei plinti è correlato ad una minore profondità dell’infissione del palo e ad

una generalizzata minore dimensione dei pali stessi (FIGG.38-39). Verso la fine del BA il processo di

intorbamento o di essiccamento dei bacini è oramai avanzato e a questa nuova condizione corrisponde la

realizzazione di costruzioni su bonifiche a cassoni e a terra. Tuttavia il trend presenta eccezioni. A Fiavè per

esempio dopo una prima fase su bonifica attribuibile alla fine dell’età del rame e forse al momento iniziale del

BA viene costruita alla fine del BA una palafitta del tipo ad alto impalcato aereo (FIG.40-41), mentre la

maggiore complessità strutturale, che in parte riunisce varie tipologie strutturali si coglie nella fase VI di Fiavè

appartenente già ad una fase evoluta del BM (FIGG.41-45).

Vi sono alcuni abitati di altura, come ad esempio la Rocca di Rivoli sull’Adige, Rocca di Manerba e

M.Covolo (nei pressi del Garda), Montisei di Serso, il che dimostra che esistevano scelte insediamentali

diversificate, evidentemente corrispondenti a diverse attività economiche. Non sappiamo se a questa

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articolazione corrispondesse anche un sistema di organizzazione “politica” del territorio. Insediamenti di

altura naturalmente fortificati sono attestati anche a Sud del Po (per esempio Pompeano nell’Appennino

modenese).

Un tipo di insediamento di difficile definizione è quello del villaggio all’aperto in pianura per cui

mancano dati di scavo di una certa consistenza (San Salvatore di Ostiano, Rubiera, vari siti della Bassa

Mantovana). Da alcune terramare (abitati che come vedremo si datano al Bronzo medio e e recente)

provengono oggetti, soprattutto bronzi del BA. Non è chiaro però il rapporto fra questi oggetti e i successivi

insediamenti terramaricoli, che risalgono alla successiva fase del Bronzo medio. Recentemente nella terramara

di Beneceto (Parma) sono stati individuati livelli attribuibili ad un momento non iniziale del BA, tuttavia allo

stato attuale non c’è una continuità cronologica con le successive fasi del BM.

Cronologia

La cronologia della facies di Polada è nota in modo abbastanza soddisfacente. Si può generalmente

dividere in BA1 e BA2. La datazione di queste due fasi corrisponde a grandi linee al periodo compreso fra

XXIII e circa metà XX secolo (BA I) e seconda metà XX-inizio/metà XVII secolo (BA II).

Elementi per la cronologia assoluta

Dai pali lignei degli insediamenti palafitticoli poladiani si è cercato di costruire una curva

dendrocronologica italiana che tuttavia è ancora fluttuante. In altri termini, sono state ricostruite delle

sequenze dendrocronologiche non continue, dunque per quanto riguarda la datazione assoluta si è fatto

ricorso al sistema del wiggle-matching, che consiste nel datare radiometricamente, con procedure ad alta

precisione, campioni lignei che abbiano tra loro intervalli noti, ponendo poi a confronto le sequenze di date

ottenute con la curva di calibrazione.

In termini di cronologia assoluta la datazione di una più antica curva dendrocronologica è stata datata

tra il 2171 e il 1837 a.C. con una tolleranza di soli ± 10 anni. Un momento pieno della fase più antica del BA,

correlabile al BZA1 centroeuropeo, è testimoniato da Lavagnone 2 con datazioni dendrocronologiche

comprese fra il 2048 e il 1992/1984 a.C.

Il BA 2, corrispondente al BzA2 centroeuropeo si colloca tra XX e XVIII/inizio XVII secolo a.C. Una data

dendrocronologica da Fiavè 3, che sulla base dei materiali è attribuibile al momento avanzato del BA, consente

di datare il taglio dei pali tra 1828 e 1778 a.C.

Per quanto riguarda la fine del BA il discorso appare più complesso, anche perché molti dei siti chiave di

tipo palafitticolo continuano ad esistere anche nel successivo periodo dell’età del bronzo medio (BM) e talvolta

fino al Bronzo recente (BR). Possediamo però una serie di date che ci confermano la fine del BA entro la metà

del XVII secolo a.C. o poco prima. Dal complesso del Lago del Frassino, i cui materiali possono essere riferiti o

ad una fase terminale del BA e iniziale del BM 1, i dati dendrocronologici restituiscono due serie di date

comprese fra il 1790 e il 1720 BC e il 1720-1650 BC.

Altro importante sito, rimanendo in I.S. è quello di Chiaravalle della Colomba, contesto in provincia di

Piacenza, che si data prevalentemente al BM1 ma che potrebbe essere stato impiantato in un momento molto

avanzato del BA. Le datazioni radiometriche effettuate in questo sito hanno restituito una datazione fra il

1880-1635 a.C. (68% di prob.), con picco del 49% tra 1780-1680.

La datazione della fine del BA e dell’inizio del BM sembrerebbe dunque cadere con maggiore probabilità

non oltre la 1° metà del XVII secolo a.C.

Ripostigli

Un’importante classe di rinvenimenti nel BA è quella dei ripostigli attestati ovunque ad eccezione del

territorio del Veneto e del Friuli Venezia Giulia. A parte alcuni trovati in contesti abitativi (per es. a Ledro e ad

Isolino di Varese) la maggior parte dei ripostigli non appare essere classificabile dal punto di vista topografico

perché o sono privi di indicazioni o sono stati trovati in luoghi senza particolare connotazione fisiografica. Le

modalità di deposizione possono essere varie, entro un vaso (per es. nel caso di Pieve Albignola), o sotto delle

pietre, o all’interno di un contenitore in materiale deperibile. Per es. a Castione dei Marchesi, alcuni pugnali

erano stati posti dentro un involucro che si riconosceva per il colore diverso del terreno; a Savignano sul

Panaro 96 asce erano state sistemate accuratamente in pile contrapposte probabilmente dentro una cassetta

(FIG.- 46).

Nella maggior parte dei casi i ripostigli contengono durante la fase del BA una sola classe di oggetti

(prevalentemente asce; più raramente pugnali a manico fuso, oggetti di ornamento e collari, panelle che si

trovano di norma associati ad asce.).Le categorie più rappresentate sono comunque le asce (FIG.51-53) i

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pugnali a manico fuso (FIG.54-55). Asce e pugnali non si trovano di norma associati fra loro nel territorio della

facies di Polada. Evidentemente questo sta a significare un diverso significato assunto dalle due classi di

oggetti all’interno dei ripostigli. Peraltro in Italia centro settentrionale le asce non sono mai presenti in contesti

funerari con valenza di armi, come invece avviene frequentemente in Europa e talvolta in Italia meridionale.

Le asce possono invece aver avuto la funzione anche di lingotti, come forse anche i collari (FIG.57), sebbene

per questi ultimi l’associazione con altri oggetti di ornamento e la maggiore sottigliezza rispetto agli esemplari

centro europei ha portato alcuni autori ad escludere una loro funzione come lingotti) Nel ripostiglio della

Baragalla (RE) attribuibile ad un momento avanzato del BA (FIG.52), sono presenti oltre ad asce ed asce

scalpello, due panelle (lingotti di rame a forma circolare e piano convessi). Peraltro in questo ripostiglio sono

presenti asce anche più antiche, che verosimilmente sono da interpretare come oggetti destinati alla rifusione.

Solo nel caso dei ripostigli di Pieve Albignola e di Isolino di Varese abbiamo delle asce non lavorate.

Gian Luigi Carancini e Renato Peroni hanno elaborato una cronologia basata prevalentemente sui reperti

bronzei provenienti per lo più dai ripostigli (FIGG.47-50). Ad un primo momento, che potrebbe essere però

ancora in parte attribuibile al momento terminale dell’età del rame (II orizzonte della metallurgia diffusa),

fanno seguito 4 orizzonti cronologici. All’interno di questi diversi orizzonti sussistono tradizioni artigianali

differenziate per aree geografiche, ma nel complesso si può seguire una linea evolutiva che comprende l’intero

territorio italiano e che trova confronti anche in Europa Centrale.

Nel primo orizzonte troviamo asce a margini rialzati diritti o poco concavi, divaricati verso il taglio, il

quale risulta diritto o lievemente arcuato.

Il secondo orizzonte di ripostigli presenta asce a margini rialzati più o meno concavi, divaricati verso il

taglio che è espanso e curvo. Sono attestati pugnali a base semplice arrotondata.

A cavallo fra questo orizzonte e quello successivo sembrano cominciare i pugnali a manico fuso.

Nel terzo orizzonte sono attestate asce a margini rialzati diritti o rientranti rispetto al tallone, taglio

espanso con curvatura accentuata. Proseguono i pugnali a manico fuso e naturalmente pugnali a base

semplice arrotondata. Sono attestate alabarde tipo Cotronei e Montemerano.

Nel quarto orizzonte si trovano asce a margini rialzati con taglio semicircolare o fortemente arcuato.

Sono anche presenti pugnali a manico pieno e composito, collari con capi arricciati.

É possibile collegare la sequenza dei ripostigli con alcuni complessi dell’area di Polada, in particolare

con Ledro, Lavagnone e Fiavè. Significativo il cfr con Ledro, si tratta però di scavi molto vecchi la cui

affidabilità è relativa. In particolare si può notare l’affinità di un’ascia degli strati inferiori con quelle del I

orizzonte, ed altre affinità fra asce e pugnali a man. pieno del III e IV orizzonte. Altra importante

corrispondenza è con Lavagnone II (BA I) dove è stata trovata un’ascia a cavallo fra I e II orizzonte e un

pugnale.

Infine da Fiavè 3 B in gran parte attribuibile al momento terminale del BA AII, provengono 2 asce di cui una

comparabile con analoghi esemplari dell’orizzonte Centro Europeo di Lanquaid e l’altra attribuibile

all’orizzonte di Locham del BM 1. Gli spilloni presenti a Fiavè IV (a testa perforata con o senza gambo ritorto)

sono anche essi riferibili alla fase terminale del BA o al più tardi all’inizio del BM 1 (orizzonti Lanquaid e

Locham).

Il primo e secondo orizzonte dei ripostigli può essere datato al BA 1, mentre il terzo e il quarto al BA 2.

Alcuni complessi chiave

I complessi chiave per la successione cronologica della facies di Polada e per i successivi sviluppi del BM

sono soprattutto Lavagnone e Fiavè Tuttavia questi insediamenti non contengono gli aspetti più antichi.

Per questo momento vedi ad esempio Lucone str E. (sequenza Lucone FIGG.58-66) dove si nota

un’evoluzione della tipologia del vasellame in particolare per quanto riguarda il passaggio da forme di boccali

ad andamento sinuoso (str E) a forme carenate e a tazze meno profonde (sttr D e C) (. La prima fase, che

presenta ancora qualche collegamento con il Vaso Campaniforme, è attestata ad esempio anche a Vela Valbusa

(sepoltura), a M.Covolo, nei livelli basali di Ledro (st. ultimo e IX).

Lavagnone

Al Lavagnone i primissimi momenti della facies di Polada potrebbero non essere presenti.

Il complesso di Lavagnone è collocato in una delle tante piccole conche lacustri derivate dagli

sbarramenti morenici che caratterizzano l’anfiteatro del Garda a sud del lago. Dopo il ritiro dei ghiacci il

Lavagnone era occupato da un lago la cui linea di riva è morfologicamente ben riconoscibile. Nel corso dei

successivi millenni il lago si è progressivamente ridotto di estensione subendo un processo progressivo di

intorbamento. Alla fine del III millennio a.C. è occupato da un villaggio palafitticolo. L’occupazione

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proseguirà, modificando sostanzialmente nel tempo le strutture dell’abitato, fino al Bronzo Recente. Attorno al

IX secolo a.C. il Lavagnone si trasforma definitivamente in torbiera (FIG.67).

Al Lavagnone furono praticati vari scavi. Dopo i primi sondaggi di Ferdinando Fussi tra il 1958 e il 1962,

nuove ricerche furono effettuate nel 1971 da Barbara Barich, ma gli scavi più importanti furono quelli fatti da

Renato Peroni fra il 1974 e il 1979. Da questi scavi Peroni riuscì a cogliere una evoluzione stratigrafica,

strutturale ed archeologica fondamentale (FIGG.68-69). Dal 1989 al 1999 sono state condotte varie campagne di

scavo da Raffaele de Marinis dell'Università di Milano.

Gli scavi di Peroni furono condotti prevalentemente nel settore I dove fu aperta una trincea di scavo di

12x4 m. La quota del fondo dell’antico lago è stata raggiunta a m.3,30 dal p. d.c.

Il deposito stratificato si articola principalmente in due macroparti. La superiore fino a m. 1,30 dal p. d.c.

di carattere aerobico e quindi con pochi resti strutturali lignei conservati e l’inferiore (fino m. 3,30 dal p. d.c.) di

carattere torboso, anaerobico, e quindi ricco di resti lignei ed organici conservati.

Le fasi archeologiche riconosciute sono:

Lavagnone 1: si tratta di tracce di un insediamento spondale su bonifica trovato nella parte

meridionale del bacino. Il materiale non è molto consistente, l’attribuzione data da Peroni all’eneolitico recente

o a fasi molto iniziali del BA (BAI) è messa in discussione da de Marinis.

Lavagnone 2: palafitta su pali isolati impiantata in ambiente acquitrinoso. Dai livelli di Lav. 2 proviene

il famoso aratro (FIG.70) trovato negli scavi di Peroni. La datazione di Peroni per questa fase è BA II. Tuttavia

l’ascia proveniente da Lav. 2 a margini rialzati quasi diritti è pertinente al I o II orizzonte dei ripostigli.

Possiamo dunque ritenere che Lavagnone II si dati ad un momento piuttosto antico, anche se forse non

iniziale, dello sviluppo di Polada.

Lavagnone 3: palafitta su fondazione a plinti isolati, impiantata su una nuova fascia spondale creatasi

in seguito all’accumulo degli scarichi e dei resti della precedente palafitta. Secondo Peroni la datazione è BA III

(cioè fase terminale del BA, in realtà BA 2 A).

Lavagnone 4: abbandono del modello insediamentale palafitticolo e costruzione di un abitato su

bonifica di sabbie, ghiaie e limi che sigillano i resti dei precedenti resti strutturali. Su questa bonifica è stato

steso un impiantito ligneo. Questa fase sarebbe BronzoMedio 1 secondo Peroni (in realtà fine del BA cioè BA 2

B). Lavagnone 5: abitato all’asciutto, con buche di palo e battuti pavimentali: BM pieno secondo Peroni (in

realtà BM 1A).

Lavagnone 6: abitato all’asciutto come il precedente: fase avanzata del BM secondo Peroni, (in realtà

BM1 B).

Lavagnone 7: nessuna documentazione strutturale. Bronzo recente secondo Peroni (in realtà Bronzo

medio 2).

Gli scavi effettuati dall’Università di Milano (de Marinis) hanno permesso di acquisire nuovi importanti

dati. 1) All’inizio del Ba il livello del laghetto di Lavagnone era sceso considerevolmente rispetto al

neolitico: Una penisola si estendeva per circa 160 m da Nord verso il centro del lago. Il nucleo principale del

villaggio si trovava in una spianata di circa 100 m in direzione SW. L’estensione reale dell’insediamento non ci

è nota ma si può presupporre che coincida con l’area delimitata a tratteggio nella figura (estensione inferiore

ad 1 ha) (67).

2) L’accesso al villaggio era assicurato da un sentiero formato da intrecci di ramaglie e tavole stese

sulla superficie torbosa, consolidata con pali verticali (FIG.71). Un tratto del sentiero è venuto alla luce ed è

stato datato dendrocronologicamente (metodo wiggle matching) al 2048 a.C. ± 10. Si tratta della data più

antica ottenuta per Lavagnone.

3) Poco dopo l’inizio dell’area pianeggiante è stata trovata una palizzata di recinzione del villaggio

(settore C).

4) Al di la della palizzata per almeno 90 m. si estendeva il villaggio. La struttura palafitticola è stata

sostanzialmente interpretata seguendo le ipotesi già formulate da Peroni. De Marinis ha però notato che i pali

(circa 200 in 90 mq. ma alcuni sono pertinenti alla successiva struttura palafitticola), nella quasi totalità in

quercia, non erano più nella posizione verticale ma inclinati di oltre 45°. Molti pali presentano l’estremità

superiore bruciata. I pali presentano spesso un gradino a mensola, molti sono forniti di due fori quadrangolari,

in un solo caso i fori sono quattro (FIG.71).

5) É stato possibile cogliere una articolazione stratigrafica nel deposito relativo a Lavagnone II. Le

recenti analisi dendrocronologiche effettuate da Kuniholm su 148 pali e assi hanno permesso di individuare tre

fasi di taglio datate al 2048, al 2010-2008 e al 1994-1992 a.C. De Marinis propone dunque per la fase di vita di

Lavagnone II una durata di circa 60/65 anni. pagina 64 di 101

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6) Tra il materiale appartenente a questa prima fase di Lavagnone troviamo i classici boccali a corpo

globulare e fondo convesso ed ansa con apice a bottone o a gomito. Rara è la presenza di boccali a corpo

carenato. La decorazione è molto scarsa. Vi sono poi altri boccali a corpo troncoconico con fondo piatto,

decorati talvolta al di sotto dell’orlo con tre cordoli plastici affiancati. Far i contenitori: dolii troncoconici con

ansa a nastro, anfore con corpo tendente al biconico, brocche. Sono inoltre attestati grandi dolii troncoconici

talvolta con fori passanti sotto l’orlo (FIGG.72-75).

7) Sono attestati anche un'ascia del tipo riferibile al primo o al secondo orizzonte dei ripostigli, un

pugnale con manico composito in osso (FIG.76) alcuni spilloni o aghi in osso, e perline in faience verde-

azzurra (FIGG.77-78).

Lavagnone 3

1) Dopo il 1994 - 1992 a. C. il villaggio Lavagnone 2 subisce un incendio. La ricostruzione, datata

attorno al 1984 a.C. Viene adottata una nuova tecnica per l’impianto dei pali, ora dotati di un plinto di

fondazione, una tavola rettangolare con al centro un foro passante che aumentando la superficie di appoggio

del palo dava una maggiore solidità alla fondazione, impedendo lo sprofondamento. Lo stesso sistema è

adottato nell’insediamento di Canar (Rovigo)

2) Anche per Lavagnone 3 sono stati riconosciuti vari tipi di depositi stratificati. La durata complessiva

di questa fase del villaggio appare compresa da circa il 1984 ad un momento successivo al 1916 a.C. data

dendrocronologica più recente dei pali pertinenti a questa fase.

