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Appunti di Pedagogia sociale familiare e interculturale

Appunti di Pedagogia sociale familiare e interculturale basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof. Bartolini dell’università degli Studi di Perugia - Unipg, facoltà di lettere e filosofia, Corso di laurea in Filosofia e scienze e tecniche psicologiche. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Pedagogia sociale familiare e interculturale docente Prof. A. Bartolini

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ESTRATTO DOCUMENTO

• Smith e all, ripartendo dalla definizione di bullismo di Olweus definiscono il cyberbullismo: aggressione

intenzionalmente svolta da uno o più individui, utilizzando forme elettroniche di contatto, e ripetutamente

mirata verso una persona che non più difendersi.

• Nelle loro prime ricerche hanno diviso il cryberbullismo in sette diverse sottocategorie:

• Bullismo di messaggi di testo

• Bullismo di immagini/clip video

• Bullismo di chiamata telefonica

• Bullismo di posta elettronica

• Bullismo in chat room

• Bullismo tramite messaggistica istantanea

• Bullismo tramite siti web

BULLISMO CYBERBULLISMO

Di solito avviene a scuola Avviene ‘’fuori’’

Ruolo del gruppo dei pari che assistono Il gruppo ma anche gli estranei. Viralità.

Genere Genere

Visibilità maggiore Difficoltà di emersione

Adulti più consapevoli Adulti meno consapevoli

Impatto elevato Impatto molto più elevato

Face to face Attraverso un’interfaccia (disimpegno morale)

Il mezzo elettronico fa da interfaccia, ci permette di mettere una maschera ‘’amorale’’, come se attraverso la tastiera

potessimo dire qualsiasi cosa, come se la dimensione morale alla base di qualsiasi relazione sociale venisse annullata

dallo schermo.

Secondo dati raccolti sul campo della Polizia Postale, in seguito a incontri tenuti con milioni di studenti in tutta Italia,

‘’circa 2 su 3 ragazzi dichiarano di aver avuto esperienza diretta o indiretta di fenomeni di cyberbullismo’’.

Le ragazze sono coinvolte di più circa il 61,8% mentre i ragazzi il 38,2%.

La fascia principale di ragazzi coinvolti sono 11-14 (55,2%), 15-18 sono coinvolti per un 40,2% mentre dai 0-10 sono

coinvolti per un 4,6%.

Ogni fascia di età ha una caratteristica di cyberbullismo: nella fascia pre-adolescenziale le vittime denunciano

prevaricazione tra coetanei (57,8%) e di sexting (54,8%); per gli adolescenti prevalgono le segnalazioni di crimini online

e segnalazioni di siti internet. È significativo che nei casi di violenza della privacy le vittime siano nel 33% dei casi

bambini al di sotto dei 10 anni.

Legge 29 maggio 2017 n.71 ‘’Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione ed il contrasto del fenomeno del

cyberbullismo’’.

Definizione di ‘’cyberbullismo’’: con questa espressione di intende ‘’qualunque forma di pressione, aggressione,

moltestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita,

manipolazione, trattamento illecito di dati personali in danno di minorenni, realizzata per via telematica, nonché la

diffusione di contenuti online aventi ad oggetto anche uno o più componenti della famiglia del minore il cui scopo

intenzionale e predominante sia quello di isolare un minore ecc.’’

Obbiettivo della legge: il provvedimento intende contrastare il fenomeno in tutte le sue manifestazioni, con azioni a

carattere preventivo e con una strategia di attenzione, tutela ed educazione nei confronti dei minori coinvolti, sia nella

posizione di vittime sia in quella di responsabili di illeciti, assicurando l’attuazione degli interventi senza distinzione di

età nell’ambito delle istituzioni scolastiche.

RUOLO DELLA SCUOLA

• In ogni istituto tra i professori sarà individuato un referente per le iniziative contro il bullismo e

cyberbullismo;

• Al preside spetterà informare subito le famiglie dei minori coinvolti;

• Il Miur ha il compito di predisporre linee di orientamento di prevenzione e contrasto per il bullismo, sulla

formazione del personale scolastico e la promozione di un ruolo attivo degli studenti, mentre ai singoli istituti

è demandata l’educazione alla legalità e all’uso consapevole di internet;

• Alle iniziative in ambito scolastico collaboreranno anche con polizia postale e associazioni territoriali.

10 luoghi comuni da sfatare sul bullismo:

• … il bullismo è sempre esistito. È vero, ma questo non è una buona ragione perché debba esistere.

• … il bullismo esiste solo nei contesti degradati. Non è vero. 16

• … il bullismo è una questione da maschio. Non è vero esiste anche nelle ragazze.

• … il bullismo è una malattia della scuola, che invece è un luogo sano. Non è vero, ci sono tanti fattori che

entrano a far parte dell’eziologia del bullismo, sicuramente la scuola ha un ruolo importante.

• … chi è bullo, sarà per sempre bullo, chi è vittima sarà per sempre vittima. Non è vero, non è un’identità della

persona, ma solo il ruolo che ha in quel momento.

• … il bullismo rende forti. Per qualcuno è così, ma certamente è un’esperienza che fa male.

• … la violenza fisica va contrastata, le altre forme sono meno importanti. Assolutamente no, la violenza

indiretta ha conseguenze più importanti di quella diretta.

• … il bullismo riguarda solo gli adolescenti, i bambini sono esclusi. Non è vero, parte dalla fase pre-

adolescenziale.

• … la scuola è imponente di fronte al bullismo.

• … nella suola il bullismo non esiste.

[pedagogia sociale parti da fare per questo modulo: cap 1, 2, 3, 8, 9, 10, 11, 13, 14] [19/10/2017]

PEDAGOGIA INTERCULTURALE

È una scienza che sta cercando di affermarsi dal punto di vista epistemologico per definirsi scienza.

È strettamente legata a due pedagogie:

1. pedagogia sociale: perché si occupa delle questioni legate alla società e si preoccupa di studiare i fenomeni

che favoriscono l’integrazione socio-culturale. Una delle principali preoccupazioni della società multiculturale

è l’integrazione tra le diverse culture quindi occorre individuare i metodi, le strategie e gli strumenti che

facilitano questo processo di integrazione, tutelando l’identità di ciascuna cultura, la singolarità personale e

culturale, all’interno di un contesto che riguarda il bene comune.

2. pedagogia comparata: perché compara i modelli, gli elementi, i dati che appartengono alle varie culture.

Quindi la pedagogia interculturale è molto legata a questa disciplina.

Entrambe queste discipline sono importanti per la pedagogia interculturale perché vuole favorire e promuovere i

processi di integrazione all’interno della società, senza dover ricorrere alla standardizzazione dei modelli,

all’omologazione.

La pedagogia interculturale, come quella familiare sono inserite all’interno della pedagogia sociale, come ulteriore

articolazione del discorso della pedagogia sociale. Nello specifico la pedagogia interculturale si occupa dei processi

educativi all’interno della società multiculturale. Ha un’attenzione in quanto inscritto all’interno del contesto

multiculturale.

Dobbiamo necessariamente fare un richiamo al contesto nel quale noi abitiamo.

Che società abbiamo? La nostra è una società: complessa, globalizzata, multiculturale ecc.

SOCIETA’ COMPLESSA

CUM-PLEXUS cum=con plexus=pieghe

La nostra società ha delle pieghe, ci sono delle parti che emergono e delle parti nascoste, in una realtà complessa non

è tutto immediatamente coglibile, occorre ‘’spiegare’’, favorire la conoscenza togliendo le pieghe. Serve quindi un

atteggiamento ermeneutico, di lettura attenta di ciò che emerge perché tutto non è subito conoscibile.

L’approccio nei confronti della società complessa è un approccio di analisi per poterla spiegare.

Ci sono due grandi pieghe della società complessa:

1. Globalizzazione

2. Fenomeno migratorio

Ci aiutano ad addentrarci nella complessità che viviamo.

GLOBALIZZAZIONE

v

E’ un processo di passaggio da una dimensione locale ad una dimensione globale, è estremamente complesso perché

va ad incidere sulla qualità della vita delle persone, è quindi un fenomeno non tanto quantitativo ma qualitativo

perché ha a che fare con modalità di vita, con forme di pensiero, con modalità di rappresentazione della realtà. Due

sono le anime della globalizzazione:

• La finanza. Spostamento di grandi capitali, l’elemento innovativo della globalizzazione è la centralità che ha la

finanza, ciò che si sposta non sono più merci ma sono soldi. Questo spostare soldi determina problemi etici

nuovi. Si parla di una economia de-materializzata. 17

• Rivoluzione scientifica e tecnologica. La nostra società è caratterizzata da rapidi cambiamenti, da un

grandissimo sviluppo in ambito tecnologico e scientifico. È proprio la globalizzazione dell’informazione che

porterà successivamente alle altre forme di globalizzazione, in particolare a quella economica. Di fatto con lo

sviluppo delle nuove tecnologie si è andata annullando la distanza tra il fatto e la notizia. Sono cambiate le

categorie spazio-temporali. McLuhan ha parlato di ‘’villaggio universale globale’’.

Propone una scansione della storia dell’umanità in 4 periodi:

1. Periodo della comunicazione orale-villaggio tribale;

2. Periodo della scrittura a mano- uomo alfabetico/uomo chirografico;

3. Galassia Gutemberg dell’invenzione della stampa;

4. Villaggio globale dell’era elettronica caratterizzato da due nuove categorie spazio-temporali (subitaneità

e quella della simultaneità)

Lo sviluppo tecnologico dell’informazione ci introduce verso due problematiche educative:

1. Squilibrio mondiale dell’informazione. La ‘’globalità’’ è molto relativa. Una grande parte del mondo è ancora

isolata nel mondo è ancora isolata dall’internet. Il Nord America e l’Europa con il 19% della popolazione,

hanno il 73% dell’attività in rete.

2. Nuove forme di socializzazione virtuale. Le nuove ‘’autostrade informatiche’’, le realtà virtuali in cui viviamo,

stanno conducendo l’uomo verso un nuovo spazio antropologico, nel quale i sociologi dicono che cresce un

ragazzo multimediale che ha scarsi rapporti face-to-face anche se aumentano i contatti con chi è dall’altra

parte del mondo, e sviluppa nuove forme di socializzazione mediata dagli strumenti. Spesso i bambini

vengono lasciati molte ore davanti strumento e rete virtuale, facendo si che selezioni da solo quali sono le

informazioni e gli orientamenti.

GADAMER: ‘’Siamo tutti schiavi dei media e dei nuovi media; […] non come nell’antichità, in modo ben più raffinato:

siamo schiavi pensando di essere padroni. Tante informazioni, troppe informazioni non danno tempo per pensare’’.

Avendo accesso a tante informazioni, pensiamo di sapere quale sia la verità; ‘’tutta l’informazione è una catena

intelligente di schiavi’’.

La pedagogia sta cercando di riflettere sull’utilizzo di queste nuove tecnologie in educazione, cercando di vederne

luce/ombre anche perché questi strumenti hanno un’incidenza molto forte e significativa nella nostra vita. Hanno

un’incidenza quantitativa, sono tanto presenti nella nostra vita. Questa presenza è così forte che sono nate in qualche

maniera nuove patologie legate a questi strumenti (nomofobia, sindrome da disconnessione; itso, Inability To Switch

Off, incapacità di staccare la spina dal lavoro), la società tecnologica dilata i confini della vita delle persone, non c’è più

una distinzione tra ufficio e casa, tra orario di lavoro e orario familiare, c’è l’ansia/paura di perdere qualcosa, tutto

diventa un’emergenza. Quindi c’è anche un’incidenza qualitativa, nella nostra vita e nella nostra modalità di pensiero.

La pedagogia, in questo concetto, pone la riflessione da una domanda: se siamo continuamente bombardati da queste

tecnologie, perché bisogna andare a scuola avendo a disposizione tutto in ogni momento?

La dimensione ontologica relazionale dell’uomo, significa che l’uomo per crescere non ha bisogno di informazioni, ma

ha bisogno di relazioni, di incontrare sguardi, di conoscere persone. La dimensione conoscitiva è fondamentale per

imparare ad essere. Le conoscenze diventano strumenti per essere, quindi la dimensione dell’informazione di per sé

non serve, ma è strumento per essere.

PEDAGOGIA

v

Il processo educativo non si può fermare al momento conoscitivo, perché guarda allo sviluppo integrale della persona

umana; quindi si parla di un progetto di vita, sia individuale che sociale; riguarda la capacità di promuovere interventi

che permettano all’uomo di attivarsi ampiamento nello spazio e nel tempo.

Spazio e tempo sono due categorie di cui l’educazione si deve riappropriare.

Esiste un tempo in educazione, che è il tempo della crescita di ciascuno, è l’esigenza di rispettare quello che Agazzi

chiama ‘’il giusto momento’’, che non è assoluto ma è personale. Il divenire uomo è un procedere nel tempo, e

ognuno procede con il proprio tempo.

Occorre recuperare anche lo spazio educativo, quindi c’è l’esigenza di creare ambienti educativi, nel quale si possano

sperimentare relazioni.

L’uomo è il fine del processo educativo, le tecnologie sono mezzi, strumenti, quindi bisogna dare alla tecnologia il

ruolo di strumento e non di fine. [24/10/2017]

Visione del film ‘’I nuovi padroni del mondo’’

Parla su quelli che sono gli effetti negativi della globalizzazione. Si tratta di un documentario realizzato nel 2003 da un

giornalista che ha fatto un viaggio in Indonesia, e in questo viaggio riporta quelli che sono gli effetti della

globalizzazione sulle popolazioni in via di sviluppo. 18

Globalizzazione: è uno dei più grandi movimenti popolari degli anni 60, capacità di creare ricchezza, con divario grande

tra ricchi e poveri. Un gruppo di potenti individui sono più ricchi di tutta la popolazione dell’Africa. Molti marchi

vengono fabbricati in paesi poveri dove il costo della lavorazione è pochissimo.

