Appunti di Paletnologia – Parte II
Il sistema di comunicazione e trasmissione di conoscenze anche attraverso il mondo simbolico ha dato al
sapiens l’occasione per “colonizzare” il continente europeo, una colonizzazione che fu molto rapida, dai
3000 ai 5000 anni (43-44mila sono le date più antiche per l’Europa orientale). Questa velocità di
colonizzazione è proporzionale all’efficienza della cultura sapiens. L’espansione da est verso ovest dei
gruppi aurignaziani, i cui caratteri sono gli insediamenti molto più ampi, questo significa che la comunità è
composta da un maggior numero di persone e se le persone vivono insieme vuol dire che condividono il
medesimo sistema culturale, e questa condivisione del sistema culturale si applica solo se c’è una
comunicazione. Efficacia della produzione di strumenti attraverso la costruzione di un nucleo di lame e
lamelle. La lavorazione di materie dure animali, cioè la capacità di produrre manufatti efficaci anche con
materiale organico.
È importante capire la costruzione formale dell’immagine, come e perché sono state dipinte in un certo
modo e non in un altro, e cercare di cogliere i messaggi che una cultura esprime attraverso l’immagine.
Nell’arte preistorica non riusciremo mai a spiegare il significato dell’immagine, ma possiamo capire come è
stata costruita perché quell’insieme formale è identico a quello degli artisti contemporanei. Un altro
aspetto importante è la localizzazione delle opere e quindi come viene percepita. Bisogna entrare dentro
l’immagine e capire la costruzione, quando possibile cercare di vederle o percepirle come potevano essere
percepite all’interno di una grotta che è un ambiente molto complesso.
Quali sono i documenti dell’arte preistorica. L’acquisizione di un
patrimonio visuale nell’arte paleolitica è un’acquisizione molto
recente. Nell’ambito delle discipline archeologiche la preistoria è
l’ultima arrivata, inizia a metà dell’800, ma pur avendo già una
concezione di una successione di cultura e della capacità di produrre
degli strumenti litici, che erano l’unico documento di quel momento, nella fase iniziale dell’archeologia
preistorica non c’era la consapevolezza che l’uomo paleolitico avesse anche prodotto figure e quindi una
cultura visuale. In seguito Edouard Lartet nel 1864 scopre, durante lo scavo nella grotta di La Madeleine in
Francia che ha dato il nome alla cultura maddaleniana, un frammento di zanna di mammuth. Su questa
zanna c’è inciso un mammuth, che era allora un animale estinto, si sapeva che era un animale
pleistocenico. Questa zanna aveva una sua patina e colorazione dovuta all’invecchiamento della zanna
stessa nel terreno. Il solco dell’incisione al suo interno aveva la stessa colorazione della superficie della
zanna, la stessa patina, quindi il solco e il supporto erano contemporanei. Se l’incisione fosse stata fatta in
epoca successiva avrebbe avuto una colorazione diversa. Quindi questo significava che si doveva rivedere
tutte le ipotesi sulla cultura visuale, e da quel momento in poi c’è stata più attenzione a questo aspetto. Le
incisioni e le pitture nelle grotte francesi erano ben note anche prima del 1864, ma siccome erano pitture
isolate da un contesto stratigrafo e archeologico non potevano essere datate e quindi venivano attribuite
ad antiche popolazioni celtiche, perché allora la massima antichità dell’archeologia francese erano i celti.
Da allora in poi si cominciò una raccolta di documentazione che poi negli anni è stata arricchita.
Quando arriviamo ai primi millenni dell’aurignaziano vediamo un sistema grafico, iconografico, figurativo
complesso e già maturo. Fino a qualche decennio fa, soprattutto ad opera di studiosi di arte preistorica
francesi, l’arte preistorica paleolitica nei suoi 30mila anni di sviluppo veniva vista caratterizzata da una sua
evoluzione, con immagini molto semplici, banali e gli veniva data anche una valenza estetica negativa.