3) Le forme vascolari appaiono ampiamente correlate alle precedenti (FIG.79), tuttavia si può notare

nei boccali una maggiore attestazione di forme più basse e carenate. Aumenta anche la decorazione, ottenuta

spesso con punti impressi.

Lavagnone 3A

1) Dopo il 1916 a.C. il settore A, al quale si riferiscono i resti delle precedenti fasi strutturali, sembra

abbandonato per un certo lasso di tempo. Forse l’insediamento si sposta a NE nel settore B. Allo stato attuale

però non si riconoscono elementi strutturali ben definiti.

2) I materiali provenienti da questo contesto appaiono posteriori a Lavagnone 3. I boccali sono ancora

più bassi, (FIGG.80-81). Caratteristico di questa fase è la grande ciotola con breve parete diritta, concava,. Sono

frequenti le anse a gomito più sviluppate, alcune di queste presentano una espansione che sembra già

delineare la futura espansione ad ascia. Continuano gli oggetti di ornamento come perline in faience e una

verghetta in oro.

Lavagnone 2-3-3 A appartengono secondo de Marinis alla prima fase del Bronzo Antico al cui interno è

possibile distinguere orizzonti diversi (1 A/1B/1C). La fase successiva di Lavagnone appartiene alla seconda

fase del BA.

Dopo qualche decennio si tornano a costruire abitazioni nella zona interessata dalle strutture di

Lavagnone 2 e 3. Si ritiene che vi sia un ulteriore fase di intorbamento che causa il collasso delle strutture

superstiti (pali verticali) delle fasi precedenti. Tale fenomeno si riscontra anche in altri bacini gardesani come

Lucone, Bande di Cavriana, Barche di Solferino. Si tratta dunque di un fenomeno macroclimatico.

Per bonificare il suolo umido e creare un piano regolare furono stesi dei riporti di limi sabbiosi per uno

spessore di 10/17 cm Questi riporti costituiscono un marker stratigrafico molto significativo. É probabile che

l’infrastruttura della bonifica fosse del tipo a cassonatura, simile a quella di Bande di Cavriana.

Il materiale archeologico mostra sensibili differenze rispetto a quello delle fasi precedenti e risulta

assimilabile a quello delle fasi più avanzate del BA. Sono prevalenti ora le ciotole e le tazze carenate. Le anse

presentano frequentemente un’espansione ad ascia Il fondo delle scodelle è decorato da motivi cruciformi e

presenta spesso un omphalos (stile Barche di Solforino). Decorazioni ad incisioni formanti motivi a zig zag o a

triangoli. Anfora con collo distinto. Teglie con motivo a croce. Frequenti sono ora le tavolette enigmatiche.

(FIGG.82-85).

Lavagnone 4 appartiene dunque al BA II. In questo periodo si registra la massima fioritura della facies

palafitticola Poladiana che ora si estende consistentemente verso la pianura padana a nord del Po, ma anche a

sud come si può intuire dal recente rinvenimento di Beneceto, forse già iniziato nel corso del BA1 (Parma), e

dai contesti di Rubiera, Spilamberto, Pompeano (FIG.87-92).

Fiavè

La fase di Fiavè II apparterebbe ad un momento molto iniziale del BA (o forse dell’età del rame) che

tuttavia è rappresentata da un numero esiguo di materiali pagina 65 di 101

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Con la fase Fiavè III comincia il villaggio palafitticolo con alto impalcato (FIG.) che proseguirà fino a

Fiavè V (BM 1/2). Per la fase III è disponibile una data dendrocronologica che fissa un terminus post quem per

il taglio dei pali tra il 1828 e il 1778 a.C. Si tratta di un momento avanzato inseribile nel BA 2 (FIG.93-95) (Per il

successivo orizzonte di Fiavè 3 B vedi sopra: ripostigli)

Un aspetto importante legato alla cultura materiale della facies di Polada (e più in generale delle

palafitte) è la presenza di numerosi reperti lignei, non solo relativi alle strutture abitative ed insediamentali,

ma anche a numerosi oggetti. Ciò naturalmente a casa dei depositi lacustri torbosi che consentono la

conservazione dei materiali organici. Fra questi particolarmente attestati, soprattutto nelle palafitte di Fiavè,

Ledro e Lavagnone: immanicature di asce, falcetti armati di lame in selce a ritocco bifacciale, trapani, aratri,

gioghi d’aratro, ruote per carri, vasellame in legno. Sono attestati anche numerosi oggetti ottenuti a intreccio,

fra cui canestri e, tra l’altro, un copricapo. (FIGG.96-103).

L’occupazione della palafitta di Fiavè prosegue poi fino al Bronzo Medio. Nell’immagine 111 i livelli E

sono del BA II; il livello C4 è di transizione fra Bronzo Antico e Medio. C3 e C2 sono del BM 1e 2.

Successivamente l’abitato si sposta in altra parte del lago (BM3) e sulle pendici delle vicine colline nel BR

(FIGG.104-105).

Sepolture

A confronto con la mole di dati provenienti da insediamenti la facies di Polada presenta un numero

esiguo di testimonianze sepolcrali. Ciò naturalmente non può essere dovuto alla casualità. Dobbiamo dunque

ritenere che nel BA in Italia l’interesse delle comunità si concentra prevalentemente sugli abitati come luogo di

identificazione della comunità, piuttosto che sulle sepolture, che invece sono nettamente prevalenti nel record

archeologico durante l’eneolitico o età del rame. Può essere riconosciuto un numero sostanzialmente molto

limitato di tombe all’aperto e un numero altrettanto limitato, di sepolture entro grotticelle o ripari sotto roccia.

Secondo alcuni autori possono essere attribuite al BA l alcune tombe della necropoli di Remedello di

Sotto, che nel complesso è un contesto dell’età del Rame. Recentemente in area di pianura in località Valserà

nel Veronese sono state individuate alcune tombe a fossa con scheletro rannicchiato. Due di queste presentano

un corredo particolare con la presenza di un fermatrecce in oro sul lato sinistro del capo (FIG.87) Altre

sepolture ad inumazione rannicchiata provengono da un altro sito della bassa mantovana a Sorbara presso

Asola (FIGG.106-108).

Molto recentemente in Valpolicella (prealpi veronesi) è stata individuata l’importante necropoli di Arano

ad Illasi (FIGG.111-121, dove sono note alcune decine di tombe (per la descrizione delle caratteristiche di

questa necropoli vedi quanto scritto sulle immagini del Power Point).

In area centro alpina (FIGG.122-127) sono invece soprattutto attestate tombe in ripari sotto roccia con

inumazione singola o eccezionalmente bisoma, talvolta protette e coperte da un tumulo di pietre come quella

di Vela Valbusa Sono attestate forme di deposizione secondaria e sono presenti tracce di semicombustione di

resti ossei (Romagnano Loc e Caverna del Colombo dei Mori). Non è chiaro però se ciò avvenisse prima della

deposizione o come appare probabile nel caso del Colombo dei Mori, a seguito di pratiche rituali secondarie.

Forme di ritualità secondaria sono attestate in alcune sepolture del Trentino in cui appare evidente una

forma di ritualità legata al cranio (Romagnano Loc III t. 2; Dos della Forca t. 3). Vi sono alcune tombe dalle

quali risulta asportato il cranio e viceversa “sepolture” con solo cranio (Romagnano Loch III, t. 5).

É attestata in taluni casi anche la sepoltura di bambini o neonati entro pithoi (Romagnano Loc III, tt. 3, 7,

8, 13, Romagnano Loc IV, t. 2; Grotta S. Croce).

Attività metallurgiche ed estrattive

Si possono annoverare in questa categoria e le presenze di attività fusoria da Vela Valbusa, Acquaviva di

Besenello, Montisei di Serso, Romagnano Loc. riparo del Gaban. Un'altra importante testimonianza estrattiva è

rappresentata dalla cava di selce di Ponte di Veia sui Monti Lessini.

L’Italia Nord Orientale e Nord Occidentale nel Bronzo Antico

VEDI FIGURE IN FILE POWER POINT PROTOSTORIA 3

Verso Est, in provincia di Rovigo, è attestato l’insediamento di Canar. Nella prima fase il villaggio (FIG.

2) è delimitato da un fossato poco profondo con probabile funzione di drenaggio. Parallela al fossato correva

una doppia palizzata disposta su due file, realizzata con assi poste verticalmente. I depositi archeologici

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appoggiano su torbe e lenti di torbe che si inseriscono spesso tra gli scarichi provenienti dalle strutture

abitative. Ciò fa supporre che il fossato non avesse risolto completamente il problema del drenaggio dell’area.

Le abitazioni erano su palafitte con plinti come a Lavagnone 3. La mancanza delle piattaforme aree impedisce

per il momento di avere informazioni sulla forma e struttura delle case che tuttavia dalla disposizione dei pali

si può supporre abbiano seguito un certo allineamento. Un’indicazione in questo senso si potrà avere con le

datazioni dendrocronologiche, cioè con la datazione dei pali che potrebbero identificare serie di pali con date

di abbattimento unitarie in relazione a strutture riconoscibili per la forma (come ad esempio viene fatto per gli

insediamenti palafitticoli della Svizzera, cfr. sito di Concise, FIG.3).

Le indagini dendrocronologiche condotte su resti lignei di Canar hanno permesso di datare la

staccionata ad un periodo compreso fra il 1940 e il 1850 a.C. La datazione di alcune strutture interne può essere

riferita al 1925 - 1859 a.C.

Una seconda fase dell’insediamento è preceduta da una bonifica; viene anche ricoperto il fossato e forse

se ne costruisce uno più grande esternamente al primo. L’abitato di questa seconda fase è una palafitta ma su

terreno “asciutto”.

I depositi archeologici di Canar fase 2 sono costituiti da accumuli cupuliformi, per tale motivo la

stratigrafia assume il caratteristico andamento ondulato tipico delle formazioni sottostanti ad impalcati aerei.

La datazione di Canar sulla base dei materiali archeologici porta ad una fase recente del BA e inizio della

media età del bronzo. Ma sulla base dei dati editi sembrerebbe piuttosto inseribile per la stragrande parte al

BA. I materiali provenienti da Canar mostrano un certo grado di autonomia rispetto alla tipologia ceramica

della facies propriamente Polada e pur permanendo evidenti connessioni con l’area poladiana la maggior

parte dei riferimenti sembrano istituibili con l’estrema area nord-orientale dell’Italia e con alcune facies

danubiane e transalpine, in particolare sono stati evidenziati confronti con le facies di Wieselburg-Gata,

Madarovce e Litzen (FIGG.4-7), attestate in un territorio compreso fra la Slovacchia e l’Austria. Tali contatti

sono anche evidenti nell’area del Friuli e della Venezia Giulia dove sono chiare le influenze delle facies di

Lubiana per i periodi più antichi e di Wieselburg Gata e Madarovce.

Per ciò che concerne i costumi funerari le testimonianze sono assai rare ma è attestata in Friuli è anche

una tomba sotto tumulo da Selvis di Remagnacco (FIG.8) con un unico individuo armato di pugnale a base

semplice. È possibile pensare ad un personaggio particolarmente eminente a cui è riservata una sepoltura di

tipo monumentale.

In area Istriano-Carsica alcuni autori fanno iniziare la facies dei castellieri già nel Bronzo Antico, mentre

fino a poco tempo fa si riteneva che i Castellieri iniziassero con il BM. Per ora certe attestazioni di questo

periodo provengono dal Castelliere di Moncodogno (FIG.9-11) che sembrerebbe iniziare nel BA per poi

proseguire nel BM. Si tratta in particolare di un boccaletto somigliante a quelli diffusi nella facies dalmata del

BA della Çetina (FIG.10, 7) di decorazioni attribuite alla stessa facies, di un ascia a margini rialzati e di altri

oggetti in bronzo (FIG.11).

L’Italia Nord Occidentale nel BA

In Italia N. O. non si registra la stessa concentrazione demografica ed espansione demografica che invece

caratterizza l’area più classicamente inseribile nella zona di diffusione della facies di Polada, incentrata attorno

al lago di Garda.

L’insediamento palafitticolo dei Lagazzi (Piadena Cr) da cui provengono scarse indicazioni strutturali è

stato attribuito dagli scavatori ad un momento avanzato del BA e iniziale del BM (ciotole e tazze con ansa ad

ascia) e presenta tipologie ancora in gran parte inseribili nel patrimonio formale della facies di Polada (FIGG.

12-18).

Una concentrazione insediativa di notevole interesse è quella registrabile attorno ai Laghi di Varese (FIG.

18). Per questa area, che comunque presenta evidenti agganci con la facies di Polada. sono state evidenziate

specificità determinate anche da contatti con l’area transalpina della Svizzera.

La fase del BM iniziale è attestata in continuità con gli aspetti del BA avanzato in vari insediamenti

lacustri della zona dei laghi di Varese, Monate e Comabbio. Dopo la prima fase del BM, caratterizzata dalla

diffusione della cd. ansa ad ascia (vedi oltre) questi abitati palafitticoli sembrano cessare ad esclusione di

quello di Isola Virginia che continuerebbe secondo de Marinis fino al BR.

Il Piemonte invece sembra risentire assai meno della facies di Polada e, per quanto è noto finora, almeno

per le fasi più antiche (BA I), sembrano evidenti, nel patrimonio formale della ceramica vascolare, elementi di

continuità con le precedenti facies locali dell’età del rame. Continuità testimoniata in modo evidente non solo

per le evidenze della cultura materiale ma anche da altre testimonianze di tipo rituale come nel caso della

sepoltura di Alba, Via T. Bubbio, dove al di sopra di una grande sepoltura collettiva attribuibile ad un

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momento avanzato dell’età del rame, è attestata una tomba individuale con piccola fossa del BA 1, la cui

ceramica mostra collegamenti con la facies transalpina del Rodano (FIG.19).

Un’altra sepoltura trovata sempre ad Alba (Corso Europa) presenta, oltre alla inumazione rannicchiata

anche un corredo composto da un pugnale a base semplice arrotondata con solcature a V sulla lama e un

anello a capi sovrapposti in argento. La datazione radiometrica calibrata a 2 sigma pone questa sepoltura fra

2210 e il 2030, quindi all’interno del BA 1 (FIG.20).

Una terza tomba sempre trovata ad Alba (Corso Piave) presenta un inumato disteso, forse all’interno di

una sepoltura in tronco d’albero, con corredo solo parzialmente conservato, composto da un pugnale

triangolare con lama decorata e a solcature a V, datato da Gambari al BA 2. Uno degli aspetti che differenziano

sul piano delle evidenze funerarie il BA 1 dal successivo BA 2 sarebbe, secondo F. Gambari, l’adozione

dell’inumazione distesa l’analisi al C14 ha fornito una datazione ricalibrata a 2 sigma compresa fra il 1960 e il

1740 a.C. attribuibile pertanto al BA 2.

Anche in Val d’Aosta fra le ultime fasi dell’età del rame e le prime fasi del BA si registra continuità.

L’evidenza più importante è l’utilizzo ancora all’inizio del BA del complesso monumentale megalitico di Aosta

S. Martin de Corléans il cui utilizzo come è noto comincia attorno al 3000 a.C. quindi nell’età del rame (FIG.

21). Alcune sepolture entro cista litica ma anche l’uso del dolmen su piattaforma triangolare, continuano anche

nel BA, come sembrano documentare alcuni boccali che trovano confronti nelle più antiche forme poladiane e

alcuni spilloni a remo con apice arrotolato o a disco con apice arrotolato (FIGG.22-23). Particolare è la presenza

di una lunula con decorazione a sbalzo ed estremità a doppie spirali. Le datazioni radiometriche e i confronti

istituibili con la necropoli di Singen, all’estremità occidentale del lago di Costanza, daterebbero queste tombe

di Aosta-S. Martin de Corléans ad una fase iniziale del BA. Tuttavia la Mollo Mezzena data il corredo di una

tomba a cista composto da un pugnale a base semplice e da uno spillone a rotolo ad un momento un po' più

avanzato, anche se questa associazione non sembra di per se giustificare un prolungamento dell’uso del

complesso megalitico oltre il BA 1, e verosimilmente un momento antico di tale fase.

Ad un centinaio di metri a S. O. dell’area megalitica un’altra tomba a cista, sotto piattaforma circolare

mostra l’adozione certa di una sepoltura individuale con scheletro disteso. La datazione radiometrica appare a

collocare questa tomba a cavallo fra il BA 1 e il BA2. Tuttavia l’adozione dell’inumazione distesa,

immaginando una dinamica analoga a quella registrata in Piemonte, potrebbe indicare una certa recenziorità.

Databili invece ad un momento più avanzato, nell’ambito del BA2, sono alcune tombe a cassa di

pietrame con individuo disteso trovate sempre ad Aosta, a 300 m a O del complesso megalitico, nell’attuale C.

So Volontari del Sangue. Le sepolture presentano corredi metallici che sono stati attribuiti al BA2. Le

datazioni radiometriche effettuate sui resti scheletrici hanno fornito una datazione compresa fra 1880 e 1750

a.C. (2010 - 1695 95,4%) e pertanto confermano l’attribuzione al BA 2 (FIGG.24-25).

In Liguria le fasi del BA non sono ancora ben definite. La maggior parte dei materiali proviene da grotte

a volte utilizzate anche per scopi funerari. Fra i materiali provenienti dalla Grotta dell’Acqua o del Morto

(FIG.27) ve ne sono alcuni per cui è stata sottolineata la somiglianza con analoghi reperti della facies francese

del BA del Rodano. In realtà se è probabile una attinenza con questa facies si può altrettanto affermare che lo

spillone con testa a disco e le perle in faience segmentate, sono elementi ampiamente diffusi nell’ambito del

BA dell’Europa Centrale. La datazione C14 effettuata su resti scheletrici di questa grotta fornisce una

cronologia compresa fra il 1880 e il 1740 (1 sigma) oppure fra il 1960 e il 1680, (2 sigma).

Importante per quanto riguarda il BA ligure è l’occupazione del sito di sommità di Castellaro dell’Uscio, un

insediamento che è posto in posizione dominante e lungo una via di crinale (FIGG.-28-30). L’occupazione di

siti con le caratteristiche di Castellaro dell’Uscio sarà un tratto più comune nella successiva fase del BM/BR, (i

cd. Castellieri) quando invece il Castellaro dell’Uscio non appare essere occupato.