Parla dell’impatto sull’Indonesia. Il vecchio imperialismo incontra il nuovo, è un paese ricco di risorse, oro,

manodopera ecc. colonizzata dagli olandesi ed è stata saccheggiata dagli occidentali per molti alti. L’Indonesia è stata

prosciugata dai paesi ricchi dell’occidente.

La globalizzazione viene difesa dicendo che unisce le popolazioni ed evita il divario tra ricchi e poveri, mentre nella

realtà fa il contrario, ovvero aumenta il divario. 70 milioni di persone vivono in estrema povertà.

Ci sono gli scheletri dell’economia globali. I giovani che lavorano nelle fabbriche dei marchi famosi vengono pagati

circa 1 dollaro al giorno. Vivono in ambienti vergognosi. Molti dei bambini sono malnutriti e cadono spesso in

malattie.

Le fabbriche possono sembrare moderne, ma una volta entrati si vedono le condizioni dei lavoratori. Queste fabbriche

sono di terzisti che vendono marchi famosi come Nike, Adidas, GAP ecc.

Gli orari del lavoro può variare e può aumentare gradualmente se ci sono delle consegne imminenti.

Una donna fa un turno di 36h con due pause; non hanno un’alternativa, se rifiutano potrebbero anche punirli.

Quando vengono i controlli il capo del personale prepara i lavoratori a rispondere alle domande, non possono rivelare

i segreti aziendali o le condizioni in cui vivono.

I codici di condotta sono praticamente inutili in questo paese, perché questo governo sbandiera i bassi costi della

manodopera per aumentare le industrie. La gente qui accetta di tutto, qualsiasi tipo di lavoro e salario per via della

vita e della disoccupazione che c’è in quel paese.

I lavoratori possono cadere vittime dei capi e dei loro sindacati.

Una delle cose che possiamo fare per contribuire: chiediamo al negoziante dove viene questo prodotto, come è stato

fabbricato, e scriviamo alla fabbrica come sono le condizioni dei lavoratori che lavorano in quella fabbrica.

La globalizzazione in Indonesia poggia sull’uccisione di milioni di persone.

Fino a pochi anni fa questa atrocità non era nota. Un giorno nel 65 una banda di malviventi è entrato in una scuola

picchiando il preside dicendo che fosse comunista. Questo episodio è coperto dal mistero. Quest’uomo si pensa fosse

aiutato dai paesi occidentali. Infatti un anno dopo l’Indonesia aumentò di economia.

Dopo il colpo di stato Suardo chiese di ritornare nel fondo monetario. La UK e USA appoggiarono il generale Suardo.

I britannici sono stati coinvolti in questo olocausto.

Gli USA l’hanno visto come una cosa favorevole per l’economia sia occidentale sia in Asia.

Per gli occidentali era una corsa all’oro, chiamata poi globalizzazione. Nessuno parlava della morte dei milioni di

persone.

Ci fu una conferenza, tra gli Indonesiani e gli occidentali, delineando delle linee economiche per gli investimenti in

Indonesia da parte di stranieri.

Globalizzazioni ha inizio in UK negli anni ’80. L’Indonesia quindi diventa un punto molto fondamentale per loro.

La banca mondiale e il fondo monetario sono state create alla fine della seconda guerra mondiale.

La banca mondiale afferma che il suo obbiettivo è aiutare i poveri con la globalizzazione mondiale. I capitali possono

esse smistati in tutto il mondo.

Con il crollo dell’economia e quasi il colpo di stato Suardo è stato costretto a ritirarsi.

La banca si presenta come riduzione di povertà, ma invece durante la guerra fredda appoggiava i popoli orientali che

appoggiavano gli occidentali.

La globalizzazione crea indebitamento, che a sua volta crea la miseria e disoccupazione. Questo non è naturale è stato

creato.

Le famiglie cercano/devono vivere con meno di 2 dollari al giorno. Questo è grave perché i generi alimentari tendono

sempre ad aumentare mentre gli stipendi minimi rimangono sempre stabili, e questo crea problemi perché porterà

alla gente a non potersi più permettere da mangiare, le medicine ecc.

Ci sono stati molti tagli ai sussidi, quindi i lavoratori devono pagare di più in qualsiasi cosa devono fare, per esempio

mandare i figli a scuola. Un tempo riuscivano a fare 3 pasti al giorno ora 2 volte al giorno o mangiare cibo di bassa

qualità. La gente è sempre più povera e stanca.

Cresce da anni movimenti sempre più contro la globalizzazione; contro lo stra-potere della banca mondiale e del

fondo monetario e soprattutto contro i Paesi ultra-ricchi.

Prima queste proteste stavano solo nei paesi colpiti, ora anche nei paesi occidentali. [25/10/2017]

EFFETTI NEGATIVI DELLA GLOBALIZZAZIONE

v

È un processo estremamente complesso, nel quale sono interconnessi due aspetti: economici e tecnologici. 19

Diversi sono gli approcci, c’è chi sostiene che è un processo necessario per lo sviluppo, perché la globalizzazione

determina sviluppo; c’è chi invece sostiene che è un processo che di fatto va a ampliare il divario sociale tra ricchi e

poveri.

• Processo di mercificazione, il fatto che tutto può essere ridotto a merce, che si compra e si vende. C’è il

rischio che anche la stessa cultura diventi merce.

• Omologazione culturale, determina l’appiattimento di quello che sono le differenze culturali, per conformarsi

ad un modello dato. Il modello è quello proposto dall’occidente. Questo rischio porta con se un’ulteriore

conseguenza ovvero quello chiamato pensiero unico. ‘’sindrome dalla mancanza di alternativa’’,

monopolizzazione del pensiero.

• Non sostenibilità ambientale, ossia il nostro pianeta non ci sopporta più, non è più in grado di sostenere il

nostro modello di sviluppo.

• Crescenti disuguaglianze sociali.

GLI EFFETTI POSITIVI DELLA GLOBALIZZAZIONE

v

La globalizzazione è comunque un processo che investe tutta la nostra vita, all’interno del quale ci siamo tutti noi e

pertanto dobbiamo individuare gli effetti positivi, che sono quelli su cui l’educazione deve lavorare.

• Maggiore mobilità umana, un maggiore movimento di persone da un continente all’altro.

• Maggiore circolazione di idee, sprovincializzazione che in qualche maniera favorisce l’uomo la possibilità di

sentirsi parte della storia di un intero mondo.

• Maggiore apertura all’orizzonte mondiale/Policentrismo, in questa idea non esiste un’unica fonte di verità,

ma ciascuna cultura rappresenta una verità.

• Riduzione delle distanze spazio-temporali, questo è sicuramente un pregio di cui gioviamo tutti.

Quindi cerchiamo di leggere in chiave educativa questo fenomeno.

Delore lo definisce un fatto irreversibile, ci siamo e non si può tornare indietro, però che cosa possiamo fare? Qual è il

ruolo dell’educazione?

• Sviluppo di una coscienza sociale di una appartenenza di un’umanità mondiale. Oltre a chiamare in causa le

singole persone bisogna chiamare in causa le istituzioni. Perché si riescano a mettere insieme delle relazioni

che tendano come riferimento il concetto di bene comune. Quando si può parlare di bene comune? Quando è

un bene di tutti e di ciascuno, perché nel tutti c’è ciascuna persona. Non si da uno sguardo solamente alla

massa, ma anche alle singole persone.

• Se la globalizzazione è un fatto irreversibile, occorre riportare questo fenomeno ad una dimensione

maggiormente umana, ad una dimensione antropologica, per la quale il centro di questo processo sia l’uomo,

deve essere riposta la persona e quelli che sono i diritti fondamentali.

Per questo si stanno sviluppando nuove correnti di pensiero per proporre una nuova forma di globalizzazione, capace

di ricollegare la persona al centro del sistema, in grado di esaltare l’interesse comune a discapito di quello che è

l’autoreferenzialità dominante. Occorre in qualche maniera dotate questo processo di una serie di elementi etici che

siano in grado di promuovere realmente benessere laddove oggi dilaga malessere.

La pratica educativa se vuole adempiere alla sua finalità prima deve condurre l’uomo verso orizzonti di vita

autentici, liberare la sua coscienza e formare il pensiero autonomo, creativo e divergente.

La pedagogia deve promuovere ed elaborare dei modelli di società centrata sull’umano. Deve elaborare modelli

educativi e sociali che permettano di recuperare le tre ‘’I’’ della persona.

• Persona in quanto irripetibile, la persona è una e non duplicabile;

• La persona è irriducibile, nessuna persona può essere declassata, usurpata dei propri diritti;

• La persona è inviolabile, nessuna persona può essere soppressa, non può essere annullata della sua umanità.

Pensando a quelle che possono essere le risposte educative che possiamo elaborare all’interno di questo contesto

sociale globalizzato, dobbiamo fare una riflessione ‘’se il momento storico che stiamo vivendo ha riportato un po’

l’attenzione rispetto ad un dilemma che è quello della centralità della persona all’interno della società, bisogna anche

pensare che cosa significhi rimetterlo al centro della società’’

Quale idea di sviluppo occorre portare avanti nel processo educativo? Esiste una compatibilità tra quello che è lo

sviluppo di un paese e lo sviluppo dell’uomo? C’è compatibilità tra sviluppo economico e sviluppo umano? Possiamo

autenticamente parlare di sviluppo della società nel momento in cui nel mondo cresce tanto la dimensione della

povertà?

‘’Lo sviluppo umano non si riconduce alla semplice crescita economica, per essere autenticamente sviluppo deve

essere integrato, il che vuol dire volto alla promozione di tutto l’uomo e di tutti gli uomini’’.

QUALE IDEA DI SVILUPPO (rapporto ONU sullo Sviluppo Umano)

v 20

• Processo di ampliamento delle possibilità umana che consenta agli individui di godere di una vita lunga e

sana, essere istruiti e avere accesso alle risorse necessarie a un livello di vita dignitoso.

Sono tre gli elementi, secondo l'ONU, che ci possono aiutare a comprendere il concetto di sviluppo:

1. Longevità, la possibilità di condurre una vita sana (speranza alla nascita);

2. Livello di istruzione, è un elemento importante del processo di sviluppo di un paese;

3. Livello di vita (reddito), reddito pro capite di una persona relativo all’ambiente di vita.

Questi tre elementi secondo l’ONU che aiutano a capire quando lo sviluppo è autenticamente umano. Più avanti è

stato introdotto anche un livello di genere, un differente grado di sviluppo a seconda del genere della persona.

Rapporto 2014 vulnerabilità di molte persone

• 80% della popolazione mondiale anziana non ha una sufficiente protezione sociale;

• 8 persone su 10, nel mondo, mancano di protezione sociale;

• 12% soffre di fame cronica;

• il 50% dei lavoratori nel globo è precario;

• l’Italia è al 26° posto nel mondo ma per le donne è al 61°;

• aumenta quindi il divario nel gap di genere dello sviluppo umano.

Stato altamente allarmante, e anche l’Italia non è inserita benissimo.

Il concetto di sviluppo è molto ampio, non riguarda solamente la storia economica ma riguarda lo stile e la possibilità

di vita delle persone.

LE RISORSE SONO ILLIMITATE?

v

Il concetto di sviluppo investe anche il posto di vita in cui viviamo. Sono finiti i tempi in cui si pensava che le risorse

dell’uomo sono illimitate. Sono finiti i tempi in cui si pensava che l’uomo potesse cresce illimitatamente con le risorse

del pianeta.

Non è possibile pensare che si possa estendere il nostro livello di sviluppo a tutti i paesi del mondo; non si può

replicare questo modello a tutti i paesi del mondo perché la nostra iper-crescita economica supera già ampiamente la

bio capacità del pianeta di sostenerci.

Impronta ecologica: è il peso. È un calore che calcola di quante risorse naturali l’uomo ha bisogno e le confronta con

le capacità della Terra di rigenerare quelle risorse. Per calcolarla si prendono in esame le abitudini di ciascuno in fatto

di scelte alimentari, quantità di rifiuti prodotti, superficie di suolo occupato, abiti o altri beni acquistati, energia

consumata, anidride carbonica emessa in atmosfera. Il living planet report 2014 ci dice che l’impronta ecologica

dell’Europa è pari a oltre due pianeti e mezzo. ‘’Se tutti gli abitanti della Terra mantenessero il tenore di vita di un

cittadino europeo medio l’umanità avrebbe bisogno di 2,6 pianeti per sostenersi.’’

Se il numero crescente di esseri umani è un problema grave, l’impatto che ognuno di essi ha sull’ambiente e sulle

risorse, ovvero l’impronta ecologica, non è da meno. È evidente, infatti che il nostro Pianeta può sostenere un numero

minore o maggiore di persone, a seconda che i loro consumi, e quindi il loro impatto sull’ambiente, sia minore o

maggiore. [26/10/2017]

BENESSERE

v

Un modello educativo volto all’idea di benessere, si rende necessario perché il pianeta in qualche maniera non ci

regge. Questa è una crescita suicida.

Da questa idea si sono sviluppate tutta una serie di approcci educativi e di movimenti dal basso.

