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Esiste una progressione del contenuto della Commedia: questa progressione va dagli inferi al

paradiso, ma è rappresentata anche graficamente. La lingua degli inferi è molto più aspra e dura

rispetto a quella del paradiso. I latinismi sono utili ad innalzare il tono via via che si procede verso il

paradiso. Le voci scientifiche e tecniche sono utili ad elevare il tono per renderlo più preciso.

L’ambito preferito di Dante è quello dell’astronomia: Dante scrive il suo universo, che fa riferimento

al sistema tolemaico, utilizzando termini tecnici.

La terminologia tecnica e medica serve per descrivere le malformità di alcuni personaggi

dell’Inferno. Il lessico medico entra anche nella forma popolare: esistono lingue speciali che hanno

un’evitabile ricaduta nel lessico popolare, come la medicina. Il malapropìsmo si ha quando l’incolto

cerca rifar assomigliare una parola ad una simile, ad esempio la parola dolori romantici a dolori

reumatici. Dante riserve di questi aspetti per aggiungere veridicità ai suoi racconti.

I termini in -anza sono in tutto 23, di cui 27 nel Paradiso: dante considera i Gallicismi parole colte,

elevate.

Dante è anche un inventore di parole: Dante ha inventato e fissato nella commedia dei verbi

parasintetici che significano entrare in, come indiarsi che significa entrare nella sfera di Dio.

Per dare il senso della scalata verso l’alto, Dante usa:

- vecchio (usato nell’Inferno);

veglio (usato nel Purgatorio);

sene (usato nel Paradiso);

sono tre forme che vogliono dire vecchio.

- lauro (dal latino);

alloro (dal toscano). Giovanni Boccaccio

Giovanni Boccaccio è stato uno dei più grandi stimatori di Dante. Boccaccio, assieme a Dante e

Petrarca, è uno dei punti forti della modernizzazione del volgare. Dante è un modello molto difficile

da imitare nel suo genere, cioè la poesia. Per la prosa, il modello di riferimento è Boccaccio.

Boccaccio vive in un periodo dove il contatto tra latino e volgare è molto diretto e vicino.

Boccaccio vuole rappresentare quella classe mercantile della Firenze del suo tempo. Ciò implica

l’uso del volgare. Boccaccio usa e sperimenta anche altri volgari grazie ai suoi numerosi viaggi.

Scriverà l’Epistola napoletana dove imita il vogare napoletano.

A differenza di Dante, di Boccaccio abbiamo l’autografo: l’Amiltoniano 90, cioè un codice che ci

tramanda l’autografo di Boccaccio.

Il Decameron è un’opera che riprende la tradizione della raccolta di novelle. Sono 100 novelle che

vogliono rappresentare il mondo di Boccaccio, il contesto in cui lui ha operato e l’epidemia della

peste che cominciò a devastare Firenze alla metà del Trecento. Boccaccio ambienta il Decameron

a Firenze, città di morte, distruzione e rischio di contagio. Il Decameron si divide in 10 giornate,

ognuna introdotta da una cornice dove Boccaccio spiega cosa accadrà. Ogni giornata ha un re o

una regina che introduce la giornata e fa raccontare agli altri nove al novella.

Nelle cornici, Boccaccio utilizza il volgare fiorentino più elevato. E’ qui molto dedito alla sintassi

latina, caratterizzata da periodi lunghi. Almeno fino al Settecento questo tipo di sintassi rimarrà

dominante. Boccaccio scelse la bellezza del volgare per metterlo nelle novelle: per questo le

novelle sono più vivaci. Boccaccio cerca e riesce a simulare il parlato di un personaggio per dare

al lettore il senso del realismo della vicenda e delle persone.

Boccaccio dedica la sua opera alle donne, che sono il motore della vita, perché tutte le azioni

umane sono motivate dalla passione e dalla bellezza che solo le donne possono far scaturire.

Nell’introduzione della quarta giornata, Boccaccio spiega questa scelta.

V S 12-13-14

EDI CHEDE Francesco Petrarca

Francesco Petrarca viene spesso associato a Dante e Petrarca. In realtà Petrarca è uno scrittore

molto più dedito al latino che al volgare. E’ il primo grande studioso dei classici latini con l’idea che

la latinità e la classicità potevano portare ad una nuova cultura. Unica grande lingua per Petrarca è

il latino. Ma Petrarca usò molto il volgare per mettersi alla prova nell’uso di questa lingua. Quello di

Petrarca è un codice continuamente annotato: le note sono spesso in latino. Il latino è una lingua

più prestigiosa perché grazie ad esso è possibile rivolgersi ad un pubblico di maggior livello. 8

Petrarca dissimula l’ammirazione per Dante e cerca di non comporre poesie che potessero in

qualche modo richiamare quelle di Dante. Petrarca parla di unilinguismo e monolinguismo (al

contrario del plurilinguismo), compensato da una grande ricchezza semantica. Nel lessico di

Petrarca sono 2 mila le parole che si ripetono: sono quindi pochissime e quindi capiamo che

Petrarca si limita ad usare un repertorio di parole molto ristretto. Per spaziare tra i significati,

Petrarca usa la stessa parola ma nelle tante accezioni diverse. La parola dolce, ad esempio,

ricorre 260 volte, come dolce vista, dolce silenzio, dolce tempo…, in modo tale, a seconda della

combinazione, di far assumere a dolce significati diversi. Così fa anche per acerbo e vago. In

Petrarca è particolare la variatio, cioè l’idea che si debba ripetere la stessa parola.

La lingua materna di Petrarca è il toscano e, nei suoi scritti, sono numerosi i latinismi.

Alla fine del Trecento - inizio Quattrocento, abbiamo l’umanesimo latino, cioè un recupero della

classicità.

Con la seconda metà del Quattrocento, si parla di umanesimo volgare, cioè una grande

attenzione verso le opere in volgare e la lingua volgare. Ci sarà un’opera di mecenatismo, che

consiste nell’attenzione alle atri e alla cultura, ospitando nelle corti personaggi di grande

importanza.

Continuano le discussioni tra chi sostiene la grandezza del latino rispetto al volgare. Leon Battista

Alberti promuove un’opera di valorizzazione del volgare. Promuove inoltre un certamen, cioè una

gara poetica in volgare in cui poi si eleggerà un vincitore. Questa proposta non andò a buon fine,

ma, il fatto che era stata indetta una gara tra opere in volgare e opere in latino, fa capire lo scontro

che c’era tra queste due lingue.

Alberti fu un gran promotore del latino nelle sue opere e nelle sue scelte culturali. Lo conosciamo

come architetto, ma condusse una riflessione teorica importante sul latino e il volgare a confronto.

Opera di Alberti a favore del volgare è la Grammatichetta Vaticana: è un libro in formato piccolo

che è stato conosciuto solo in tempi recenti.

Alberti ha capito e fissato in uno schema il rapporto tra suono e grafia del volgare, che era molto

variabile. Alberti tradusse i suoni del volgare in suoni che potevano essere scritti.

Altra opera in volare è I libri della famiglia, che sono una sorta di indicazioni su come una famiglia

agiata fiorentina e mediamente colta debba gestire le sue attività e relazioni. Quest’opera ha un

tono dimesso, non di alto livello.

Spesso i libri di Alberti erano rivolti a donne e trattano di come gestire la famiglia in tutte le sue

relazioni sociali e commerciali.

Nel proemio de I libri della famiglia, Alberti parla del volgare. Infatti si stupisce dicendo che chi

sostiene che il latino fosse una lingua così diffusa e così comune, non considera che nelle famiglie

si usava una lingua comune. Il concetto di lingua comune si riproporrà all’inizio del Cinquecento

quando inizierà la grande questione della lingua.

La discussione sulla lingua si fa imponente all’inizio del Cinquecento. I letterati dovettero infatti

decidere la lingua migliore di tutte e scegliere quella lingua da imparare e scrivere secondo regole

stabilite. Fino ad ora chi aveva usato il volgare, lo aveva usato a seconda della propria volontà,

cioè senza regole precise scritte.