Aspetti del BA sono presenti anche nella Grotta dell’Arene Candide e a Grotta Pollera.

Il BA a Sud del Po: L’Emilia Romagna

Nella zona emiliana, che a partire dal BM vedrà la massima affermazione della facies della terramare, i

caratteri del BA sono ancora poco chiari. Dopo importanti presenze del Vaso campaniforme, come quelle di S.

Ilario d’Enza e di Rubiera (FIG.31), databili ad un momento avanzato dell’età del rame, le attestazioni del BA

sono assai meno appariscenti. Almeno per quanto riguarda la Romagna e l’Emilia orientale l’orizzonte iniziale

del BA è caratterizzato da una continuità formale con la tradizione ceramica del campaniforme. In particolare

la facies della Tanaccia di Brisighella, dove sono attestate tazze e boccali decorati con motivi che rimandano

alle tecniche e agli stili del campaniforme, con l’introduzione di schemi decorativi metopali (FIG.32). Da

questo punto di vista la facies di Tanaccia di Brisighella appare parallela alle coeve attestazioni toscane della

facies di Asciano e dell’epicampaniforme fiorentino. Oltre che alla Tanaccia la facies appare attestata anche nei

livelli inferiori dell’insediamento di Borgo Panigale e a Castel di Gesso (FIGG.33-34). Sempre al BA

appartengono nell’ambito della Romagna parte dei materiali provenienti dalla Grotta del Farneto e

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l’insediamento di Fornace Cappuccini a Faenza (FIGG.35-36), sito già noto per i rinvenimenti del neolitico

antico, i cui materiali sembrano trovare similitudini anche con l’ambito della facies Laterza del Bronzo Antico,

attestata in Puglia.

In Emilia aspetti del BA, verosimilmente attribuibili già al BA 2, provengono da Spilamberto e da

Rubiera (FIG.37-38), mentre ad un momento sicuramente del BA 2 sono riferibili i materiali dall’insediamento

montano di Pompeano (FIG.39), nell’Appennino modenese, e di Beneceto, dove materiali del BA, pertinenti

ad un momento inoltrato del BA1 e al BA 2 (40-), sono stati trovati nell’area di un insediamento terramaricolo,

anche se non sembra sussistere continuità di occupazione fra la fase del BA e la successiva occupazione

terramaricola.

Un’altra classe di rinvenimenti nota in Emilia Romagna per il BA sono i ripostigli. In particolare fra i

ripostigli di asce quello di Savignano (FIG.43) che annovera 96 asce del II o III orizzonte dei ripostigli sembra

il più antico. Un altro ripostiglio di asce, quello della Baragalla (FIG.44) sembra invece contenere

prevalentemente asce del IV orizzonte dei ripostigli; particolarmente importante la presenza di panelle in

rame e di “ asce scalpello” di tipo centro europeo. Interessante è anche la presenza di asce frammentate

inserite nel ripostiglio probabilmente per essere rifuse. Altri ripostigli appartenenti al BA 2 sono quelli di

Castione dei Marchesi (non lontano dalla terramara) che contiene 4 pugnali a manico fuso (FIG.45) e il

ripostiglio di Fraore che invece contiene 5 collari con capi arricciati (FIG.46). La presenza di collari in bronzo è

assai frequente in Europa centrale dove assumono anche la funzione di barre-lingotto.

La fine del BA e l’inizio del BM in Italia Settentrionale

Si è già detto in precedenza (cfr 1 parte appunti, cronologia BA in Italia settentrionale) dei dati che ci

consentono di stabilire per la fine del BA e l’inizio del BM all’incirca una data prossima alla metà del XVII sec.

a.C. Oltre ai dati che sono stati già presentati possiamo ricordare che una serie di date radiocarboniche dalle

terramare pongono l’inizio della fase del BM2 tra la fine del XVII e l’inizio del XV, con una maggiore

concentrazione attorno alxVI secolo a.C. Ciò confermerebbe indirettamente la datazione del BM1, che essendo

più antico del BM2 dovrebbe doversi datare alxVII secolo, e verosimilmente a un momento non troppo

avanzato.

Un aspetto che comunque pone una serie di problemi riguarda il già citato passaggio graduale al BM in

molti insediamenti. Nell’ambito dell’area dove nel BA si sviluppa la facies di Polada si dispone di una serie di

stratigrafie che consentono di evidenziare le successioni cronologiche fra le fasi tarde del BA e le fasi del BM.

In particolare risultano illuminanti le sequenze di Fiavè, Lavagnone e Castellano Lagusello (FIGG.47-54).

Sarebbero attribuibili al BM1 iniziale Fiavè IV dove cominciano a comparire le cd. anse ad ascia. mentre lo

strato 4 di Lavagnone potrebbe collocarsi a cavallo fra BA 2B e BM 1°. Un altro sito che consente di seguire lo

sviluppo graduale dei primi momenti del BM 1 è l’insediamento lacustre di Castellaro Lagusello (MN) Lo

strato D è pertinente all’inizio del BM. Lo strato C/C1 al BM1 avanzato e all’inizio del BM 2. Lo strato B/B1 al

Bronzo medio 2 pieno.

Nell’area Nord Occidentale il passaggio dal BA al BM sarebbe in particolare rappresentato

dall’insediamento lacustre di Mercurago presso Arona dove oltre ai materiali tradizionalmente considerati

pertinenti al BA2 compaiono le soprelevazioni di anse ad ascia che notoriamente rappresentano un “fossile

guida” per l’inizio del BM (FIG.55). Nell’ambito sia della produzione ceramica e forse ancor più in quella

metallurgica (di cui si parlerà in seguito) si possono notare differenze consistenti nella produzione materiale

con l’area dell’Italia Settentrionale centrale e orientale.

Anche per l’area occidentale soprattutto nei laghi di Varese e della Lombardia occidentale si registra

tuttavia una forte continuità fra BA e prima fase del BM, tuttavia sono presenti anche vari siti, generalmente

non di ambito lacustre che nascono con il BM. Per esempio a Dorno (FIG.56) in Lomellina a Chiomonte e

Castello d’Annone (FIG.57) in Piemonte a Gr, Pollera e nelle prime fasi di occupazione di Bric Tana in Liguria

(FIGG.58-59). Ad un momento molto antico del BM1, forse ancora in parte attribuibile al BA 2 sono databili

due contesti emiliani, Chiaravalle della Colomba e fase antica di Case del Lago che presentano varie

connessioni con l’ambito Nord Occidentale (FIG.60-61).

Per quanto riguarda gli aspetti funerari un’evidenza che potrebbe. essere cronologicamente attribuita ad

un momento a cavallo fra fine del BA2 ed inizio del BM1 è quella di Casale Vallare (FIG.62). Si tratta di una

tomba ipotetica (ritrovamento di superficie) forse a cremazione o con cadavere semicombusto con un’ascia del

BM1 accostabile al tipo Mägerkingen, ma simile anche ad un’esemplare del ripostiglio della Cascina Ranza,

presso Milano (FIG.63), attribuito al BM1, e un pugnale a base semplice con 5 chiodetti, lama allungata,

decorata da incisioni parallele a V, pertinente ad un tipo attestato in Svizzera occidentale e nel Jura francese. Il

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ripostiglio della Cascina Ranza è particolarmente importante anche perché presenta delle spade a base

trapezoidale e a manico pieno, quest’ultime imparentate con quelle dell’orizzonte danubiana di Apa -

Hadjusamson (FIG.64) databile alla fine del BA.

Nell’area che è interessata dallo sviluppo della facies terramaricola (FIG.65) la fine del BA e gli aspetti

del BM1 risultano interessati da evidenze in parte differenziate. Nell’area a Nord del Po, in particolare

nell’area mantovana e veronese vi sono complessi che appartengono alla fase terminale del BA e all’inizio del

BM. In un’area coincidente con un antico paleoalveo del fiume Mincio sono attestati vari insediamenti

attribuibili cronologicamente al BA e al BM che presentano evidenti somiglianze con i complessi dell’area

poladiana (FIGG.66-76).

L’insediamento di Camponi di Nogarole Rocca nel veronese appare databile nel complesso al BM 1

(vistosa è la presenza di numerose anse ad ascia). Importante notare che questo insediamento risulta almeno

parzialmente circondato da un fossato, caratteristica che sarà poi tipica delle terramare (FIGG.77-86).

Nell’Emilia centro occidentale (provincie di Parma e Reggio Emilia) oltre alle componenti settentrionali sono

evidenti anche contatti con l’area nord occidentale e ligure, in particolare nei siti di Chiaravalle della Colomba

e di Case del Lago sono ben attestate le anse ad ascia con taglio arcuato, tipiche delle facies occidentali (FIGG.

60-61).

In Emilia Orientale (provincie di Modena, Bologna e Ferrara) all’inizio della media età del bronzo sono

invece riconoscibili evidenze riconducibili alla facies centro-italica dell’inizio del BM di Grotta Nuova. In

realtà la facies centro italica di Grotta Nuova in Italia Centrale abbraccia il BM 1 e almeno gran parte del BM 2.

In Emilia essa è più fortemente connotata nel BM1 mentre nel BM2 è attestata solo a Est del Panaro e

nell’Appennino Modenese e Bolognese, assieme ad elementi tipici della facies terramaricola. In particolare nei

siti di S. Pietro in Isola di Torre Maina e di Castelvetro (Modena) si possono notare, oltre ad anse ad ascia

ciotole e tazze carenate con anse a rocchetto insellato e margini laterali espansi (FIGG.87-88). Analoghe

evidenze sono attestate anche nell’insediamento di Pilastri di Bondeno (Ferrara) (FIG.89).

Più forti appaiono i legami con l’ambiente centro italico per i complessi della Romagna, caratterizzati

anche essi nel BM 1 dalla facies di Grotta Nuova. In particolare negli insediamenti di V, M. Castellaccio

d’Imola e Coriano di Forlì, sono bene attestati anche i manici con terminazione a rocchetto (FIGG.90-). In

questo ultimo sito è attestata anche una forma di fusione per una spada corta della famiglia tipologica

Sauerbrunn.

Le Terramare VEDI FIGURE IN FILE POWER POINT PROTOSTORIA 4

Il nome terramare deriva da un lessico dialettale con il quale erano indicate nelxIX secolo cave di

terriccio utilizzato come fertilizzante per i campi. Tali cave erano realizzate su collinette artificiali alte fino a 5

metri che costellavano il paesaggio della pianura padana emiliana. In realtà tali collinette erano dei piccoli tell

che si erano costituiti con il succedersi di varie fasi insediative a partire dalla media età del bronzo.

La scoperta della natura archeologica e segnatamente pre-protostorica delle terramare fu il principale

campo di studio dei nascenti studi di preistoria (o paletnologia) in Italia a partire dagli anni attorno al 1860, a

cui parteciparono i “padri” di questa disciplina, fra cui Gaetano Chierici, Pellegrino Ströbel, Luigi Pigorini,

Giovanni Canestrini, Carlo Boni e tanti altri. Ben presto questi studiosi, a seguito di una intensa stagione di

scavi e ricerche, elaborarono un modello strutturale delle terramare (FIG.2). Le terramare erano degli abitati di

forma quadrangolare, delimitati da un fossato che captava le acque di un vicino corso d’acqua, un terrapieno o

argine costituito da terra e da strutture lignee di contenimento (vedi i gabbioni di Castione dei Marchesi, FIG.

3). L’interno dell’abitato, almeno nelle fasi più antiche era allagato e le case erano disposte su un alto impalcato

ligneo (tipo palafitte) con un assetto regolare, con stradine che avevano un assetto regolare, e abitazioni di

dimensioni e forma analoghe (isonomia) (FIG.4). Questo modello fu fortemente criticato dagli autori del primo

novecento, ma a partire dalla fine degli anni ’70 dello stesso secolo gli studi sulle terramare, che nel 1997

portarono alla realizzazione di una grande mostra tenutasi a Modena, ripresero con grande vigore

(continuando fino ad oggi), dimostrando che il nucleo fondamentale del modello ottocentesco era corretto,

nonostante alcune importanti correzioni come ad esempio l’allagamento artificiale degli abitati, che non

sembra essere proponibile.

Ad oggi le terramare rappresentano un campo di studi prioritario nell’ambito della protostoria italiana

ed europea per l’eccezionale mole di dati noti e per la consistenza demografica, per la significatività del

modello economico, sociale e politico delle terramare, ed infine per la crisi totale che interessò il sistema

terramaricolo alla fine del Bronzo Recente (attorno al 1150 a.C.). pagina 70 di 101

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In Emilia le Terramare occupano il territorio compreso fra il Reno (ad ovest di Bologna) e l’Arda (ad est

di Piacenza). A nord dell’attuale corso del Po occupano i territori delle basse province di Cremona, Mantova,

Verona (FIG.5). Cronologicamente si collocano nel Bronzo Medio e nel Bronzo Recente (1650 - 1150 a.C.). La

definizione cronologica, che non è stata ancora sistematicamente formalizzata, può essere sintetizzata con la

seguente periodizzazione:

Bronzo Medio 1 (BM1) = ca. 1650-1550 a.C.

Bronzo Medio 2 (BM2) = ca. 1550-1450 a.C.

Bronzo Medio 3 (BM3) = ca. 1450 - 1350/1300 a.C.

Bronzo Recente (BR) = ca. 1325/1300 - 1150 a.C. (BR 1 = 1325/1330 - 1225/1200; BR2 1225/1200 - 1150 a.C.)

Alcune nuove scoperte possono far ritenere che il ciclo insediativo e storico delle terramare possa aver

avuto un preludio durante la fase avanzata del Bronzo Antico (per esempio attestazioni di Beneceto e altre

evidenze del BA in Emilia cfr. Power Point 2) ma le prime certe attestazioni di terramare (intese come abitati

delimitati da fossato e terrapieno) per es. Camponi di Nogarole Rocca, Gaggio di Castelfranco Emilia,

Baggiovara - Modena, risalgono al BM 1 (FIG.6 e 7). La vera e propria affermazione delle terramare e del

modello di società che rappresentano si colloca però nel BM2 (FIG.8). Il consistente aumento delle evidenze

archeologiche, in questo momento testimoniate da circa 200 insediamenti, sembra difficilmente spiegabile con

un aumento demografico naturale e piuttosto sembra dimostrare che tale accrescimento derivi da una

“colonizzazione” della pianura padana (FIGG.9-10), testimoniata peraltro dal coevo fortissimo calo della

copertura forestale e dall’aumento contestuale dei campi coltivati e dei pascoli. Alla fine del Bronzo Recente,

dopo circa 5 secoli di vita, il mondo terramaricolo collassa, apparentemente in un arco di tempo piuttosto

breve, lasciando il territorio disabitato per vari secoli (almeno 3 o 4).

Un confronto fra l’area delle terramare (Emilia) e l’Etruria meridionale, territori analoghi in termini di

estensione, mostra come l’evoluzione demografica sia profondamente differente, e come allo straordinario

successo delle terramare abbia fatto seguito un crollo totale del sistema economico e sociale (FIGG.9-10).

Per ciò che concerne la facies archeologica possiamo in estrema sintesi notare che nel BM 1 si

evidenziano vari aspetti distribuiti in areali differenti. Nelle zone più settentrionali appaiono evidenti le

connessioni con la facies palafitticola post-poladiana, in area orientale e meridionale sono più consistenti gli

apporti della facies centro-italica di Grotta Nuova, mentre nelle zone occidentali compaiono riferimenti

all’ambito ligure e dell’Italia Nord/occidentale (FIG.11—27).

Nel corso del BM 2 si coglie una forte omogeneità a Ovest del Panaro. In un primo momento ad Est di

questo fiume sono riconoscibili, accanto ad elementi propriamente attribuibili alla facies delle terramare, altri

pertinenti alla facies romagnola di Grotta Nuova. Tale contaminazione raggiunge Imola e Forlì, mentre ad

Occidente elementi della facies delle terramare raggiungono la Toscana settentrionale (Muraccio di Pieve

Fosciana) (FIGG.28-34)

Nel BM 3 si afferma la più classica facies archeologica terramaricola fortemente omogenea in tutto il

territorio e sostanzialmente priva di evidenze di contaminazione, in particolare per quanto riguarda elementi

della facies Appenninica peninsulare che invece appaiono attestati in Veneto (FIG.35-42).

La situazione si ribalta nel BR quando molto evidenti, soprattutto in ambito orientale, sono gli apporti

della facies peninsulare subappenninica.

Nella fase più avanzata del Bronzo Recente si evidenzia una facies locale con forti riferimenti in area

romagnola, marchigiana e della Toscana settentrionale, ma anche in alcune aree dell’Italia centro-meridionale

(FIG.43 - 52). Tale fase è caratterizzata dalla drastica diminuzione delle anse plastiche a corna o cilindro rette

che avevano caratterizzato la fase precedente. (Nelle slide 53 - 58 è rappresentata l’evoluzione della

produzione metallurgica delle terramare.)

Le terramare sono definibili come insediamenti in genere di forma quadrangolare circondati da un

argine e un fossato entro il quale venivano deviate o raccolte le acque di un vicino fiume o canale naturale. In

questo modo il fossato oltre a svolgere funzioni difensive poteva assumere un ruolo di contenimento e

ridistribuzione della risorsa idrica come attestato ad esempio a Castello del Tartaro e in varie altre terramare,

fra cui anche S. Rosa di Poviglio (Reggio Emilia) e Redù (Modena). Frequentemente le terramare sono

caratterizzate da depositi pluristratificati, spessi anche alcuni metri, che in molti casi hanno dato luogo alle ben

note collinette entro le quali, già a partire dalla fine del settecento e soprattutto nelxIX secolo, erano praticate

cave per l’estrazione di terriccio da destinare alla concimazione dei campi, localmente note come marne o

terramare, da cui la facies archeologica ha preso poi il nome. Sono comunque attestati vari casi di adattamento

del villaggio all’assetto geomorfologico dell’area, soprattutto in relazione all’idrografia (FIGG.59-67)

Le dimensioni di questi abitati variano nel corso del tempo. Fino al BM 2 le dimensioni di norma non

superano i 2 ha di estensione, mentre nel corso del BM3 si assiste ad un aumento consistente delle dimensioni

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di alcuni abitati, mentre altri rimangono di dimensioni ridotte o addirittura scompaiono. Tale tendenza si

consolida nel BR. Alcuni di questi abitati più grandi possono raggiungere quasi 20 ha di estensione. Le

dimensioni di argini e fossati raggiungono proporzioni notevoli, anche oltre i 30 metri di larghezza (FIGG.

