L’ESERCIZIO DEI SENSI
Ci sono vari testi che parlano della relazione educativa, ma manca l’azione dei sensi, come il corpo, che ha una sua
sensibilità, non è una cosa, è un corpo che sente, ha una sensibilità, la sensibilità estetica, che non si occupa solo del
bello, ma una esperienza sensibile, un’esperienza che facciamo attraverso i sensi. Da Aristotele in poi i sensi sono stati
classificati, i cinque sensi che conosciamo: questo libro presenta inoltre un sesto senso, cioè il senso del tempo.
L’educazione ha a che fare col tempo, la percezione del tempo è una realtà educativa. Il libro esplora i linguaggi non
verbali, ma il nostro modo di esercitare i sensi.
Alda Merini, poetessa italiana, scrive dei versi che dicono che la nostra autenticità sta a contatto con il corpo e il mondo
attraverso il corpo. Il corpo è ciò che ci consente di percepire questo che abbiamo attorno attraverso i sensi, ma
attraverso l’utilizzo che ne facciamo, noi possiamo cogliere in maniera articolata il mondo.
Partiamo da una rappresentazione “il mito della caverna” di Platone: è un mito, una metafora, una raffigurazione
poetica che vuole comunicarci una verità. Questo mito ci parla della conoscenza della realtà, in una misura, in un certo
modo. Ci sono degli uomini incatenati infondo alla caverna, e vedono le ombre proiettate sul fondo della caverna, che
sono la proiezione di coloro che stanno alle loro spalle, c’è un fuoco che chiaramente proietta le ombre, le proiezioni.
Questi uomini finché sono incatenati pensano che quelle ombre siano la realtà, per vedere la vera realtà devono liberarsi
dalla catena e rivolgersi dall’altra parte: l’avventura della conoscenza coincide con la conversione, guardare in un altro
modo, guardare da un’altra parte. Gli schiavi devono poter uscire da quella caverna e dalle ombre e poter vedere la luce
del sole, vedere la loro verità, quindi liberarsi dalle catene. Ci spiega che noi siamo legati a qualcosa che ci impedisce la
realtà, per Platone è il corpo, un ostacolo al raggiungimento della verità. Cadere nel corpo ci ha messi in una situazione
di ostaggio dei sensi, i sensi ci ingannano perché ci fanno vedere le ombre, ci fanno vedere la realtà quella che pensiamo,
ma la verità è oltre. La verità è una contemplazione intellettuale.
In questo racconto ci sono degli elementi: l’idea che l’intelletto da solo lega, l’idea che i sensi quanto legati al corpo ci
ingannano. Questa metafora ci indica che nell’antichità è stato separato il corpo dalla mente, i sentimenti dall’intelletto,
li ha separati e li ha contrapposti: l’intelletto è buono, i sensi sono cattivi, etc. Questo spiega perché abbiamo tardato
per costruire un sapere. A partire dal Settecento, dall’estetica settecentesca, e soprattutto grazie alla fenomenologia
che recupera l’esperienza attraverso i sensi, abbiamo riabilitato questa forma di conoscenza non come forma
ingannevole, ma come forma veritiera. Dipende da come sappiamo esercitare lo sguardo.
L’OMBRA DEL SOSPETTO
Il mito della caverna ci dice che c’è una vista sensibile che crea illusione, e c’è una visione intellettuale che ci permette
di accedere alla verità. Nell’occidente si sono diffuse forme di ascesi, cioè forme di elevazione, di nobilitazione, di essere
spirituali e meno materiali, tra cui l’ascesi occidentale che coincide con il predominio della vita contemplativa
sull’azione. C’è quest’idea che dobbiamo mollare il corpo come materiale, ha dato vita alla negazione del corpo,
rinunciare ai sensi, c’è tutta una tradizione secolare, la vita attiva, la vita contemplativa, ci sono queste contrapposizioni.
La fenomenologia ha cercato di ricongiungere queste due cose: l’esperienza viva (Erlebnis) comporta sempre il primato
del corpo, corpo che fa esperienza attraverso i sensi. La sensibilità è un linguaggio originario, perché il loro primo modo
di stare al contatto con il mondo: il bambino, per esempio, non ha sviluppato una conoscenza intellettiva, ha una
conoscenza sensoriale, percepisce il mondo con i sensi, anche se non è una interpretazione logica/intellettuale. La
sensibilità è necessaria per tutti coloro che hanno o che avranno a che fare con le persone si interroghino sulle modalità
dell’esperienza e della conoscenza dell’umano.