TEORIA DELLA DECRESCITA: invita le persone ad assumere uno stile più sobrio, uno stile di vita più attento

all’essenziale, a partire dalle piccole azioni quotidiane. L’educazione non deve mai pensare di stravolgere, sarebbe

utopistico, però può mettere in moto piccoli processi che andando avanti possono muovere stili di vita più a misura

d’uomo e più rispettosi dell’ambiente.

Quello della decrescita è un movimento che si basa su 8 ‘’R’’:

1. Rivalutare: è il primo passo che Latuche riferisce allo schema dei valori, nella nostra vita occorre rivalutare i

valori della solidarietà, della responsabilità sociale, contro quell’autoreferenzialità che ci vede in prima fila in

una dimensione egocentrica. Quindi recuperare il fondamento dell’antropologia umana, l’attività sociale della

vita dell’uomo.

2. Ricontestualizzare: ridefinire alcuni concetti come il concetto di ricchezza e di povertà.

3. Rilocalizzare: riportare il consumo ad una dimensione locale; incentivare, promuovere le economie locali (km

0).

4. Ristrutturare: bisogna rielaborare quelli che sono i modelli di consumo, gli stili sociali, la modalità di vita

nell’ottica della decrescita.

5. Ridistribuire: nell’ottica della decrescita occorre garantire a tutti gli abitanti del pianeta l’accesso a quelle

risorse che permettano di vivere una vita dignitosa. 21

6. Ridurre: bisogna ridurre il consumo delle risorse perché dovremmo rientrare almeno in un’impronta

ecologica pari alle risorse del pianeta 1:1, e la produzione di rifiuti.

7. Riutilizzare: ora si vive nella società di usa/getta, bisogna imparare a riutilizzare, ad aggiustare, senza

inseguire quello che è il paradigma della rincorsa al nuovo.

8. Riciclare: recuperare gli scarti per produrre meno rifiuti e riutilizzare le cose, dando nuova vita a quello che

noi scartiamo.

Bisogna quindi RESPONSABILIZZARE. L’educazione deve promuovere responsabilità sociale, quindi impegnarsi a

contribuire allo sviluppo di quello che è il bene comune.

Ora è difficile fare una distinzione tra i bisogni primari ed essenziali, e quelli che sono i bisogni sociali ovvero quelli

indotti dalla società del consumo. Di fatto è la società del consumo che spinge e incanala molti dei nostri bisogni.

Latuche cerca di promuovere una nuova consapevolezza, che non necessariamente avere di più è una condizione di

vita migliore.

Una società di questo genere richiama al concetto di sobrietà. Bisogna intraprendere una CULTURA DELLA SOBRIETA’,

‘’La sobrietà è uno stile di vita, personale e collettivo, più parsimonioso, più pulito, più lento, più inserito nei cicli

naturali. La sobrietà è più un modo di essere che di avere. È uno stile di vita che sa distinguere tra i bisogni reali e quelli

imposti’’. Francesco Gesualdi, Sobrietà.

Questo è un processo che riguarda l’educazione perché riguarda gli stili di vita che le persone fanno.

Quindi il processo educativo è un qualcosa che ci riguarda tutti perché la società nella quale noi viviamo è una società

in cui ci sono molte contraddizioni, e alla società si chiede un ruolo importante.

L’educazione ci deve presentare la complessità della società in cui viviamo, e allo stesso tempo ci deve dare degli

strumenti per far sì che ognuno trovi la propria strada in questa società.

Questo diventa ancora più fondamentale in questa epoca di passaggio che genera incertezza. In questo contesto sono

molte le tensioni sociali che l’uomo si trova a vivere e che lo disorienta. La bussola deve aiutare all’uomo a trovare la

sua strada.

TENSIONI SOCIALI

• Tra locale e globale: l’uomo si trova a dovere vivere in queste due dimensioni. L’uomo deve poter pensare

globalmente, ma deve agire localmente. Deve diventare cittadino del mondo, ma ha bisogno di radici solide

sulla quale costruire la sua storia.

• Tra universalità e personalità: l’uomo deve muoversi nell’universalità, ma non deve rinunciare quella che è la

sua personalità, individualità e singolarità.

• Tra tradizione e modernità: nella società della tecnica ci sono repentini cambiamenti, pertanto l’uomo deve

adattarsi continuamente ai cambiamenti della società senza però voltare le spalle al suo passato. Deve

riuscire a guardare avanti ricordandosi ciò che era e ciò che è stato.

• Tra considerazioni a lungo termine e a breve termine: viviamo nella società di tutto e subito. Viviamo in una

società in cui con un click arriviamo ovunque. Questo è un contesto in cui l’uomo è abituato a ragionare

nell’immediato, perché nell’immediato trova una risposta a gran parte dei suoi problemi. Di fatto non tutto

può essere analizzato nel breve termine, ci sono fatti, soprattutto quelli che riguardano l’uomo, che hanno

bisogno di un tempo maggiore, di una lungimiranza da parte delle persone, proprio perché la vita dell’uomo è

un continumm e non vive o si sviluppa in compartimenti. Quindi ha bisogno di considerazioni a lungo

termine.

• Tra competizione e la necessità dell’uguaglianza delle opportunità: nella nostra società vige l’ottica della

competizione. L’uomo contro l’uomo. Questo però in qualche maniera non è allineato con quella che è la

dimensione sociale dell’uomo, con quello che è il bisogno dell’uomo di vivere in una società sociale.

• Tra l’espansione delle conoscenze e la capacità del soggetto di assimilare: ci sono tante informazioni che

circolano, troppe informazioni perché queste non permettono all’uomo di riflettere sulle stesse, non

permettono all’uomo di elaborare un pensiero proprio. E quindi all’educazione è dato il compito di

prospettare quelle che sono le priorità, è dato il ruolo di promuovere nel soggetto una conoscenza critica,

sviluppare il pensiero critico.

FENOMENO MIGRATORIO

v

Un fenomeno molto facilitato e sostenuto dallo stesso processo di globalizzazione. È un processo estremamente

complesso, perché quando si parla di questo, si parla sia di emigrazione che di immigrazione. È un processo che crea

una lacerazione perché crea un taglio, una frattura tra prima e il dopo. Nel processo di migrazione assumo un ruolo

importante i rituali culturali, perché proprio nel bisogno di conferma e riconferma della propria identità culturale, il

rito diventa fattore rassicurante della propria appartenenza, e quindi si possono verificare casi in cui questi riti

vengano esasperati oppure casi in cui non ci si voglia avvicinare a riti di altri culture per paura di perdere la propria

identità. 22

Quello dell’identità sarà un aspetto importante.

La nostra umanità è un’umanità in cammino. L’uomo di fatto si è sempre spostato. Solamente la nostra identità

europea come si è sviluppata, l’Europa è sempre stato un teatro di passaggio di popoli che appartengono a culture

diverse. È nata attraverso tre grandi culture:

1. ROMANITAS: cui deriva IUS il diritto

2. GRECITAS: cui deriva MITOS/LOGOS

3. GERMANITAS: cui deriva FRATERNITAS, l’idea del clan, della famiglia

Quindi il processo migratorio non è un processo nuovo, perché però allora ne parliamo come elemento di novità della

nostra società?

ELEMENTI DI NOVITA’ DEL PROCESSO MIGRATORIO

v

• Chi migra chiede il riconoscimento della propria identità culturale

• Immigrati bellici: persone che scappano dal loro territorio perché c’è una guerra, o comunque un regime tale

che non permette di vivere una vita dignitosa

Oggi si sente tanto parlare di profughi, siamo abituati a immagini di persone che decidono di avventurarsi in un

precarissimo barcone per cercare una possibilità di vita in Italia. Il profugo è colui che scappa dal suo paese perché li ci

sono guerre, catastrofi ecc. e quindi è a rischio la sua vita, e decide di rischiare il viaggio per avere una possibilità di

vita.

Non tutti i profughi sono rifugiati. Per rifugiato si intendono persone che temendo ragione di essere perseguitati si

trova fuori dal paese in cui ha la cittadinanza e non può o non vuole tornare, a causa di questo timore, avvelarsi della

protezione di tale paese.

Cos’è la protezione sussidiaria? È uno status, al pari di quello di rifugiato, che viene riconosciuto dalla Commissione

territoriale competente in seguito alla presentazione di domanda di protezione internazionale. Qualora il richiedente

non possa dimostrare una persecuzione personale che definisce chi è rifugiato, ma si ritiene che rischi di subire un

danno grave nel caso di rientro nel proprio paese.

Durano entrambe 5 anni.

Poi ci sono i beneficiari di protezione umanitaria, e questa si può avviare nel momento in cui la Commissione

territoriale non accetta la domanda di protezione, ma ci sono comunque degli elementi di carattere umanitario

(situazione di vulnerabilità sotto il profilo psichico e medico) che richiede la permanenza nello stato Italiano. Quindi

non è più la Commissione internazionale ma al questore competente per un eventuale rilascio di permesso di

soggiorno. [31/10/2017]

MINORI STRANIERI NON ACCOMPAGNATI

v

Si evidenzia il fatto che non abbiamo un fenomeno migratorio di passaggio, non è un fenomeno accidentale, ma è un

fenomeno strutturale.

Tra tutte queste persone che sbarcano, dobbiamo porre l’attenzione sui i minori che sbarcano nelle nostre coste senza

un accompagno. Ad oggi i minori stranieri non accompagnati sono circa 15.000. La gestione di questi minori è molto

difficile:

• Alle loro spalle hanno viaggi spesso drammatici nel quale in molti purtroppo hanno perso la vita, e anche una

volta giunti in Italia sono costretti a vivere in condizioni di grande vulnerabilità, esposti all’alto rischio di

subire abusi e violenze e di finire nelle maglie di sfruttatori senza scrupoli.

• Per un adolescente che emigra, il distacco dagli affetti familiari dell’infanzia e l’impatto con altri modi di

vivere e di pensare possono essere causa dell’insorgere di un sentimento di estraneità e di aggressione.

• Tali minori sollecitano a costruire modalità e pratiche di intervento che possono prendere in carico la

complessità dei loro percorsi.

Fino ad aprile ogni regione elaborava norme di accoglienza per conto proprio, il 7 aprile è stata elaborata la legge 47,

che disciplina le norme e le modalità di procedure a livello nazionale. Procedure di accertamento dell’età e

dell’identificazione, garantendone l’uniformità a livello nazionale. Prima dell’approvazione del disegno di legge non

esisteva un provvedimento di attribuzione dell’età, che d’ora in poi sarà invece notificato sia al minore sia al tutore

provvisorio, assicurando così anche la possibilità di ricorso.

Ad ogni ragazzo che viene rinvenuto sul territorio nazionale, deve essere assegnato un tutore. La legge ha previsto una

legge di partecipazione e responsabilità sociale, che è l’elenco dei tutori volontari. Ogni regione ha elaborato un

elenco di tutori volontari, persone che vogliono accompagnare/sostenere questi minori.

Bisogna promuovere l’affido familiare, perché permette loro una più facile integrazione nel contesto. La legge tutela

anche il diritto all’istruzione e alla salute.

Viene prevista infine la possibilità di supportare il neomaggiorenne fino ai 21 anni di età qualora necessiti di un

percorso più lungo di integrazione in Italia. 23

Per la prima volta sono sanciti anche per i minori stranieri non accompagnati il ‘’diritto all’ascolto’’ nei procedimenti

amministrativi e giudiziari che li riguardano.

La domanda spesso che viene posta è ‘’cosa vuoi fare nel tuo futuro?’’ la maggior parte dei ragazzi risponde di voler

studiare. POLITICHE MIGRATORIE

v

Nel corso dei secoli, le modalità con cui veniva disciplinata la presenza di immigrati in un contesto sociale, sono state

diverse. Le politiche migratorie, è come viene disciplinata la presenza.

Oggi siamo arrivata alla richiesta di identità.

Modelli:

• Assimilazione: è un processo che difronte alla moltiplicazione di provenienze culturali all’interno di un paese,

il gruppo egemone/dominante, ingloba a sé le altre culture che quindi si devono conformare, e nell’idea del

conformare c’è quello di rendere simile il dissimile. C’è una dimensione di passività della cultura minoritaria

rispetto alla cultura maggioritaria, che è quella ospitante. C’è un atteggiamento di dipendenza, tale per cui la

cultura minoritaria rinuncia ad affrancarci, ad affermarsi.

• Contrapposizione/segregazione: è un modello che vede una frattura tra le varie diversità, ed è un modello

socialmente molto pericoloso perché è un modello che contribuisce a creare quella che viene chiamata

concezione gerarchica delle culture, che quindi vivono separate. È pericoloso perché alimenta l’odio, genera

violenza.

• Eliminazione: il diverso, lo straniero, viene percepito come una minaccia e quindi in qualche maniera va

eliminato, anche fisicamente portandolo a morte o cacciandolo dal proprio stato.

• Universalismo: se quello della contrapposizione mette in enfasi le differenze, questo modello è un modello

che a sua volta annulla le differenze, ma secondo un approccio diverso, tende a dire ‘’siamo tutti uomini’’. È

un modello che tende a mettere in evidenza quelli che sono le cose in comune, eliminando le differenze che

rendono uniche le persone.

• Melting pot: è l’idea del ‘’frullato’’, ovvero un mix di tutta la frutta senza essere più niente di quello era

prima. È un modello integrazionista che fa si che dalla presenza sul contesto di persone appartenenti a

culture diverse in uno stesso territorio, interagisca tra di loro, causando un mescolamento di pensieri, idee,

modi di vita. E quello che si crea è una nuova realtà che ha un po’ di tutto, ma che non è nello specifico

nessuna delle altre cose.

