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Appunti di Lingua e letteratura latina, Satire ed Epistole di Orazio

Appunti delle Satire ed Epistole di Orazio, corso Lingua e letteratura latina II B (facoltà Filologia moderna), del professor Cucchiarelli, A.A. 2016/2017. Gli argomenti trattati sono i seguenti: riassunti dettagliati del primo e secondo libro delle Satire e del primo e secondo libro delle Epistole oraziane.

Esame di Lingua e letteratura latina docente Prof. A. Cucchiarelli

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LE SATIRE

In gran parte coincidente con la composizione degli Epodi è quella delle Satire, con una pubblicazione

separata dei due libri (verso il 35 a.C. il I, verso il 30 a.C. il II). Orazio preferì l’impiego stabile dell’esametro.

Le tematiche affrontate sono quelle della vita di tutti i giorni con l’osservazione dei modi di comportamento

degli uomini. La testimonianza degli antichi commentatori di Orazio ci permette di dedurre che l’opera non

aveva il titolo di Saturae, ma quello di Sermones (“Conversazioni”), con una chiara enfatizzazione del

carattere di dialoghi nello stile della lingua familiare.

LE SATIRE DEL PRIMO LIBRO

SATIRA I Mecenate,

Tema centrale della prima satira, in cui Orazio si rivolge a è il motivo

dell’incontentabilità della propria sorte che è tipico di tutti gli uomini. Il poeta ne individua la ragione

nell’avidità di denaro: tuttavia è necessario mettervi un limite. Allo stesso modo non si deve vivere dissipando

le proprie sostanze.

SATIRA II La seconda satira ha come bersagli l’adulterio e gli adùlteri. I rapporti con le matrone vanno

evitati per i rischi a cui espongono: come alternativa, però, Orazio non offre la rinuncia ai piaceri sessuali; per

lui si tratta solo di comprendere che fra le tre categorie di donne considerate (le matrone, le liberte, le

schiave) il giusto mezzo è rappresentato dalle liberte, alle quali dovrà rivolgersi l’uomo saggio.

SATIRA III La terza satira sviluppa una lunga disquisizione sui difetti che ognuno possiede e, dunque, si

dovrebbe sforzare di considerare con indulgenza negli altri, soprattutto negli amici; nel rapporto d’amicizia,

infatti, bisogna comportarsi come nel legame amoroso, in cui perfino i difetti della donna amata diventano

pregi, o come nell’atteggiamento dei padri, sempre pronti a minimizzare i difetti dei figli.

SATIRA IV La quarta satira si apre con una proclamazione altisonante della parrhesìa (“libertà di parola”)

degli esponenti della commedia attica, che si sentivano liberi di denunciare chi meritasse il biasimo per le sue

cattive azioni. Gli stessi spiriti rivissero in Lucilio, che si limitò a mutare metro e ritmo, ma ebbe il difetto di

scrivere troppo e in troppo poco tempo. In quanto ad Orazio, egli è di poche parole e vorrebbe togliersi dal

novero dei poeti, perché le sue satire hanno uno stile dimesso, molto vicino a quello della prosa. Gli si dovrà

perdonare, però, la sua franchezza e i suoi motteggi.

SATIRA V La quinta satira descrive il viaggio a Brindisi del poeta e di altri membri del circolo di Mecenate

in un momento molto difficile del rapporto fra i triumviri (Ottaviano, Antonio, Lepido), nella primavera del

37 a.C. La satira descrive l’itinerario compiuto da Orazio, da Roma all’Apulia, ma il viaggio è soprattutto

conoscenza di luoghi e persone, considerati con l’occhio del viandante frettoloso, per il quale restano

secondari gli interessi etnografici e antropologici.

SATIRA VI Nella sesta satira, la più autobiografica della raccolta, il poeta muove dall’atteggiamento di

Mecenate, che non arriccia il naso nei confronti dei figli di liberti come Orazio, convinto com’è che sin dai

tempi antichi uomini di oscuri natali hanno degnamente occupato cariche importanti. Figlio di un liberto, egli

è entrato in rapporti amichevoli con Mecenate e per questo tutti lo guardano con sospetto, senza considerare

che Mecenate ammette alla sua amicizia solo i pochi che ne sono veramente degni. Se Orazio ha solo pochi

difetti, il merito va al padre, che volle portare il figlio da Venosa a Rom, perché lì ricevesse la stessa istruzione

dei giovani aristocratici.

SATIRA VII La settima satira, scritta probabilmente intorno al 41 a.C., dopo il ritorno a Roma di Orazio in

seguito all’amnistia, narra una disputa giudiziaria che aveva avuto luogo fra il 43 e il 42 a.C.: essa aveva visto

quali protagonisti Rupilio Re, un prenestino proscritto dai triumviri che si era rifugiato in Asia, e Persio, un

ricco uomo d’affari. Il processo, però, si trasformò in uno scambio d’invettive.