68-69).

Mentre per le prime fasi del BM è plausibile pensare ad un assetto insediativo di tipo policentrico

tendenzialmente isonomo per la fase avanzata dello stesso periodo e soprattutto per il Bronzo Recente si può

ipotizzare un’organizzazione del territorio diversificata fra centri più grandi e tendenzialmente egemoni,

affiancati da siti più piccoli. In alcune aree si assiste nel Bronzo Recente ad una maggiore frequenza di siti di

grande estensione e ad una più scarsa presenza degli insediamenti minori, forse per una più forte tendenza

alla concentrazione della popolazione. Tale tendenza sembra accentuarsi nel momento più avanzato del BR

quando il numero degli insediamenti diminuisce tendendo a concentrarsi in quelli di più grandi dimensioni

con un probabile ruolo subalterno degli insediamenti di più piccola estensione (FIGG.70-79).

L’organizzazione interna degli abitati è strutturata secondo un’organizzazione dello spazio basata su

uno schema di strade ortogonali con case di forma e dimensioni univoche, per lo più su impalcato ligneo, che

variano dai circa 60 mq di Montale nel BM2 ai circa 100 mq. nel BR, come attestato ad esempio a S. Rosa di

Poviglio e a Gaggio Il modello di casa su impalcato non è comunque univoco. Ad esempio a Gaggio nelle

prime fasi di occupazione dell’insediamento le case erano costruite direttamente a terra, con una pianta

rettangolare absidata, anche se egualmente ordinate con una distribuzione regolare dello spazio secondo uno

schema ortogonale. Si ritiene plausibile in ogni caso che tali abitazioni fossero destinate ad un solo nucleo

familiare. Vi sono anche prove evidenti di utilizzo nel tempo degli stessi spazi per la ricostruzione delle case

che vengono riedificate con lo stesso orientamento delle precedenti, come se occupassero dei lotti prestabiliti.

Ciò implica un assetto abitativo fortemente strutturato e probabilmente anche un utilizzo estremamente

pianificato nel tempo degli spazi destinati alle abitazioni, con conseguente probabile assegnazione di spazi

predeterminati agli stessi nuclei familiari (80-90).

Lo sfruttamento del territorio per l’agricoltura e l’allevamento messo in atto dalle popolazioni delle

terramare causò la drastica riduzione del territorio forestato, che passò da circa il 75 % al 25 %. Si tratta del

maggior tasso di deforestazione dell’età del bronzo per l’Italia. L’economia delle terramare si basava su una

forte produzione cerealicola (soprattutto frumento ed orzo ma anche altri tipi di cereali).

È attestata anche la produzione di legumi (favino, piselli, ecc) e la produzione di canapa e lino (per

sacchi e vestiti). È probabile che alla fine del BM e nel BR sia iniziata la produzione di bevande fermentate a

base di uva, forse in precedenza ottenute con il corniolo. L’agricoltura veniva effettuata con l’aratro e con

strumentario in corno di cervo (zappette, picconi, falcetti) o in bronzo (falcetti). La presenza di canalizzazioni

per irrigare i campi dimostra un’organizzazione molto avanzata dell’agricoltura.

L’allevamento era indirizzato ai caprovini (prevalenti largamente le pecore), maiali e di bovini, questi

ultimi ovviamente utilizzati anche nelle attività agricole, testimoniate dalle presenza di aratri e ruote di carri. I

cani erano destinati al controllo delle greggi, mentre i cavalli erano allevati ma non sembrano destinati ad uso

alimentare. È probabile che fossero utilizzati per il trasporto e nelle attività belliche. La caccia rappresentava

un'attività estremamente marginale, e in genere è prevalentemente indirizzata a cervi, caprioli e cinghiali. La

caccia era probabilmente una attività destinata all’aggregazione del ceto guerriero (FIGG.91-108)

L’esistenza di produzioni artigianali sviluppate fa presupporre la presenza di figure di artigiani

semispecialisti (ceramiche, corno di cervo e tessuti) e di artigiani metallurghi, che si può invece supporre

prevalentemente dediti a questa attività. L’abbondanza di oggetti in bronzo, di forme di fusione e di tracce di

lavorazione del bronzo, presenti con grande frequenza attestano la probabile presenza fissa dell’artigiano

metallurgo all’interno della maggior parte degli abitati. La produzione metallurgica era molto ampia e in parte

destinata anche alle attività lavorative, e non solo alla produzione di armi e ornamenti. Ciò dimostra la

socializzazione della attività metallurgica, che non era rivolta solo a soddisfare il ceto guerriero e le donne ad

esso correlate, ma anche artigiani e contadini. In tal senso è particolarmente significativa l’attestazione di molti

falcetti messori in bronzo.

Il metallo giungeva da aree distanti attraverso una rete di traffici complessa che permetteva anche

l’arrivo di beni esotici come l’ambra utilizzata per la fabbricazione di ornamenti dalle donne dei ceti emergenti

come status sociale. Tale attività di scambio sembra regolata da norme socialmente accettate, come dimostra

l’esistenza di due sistemi ponderali, assimilabili a quelli attestati nel mondo Egeo e in Europa Centrale, uno

dei quali già in uso durante la media età del bronzo. È però probabile che l’attività di scambio fosse gestita dal

ceto egemone.

Nel BR il mondo terramaricolo è certamente coinvolto in traffici a lunga distanza come dimostrano la

presenza di ceramica egea e/di tipo egeo e perline in vetro di tipo miceneo presenti nel Veronese e in Emilia

(FIGG.109 - 166). Ma anche in precedenza la presenza di ambra dimostra che l’area delle terramare era

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fortemente correlata con l’Europa e il mediterraneo. La presenza di pesi da bilancia dimostra che lo scambio

aveva assunto un peso economico tale da necessitare una forma di normalizzazione (FIG.160-166).

Le necropoli mostrano una differenziazione rituale. Nell’ambito dell’area emiliana e del territorio

collocato ad Ovest del Fiume Mincio sono attestate necropoli a cremazione fin dalla media età del bronzo. Fra

Mincio e Adige sono presenti invece necropoli inizialmente ad inumazione Verso la fine del BM o l’inizio del

BR tali necropoli mostrano evidenze di biritualismo, con tendenziale prevalente adozione del rito incineratorio

nel BR, che a giudicare dalla necropoli di Olmo di Nogara (Verona) potrebbe essere destinato in una fase

iniziale soprattutto ai maschi adulti (FIG.167).

Le evidenze di Olmo di Nogara dimostrano che già nel Bronzo Medio nella società terramaricola è

attestata l’esistenza di forme di differenziazione sociale evidenziate dal rango di alcuni personaggi maschili i

cui corredi funerari sono contraddistinti da spade (o spade e pugnali) e femminili con una più articolata

composizione dei corredi, al cui vertice si possono riconoscere coppie di spilloni associate a perle d'ambra. Di

norma questi attribuiti sono prerogativa di soggetti adulti e maturi. Più raramente sono attestate anche

sepolture di infanti o giovanetti con attributi di rango (soprattutto femminili), come anche la presenza di

sepolture di soggetti non perfettamente abili con corredo di armi. Tali attributi di rango sono destinati ad un

segmento abbastanza ampio della popolazione della popolazione adulta, che tuttavia esclude un folto numero

di persone. Si può presupporre che la restante parte della popolazione maschile non fosse caratterizzata dal

ruolo militare del guerriero, assumendo invece una funzione ausiliaria probabilmente caratterizzata dall’uso

di armi che generalmente non appaiono nelle sepolture in quanto verosimilmente non caratterizzanti il rango

del guerriero (ad es. giavellotti, lance e arco). Speculare appare l’evidenza per le donne, il cui rango appare

definirsi in relazione all’appartenenza allo stesso ceto sociale dei guerrieri armati di spada. L’analisi dei resti

umani ha permesso di riconoscere alcuni soggetti morti o feriti in seguito ad attività bellica e altri che avevano

riportato evidenti ferite di guerra. Ciò sembra dimostrare che le guerre o attività di predazione

particolarmente violente erano praticate non occasionalmente. Con il BR diviene progressivamente esclusivo il

rito crematorio che esclude di norma la presenza del corredo nelle urne È possibile che il ritrovamento a

carattere votivo di Pila del Brancon, che si trova a breve distanza da Olmo di Nogar (circa 1,5 Km) a e che in

origine era un deposito fluviale, possa essere il luogo dove le armi poste sul rogo funerario venissero

successivamente devolute alla divinità (FIG.168-175).

Le testimonianze della necropoli ad incinerazione di Casinalbo (Modena) mostrano che la mancanza

delle armi e la scarsità delle parure femminili nelle urne e nelle sepolture delle necropoli a cremazione

dell’area terramaricola, non può essere interpretata come l’evidenza di una società egalitaria ma piuttosto

come il risultato di differente rituale che vietava la deposizione di tali oggetti assieme ai resti del defunto. Sul

piano di calpestio della necropoli sono infatti stati raccolti numerosi resti di armi e oggetti di ornamento che

dopo essere stati sistemati sulla pira funeraria venivano defunzionalizzati, frantumati intenzionalmente, e

successivamente deposti in particolari spazi all’interno della necropoli, secondo una norma che differenziava

la collocazione a secondo che il corredo fosse composto da armi o da oggetti d’ornamento. Erano queste

probabilmente delle aree rituali dove venivano effettuate anche libagioni in onore dei defunti e/o delle

divinità, come sembrerebbero dimostrare i frammenti ceramici pertinenti a grandi dolii per contenere e a

piccole tazze e attingitoi per bere (FIG.178-199).

Nonostante le differenze di rango individuabili nelle necropoli le comunità di villaggio delle terramare

presentano un forte grado di integrazione sociale, come testimoniato anche dalla struttura isonoma dei

villaggi. L’élite pur esistente e distinta sulla base del rango è probabilmente da riferire ai personaggi emergenti

di vari segmenti parentelari in cui era suddivisa la comunità di villaggio, a loro volta composti da un insieme

di famiglie mononucleari, che tendono a rappresentare l’unità base della società. Tale ipotesi appare suffragata

dalle planimetrie delle necropoli di Casinalbo e di Olmo di Nogara che mostrano raggruppamenti

differenziati, nei quali si potrebbero riconoscere sia diverse unità parentelari che raggruppamenti di segmenti

della comunità socialmente distinti. Tale forma di coesistenza di ampi raggruppamenti parentelari, facenti

capo ad un’unica comunità di villaggio, potrebbe essere riconosciuta anche nella terramara di S. Rosa di

Poviglio, in considerazione della possibile interpretazione dell’area finora indagata e dell’insieme delle

abitazioni individuate, forse riferibili ad uno degli isolati del villaggio. Dovevano dunque coesistere all’interno

delle comunità delle terramare due differenti registri di composizione sociale, uno interno alle unità

parentelari e l’altro, orizzontale, che correlava fra loro le diverse unità parentelari e i diversi ceti esistenti al

loro interno.

L’integrazione sociale era certamente favorita dalla forte necessità di realizzare e mantenere attive opere

pubbliche quali il terrapieno e il fossato, con le opere idrauliche e canalizzazioni necessari a dirottare al suo

pagina 73 di 101

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interno l’acqua di un vicino fiume o canale naturale, ma possiamo aggiungere anche le imponenti strutture

lignee di fortificazione e di costruzione di porte, ponti, pozzi, e almeno nel BR, canali irrigui che dipartono dal

fossato per raggiungere i campi coltivati. Tale immensa attività comportava l’impiego di una forte quota di

lavoro comune che dobbiamo presupporre fosse ottenuta attraverso il consenso comunitario. In altri termini la

società delle terramare si presenta come un organismo decisamente coeso e isonomo, in cui le componenti

sociali appaiono fortemente integrate all’interno della comunità. Questo quadro sostanzialmente stabile mutò

parzialmente in termini politici tra BM3 e BR 1 (1450 - 1250 a.C.), quando si evidenzia una organizzazione

territoriale più orientata in senso gerarchico, senza tuttavia incidere in modo evidente sul modo di produzione

e sulla struttura sociale come tra l’altro sembrano attestare la serie di grandi “edifici” costruiti in serie,

individuati all’esterno della terramara di Beneceto (PR) ed interpretati come un sistema di stoccaggio

comunitario, databile forse al BR avanzato (200).

Allo stato attuale delle nostre conoscenze non abbiamo evidenze per riconoscere con certezza nelle

strutture individuate all’interno degli abitati specifici edifici destinati al culto, piuttosto si è pensato ad

ambienti specifici all’interno di alcune abitazioni. Sono però noti diversi reperti riconducibili ad attività rituali.

Fra questi numerosi oggetti miniaturizzati come vasi, pani, pelli di caprovini, animali domestici, cavalli (alcuni

dei quali con evidenze di essere stati originariamente parte di carretti), ruote di carri miniaturizzati. Accanto a

questi elementi, sebbene in misura minore, si trovano figure antropomorfe, talvolta sedute su “troni”, i cui

caratteri umani sono assai poco evidenti, oppure mascherati da una commistione di caratteri antropomorfi e

animali, itifallici. Sempre all’interno di abitati è attestato il ritrovamento di dischi aurei (Redù, Borgo Panigale,

Casinalbo), forse originariamente disposti su carretti lignei sul modello bronzeo di Trundholm Tali reperti

sono con ogni probabilità correlati al culto solare, come del resto anche i dischi aurei di Gualdo Tadino e di

Roca Vecchia nei quali il simbolismo correlato al motivo della barca solare appare evidente Allo stesso culto

sembrano doversi riferire gli spilloni in corno dai livelli più tardi della terramara di S. Rosa di Poviglio, la cui

terminazione appare riferibile al simbolo della barca solare, che si affermerà con più evidenza nei secoli

successivi (Figg.:201-215).

Recentemente a Noceto (Parma), in prossimità di una terramara nota fin dal XIX secolo, è stata scavata

una struttura interrata interpretabile come una grande cisterna per acqua costruita molto accuratamente in

legno e ottimamente conservata. Il rinvenimento al suo interno di alcune particolari classi di materiali, come

ad esempio aratri in legno, vasi e statuette di animali miniaturistico, molti vasi (soprattutto scodelle e olle/

orci) deposti accuratamente sul fondo, ciottoli selezionati, hanno fatto ritenere che la struttura sia stata

interessata da rituali legati ad offerte votive, forse in relazione a qualche culto delle acque (FIG.216-231).

Altre testimonianze cultuali di ambito votivo sono invece attestate al di fuori degli abitati, in luoghi

talvolta estremi o addirittura preclusi all’insediamento umano, come le acque di fiumi, laghi o torrenti o le

cime di montagne. All’interno di laghi e fiumi sono state trovate, come accade spesso in ambito europeo,

spade, pugnali, giavellotti e lance, e probabilmente anche elementi di corazza o di gorgiere. Anche da luoghi

di sommità provengono evidenze di forme di ritualità legate alla deposizioni di armi o di altre classi di

materiali. Dalla cima del Monte Cimone (m. 2165 slm) proviene una spada a codolo frammentata

intenzionalmente, mentre dall’Alpe di S. Giulia (m. 935 slm) una spada tipo Cetona è stata trovata in

associazione con una struttura tipo rogo rituale, frequentemente attestati in area alpina e noti come

Brandopferplätze La deposizione di oggetti votivi in bronzo su aree di sommità non si limita tuttavia alle sole

armi, dalla sommità del Monte Pilastro, in uno strato contenente carboni, fauna e frammenti ceramici,

provengono quattro falcetti a lingua da presa databili al Bronzo Recente (Figg.:232-239).

Nell’Appennino emiliano l’età del bronzo media e recente si presenta con caratteristiche dei reperti

archeologici analoghi a quelle delle terramare. Naturalmente sono completamente diversi gli insediamenti che

privilegiano abitati naturalmente fortificati. Anche qui tuttavia si nota un cambiamento significativo che

interviene fra BM3 e BR. Gli insediamenti nelle fasi iniziali del BM occupano delle rocche naturali o delle

alture lungo le vallate a controllo di via di percorrenza, con il BM avanzato e il BR vengono invece occupati siti

di altura che permettono un controllo territoriale molto ampio. Si stabilisce dunque un sistema insediamentale

organizzato su due registri uno a controllo di vie di percorrenza fluviale ed uno destinato al controllo

strategico di ampie porzioni di territorio. Il caso di Rocca Val di sasso e di Gaiato nella valle dello Scoltenna

appare in tal senso molto significativo. Il primo è un insediamento che inizia ad essere occupato nel BM1 e si

trova su una rocca naturale estremamente difesa ma dalla quale si può controllare solo il fiume, il secondo,

occupato a partire dal BM 3 è invece posto a quasi 1000 m slm e consente di controllare un territorio molto

vasto. In qualche modo questa evidenza appare parallela alla formazione di siti egemoni e subalterni in

pianura nel corso del BM3 e BR (FIGG.240. 243). pagina 74 di 101

Archeologia Preistorica e Protostoria Prof. Andrea Cardarelli - Università Sapienza

Dopo quasi 5 secoli di straordinario progresso le terramare ebbero fine in modo drastico e

relativamente veloce, il territorio della pianura emiliana fu abbandonato per vari secoli. Le motivazioni di

questa profonda e drammatica crisi non sono ancora del tutto note, ma si può ipotizzare che vi furono

concause di ordine economico e naturale che concorsero al peggioramento del modello socio-economico.

Utilizzando le valutazioni demografiche proposte nel 1997 possiamo ritenere che tra la fine del BM 3 e

l’inizio del BR (tra il 1350 e il 1300), l’area delle terramare raggiunge il massimo della pressione demografica

stimabile a circa 150. 000 individui, ovvero circa 20 abitanti per kmq. Ogni individuo avrebbe in un’area di

7500 Kmq una disponibilità teorica di 5 ha. Applicando le stime proposte da Pucci per il Lazio arcaico l’area

coltivabile sarebbe ora di soli 1,4 ha pro capite, cioè un terzo in meno rispetto alla disponibilità della fase

precedente. Tenendo conto anche della rotazione dei campi, è chiaro che la quota individuale disponibile

risulta fortemente diminuita rispetto a quella del BM2. Si può inoltre ritenere che lo sfruttamento secolare dei

suoli possa aver determinato una parziale diminuzione della produttività È dunque probabile che il rapporto

fra popolazione residente e produttività agricola fosse prossimo alla soglia della criticità.