• Democrazia delle culture: è un modello interazionista, c’è un mantenimento delle differenze, c’è una

relazione di scambio. Questo è un vero e proprio progetto politico, che ha come suo elemento di partenza, la

presenza sempre più marcata di persone provenienti da culture diverse. Partendo da questo presupposto,

questo modello, vuole fornire ad ogni persona i mezzi necessari per accedere ad una vera pienezza umana e

culturale. Così ogni persona può maturare la propria identità personale e culturale. Si basa sulla relazione

paritetica tra le varie culture. È un concetto molto importante perché in qualche maniera ci introduce verso

un nuovo concetto di cittadinanza. Il concetto che introduce è quello del modello interculturale. È legato

all’essere parte di uno stato, all’essere persona e cittadino, del quale si rispettano delle regole assumendosi

diritti e doveri.

NUOVI CITTADINI DEL MONDO: STATUTO DI UMANITA’

v

Marshall ha sviluppato un concetto di cittadinanza in relazione allo sviluppo dei cittadini dell’uomo.

Il 700 è stato il secolo dei diritti civili, che sono i diritti inalienabili della persona, quali appunto libertà di parola,

espressione ecc.

L’800 è stato caratterizzato dai diritti politici, che trovano espressione nel concetto di sovranità, ovvero far parte del

processo politico di uno stato.

Il 900 è caratterizzato dai diritti sociali, ovvero quelli che facilitano il cittadino di realizzarsi in quanto membro di una

società, istruzione, benessere, salute ecc.

Il 2000 è caratterizzato da quelli che lui chiama diritti culturali, ossia quelli che sono i diritti di 4° generazione, di cui fa

parte quell’approccio la democrazia delle culture. I diritti culturali secondo Marshall potrebbero essere una sintesi

degli altri 3 diritti (civili, politici, sociali), sono diritti di tipo solidaristico perché riguardano la possibilità per le singole

persone e per i popoli di agire secondo logiche di sostegno e di reciprocità. Qui entra in gioco l’educazione

interculturale che dovrebbe educare alla cittadinanza culturale, dovrebbe educare ad un approccio democratico alla

relazione tra le culture, educando ad una cittadinanza della prossimità, quindi al riconoscimento di chi ci è vicino ma

educando anche ad una cittadinanza universale.

CONCETTO DI CITTADINANZA

v 24

• Il termine cittadinanza indica il rapporto tra un individuo e lo Stato, al quale l’ordinamento giuridico ricollega

la pienezza dei diritti civili e politici.

• In Italia il moderno concetto di cittadinanza è attualmente disciplinata dalla legge 5 febbraio 1992, n.91.

• La cittadinanza italiana si acquista iure sanguinis, cioè se si nasce o si è adottati da cittadini italiani. Esiste una

possibilità residuale di acquisto iure soli, se si nasce sul territorio italiano da genitori ignoti o apolidi o che

non possono trasmettere la propria cittadinanza al figlio secondo la legge dello Stato di provenienza.

• La cittadinanza può essere richiesta anche da persone con un background migratorio che risiedono in Italia da

almeno 10 anni e che sono in possesso di determinati requisiti.

• Si può diventare cittadini italiani anche per via matrimoniale.

NUOVA PROPOSTA DI LEGGE: è una legge che introduce due concetti importanti: ius soli temperato e ius culture.

Cambia il modo in cui si può diventare italiano se si nasce in Italia. Quindi i bambini che nascono in Italia da genitori

stranieri possono diventare italiani solo se i genitori hanno un permesso di soggiorno di tipo indeterminato da almeno

5 anni. E quindi può diventare cittadino italiano su richiesta di genitori, quindi subito o al compimento di 18 anni. Altro

elemento è che oltre ad avere questo permesso di soggiorno da almeno 5 anni, i genitori extracomunitari devono

anche dimostrare di avere un reddito minimo, di avere una casa, e di conoscere la lingua italiana. Se invece abbiamo

un minore non nato in Italia, ma viene in Italia con i genitori in tenera età (fino a 12 anni), può acquisire la cittadinanza

dopo aver fatto un percorso scolastico di almeno 5 anni (ius culture).

L’IMMIGRAZIONE E’ UN PROBLEMA SOLO QUANDO NON CI SI PREPARA A CONVIVERE CON ESSO, ALTRIMENTI E’

UNA GRANDE OPPORTUNITA’. Don Luigi Di Liegro

È un fenomeno molto complesso e quindi occorre prepararsi per accogliere le persone, e che sia in qualche maniera in

grado di gestirle, perché sia facilitato il processo di integrazione. Può rappresentare una grande opportunità; perché

attraverso il processo migratorio si regista una fecondazione culturale. Nei movimenti e nella mobilità delle persone ci

sono persone che si incontrano e che si spostano.

L’incontro tra persone, con le loro storie, le loro idee, i loro bisogni e i loro sogni; le culture sono ‘porose’, nessuna

cultura è ‘pura’, incontaminata. Le culture si trasformano. La cultura non è un’entità fissa e statica, ma si costruiscono

nel tempo, trasformano e si fanno trasformare, così come le persone. [07/11/2017]

PEDAGOGIA INTERCULTURALE

v

È strettamente collegata con la pedagogia sociale. È recentissima, è la più giovane di tutte le scienze pedagogiche e sta

cercando di affermare la sua natura scientifica. Facendo parte di queste scienze pedagogiche possiamo riprendere

alcuni caratteri che abbiamo attribuito alle scienze pedagogiche.

Abbiamo, come in tutte le pedagogie un:

• Oggetto materiale, ciò di cui si occupa la disciplina, ‘’di cosa si occupa’’;

• Oggetto formale, la prospettiva usata dalla disciplina per studiare quell’oggetto, ‘’quale prospettiva utilizza’’.

L’oggetto materiale della pedagogia interculturale è la società multiculturale, mentre l’oggetto formale è il fattore

educativo; quindi la pedagogia interculturale della società multiculturale, indaga la possibilità educativa offerta dalla

società multiculturale.

La pedagogia interculturale è una disciplina recente, ed è una disciplina che ha seguito uno sviluppo particolare, nel

senso che è nata in qualche maniera prima l’educazione interculturale e poi la pedagogia interculturale, per questo

motivo ha uno sviluppo particolare.

Dire che si è sviluppata prima l’educazione, vuol dire che prima è nata la pratica e poi la teoria, quindi prima si è fatto

poi si è pensato a quello che si è fatto.

Fasi del suo sviluppo:

1. Fase ideale: alla fine degli anni 70, quando alcune associazioni hanno iniziato a ipotizzare percorsi di

integrazione;

2. Fase esperienziale: negli anni 80 il fenomeno ha iniziato ad assumere importanza, e ci si è trovati a

fronteggiare la presenza numerosa di persone che appartenevano a culture diverse. Nascono in questo

ambito numerose iniziative per l’accoglienza, e è anche un momento in cui le scuole hanno iniziato a

confrontarsi con la presenza di alunni con contesti sociali diverso. Si è verificato che insegnanti dotati del ‘’fai

da te’’ hanno iniziato ad elaborare percorsi di integrazioni senza avere dei modelli;

3. Fase normativa: 1989 è un anno significativo dal punto di vista delle leggi che riguardano l’immigrazione:

Legge Martelli del 1989; CM 301/89; CM 246/89 (progetto giovani); CM 205/1990;

4. Fase progettuale: all’inizio degli anni 90, una fase progettuale e di studio del fenomeno. Lo studio pedagogico

si sviluppa qui, a partire dagli anni 90.

CIRCOLARI

v 25

• DL 1989 Martelli sull’immigrazione (convertito in legge n.39/1990)

È il primo tentativo giuridico di disciplinare la presenza di immigrati nel nostro paese. Questo nasce perché il

numero degli immigrati è sempre più alto.

• Circolare ministeriale 8 settembre 1989, n.301

Inserimento degli stranieri nella scuola dell’obbligo: promozione e coordinamento delle iniziative per

l’esercizio del diritto allo studio.

Disciplina la presenza di ragazzi all’interno delle classi.

Tutte le circolari nascono da presupposti, questa si poggia su due presupposti fondamentali:

1. L’immigrazione nel nostro contesto sociale ha assunto dimensioni notevoli, quindi presenza di

ragazzi con culture diverse a cui occorre garantire il diritto allo studio;

2. La scolarizzazione è un elemento importante e imprescindibile per l’integrazione sociale; di qui la

necessità di garantire pari opportunità di accesso e di riuscita.

Su questi due presupposti la scuola, già in questa prima circolare, presenta in maniera chiara quale è la sua

prospettiva, e come intenderà lavorare con i ragazzi che vengono da culture diverse. Sceglierà la prospettiva

dell’inclusione, a confronto di altri paesi, decide di includere i ragazzi all’interno delle classi e non fare classi

differenti.

Questo implica un cambiamento per la scuola, cioè una scuola che per poter includere le differenze, deve

valorizzare le peculiarità di ciascuno. L’attività didattica dovrà essere organizzata in modo da permettere la

valorizzazione delle differenze culturale. Per fare questo la scuola dovrà elaborare progetti individualizzati

che permettano a ciascun bambino/ragazzo, a prescindere dalla cultura originale, di arrivare agli stessi

obiettivi.

• CM. 246 DEL 15 LUGLIO 1989 (Progetto giovani)

È un progetto che prevedeva una serie di progetti da destinare alle scuole secondarie per affrontare i

problemi della contemporaneità. Si propone di:

• Stare bene con se stessi in un mondo che sta meglio;

• Stare bene con gli altri nella propria cultura in dialogo con le altre culture;

• Stare bene nelle istituzioni in un’Europa che conduca verso il mondo.

• Circolare ministeriale del 26 luglio 1990, n.205.

Oggetto: la scuola dell’obbligo e gli alunni stranieri. L’educazione interculturale

Si dice che l’educazione interculturale è la condizione strutturale della società multiculturale. Si dice che è la

risposta necessaria alla società multiculturale in cui viviamo. Il compito educativo è quello di mediare tra le

diverse culture di cui sono portatori gli alunni, mediazione non deve ridursi solamente agli apporti culturali

diversi che possono dare i ragazzi di culture diverse, ma deve favorire un confronto.

Quindi:

• È la risposta necessaria alla società multiculturale

• Deve favorire un confronto continuo

Vengono definiti gli obiettivi dicendo che: dato che deve animare il confronto, l’obiettivo è la capacità di

promuovere una convivenza costruttiva. Si basa sull’accettazione e il rispetto del diverso, ma anche sul

riconoscimento della sua specificità, della sua identità, nell’ottica di un reciproco arricchimento.

LE ORIGINI EPISTEMOLOGICHE DELLA PEDAGOGIA INTERCULTURALE

v

Occorre partire dal modello del multiculturalismo. A partire dagli anni 80 in molte società si assiste alla crisi dei

modelli basati sugli universalismi, soprattutto negli Usa si ve l’incepparsi di meccanismi che erano basati su modelli

assimilatori che non riconoscevano in qualche maniera la diversità culturale dei vari uomini.

Si passa progressivamente da atteggiamenti che tendono a ‘’neutralizzare’’ le differenze culturale, ad atteggiamenti

che puntano al riconoscimento delle differenze. Si sviluppa in quest’ottica il paradigma multiculturale, che nasce in

contrapposizione al concetto di cittadinanza universale; che supera quello che è l’approccio monoculturale.

Alcuni principi epistemologici del modello monoculturale (universalismo):

• Si ritiene che esista una sola realtà oggettiva

• Quindi una sola verità che rappresenta in maniera fedele la realtà

• Esiste un modello di conoscenza che è oggettivo, che è diverso dall’opinione

• Esiste un linguaggio universale inteso come combinazione di suoni e di segni fonici indipendente dal mondo

Alcuni principi epistemologici del multiculturalismo:

• La realtà sarà costruita dagli attori sociali, sarà legata dall’interpretazione che gli stessi daranno di essa,

quindi una dimensione più soggettiva

• La verità non sarà una e incontrovertibile, ma la verità sarà legata in qualche maniera dalla percezione di

quella realtà che ha il gruppo sociale allargato, è frutto di una elaborazione interpersonale 26

• La conoscenza non è concepita in maniera assoluta, ma è intersoggettiva e si apre al dibattito delle scienze,

non necessariamente coincide con la rappresentazione della realtà, ma è soggetta a una pluralità di

interpretazioni e punti di vista

• Il linguaggio contribuisce a costruire il mondo, in contatto con altri mondi (anche discordanti); il linguaggio

che noi utilizziamo è strettamente collegato alla modalità con cui noi percepiamo il mondo, il linguaggio

contribuisce a creare il mondo, e quindi non è una semplice combinazione di suoni e semplici, ma veicola

messaggi e modalità di relazione tra l’uomo e il mondo

L’approccio multiculturale assume quella che è la dimensione della complessità.

L’universalismo è una visione etnocentrica del mondo.

L’approccio multiculturale è invece, un approccio che si basa da un lato, su una prospettiva idealistica (‘’il mondo è

sempre da mettere in discussione’’), dall’altro lato, su una prospettiva che si chiama relativismo culturale, ovvero non

si può ritenere che esista un modello culturale universalmente valido.

Modello interculturale:

• Prende avvio nell’ambito della riflessione pedagogica (fine anni 70 – Porcher, Abdallah-Pretceille e consiglio

d’Europa). Loro ritenevano che non si può parlare di educazione e pedagogia, senza questa apertura nei

confronti dell’altro, dell’altro in quanto è diverso.