Quindi nelle prime fasi delle figurazioni preistoriche si avrebbero delle immagini scadenti, poi un apice con
la grotta di Lascaux e poi con il maddaleniano un declino e una degenerazione, con le figure che diventano
più rigide e schematiche. Questo modello, che non si avvaleva di datazioni radiometriche, fu creato in
modo molto razionalista con un’origine semplice, una maturità e poi un declino. In realtà è un modello
molto superato e non reale. Già nell’aurignaziano troviamo contemporanee tutte le manifestazioni
stilistiche che poi sono attestate durante tutto il paleolitico. Abbiamo lo stile/linguaggio naturalistico
(grotta di Chauvet) con chiaroscuri, tentativi prospettici ecc., è una delle più antiche attestazioni di questo
aspetto naturalistico realista. Poi si ha l’aspetto e lo stile schematico, ci sono raffigurazioni molto moderne
che partono dal principio della sineddoche, cioè la rappresentazione di una parte per il tutto, è un’arte
concettuale. Un esempio sono i segni vulvari schematici che sono diffusi in tutta Europa e dove l’organo
sessuale femminile è rappresentato con triangoli, cerchi e sempre con il taglio centrale. È un modello che si
ricollega con le statuette a tutto tondo delle veneri e che si ricollegano al modello dell’enfatizzazione della
capacità procreativa della donna. Quindi tutti i vari stili e linguaggi sono contemporanei e presenti fin
dall’inizio dell’aurignaziano.
Prima di 40mila anni fa quali erano le rappresentazioni figurative
neandertaliane? Il Neanderthal è il primo che si cimenta con una
rappresentazione di qualcosa che è altro da sé. Abbiamo attestazione dell’uso
del colore, ocra rossa, e tracce di uso di colore su conchiglia ornamentale,
quindi c’è una valenza simbolica. Non possiamo dire cosa significhi l’uso
dell’ocra per i Neanderthal, possiamo solo attestare il suo uso. Non ci sono
pitture, il Neanderthal non dipinge, ma abbiamo una serie di segni su piccoli
supporti. Ci sono pochi oggetti con incisioni, non sono raffigurazioni perché
questo termine implica il riconoscimento di un oggetto riconoscibile. Si ha una
grafica lineare, non geometrica, che si manifesta con una sovrapposizione di
linee che formano delle macchie, con dei segni concentrici. C’è una costruzione di una figura, un segno
molto semplice ma concettualmente molto complesso. Poi si ha una costruzione basata su una scansione di
linee che sono distanziate tra loro da degli spazi vuoti. Poi si hanno dei segni a V incastrati uno dopo l’altro
che indicano un modello compositivo non banale. Poi si ha un osso inciso con tre fasce di linee che viene da
un deposito neandertaliano della Liguria, è un capolavoro di aritmetica perché è un pezzo musicale, c’è una
scansione ritmica nella disposizione delle linee, c’è un ritmo. Quindi implica la percezione e il
coinvolgimento di altri sensi. Quindi il Neanderthal nonostante non avesse mai rappresentato figure di
animali o uomini aveva comunque una congettualità che è riuscito a mostrare attraverso queste
rappresentazioni grafiche, che non possiamo limitare a delle esperienze ingenue ma lontane da noi.
Una prima distinzione è tra l’arte parietale e l’arte mobiliare. L’arte parietale sono incisioni, bassorilievi,
pitture non trasportabili. L’arte mobiliare è invece quella trasportabile e quindi tutti i supporti in osso,
pietra, la piccola statuaria ecc.
Vero i 40mila anni fa succede qualcosa che fa sì che nel giro di 2000-3000 anni si rivoluzioni il mondo
visuale del genere homo. Siamo di fronte a un quesito che ancora non è risolvibile, ovvero come nasce la
linea e perché nasce la linea. Il dato archeologico è che intorno ai 40mila l’uomo inizia a rappresentare
immagini di soggetti riconoscibili, quindi il procedimento concettuale è trasformare una visione
tridimensionale per masse e volumi in una visione bidimensionale. Il sapiens inventa la linea. Quindi la linea
è lo strumento che porta a questo passo che ha dato poi origine a tutta la storia dell’arte. Attraverso gli
studi sul DNA e sulla genetica si sta cercando di capire qualcosa di più su questo processo, non esiste un
gene sul fare segno ma esistono dei geni che ci possono inquadrare il fare segno in capacità simboliche non
utilitaristiche che saranno la nuova frontiera della genetica applicata all’archeologia.
Quindi nasce questa capacità di trasformare una visione tridimensionale in un segno bidimensionale.
Questo non è un fatto culturale, non si insegna, ma è qualcosa che è cambiato a livello del nostro sistema
neuronale. È uno strumento in più di comunicazione. Da questo momento in poi si forma un codice e un
sistema di comunicazione che noi impropriamente chiamiamo arte e che diventa un sistema educativo della
comunità ed entra nella rete di sistemi collettivi. Questa è la definizione che possiamo dare dell’arte
paleolitica, non “arte” ma raffigurazione per aumentare la conoscenza e la rete di saperi collettivi, senza
condivisione non c’è sistema. L’arte è un sistema e un linguaggio.