SATIRA VIII Protagonista dell’ottava satira è addirittura una divinità, anche se piuttosto singolare in quanto

si tratta di Priàpo: legato all’idea della fecondità, Priàpo aveva finito per assumere un’importanza non

trascurabile nel pantheon greco e latino; come il fallo allontanava il malocchio, che sotto forma di sterilità

colpiva terra e bestiame, così grazie alle sue straordinarie dimensioni serviva a proteggere e a preservare da

eventi maligni e nefasti. Nella satira oraziana è il dio stesso a narrare la sua avventura, cioè un episodio di

profanazione notturna degli horti ad opera della maga Canidia e della sua amica Sàgana. Quel luogo è stato

affidato alla tutela del dio, che paradossalmente deve proteggerlo dalle due maghe, anziché dai ladri e dagli

animali.

SATIRA IX Nella nona satira Orazio sta camminando lungo la Via Sacra, tutto immerso nei suoi pensieri,

quando gli si fa incontro un individuo di cui a malapena conosce il nome: dalle sue parole Orazio capisce

subito di avere a che fare con un insopportabile seccatore. Tenta di scoraggiarlo con improvvise soste o

fingendo indifferenza, ma l’altro continua a parlare di futili argomenti, sino a quando si decide a far capire

quale sia il motivo reale di tanta ostinatezza: vorrebbe essere introdotto presso Mecenate grazie all’aiuto del

poeta, al quale promette in cambio un totale sostegno. Orazio gli descrive allora la vita lontana dall’ambizione

e dagli intrighi che conducono Mecenate e quanti sono a lui legati; ma il seccatore non si scoraggia e persiste

nei suoi tentativi. Non riesce a salvare il poeta neppure un amico in cui s’imbatte, che maliziosamente finge

di non afferrare il senso delle sue disperate richieste d’aiuto. Ma il seccatore deve presentarsi in giudizio e a

salvare Orazio sarà il suo avversario nella controversia legale, che a viva forza lo trascina in tribunale.

SATIRA X La decima è una satira di carattere spiccatamente letterario, in cui occupa un ruolo centrale la

definizione dei difetti della poesia di Lucilio. La critica iniziale a un tipo di satira che mira solo a far ridere

permette di sviluppare l’elogio della brevitas e della variatio dei toni all’interno dello stesso genere letterario;

la vivace discussione sulla mescolanza di parole greche e latine conduce alla proclamazione di un purismo

linguistico che coinvolge anche l’oratoria.

LE SATIRE DEL SECONDO LIBRO

SATIRA I Poiché al primo libro delle Satire non sono mancate critiche, nella prima satira del secondo libro

 Trebazio,

Orazio chiede un parere al giurista che gli suggerisce di non scrivere più o di celebrare le imprese e

le doti morali di Ottaviano. Orazio, però, deve confessare che la satira è la sua passione: Lucilio continua ad

essere il suo modello, mentre il carattere pugnace gli deriva dall’origine venosina; è vero che egli non intende

servirsi delle satire per aggredire, ma lo farà se sarà attaccato.

SATIRA II Ofello,

Nella seconda satira un contadino dotato di una rozza ma efficace saggezza, tesse l’elogio

della vita frugale dei campi e l’oppone alle raffinatezze della città. Ofello parla sulla base della propria

esperienza: un tempo proprietario, egli è stato privato del suo podere, che è passato a un veterano; tuttavia

quand’era ricco viveva in modo ugualmente semplice.

SATIRA III Damasippo

La terza satira riproduce una conversazione fra Orazio e nella villa sabina del poeta,

durante le feste dei Saturnali. Dopo una sezione introduttiva, la satira è occupata quasi per intero dal discorso

tenuto da Stertinio a Damasippo per convincerlo a non mettere fine ai suoi giorni dopo il fallimento.

SATIRA IV Cazio,

Nella quarta satira Orazio incontra che immerso in profondi pensieri sta tentando di

mandare a mente importanti precetti da poco appresi. Cazio è pronto ad esporne il contenuto, ma il lettore

capisce subito che la sua sarà un’ars cenandi, in quanto egli dà solennemente inizio al suo resoconto con una

serie di precetti gastronomici, che cercano di seguire l’ordine della cena romana.

SATIRA V Nell’Odissea omerica Ulisse aveva interrogato nell’Ade l’ombra dell’indovino Tiresia, che gli

aveva predetto il ritorno difficile in patria. Nella satira oraziana i due personaggi riprendono il loro discorso

là dove esso si era interrotto nell’Odissea. Ulisse da un lato è confortato dalla previsione di un ritorno felice

a Itaca, dall’altro però è pieno d’angoscia perché ha appreso da Tiresia che i suoi peni sono dilapidati dai

Proci. Dall’indovino vuole sapere come riuscirà a rimettere in piedi le dissestate sostanze: basterà che Ulisse

si metta in caccia di testamenti, corteggiando con lusinghe sostanti vecchi privi di eredi perché egli possa

accumulare di nuovo ingenti sostanze.