Le tre grandi svolte di pensiero che per tutto il Cinquecento si sono confrontate in questo dibattito

sono:

1. la corrente, che poi sarà quella vincente, promossa e portata avanti da Pietro Bembo che

propone di riprendere i grandi scrittori fiorentini del Trecento: Boccaccio per la prosa e Petrarca

per la poesia.

Bembo scrive il trattato Prose della volgar lingua: il terzo libro del trattato possiamo classificarlo

come un manuale di grammatica. Bembo cerca di trarre dagli scritti di Boccaccio e Petrarca

delle regole di grammatica. Dante è un po’ tenuto in disparte, ma ciò non è positivo perché

troppa era la grandezza e la fama di Dante per metterlo da parte;

2. la corrente cortigiana;

3. la corrente fiorentina.

In Italia molte città diventano corti e luoghi di incontro tra persone che si confrontano e nascono le

lingue di koinè, cioè di comunicazione colta che permettono, a tutti coloro che gravitano intorno ad

una determinata corte, di capirsi. Successivamente furono chiamate lingue comuni. Gian Giorgio

Trissino scopre, promuove e divulga il De vulgari eloquentia di Dante ma lo travisa perché pensa 9

che Dante non ha usato il fiorentino, mentre l’intento di Dante era quello di dare un quadro delle

lingue.

Ciò scatena le ire dei fiorentini, che sostennero che la lingua di Dante usata nella Divina

Commedia non era il fiorentino.

In queste dinamiche di discussione della prima metà del Cinquecento, Leonardo Salviati

modificherà la visione di Bembo. In mezzo al pensiero di Salviati e Bembo c’è Benedetto Bianchi.

L’Accademia della Crusca

Nel 1477, la villa che ora è l’Accademia della Crusca, fu comprata dai Medici, che iniziarono a

ricostruirla. Presto divenne la residenza favorita dei Medici e successivamente fu più volte ampliata

e trasformata fino ad assumere l’aspetto di una vera e propria residenza signorile.

Fu saccheggiata e incendiata durante l’Assedio di Firenze.

Cosimo I condusse molti lavori di ampliamento tanto che il giardino divenne anche il bosco di

caccia dei Medici.

Finito il principato dei Medici, nel Settecento, la villa passa prima ai Lorena e poi ai Savoia. La villa

venne donata allo Stato nel 1919. E’ stata anche sede di una scuola elementare.

Gli incunaboli sono tutti quei libri a stampa che precedono il Cinquecento, momento cui la stampa

era appena nata.

Nel 1582 circa si formalizza la Brigata dei Crusconi, che erano un gruppo di letterati. Le cruscante

erano discorsi di poco valore, più per burla che sul serio.

Il simbolo dell’Accademia della Crusca è il frullone, che coglie il miglior fiore del grano e quindi, in

senso figurato, l’Accademia della Crusca coglie il meglio della lingua italiana.

I primi libri pubblicati dalla Crusca furono la Divina Commedia e il Trattato sull’Agricoltura.

Salviati volle seguire il modello di Bembo e ha bisogno di testi toscani da cui estrarre le parole in

modo da attribuirne un significato.

Esistono cinque edizioni del vocabolario della Crusca. Il primo è il più importante.

L’ultima edizione del vocabolario si è interrotta nel 1923. Salviati è stato il teorico che diede le

indicazioni per la compilazione del vocabolario. Per la compilazione del vocabolario vennero usati

testi fiorentini del Trecento. Non si tratta solo di grandi scrittori che contribuirono alla riuscita del

vocabolario, ma Salviati sostiene che tutto quello che è stato scritto a Firenze nel Trecento, anche

testi di meno importanza, dovevano essere considerati.

Oltre a questi testi trecenteschi, Salviati ammette anche testi successivi purché adeguati alle

norme di Bembo. Il Trecento venne considerato il secolo d’oro per questi testi, ma le opere del

Quattrocento venne escluso. Le opere dell’Ariosto, in particolare L’orlando furioso, vennero inserite

nella prima edizione del vocabolario perché Ariosto aveva rielaborato più volte il suo poema. La

Gerusalemme Liberata di Tasso entrerà solo nella terza edizione del vocabolario.

Galileo fu un grande sostenitore di Ariosto e, prima di scrivere i suoi trattati, scrisse una difesa nei

confronti di Ariosto, in cui sostiene l’eleganza e la leggerezza dei suoi scritti.

Quasi subito venne superata la chiusura fiorentina da parte dell’Accademia della Crusca. Furono

anche accettati grandi personaggi stranieri, come Voltaire. Alle origini, l’Accademia fu in polemica

contro i Medici: i rapporti furono alterni tanto che la prima edizione del vocabolario venne stampata

a Venezia e non a Firenze e non venne dedicata ai Medici ma ad un uomo intellettuale di corte che

si era schierato per il ramo che aveva lasciato Firenze ed era andato in Francia a seguito della

regina. Solo nella quarta edizione del vocabolario ci fu un riconoscimento alla famiglia Medici.

La prima edizione del vocabolario è importante perché inaugura un modello per la realizzazione

dei vocabolari successivi. La seconda edizione esce in modo molto ravvicinato alla prima. La terza

edizione vede cambiamenti significativi: ci sono tre volumi, si ampliano molto gli autori citati e si

considerano innovazioni e scoperte tanto da considerare Galileo e gli altri scienziati che avevano

proseguito le sue ricerche.

Alcune voci vennero revisionate e gli autori si rivolsero a Galileo in qualità di esperto. In

particolare, venne chiesto a Galileo di rivedere la parola mare perché in quel periodo stava

studiando il moto delle maree ed era considerato il massimo esperto in quest’ambito.

Galileo poi si tenne in disparte perché iniziò ad avere problemi con la Chiesa fino a quando sarà

costretto all’abiura. Esistono tantissime testimonianze in cui Galileo consiglia a chi vuole seguirlo di

lasciarlo in pace per non incorrere in sanzioni. Galileo entrerà quindi solo nella terza edizione del

vocabolario della Crusca. 10

Galileo, grande appassionato di scienza, fu uno dei fondatori dell’Accademia del Cimento,

un’Accademia molto dedicata alle scoperte naturali e biologiche.

Leopoldo de’ Medici finanziò la terza edizione del vocabolario. Le prime edizioni sono edizioni che

danno un’idea del lessico esclusivamente di tipo letterario. Tutto il resto, ovvero altri ambiti lessicali

non presenti nelle opere letterarie, rimaneva escluso. Leopoldo contribuì a raccogliere dei testi di

cui fece una sorta di intervista ai collaboratori, grazie ai quali ampliò il lessico del vocabolario.

Nella terza edizione aumentano le voci e cambiano nella qualità: alcune vengono ampliati,

aumentano gli esempi.

Il vocabolario degli Accademici della Crusca inaugura la tipologia di vocabolario storico.

Il vocabolario storico tiene conto dell’evoluzione di una parola nel corso della storia: le voci del

vocabolario hanno un andamento cronologico che vanno dalla prima attestazione antica della

parola fino al momento in cui si realizza il vocabolario.

Questi vocabolari storici prevedono un impegno più lungo e articolato rispetto ai vocabolari

sincronici.

Il vocabolario sincronico invece fotografa la lingua e le parole in uso nel momento in cui il

vocabolario viene realizzato: c’è quindi un contenimento della voce che consiste nell’eliminare il

significato che quella voce ha perso nel tempo.

Galileo Galilei

Galileo Galilei ha una particolare rilevanza dal punto di vista linguistico perché contiene aspetti

innovativi dal punto di vista del metodo e delle scoperte.

Galilei viene chiamato ad insegnare all’Università di Padova dove insegnerà per molti anni. E’ per

lui un’occasione importante perché aveva bisogno di soldi, ma l’insegnamento lo limitò alla sua

ricerca scientifica. Galileo, grazie alle lezioni, elabora i primi grandi studi sulla meccanica che non

saranno mai pubblicati ma rimarranno solo dei codici. La prima stampa di questi studi avvenne in

Francia.