In letteratura troviamo nell’arte europea preistorica due stili dominanti:
- lo stile franco-cantabrico, chiamato così agli inizi del ‘900 da studiosi francesi che vedevano in
questo linguaggio rispecchiate le caratteristiche dell’area francese e nord spagnola. Questo stile
sarebbe naturalistico, attento ai dettagli anatomici e alle proporzioni, uno stile che esemplificavano
nella grotta di Lascaux.
- lo stile mediterraneo, termine coniato da Paolo Graziosi, il più grande studioso di arte preistorica
italiano del secolo scorso. Egli colse dei caratteri comuni in contesti della Spagna costiera, della
Provenza, della Puglia, della Sicilia, quindi in un ambito mediterraneo e non continentale. Questo
stile sarebbe stato meno naturalistico ma più rigido e schematico.
Le tecniche e materiali. Abbiamo pittura e incisioni su materie prime come ossa e pietre, per fare armi,
ornamenti, oggetti simbolici (arte mobiliare), e pitture e incisioni su pareti (arte rupestre). Poi si ha la
modellazione dell’argilla. Fin dall’aurignaziano abbiamo un sistema iconografico abbastanza ampio. Il
preconcetto che vedeva le figurazioni ingenue come primo passo, in realtà queste immagini
eccessivamente semplici rientrano in un ulteriore modello di rappresentazione. Contemporaneamente alla
sineddoche, una parte per il tutto, abbiamo alla grotta Chauvet delle rappresentazioni chiaroscurali, con
dettagli anatomici rispettati. Sono pitture dipinte con del carbone di legna, ne è stata prelevata una piccola
porzione che è stata datata a circa 32mila anni fa. La tecnica del cosiddetto cartone animato è già presente
in questa fase, ci sono elementi che indicano il movimento della testa di un rinoceronte. Nel momento di
comparsa del sistema figurativo è già presente questa complessità. Poi è presente la piccola statuaria, la
figura cosiddetta sciamanica che è una figura umana con maschera animale. Nel paleolitico i leoni non
avevano la criniera. Statuette in avorio, c’è una complessità in questa fase molto particolare. Il soggetto di
queste statuette è ricavato dall’osso dell’animale raffigurato, quindi c’è una simbologia compenetrante.
Abbiamo l’identificazione tra materia e soggetto.
I grandi temi dell’arte preistorica
Il tema del simbolo, cosa raffigurano in senso metaforico queste immagini, o cosa possiamo presumere che
raffigurino. Uno dei grandi temi sono il mondo animale e la caccia, la grande maggioranza delle
raffigurazioni sono zoomorfe. La caccia era la pratica economica più diffusa, che garantiva la sopravvivenza
della specie, e il mondo animale rappresenta la stragrande quantità delle immagini. Sono soprattutto
animali feriti, anche se la caccia non è un tema dominante è l’animale che è dominante, ma spesso sono
raffigurati in un atteggiamento di contrasto con l’uomo oppure in uno stato di ferimento o abbattimento.
Nel fango che ricopriva la parete sono state lasciate delle impronte, probabilmente delle ferite virtuali,
questo ci dà una possibilità di interpretazione cioè la raffigurazione come attività propiziatoria della caccia,
si raffigura un animale e poi si ferisce e abbatte virtualmente come attività propiziatoria per la battuta di
caccia, è una delle teorie.
L’impronta della mano, in negativo (la mano pulita viene appoggiata e viene soffiato il pigmento) o in
positivo (la mano sporca di pigmento viene appoggiata alla parete) è un’altra delle rappresentazioni tipiche.
In una visione bidimensionale il colore ha la funzione di creare volume quindi è importante.
Il gesto propiziatorio o il simbolo o la funzione. L’arte è finzione, l’uomo sapiens è l’uomo metaforico
perché introduce nel sistema culturale del genere homo la finzione (musica, danza, arte e sepolture).
Creano un sistema che ha alla base un mondo che non c’è, è un mondo immaginato e creato. L’arte, al pari
del sistema culturale, serve a cementare un’ideologia, a creare la forza che regge quel sistema culturale.