SATIRA VI La sesta satira si sviluppa attorno al dono, fatto da Mecenate al poeta nel 33 a.C., di una villa in

territorio sabino. Il dono è andato anche al di là dei suoi desideri e a Mercurio egli chiede solo che la sua

proprietà sia stabile e duratura. Ora che dalla città si è ritirato in campagna, Orazio si domanda quale

argomento di canto debba scegliere per la sua satira. Canterà subito la fuga dalla città, dai suoi fastidi, dalle

insinuazioni dei malevoli sulla sua amicizia con Mecenate. Durante le sue giornate romane Orazio sospira al

pensiero della campagna lontana: lì può dimenticare la vita caotica dell’Urbe, lì i cibi sono frugali ma genuini

e le cene vedono raccolti attorno al focolare il padrone, gli amici e i servi.

SATIRA VII Davo,

Nella settima satira uno schiavo di Orazio, approfittando della libertà concessa dalla

festa dei Saturnali, espone al poeta alcune sue idee: per lui gli uomini vanno divisi fra quanti perseguono

sistematicamente il vizio e quanti ondeggiano continuamente. Orazio si colloca fra gli uomini privi di coerenza

per il suo atteggiamento contraddittorio; elogia il buon tempo antico, ma non accetterebbe mai di vivervi se

un dio glielo consentisse; quando sta in città desidera la campagna, ma allorché la raggiunge sogna un rapido

ritorno a Roma. Davo intende dimostrargli che ha più senno di lui, servendosi degli argomenti appresi dal

portinaio del filosofo Crispino. Solo il saggio è libero, perché è padrone di sé e non trema di fronte alla

povertà, alla cattiva fortuna, alla morte, alla prigionia: Orazio, però, non può dirsi veramente saggio perché

è schiavo della passione e non riesce ad affrancarsi da quella dura schiavitù.

SATIRA VIII Gaio Fundanio,

L’ottava satira è il resoconto, fatto dal poeta comico che il poeta incontra per

strada, della cena della sera prima in casa del ricco Nasidieno. La gustatio, costituita da un cinghiale in salsa

abbondante, ha lo scopo di stuzzicare l’appetito: subito dopo vengono serviti vini raffinati. Viene poi servita

una murena con contorno di gamberetti e Nasidieno comincia a descriverne la preparazione, ma è interrotto

dal crollo improvviso sulla mensa del baldacchino, con nuvole di polvere. Il padrone di casa si dispera, ma

ben presto si riprende e lascia momentaneamente il triclinio per dare ordini alla servitù: i convitati ne

approfittano per scambiarsi confidenze e malignità sulla cena e su Nasidieno. Rientra il padrone di casa,

seguito da servi con un enorme vassoio pieno di vivande prelibate; egli, però, prende a descriverle e i

convitati, giunti al limite della sopportazione, si vendicano decidendo di non toccare più cibo.

LE EPISTOLE

Fra il 20 a.C. e il 14 videro la luce i due libri delle Epistole, accomunati dalla presenza costante di un

destinatario dei singoli carmi, ma ben diversi per temi e per contenuto: il I libro, infatti, si ricollega alle

tematiche già sviluppate nelle Satire, mentre il II affronta argomenti di carattere letterario. La presenza di un

destinatario lontano è costante nelle Epistole e conferisce alla voce del poeta un carattere più personale,

imponendogli di tenere un atteggiamento consono alla presenza di un interlocutore reale, a cui andranno

rivolti consigli, moniti, suggerimenti, riflessioni. Si può aggiungere che le differenze sostanziali risiedono

nell’assenza, nel sermo delle Epistole, dello spirito aggressivo di origine comica che aveva caratterizzato le

Satire e nella diversa ambientazione: nelle satire, infatti, è privilegiata la città, mentre le epistole implicano

uno spostamento verso spazi lontani e appartati, proprio come l’angulus vagheggiato da Orazio. L’elogio

dell’aurea mediocritas è il motivo dominante dell’ultima opera gnomica oraziana: esso assurge a regola di

vita che garantisce la serenità. La moderazione è necessaria anche nel rapporto coi potenti, in cui da un lato

occorre evitare l’adulazione e il servilismo, dall’altro bisogna imporsi una condotta di vita riservata, badando

bene a non urtare la loro suscettibilità. Si capisce bene come nelle Epistole l’ideale del giusto mezzo sia

destinato a entrare in conflitto con la ricerca dell’autàrkeia.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in letteratura e lingua - studi italiani ed europei
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giovyviv94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Lingua e letteratura latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Cucchiarelli Andrea.

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