Si può ragionevolmente ritenere che tale situazione abbia concorso a determinare il cambiamento

politico a favore di una più marcata gerarchia nell’organizzazione territoriale tra BM3 e inizio del BR, nel

senso dell’aumento dell’estensione dell’influenza territoriale di alcune comunità di villaggio rispetto ad altre,

che vengono ora direttamente inglobate dalla comunità stessa dopo l’abbandono, spontaneo o coatto, del loro

villaggio o sottoposte ad un controllo politico più marcato, nel caso dei siti minori che continuano ad essere

abitati.

Oltre a queste forti modificazioni dell’assetto politico del territorio si registrano anche altri cambiamenti

che sembrano indicare un tentativo di risposta degli abitanti delle terramare ad una situazione di minore resa

produttiva. Sia a Poviglio che a Montale si registra infatti una consistente calo della copertura forestale che, tra

la fine del BM e il BR. L’adozione di un sistema per la valutazione dell’area deforestata attorno alla terramara

di S. Rosa di Poviglio sembra inoltre dimostrare che dai circa 80 ha disboscati riscontrati durante la fase piena

del BM si passerebbe addirittura a 1250 ha. A Montale il bosco sembra decrescere passando dal 35 al 20 %,

contestualmente al calo delle querce e all’aumento dei carpini. Appare evidente che questa ulteriore

deforestazione derivi soprattutto dal tentativo di recuperare terreno da destinare alla colture e al pascolo, in un

contesto tuttavia di maggiore degrado e in una situazione climatica che mostra segni di un aumento

dell’aridità rispetto a quanto riscontrato nelle fasi precedenti. È probabile però che il tentativo messo in atto

non abbia raggiunto l’obiettivo sperato a giudicare dal diagramma pollinico di Montale, dove la riduzione del

bosco sembra non incidere in modo positivo sulla produzione cerealicola Sul fronte delle testimonianze

archeozoologiche questa tendenza appare confermata sia a Montale che a Poviglio dalla diminuzione dei

maiali (correlati alla presenza del bosco) a favore dei caprovini, con una crescita limitata ma significativa delle

capre evidenziata a Montale, animali che meglio si adattano ad una situazione più arida.

Un peggioramento in senso arido appare plausibile tenendo conto delle evidenze apparse recentemente

a S. Rosa di Poviglio, dove nell’ultima fase del villaggio, attribuibile al BR 2 cioè all’incirca alla metà del XII

sec. a.C. o poco prima, le quote più profonde raggiunte dai pozzi per acqua, in precedenza più superficiali,

hanno fatto ipotizzare un abbassamento della falda. Essendo questa correlata al livello idrico del vicino fiume

Po, cioè al principale corso d’acqua della pianura padana, si può ritenere che il fenomeno abbia avuto una

estensione regionale e non locale È possibile che l’aridità riscontrata in pianura padana possa essere ricollegata

ad un cambiamento climatico di ambito geografico più vasto. Vari recenti contributi hanno sottolineato come a

partire dalla prima metà del XII secolo a.C. corrispondente con l’inizio dell’evento n. 2 dell'IRD (ice-rafted

debris) le condizione climatiche abbiano subito in Europa e nel Mediterraneo un cambiamento piuttosto veloce

tale da contribuire significativamente anche a modificazioni di assetti storici e politici. Le conseguenze di

questo cambiamento possono variare a seconda delle latitudini e delle caratteristiche orografiche delle singole

regioni. In area transalpina questa variazione corrisponde alla decrescita dei livelli dei laghi a nord delle Alpi e

nel Jura, a partire all’incirca dal 1150 a.C. Tale modificazione ambientale favorisce una nuova intensa fase

insediativa lacustre dopo l’abbandono plurisecolare degli insediamenti palafitticoli avvenuto all’inizio del BM.

Anche in area danubiana vi sono evidenze di cambiamenti climatici che contribuirebbero a determinare

profondi mutamenti dell’organizzazione territoriale, determinando, fra le fasi HA A1 e HA A2, l’abbandono di

siti e sistemi insediativi preesistenti. Ciò appare attestato ad esempio nella regione del Lago Balaton, dove “…

climatic and environmental changes undoubtedly triggered and contributed to these changes. Dendrochronological data

indicate a climatic crisis lasting for a few decades between 1159 - 1141 BC…”.

Per quanto riguarda l’Italia settentrionale, in particolare l’area gardesana, vi sono alcune evidenze di

probabile decrescita del livello dei laghi nelxII sec. a.C. in corrispondenza con quanto rilevato per il Plateau

svizzero a partire dal 1150, ma bisogna anche tener presente che le testimonianze archeologiche mostrano

evidenti difformità rispetto a quanto attestato a Nord delle Alpi. Nella fase piena ed avanzata del BM infatti le

palafitte dell’area gardesana non vengono abbandonate, sebbene nel complesso durante questo periodo le

testimonianze archeologiche diminuiscano rispetto a quelle databili al BA o all’inizio del BM e vi siano

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evidenti segnali di modificazioni dell’insediamento come attestato ad esempio per Fiavè VI. L’abbandono

degli insediamenti palafitticoli dell’area gardesana avviene invece proprio alla fine del BR in concomitanza

con l’esaurirsi delle terramare, mentre durante il BF e la prima fase dell’età del ferro nei laghi prealpini del

settore centrale della Italia settentrionale non vi sono apprezzabili evidenze di abitati palafitticoli, come invece

ampiamente attestato nei laghi transalpini e della Germania meridionale.

È tuttavia improbabile che in Europa e in Italia le oscillazioni climatiche possano essere la sola causa

della scomparsa di un sistema economico e sociale come quella delle terramare. Fattori di crisi potrebbero

essere state piuttosto fasi siccitose prolungate che potrebbero aver depresso pesantemente i raccolti, causando

carestie e conseguenti epidemie. Notizie di carestie fra la fine del XIII e i primi decenni del XII sec. a C. non

mancano nelle fonti antiche e forse a una simile situazione si deve l’attacco dei Popoli del Mare all’Egitto.

La storia climatica medievale e moderna dell’area padana dimostra che nessuno evento di questa

rilevanza, nonostante la drammaticità di alcune circostanze ebbe conseguenze risolutive, tali da determinare il

crollo di sistemi socio-economici e politici consolidati. I dati ancora estremamente preliminari di una ricerca di

climatologia storica in corso, incentrata soprattutto sull’area padana, evidenziano vari periodi siccitosi

riportati dalle cronache. Da una prima e ancora molto parziale analisi di tali documenti si può notare che sono

frequenti le concentrazioni di annate siccitose con conseguenti pesanti ripercussioni sui raccolti e sulla

disponibilità di cibo e sull’aumento della mortalità. Per esempio in area padana le fonti registrano serie di

annate caratterizzate da pioggia assai scarsa, come ad esempio nel periodo compreso fra il 1472 e il 1485 e fra il

1534 e il 1546 All’interno di questi periodi siccitosi il picco della siccità sembra spesso riguardare due o al

massimo tre anni. È necessario però tenere presente che ciò avvenne in contesti economici e politici assai

diversi da quelli esistenti nell’età del bronzo.

Se supponiamo che nelle terramare durante il BR si era raggiunta la soglia della criticità fra entità della

popolazione e capacità produttiva del territorio, possiamo facilmente immaginare che periodi di siccità, con

anche solo due o tre annate aride in successione diretta (soprattutto se nel contesto di un prolungato e generale

trend di aumento dell’aridità), possano aver causato gravi problemi e pesantemente depresso la produzione

agricola, inaridendo anche i pascoli.

È stato più volte ribadito che la crisi delle terramare non può essere interpretata come il risultato di un

semplice rapporto fra demografia, crisi climatica e degrado ambientale e che per giustificare la radicale

modificazione occorsa nella pianura padana nel corso della prima metà del XII sec. sia necessario ricorrere

anche a spiegazioni di carattere sociale e politico, le quali non sarebbero necessariamente in contrasto con un

fattore ambientale, ma potrebbero essere state da questo innestate o amplificate. In un quadro storico e

geografico più ampio è poi necessario ricordare come tale periodo coincida sostanzialmente, o meglio sia forse

anticipato, da una diffusa instabilità politica in tutto il Mediterraneo che determina anche la crisi di sistemi

complessi, fra cui anche quello Hittita e quello della civiltà palaziale micenea che crollano all’inizio del XII

secolo.

Cercando di evitare tentazioni di determinismo ambientale, si potrebbe sostenere che la crisi che colpì le

terramare si verificò dopo un lungo periodo di straordinaria crescita economica e demografica, non

equiparabile a nessun altro ambito culturale dell’Italia centro-settentrionale; i cambiamenti che si registrarono

nel corso dei secoli compresi fra la fine del XVII e la metà del XII a.C. ci mostrano una società tutt’altro che

statica, anzi sembrano piuttosto delineare considerevoli modificazioni dell’assetto sociale e politico, inserite

però all’interno di un ordine tribale ad assetto territoriale, che rappresentava un limite a radicali

trasformazioni verso forme marcatamente differenziate della società. In questo contesto, incremento

demografico, diminuzione della produttività dei suoli e crescente siccità, possono essere stati i fattori

prevalenti della crisi, a cui gli abitanti delle terramare non riuscirono a far fronte, perché incapaci di modificare

il loro modello economico e sociale e il loro modo di produzione.

Altri territori che non ebbero lo stesso successo delle terramare durante il BM e BR, con una più

contenuta crescita demografica (ad es. l’area dell’Etruria meridionale) mostrano una continuità insediativa e

nessun collasso significativo demografico e del modello socio-politico (FIGG.244-247).

Una eco della drammatica crisi che investì il mondo delle terramare e che ne decretò il collasso attorno al

1150 a.C. potrebbe essere stato raccolto nelle notizie mitistoriche tramandateci da Dionigi di Alicarnasso alla

fine del I secolo a.C. in relazione alla saga dei Pelasgi. Dionigi che riprende fonti raccolte da storici greci del V

secolo a.C. e da tradizioni orali raccolte a Roma e in Italia, descrive una situazione che sembra corrispondere

alle fonti archeologiche per ciò che concerne le evidenze ambientali e territoriali. Ma certamente NON

E'POSSIBILE IN ALCUN MODO confermare una identificazione tra Pelasgi e abitanti delle terramare.

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Dal Bronzo Medio 2 al Recente in Italia Settentrionale

VEDI FIGURE IN FILE POWER POINT PROTOSTORIA 5

In Italia Nord Occidentale (Piemonte, Liguria, Lombardia occidentale, estremi lembi dell’Emilia

occidentale appenninica) il Bronzo Medio e Recente appare caratterizzato da una facies archeologica che nelle

sue componenti generali (vi sono naturalmente differenziazioni territoriali) appare connotata da uno sviluppo

unitario.

Secondo l’interpretazione di Filippo Gambari una prima fase è rappresentata principalmente dalla

presenza dell’ansa ad ascia e dalla presenza di scodelloni e tazze carenate decorate con solcature, spesso

formanti motivi a festoni.

Gli insediamenti sono posti in contesti ambientali vari. Tra questi si riconoscono insediamenti lacustri/

palustri come ad esempio Mercurago (che da il nome a questa fase cronologico nell’area dell’Italia N.O. cfr.

Power POINT 3), Viverone o su terrazzo fluviale e altura (Chiomonte e Castello di Annone, alcuni Castellari

liguri), o ancora frequentazioni (insediative o cultuali?) di doline (Bric Tana) e di ambiti marittimi (Genova).

(vedi POWER POINT 3)

Gli usi funerari sono poco noti. Nel BM1 Accanto alla possibile continuazione dell’inumazione collettiva

in grotte della Liguria, in Piemonte sono attestate tombe ad inumazione in fossa che continuano la tradizione

del BA, ma si segnala la possibile parziale combustione della probabile tomba delle Vallare (Vedi POWER

POINT 3). DAL BM2 si afferma la cremazione.

Con il Bronzo medio 2 e 3 l’area Nord occidentale si distingue ancora più distintamente. Le ceramiche

sono caratterizzate da decorazioni a solcature e cuppelle con centro rilevato e da tazze con doppia carenatura.

Nel BM 2 il principale punto di riferimento è l’insediamento lacustre di Viverone (Ivrea) (FIGG.2), da dove

oltre ad un abbondantissimo materiale ceramico caratterizzato da ceramica nero lucida con solcature e

cuppelle a centro rilevato (FIG.3) proviene una ricchissimo repertorio di manufatti in bronzo con evidenti

affinità con l’Europa centrale e in particolare con la cd. Cultura dei Tumuli (FIGG.4-10). Questo insediamento

per ora purtroppo quasi inedito, oltre a dare il nome a questa specifica fase, è caratterizzato da una pianta del

villaggio di forma circolare in cui si riconosce una parziale sistemazione organizzata secondo schemi

planimetrici regolari (FIG.1). Un insediamento che appare particolarmente rappresentativo per la fase del BM

2 e del BM 3 è il sito di Momperone che si trova su un ampio terrazzo aperto sul torrente Curone nella

propaggine appenninica del Piemonte meridionale. Il repertorio ceramico è caratterizzato da ciotole tazze con

doppia carena decorate ancora con fasci di solcature e cuppelle a centro rilevato. La produzione metallurgica è

composta da spilloni e pugnali. È presente anche un bottone conico in faience (FIG.11-23) Alla facies di

Viverone e Momperone può essere assimilato il sito di Travo - Piscina nel Piacentino (FIG.24) databile però

esclusivamente al BM 2.

Insediamenti di altura sono anche attestati sia in area appenninica che nel Piemonte (cfr ad es. il sito di

Roc del Col presso Pinerolo). In Liguria sono ben attestati ora (e continueranno nella successiva fase del BR) gli

abitati di altura noti con il nome di Castellari sia nelle zone montane dell’interno, sia sul mare (per es.

Castellaro di Zignago, di S.Antonino di Perti e di Camogli).

Per il BM 1- 2 le testimonianze funerarie sono, almeno in parte, ancora legate all’inumazione come

sembrerebbe testimoniare una tomba di Alba loc. Moretta, databile in cronologia calibrata (91,5% di

probabilità) fra il 1690 e il 1520 a.C. Nel BM 3 prevale l’incinerazione anche se potrebbero essere attestate

forme di biritualismo con l’introduzione della cremazione. Una tomba ad inumazione entro tronco d’albero è

attestata ad Alba loc. Mokaffè (datazione 1520 - 1370, 87, 3 % di probabilità) mentre una tomba a cremazione,

proveniente dalla località Cascina Chiappona (Alessandria) sembra attestare l’introduzione del rito

incineratorio già in un momento del BM2 o al più tardi dell’inizio del BM 3 (FIG.25- 26) L’introduzione nel BM

3 del rituale incineratorio in Italia N.Occ. è testimoniato da altre sepolture rientranti nell’ambito della facies di

Alba I. -Scamozzina Differentemente da quanto attestato nell’area terramaricola, seppure non frequentemente

nelle sepolture a cremazione della facies di Scamozzina- Alba sono attestate le armi (pugnali e spade).

Ad Alba nella necropoli di Corso Piave é riconoscibile una successione di sepolture ad incinerazione

databili dal BM 3 (fase di Alba I - Scamozzina) al BR I (fase Alba II - Scamozzina) al BR 2 (fase Alba Solero).

Il BR ultima in Piemonte settentrionale e in Lombardia occidentale è caratterizzata dalla facies di

Canegrate attestata da consistenti necropoli ad incinerazione (FIG.28- 30).

Per la Lombardia è stata proposta una analoga successione cronologica per le fasi del BM 3 e del BR,

basata soprattutto su varie necropoli a cremazione (Scamozzina, Monza, Canegrate, Gambolò) che ha

consentito a Carancini e Peroni di proporre una sequenza associativa che distingue due diverse fasi. La prima

definita Gambolò-Scamozzina del BM 3, la seconda di Canegrate interamente del BR (FIGG.31-35). pagina 77 di 101

Archeologia Preistorica e Protostoria Prof. Andrea Cardarelli - Università Sapienza

Nell'Italia Nord Orientale si affermano ora i Castellieri che nell’Istria e nel Carso, e più in generale

nell’area alpina, sono insediamenti di altura con cinte in pietrame, mentre nella pianura friulana e del Veneto

Orientale sono insediamenti di pianura estesi per alcuni ettari con fossato e terrapieno simili alle terramare

(FIGG.36-41). Dal punto di vista dei reperti archeologici le prime occupazione dei castellieri in Istria

avverrebbe nel corso del BA, ma il fenomeno nel suo complesso diventa evidente e molto consistente nel BM.

Caratteristiche nelle ceramiche sono le anse sormontate da piastre e quelle rastremate. Le decorazioni sono

poco presenti e limitate a solcature, bugne, talora associate a cuppelle, e cordoni plastici (FIGG.42-51). Il rituale

funerario appare nel BM caratterizzato da sepolture ad inumazione sotto tumulo (è attestata una sepoltura con

copertura a tholos a Maklavun- Istria centrale) e da tombe a cista inserite nelle porte di ingresso delle cinte dei

castellieri istriani (per es. a Moncodogno e a Monte Orcino) (FIGG.52-59). All’inizio del BF sono invece

attestate tombe ad incinerazione in Friuli presso il Castelliere di Castions di Strada (FIG.60), mentre in Istria si

può ricordare la necropoli del Bronzo Finale di Limska Gradina.

Nell’area alpina centrale (Trentino) ha fine l’insediamento lacustre plurisecolare di Fiavè. Tra la fine del

BM 3 e l’inizio del BR l’insediamento abbandona il lago e viene spostato sui versanti vicini che vengono

terrazzati per contenere delle case rettangolari (FIG.61). I materiali ceramici presentano vasi troncoconici con

orli fortemente svasati e tazze o ciotole con anse con soprelevazioni a corna espanse, simili a quelle attestate

nel BM3 avanzato dell’area delle Terramare (FIG.62). Tali materiali preludono agli sviluppi del BF che in

quest’area sono caratterizzati dalla facies denominata Luco.

Tra il BR e il BF è attestata in area Trentina e nell’alto Adige e più in generale in quest’area delle Alpi

centrali un'importante attività metallurgica di cui sono stati trovati resti molto consistenti di fornaci per

l’estrazione del rame e accumuli di scorie come quelle di Acquafredda presso il passo di Redebus in Trentino

(63-64). Tali testimonianze dimostrano un incremento straordinario della produzione metallurgica.