Ma Galileo vuole tornare a Firenze: vuole farsi pagare un vitalizio dai Medici in modo da non poter

insegnare e dedicarsi esclusivamente ai suoi studi. Ciò avviene nel 1610, l’anno dell’uscita della

prima opera dirompente di Galileo: il Sidereus Nuncius, l’Annuncio delle Stelle. Con il Sidereus

Nuncius Galileo afferma la scoperta dei satelliti di Giove. Il Sidereus Nuncius è scritto in latino.

Le opere più rivoluzionarie di Galileo sono state scritte in volgare, lingua fiorentina materna,

meravigliosa ed adatta per comunicare qualsiasi cosa. Il volare è la lingua dei tecnici, delle

botteghe, di chi metteva in pratica le sue scoperte.

Galileo conosce il latino e fu in grado di alternare volgare e latino. Il Sidereus Nuncius fu scritto in

latino perché è un opera che Galileo capisce essere fortemente rischiosa per l’idea

contemporanea: vigeva il sistema tolemaico basato su un pensiero scritto ma mai sperimentato

sulla realtà. Galileo capisce che le sue scoperte vanno controcorrente, ma vuole che siano

conosciute in tutta Europa e da tutti gli altri scienziati. Perché la sua opera circoli e per essere

preso in considerazione da un pubblico più vasto, Galilei scrisse il Sidereus Nuncius in latino. Di

quest’opera se ne parlò tantissimo e venne chiesto a Galileo addirittura una traduzione in volgare.

Il latino continua ad essere alternato in alcune opere: in particolare, nel Dialogo sopra i massimi

sistemi, in cui Galileo alterna riflessioni sul suo sistema e su quello tolemaico, è scritto in volgare,

ma ci sono delle inserzioni di latino che lui attribuisce ai personaggi più conservatori del sistema

tolemaico.

Nel Cinquecento e nel Seicento il latino è ancora lingua ufficiale della scienza. La scienza ha dei

risvolti applicativi che interessavano i meccanici, cioè quei professionisti che lavoravano

manualmente ed operavano con strumenti che funzionavano in modo meccanico. Si sviluppa una

produzione volgare che traduceva le opere latine per questi meccanici, tipo ingegneri, architetti o

simili.

Nel trattato Le operazioni del compasso geometrico e militare, Galileo spiega perché sceglie il

volgare. Galilei spiega in volgare l’uso di uno strumento e giustifica che usa il volgare perché parla

a un pubblico che maneggia armi e non il latino. Nella Lettera a Paolo Gualdo, Galileo dice che gli

è stato chiesto di tradurre quest’opera da Apelle dal latino al toscano. Nella Lettera a Marco

Velseri, la motivazione di Galileo è più profonda e linguistica: Galileo è convinto che il volgare sia

abbastanza ricco e perfetto che è sufficiente a spiegare i concetti di tutte le facoltà. 11

Galileo, rifiutando il sistema tolemaico, si dimostra poco tollerante rispetto agli stereotipi stabiliti. Il

trattato è stato il genere letterario più diffuso nel Cinquecento: infatti le prime opere di Galileo

furono scritte in forma di trattato che in realtà sono in forma di appunti per i suoi corsi di Università

a Padova. Il trattato fu quindi limitato da Galilei a forma di trasmissione d’informazioni in ambito

scolastico.

Tornato a Firenze, scrive usando genere del discorso. Il discorso sposta la collocazione delle

opere di Galileo più nell’ambito dell’oralità. Cambia quindi il tipo di scrittura, che diventa molto più

flessibile e interlocutorio.

Galileo rifiuta le forme tradizionali di scrittura. Galileo espone poi le sue teorie grazie alle lettere. E’

una forma di scrittura più privata, in cui Galileo è più chiaro, esplicito e diretto. Ne Il saggiatore

troviamo il passaggio dal discorso alle lettere. Il destinatario de Il saggiatore era Virginio Cesarini

e, nella lettera, dà voce anche a Lotario Sarsi, altro personaggio citato ne Il saggiatore.

Ne Il saggiatore compare già la triangolazione comunicativa del Dialogo sopra i massimi sistemi.

Il Dialogo sopra i massimi sistemi si svolge a Venezia e c’è già il passaggio dalla lettera al dialogo.

Il dialogo è un genere più libero del trattato che non vuole conclusioni dimostrative, consente

digressioni, ammette l’introduzione di un personaggio curioso, portatore di dubbi e ipotesi

rischiose.

Galileo ha bisogno di modellare il volgare al dialogo. Le caratteristiche della sintassi di Galileo

sono innanzitutto la predilezione per i nomi rispetto ai verbi. SI parla di stile nominale e di

nominalizzazione. Il nome rimanda a un qualcosa di concreto rispetto ad un’azione che può

essere legata a qualcosa di più astratto. Tra le forme verbali sceglie quindi quelle sostantivate, ad

esempio i participi passati e presenti. C’è quindi una sintesi: da il grave che pende a il grave

pendente. La ripetizione di participi presenti e passati fa si che si possano risparmiare elementi

della frase il ragionamento diventa più stringente.

Altri esempi sono:

- da corpo che pende si passa a corpo pendente e corpo pendulo fino ad arrivare a il pendulo e il

pendolo;

- da ciò che move si passa a il movente;

- da ciò che cade si passa a il cadente;

- lo scendente, la tangente, la segante.

L’aggettivo-nome mobile viene sostantivato.

Un altro modo di dare maggior rilievo al fenomeno e non all’oggetto, è l’uso di nomi d’azione. Da il

mobile cade a la caduta del mobile. La nominalizzazione è evitare di usare il verbo e farlo

diventare un nome.

Galileo ha l’esigenza di essere preciso e rigoroso. E’ un’esigenza che si manifesta nel lessico. Si

usano parole monosemiche, cioè parole che hanno un solo significato.

Quando Galileo comincia a scrivere in volgare i suoi trattati, usa tre fonti terminologiche:

1. quello magico-animistica che consiste nell’animazione di oggetti;

2. quella peripatetica molto dottrinale ma poco legata alla pratica e allo studio della natura;

3. quella meccanica che circolava nelle botteghe e tra i professionistiche si occupavano di

strumenti meccanici.

Galileo rifiuta nettamente le prime due perché secondo lui sbeffeggiano i trattati.

Crolla l’impalcatura aristotelica delle opposizioni qualitative: grave/leggero, secco/umido, caldo/

freddo. Galileo comincia a concepire in modo quantitativo queste opposizioni: il caldo e il freddo si

misurano con una scala di misurazione e non secondo aspetti qualitativi.

Galileo accetta la terminologia meccanica, ma accompagna quasi sempre l’uso di queste parole

con dei commenti che ne sottolineano l’estraneità dal linguaggio scientifico. Non ha sempre un

sostituto scientifico, ma cerca di proporre sia il termine usato nelle botteghe, sia il termine più

tecnico. Ad esempio, il picciolo contrappeso, il quale adimandano romano: piccolo contrappeso è

un termine usato nelle botteghe, mentre romano è il temine tecnico.

La terminologia delle botteghe è costituita da vocaboli di origine popolare e Galileo assume alcuni

di questi termini nelle sue opere giovanili sulla meccanica. Galileo non vuole escludere i meccanici,

ma vuole cercare di proporre soluzioni unitarie e fisse che superino le molte varianti.

Galileo non rifiuta i termini anche se sono delle semplici abbreviazioni di parlare. L’importante è

che, una volta attribuito un significato a quella data parola, il significato rimanga stabile. 12

Il rapporto tra forma e oggetto è arbitrario: non c’è legame tra parola e oggetto, ma l’importante è

che nella comunicazione sia riconosciuto dalla comunità di parlanti che, quando si dice una parola,

la si associ a quel determinato oggetto (ad esempio la parola libro è arbitraria, ma nella nostra

comunità si riferisce a quell’oggetto che si legge).

Galileo contesta il nome di nebulose: è inadeguato a ciò che Galileo ha visto con telescopio.

Galileo lo accetta ma lo precisa: le nebulose non sono nuvole o nebbie, ma sono gruppi di stelle

vicine che formano, appunto, la nebulosa.

