Latino: 1a lezione (2 marzo)
Emulatio
Emulatio: quando un autore imita un altro cercando di superarlo. L'idea antica di originalità poetica non è quella che abbiamo noi oggi. Per essere originali bastava copiare o ispirarsi ad un altro autore apportando nuovi elementi. Nelle Epistolae per esempio, Seneca cita Virgilio, a volte riportando frasi in un contesto diverso da quello originale. Così il nuovo contesto cambia il significato della frase originale.
Esempio: Eneide: "Sic notus Ulixes?", frase pronunciata da Laocoonte per dire che il cavallo di Troia poteva essere un inganno dei Greci, dal momento che Ulisse era noto per la sua intelligenza e astuzia. Satyrico di Petronio: "Sic notus Ulixes?", pronunciata da Trimalcione durante la cena per decantare le sue abilità.
Seneca
Seneca è vissuto sotto 4 imperatori e nessuno di questi lo ha amato. Nacque in Spagna, a Cordova, e venne in braccio alla zia a Roma intorno all’anno 0, poiché non si sa con certezza l’anno della sua nascita. Suo padre, sposato con una donna molto più giovane, era diventato ricco e poté garantire ai suoi 3 figli, di cui Lucio era il secondo, una vita dignitosa.
L'imperatore Tiberio, geloso della sua eloquenza, lo mandò in Egitto con la scusa che Seneca era cagionevole di salute: il clima secco e arido gli avrebbe fatto bene. Una volta tornato, anche Caligola non lo vedeva di buon occhio. Egli nel 39 decise di eliminarlo, ma fu salvato grazie all’intercessione di un’amante dell’imperatore, la quale sosteneva che per la sua salute sarebbe comunque morto di lì a breve.
Nel 41, il successore di Caligola, Claudio, lo condannò all’esilio in Corsica con l’accusa di avere una relazione con la sorella di Caligola. In Corsica restò fino al 49, quando Agrippina lo fece tornare a Roma. Nel 54 Claudio venne mandato via e Nerone diventa imperatore. Agrippina scelse Seneca come precettore del figlio. Secondo Tacito sarebbero 3 i motivi di questa scelta:
- L'educazione del figlio;
- Un modo per attirare le simpatie dell’opinione pubblica;
- Avere stretti rapporti con lui per impadronirsi del potere.
Seneca assunse un grande potere, che gli consentì di diventare molto ricco. Con il passare del tempo, Nerone cominciò a dare segni di instabilità e nel 59 fece uccidere la madre. Seneca, temendo per la propria vita, si fa da parte e nel 62, dopo aver pronunciato un solenne discorso, si ritirò a vita privata. Nonostante questo, Nerone continuava a voler vedere morto Seneca.
L’occasione arrivò nel 65 con il fallimento della congiura dei Pisoni contro l’imperatore. Forse Seneca era solo informato o forse partecipò in minima parte, ma gli fu ordinato di togliersi la vita. Se non lo avesse fatto onorevolmente secondo i principi del mos maiorum, sarebbe stato comunque giustiziato. Così si suicidò.
La morte di Seneca è descritta da Tacito come una imitatio Socratis, cioè un’emulazione di Socrate, anche lui accusato dai tiranni. La moglie Paolina, di 35 anni più giovane, decise di uccidersi con lui e si tagliarono le vene con lo stesso coltello. Seneca si tagliò quindi le vene dei polsi, poi poiché il sangue non defluiva si tagliò anche le vene delle gambe e delle ginocchia, ricorrendo anche ad una bevanda a base di cicuta, veleno usato anche da Socrate. Per accelerare i tempi di morte, si immerse in una vasca di acqua calda. Nerone, per non essere ancora più impopolare, ordinò di impedire la morte di Paolina. Così le vennero ricucite le ferite e tamponato il sangue, visse altri 3 anni. La morte di Seneca rispetta a pieno il modo di morire tipico dell’epicureismo.
Filosofie del tempo
Le filosofie maggiori del tempo erano due:
- L'epicureismo: filosofia edonistica che tiene in considerazione il corpo, cercando di evitare il dolore fisico e quello psicologico, che porta al dolore fisico. Quindi potendo scegliere un modo per suicidarsi, si sceglie uno che non arrechi dolore fisico.
- Lo stoicismo: disprezzava il corpo a favore dell’anima, il singolo a favore del bene comune. Esaltava la morte per la patria. Disprezzava l’otium a favore del negotium (Catullo). Rivalutazione della sofferenza fisica, che serve a far venire fuori la grandezza d’animo.
Seneca era stoico ma citava anche Epicuro e sosteneva la cosiddetta “filosofia della pietra”, secondo la quale per non soffrire bastava non provare sentimenti.
Seneca Lucilio suo salutem
Epistulae morales ad Lucilium, libro I, lettera 12
[1] Quocumque me verti, argumenta senectutis meae video. Ovunque mi giro, trovo prove della mia vecchiaia. Infatti Seneca inizia a scrivere le lettere intorno ai 60 anni. Veneram in suburbanum meum et querebar de impensis aedificii dilabentis. Ero venuto nella mia villa di campagna e mi lamentavo delle spese della casa che andava in rovina.
Ait vilicus mihi non esse neglegentiae suae vitium, omnia se facere, sed villam veterem esse. Il fattore mi dice che non era colpa della sua negligenza, che lui faceva tutto, ma che la villa era vecchia. Ait=Aio, verbo difettivo. Infinitiva, se indica identità di soggetto. Neglegentiae=ne+lego.