Altra importante evidenza dell’area Alpina centrale è la presenza di luoghi di culto sulle vette di

montagne, anche ad alta quota. Si tratta dei cosiddetti Brandopferplätze (roghi cultuali) in cui venivano

deposti (sacrificati) come oggetti votivi armi, ornamenti e vasellame in bronzo, vasellame in ceramica

probabilmente contenente cibo, pezzi di carne ecc. L’attività cultuale in questi siti si prolunga per molti secoli

ed è talvolta ancora attestata nella tarda età del ferro.

Sempre nell’ambito delle attività cultuali è molto ben attestata la pratica della deposizione in acqua di

armi in bronzo prevalentemente spade (FIG.65-66).

Il Bronzo Antico in Italia Centrale e Meridionale

VEDI FIGURE IN FILE POWER POINT PROTOSTORIA 5

Italia Centrale

La prima fase dell’antica età del bronzo in Italia Centrale databile al BA 1 appare in continuità con la

tradizione del vaso campaniforme (FIGG.2-3). Tale evidenza, già colta da Renato Peroni nel 1971 con la

formulazione della facies di Asciano (grotta in provincia di Pisa che presenta una articolata stratigrafia

comprendente neolitico tardo, età del rame ed età del bronzo) è stata ulteriormente confermata da vari

rinvenimenti in Toscana (insediamenti epicampaniformi dell’area fiorentina, tra cui Lastruccia). Come per

l’area emiliana e romagnola (facies di Tanaccia di Brisighella) vi sarebbe dunque una continuità, almeno

stilistica, fra tarda età del rame e il primo orizzonte del BA (FIG.4-5). Nel Lazio settentrionale, compresa l’area

di Roma, l’evidenza archeologica per questo periodo appare egualmente ricollegarsi alla tradizione

campaniforme (Stile di Tre Erici - Norchia e Roma -Via Lucrezia Romana) (FIGG.6-10).

Secondo alcuni autori inoltre la facies eneolitica di Rinaldone, attestata nell’alto Lazio e in Toscana

meridionale si concluderebbe durante la prima fase dell’antica età del bronzo (FIG.11, 1-5). Questa posizione

non è invece accettata dalla maggior parte degli altri autori in quanto non sembrerebbero essere presenti nei

contesti Rinaldoniani elementi di tipo campaniforme. Pertanto si deve ritenere che la facies di Rinaldone sia da

attribuire ad un momento precedente il vaso campaniforme o tutt’al più solo in parte contemporaneo dato che

a Fosso Conicchio presso Montefiascone (VT), quindi in pieno areale rinaldoniano, è stata scavata una

struttura ipogeica con decine di vasi campaniformi. Tra questi è però presente un vaso a fiasco tipo Rinaldone.

Nell’area adriatica, dove l’evidenza campaniforme non è nell’età del rame altrettanto forte, la prima fase

del BA non è ancora molto chiara. Elementi riconducibili ad un orizzonte tardo campaniforme o

epicampaniforme sono presenti a Monte Ceti e nella valle del fiume Metauro nelle Marche settentrionali. Altro

materiale sembrerebbe piuttosto attribuibile alla facies della Tanaccia di Brisighella e pertinente forse ad un

momento più avanzato della prima fase del BA (FIG.12). pagina 78 di 101

Archeologia Preistorica e Protostoria Prof. Andrea Cardarelli - Università Sapienza

Nella seconda fase del BA tracce di insediamenti palafitticoli sono stati ritrovati anche nei laghi vulcanici

dell'Alto Lazio (per es. Mezzano vicino al lago di Bolsena), e recentemente anche nelle Marche settentrionali

(Carpegna - PU) (FIG.13). Si tratta di insediamenti che talvolta continueranno ad essere occupati anche nel BM

1/2. Il giacimento più importante è quello del piccolo lago di Mezzano (non distante dal lago di Bolsena), da cui

provengono ceramiche con anse a gomito, asce a margini rialzati, uno spillone con testa a disco.

Ceramiche in buona parte simili sono state rinvenute nelle grotte (probabilmente sede di culti) del

senese, in particolare in quelle di Belverde di Cetona e del Beato Benincasa, tanto che si può parlare per l'Italia

centrale tirrenica di una facies di Belverde-Mezzano (FIG.14-16).

Nelle Marche centrali e meridionali sembra affermarsi (cfr. sito di Forcella di Castel di Lama in prov. di

Ascoli Piceno) una facies con forti agganci all’ambito adriatico, caratterizzata da vasi con alto collo

imbutiforme (vedi anche facies di Wieselburg- Gata a Canar presso Rovigo) e tazze e boccali con anse a gomito

(FIGG.17-18).

Italia Meridionale

Campania

Nella fase iniziale del BA la Campania sembra interessata dalla presenza della facies di Laterza che si

sviluppa primariamente in Puglia, in continuità con le manifestazione dell’età del rame appartenenti alla

stessa facies. Un'importante evidenza insediamentale databile ad un momento avanzato dell’età del rame e

forse dei primissimi momenti del Bronzo Antico è quello del Villaggio dell’Area Forum a Gricignano (Caserta)

che si può datare in termini di cronologia assoluta fra 2700 e il 2200 a.C. (FIG.19).

Si tratta di un villaggio in cui si possono riconoscere varie classi dimensionali delle abitazioni che

presentano un perimetro ellittico o subellitico, con la possibilità di un corridoio semianulare per le case di

maggiore ampiezza. A Gricignano, è stata rilevata un’ampia porzione del villaggio di questa fase, che era

costituito da alcune decine di grandi capanne (di cui restavano solo i fori per palo), e dunque popolato da

qualche centinaio di persone. Un primo nucleo di abitazioni appare avere una ampiezza compresa fra 35 e 45

mq; un secondo fra 60 e 80; un terzo, pertinente alle case con corridoi semianulari, compreso fra 120/150 mq.

(FIG.20).

Nella stessa area di Gricignano sono note anche case posteriori databili al BA 2 e analoghe evidenze sono

attestate in varie zone delle provincie di Napoli, Caserta, Avellino. I numerosi insediamenti sono ricoperti dai

resti di una eruzione catastrofica del Vesuvio (FIG.21), simile a quella di Pompei, datata mediante il Carbonio 14

all'incirca tra il 1880 e il 1680 a.C. Pertanto tali insediamenti pertinenti alla facies di Palma Campania dal

nome di uno dei siti più importanti, sono stati coperti da pomici vulcaniche (note come pomici di Avellino) che

hanno ben conservato testimonianze straordinarie come resti di villaggi, strade, campi arati (per es. a

Gricignano a ad Aversa). Eccezionali sono le testimonianze di Nola, dove sono state trovate grandissime

capanne a pianta absidata (oltre i 100 mq. = 15x7) particolarmente ben conservate, abbandonate

repentinamente per via dell’eruzione (FIGG.22-27). Testimonianze di case molte lunghe (fino a 20 m) di forma

rettangolare con abside sono attestate anche a Gricignano (FIG.28). La facies di Palma Campania è stata

recentemente suddivisa in tre diverse fasi. La prima, che potrebbe ancora appartenere ad un momento tardo

del BA1 è rappresentata dalle evidenze del sito di Boscoreale, dove sono attestate tazze carenate ed anse a

gomito, talvolta leggermente apicate (FIG.29). La fase centrale databile al BA2A è quella più nota in quanto le

testimonianze di questo orizzonte cronologico sono quelle sepolte dall’eruzione delle pomici di Avellino. Tra le

forme più caratteristiche le tazze su alti sostegni, spesso traforati, di pregevole fattura e, noti anche come

calefattoi, le coppe su alto piede, i sostegni a clessidra sui quali erano certamente poggiate le tazze, e le tazze a

fondo emisferico con alta ansa a nastro atte ad essere utilizzate come attingitoi. I materiali in bronzo non sono

particolarmente frequenti ma sono attestate asce pertinenti al III orizzonte dei ripostigli (FIG.30c - 34). Vanno

segnalati alcuni rinvenimenti particolari come il copricapo costituito da zanne inferiori di maiale, trovato

nell’insediamento di Nola (FIG.35). Dopo l’eruzione vi sono tracce di rioccupazione dell’area. Una terza fase

attribuibile al BA2B della facies di Palma Campania è attestata per esempio a Nola via Cimatile.

Le pomici di Avellino hanno permesso inoltre la conservazione di resti di campi fossili, strade,

numerosissime forme ceramiche integre. Nelle vicinanze sono stati indagati anche i resti dei campi arati,

costituiti da grandi appezzamenti delimitati da canalette, larghi da 30 a 60 metri, e molto lunghi. In altre zone

sono state identificate anche strade percorse da carri, e campi in cui venivano condotti al pascolo i bovini (di

cui restano le impronte), mentre in altri casi la presenza di cocci sparsi nei campi coltivati fa pensare che

venisse praticata la concimazione (i cocci si ritiene vi pervenissero come rifiuti mescolati con il letame che

veniva sparso nei campi). Si tratta dunque di insediamenti vasti, popolosi e ben organizzati dal punto di vista

delle attività agricole. Tracce di campi arati, di delimitazioni di campi con canalette e di strade sono note anche

ad Acerra (FIGG.37-39). pagina 79 di 101

Archeologia Preistorica e Protostoria Prof. Andrea Cardarelli - Università Sapienza

Puglia e Basilicata

Nella Puglia e nella Basilicata continua nel BA la facies di Laterza (FIG.40, 11, 13) affermatasi già nell'età

del rame, e sono presenti anche forti influssi dalla facies di Çetina diffusa sul territorio costiero della Croazia e

del Montenegro, attribuibili per lo più ad un orizzonte compreso fra la fine dell’età de rame e il BA (FIG.40,

12). Particolarmente significative per il BA sono i resti delle tombe di Casal Sabini e del Pisciulo presso

Altamura (FIGG.FIG.41-44). È da segnalare per il complesso di Casal Sabini l’osso a globuli che trova confronti

nella facies di Castelluccio in Sicilia, con il protoelladico II e III e con Troia II.

Poco noti sono gli abitati ed invece numerose sono le testimonianze delle tombe ipogeiche a grotticella,

inizialmente utilizzate a lungo (già a partire dall’età del rame) e contenenti moltissimi defunti, più tardi con un

numero più limitato di deposizioni. In un momento più avanzato si diffonde l’uso della camera ipogeica a

camera (pianta quadrangolare) attestata al Pisciulo, che sembra richiamare prototipi egei del Medio Elladico

(FIG.43). Nella tomba del Pisciulo sono anche attestati due boccali tipo Çetina (FIG.44 1-2).

Calabria

In Calabria grazie alle ricognizioni nella zona di Crotone e soprattutto nel promontorio di Tropea è stata

identificata una chiara evoluzione dell'insediamento, e sono state definite due facies archeologiche.

La più antica, riferibile alla fase l del Bronzo Antico, è la facies di Zungri-Corazzo (FIG.45 a), caratterizzata

da decorazioni impresse a triangolini e a crocette, ottenute in entrambi i casi mediante un punzone. Tra le forme

ceramiche la più comune è la bassa scodella con orlo a tesa. Gli insediamenti di questa fase sono ancora

concentrati su suoli leggeri e fertili come quelli dell'altopiano del Poro, adatti per la coltura dei cereali e dei

legumi (FIG.46). Altri abitati sono presenti nei pressi di Crotone, in particolare quello di Corazzo.

Appartiene invece alla fase 2 del Bronzo Antico la facies di Cessaniti (FIG.45 B). Tra i tipi più caratteristici

vi sono la ciotola carenata con piccola ansa a nastro sulla parete, e la tazza a bassa vasca e parete concava con alta ansa a

largo nastro. Tra i siti più importanti vi sono quello di Cessaniti, e l'insediamento di Capo Piccolo presso

Crotone, da cui proviene anche un frammento di forma di fusione per pugnali a manico fuso. Si riferisce a

questa fase anche il ripostiglio di Cotronei, trovato presso il lago Ampollino, costituito da pugnali, alabarde e

asce. Sia nell'area di Crotone che nel promontorio di Tropea gli insediamenti di questa fase iniziano ad

occupare in modo intensivo anche zone collinari non particolarmente adatte per l’agricoltura seminativa,

mentre in precedenza, nel BA 1 nel promontorio di Tropea gli insediamenti sono attestati sull’altopiano, più

adatto alla agricoltura di tipo cerealicolo (FIG.46). Ciò può essere ricondotto probabilmente ad una crescita del

ruolo dell'allevamento di caprovini e bovini, e/o ad un inizio dell'introduzione di alcune colture legnose

mediterranee, e in particolare del fico, pianta dall'elevata resa nutrizionale e capace di adattarsi ad una vasta

gamma di suoli. Dati certi dell'introduzione dell'olivo e della vite si avranno però solo a partire dal Bronzo

tardo.

Sepolture con corredo complesso del Bronzo Antico in Italia meridionale

In Italia meridionale sono state recuperate, purtroppo non attraverso scavi scientifici, anche due

importanti sepolture con corredo complesso di armi, in parte - analoghe alle tombe eminenti dell 'Europa

centrale. Dalla prima, rinvenuta nella località di Parco dei Monaci nel Materano, delimitata da lastre di pietra,

provengono un pugnale a manico fuso, un pugnale a base semplice e un'ascia (FIG.47). L'altra, trovata al

Timpone delle Rose nella Sila, era una fossa sotto tumulo, e conteneva un pugnale a manico fuso (andato

disperso) e due asce con decorazione incisa. Del resto anche il ritrovamento di pugnali a manico fuso da

Nocera dei Pagani (FIG.48, A) in Campania sembra dimostrare che tali oggetti siano pertinenti ad un ceto

emergente in cui spicca la figura del guerriero.

Sono anche attestate, in particolare per la facies di Palma Campania, tombe a fossa, che a S. Paolo Belsito

erano al di sotto di tumuli. Nella necropoli di S. Abbondio a Pompei che forse arriva alle soglie del BM sono

presenti corredi di particolare rilevanza fra cui una tomba con brocca biconica con decorazione plastica

raffigurante due pugnali a manico fuso e tre pugnali in bronzo a base semplice (T. 8/r) e un’altra con un’ascia

a margini rialzati attribuibile forse ad un momento estremamente avanzato del BA o iniziale del BM (FIGG.

49-50). A Gricignano una sepoltura di bambino di 2-4 anni con pugnale che sembra dimostrare la possibile

esistenza di forme di trasmissione ereditaria del rango.

Nell’area di Tropea (Nicotera) è invece attestata la presenza di tombe ad incinerazione entro urne di tipo

analogo a quelle attestate nella necropoli di contrada Diana sotto l’acropoli di Lipari attribuibili alla facies di

Capo Graziano. Si tratta dell’unica attestazione databile al BA (anche se non si può del tutto escludere una

datazione all’inizio del BM) di pratica della incinerazione (FIG.51). pagina 80 di 101

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Sicilia

Anche in Sicilia, dopo la fine delle facies locali legate alla diffusione del vaso campaniforme ha inizio un

nuovo ciclo storico. In realtà la diffusione del campaniforme non è così uniforme. L’associazione più evidente è

con la facies eneolitica di Malpasso, mentre per la facies di S. Ippolito e di Piano Quartara, quest’ultima

attestata nelle Eolie, i riferimenti sono più che altro indiretti. Le dinamiche della formazione di una nuova

facies, attestata in gran parte della Sicilia nel Bronzo Antico (FIG.52) e definita facies di Castelluccio dalla

località dove verso la fine del XIX secolo Paolo Orsi scavò un importante sepolcreto di tombe rupestri a

grotticella, non sono ancora molto chiare. In alcune parti dell’Isola sono stati individuati momenti formativi

della facies che sono stati definiti “protocastellucciani” come nel caso del gruppo di Naro Partanna che mostra

strette affinità con la facies eneolitica di S. Ippolito e che potrebbe essersi cominciato a formare ancora durante

l’orizzonte campaniforme. Si potrebbe del resto ipotizzare anche essere possibile una prosecuzione della

produzione di ispirazione campaniforme all’inizio del BA, come del resto avviene in parte dell’Italia centrale.

In questo senso potrebbe essere interpretata la presenza di vasi campaniformi associati a ceramica

castellucciana nella tomba di S. Bartolo. Inoltre nell’importante insediamento di Manfria attribuibile alla fase

antica di Castelluccio sono stati trovati frammenti di stile campaniforme e ceramica maltese dell’orizzonte

maltese di Tarxien cemetery.

La facies castellucciana, come del resto altre facies siciliane ed eoliane formatesi nel corso del BA (Rodì-

Tindari e Capo Graziano: distribuzione a FIG.52) continua per parte del BM, differentemente da quanto

accade in Italia continentale dove la fine del BA marca anche un deciso cambiamento delle facies archeologiche

e dell’assetto socio-economico delle comunità.

La facies di Castelluccio si differenzia dunque in un Castellucciano 1 attribuibile al BA ed un

Castellucciano 2 databile al BM 1/2. La cronologia della Facies di Castelluccio si basa soprattutto sulla

produzione ceramica dipinta con decorazioni geometriche a fasce, generalmente incrociate, in bruno o nero su

fondo giallastro o rossiccio. Tra le forme più caratteristiche vasi a clessidra, vasi a fruttiera su alto piede, anfore

piriformi. All’interno della facies di Castelluccio si riconoscono anche numerosi diversi stili ceramici

attribuibili a territori distinti (FIG.55-56).

Tra i principali indicatori cronologici che ci consentono di distinguere i complessi del Castellucciano 1 da

quelli del 2 si possono in primo luogo riconoscere i vasi dipinti dello stile cd. di Montedoro - Monserrato

dislocato in Sicilia centro occidentale mentre per la Sicilia orientale è noto il cd. castellucciano etneo. Un'altra

classe ceramica definibile nell’ambito del BA è quella del cd. “Castelluccio bruno”, ceramica non dipinta

lucidata e talvolta decorata con incisioni. Indicatori molto importanti per la cronologia sono alcuni manufatti

importati o prodotti localmente su modelli egei o del mediterraneo orientale. In particolare i cd. ossi a globuli

(FIG.57) che nella facies di Castelluccio sono particolarmente attestati (sono preseti anche nella facies Laterza

nell’ipogeo di Casal Sabini, vedi sopra) e che trovano confronto nel protoelladico III o nel Mesoelladico I, oltre

che nei livelli di Troia II. I contatti fra la Sicilia e l’area egea o del mediterraneo orientale dovevano essere del

resto piuttosto rilevanti. In questo senso potrebbe essere spiegato lo sfruttamento intensivo delle miniere di

zolfo, come quella di Monte Grande nell’Agrigentino.