• Punto nevralgico: ‘’l’apertura all’altro diviene un elemento essenziale di ogni pratica pedagogica’’

Pretceille definisce i tre assi fondamentali dell’intercultura:

Il filo rosso di questo lavoro è l’apertura verso l’altro come condizione fondamentale di qualsiasi didattica

interculturale.

Svilupperà una sua idea di approccio pedagogico interculturale, snodando il suo discorso intorno a tre assi

fondamentali:

1. Asse soggettività-oggettività delle culture: cultura in movimento (confini porosi, portatori di culture). Le

culture non sono fisse, la caratteristica fondamentale di ogni cultura è il movimento, la dinamicità. Come

l’uomo si modifica, così si modifica le culture.

2. Asse identità-alterità: riguarda il rapporto io-altro, considerare l’importanza dell’altro non in opposizione ma

nell’interferenza con l’io. L’identità assume dinamicità e pluralità, momento di incontro. L’altro interferisce

sull’io, la presenza dell’altro mi cambia. Anche l’identità, come la cultura, non è qualcosa di fisso, ma è

qualcosa che cambia. Identità plurale.

3. Asse differenza-universalità: identità definita nella dialettica io-altro e in relazione alla differenza (che può

creare timore, conflitto, ma attenzione all’indifferenza-universalismo). La differenza può creare minaccia e

conflitto verso me stesso, quindi la differenza può suscitare diverse reazioni, paura, difesa ecc. Inoltre non

tutto quello che percepisco differente è differente, c’è una percezione soggettiva. Però se la differenza può

spaventare, occorre essere attenti all’approccio universalista, quell’approccio che porta alla fine delle

differenze stesse, perché nega l’altra persona, porta all’assimilazione dell’altra persona. Quindi attenzione

all’indifferenza, utilizzata dall’approccio universalista.

IL DISCORSO PEDAGOGICO INTERCULTURALE

v

• ‘’.. non si inscrive dentro una visione culturalistica, universalistica o deterministica, ma prende atto della

complessità’’;

• supera l’incomunicabilità del relativismo culturale;

• presuppone la dimensione culturale come parte integrante di ogni riflessione e modalità d’intervento;

• integra l’etnocentrismo come variabile costante;

• si riferisce sempre a un’azione, un intervento;

• considera criticamente i termini di cultura, nazione e identità;

• è la pedagogia della normalità: sviluppo di una pedagogia che sappia gestire l’educativo considerando ogni

forma di diversità

Alla luce di questa apertura nei confronti dell’altro, la pedagogia interculturale dovrà essere considerato la nuova

normalità dell’educazione. Si potrebbe non dire intercultura, ma solo pedagogia, perché la pedagogia non può non

essere interculturale. [08/11/2017]

CULTURA

Che cos’è la cultura? Il termine cultura è denso di significati.

Esistono due approcci:

• Senso soggettivo, che fa proprio quello che è il senso comune del termine cultura. Si intende quel processo di

maturazione dell’uomo inteso come processo di formazione. 27

• Senso oggettivo, che riguarda a quei simboli, pensieri, modalità di essere, che caratterizza un popolo. Quindi

può essere intesa come insieme di strumenti, di mezzi, di linguaggi, di modelli, di simboli che caratterizzano

una determinata società, e che vengono messi a disposizione dell’uomo perché possa compiere il suo

processo di formazione.

Non c’è un modello culturale che è valido ed estensibile per tutte le culture. Le culture sono per loro natura diverse

tra di loro, sono plurali e hanno, tra la loro caratteristica, quello di essere dinamiche.

Nella loro porosità assorbono, risentono delle influenze, del contatto, e della relazione con le altre culture.

Quale è la relazione tra le differenti culture?

Una volta si parlava di concezione piramidale, c’erano culture maggioritarie, in cima alla piramide, rispetto alla altre

che stanno nelle parti più basse ed hanno piano piano meno valore; quindi c’era una gerarchia tra culture.

Questa gerarchia cade per fare posto alla concezione organica delle culture. Nella concezione organica potremmo

utilizzare come immagine un arcipelago di isole, perché queste isole sono molto diverse le une dalle altre, ma hanno

un’autonomia di funzionamento, ma al contempo sono un arcipelago perché stanno tutte insieme.

Le culture sono diverse, non c’è LA cultura, ma ci sono LE culture, che sono strettamente in relazione tra di loro,

soprattutto oggi con i processi di globalizzazione.

Dichiarazione universale sulla diversità culturale (UNESCO 2001)

Parte da una premessa: è un’idea di cultura intesa in senso oggettivo, e dice che la cultura deve essere considerata

come l’insieme dei tratti che caratterizzano una società, un gruppo sociale, e che include modi di vita, di convivenza,

sistemi di valori, tradizioni e credenze.

Constatando che la cultura si trova al centro dei dibattiti odierni sull’identità, la coesione e lo sviluppo di un’economia

basata sulla conoscenza.

Affermando che il rispetto della diversità delle culture, la tolleranza, il dialogo e la cooperazione in un clima di fiducia e

di mutua comprensione sono tra le migliori garanzie di pace e di sicurezza internazionali.

Proclama: nelle nostre società sempre più diversificate, è indispensabile assicurare un’interazione armoniosa e una

sollecitazione a vivere insieme di persone e gruppi dalle identità culturali insieme molteplici, varie e dinamiche.

La diversità culturale amplia le possibilità di scelta offerte a ciascuno; è una delle fonti di sviluppo, inteso non soltanto

in termini di crescita economica, ma anche come possibilità di accesso ad un’esistenza intellettuale, affettiva, morale e

spirituale soddisfacente.

La difesa della diversità culturale è un imperativo etico, inscindibile dal rispetto della dignità della persona umana.

Essa implica l’impegno a rispettare i diritti dell’uomo e della libertà fondamentali, in particolare i diritti delle

minoranze e dei popoli autoctoni. Nessuno può invocare la diversità per minacciare i diritti dell’uomo garantiti dal

diritto internazionale, né per limitarne la portata.

MULTICULTURA

Che cose la multicultura?

L’idea multiculturale è che in uno stesso contesto sociale vivono persone che appartengono a culture diverse. Per

questo è:

• Sfondo quantitativo, ce ne sono tante in tutti i Paesi. Il MIUR ha detto che a scuola ci sono bambini che

provengono da circa 200 paesi in Italia.

• Dato di fatto, è una condizione oggettiva, non è confutabile come possibilità.

• Processo storico, è una situazione che noi stiamo vivendo ed è in continua evoluzione.

• Situazione oggettivo.

• È sufficiente la tolleranza, è un processo che richiede tolleranza, ma la tolleranza non promuove relazione.

Quando si parla di multicultura, o in maniera erronea, di pedagogia multiculturale, si rimanda a questa idea di pluralità

delle presenze ((con)presenza) rispettando anche le diversità, ma con un rischio, ovvero quello di rimanere chiusi nella

propria cultura/identità culturale, che viene vista come qualcosa di fisso e di non malleabile.

‘’La pedagogia non può limitarsi a proporre degli interventi a carattere prettamente descrittivo, promuovendo una

convivenza, più o meno pacifica, le une accanto alle altre, tipo ‘’condominio’’ di persone diverse che, pur vivendo in un

medesimo ambiente, non hanno l’opportunità di dialogare, di interagire, di influire le une sulle altre’’

INTERCULTURA

La dimensione interculturale entra in scena e si differenzia dalla multicultura. L’intercultura non è solo

un’accettazione, c’è il volere di dialogo, c’è intenzione.

• Sfondo qualitativo

• Risposta educativa

• Processo + progresso

• Promuove l’integrazione/interazione 28

Rappresenta lo sfondo qualitativo, non solo ci dice che sono tante ma ci dice anche quale relazione hanno tra di loro le

varie culture. In quanto risposta educativa, ha una natura progettuale perché è un qualcosa che deve essere voluta.

Quindi l’intercultura è un progetto educativo che si inscrive all’interno del processo multiculturale.

Le finalità sono quelle di promuovere l’integrazione e l’interazione. Questi due concetti vengono spesso utilizzati come

sinonimi. Il concetto di integrazione, però, ha una valenza maggiormente sociologica; mentre l’interazione ha una

valenza maggiormente educativa, perché è rappresentativo di un processo che si sta vivendo.

Integrazione: portare una persona appartenente ad un’altra cultura, in un contesto più o meno omogeneo e renderla

parte. È un includere in un contesto una persona che viene da un contesto culturale diverso. Si può però sviluppare

un’errata concezione dell’altra cultura e quindi c’è il rischio di indurre una passività.

Interazione: ci dice che è attraverso lo scambio e la relazione che io integro l’altra persona. Il processo al quale lui

entra dentro la mia società è quello tramite lo scambio e il dialogo che ci integriamo in un processo di reciprocità.

‘’Inter’’ è una parola chiave. In quanto scambio non va solo in un'unica direzione, non sono gli altri a doversi integrare

a noi, ma è un processo bilaterale e di reciprocità. È un viaggio che noi facciamo verso l’altro, ma con l’altro. Non si da

relazione interculturale se non c’è uno scambio di reciprocità.

Quindi l’interazione è la strategia propriamente pedagogica per promuove l’integrazione. È attraverso l’interazione

che si può promuovere l’integrazione.

L’intercultura è una visione rivoluzionaria perché:

• Si avviano possibilità di dialogo, confronto e interazione – PREFISSO INTER – scambio.

• Identità e cultura sono intesi in maniera dinamica, non sono entità fisse, ma si evolvono e modificano.

• L’alterità, l’emigrazione, la vita in società complessa e multiculturale diventano opportunità di arricchimento.

• Società multiculturali ma interventi educativi interculturali: al centro ‘’la persona umana nella propria

interezza, a prescindere da nazionalità, lingua, cultura o religione di appartenenza’’.

Un approccio inteso in questi termini determina anche altri fattori:

• INTER – scambio, interazione, messa in gioco tra le culture

• Dinamicità delle singole culture e delle identità, riconoscimento delle risorse e delle opportunità (crescita

personale e sociale)

• Multicultura della società in movimento per arrivare a intercultura (dalla descrizione alla progettazione)

• Una nuova forma mentis alla base delle dinamiche relazionali: l’approccio interculturale modifica la nostra

modalità di pensiero. Questo è un approccio di pensiero che si muove sul piano dell’at-at.

Il concetto di unità si basa sul concetto di molteplicità. Non si parlerebbe di unità se non ci fosse il concetto di

molteplicità. Quindi l’approccio alla realtà necessariamente cambia, per promuovere un pensiero, che assumendo da

un lato l’unicità di ogni persona, riconoscendo però le proprie diversità, possa promuovere un pensiero inclusivo,

quello dell’at-at, in cui nell’unità riesce a includere la molteplicità. Pensiero critico e autentico, riesce a cogliere le

varie sfumature, tiene dentro la molteplicità dell’esistenza. [14/11/2017]

L’idea interculturale ha la sua caratteristica nell’idea del prefisso INTER che rappresenta la dimensione della

reciprocità. Reciprocità sta a significare una relazione che va nella direzione bidirezionale, e questo deve esserci.

Questo approccio interculturale si base sul riconoscimento dell’altro, sulla consapevolezza che la relazione con l’altro

interferisce con me, nel senso che è proprio dalla relazione con l’altra persona che si sviluppa l’identità. Quindi la

dimensione interculturale va dalla dimensione interculturale alla progettazione interculturale.

Questa situazione determina lo sviluppo di un pensiero nuovo, un pensiero che sia in grado di accogliere la diversità,

questo è un pensiero critico, autentico, inclusivo, divergente e dell’at-at quindi plurale.

EDUCAZIONE INTERCULTURALE

È un viaggio che dobbiamo fare verso l’altro e con l’altro: interazione-integrazione.

Ci sono delle variabili e degli elementi senza i quali non si può parlare di educazione interculturale:

• Promozione dell’empatia

• Decentramento

• Transitività cognitiva

EMPATIA

v

L’empatia è un processo estremante complesso, non c’è mai empatia all’inizio di un processo, ma si può raggiungere

durante o alla fine di un processo.

Ma che cosa è l’empatia?

• Calzare le scarpe dell’altro

• Mettersi nei panni dell’altro 29

• Implica ascolto, stima e investimento affettivo

L’empatia è un’esperienza che può essere vissuta nella relazione con l’altro, non è originariamente presente nella

relazione, ed è un’esperienza che deve essere guidata e sostenuta, perché il rischio è questa immedesimazione per la

quale possiamo perdere i confini tra Io-altro, con il devastante effetto dell’invischiamento emotivo.

Per essere suscitato presuppone un grande investimento emotivo, bisogna essere disponibili di mettersi in gioco

rispetto a questo punto di vista. L’empatia rimanda a noi stessi, prima che riguardare l’altro, rimanda alla nostra

esistenza e alle nostre emozioni. Attraverso i nostri vissuti/emozioni/sentimenti potremmo arrivare a comprendere i

vissuti/emozioni/sentimenti dell’altro. Quindi la conoscenza dell’altro passa attraverso di noi.

Implica ascolto e stima che sono gli elementi principali. L’ascolto dell’altro presuppone stima nei confronti dell’altra

persona, bisogna ritenere che l’altra persona abbia qualcosa da ritenere importante da ascoltare.

L’ascolto empatico:

• è una esperienza non originaria che si può conoscere;

• rimanda a noi stessi;

• presuppone la consapevolezza del limite, dove finiamo noi/dove iniziano gli altri

Quindi l’empatia è una condizione fondamentale affinché si possa attivare un incontro/una relazione interculturale. È

l’elemento che consente, ma è anche un traguardo da raggiungere.