Anche la parola momento aveva solo il significato generico di brevissimo spazio di tempo nella

parlata comune. Galileo usa il termine momento nella sua accezione meccanica di prodotto o

quadrato di una distanza fisica ben definita e calcolabile.

Anche il pendolo lo ha definito in accezione scientifica, come corpo sospeso a un filo e libero di

oscillare intorno a un asse.

Infine il cannocchiale, composto da can e occhiale, è una canna con delle lenti che funzionano

come un occhiale. Il termine cannocchiale fu coniato da Giuseppe Biancani. Galileo nelle sue

opere usa anche cannone e occhiale. Cannocchiale entra nei vocabolari e continua ancora oggi ad

essere indicato come sinonimo di telescopio.

Incontro di venerdì 27 marzo: Il fascismo e la lingua italiana

Nel 1923, l’attività lessicografica e la pubblicazione del vocabolario viene interrotta per vari motivi.

L’Accademia non aveva i fondi per condurre ricerche e pubblicare i fascicoli del vocabolario. Nel

1923, Giovanni Gentile, con un decreto, impose agli accademici della Crusca di interrompere i

lavori riguardo al vocabolario. Gentile accentrò tutte le iniziative linguistiche e volle degli organi

controllabili che lavorassero in questo settore. L’interruzione dei lavori della Crusca coincise con la

costruzione dell’Accademia d’Italia, che doveva avere canoni ideologici fasciste. Dall’Accademia

d’Italia, uscì un solo volume del dizionario con lettere dalla A alla C. La politica linguistica fascista

mirò tendenzialmente all’italianizzazione: il concetto di patria e di nazione dei regimi totalitari fece

sì che si tendesse a dare un modello di lingua molto rigido e provo degli apporti diversi dell’italiano

standard. I dialetti erano ancora molto parlati; ci fu un’avversione ai dialetti a partire dalle scuole.

Le operazioni più pervasive della cultura linguistica partirono proprio dalla scuola. I dialetti furono

vietati a scuola, le lettura dovevano essere ben definite e nessun maestro doveva uscire dalle linee

guida indicate dal Ministero. Per quanto i dialetti non furono tanto accettati, il vero accanimento si

ebbe nei confronti delle minoranze linguistiche: si vietò l’uso di lingue diverse dall’Italiano. Tutti i

nomi di luogo (i toponimi) e i nomi e i cognomi delle persone, furono tradotti o lasciati nella

versione italiana. Popoli e persone furono provate della loro identità. Questo fa sì che da parte del

ministero della censura ci fosse un controllo di tutto. Si voleva dare un’immagine del tutto unitaria

in modo che non ci fossero differenze linguistiche. Il fascismo passava al vaglio e traduceva tutte

le pellicole straniere in un italiano corretto e soprattutto controllato.

Come i regimi totalitari hanno cercato di orientare il pensiero e la vita delle persone attraverso

anche ad una riduzione delle attività linguistiche. Nel 1947 un filologo tedesco scrisse La lingua del

Terzo Reich, taccuino di un filologo in cui viene esposta la concezione secondo cui le lingue

possono essere il modo per cambiare le cose. Ovviamente dipende dall’uso che si fa delle lingue e

della consapevolezza che ciascun parlante ha della sua lingua.

Ogni linguaggio contiene gli elementi di una concezione del mondo e di una cultura, secondo

Gramsci. Il fascismo capisce subito le potenzialità politiche della comunicazione.

La lingua fu uno strumento della propaganda fascista dal 1922 al 1943. Il fascismo è l’esempio per

eccellenza di un potere politico che è intervenuto per trasformare la nostra lingua.

Mussolini, dopo la marcia su Roma, prese il potere e costruì un sistema totalitario.

Nel 1922 si cominciò a notare il passaggio dal dialetto alla lingua. Secondo molti storici della

lingua, il fascismo teme le spinte locali e regionali. L’idea è quella di costruire uno stato nuovo che

sia unitario e, prima che italiano, fascista. Per costruire un italiano nuovo e per dare vita a un

nuovo stato che è quello totalitario totalitario vengono attaccati tutti gli elementi tradizionalistici:

quella che è una tradizione è un ostacolo nei confronti della formazione della nuova società. Per

costruire una nuova cultura occorre eliminare ciò che esiste: la tradizione.

Dopo il 1936 nasce l’idea di diffondere la lingua italiana nelle colonie.

Nel 1932, il giornale La Tribuna bandisce un concorso per sostituire 50 parole straniere con altre

50 parole italiane. 13

Le minoranze linguistiche vivono la situazione più difficile a causa di un vero e proprio regime

repressivo che voleva abolire queste minoranze.

I fascisti hanno un’idea della cultura e della lingua che si identifica con la lingua. Per i fascisti non

c’è distinzione tra cultura e politica: la cultura è una forma di politica ed è cultura tutto ciò che è a

servizio della politica. Questo è tipico di un regime totalitario: in un regime totalitario, lo stato

controlla ed entra nella vita privata della società e degli individui. Uno dei miti della cultura fascista

è l’uomo nuovo: in particolare è un guerriero che, appunto, va in battaglia. La donna ha un ruolo

secondario di madre e di moglie che deve servire la causa fascista.

Mussolini è uno dei protagonisti del regime fascista. L’oratoria mussoliniana è uno degli strumenti

per tramandare la sua ideologia. Mussolini è un abile tecnico della comunicazione di massa,

giornalista e polemista di pungente efficacia, astuto esecutore di movenze vocali e mimiche.

Mussolini si rivolge agli ascoltatori stimolando le riposte che lui stesso programma. Parla da un

balcone e quindi si eleva al di sopra del livello dei vuoi ascoltatori.

Nel fascismo, la politica è uno spettacolo serio perché è uno spettacolo politico. Mettere in scena

un discorso non ci deve far dimenticare il contenuto di quel discorso. Nella politica fascista, il

contenuto del discorso passa in secondo piano.

Tra fine Seicento e inizio Settecento cambia il quadro storico e politico europeo e quindi la forza

culturale di alcuni Stati è in declino, altri sorgono come Stati Nazionali Europei. La cultura e la

lingua spagnola e inglese sono in forte declino.

La lingua che ebbe una diffusione e un prestigio culturale maggiore fu il francese: il francese,

dall’inizio del Settecento, diventa un modello di lingua che dava un senso di eleganza e di

raffinatezza. Inoltre diventa una lingua scientifica: chi vuole far circolare le proprie idee e i propri

scritti, utilizzerà il francese. Inoltre la lingua francese si spinge fino in Russia: anche i Russi

useranno la lingua francese.

La discussione del modello linguistico, con il francese, in Italia ci si inizia a porre il problema di un

italiano retoricamente pesante rispetto al francese che appare come una lingua fluida. Ci furono

discussioni riguardo la natura delle lingue che dovevano esprimere concetti in maniera razionale:

tutto ciò che è frutto di natura umana è garanzia di esattezza e di bontà.

In Italia arrivano abbastanza presto dalla Francia gli stimoli e le sollecitazioni illuministiche. Grazie

alla rivista Il Caffè, si raccolgono le idee illuministiche. La Crusca continua ad essere un punto di

riferimento, ma anche punto di critiche e polemiche che accompagneranno sempre l’uscita delle

varie edizioni dei vocabolari.

Paolo Beni fu il primo oppositore della Crusca che scrisse il libretto L’anticrusca. Aveva l’idea che

esistesse un italiano comune ed era molto attento non solo alla lingua scritta, ma anche alla lingua

parlata. Aveva infatti annotato la pronuncia di diverse parole.

Un’altra lettura polemica del vocabolario fu quella di Alessandro Tassoni che criticò gli accademici

di rappresentare un modello linguistico esclusivamente fiorentino e non erano segnalate le voci

arcaiche. Ciò poteva portare a fraintendimenti da parte degli stranieri che ammiravano l’italiano e

volevano studiarlo perché non potevano conoscere le parole più antiche e quelle più in uso.

Le critiche al vocabolario sono continuate fino all’Ottocento.