Tutte le immagini che si vedranno hanno una simbologia condivisa, per noi inesplicabile, che è
sopravvissuta per 30mila anni e che poi con la rivoluzione neolitica cambia tutto, e questa capacità di
sopravvivenza indica che tutti si riconoscevano nei messaggi e nei simboli di quell’immagine. Questo
riconoscersi nella forza di quelle immagini non sta nella valenza estetica ma nel fatto che creavano
un’identità del gruppo e della comunità, e quindi della cultura. La forza della cultura aurignaziana è
un’identità capace di isolare progressivamente i Neanderthal che poi si estinguono nel corso di 5000-7000
anni, perché non servono più.
La finzione è l’abbattimento di un cavallo dipinto, si dipinge un cavallo e poi da 3-4 metri di distanza si
comincia a scagliare contro questo cavallo dei proiettili di ocra rossa, che rimane attaccata alla roccia.
Quindi si ha la documentazione di un gesto simbolico di abbattimento virtuale di una preda. In questo
sistema la valenza estetica non ha nessun senso, l’estetica è tutto ciò che crea emozione, quindi l’arte è un
prodotto dell’estetica, ma le categorie bello/brutto della concezione più comune di estetica non hanno
senso per l’arte preistorica. Lo spettatore non è mai passivo, è sempre un attore attivo nel rapporto con la
raffigurazione perché la interpreta.
Tre raffigurazioni di mammuth in supporti di avorio o roccia, nessuna è così naturalistica da permetterci di
dire che hanno avuto una capacità di attenzione ai dettagli anatomici, rispetto delle proporzioni. Sono
oggetti poco elaborati, nel senso che la manipolazione dell’avorio o di una roccia calcarea è molto ridotta, è
per sottrazione. Nel non dire si obbliga lo spettatore a completare l’immagine. Blocco di calcare che è stato
levigato con una selce fino a dividere il volume ovoidale iniziale in due microvolumi, un volume testa e uno
corpo. Le proporzioni delle figure risvegliano nell’osservatore immagini ben precise, ovvero quella del
mammuth, quindi è l’osservatore a definire il soggetto. Il procedimento concettuale è quello di suggerire ed
evocare. L’arte paleolitica è evocazione, può essere rappresentazione ma nella maggior parte dei casi è
evocazione, dove lo spettatore partecipa. Siamo abituati a concepire l’arte come qualcosa da andare a
vedere, questo porta a uno snaturamento di una certa tipologia di opere d’arte estrapolate dal loro
contesto in cui erano collocate, erano costruite per la loro collocazione. Ciascun oggetto che connota una
cultura visuale deve essere visto nel suo contesto, così come le pitture nelle grotte vanno viste nel contesto
in cui dovevano essere viste, perché la percezione è fondamentale. Quindi percezione e partecipazione
dello spettatore sono le parole chiave. Quindi questi oggetti sono stati elaborati per sottrazione fino a
creare quei volumi che ne permettono il riconoscimento.
L’altro grande tema dell’arte preistorica è quello della fertilità femminile, che nasce con una grande
quantità di segni vulvari incisi, e al momento contemporanei a questi vulvari abbiamo solo una venere in
Germania che ha 36mila anni, mentre la piccola statuaria nota come venere si sviluppa qualche millennio
dopo e soprattutto durante il gravettiano. Serie di oggetti dove la raffigurazione è quella della donna
gravida con l’enfatizzazione dei volumi corporei legati alla fertilità.
Come è stata costruita questa venere. Prima della realizzazione c’è un progetto mentale,
un procedimento concettuale, il percorso mentale che ha portato a quella realizzazione. Il
concetto è la fertilità, il procedimento concettuale di costruzione dell’immagine è la
ricomposizione, tutti i volumi sono disintegrati, scomposti e poi vengono ripresi solo quei
volumi funzionali al messaggio. Il messaggio è la donna gravida quindi non mi serve la
testa, ma non la posso ignorare quindi diventa poco enfatizzata, le braccia sono nascoste e
fuse con i seni, l’unico procedimento utile è nascondere per evidenziare tutto ciò che è
legato alla fertilità. La scomposizione e la ricomposizione è il procedimento concettuale alla base di tutta
l’arte, non solo della preistoria ma anche del presente. L’arte concettuale trova le sue radici qui, perché il
nostro sistema cognitivo da questo punto di vista non è cambiato, quindi approcciandosi all’arte paleolitica
facciamo i conti con il nostro sistema neuronale e
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.