DECENTRAMENTO

v

È l’altra condizione fondamentale; per decentramento si intende:

• È quell’atteggiamento che permette il superamento del proprio punto di vista, è un atteggiamento attraverso

il quale il soggetto non si considera al centro del sapere, ma è in grado di decentrarsi, di abbandonare questa

posizione centrale, accogliendo e assumendo gli altri punti di vista che sono in un’ottica pluricentrista,

ulteriori centri.

• Capacità di dislocarsi nelle situazioni altre, di uscire dal centro dell’Io per abbracciare la dimensione della

periferia.

• Favorisce il superamento dell’etnocentrismo ideologico.

L’etnocentrismo vuol dire mettere al centro la propria cultura. È superabile un atteggiamento etnocentrico? È una cosa

negativa?

L’etnocentrismo risponde ad un bisogno dell’uomo di sentirsi parte di un popolo, di una nazione, di una storia, si parla

infatti di etnocentrismo attitudinale; è quindi un bisogno dell’uomo per costruire quella che è l’identità sociale. Ma, se

le formulazioni riguardanti l’appartenere ad una cultura dovessero radicalizzarsi, entriamo nell’etnocentrismo

ideologico. Quindi il decentramento permette il superamento di questo etnocentrismo di tipo ideologico, ovvero

quell’atteggiamento che non riesce a riconoscere all’altro pari dignità umana e culturale.

TRANSITIVITA’ COGNITIVA

v

• Mobilità del pensiero

• Disposizione mentale ad aprirsi all’altro

Che cosa accade al nostro pensiero quando incontra qualcosa che non conosce?

Si crea quello che gli psicologi chiamano spiazzamento cognitivo: quando il nostro pensiero incontra una cosa che non

si aspettava, si crea questa perturbazione cognitiva, e possono succedere due cose: o torna come prima, o aggiorna sé

stesso di questa nuova novità.

Questo pensiero mobile è proprio di una mente flessibile, un pensiero che sarà in grado di ristrutturarsi, di ripensarsi,

sulla base dei nuovi elementi che avrà conosciuto.

Quindi si indica la capacità del pensiero di ‘’far spazio’’ all’altra persona, alle altre culture, è una capacità autentica di

conoscere.

• Disposizione al cambiamento, c’è la necessità de cambiamento che è propria del processo educativo, è un

pensiero che non ha paura di trasformarsi e di migliorarsi.

Bisogna attivare pensieri che ci permettano di attivare l’altro. Non accade nulla immediatamente, bisogna fare vari

tentativi. Questo rappresenta un pensiero che si muove, che cerca di riadattarsi ad una situazione nuova, in cui

bisogna trovare una situazione migliore di adattamento.

Il processo interculturale è estremamente complesso, oltre all’incontro abbiamo anche uno scontro.

L’educazione interculturale è un processo multidimensionale, di interazione tra soggetti di identità culturali diverse,

che attraverso l’incontro interculturale vivono un’esperienza profonda e complessa di conflitto/accoglienza, come

preziosa opportunità di crescita della cultura personale di ciascuno, nella prospettiva di cambiare tutto quello che è di

ostacolo alla costruzione di una nuova convivenza civile.

L’educazione interculturale è un processo è quindi quindi una cosa già accaduta, ma è un qualcosa in divenire; è

multidimensionale, riguarda le persone, le culture, investe il piano emotivo, linguistico ecc., chiama in causa i diversi

30

luoghi educativi; interazione, ovvero dimensione di scambio/reciprocità/bidirezionalità; incontro è un fare qualcosa in

due; conflitto accoglienza, non necessariamente la relazione con l’altro ci porta ad accogliere l’altro, ma ci porta anche

a sviluppare dinamiche conflittuali; l’intercultura è un’opportunità di crescita; serve a promuovere un cambiamento di

un qualcosa che può essere un ostacolo per una convivenza civile. [15/11/2017]

CONFLITTO

Questo incontro con l’altro, non necessariamente sfocia in dinamismi di accoglienza, può generare anche una

situazione di conflitto.

Che cosa è il conflitto? Nel senso comune, rimanda ad una disarmonia, ad un odio, comunque ad un qualcosa di

negativo. Si indica un elemento di crisi, che prende un’accezione negativa.

In realtà il conflitto è:

• Dinamica inerente lo sviluppo individuale e sociale: è una parte della vita dell’uomo, fa parte quindi delle

relazioni umane, e nasce nella/dalla relazione con l’altro, con la relazione con la diversità. Si sviluppa un

conflitto nel momento in cui vengo a contatto con qualcosa/qualcuno di differente da me; non è eliminabile,

fa parte della nostra vita e occorre sostare/so-stare nel conflitto.

Contrasto e conflitto non sono la stessa cosa. Il contrasto rappresenta una divergenza, il conflitto, a differenza, non è

un semplice divergenza, perché nel conflitto gioca un ruolo significativo la componente emotiva.

• Stato della relazione in cui emerge un problema ed a cui si associa un disagio, una componente emotiva. Il

conflitto si innesca nel momento in cui io non sto bene in quella condizione di divergenza.

Quindi il contrasto sta sul merito della questione, il conflitto sta nella relazione, riguarda l’emozioni che ci sono in

quella relazione che vede due punti di vista divergenti. Il conflitto nasce per gestire le differenze, e non è di per sé

aspetto negativo.

• Può essere interno o esterno, il conflitto può essere anche dentro noi stessi, dentro le diverse parti di cui

siamo composti

LA TEORIA DEI GIOCHI, LA QUADRIGLIA

Ci aiuta a leggere le dinamiche che possono essere messe in atto di fronte ad una situazione in cui ci sono

contrapposte due posizione/pensieri/persone/emozioni ecc. E quindi si parla di giochi a somma 0 o giochi diversi da

somma 0.

I giochi diversi da 0, non c’è un vincitore o un vinto, ma o entrambe perdono o entrambe vincono. Essere in una

situazione vincente per entrambi motiva la relazione stessa.

RISPOSTE COMPORTAMENTALI AL CONFLITTO

v

• Comportamento passivo, quando la persona cede, mette da parte il suo Io e le sue aspettative per riuscire

comunque a trovare una soluzione, una composizione del conflitto in cui una persona decide di cedere. Io

perdo, tu vinci.

• Comportamento aggressivo, l’atteggiamento per cui, rispondendo alla logica del ‘’io vinco tu perdi’’, il

soggetto cerca di mettere in atto tutta una serie di strategie e comportamenti per ottenere la vittoria. Io

vinco, tu perdi.

Entrambe rispondono ai giochi a somma 0.

• Comportamento assertivo, chi sa riconoscere e valorizzare la posizione dell’altro, sa portare avanti senza

prevaricare la propria posizione, riesce a tenere insieme i diversi punti di vista, anche quelli discordanti tra di

loro; la persona ha piena coscienza di sé, buona coscienza dei propri limiti e possibilità, e si muove in maniera

coerente tra ciò che pensa e ciò che fa. La persona assertiva attiva un’azione di negoziazione perché si possa

arrivare ad una soluzione che possa andare bene ad entrambe.

QUALI ATTEGGIAMENTI PER UNA GESTIONE NON VIOLENZA DEL CONFLITTO

È un modello che si basa su alcuni punti:

• Ascolto attivo, per arrivare ad una giusta misura per entrambi, bisogna partire dall’ascolto. Con ascolto attivi

si parla sia di ascolto per sé stessi, che ascolto dell’altro.

• Non dominio dell’altro

• Rispetto dell’altro

• Accettazione incondizionata, non significa parlare della condivisione delle diverse accettazione, ma rispetto e

riconoscimento della dignità umana dell’altra persona. C’è una differenza tra le persone e le azioni delle

persone.

• Riconoscimento dell’altro

• Sospensione del giudizio, per poter accogliere e tenere insieme i diversi punti di vista, devo sospendere il mio

giudizio, anche perché dal momento in cui l’altra persona si sente giudicata si chiude in sé stessa. 31

EDUCARE AL CONFLITTO

v

In questo conflitto ci siamo e quindi dobbiamo so-stare in questo conflitto. Educare al conflitto significa:

• Educare al pluralismo, educare in presenza delle differenze;

• Educare alla comprensione, all’accettazione dei diversi punti di vista;

• Educare alla scelta, perché comunque in una situazione di conflitto occorre saper scegliere per andare in una

direzione;

• Educare al confronto, al mettere insieme le diverse posizioni.

POSSIBILI AMBITI DI CONFLITTO IN CONTESTI INTERCULTURALI

v

L’altro con cui mi relaziono, in un ambito interculturale, ha spesso una diversità visibile evidente, appartiene ad una

cultura che ha un linguaggio, un modo di rappresentare la realtà, quindi un pensiero diverso rispetto al nostro.

Ambiti in cui il conflitto interpersonale può rappresentarsi:

• Pensiero e linguaggio, il linguaggio non è solo un insieme di suoni, ma è strettamente collegato al contesto

sociale e quindi al pensiero che si sviluppa. Il vocabolario di una lingua sviluppa e influenza il pensiero di

quella lingua.

• Linguaggio non verbale, la comunicazione passa molto attraverso il linguaggio non verbale, che

conferma/disconferma quello che dicono le parole, e anche queste hanno una valenza e un valore

strettamente connesso con la cultura.

• Segnali e simboli, anche questi hanno una concezione estremamente diversa da cultura a cultura, quindi se

decodifichiamo i simboli con le diverse culture andiamo in conflitto.

• Modalità di espressione, per esempio le pause di silenzio vengono viste in modo diverso.

• Stereotipi e pregiudizi, aumenta la dimensione conflittuale, perché lo stereotipo è un modello fisso di

conoscenza, sono modelli sociali che vengono utilizzanti anche per facilitare il processo di conoscenza; gli

stereotipi possono però diventare pregiudizi. Diventano pregiudizi quando a quel modello rigido diventa

pretesto di giudizio di valore (discriminante); questo giudizio prescinde dalla conoscenza specifica della

persona e della situazione, e viene dato solamente perché appartiene a quella categoria.

Il pregiudizio non prevede l’ascolto dell’altro, quindi aumenta il conflitto. È pericoloso perché dando un

giudizio di valore discrimina ed isola la persona che è oggetto di pregiudizio.

STRATEGIE EDUCATIVE PER LA RISOLUZIONE DEL CONFLITTO

v

Servono per aiutare a tenere insieme i diversi punti di vista accettando, ponendo la differenza nell’orizzonte del

possibile. È possibile essere differenti. Quindi vengono presentate una serie di tecniche.

• Cooperative learning, si basa sulla dimensione cooperativa tra le persone che sono chiamate a risolvere

insieme una situazione e che ha delle caratteristiche ben precise: richiede che ci sia una direzione del tutto da

parte di un adulto che li aiuti a gestire, non solo le diverse competenze, ma che permetta di assegnare loro

dei ruoli all’interno di quel gruppo. Richiede che anche la valutazione sia auto-valutazione.

• Mediazione e negoziazione del conflitto, in ambito interculturale assume un ruolo importante i mediatori

culturali perché ha un ruolo importante nella dimensione linguistica.

• Messa a punto del setting duale e gruppale, estremamente importante la cura del contesto in cui avvengono

le dinamiche. Il setting deve facilitare la dinamica della cooperazione e dell’integrazione. [16/11/2017]

Professoressa Stella Fiorentino.

Vicepresidente dell’associazione di CIDIS.

Cambiamenti dei fenomeni interculturali dopo i cambiamenti dei flussi immigratori.

‘’Se siete sicuri, o se vi sembra che avete trovato una teoria che sia l’unica e la sola, è perché o non avete capito la

teoria, o non avete capito il problema da risolvere’’.

Non esiste un solo punto di vista; non è tanto importante trovare la risposta, quanto quella di trovare le domande

giuste.

Non esiste mai una risposta giusta. Quello che ci unisce sono le domande, quello che ci divide sono le risposte.

L’errore è un feedback, è un aiuto per ripartire.

Il CIDIS è nato 30 anni fa (1887 prima delle legislature fatte su questo argomento), nato con un gruppo, la fondatrice

voleva creare un gruppo che si poteva formare di relazioni internazionali. Inizialmente era una associazione

piccolissima.

Il gruppo era formato da laureanti italiani e da un gruppo di migranti africani che erano studenti all’università. Questi

ragazzi non erano contenti delle rappresentazioni fatte dai mass media dell’africa, che raccontavano o la povertà e la

guerra o gli animali che ci vivevano, tralasciando quale era la vera Africa. Loro dicevano che in Africa c’è una

quotidianità che va oltre quello che vengono raccontanti, e volevano tirar fuori e far conoscere questo.

A quel tempo era un momento di forte identità nazionale, c’erano forti ideologie. 32

I problemi identitari sono tanti, in nome dell’identità si sono fatte tante rovine nel mondo.

Il CIDIS è nato da questo gruppo di ragazzi provenienti da molte culture e questo è stato centrale. Sono stati i primi

all’approccio interculturale. A quel tempo non esisteva l’educazione interculturale. A scuola loro sono andati a

raccontare cose che a quel tempo non potevano trovare nei libri, sono andati a fare laboratori. Il gruppo africano

decise che voleva raccontare diverse cose della propria cultura, facendo insieme ai ragazzi qualcosa, raccontavano la

loro cultura con le immagini, la pittura, con la manipolazione con la creta ecc.

Si è deciso anche di fare dei laboratori di musica, imparando canzoni e musiche di altre culture.

Sono nati però moltissimi problemi: non si sapeva bene come lavorare, ovvero le idee c’erano ma non si sapeva se

fosse giusto continuare. Hanno fatto un errore di raccontare le proprie culture con l’esotismo.