Locke, filosofo del Settecento, diceva: “Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu” (=Noi sentiamo il mondo,
prima ancora di pensarlo), cioè noi possiamo pensare tutto ciò che abbiamo percepito con i sensi, tutto ciò che
conosciamo attraverso il filtro dell’esperienza. Questo è anche vero nella relazione, prima di conoscere una persona,
entriamo in contatto con l’altra, vediamo l’impressione (imprimere = aderisce a qualcos’altro, a qualcosa di fisico, e
lascia un segno) dell’altro attraverso i sensi. Conosciamo il modo prima di pensarlo, vuol dire che abbiamo una
conoscenza implicita. Non v’è infatti relazione interpersonale che non sia mediata dai sensi. I sensi sono gli strumenti
dell’incontro e della comunicazione e non rappresentano semplicemente i canali con cui percepiamo qualcosa di
esteriore, bensì i linguaggi con cui ci rapportiamo a tutto ciò che è interiore: ad esempio sentiamo il calore di una stretta
di mano, riconosciamo la malinconia che vela lo sguardo, etc.
IL MONDO DEI SENSI E IL SENSO DEL MONDO
Il mondo dei sensi è legato al senso del mondo, le cose hanno un senso perché le sentiamo. La parola senso deriva dal
sentire, il senso è ciò che sentiamo.
Il primo capitolo porta riferimenti testuali di Italo Calvino tra cui “Sotto il sole giaguaro” (1985, opera incompiuta), sono
piccoli testi incentrati sulla perdita dei sensi: Calvino scrive per ripristinare l’uso perduto dei sensi (il mio olfatto non è
sviluppato, manco d’attenzione uditiva, non sono un buongustaio, la mia sensibilità tattile è approssimativa e sono
miope). È come se Calvino ci dice in forma letteraria che infondo noi uomini occidentali rischiamo di perdere i sensi con
la nostra sensibilità, perché debole, dobbiamo fidarci della ragione (anche se non è vero). L’esperienza dei sensi è quel
contatto primigenio/primordiale, da cui emerge il senso del mondo. Fin da quando siamo concepiti, entriamo in un
rapporto sensibile con le cose, se ci dimentichiamo questa sensibilità, rischiamo di perderla di vista. L’esperienza
sensibile è ritrovare il contatto sensibile con la musica, con la natura, con il mondo.
Nel mondo occidentale, questa antinomia, questa contrapposizione tra anima/corpo, tra res cognitas (è la mente, ciò
che noi pensiamo, è la sostanza pensante dell’umano) e res extensa (è quella che ha un’estensione, è la parte materiale)
che fa Cartesio. Questi sono due parti contrapposti, quasi conciliabili, è un mistero come interagiscono fra loro, si
incontrano in un punto, è la ghiandola pineale. Ne consegue che curare e educare diventano azioni transitive da
compiere sul corpo (come oggetto di cura o di educazione), dimenticando che sono azioni che si compiono con il corpo
(come soggetto della cura e dell’educazione).
La scienza moderna si è sviluppata sotto quello che è definito come “l’errore di Cartesio” ovvero la scissione tra mente
e corpo. A questa separazione si deve quella “insensibilità alla dimensione sensoriale” che caratterizza in buona parte
le scienze umane. L’intento della scienza è quello di analizzare la realtà per decifrarne l’intimo segreto che ci permetta
di controllarla: essa si serve di quel “guardare che seziona e separa” e che riduce la realtà come oggetto, a qualcosa che
sta di fronte al soggetto, ma non ha alcunché di soggettivo. Il soggetto umano non è comprensibile se non mediante un
vivo contatto intersoggettivo.
Anche Kant considerava la sensibilità come una “facoltà conoscitiva inferiore” (facoltà conoscitiva superiore è
l’intelletto), i sensi li conosciamo ma in maniera imperfetta, parziale, mentre l’intelletto ci mostra l’intera verità. Tutto
ciò che è contrapposto all’intelletto, la corporeità, la sensibilità vengono considerate irrazionale, ciò che è privo di logica,
quindi pericoloso. C’è una scissione tra pensare e sentire che dobbiamo superare: Schiller è fondatore dell’estetica
moderna, in una delle sue “Lettere sull’educazione estetica” dice che dobbiamo recuperare l’estetico, la fiducia nella
sensibilità dei sensi e delle emozioni, perché sono una forma di conoscenza, poiché questa separazione tra mente e
corpo ha prodotto la “ferità dell’umanità moderna”, è una scissione che ci fa male.