Nel Settecento, nell’ambito degli illuministi milanesi che dirigevano Il Caffè, vennero pubblicati sul

primo numero del periodico articoli di forte polemica sulla quarta edizione del vocabolario. La

novità del francese come lingua più fluida e moderna, secondo gli intellettuali de Il Caffè, non si

ritrova nelle pagine del vocabolario. Vari brani uscirono sulle pagine de Il Caffè; in particolare tre

testi usciti negli anni 70 del Settecento che testimoniano questo dibattito.

Il primo testo fu Rinunzia avanti notaio al Vocabolario della Crusca, di Alessandro Verri, che è un

atto notarile in cui viene criticato fortemente il pedantismo, cioè la pesantezza e la resistente

aderenza al passato a cui gli accademici non rinunciano. Segue una risposta di Cesare Beccaria,

che finge di rimproverare Verri. Successivamente esce un promemoria in cui Verri finge di

riconoscere gli errori della sua critica. Dopo questi tre testi emerge l’attenzione illuministica verso

parole e cose: c’era l’idea che ci dovesse essere aderenza tra parole e cose. La lingua francese

aveva la caratteristica di essere più capace a mostrare l’aderenza tra parole e cose.

Melchiorre Cesarotti scrive un saggio che esce nel 1785 con il titolo Saggio sulla lingua italiana e

che poi nella seconda edizione del 1788 il titolo diventa Saggio sulla filosofia delle lingue. Il saggio

si apre con enunciazioni teoriche in clima illuministico in cui chiarisce dei principi teorici, secondo

14

cui tutte le lingue hanno un inizio, nascono da qualcosa e a loro volta derivano da qualcosa.

Nessuna lingua è creata dal nulla. All’inizio della loro storia le lingue sono barbare nel senso

etimologico di questa parola. Tutte le lingue nascono poi dalla casualità, non dalla razionalità.

Cesarotti distingue tra lingua scritta e lingua parlata.

Il sistema paratattico si organizza per coordinate ed è costituito da frasi con lo stesso livello

gerarchico. Il sistema ipotattico prevede delle subordinate, cioè una frase principale da cui si

snodano diverse coordinate. Fino al Settecento, la prosa era particolarmente complessa ed era

organizzata secondo un sistema paratattico.

Dopo la cacciata di Napoleone, in Italia ci fu un’opposizione nei confronti del francese. Il

movimento purista troverà un buon accoglimento in Italia. Il purismo è il segno di recupero della

tradizione locale che voleva un ritorno dell’italiano antico di Bembo. Cesari tornò al modello di

lingua del Trecento, ripulito da ogni infranciosamento, cioè da ogni contaminazione del francese.

Questo movimento ebbe un grandioso seguito, anche nell’Accademia della Crusca.

Accanto a Cesari, che era decisamente la parte più ortodossa e rigida di questo movimento, c’errai

marchese Basilio Puoti, che aveva un orientamento un po’ più liberale perché i suoi modelli non si

fermavano al Trecento ma fino al Cinquecento. L’Accademia della Crusca in questo momento era

stata riaperta da Napoleone nel 1811, ma l’attività del vocabolario era interrotta. L’Accademia si

dedica a studi filologici e a dei concorsi letterari a cui potevano partecipare scrittori e letterati

dell’epoca. C’erano in palio dei soldi e anche Leopardi mandò il manoscritto delle Operette morali

per avere un po’ di visibilità. Le Operette morali non vinsero perché erano filosoficamente e

linguisticamente troppo avanzate e quindi non apprezzate.

Queste posizioni furono messe in opposizione all’interno dell’Accademia dal classicista Vincenzo

Monti. Monti si fa promotore di questa posizione classicista pubblicando una proposta di correzioni

d’aggiunta al vocabolario della Crusca: annota la quarta edizione del vocabolario proponendo delle

modifiche e delle aggiunte perché è convinto che la lingua dal Cinquecento in poi si sia

progressivamente perfezionata. Monti si propone molto attento ai linguaggi tecnici e scientifici

perché questa parte mancava, ma era molto presente quella letteraria. Monti ha una visione

elitaria della lingua, cioè pensa che il controllo della lingua e del tipo di lingua utilizzata deve

essere a misura dei dotti.

Leopardi è vicino alla visione classicista della lingua e introdusse una distinzione tra lingue di

natura e lingue della ragione. Le lingue di natura (italiano greco) erano più adatte alla poesia e alla

letteratura perché erano ricche di parole. Le parole sono portatrici di più significati e ogni parola si

presta a scatenare l’immaginazione di chi scrive e di chi legge. Le lingue di ragione (latino e

francese), invece, erano ricche di termini, cioè di parole che hanno un solo significato.

Leopardi è uno dei primi letterati che affronta e tratta il problema dell’Europa: un continente che ha

delle radici culturali e linguistiche comuni che devono assolutamente venire fuori. Leopardi è il

primo a parlare di europeismi: tra le lingue europee di cultura, una gran parte del vocabolario

intellettuale è comune.

Non si tratta più solo di combattere l’uso del gallicismi, e quindi dei francesismi, ma si tratta di una

discussione ad ampio raggio che implica anche il primo nucleo della formazione europea.

A queste discussioni tra puristi e classicisti, si affianca la questione dell’italiano come lingua morta:

l’italiano è solo una lingua letteraria che esiste come lingua viva solo in Toscana e che le lingue

parlate e vive sono i dialetti. Su queste considerazioni, Leopardi fa un confronto tra italiano e

francese: il francese aveva avuto la forza di penetrare nei confini extra-nazionali perché era una

lingua che dal parlato francese passava nella scrittura.

In questo periodo, a Milano si inizia a parlare della situazione linguistica italiana e si comincia a

vedere una grande vitalità dei dialetti e una grande artificiosità della lingua scritta e letteraria. A

Milano si arriva a parlare di Manzoni. Manzoni sarà il personaggio di maggior rilevanza in queste

discussioni e il maggior letterato riconosciuto e di prestigio dell’Ottocento.

Alessandro Manzoni

Manzoni rappresentava molto bene e personalmente questa convivenza e commissione di lingue:

la madre era madrelingua francese, ma Manzoni, nato e cresciuto a Milano, parla il dialetto

milanese e sa studiare e parlare molto bene l’italiano. Quando si mette nell’idea di scrivere il suo

romanzo, ha a disposizione queste tre lingue. Decide di raccontare la storia di personaggi del

popolo, di raccontare la vicenda in modo verosimile, facendo parlare verbalmente questi 15

personaggi. Si chiede quale fosse il modo migliore per rendere lo scambio verbale linguisticamente

credibile. Bisogna trovare una lingua adatta e definire un genere, poiché il romanzo italiano ancora

non esisteva. Il lettore medio si doveva riconoscere nei personaggi del suo testo. Sono tre le

versioni del romanzo: da Fermo e Lucia a I promessi sposi, edizione ripulita dai lombardismi e

dove viene sintetizzata la storia della Monca di Monza. Tra il 1827 ed il 1840, Manzoni riscrive I

promessi sposi in relazione a quello che trova nel vocabolario dell’Accademia della Crusca. Il

romanzo di Manzoni diventerà il modello italiano per la nuova Italia. Nella ricerca della lingua

dell’uso, Manzoni infranse alcune regole grammaticali nette.

Manzoni modifica l’uso del soggetto della terza persona singolare Manzoni sostituisce usa lui, lei,

loro come soggetti invece che egli, ella, essi. Inoltre usa gli al posto di loro, più bene al posto di

meglio. Questi casi sono simulazioni di parlato: attribuisce dei tratti meno formali nel parlato dei

suoi personaggi perché vuole dare l’impronta di un vero e proprio parlato.

Manzoni fu chiamato dal ministro dell’istruzione Emilio Broglio a far parte di una commissione che

doveva prendere provvedimenti per rendere universale la diffusione della buona lingua. Manzoni

scrive una relazione al ministro che s’intitola Dell'unità della lingua e dei mezzi di diffonderla, dove

descrive la forma unitaria dell’italiano e propone nei modi per diffonderla. Per Manzoni la lingua

unitaria doveva essere il fiorentino colto ottocentesco e doveva essere diffusa attraverso le scuole.