Il professor Tullio insegnò che la cosa più importante era il confronto con le persone, che si confrontano anche

attraverso degli universali, delle cose che accadono nella vita quotidiana.

Un altro personaggio importante disse che la scuola era il luogo della felicità, e insegnò anche che se questo

laboratorio non si inseriva nel programma scolastico non serviva a niente. Quindi bisognava iniziare progetti con le

insegnanti stessi.

La cosa fondamentale è l’interdisciplinarità.

Quando cominciano ad arrivare i primi migranti in Italia, più o meno anni 90, si sono resi conto che la diversità è

accettata quando è racchiusa in spazi lontani; mentre quando chiede diritti, diventa più un peso per chi li accoglie.

La prima occupazione loro è stata insegnare la lingua, e veicolare in questa la conoscenza dei doveri e dei diritti.

Il CIDIS decide che non si deve occupare della prima accoglienza, ma della seconda accoglienza, quindi insegnamento

della lingua (a volte con educatori).

Le cose iniziano a cambiare quando ci si accorge che i bambini non sono portatori della propria cultura, ma si

vergognano della propria identità, volevano restare invisibili. Sono saltati fuori anche i pregiudizi che c’erano anche tra

i migranti stessi.

Quindi anche tra i ragazzini stranieri c’erano delle difficoltà.

Il CIDUS lavora in quello che si chiama ‘’terzo settore’’. Andando avanti hanno iniziato anche a fare formazione,

diventando ‘’Agenzia formativa’’.

Lavorare nel terzo settore significa fare progetti che creano autonomia nell’immigrato, e questa è una sfida sia nella

società che nella scuola, la sfida di poter realizzare il proprio processo di apprendimento, di poter confrontarsi anche

all’interno del gruppo classe ecc.

Quello che è fondamentale è quelli del terzo settore sono solo uno strumento che se la scuola lo usa bene funziona, se

la scuola lo usa male non comporta cambiamento. Il ragazzino straniero non deve essere formato solo da queste

organizzazioni, ma deve essere formato grazie al gruppo classe. Bisogna lavorare su tutte le diversità.

All’interno del progetto loro fanno:

sostegno linguistico e lavorare sul creare la loro autonomia di studio e di apprendimento.

L’interculturalità è un concetto utopico, noi viviamo in una società che cerca con grande fatica di diventare

multiculturale. L’interculturalità è trovare spazi di negoziazioni di significati, in vista di una cultura nuova in cui viviamo

tutti. Noi impariamo insieme agli altri, siamo in un processo di apprendimento continuo. Non possiamo racchiudere gli

altri in gabbie identitarie, il mondo sta cambiando velocemente, e dobbiamo adattarci a questo.

Chi lavora nel terzo settore lavora nella frontiera, una frontiera porosa, in cui si incontrano culture che andando avanti

creeranno una nuova cultura.

Bisogna vedere questo come un processo di apprendimento. [21/11/2017]

Rispetto la dimensione del conflitto: è importante educare al conflitto perché il conflitto emerge ogni volta che noi

abbiamo un rapporto con la diversità. Quindi emerge in tutte le dinamiche relazionali, ma il conflitto è un qualcosa

che appartiene anche in noi stessi, tra le relazioni interne di noi.

È importante sostare, inteso come fermarsi nella dimensione del conflitto.

Come rovescio della medaglia, altro tema che interessa all’educazione interculturale è l’educazione alla pace.

EDUCAZIONE ALLA PACE

v

Che cosa è la pace?

Quando si parla di pace si tende a pensare all’assenza del conflitto, quindi si da quasi un’accezione per negazione, la

pace non è guerra.

Ma se la dimensione del conflitto ci appartiene, quando parliamo di pace parliamo di trasformazione non violenta del

conflitto, sviluppo di quella dimensione assertiva che ci permette di rispondere in maniera assertiva al conflitto.

Quindi riguarda la capacità di star dentro la dimensione conflittuale, starci in maniera non violenta.

Educazione alla pace:

• Educazione alla non violenza: violenza non solo fisica, ma soprattutto attraverso il verbale, quindi una

violenza linguistica, quindi c’è tutto il tema dell’educazione non violenta 33

• Educazione ai diritti umani

• Educazione alla responsabilità sociale

• Educazione allo sviluppo sostenibili

• Educazione alla democrazia

Il tema della responsabilità: assumersi un impegno.

Quindi è necessario promuovere una cultura della pace:

• Cultura del rispetto della vita

• Cultura del rispetto di ogni persona

• Cultura del dialogo e del confronto

• Cultura della sobrietà

L’uomo non è solo responsabile delle relazioni con le altre persone, ma è responsabile anche della società.

‘’[…] l’educazione è l’arma della pace. Un’educazione capace di salvare l’umanità richiede non poco: essa include lo

sviluppo spirituale dell’uomo, la sua valorizzazione, e la preparazione del giovane a comprendere i suoi tempi. Il

segreto è qui: nella possibilità per l’uomo di divenire il dominatore dell’ambiente meccanico da cui è oppresso. Gli

uomini non possono più rimanere ignari di sé stessi e del mondo in cui vivono: e il vero flagello che oggi li minaccia è

proprio questa ignoranza. occorre organizzare la pace preparandola scientificamente attraverso l’educazione.’’

Deve essere attivo dentro la società, e non oppresso nell’ambiente in cui vive. Solo attraverso l’educazione l’uomo

prende consapevolezza di sé.

Il processo interculturale è un processo che tiene insieme molti elementi, è estremamente complesso e va preparato

attentamente. Non è un dato di fatto. L’educazione ha un ruolo fondamentale per promuovere il passaggio dalla

multicultura all’intercultura, quindi bisogna promuovere le competenze dell’intercultura.

L’intercultura è quindi un qualcosa che possiamo apprendere, e che ci possiamo lavorare.

LA COMPETENZA

v

• Dimensione del termine molto complessa e studiata da vari punti di vista:

Nel discorso pedagogico assume un carattere particolare:

• Pellerey: abilità (performance), capacità (essere in grado di), attitudine, saper fare, qualificazione, conoscenza

e sapere (formazione, certificazione)

• Milani: le competenze pedagogiche e progettuali (competenze di base, competenze specifiche, competenze

trasversali, meta-competenze)

• Delors: i 4 pilastri dell’educazione (sapere, saper fare, saper essere, saper vivere insieme), il concetto di

competenza può essere inteso in abilità, conoscenze e qualità personali

Definizione:

la competenza pedagogica si può definire come l’insieme complesso e dinamico di conoscenze, di abilità, di procedure

metodologiche, di esperienze consolidate e ordinate di tipo educativo fondate sulla riflessone e sulla teorizzazione

pedagogica che connota in modo specifico la professionalità educativa e che i soggetti che operano in questo settore

devono saper mettere in campo in modo personale e critico quando progettano, attuano e valutano il proprio

intervento. (Milani,2000)

Quali possono essere le competenze necessarie in ambito interculturale:

1. Essere aperti alla diversità e al cambiamento

2. Essere disponibili all’ascolto

3. Avere un pensiero critico e non soffermarsi sui modelli classici

4. Conoscenza linguistica e culturale

5. Democrazia delle culture, conoscere e rispettare le culture di tutti

6. Capacità di decentrarsi, superare il proprio centro di vista

7. Competenze progettuali

8. Capacità emotive e riflessive

COMPETENZE INTERCULTURALI:

• La prospettiva di Fantini: ‘’un complesso di abilità atte a gestire, in maniera efficace ed appropriata,

l’interazione con persone culturalmente e linguisticamente diverse’’. Dietro al concetto di competenza c’è

quello di efficacia e coerenza.

• 3 aree: relazione, comunicazione e collaborazione

• 4 dimensioni: conoscenze, attitudini, abilità e consapevolezza

• competenze nella lingua del Paese ospite

lui fa rientrare inoltre: la tolleranza, la pazienza, il rispetto dei tempi, la flessibilità, la sospensione del giudizio, la

curiosità, come motore che spinge a conoscere ed incontrare l’altra persona, l’apertura mentale, la capacità di

apprezzare le differenze. 34

Ad oggi il dibattito rispetto a quelle che sono le competenze specificatamente interculturali, è un dibattito aperto.

Si sviluppa comunque nel corso del tempo una concezione dinamica delle competenze interculturali, si parla di:

learning spiral

• visione dinamica delle intercultural competences:

- attitudine: apertura, rispetto, curiosità, tolleranza dell’ambiguità;

- knowledge and skills: consapevolezza culturale, conoscenza della propria e dell’altrui cultural,

osservazione, capacità di valutare;

- internal outcome: adattabilità, flessibilità, empatia, decentramento;

- external outcome: comportamenti e comunicazione appropriata secondo le situazioni

IL LIBRO BIANCO SUL DIALOGO INTERCULTURALE: si vede come sia una competenza fondamentale per il

miglioramento della società, e non solo come sviluppo ed emancipazione personale. Una delle competenze

fondamentali è quella del dialogo, che non è intesa solo la comunicabilità tra due persone, ma tra visioni del mondo

da persone differenti.

Tra tutte le competenze necessarie all’educazione interculturale, un ruolo importante è dato dalle competenze

emotive. [22/11/2017]

LUOGHI PER L’EDUCAZIONE INTERCULTURALE

v

Uno dei luoghi favoriti per fare intercultura è la scuola. La scuola è il luogo dell’istruzione educativa. In questa

semplice istruzione c’è tutta la missione della scuola.

Instruere= mettere dentro dal latino. Istrit= si riferisce alla dimensione della conoscenza. Quindi la scuola è il luogo

delle conoscenze, dove si acquisiscono conoscenze. Questo però non è sufficiente a formare una persona libera,

critica, creativa e responsabile.

Le conoscenze quindi devono essere messe al servizio dell’educazione inteso come processo percettivo dell’uomo.

Le conoscenze devono essere messe a disposizione dell’educazione dell’uomo; quindi le conoscenze devono essere

finalizzate alla promozione della crescita integrale della persona umana. Al centro di questa definizione c’è l’uomo e

non le conoscenze, queste ultime sono lo strumento privilegiato che ha la scuola.

Purtroppo la scuola si ferma al primo step, i docenti spesso devono andare avanti con il programma e non si

interessano del come.

La scuola quindi è il luogo privilegiato per fare intercultura.

Quando si parla di intercultura nel contesto scolastico vengono fuori equivoci:

1. Non è insegnamento dell’italiano come seconda lingua;

2. Non è la messa in atto di protocolli di accoglienza;

3. Non è un allestimento di scaffali multientinici;

4. Non è impiego di mediatori linguistico/culturali

5. Non è organizzazione di un tavolo delle religioni, iniziativa comune che parla delle tematiche religiose;

6. Non è una programmazione di una festa multiculturale.

Tutto questo è propedeutico all’educazione interculturale, ma nessuna di queste cose da solo è educazione

interculturale.

L’educazione interculturale dovrebbe essere la nuova normalità dell’educazione, quindi l’educazione non può non

essere interculturale, perché l’intercultura a scuola non è un insegnamento in più, ma attività transversale a tutte le

discipline e agli insegnamenti.

L’educazione interculturale non è legata a cosa facciamo, ma al come lo facciamo, si può fare tutte le materie tramite

una prospettiva interculturale.

Sono gli obiettivi formativi e non solo cognitivi e utilizza metodologie attive, dove la persona è al centro del processo.

L’educazione all’intercultura quindi è il contenitore della nuova educazione, impedisce una fissazione rigida

dell’identità contrapposta, collabora alla costruzione della coabitazione a livello globale e della convivenza all’interno

della società.

NUOVO MODO DI CONCEPIRE L’EDUCAZIONE:

praticamente vediamo le modalità, come la scuola può promuovere l’intercultura:

• La prima via è la via narrativa e comparativa: racconto diretto di storie, di eventi, di situazioni può facilitare la

persona nel confrontare i diversi punti di vista. Si può raccontare le fiabe di altri popoli, che hanno come

ambientazione culture diverse, autori stranieri, poi si possono leggere anche racconti dove sono presenti

storie di vita degli immigrati: narrazione come lezione di vita significativa dove bisogna essere disponibili ad

ascoltare. La dimensione della narrazione ci permette un’esperienza interessante perché ci permette di

sviluppare quel metodo comparativo che può farci fare esperienze transculturali. La comparazione di storie e

di racconti ci permette di capire che esistono più modalità attraverso le quali si può fare esperienza di vita. 35

Non esiste un’unica verità. Le fiabe famose sono diverse a seconda delle culture, nella versione vietnamita di

cenerentola la strega si reincarna, permette ai ragazzi di fare esperienza transculturale, decentrando dal

proprio punto di vista, e possono sviluppare un pensiero più problematico, meno dogmatico e maggiormente

flessibile. Possiamo anche comprendere gli elementi che ci accomunano come uomini. Si basa sulla

singolarità e diversità di ogni cultura ma anche sull’idea che le culture sono porose e si contaminano e si

lasciano contaminare. Supera la concezione del culturalismo segregante ma supera anche quella

dell’universalismo. Quindi uno sguardo transculturale ci permette di cercare le cose che ci accomunano come

uomini tra le differenti culture, riconoscendo però le diversità di ciascuno. Nella nostra società gli immigrati

sono percepiti come un umano universale. I racconti ci restituiscono l’umanità che c’è dietro a queste storie.

La narrazione quindi favorisce il decentramento: capacità di considerare il proprio modo di pensare e di

esistere non come l’unico possibile o legittimato, ma si assume la consapevolezza che il nostro essere è uno

dei tanti possibili. È un allenamento per ammettere che la propria verità non è mai assoluta.