Vengono riportato tre esempi:
– F. Nietzsche, La nascita della tragedia: contrappone apollineo (luogo razionale, del controllo) vs. dionisiaco (luogo di
una sensualità, di ebbrezza, euforia, la perdita dei sensi, in disordine); questi due erano strettamente connessi, ma la
filosofia li separa;
– T. Mann, La morte a Venezia: dissidio tra la repressione dei sensi vs. abbandono ai sensi (i sensi sono qualcosa a cui
dobbiamo seguire oppure dobbiamo resistere e c’è tutta la vicenda dell’occidentale, di come l’uomo si abilita,
assecondando i sensi o sottoponendoli sotto controllo della ragione);
– H. Hesse, Narciso e Boccadoro: vita attiva vs. vita contemplativa, la tensione tra i due poli permane invece come una
condizione di alterità irriducibile tra la dimensione “maschile” dell’umanità e quella “femminile”
Se spiritualizziamo completamente l’essere umano, lo riduciamo a una cosa materiale: ricordiamo Lowen, parla del
corpo come corpo vivo, sempre spirituale, dotato della sensibilità, della coscienza. Considerare corpo come oggetto è
ingannevole, non è oggetto. Questo comporta l’oggettivazione delle professioni, quando considero un altro come
oggetto, la relazione non è più possibile: l’anestesia professionale, cioè il distacco affettivo, l’incapacità di sentire.
Quindi il sentire è l’esperienza della soggettività, la propria e l’altrui soggettività, perché quando sentiamo, noi sentiamo
sempre qualcosa, ma allo stesso tempo noi sentiamo noi stessi. Con i sensi c’è un contatto tra noi e il mondo, ma
percepiamo anche qualcosa in noi. Non vi è la conoscenza delle persone senza i sensi, se non coltiviamo la sensibilità gli
altri ci sfuggono.
La persona umana è sempre un mistero singolare e si rivela proprio nella misura in cui riconosce la sua unicità. All’umano
si accede primariamente mediante il sentire. Infatti è nel sentire che incontriamo noi stessi e prendiamo coscienza
progressivamente della nostra soggettività. i sensi sono il primo canale attraverso il quale mi espongo sul mondo
dell’altro.
Marìa Zambrano, poetessa spagnola, ha cercato di riconciliare questi due universi, quella della ragione e quella del
cuore, del corpo, della sensibilità: “Pensar es ante todo – como raìz, como acto – descifrar lo que se siente” = pensare
anzitutto come radice, come atto è decifrare ciò che si sente. Anche quando pensiamo, lo facciamo sulla base di quello
che sentiamo in senso emotivo e sensoriale.
La fenomenologia ha un concetto, quello del Lebenswelt, il mondo della vita: quel mondo precategoriale al quale noi
siamo in contatto in quanto siamo vivi. È il mondo percepito, non teorizzato o indagato scientificamente, ma è quel
contatto vivo che abbiamo in carne ed ossa come dice Husserl. Merleau-Ponty dice che i sensi non solo ci ingannano,
ma ci rivelano qualcosa di essenziale: il corpo è l’”unico mezzo che io ho di andare al cuore delle cose”. Se non
manteniamo viva la sensibilità, ci sfuggono una serie di cose. Si tratta del “corpo proprio vivente”, ovvero il corpo
animato: questo corpo è una modalità di presenza nel mondo e di coscienza nel mondo.
L’estetica o estesiologia è quella parte della filosofia, del sapere che si riferisce all’àisthesis, cioè la percezione sensibile:
questa sensibilità non è solo passiva/recettiva ma è anche un’attività intenzionale: attraverso l’occhio percepiamo
immagini, vediamo gli oggetti, ma c’è anche modo di esercitare lo sguardo attraversare l’occhio, cercare qualcosa,
oriento il mio sguardo in un certo modo. Intenzionalità vuol dire che nell’esercitare il mio sguardo ho un’intenzionalità.
Tutti abbiamo gli occhi ma non tutti li usiamo allo stesso modo, non esercitiamo lo stesso tipo di sguardo.
L’esperienza sensibile è quindi l’esperienza di una presenza che non si esaurisce nell’immanenza della percezione, ma
la trascende. Per conoscerla sono necessari diversi gradi di approssimazione. Uno sguardo che colga ciò che a prima
vista era sfuggito o un ascolto che corregga l’idea che di primo acchito ci si era fatta.
Questo libro si occupa non di come funzionano gli occhi, la fisiologia di sensi, ma si occupa dei modi di esercitare questi
sensi, dell’aspetto fenomenologico, cosa vediamo quando guardiamo, cosa non vediamo.