La situazione delle scuole e dei piccoli centri era aleatoria: alcune famiglie utilizzavano i bambini

per aiutare la famiglia nel lavoro e non rispettavano l’obbligo scolastico. Manzoni propone

un’operazione di formazione degli insegnanti che dovevano realizzare nell’arco della loro carriera

un soggiorno a Firenze per immergersi in questa lingua, impararla e riproporla in aula ai propri

allievi. Ciò avviene in maniera abbastanza ridotta e complicata. Manzoni sostiene che bisognava

redigere e preparare grammatiche e vocabolari che seguissero i criteri manzoniani (fiorentino colto

ottocentesco) che fossero di riferimento per gli studenti e per le scuole.

Manzoni non ha in mente di escludere ed abolire i dialetti, anzi, sostiene che sono molto utili per

l’esperienza formativa ed espressiva di una persona. Si ha quindi una grande fioritura di dizionari

in modo che l’acquisizione della lingua da parte dei ragazzi fosse mediata tra lingua scritta e

parlata.

Strumento fondamentale è il Novo vocabolario della lingua italiana secondo l'uso di Firenze del

1870. E’ il cosiddetto Giorgini Broglio: Giorgini è l’autore e Broglio sottoscrive ciò che viene

pubblicato. Esso è il modello dell’idea manzoniana di lingua che viene pubblicata.

Questo vocabolario è il primo esempio di vocabolario sincronico, cioè è stato compilato seguendo

un modello di lingua che non è né scritto, né antico. In esso si seguono i criteri manzoniani e

riproduceva il repertorio musicale e fraseologico tipico del fiorentino parlato della seconda metà

dell’Ottocento. Questo vocabolario si dichiara italiano ed è stato usato recentemente per ricostruire

e vedere la varietà fiorentina che nel tempo ha perso la sua connotazione dialettale. Nel Giorgini

Broglio, ci sono delle forme molto locali che si sono conservate nel fiorentino contemporaneo, ma

che non sono entrate nell’italiano standard. Il Giorgini Broglio ha scatenato una discussione sul

modello proposto da Manzoni: nel titolo, novo è la forma fiorentina senza dittongamento che marca

questa opera come fiorentina.

Nel primo numero del 1873, il Giorgini Broglio esce con un proemio in cui parte dall’aggettivo novo

sentito come troppo marcatamente fiorentino e vuole esporre le sue idee in maniera linguistica. In

questo intervento polemico, Ascoli non condivide il modello proposto e ha ragionevoli dubbi sulla

modalità proposte da Manzoni per diffondere questo modello. Ascoli parte da un principio

abbastanza comune e diffuso: ogni paese, per darsi una lingua nazionale, deve scegliere una

varietà tra le lingue proposte sul territorio. Quella lingua scelta diventa la principale.

Ascoli individua due fattori fondamentali per cui l’Italia non ha raggiunto l’unità politica, nazionale e

linguistica. L’unità linguistica è una conseguenza dell’unità nazionale e se non c’è la prima, non c’è

la seconda. I due fattori sono:

1. la scarsa densità della cultura, che non vuol dire scarsa cultura, ma che la storia della cultura

italiana è stata un concentramento di cultura in alcuni punti e che complessivamente il popolo

che ha abitato l’Italia in questi anni è stato un popolo incolto, nel senso culturale del termine.

2. l’eccessiva preoccupazione della forma, che vuoi dire che le discussioni che hanno segnato la

storia della lingua italiana si sono sempre concentrate su elementi formali. Queste discussioni

si sono protratte nei secoli successivi. Ora è il momento in cui l’Italia ha bisogno di diffondere la

16

cultura e la comunicazione funzionale. Il problema dell’Italia è quello di trovare un mezzo di

comunicazione che fosse utile alle esigenze reali e pratiche della popolazione.

Per questo Ascoli vede improbabile il tentativo di Manzoni di diffondere un modello attraverso

grammatiche, dizionari, la formazione di alcuni insegnanti in Toscana e così via. Ci vorrà un secolo

per cui in Italia ci sia una situazione socioculturale per poter permettere una lingua nazionale.

In questa sua analisi, Ascoli era stato molto più realistico di Manzoni.

I fattori che hanno favorito l’italianizzazione sono stati molti. Innanzitutto l’obbligo scolastico con la

Legge Casati e la Legge Coppino, anche se la scuola fino ai primi del Novecento non è stato un

canale omogeneo: in alcune zone l’obbligo scolastico è stato più efficace, in altre meno. Per

quanto il modello di Manzoni sia stato applicato, oggi I Promessi Sposi è l’unico testo che viene

fatto in tutte le scuole superiori. Questo perché c’era la convinzione che proprio questo testo

rendeva possibile l’italianizzazione della nostra nazione.

Oltre e accanto l’obbligatorietà della scuola abbiamo l’urbanizzazione e le emigrazioni, cioè grandi

spostamenti di popolazioni dalle aree rurali verso i centri urbani. In questi spostamenti sono

previsti molti casi di emigrazioni verso il nord Italia o verso l’estero.

Le migrazioni prevedono tre fasi. La prima va dall’unità al periodo fascista, in cui le migrazioni si

hanno verso l’estero e in particolare verso l’America. Si pongono però limiti che sono volti a

favorire la produzione nazionale e a rilanciare l’economia rurale che permette a chi non è inserito

nelle aree urbane di tornare a lavorare e a produrre in ambito agricolo. Poi, dopo la seconda

guerra mondiale riprende l’emigrazione dal sud al nord Italia e verso l’estero, ma ciò non è

sufficiente a rilanciare l’economia del mezzogiorno. L’effetto linguistico delle migrazioni all’estero è

soprattutto indiretto: chi parte è perlopiù dialettofono. All’estero accade che si riformano delle

comunità di italiani migranti che fa siche in gruppi di italiani provenienti da zone diverse, si trovi il

modo di comunicare grazie ad un adattamento del proprio italiano diverso perché non tutti

emigravano dalla stessa regione e quindi non tutti avevano lo stesso dialetto. Altro elemento che

produce una forma di italianizzazione indiretta è l’effetto che le migrazioni hanno su chi resta. Le

famiglie che emigrano hanno come obiettivo quello di non far rivivere la propria situazione ai loro

figli: i figli devono andare a scuola, devono imparare l’italiano e si dà quindi un valore all’istruzione.

In questo modo si indeboliscono i dialetti locali: chi torna trova delle varietà nuove chiamate italiani

regionali.

Le migrazioni interne, cioè da una regione all’altra, mettono in contatto parlanti di regioni molto

diverse fra loro. L’impatto era di assoluta incomunicabilità: era come andare in un paese dove si

parlava un’altra lingua. Altro ambiente in cui gli italiani si trovavano a comunicare provenendo da

tutt’altre parti era la leva obbligatoria: fino a qualche decennio fa, i ragazzi maschi erano tenuti a

prestare un servizio miliare obbligatorio a partire da una certa età. L’incontro per così tanto tempo

di ragazzi ventenni induceva a trovare un modo per comunicare anche perché in caserma non si

potevano usare i dialetti.

I mezzi di comunicazioni di massa, in ordine cronologico il cinema, la radio e la televisione, hanno

contribuito all’italianizzazione della nostra nazione. In un paese che aveva un grande percentuale

di analfabeti, la stampa aveva una diffusione molto contenuta. Cinema, radio e televisione

potevano arrivare anche a chi non sapeva né leggere, né scrivere: l’ascolto accompagnato dalle

immagini facilitò la comprensione di chi, ascoltando, non capiva perfettamente cosa veniva detto.

Ruggero Bonghi scrisse nel 1855 un saggio intitolato Perché la letteratura italiana non sia popolare

in Italia. borghi metteva in rilievo una caratteristica unica ma anomala dell’Italia: la letteratura

italiana non era molto diffusa o apprezzata dal popolo italiano, ma era rimasta in una cerchia di

élite da cui non era mai uscita. Il saggio è composto da delle lettere critiche. L’autore cercava di

capire come la prosa italiana avesse un’urgente necessità di dedicarsi alla retorica in modo da

essere più viva e comprensibile.