• Via ludica: il gioco è uno delle attività fondamentali attraverso le quali esprimiamo noi stessi, quindi è un

valido strumento anche per l’educazione interculturale. È un linguaggio, una relazione, un’esperienza che

condividiamo con le altre persone; attraverso il gioco si possono favorire esperienze di metacomunicazione

che facilita la relazione con le altre persone. Questa modalità va molto bene per bambini, ma gli adulti

faticano molto di più a mettersi in gioco. Molte persone collegano il gioco con la perdita, con i ruoli che si

assumono nel gioco. Qui si fa riferimento a giochi di tipo cooperativo e non competitivo. Si possono fare

giochi di simulazione che è uno strumento di conoscenza. Questo ci permette di fare la simulazione e

imitazione: ci mettiamo nei panni dell’altro.

• Via del decentramento: modalità decostruttiva, va a mettere in crisi e in discussione le proprie certezze e

idee, per rivedere le proprie posizioni. È un processo fondamentale per una relazione interculturale, per

evitare un etnocentrismo si devono costruire i luoghi comuni e pregiudizi, la decostruzione è un processo di

relativizzazione e storicizzazione finalizzato ad avere una conoscenza nuova. Mettere in discussione gli

schemi mentali, togliendosi dal centro. A livello didattico la scuola per favorire questa capacità: la

decostruzione può avvenire a vari livelli. A livello pratico occorre lavorare sulla lingua e su tutte le espressioni

linguistiche che ci fanno alzare un muro rispetto all’altro. La parola straniero viene da extra, ovvero non è più

o al di là, non è più nel suo contesto ed è extra dal contesto dal quale vive. Ha una valenza negativa. Anche il

concetto di razze: non è un concetto che va bene all’uomo. Nelle relazioni e nell’ottica di out, siamo abituati a

pensare a categorie relazionali, dobbiamo iniziare ad approcciare un’idea dell’at-at. Elemento strumentale:

testi non eurocentrici.

• Via esperenziale e pragmatica: che permette ai ragazzi di fare delle esperienze interculturali. Ci si riferisce alla

possibilità di fare scambi, gemellaggi, di avere contatto diretto con le persone che hanno background

migratorio, ma anche partecipare a delle iniziative e attività che sostengono la pace, contro il razzismo. Loro

stessi già da piccoli sono cittadini attivi che vogliono contribuire al cambiamento di questa società. Storia che

ci porta in un punto di vista diverso da quello che conosciamo: la storia di cappuccetto rosso vista dal punto

di vista del lupo. [23/11/2017]

1APPELLO 18 DICEMBRE/2 APPELLO

PEDAGOGIA FAMILIARE

LA FAMIGLIA

Due istituzioni hanno un ruolo importante nel contesto interculturale, da un lato la scuola, dall’altro la famiglia, che

ha un ruolo importante nella promozione.

Questo perché la famiglia è tra le agenzie educative primarie, ed è in famiglia che si possono acquisire virtù quali:

accoglienza, accettazione, impegno, o al contrario è in famiglia che si possono acquisire pregiudizi, atteggiamenti

competitivi, autoreferenzialità, a seconda delle modalità relazionali che nella famiglia si vivono.

La famiglia oltre ad essere luogo di educazione è anche elaborazione di norme/valori/cultura. È un luogo di

coesistenza delle diversità, perché nella famiglia sono insieme persone diverse, generazionalmente diverse e diverse

anche rispetto al genere. Quindi è un primo luogo in cui noi impariamo ad approcciarci con la diversità.

‘’La famiglia è la prima istituzione umana’’ ovvero è la prima istituzione nella quale sperimentiamo la relazione con

l’altro. E’ ‘’il fondamento di ogni umanità’’.

Nella stagione dei cambiamenti e delle incertezze è necessario promuovere una corretta educazione etnica in famiglia

(Delores).

‘’La buona famiglia è, nella società pluralistica, la più importante condizione preliminare affinché i bambini possano

diventare abili nella vita’’. Abili nel senso che riescano a vivere in maniera adeguata nel mondo sociale. 36

Che possono fare i genitori?

Ai genitori si chiede di realizzare le condizioni in cui i figli possano sviluppare la curiosità nei riguardi di ciò che non è

conosciuto e il desiderio di confrontare punti di vista diversi, di aprire ai figli la possibilità dell’incontro con

l’altro/diverso.

Bisogna promuovere un’educazione che permetta ai ragazzi di aprirsi alla diversità. Si chiede quindi di promuovere la

curiosità, che è il motore che spinge ai bambini ad apprendere, che poi li spingerà ad aprirsi e a conoscere anche

modelli esistenziali diversi. Si chiede alla famiglia di farsi promotori di quello che è lo sviluppo del pensiero critico.

Ciascuna persona è diversa dalle altre persone. La diversità è una condizione ontologica dell’essere umano, siamo

diversi dagli altri, ma diversi anche in noi stessi, seppure quando noi pensiamo alla diversità ci riferiamo

essenzialmente a questi tipi di diversità:

- Culturale: è quella diversità visibile, e quindi è una diversità associata a colore della pelle, vestiti, riti ecc.

- Interpersonale: è quella diversità che caratterizza le persone che fanno parte dei cosiddetti ‘’gruppi

omogenei’’ cioè è un tipo di diversità meno banale, scontata e visibile, ma che è propria delle persone

che appartengono a un certo gruppo. Anche all’interno di un gruppo omogeneo ci sono molte

caratteristiche che possono far creare altri sottogruppi. Questa diversità salta meno all’occhio, e molto

spesso tendiamo a parlare riferendoci ai gruppi, perché riferiamo atteggiamenti stereotipati alle persone

all’interno del gruppo.

- Intrapersonale: è il più difficile da vedere, sono quelle diversità che sono all’interno delle persone. La

diversità alberga in noi, sia per un senso diacronico, nel senso che la nostra identità è un’identità

dinamica e plurale, per cui quello che siamo oggi non lo eravamo ieri e saremmo diversi domani, quindi è

una diversità che si sviluppa nel progredire nel tempo. È anche di tipo sincronico perché noi siamo

formati da tante parti e allo stesso tempo abbiamo molti ruoli, quindi possiamo manifestare ruoli diversi

di noi. ‘’Sé molteplice’’ siamo tutti portatori di questa diversità.

Allenandoci ad offrire le nostre diversità, riconoscendole, può diventare un buon allenamento per accettare gli altri.

Nel corso del tempo le diversità delle persone sono state utilizzate come elementi per discriminare alcuni gruppi,

alcune persone rispetto ad altri (ebrei, neri ecc.). caratteristiche di ciascuna persona vengono utilizzate per

discriminare, e le forme di razzismo nascono così.

Queste si attivano nel contesto, quando persone che hanno un certo potere, diffondono e sostengono il pregiudizio

che chi appartiene a un certo gruppo e ha una certa caratteristica, è inferiore. Proprio il pregiudizio fonda il razzismo,

che gioca sul valore che viene attribuito a quella diversità.

‘’La nostra ricchezza collettiva è data dalla diversità’’

UGUALI PERCHE’ DIVERSI

v

L’unico elemento che ci accumuna è la diversità, l’uguaglianza si fonda sulla diversità.

In nome di una uguaglianza nel tempo si sono annullate molte differenze.

Bisogna legare l’umanità ad un concetto di diversità, in tutte le sue forme.

‘’l’unico vero viaggio, l’unico bagno di giovinezza, sarebbe non andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri occhi,

vedere l’universo con gli occhi di un altro, di cento altri, vedere i cento universi che ciascuno vede, che ciascuno è’’.

LA FAMIGLIA PUO’ CONTRIBUIRE AD EDUCARE ALLE DIFFERENZE

Può aiutare ai ragazzi a introdurre la diversità e ad educare alle differenze. La diversità c’è, va riconosciuta, ma bisogna

educare alla differenza.

Differenza: dal latino disfero=portare altro, portare qua e là, sconfinare nell’universo del possibile delle sue

determinazioni.

La diversità è un dato di fatto; la differenza è una conquista (tra il già dato e il possibile), di manifestare la propria

diversità; è la possibilità di manifestarsi per quello che si è, è un orizzonte assolutamente educativo.

LA FAMIGLIA PUO’ ESSERE IL LUOGO DOVE EDUCARE AL PLURALISMO

• ‘’è un fecondo e razionale metodo di coesistenza. Dovremmo essere orgogliosi di non possedere un’unica

idea, bensì molte idee, buone e cattive, di non avere solo una fede religiosa, ma numerose religioni’’ (Popper)

La famiglia è palestra delle virtù sociali:

• può attuare efficace profilassi contro intolleranza, razzismo, etnocentrismo, xenofobia;

• è luogo privilegiato per l’educazione ai sentimenti;

• è luogo dell’educazione al dialogo, all’ascolto, comprensione;

• è luogo dove sperimentare la gestione non violenta dei conflitti;

• è luogo dell’accettazione positiva incondizionata; 37

• è luogo delle responsabilità e delle libertà.

O meglio DOVREBBE essere tutto questo, non sempre purtroppo è così. Infatti è spesso il luogo nel quale si

riproducono i pregiudizi.

Da un lato abbiamo le famiglie narcisistiche, ossia quelle famiglie che si sentono le migliori, e che quindi giudicano le

altre famiglie, perché tutto ciò che è diverso da loro diventa inaccettabile; abbiamo però anche un’altra categoria i

razzisti riluttanti, quelle famiglie che dicono sempre di non avere nessun tipo di pregiudizio, si credono pulite dalla

dimensione del pregiudizio, non hanno consapevolezza di quelli che sono i propri sentimenti ed emozioni.

PAURA DELLO ‘’STRANIERO’’

Sul fatto che la famiglia possa diventare luogo nel quale si ereditano pregiudizio ci sono degli studi dietro.

Ma come si trasmettono i pregiudizi all’interno delle famiglie?

Azioni dirette, azioni indirette ma anche una serie di modi di dire fin da piccoli per esempio ‘’stai buono sennò chiamo

l’uomo nero’’.

Anche la letteratura che ha giocato con i colori e che sono abbinati alle emozioni. Il passare continuamente questi

messaggi, come per esempio che il colore nero è brutto e pauroso, passa come idea; sono tutti messaggi che ci

rinviano ad atteggiamenti con pregiudizio.

Se da piccoli abbiamo avuto paura dell’uomo nero, nel momento in cui lo incontriamo potremmo avere un po’ di

timore. Questo vale anche al rovescio.

Quindi se noi sviluppiamo un’idea di natura poi la riportiamo nelle nostre esperienze che facciamo.

Quindi la famiglia può:

• Educare al pluralismo, perché i bambini possano imparare a mettere in discussione quelli che sono gli

standard naturali

• Promuovere il rispetto dell’umano, nel senso che innanzitutto rispettando i membri che la compongono,

facendo si che la famiglia diventi luogo nel quale possono essere appagati i bisogni dei singoli membri della

famiglia. Se io rispondo ai bisogni dei membri, si promuove esempi buoni di rispetto nei confronti dell’altra

persona. Ciascuna persona può essere accettata per quello che è, accettazione positiva incondizionata

• Educare alla legalità e al rispetto delle regole di convivenza sociale, è nella famiglia dove sperimentiamo

questo, il senso del limite ma anche il senso dell’appartenenza, è nella famiglia che acquisiamo la congruenza,

e possiamo acquisire l’autenticità nei rapporti con le altre persone, a seconda di come viviamo i rapporti in

famiglia

• Educare alla pace, ‘’disarmando lo spirito’’, la modalità di gestire i conflitti in famiglia, li portiamo fuori,

diventano l’esempio di come li useremo fuori.

Portera… una patente da genitore

‘’Il ruolo del genitore è estremamente complesso, per imparare a cogliere l’opportunità della libertà coniugandola con

la responsabilità, con la capacità di pensare con la propria testa ma anche con la disponibilità al confronto, con la

volontà di perseguire le cure di è senza dimenticare il volto dell’altro’’ [28/11/2017]

ESONERO: 14 dicembre alle 15 in aula III / SECONDO ESONERO 11 gennaio

Esame completo il 19/11

EPISTEMOLOGIA DELLA PEDAGOGIA FAMILIARE

La pedagogia familiare rientra nelle scienze pedagogiche, nello specifico rientra nella pedagogia sociale, che è

un’ulteriore differenziazione del discorso che riguarda la pedagogia sociale.

Condivide con tutte le altre scienze pedagogiche i discorsi e le fondamenta. Ciò che cambia è lo specifico oggetto di

studio, rientra nelle scienze pedagogiche per l’attenzione che pone all’educazione in quanto inserita all’interno del

contesto familiare.

Educazione inserita nel contesto domestico.

- Oggetto formale: la prospettiva con cui io studio quell’ambito, lo specifico di quella disciplina fattore

educativo

- Oggetto materiale: è l’ambito generale di cui si occupa la famiglia/ambiente domestico

La pedagogia familiare studia la realtà domestica in quanto ruolo primario di umanizzazione e di educazione. Tante

discipline si occupano della famiglia oggi, lo specifico della pedagogia è lo sguardo educativo nella prospettiva della

famiglia. AMBITI DI STUDIO DELLA PEDAGOGIA FAMILIARE 38


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10 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Filosofia e scienze e tecniche psicologiche
SSD:
Università: Perugia - Unipg
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Federica.Cecchetelli di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia sociale familiare e interculturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Perugia - Unipg o del prof Bartolini Alessia.

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