Le satire
In gran parte coincidente con la composizione degli Epodi è quella delle Satire, con una pubblicazione separata dei due libri (verso il 35 a.C. il I, verso il 30 a.C. il II). Orazio preferì l’impiego stabile dell’esametro. Le tematiche affrontate sono quelle della vita di tutti i giorni con l’osservazione dei modi di comportamento degli uomini. La testimonianza degli antichi commentatori di Orazio ci permette di dedurre che l’opera non aveva il titolo di Saturae, ma quello di Sermones (“Conversazioni”), con una chiara enfatizzazione del carattere di dialoghi nello stile della lingua familiare.
Le satire del primo libro
Satira I
Tema centrale della prima satira, in cui Orazio si rivolge a Mecenate, è il motivo dell’incontentabilità della propria sorte che è tipico di tutti gli uomini. Il poeta ne individua la ragione nell’avidità di denaro: tuttavia è necessario mettervi un limite. Allo stesso modo non si deve vivere dissipando le proprie sostanze.
Satira II
La seconda satira ha come bersagli l’adulterio e gli adùlteri. I rapporti con le matrone vanno evitati per i rischi a cui espongono: come alternativa, però, Orazio non offre la rinuncia ai piaceri sessuali; per lui si tratta solo di comprendere che fra le tre categorie di donne considerate (le matrone, le liberte, le schiave) il giusto mezzo è rappresentato dalle liberte, alle quali dovrà rivolgersi l’uomo saggio.
Satira III
La terza satira sviluppa una lunga disquisizione sui difetti che ognuno possiede e, dunque, si dovrebbe sforzare di considerare con indulgenza negli altri, soprattutto negli amici; nel rapporto d’amicizia, infatti, bisogna comportarsi come nel legame amoroso, in cui perfino i difetti della donna amata diventano pregi, o come nell’atteggiamento dei padri, sempre pronti a minimizzare i difetti dei figli.
Satira IV
La quarta satira si apre con una proclamazione altisonante della parrhesìa (“libertà di parola”) degli esponenti della commedia attica, che si sentivano liberi di denunciare chi meritasse il biasimo per le sue cattive azioni. Gli stessi spiriti rivissero in Lucilio, che si limitò a mutare metro e ritmo, ma ebbe il difetto di scrivere troppo e in troppo poco tempo. In quanto ad Orazio, egli è di poche parole e vorrebbe togliersi dal novero dei poeti, perché le sue satire hanno uno stile dimesso, molto vicino a quello della prosa. Gli si dovrà perdonare, però, la sua franchezza e i suoi motteggi.
Satira V
La quinta satira descrive il viaggio a Brindisi del poeta e di altri membri del circolo di Mecenate in un momento molto difficile del rapporto fra i triumviri (Ottaviano, Antonio, Lepido), nella primavera del 37 a.C. La satira descrive l’itinerario compiuto da Orazio, da Roma all’Apulia, ma il viaggio è soprattutto conoscenza di luoghi e persone, considerati con l’occhio del viandante frettoloso, per il quale restano secondari gli interessi etnografici e antropologici.
Satira VI
Nella sesta satira, la più autobiografica della raccolta, il poeta muove dall’atteggiamento di Mecenate, che non arriccia il naso nei confronti dei figli di liberti come Orazio, convinto com’è che sin dai tempi antichi uomini di oscuri natali hanno degnamente occupato cariche importanti. Figlio di un liberto, egli è entrato in rapporti amichevoli con Mecenate e per questo tutti lo guardano con sospetto, senza considerare che Mecenate ammette alla sua amicizia solo i pochi che ne sono veramente degni. Se Orazio ha solo pochi difetti, il merito va al padre, che volle portare il figlio da Venosa a Roma, perché lì ricevesse la stessa istruzione dei giovani aristocratici.
Satira VII
La settima satira, scritta probabilmente intorno al 41 a.C., dopo il ritorno a Roma di Orazio in seguito all’amnistia, narra una disputa giudiziaria che aveva avuto luogo fra il 43 e il 42 a.C.: essa aveva visto quali protagonisti Rupilio Re, un prenestino proscritto dai triumviri che si era rifugiato in Asia, e Persio, un ricco uomo d’affari. Il processo, però, si trasformò in uno scambio d’invettive.
Satira VIII
Protagonista dell’ottava satira è addirittura una divinità, anche se piuttosto singolare in quanto si tratta di Priàpo: legato all’idea della fecondità, Priàpo aveva finito per assumere un’importanza non trascurabile nel pantheon greco e latino; come il fallo allontanava il malocchio, che sotto forma di sterilità colpiva terra e bestiame, così grazie alle sue straordinarie dimensioni serviva a proteggere e a preservare da eventi maligni e nefasti. Nella satira oraziana è il dio stesso a narrare la sua avventura, cioè un episodio di profanazione notturna degli horti ad opera della maga Canidia e della sua amica Sàgana. Quel luogo è stato affidato alla tutela del dio, che paradossalmente deve proteggerlo dalle due maghe, anziché dai ladri e dagli animali.
Satira IX
Nella nona satira Orazio sta camminando lungo la Via Sacra, tutto immerso nei suoi pensieri, quando gli si fa incontro un individuo di cui a malapena conosce il nome: dalle sue parole Orazio capisce subito di avere a che fare con un insopportabile seccatore. Tenta di scoraggiarlo con improvvise soste o fingendo indifferenza, ma l’altro continua a parlare di futili argomenti, sino a quando si decide a far capire quale sia il motivo reale di tanta ostinatezza: vorrebbe essere introdotto presso Mecenate grazie all’aiuto del poeta, al quale promette in cambio un totale sostegno. Orazio gli descrive allora la vita lontana dall’ambizione e dagli intrighi che conducono Mecenate e quanti sono a lui legati; ma il seccatore non si scoraggia e persiste nei suoi tentativi. Non riesce a salvare il poeta neppure un amico in cui s’imbatte, che maliziosamente finge di non afferrare il senso delle sue disperate richieste d’aiuto. Ma il seccatore deve presentarsi in giudizio e a salvare Orazio sarà il suo avversario nella controversia legale, che a viva forza lo trascina in tribunale.
Satira X
La decima è una satira di carattere spiccatamente letterario, in cui occupa un ruolo centrale la definizione dei difetti della poesia di Lucilio. La critica iniziale a un tipo di satira che mira solo a far ridere permette di sviluppare l’elogio della brevitas e della variatio dei toni all’interno dello stesso genere letterario; la vivace discussione sulla mescolanza di parole greche e latine conduce alla proclamazione di un purismo linguistico che coinvolge anche l’oratoria.
Le satire del secondo libro
Satira I
Poiché al primo libro delle Satire non sono mancate critiche, nella prima satira del secondo libro Orazio chiede un parere al giurista Trebazio, che gli suggerisce di non scrivere più o di celebrare le imprese e le doti morali di Ottaviano. Orazio, però, deve confessare che la satira è la sua passione: Lucilio continua ad essere il suo modello, mentre il carattere pugnace gli deriva dall’origine venosina; è vero che egli non intende servirsi delle satire per aggredire, ma lo farà se sarà attaccato.
Satira II
Ofello, ...
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