La contemporaneità fra Castelluccio I e la facies Eoliana di Capo Graziano I è data soprattutto

dall’associazione fra ceramiche delle due facies nella grotta della Chiusazza e a Ognina.

Durante la facies di Castelluccio si assiste a una notevole crescita del numero degli insediamenti,

distribuiti fittamente in tutto il territorio e anche nelle zone collinari (cfr. Valle del Salso, FIG.58). Benché la

maggioranza degli abitati sia situata in posizioni non difese, alcuni centri, che dovevano avere un ruolo

preminente nell'organizzazione del territorio, sono dotati di difese naturali (vedi ad esempio La Muculufa,

presso Butera in provincia di Caltanissetta, dove tra l’altro sarebbe attestato un luogo di culto) e talvolta anche

artificiali (si veda il muro difensivo in pietrame con torri della località Timpa Dieri a Petraro di Mellilli, in

provincia di Siracusa, FIG.58). Le abitazioni attestate sono di norma con basamenti di muretti a secco di forma

circolare o ovale/rettangolare absidata.

Le tombe della facies di Castelluccio sono particolarmente importanti e prevalentemente del tipo a

grotticella rupestre (cioè scavate nella roccia). Molto famose sono quelle del sito di Castelluccio (Noto -

Siracusa). In alcuni casi presentano una fronte con decorazione architettonica e chiusure con portelli in pietra

decorati a bassorilievo con scene a bassorilievo che sono stilizzazioni dell’accoppiamento (FIG.53-54).

La produzione metallurgica della facies di Castelluccio non è molto abbondante, mentre invece è ancora

ben attestata la produzione di industria litica. È nota una cava di selce (Monte Tabuto) prossima all’importante

sito castellucciano di Monte Sallia in Sicilia Sud orientale.

La ceramica della facies di Rodì-Tindari diffusa soprattutto in Sicilia settentrionale ma attestata anche in

altre zone (a volte insieme a materiali castellucciani come a Ciavolaro in provincia di Agrigento) è invece priva

di decorazioni dipinte, e presenta tazze con anse particolari, fornite nella parte superiore di due lunghe

pagina 81 di 101

Archeologia Preistorica e Protostoria Prof. Andrea Cardarelli - Università Sapienza

appendici a orecchie equine (FIG.56). Anche questa facies prosegue nel corso delle fasi 1-2 del Bronzo medio.

Sono presenti anche tombe entro dolio, riferibili alla facies di Rodì-Tindari.

Isole Eolie

Come si è detto l'importanza delle isole Eolie nel corso dell'età del rame (facies di Piano Conte e Piano

Quartara) era fortemente decaduta rispetto al Neolitico, essendo quasi del tutto cessata la richiesta di

ossidiana. Con l'età del bronzo esse assumono un nuovo ruolo di grande rilievo come base di traffici

transmarini a lunga distanza. A partire dal Bronzo Antico si manifesta una nuova vitalità dell’isola con vari

insediamenti distribuiti nelle isole che sul piano archeologico si manifesta con la facies di Capo Graziano,

dall'abitato di Capo Graziano sull'isola di Filicudi, dislocato su un promontorio arroccato (FIGG.59-60).

L’insediamento nella fase più antica è dislocato nella zona pianeggiante a valle del promontorio, ma viene poi

spostato nella fase recente del BA in posizione d’altura difesa sul promontorio arroccato dove continuerà ad

essere occupato fino al BM. L’abitato di altura è costituito da capanne non molto grandi e di forma ovale con

basamento in pietra, che sembrano riunite in compound attorno ad uno spazio circolare chiuso dalle capanne

stesse (FIGG.61-62). La forma ceramica più tipica di questa facies è la ciotola carenata con ampio orlo svasato,

che nel corso del Bronzo Antico (Capo Graziano l) è ancora quasi sempre non decorata, mentre nelle fasi 1-2

del Bronzo Medio (Capo Graziano 2) reca una particolare decorazione incisa a zig-zag irregolare, e a rosette di

puntini (FIG.63).

La ceramica della facies di Capo Graziano trova alcuni confronti oltremare in un insediamento scoperto

a Olimpia in Grecia e in una necropoli a incinerazione impiantata al di sopra dei templi dell'età del rame di

Tarxien nell'isola di Malta (facies di Tarxien cemetery). Questo aspetto appare particolarmente importante in

quanto tombe a incinerazione entro urna sono state rinvenute anche a Lipari (contrada Diana) mentre

risultano assenti nel BA e nel BM della Sicilia. Probabilmente ad un influenza diretta dall’area di Capo

Graziano debbono essere riferite le tombe a cremazione entro urna del BA di Nicotera, sul promontorio di

Tropea, prospiciente verso Ovest l’arcipelago delle Eolie.

La facies di capo Graziano continuerà, come quelle di Castelluccio e di Rodì-Tindari, nelle fasi 1-2 del

Bronzo medio quando saranno attestate presenze dirette di contatti con l’area egea per la presenza di frr. di

ceramica micenea I/II.

Attività di scambi transmarine nel BA sono invece attestate da un rinvenimento eccezionale. Si tratta del

ritrovamento di un naufragio di una imbarcazione trovato poco a largo di Lipari (area di Pignataro Vecchio)

dove è stato trovato abbondante vasellame tipo Capo Graziano (FIG.64). La diffusione del resto di evidenze di

tipo Capo Graziano nell’area settentrionale della Sicilia è attestata da rinvenimenti significativi già a partire

dal BA e ancora nel BM iniziale. Fra queste evidenze si possono ricordare il villaggio di Milazzo, viale dei

Cipressi, con grandi capanne ovali (FIG.65), e le attestazioni più sporadiche di ceramica tipo Capo Graziano in

Calabria e addirittura fino al Lazio settentrionale (Luni sul Mignone).

BRONZO MEDIO

Il Bronzo Medio corrisponde in Italia e in genere in Europa all'emergere di società differenziate,

dominate da una élite guerriera. L'affermarsi di questa élite corrisponde in tutta Europa (penisola iberica e

Sardegna a parte; anche in area danubiana le prime spade iniziano alla fine del BA - orizzonte di Apa -

Haidjusamson) alla prima diffusione delle spade. Ciò è ben percepibile dai corredi funerari della cosiddetta

cultura dei tumuli diffusa nel Bronzo Medio in Europa centrale. Le tombe ad inumazione di questa fase

archeologica, spesso poste sotto tumuli di terra o pietrame (FIG.66), mostrano l'esistenza di una fascia sociale

privilegiata composta da individui sia maschili che femminili. La presenza consistente di tombe femminili

ricche rappresenta un importante aspetto innovativo. Dimostra infatti che nelle comunità si sono oramai

formati dei ceti sociali emergenti al cui interno sono riconoscibili non solo uomini adulti guerrieri ma anche

donne (evidentemente a loro legate da vincoli matrimoniali o parentelari) e talvolta anche adolescenti e

bambini sepolti con attributi del loro rango. Nelle tombe maschili sono deposti ricchi corredi con la spada e

spesso anche con pugnale e/o lancia/giavellotto, oltre ad altri manufatti tra cui rasoi, ornamenti, ecc. (FIGG.

67-68). Le tombe femminili sono invece caratterizzate da ornamenti perlopiù di bronzo (spesso coppia di

spilloni e bracciali) ma anche di ambra e talvolta d'oro. Anche in Italia sono attestate evidenze di questo tipo,

sebbene con alcune differenze (per esempio scarsissima presenza della lancia/giavellotto. La necropoli più

rappresentativa in questo senso è certamente quella di Olmo di Nogara (cfr. testo parte I e Power Point 4). Con

il Bronzo Medio inizia inoltre ad affermarsi l'uso del carro da guerra a due ruote raggiate tirato da cavalli (FIG.

69-74). pagina 82 di 101

Archeologia Preistorica e Protostoria Prof. Andrea Cardarelli - Università Sapienza

La richiesta di beni di prestigio da parte dei ceti dominanti contribuisce all'aumento dei traffici a lunga

distanza, come dimostra la crescente diffusione in tutto il continente europeo dell'ambra proveniente dalle rive

del mar baltico, e anche lo sviluppo di produzioni artigianali altamente specializzate. Tra queste ultime va

ricordata la fabbricazione di vasellame e di armamenti difensivi (compaiono in questa fase i primi elmi) di

lamina di bronzo e l’adozione del carro da guerra (FIG.75).

Nel corso del Bronzo medio le società dell'Europa, e soprattutto quelle dei Balcani e dell'Italia, subiscono

forti influssi da parte della civiltà micenea. La società micenea è caratterizzata da un'organizzazione statale di

tipo palaziale. I palazzi, sede dei sovrani e centri di complesse strutture burocratico - amministrative, erano

ubicati in corrispondenza di cittadelle fortificate come Micene, Tirinto, Pilo, che costituivano le capitali di piccoli

stati. L'elevato livello di ricchezza delle élites governanti tali stati è dimostrata da corredi di estrema ricchezza

come quelli delle tombe a circolo di Micene, risalenti alle fasi più antiche della civiltà micenea (Miceneo I-Il,

secolixVII-XV a.G.).Certamente dalle fasi più recenti (Miceneo III A e B, secolixIV-XIII a.ç.) si sviluppa una

complessa organizzazione burocratica coordinata da funzionari di palazzo mediante un sistema di

registrazione scritta su tavolette d'argilla dei beni, delle persone e delle transazioni facenti capo al palazzo

(FIGG.76-82). L'interpretazione della scrittura utilizzata, il cosiddetto lineare B, ha dimostrato che la lingua

utilizzata dagli scribi micenei era una forma arcaica di greco.

Sebbene con alcune evidenti differenze ciò che accade in questo momento in area egea influenza

profondamente l’area italiana e più in senso lato l’Europa. In tale senso può essere compreso l’enorme

sviluppo dei siti posti in posizione difesa, spesso dominante, con caratteristiche analoghe a quelle delle

cittadelle micenee. Gli insediamenti d'altura dal punto di vista morfologico possono essere suddivisi in due

categorie principali: quelli su pianoro, dotati di sommità pianeggiante più o meno ampia, e circondati in genere

da fianchi scoscesi, e quelli su rilievo, occupanti alture di forma subconica o rotondeggiante, con pendii ripidi

culminanti in una sommità in genere piuttosto elevata. Si sviluppa anche la presenza di villaggi con

fortificazioni artificiali (per es. castellieri, terramare e centri fortificati della Puglia marittima). Queste ultime

secondo le diverse situazioni potevano essere costituite o da un muro in pietrame (non di rado dotato di torri) o

da una fortificazione in legno e terra (definita vallo o argine), e spesso anche da un fossato.

Altra caratteristica che potrebbe essere un riflesso dell’influenza micenea è la presenza di tombe in

prossimità delle porte presso le cinte nei Castellieri (per es. a Moncodogno e a M.Orsino) destinati

verosimilmente all’élite, sul modello dei circoli di sepolture di Micene, e la diffusione di strutture a tholos

(tombe in Istria e nuraghi) anche se è necessario ricordare che un simile tipo di soluzione architettonica è

attestata in Europa già nel IV millennio con la diffusione del megalitismo (FIGG.- 83-93).

Mentre in Europa le comunità della cosiddetta cultura dei tumuli hanno lasciato tracce piuttosto scarse

di insediamenti, che si presume dunque avessero scarsa consistenza e una durata piuttosto breve, in Italia a

partire dal periodo corrispondente alle fasi 1 e 2 del Bronzo medio (detto anche Bronzo medio iniziale) si

assiste ad una proliferazione del numero degli insediamenti, che tendono ad occupare tutte le fasce ecologiche - dalla

costa alle pianure fino alle colline e alle montagne - e a divenire sempre più stabili e popolosi. Tale aumento degli

insediamenti presuppone anche una crescita demografica e un sensibile progresso delle tecniche di

produzione del cibo. A tale stabile occupazione e al più intenso sfruttamento del territorio da parte delle

comunità come è logico si accompagnano anche esigenze di un controllo politico militare sul territorio stesso.

Tra i manufatti di bronzo più caratteristici che si diffondono in gran parte d'Europa nel Bronzo Medio

possono essere ricordati: le asce a margini fortemente rialzati e verso la fine del BM ad alette fortemente

rilevate, le spade (dei tipi a base semplice, a codolo, a lingua da presa), le prime cuspidi di lancia con innesto a

cannone e i primi rasoi; tra gli ornamenti personali molto comuni sono gli spilloni, con capocchie di vario tipo.

Le fasi 1-2 del Bronzo Medio in Italia centro meridionale (1650 -1450 a.C.)

Italia centrale

In Italia Centrale si sviluppa la facies di Grotta Nuova (attestata anche in Emilia orientale e soprattutto in

Romagna vedi appunti parte I, Power point 3 e 4), tra le cui forme ceramiche possiamo ricordare le ciotole

carenate con pareti fortemente rientranti o a profilo sinuoso o le scodelle a orlo distinto rientrante, spesso con

decorazioni a linee dentellate, e con prese a due lobi, e le tazze con manico nastriforme con sommità a rotolo (FIG.

94 nn. 13-16; FIGG.95-101). Iniziano con questa facies molti insediamenti d'altura, e in particolare in Etruria

meridionale vari insediamenti su pianoro difeso naturalmente su più lati. Alcuni di questi sono occupati già

nel BA (e talvolta dall’età del rame). Il meglio studiato fra questi è quello di Luni sul Mignone nel Viterbese,

ampio 5 ettari, (FIG.102-103) in cui sono state trovate delle lunghe case rettangolari (lunghe anche 40 mt)

scavate nella roccia, con vari focolari che fanno supporre l’esistenza di una struttura che riuniva un segmento

ampio di un gruppo di parentela, suddiviso ulteriormente in cellule familiari (FIG.104). pagina 83 di 101

Archeologia Preistorica e Protostoria Prof. Andrea Cardarelli - Università Sapienza

In Etruria sono note anche tombe d'élite del Bronzo medio 1-2, del tipo a camera quadrangolare ipogea. Si

veda in particolare la tomba di Prato di Frabulino, che ha restituito ricchi ornamenti femminili (spirali

d'argento e numerosi vaghi di collana in faience) (FIG.105) e del Naviglione da cui proviene una spada.

Italia meridionale (esclusa Calabria centromeridionale)

In gran parte dell'Italia meridionale (Puglia, Campania, Basilicata e parte della Calabria settentrionale)

l'aspetto tipico del Bronzo medio iniziale è la facies protoappenninica. Tra le forme ceramiche tipiche

ricordiamo in primo luogo le tazze carenate con anse a soprelevazione nastriforme, e i sostegni a clessidra. La facies

può essere divisa in due fasi, una pertinente al BM 1 e l’altra al BM 2 (FIG.106-107). Alcuni autori pensano però

che la facies protoappenninica possa essere iniziata già alla fine del BA. Alcuni abitati situati in posizione

costiera assumono un ruolo importante nell'organizzazione del territorio e nell'ambito dei traffici a lunga

distanza. Nel golfo di Napoli sull'isolotto di Vivara (adiacente all'isola di Procida) si installa un grande abitato

che intrattiene rapporti con il mondo miceneo, come testimonia la grande quantità di frammenti torniti e

dipinti importati dall'Egeo e databili già al tardo elladico I e II (FIG.108). Insediamenti fortificati posti

generalmente in posizione naturalmente difesa si sviluppano anche nell’interno come testimonia

l’insediamento di Tufariello di Buccino con case quadrangolari prossime alla cinta e fra loro collegate (FIG.

109). Nell’intero ambito regionale, e in particolare lungo la fascia costiera si assiste, a partire dall’inizio della

media età del bronzo, ad un incremento straordinario degli insediamenti (peraltro poco noti per il periodo

precedente). Spesso tali insediamenti sono muniti di poderose cinte murarie come nei casi di Coppa Nevigata

e di Roca Vecchia, che vedremo meglio per la fase del Bronzo medio 3. Le scelte insediative preferenziali sono

quelle su promontori con diverse estensioni, forniti di almeno un approdo ma spesso del doppio approdo

(FIG.110: foto satellitare di Porto Perone presso Taranto), che favorivano lo scambio marittimo, attestato

peraltro da una quantità molto consistente di ceramica egea o di tipo egeo. È importante sottolineare come tali

insediamenti siano distribuiti con una certa regolarità, in particolare quelli che si trovano lungo la fascia

litoranea compresa fra Bari e Brindisi. Generalmente sono distanze comprese entro i 20 KM, più raramente

possono arrivare a 40. Sono attestate tuttavia zone dove si riscontra una più forte concentrazione degli

insediamenti, in relazione a particolari condizioni ecologiche (aree lagunari) o a particolari emergenze

strategiche di controllo territoriale. Sulla base della morfologia dei siti e in particolare dei promontori su cui

essi si collocano, si può proporre un’estensione media degli insediamenti compresa fra 5,5 ha (Bari) e 2 (Punta

Penna e Egnazia).

Sono inoltre attestati insediamenti posti anche all’interno, ad una certa distanza dal mare (per es.

Cavallino - Lecce). È stata proposta una differenziazione su base funzionale ed economica fra i siti costieri e

dell’interno. I primi avevano una netta caratterizzazione marina aperta con una vocazione per gli scambi

(numerose sono le attestazioni di ceramica egea già nelle fasi iniziali del BM). Per i secondi era invece più

naturale una spiccata attitudine verso la produzione primaria.

Mentre la maggior parte dei siti costieri presentano una lunga fase di vita, in molti casi fino all’età del

ferro, quelli dell’interno con continuità di vita così prolungata sono pochi. Al termine delle prime fasi del BM

centri come Cavallino, Spigolizzi, Rissieddi, vengono abbandonati. Come vedremo successivamente è

possibile ipotizzare che con la fase terminale del BM, corrispondente all’affermazione della facies appenninica,

si verifichi un processo di selezione e concentrazione dell’insediamento, indiziato tra l’altro dalla

ristrutturazione e ampliamento del sito di Coppa Nevigata che in questa fase presenta una nuova cinta

muraria.