Luigi Morandi fu uno dei maggiori seguaci di Manzoni. Esso testimonia che nel giro di una trentina

d’anni le posizioni erano cambiate.

Le lettere del Bonghi suscitarono grande clamore e vennero accusate di essere supposizioni

contrarie alla grande tradizione italiana, nonostante fosse un manzoniano. Secondo Bonghi, il

fiorentino doveva essere diffuso e tutti si dovevano adattare ad essa per lo scrivere e per il parlare.

Questo è il modo in cui il fiorentino può arrivare a diventare una lingua nazionale.

Tutto ciò che entrerà a far parte dei parlanti, entrerà nell’uso della lingua. Tutto ciò che è nuovo in

una lingua e se ne discute la legittimità, ci si dovrà poi sottomettere all’uso di queste parole. Se i 17

neologismi queste parole rendono possibili scambi comunicativi, le parole si diffondono ed entrano

a far parte del parlato e dei dizionari. Bonghi sostiene che bisogna in questo senso rischiare e

vedere come vengono accolte queste parole per farle entrare ad essere parte della lingua.

L’uso delle parole è un criterio, ma non prescinde del tutto dalla tradizione letteraria. I cambiamenti

delle lingue sono lenti e gli antichi scrittori sono utili ad osservare le basi del fiorentino che è quello

trecentesco.

Non è poi vero che i fiorentini sono avvantaggiati dal fatto di essere fiorentini. Anche il fiorentino è

un dialetto e il fiorentino acquisito come lingua materna non è del tutto adatta all’uso scritto e

letterario, ma ci deve essere un passaggio e una riflessione.

Per essere scrittori, sostiene Bonghi, è necessario avere anche stile. Uno dei presupposti per

formare lo stile è studiare la struttura di una lingua.

A fini didattici è necessario compilare o realizzare vocabolari nei quali sia dato il fiorentino come

alternativa ai vari dialetti. Ci sono stati intellettuali che hanno proposto il dialetto come chiave per

apprendere l’italiano.

Bonghi sostiene che è quasi impossibile imparare una lingua antica perché è quasi esclusivamente

un esercizio mnemonico. Lo sforzo mnemonico delle essere fatto per la lingua attuale perché

servirà alla comunicazione.

Questi metodi e queste proposte non ebbero grande effetto, ma i risultati furono visibili solo a

grande distanza.

Per quanto riguarda la prima metà del Novecento, altro momento di grande passaggio nella

visione della lingua nazionale è stato il ventennio fascista. Questo periodo coincide con

sperimentazioni: l’idea della modernità che il fascismo porta con sé voleva cancellare tutto quello

che c’era stato prima di moderno e di innovativo. Dal punto di vista linguistico ci sono azioni che il

regime mette in atto, come l’interruzione dell’attività del vocabolario dell’Accademia della Crusca.

Viene fondata invece l’Accademia d’Italia che aveva lo scopo di instaurare un forte ed acceso

nazionalismo. Dal punto di vista delle indicazioni linguistiche, il regime impone un italiano standard,

con un grado di retorica molto alto perché improntato sullo stile di Mussolini. I tratti dialettali e

regionali vengono il più possibile eliminati. Ciò che non aveva un impronta di nazionalità, doveva

essere eliminato e sostituito con parole nazionali. Il lei fu sostituito col voi, ma tutte queste furono

imposizioni dall’alto con effetti poco duraturi nel tempo: una volta caduto il fascismo, certe

imposizioni sparirono e le persone tornarono ad usare l’italiano come lo usavano prima.

Sicuramente però questi cambiamenti hanno prodotto un’abitudine nell’uso di alcune imposizioni.

In tutti gli ambiti esplosero i dialetti col neorealismo in letteratura e nel cinema. Tutte le varietà

tenuto sotto pressione durante il regime, esplosero mostrando le loro potenzialità. Il cinema è uno

dei mezzi di comunicazione parlati e arrivano a masse di analfabeti che posso apprendere

attraverso la lingua parlata a voce.

Negli anni 50-60 del Novecento, nacquero nuove discussioni sul nuovo italiano. L’italiano si stava

diffondendo e alcuni intellettuali si confrontarono sulle caratteristiche dell’italiano contemporaneo

del Novecento. Una di queste voci molto provocatorie su quella di Pierpaolo Pasolini.

Sulla rivista Rinascita, Pasolini pubblica un intervento sulla questione della lingua intitolato Nuove

questioni linguistiche. Quello che contraddistingue questo intervento su il fatto che Pasolini notò

che non si trattava più di una questione legata all’uso della lingua a livelli alti, ma c’erano anche

fattori socio-linguistici, cioè come città e fenomeni sociali incidessero sull’uso linguistico e come

questa nuova lingua si stesse definendo. Pasolini vede come punti di irradiazione di questa lingua

le aree del nord Italia, dove l’industrializzazione era stata più forte. Pasolini crede all’italiano come

lingua nazionale nel senso che in Italia, attraverso il processori industrializzazione, si era creata la

borghesia, un ceto medio egemone che era in grado di imporre dei modelli linguistici omogenei.

Pasolini arriva anche ad elencare ed individuare i fenomeni che avrebbero investito il nuovo

italiano: una semplificazione sintattica e afferma che sia le forme idiomatiche che metaforiche si

sarebbero perse o indebolite. Inoltre sostiene una drastica diminuzione di latinismi per lasciare

spazio ad un italiano tecnico, tecnologico, molto industriale e preciso, che perderà i tratti di

riferimenti letterari.

Pasolini si è occupato in molte occasioni di lingua in senso provocatorio, netto e duro, ma fu

capace di cogliere gli aspetti caratteristici del suo tempo. E’ anche il primo che parla di lingua

media in maniera negativa: la lingua media è poco espressiva, che si contrappone ad una lingua di

stile più elevato e raffinato. Pasolini invece prediligeva una lingua molto ricca ed espressiva. 18

Uno dei più diretti interlocutori di Pasolini fu Italo Calvino. Calvino aveva come scopo e obiettivo

della sua scrittura, una lingua molto precisa, puntuale, chiara e lineare. Le Lezioni americane di

Calvino, ultimo scritto che pubblicò, sono lezioni che tenne in America su quali devono essere le

caratteristiche della scrittura prevalentemente letteraria. Una di queste caratteristiche è l’esattezza,

cioè la precisione di scelta mirata di quelle parole e frasi che immediatamente sono in grado di

trasmettere il messaggio senza tanti giri di parole. A fronte di ciò, Calvino parla di antilingua a

proposito di italiano burocratico.

Secondo Pasolini, la televisione è un mezzo di trasmissione di informazioni che dovrebbe

riguardare tutto, cioè tutti i modi di trasmissione delle informazioni grazie a tutti i tipi di lingua, ma la

lingua della televisione è selettiva e non ha questa vastità di comunicazione. La televisione,

inizialmente nasce con tre obiettivi principali: informare, istruire e intrattenere. Si era capito fin

dall’inizio che la televisione avrebbe reso gli italiani un po’ più colti dal punto di vista linguistico.

Questo obiettivo si è progressivamente perso o indebolito perché da un lato la popolazione italiana

è diventata più ascolta anche senza la televisione, dall’altro perché è prevalso l’aspetto competitivo

tra Rai e Mediaset di trattenere più persone possibile davanti alla televisione. Già dagli anni 80, la

televisione non istruiva più e non dava più livelli culturali: non si guarda più come le cose vengono

dette o trasmesse, ma l’importante è comunicare e ciò fa perdere l’aspetto educativo e formativo

della televisione. Oggi, ciò che fa più effetto in televisione, ha più spettatori, ma non è detto che ciò

che fa più effetto sia di valore.

Italiano medio è un termine ripreso da Sabatini.

Negli anni 70 del Novecento, i processi che investono la scuola e l’insegnamento dell’italiano nella

scuola si possono vedere da tre punti di vista: dal punto di vista degli insegnanti, dei linguisti e

della società civile.