La caratteristica dei sensi è quella di essere legate in un contatto, siamo in un corpo-corpo con le cose: quando sentiamo,
avvertiamo l’unione inscindibile tra soggetto e oggetto. Avvertiamo perché siamo un corpo, senza esso non avremo i
sensi, non sarebbe possibile un’esperienza se fossimo spirituali. “Il nostro corpo è stato fatto della medesima carne del
mondo” dice Merleau-Ponty, e dice anche al contrario che “Il mondo è fatto della medesima stoffa del corpo”. C’è
un’analogia tra noi e le cose che percepiamo e i sensi si basano su questo.
Il corpo non è la “tomba dell’anima” come diceva Platone, la prigione, ma è l’anima stessa che il corpo vede, sente,
tocca, percepisce il mondo. Noi attraverso i sensi non percepiamo solo i dati soggettivi ma percepiamo dei significati:
nei sensi c’è anche un elemento interpretativo/valutativo. Io tocco questo telefono e la sensazione di quello tocco
contiene già un giudizio di valore, è freddo/caldo, è ruvido/liscio. Heidegger fa un esempio: quando vediamo arrossire
una persona, vediamo un dato oggettivo, cioè il rossore sulle guance, ma noi avvertiamo anche il significato: se una
persona entra in una stanza calda da una giornata fredda può essere per quello oppure se dico una persona una cosa
che le causa il rossore, è lo stesso rossore dell’arrossire. I sensi ci dispongono anche verso gli oggetti o verso le persone.
Se una cosa mi piace o non mi piace, suscita in me una reazione differente.
Ognuno percepisce nel modo in cui ha imparato a farlo o secondo i criteri convalidati e le abitudini consolidate nel suo
contesto di appartenenza. La sensibilità si forma attraverso quella disciplina dell’esperienza che è rappresentata
dall’educazione. Il caso di Victor, il “ragazzo selvaggio” dell’Aveyron, dimostra che le percezioni sensoriali sono soggette
all’influenza della cultura e dell’educazione non meno dei pensieri o delle emozioni. Dunque, se da un lato il mio corpo
è “lo strumento generale della mia comprensione”, dall’altro occorre tener presente che quella comprensione è
condizionata dal grado di sensibilità e dal livello di attenzione. La variazione dello stato d’animo, per esempio, può farci
percepire le stesse cose in una luce differente.
I sensi sono interconnessi tra loro, c’è un substrato comune della sensibilità che permette i sensi di comunicare o di
influenzarci a vicenda. Aristotele, che ha suddiviso i sensi in base al corpo, dice che esiste un senso unitario (dal latino
sensus communis) che permette ai sensi di interagire tra loro, di comunicare. Esistono dei fenomeni come la sinestesia
(= percezione sensibili + insieme): possiamo percepire una qualità di un oggetto attraverso diversi sensi: es. la
morbidezza di un tessuto, la possiamo percepire attraverso il tatto, ma possiamo anche vederla senza toccarlo, o ad
esempio come si “ode” la frizzantezza di una bibita anche senza assaggiarla. Merleau-Ponty dice che “la sinestesia è la
regola”, noi usiamo sempre simultaneamente i sensi e non in modo isolato, si incrociano i sensi, si influenzano
vicendevolmente.
Ora vediamo qualche esempio tratto dalla musica, che ha utilizzato ampiamente le sinestesie. Anche la danza, pittura,
scultura. I suoni della musica ci segnano la sensazione del pericolo, la capacità di collegare una colonna sonora a una
scena di un film, la musica ha questa capacità di suscitare le immagini.
– M. Mussorgsky, Quadri di un’esposizione: i suoni sono utilizzati come una tavolozza su cui “dipingere” diverse
immagini: la maestosità di un lungo viale alberato, l’allegria dei bambini che giocano nel parco, etc.;
– C. Saint-Saëns, Il carnevale degli animali: una gamma variegata di soluzioni timbriche, ritmiche e melodiche
viene utilizzata per rievocare il voto acrobatico e leggiadro degli uccellini, per suggerire il moto sinuoso e rapido
dei pesci in acqua, per imitare il verso ragliante degli asini, ecc.;
– C. Débussy, Préludes, Images, Estampes: spesso le sue composizioni (del pianoforte) tendono a tratteggiare
delle scene, dei panorami, delle immagini. Note alcuni preludi ad esempio “fuochi d’artificio”, la composizione
imita i brigliori dei fuochi, “i giochi dell’acqua di Villa d’Este” questa composizione imit
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