Nella Sibaritide, secondo la ricostruzione proposta da R. Peroni, già a partire dal Bronzo medio iniziale si

riscontra un’occupazione abbastanza omogenea dei pianori naturalmente difesi e dominanti collocati fra la

fascia subcostiera e collinare, estesi di norma fra 3 e più di 10 ettari. Gli insediamenti più noti sono quelli di

Broglio nel Nord della Sibaritide e di Torre Mordillo a Sud (FIGG.111-112). Nonostante la disparità

nell’estensione dell’insediamento fra i siti più grandi (Broglio e Torre Mordillo) e quelli più piccoli, non sembra

ancora che si possa parlare per la media età del bronzo di una vera e propria gerarchia insediamentale. Il

territorio sarebbe dunque organizzato secondo un modello di distribuzione “policentrica” nel quale ogni

abitato estende il controllo territoriale ad una porzione di territorio limitrofo.

Nella Calabria centro orientale, nell’ambito del territorio crotoniate, si è potuta constatare

un’occupazione di diversi promontori sul mare forniti di approdi laterali. Questa scelta insediamentale sembra

ricollegarsi a quella riscontrabile nel territorio del Tarantino e del Salento. A questo proposito si può ricordare

che uno dei principali insediamenti dell’area di Crotone, “Capo Piccolo”, ha restituito ceramica importata

attribuibile alle prime fasi del Tardo Elladico, come del resto vari centri della zona costiera pugliese. pagina 84 di 101

Archeologia Preistorica e Protostoria Prof. Andrea Cardarelli - Università Sapienza

Calabria centromeridionale

In Calabria centro-meridionale e in Sicilia settentrionale troviamo invece un aspetto evoluto della facies di

Rodì Tindari. che come si è detto inizia in Sicilia nel Bronzo Antico, e continua nelle fasi 1-2 del Bronzo Medio

(FIGG.113-114, n. 9).

Le ricognizioni compiute nel promontorio di Tropea hanno evidenziato una complessa organizzazione del

territorio, strutturata gerarchicamente per gruppetti di centri minori di 1-3 ettari (su aree difese o piuttosto

piccole in posizioni aperte) facenti capo ad alcuni centri difesi maggiori di ampiezza in genere compresa tra 5 e

15 ettari (FIG.115). Nei pressi del centro difeso maggiore di Briatico vecchio è di recente venuta in luce una

tomba a dolio riferibile a una donna di alto status sociale, sepolta con bracciali a spirale d'argento, e alcuni

vaghi di pregio, tra cui un grande vago di cristallo di rocca che trova confronto in tombe principesche

dell'Egeo e un sigillo di tipo minoico di corniola con decorazione incisa (FIG.116). Tale evidenza dimostrerebbe

che in questi siti più importanti doveva risiedere l’élite. In questo senso va sottolineata anche la probabile

pertinenza della tomba ad un individuo di sesso femminile.

Eolie Come si è detto nelle Eolie continua la facies di Capo Graziano (vedi sopra). In, quest'epoca le isole Eolie

divengono certamente un importante punto di riferimento per i traffici provenienti dall'Egeo: numerosi sono

infatti i frammenti di ceramiche micenee rinvenuti negli strati del Bronzo medio 1-2 (FIG.117). Grazie agli scavi

estensivi compiuti da Luigi Bernabò Brea e Madeleine Cavalier conosciamo alcune importanti planimetrie di

insediamenti di queste fasi. Le capanne degli insediamenti eoliani, costruite in pietrame, hanno quasi sempre

dimensioni piuttosto piccole, adatte a una famiglia nucleare. A Lipari è però stata individuata una grande

capanna (FIG.118, in verde) che doveva avere funzioni politico-sacrali particolari, quale residenza di un capo e

forse sede di culti. L'eccezionalità di tale capanna è ben testimoniata dal fatto di essere inserita all'interno di un

grande recinto quadrangolare in pietrame, dal rinvenimento al suo interno di numerosi minuscoli vasetti che

dovevano avere un significato cultuale, e dalla presenza nelle vicinanze di un grande silo in pietrame, che fa

pensare alla capacità da parte del leader della comunità di accumulare grandi quantità di derrate

(probabilmente grano) forse in qualità di tributi, che potevano essere anche in parte redistribuiti in occasioni di

cerimonie collettive.

Sicilia

In Sicilia proseguono le facies di Castelluccio e di Rodì-Tindari sorte nel BA (vedi sopra). Per quanto

riguarda gli abitati si accentuano le carattetteristiche di difendibilità sia per quanto riguarda l’occupazione di

aree maggiormente difese sia per i sistemi difensivi.

Un'importante evidenza è anche quella dell’isola di Pantelleria dove in località Mursia in prossimità di un

terrazzo difeso sul mare, è stato identificato un considerevole villaggio fortificato con numerose capanne ovali

con basamento in pietrame dotate di partizioni interne (FIG.119-127). I materiali associati mostrano che il

villaggio è probabilmente sorto già in un momento avanzato dell’antica età del bronzo per continuare poi più

consistentemente nelle fasi iniziali del BM. La facies rappresentata mostra una impronta locale aperta ad

influenze della facies di Rodì-Tindari e di Malta (Tarxien cemetery).

La fase 3 del Bronzo Medio in Italia (1450 -1350/1325 a.C.)

Italia centromeridionale (esclusa Calabria meridionale)

L'Italia centrale e gran parte del sud, con l'esclusione della Calabria meridionale, sono ora accomunate

dalla diffusione della facies appenninica, contraddistinta da forme ceramiche dotate di una ricca decorazione a

motivi geometrici incisi (soprattutto triangoli, losanghe, meandri e spirali) riempiti da puntini impressi (tecnica a

punteggio) o da trattini (tecnica a tratteggio), e spesso incrostati con pasta bianca. In una fase tarda della facies si

sviluppano in Campania e nell'area adriatica decorazioni ottenute mediante la tecnica dell'intaglio, talvolta

denominata excisione. In area medio-adriatica è anche attestato l’uso di uno strumento che determina un

effetto “a rotella”. Tra le fogge ceramiche è opportuno ricordare le tazze carenate con manico nastriforme forato.

(FIG.128 -131).

La facies appenninica, pure con differenziazioni locali appare dunque come il primo aspetto culturale

che occupa un territorio molto esteso coincidente con l’area compresa fra la Romagna e la Puglia e la Toscana

centrale e la Calabria settentrionale.

Nei grandi insediamenti difesi dell'Italia centrale e meridionale la vita continua ininterrottamente dalle

precedenti fasi del BM 1-2 e si intensificano le testimonianze di contatti con il mondo egeo (FIG.132).

pagina 85 di 101

Archeologia Preistorica e Protostoria Prof. Andrea Cardarelli - Università Sapienza

Nell'abitato di Scoglio del Tonno (FIG.133), ottimo punto di approdo situato nell'area urbana di Taranto, è

stata rinvenuta una enorme quantità di ceramica micenea (FIG.134). A Broglio di Trebisacce (CS) è presente sia

ceramica micenea che ceramica grigia tornita (o pseudominia), forse in parte già prodotte localmente da

artigiani di provenienza egea stabilitisi in Calabria (Questo tipo di produzioni locali saranno però decisamente

più intense nella successiva fase del Bronzo recente).

In Puglia settentrionale, nei pressi di Manfredonia, l'abitato di Coppa Nevigata, già fiorente nel Bronzo

Medio iniziale e fortificato artificialmente, si dota di una nuova imponente fortificazione in pietrame con torri,

porte e posterule (FIGG.135-137) ; in questo insediamento si praticava forse anche la produzione della

porpora, a giudicare dalla gran quantità di frammenti di murex.

Un altro insediamento pugliese costiero, questa volta localizzato in Salento, che potenzia le proprie

fortificazioni in pietrame, è Roca Vecchia, in provincia di Lecce (FIG.138 - 140). Queste fortificazioni vengono

distrutte nel BM 3, quando l’insediamento subisce un assedio.

Tra le fine del Bronzo medio 2 e il Bronzo medio 3 si datano alcune tombe collettive ipogee con sepolture

d'élite rinvenute in Basilicata e Puglia settentrionale: la grotta Manaccora presso Peschici nel Gargano, l'ipogeo

di Trinitapoli in Puglia settentrionale, la tomba di Toppo Daguzzo in Basilicata. Nel primo caso si tratta di una

stretta e lunga cavità naturale, situata sul fondo della grotta Manaccora, in cui fu rinvenuta un’alta

concentrazione di sepolture di individui di alto status sociale; in particolare era riconoscibile una zona di

fondo con deposizioni femminili con ornamenti e deposizioni probabilmente maschili con coltello, e una zona

prossima all'ingresso della sepoltura con deposizioni maschili fornite di spada.

Nell’Italia meridionale sembra dunque possibile riconoscere una complessità crescente a livello sociale e

politico, con insediamenti che tendono ad esprimere una iniziale connotazione egemonica sul territorio.

Ciò corrisponde anche ad altre situazioni italiane. Nelle Terramare fra BM 3 e BR assistiamo ad un

riassetto territoriale che vede la presenza di siti molto grandi e dotati di possenti difese artificiali che sembrano

estendere il loro dominio in distretti territoriali all’interno dei quali sono presenti insediamenti più piccoli, in

apparente condizione subordinata rispetto ai più grandi.

In Italia centrale tirrenica, ed in particolare in Etruria meridionale (vedi ad esempio area dei Monti della

Tolfa e agro Tarquiniese) si assiste ad un iniziale processo di selezione degli insediamenti e alla presenza di siti

più grandi che potrebbero estendere il loro dominio su territori non molto estesi, all’interno dei quali però

sussistono centri minori, come nel caso delle terramare.

Calabria meridionale, Eolie e Sicilia

La Calabria meridionale (ovvero quella posta a sud dell’istmo tra i golfi di S. Eufemia e di Squillace), le

Eolie e la Sicilia nella fase avanzata della media età del bronzo si differenziano nettamente rispetto ai territori

posti più a nord per la presenza della facies di Thapsos-Milazzese, caratterizzata da forme ceramiche

particolari, come la coppa su alto piede decorata a nervature e/o incisioni, e la brocchetta a collo stretto, sempre ornata

da una ricca decorazione incisa (FIG.141).

Nel promontorio di Tropea, in Calabria meridionale, in questa fase vengono abbandonati quasi tutti gli

abitati minori, e sopravvivono soltanto quelli grandi ubicati su alture ben difendibili, come Tropea e Briatico

vecchio. Si tratta perciò di un processo di selezione e concentrazione degli insediamenti che privilegia i centri più

grandi e meglio difendibili. Nelle Eolie sono ora attestati oltre all'acropoli di Lipari e il villaggio di Capo

Graziano, già insediati precedentemente, i villaggi molto ben difesi del promontorio del Milazzese a Panarea e

il villaggio di Portella nell’Isola di Salina con case con muretti a secco circolari non molto grandi (FIGG.

142-146). Gli abitati delle isole Eolie, caratterizzati dallo stile detto del Milazzese (dal nome dell'abitato di

Panarea), mostrano di intrattenere stretti contatti con il mondo miceneo, testimoniati non solo dalle

abbondanti ceramiche dipinte importate dall’area egea, ma anche da alcune marche da vasaio presenti sulla

ceramica, che sembrano derivate dalla lineare B. Sono inoltre presenti ceramiche di importazione di tipo

appenninico (FIG.147-149). Un abitato della facies del Milazzese è presente a Milazzo, dove è venuta in luce

anche una necropoli di tombe a dolio (i cadaveri venivano inumati entro grandi vasi).

Nell’isola di Ustica, situata ad Ovest delle Eolie, in questo periodo è attestato il villaggio fortificato dei

Faraglioni a picco sul mare e con una cinta difensiva dotata di torri semicircolari. Il villaggio è dotato di

strutture abitative allineate lungo strade e formanti apparentemente degli isolati (FIG.150). La facies

archeologica documentata è vicina a quella delle Eolie. La forte propensione per le posizioni difese, rese

talvolta ancor più efficienti con cinte e torri in pietrame fa pensare a una situazione di tensione politico-

militare in questa zona del Tirreno.

Rapporti ancora più stretti con l'Egeo sono attestati nel villaggio collocato nella penisola di Thapsos

situata nella Sicilia sud orientale presso Augusta. Si tratta di una penisola di mt 2300x800 ca, collegata alla

terraferma da uno stretto istmo e pertanto facilmente isolabile e difendibile (FIG.151). Mentre in una prima

fase l'abitato presenta ancora le tipiche capanne circolari di tradizione locale (FIG.152; con un diametro di 6/8

pagina 86 di 101

Archeologia Preistorica e Protostoria Prof. Andrea Cardarelli - Università Sapienza

mt), in un momento più avanzato, forse però ancora databile al BM3 o forse all’inizio del BR, viene

ristrutturato assumendo una planimetria “di tipo egeo”, con ambienti rettangolari che si aprono intorno ad un

cortile (FIGG.153). Nella necropoli del villaggio di Thapsos sono state trovate numerose tombe a grotticella

(FIG.154) che hanno restituito ricchi corredi d'élite del Bronzo Medio 3, con spade e vasi dipinti micenei del MIC

IIIA, e in un caso anche alcuni vasi di tipo Cipriota (FIG.155-158).

Un altro importante villaggio costiero è attestato a Cannatello presso Agrigento. Anche esso sembra

potersi datare fra XIV e XIII secolo a.C. Entro un muro di cinta il cui diam. è di 25 mt. ca. sono state

individuate circa 10 capanne a pianta circolare o rettangolare. 8 di queste sono inserite all’interno di un recinto

trapezoidale. Anche in questo villaggio sembra che l’adozione del modulo circolare sia più antica rispetto al

modulo rettangolare (FIG.159). Il villaggio di Cannatello, in considerazione dell’abbondate presenza di

materiali importati, tra i quali preminente è il vasellame databile al Tardo Elladico III A, sembra aver assunto

un importante ruolo di centro di approdo e scambio favorito anche dalla collocazione nella rotta che da

Oriente verso Occidente passava lungo il canale di Sicilia.

Testimonianze cultuali e funerarie in Italia meridionale tra BM e BR

Le testimonianze ipogeiche a carattere funerario e cultuale dell’Italia centro-meridionale (ma anche della

Sicilia e Sardegna) sembrerebbero trovare dei presupposti nelle tombe o necropoli a grotticella e negli ipogei

cultuali che sono attestati nei periodi precedenti. Nel sud - est italiano le prime testimonianze di questo genere

possono addirittura datarsi alla fine del neolitico medio e al neolitico tardo (facies di Serra d’Alto e Diana-

Bellavista: per es. tomba di Arnesano e ipogei cultuali come Ipogeo Manfredi, presso l’insediamento di S.

Barbara vicino Polignano a Mare, costituito da un dromos di accesso che portava ad un doppio ambiente).

Nell’età del rame le testimonianze funerarie di tipo ipogeico sono costituite da necropoli di tombe a

grotticella, di norma con più deposizioni, che in vari casi continuano ad essere usate anche durante il Bronzo

Antico (sicuramente nell’area apulo-materana nella facies di Laterza e forse anche nella facies di Rinaldone,

che secondo vari autori si concluderebbe durante la prima fase del BA).

Come si è detto precedentemente proprio nell’area del Sud Est italiano abbiamo durante il BA l’inizio

dell’utilizzo delle tombe a camera con lungo dromos di accesso per le quali è stata avanzata l’ipotesi di una

attinenza con le analoghe testimonianze funerarie dell’area egea del Protoelladico III e del Mesoelladico (cfr.

tomba del Pisciulo di Altamura).

Nel BA comunque le sepolture entro strutture ipogeiche non sono esclusive. Per esempio le già citate

tombe dell’area campana attribuibili alla facies di Palma Campania sono del tipo a fossa, come anche quelle di

Parco dei Monaci (Matera) e del tumulo di Timpone delle Rose (Sila). Si possono inoltre ricordare le tombe a

cremazione di Nicotera, associabili alla facies di Capo Graziano per la quale è conosciuta la necropoli a

incinerazione della contrada Diana a Lipari.

Con il BM l’area delle testimonianze funerarie di tipo ipogeico a camera si espande e comprende oltre il

Sud- Est, anche l’Italia Centrale tirrenica dove sono attestate numerose testimonianze di questo genere, tra le

quali si ricorda la già citata tomba di Prato Frabulino e quella del Naviglione (Alto Viterbese). Tombe a camera

sono attestate anche in Calabria, a S.Domenica di Ricadi (FIG.160) e forse a Serra d’Aiello (Cosenza).

In Puglia, tombe d'élite della facies protoappenninica sono certamente i dolmen, come quello di Bisceglie

o quello di Giovinazzo (FIG.161), costituito da un grande ambiente di forma allungata eretto con grandi lastroni

litici e coperto da un enorme tumulo di pietrame. Pur non essendo conservati in situ i corredi funerari si è

ritrovato nei pressi del dolmen un frammento di ceramica micenea, certamente riferibile a una sepoltura di

alto status.

Di dimensioni più piccole ma assimilabili alla stessa tipologia sepolcrale sono le cd Specchie accentrate

soprattutto nel Salento, il cui inizio comincia ancora nel BA (FIGG.162-167).

In Puglia e Basilicata varie strutture ipogeiche e anche grotte naturali che successivamente saranno

utilizzate a scopi sepolcrali mostrano una fase iniziale, attribuibile al BM 1, di tipo cultuale durante la quale gli

ipogei non sono stati usati come sepolcri. Alcuni di questi (Madonna delle Grottole, S. Ferdinando, parte degli

ipogei di Toppo Daguzzo) non avranno un successivo utilizzo funerario. È importante sottolineare come

questa testimonianza si correli ad un’altra importante evidenza: con l’inizio del BM cessa, pressoché ovunque,

l’utilizzo delle vecchie strutture ipogeiche del BA. Sembrerebbe pertanto che vi sia una fase in cui si determina

una parziale frattura con la tradizione precedente. Nel corso del BM2 invece le strutture ipogeiche (almeno

parte di esse) tornano ad essere utilizzate come strutture funerarie di tipo collettivo e continuano ad essere

usate come tali per tutta la parte restante del BM, con utilizzi meno consistenti nelle successive fasi dell’età del

bronzo e talvolta anche nella prima età del ferro. Tuttavia dopo il BM 2 non sembrano essere stati costruiti

nuovi ipogei, ma solo riutilizzati quelli già esistenti.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze archeologiche
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher bhagwati.mbb di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Archeologia Preistorica e Protostorica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Cardarelli Andrea.

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