Dal punto di vista degli insegnanti, ci sono dei personaggi che hanno contribuito molto a far

riflettere su alcuni aspetti dell’insegnamento della lingua italiana. Un’esperienza molto importante

per quanto riguarda la possibilità di dare un’istruzione a chi non l’aveva avuta è stata la scuola di

Don Milani. Don Milani fu isolato dalla curia a Barbiana, dove decide di metter su una scuola. Qui i

bambini venivano portati con i padri nelle foreste a lavorare e non venivano mandati a scuola. Don

Milani si dà come scopo quello di convincere le famiglie a far imparare leggere e scrivere i loro figli.

Ma non fu facile perché si credeva che mandare a scuola i figli era tempo perso. Questa scuola

era un lavoro a tempo pieno: i ragazzi vivevano e mangiavano con Don Milani. Gli fa sperimentare

l’italiano in modo diretto, legato alla loro esperienza. Il dialetto era ancora molto stretto e locare,

ma secondo Don Milani tutti dovevano imparare l’italiano perché, secondo lui, era “la lingua che ci

fa uguali”. Chi non ha la padronanza dell’italiano parlato e chi non ha la capacità di alternare

dialetto-lingua italiana, è svantaggiato. Per questo, innanzitutto, nella scuola di Don Milani si

doveva insegnare l’italiano.

Lettera a una professoressa è il testo che i ragazzi della scuola di Barbiana scrissero assieme a

Don Milani. Per la scrittura di questa lettera, fu utilizzato un metodo di scrittura collettiva che fu

studiato approfonditamente. I ragazzi immaginano di parlare con un insegnante tipo dell’epoca. I

ragazzi notano che la lingua usata e richiesta a scuola non la conoscono perché hanno esperienze

di vita diverse.

Il documento Dieci tesi per l’educazione linguistica democratica (1975), pubblicato da GISCEL,

Gruppo di Intervento e Studio nel Campo dell'Educazione Linguistica, intende definire i presupposti

teorici basilari e le linee d'intervento dell'educazione linguistica, proponendole all'attenzione degli

studiosi e degli insegnanti italiani e di tutte le forze che, oggi, in Italia, lavorano per una scuola

democratica.

De Mauro punta l’attenzione sulla dimensione pragmatica, cioè concreta, della funzione del

linguaggio. Qualunque testo si produce in una dimensione pratica, cioè che deriva da

un’intenzione comunicativa di chi lo produce e vuole far compiere delle azioni a chi lo produce. La

lingua non è di per sé complessa, ma lo diventa nel momento in cui si scrive e si produce un testo

e si tiene di conto di questi aspetti. Non è un’operazione semplice, ma in alcuni casi molto

complessa. La leggibilità di un testo è legato alla lunghezza delle parole del testo. Quando la

Costituzione fu emanata il 59% della popolazione era analfabeta e la Costituzione non aveva

speranze di rivolgersi a loro. La Costituzione ha una leggibilità del 50% e Lettera a una

professoressa il 90%. Lo sforzo era notevole e apprezzabile per scrivere un testo così importante.

Ogni parola è stata calibrata, valutata e soppesata attentamente. 19

Gli scritti di Piero Calamandrei per la scuola è un libro scritto, appunto, da Piero Calamandrei, che

è stato uno tra i pochi ad aver proposto delle politiche per la scuola. Sono qui raccolti dei suoi

interventi di vario genere che ci fanno capire la situazione scolastica e le proposte degli anni

Cinquanta. Una tra le proposte era la difesa della scuola democratica.

Nello scritto L’antilingua, l’autore Italo Calvino è contrario all’idea di Pasolini di promuovere una

lingua più tecnica e meno espressiva. Calvino cerca di smontare questo tipo di tendenza

dell’italiano dell’epoca a trasformare e a togliere tutta l’espressività e il dato personale dell’epoca.

Chiamare impianto termico la stufa, fa notare quella che Calvino chiama uccisione della lingua. La

deformazione linguistica ha avuto una ricaduta sullo scolastichese, cioè sul linguaggio di gestione

della scuola. C’erano delle espressioni che venivano sistematicamente corrette al bambino, come

l’uso del verbo fare in maniera ossessiva (ad esempio, ho fatto i compiti invece che ho svolto i

compiti).

Queste discussioni portano alla redazione delle Dieci tesi per l’educazione linguistica democratica

(http://www.giscel.it/?q=content/dieci-tesi-leducazione-linguistica-democratica#cinque).

Le prime quattro tesi parlano del linguaggio verbale e di come questo entri nella formazione

dell’individuo in qualità di cittadino con dei diritti presenti della Costituzione. Il linguaggio verbale è

fondamentale per l’espressione della capacità dell’uomo di utilizzare degli elementi simbolici per

comunicare. Il sistema verbale è complesso, ma è anche il punto di arrivo di una capacità che solo

l’uomo ha rispetto agli altri esseri viventi.

La struttura della lingua italiana

I suoni che utilizziamo per parlare sono solo 30. Preso singolarmente, un suono non ha significato.

I morfemi sono insiemi di suoni e segni grafici che hanno un significato.

I morfemi si dividono in lessicali, che normalmente compongono la radice di una parole (il morfema

di tavolo è tavol) e grammaticali (la o di tavol è un morfema grammaticale e indica che la parole è

singolare e maschile).

C’è differenza tra morfologia e fonetica. La fonetica è lo studio generale dei suoni. Il nostro

apparato fonatorio è in grado di produrre un’ampia gamma di suoni e anche suoni che non

appartengono a suoni canonici e standardizzati di una lingua. La fonetica è quindi lo studio dei

suoni ad ampio raggio che contiene la fonologia. La fonologia è lo studio dei suoni distintivi di una

lingua, cioè è lo studio dei fonemi. Il fonema è un suono distintivo.

I suoni distintivi dell’italiano sono stati catalogati e riconosciuti grazie a delle prove di

commutazione, per cui due parole uguali per sequenza di suoni si differenziano solo per un unico

suono. Se al variare di un suono, cambia i significato, quelle due parole sono fonemi della lingua.

Un esempio di coppia minima è cento e vento o ancora pane, cane, lame, rane e sane.

L’apparato fonatorio è l’apparato attraverso cui articoliamo i nostri suoni. L’apparato fonatorio parte

dai polmoni e riguarda la respirazione e il fiato.

L’italiano ha solo suoni espiratori, cioè che va dai polmoni verso l’esterno. L’aria parte dai polmoni,

sale attraverso la faringe e già nella faringe subisce una prima modifica perché abbiamo le corde

vocali. Le corde vocali sono due filamenti che possono essere allentate ed adagiarsi sul bordo

della faringe in modo che le corde vocali non producano nessun effetto oppure possono tendersi e

quando l’aria passa le fa vibrare. La presenza o assenza di vibrazione delle corde vocali fa sì che i

suoni siano sordi, dove non c’è la vibrazione delle corde vocali, o sonori, dove c’è la vibrazione

delle corde vocali. Alcuni suoni si distinguono a coppie solo per questo tratto distintivo.

Passate le corde vocali, l’aria continua a salire fino all’epiglottide che può alzarsi o abbassarsi e

permettere l’uscita dell’aria o solo dalla bocca o in parte anche dal naso. Anche questo movimento

dell’epiglottide produce suoni diversi che possono essere nasali o vocali.

L’aria arriva in bocca, dove altri fattori interferiscono sul modo in cui l’aria passa. La lingua è

l’elemento mobile della nostra bocca che può essere più ritratta verso la gola oppure più avanzata.

Inoltre si può appoggiare al palato, ai denti, alle labbra e produrre suoni sempre differenti.

Una prima distinzione fondamentale è tra suoni sordi o sonori che dipende dalla vibrazione o no

delle corde vocali. Le vocali sono tutti suoni sonori che fanno vibrare le corde vocali, mentre le

consonanti possono essere sorde o sonore.

Coppie minime sono anche pesca (il frutto) e pesca (lo sport) o botte (il recipiente) e botte (i

cazzotti), perché ogni parola ha un suo significato. 20


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della formazione primaria
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher likelikelike di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Setti Raffaella.

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