Haec villa inter manus meas crevit: quid mihi futurum est, si tam putria sunt aetatis meae saxa? Questa villa è cresciuta nelle mie mani: che ne sarà di me, se le pietre della mia età sono così marce?
Crevit=cresco.
[2] Iratus illi proximam occasionem stomachandi arripio. Io adirato afferro la prima occasione di arrabbiarmi con lui. Seneca ammette di essere un padrone odioso e iracondo. Iratus=participio congiunto con funzione di soggetto. Stomachandi=gerundio, genitivo. Il gerundio è la declinazione dell’infinito. Stomachor=essere nauseato o arrabbiarsi, regge il dativo. Seneca sceglie questo verbo perché nella concezione antica la rabbia è connessa con la bile.
‘Apparet’ inquam ‘has platanos neglegi: nullas habent frondes.’ ‘È evidente’ dico ‘che ho trascurato questi platani: non hanno nessuna foglia. Infinitiva. Platano=albero che non dà frutti, considerato lussurioso e di poco conto nella cultura romana.
Latino: 2a lezione (3 marzo)
Opere di Seneca
Seneca ha scritto opere di ogni tipo: tragedie, dialoghi filosofici, trattati di politica e scienza, ma non ha mai scritto orazioni, anche se era un oratore. Seneca ha scritto tra le tante cose le lettere che sono l'opera più letta e famosa dell'autore. Sono tra le poche opere che possiamo datare (62, ritiro di Seneca-65, data di morte), grazie ai rimandi storici (riferimento all'incendio di Nerone, 63) e naturali riconducibili a quel periodo (in cui si è già ritirato).
Nelle sue opere non fa mai riferimento alla sua vita privata e alla sua vita politica con il suo pensiero in merito. Tranne nel De vita beata e nel De Clementia nei quali parla del principe ideale. Gli unici riferimenti storici sono degli anni repubblicani, 70 anni prima. Nessuno leggendo le sue opere saprebbe che sono state scritte da un uomo politico.
Un altro riferimento grazie al quale possiamo datare è la morte del suo amico Sereno (63). Spesso il suicidio è quasi esclusivamente considerato suicidio politico. Le lettere sono indirizzate a Lucilio, di cui sappiamo poco e solo grazie a Seneca, che aveva fatto una carriera di secondo ordine. Era di dieci anni più giovane, procuratore in Sicilia ed era interessato alla poesia e all'epicureismo.
A Lucilio dedicò anche il De Providentia e le Naturales quaestiones, un trattato sulle questioni meteorologiche. Non avendo altre testimonianze di Lucilio, non possiamo appurare la veridicità. Considera Lucilio personaggio, prima che persona, tanto che affermerà che diventerà famoso grazie a lui e alle sue lettere. Non si sa, pertanto, quanto sia vero questo scambio epistolare o sia pura invenzione e chiaramente pensato per un pubblico.
Gli studiosi più intelligenti hanno pensato a modelli filosofici, come le lettere di Epicuro che sono in buona parte fittizie (rielaborate). L'incendio di Roma sarà stato evidentemente censurato da queste lettere. Si chiedono anche se siano posti in ordine cronologico o se l'ordine sia da imputare ad altri canoni.
Lucilio è probabilmente esistito ma riadattato secondo la sua persona (Seneca) a partire dal nome (lo stesso di Seneca) con il cognome Junior, difatti ha dieci anni in meno, ed è una sorta di proiezione di se stesso. La complessità filosofica e tematica va in crescendo lettera dopo lettera. Sono 124 lettere a noi pervenute (ma sono di più, ad esempio Gellio, II sec, cita frasi appartenute al 22' libro di lettere, il che vuol dire che ce n'erano di più e che esisteva già all'epoca la divisione in libri) quindi c'è un inizio ma non una fine e tutti i tentativi di trovare un filo rosso conduttore sono evidentemente falliti.
Essendo tante vennero divise in due per motivi pratici, come tutte le grandi opere: 1-88, 89-124. Sono presenti dei nuclei internamente che hanno una loro unità tematica (esempio lettera 53 e 57). La struttura di una lettera è tripartita: nella prima Seneca racconta un aneddoto riguardante se stesso o fa riferimento a un qualcosa detto da Lucilio nella precedente lettera in 1o o 2o persona. La seconda parte è argomentativa e privilegia la terza persona singolare. Nella terza parte è parenetica, ossia di esortazione ed è una parte che utilizza imperativi e congiuntivi esortativi in seconda persona. Le lettere di Seneca sono scritte per essere lette e non intuitive. Alla fine della lettera è chiaro il concetto, vanno lette più volte per capire.
Epistolae morales => chi le ha copiate le considera lettere filosofiche.
Nella 12esima lettera cita Didone e Seneca è l'unico a citarla e la cita 3 volte, in 3 opere e contesti diversi; questa è l'ultima citazione quindi la visione definitiva del personaggio per Seneca. La 12esima lettera risulta essere la prima dedicata a Virgilio, finisce con una citazione di Epicuro; non ha una vera e propria introduzione e Seneca inizia sempre in medias res per spiazzare il lettore.
“Apparet” inquam “has platanos neglegi: nullas habent frondes. Quam nodosi sunt et retorridi rami, quam tristes et squallidi trunci! Hoc non accideret si quis has circummunfoderet, si irrigaret”. Iurat per genium meum se omnia facere, in nulla re cessare curam suam, sed illas vetulas esse. Quod intra nos sit, ergo illas posueram, ego illarum primum videram folium.
“È chiaro” dico “che questi platani sono trascurati: non hanno foglie. Quanto sono nodosi e ritorti i rami, e quanto sono tristi e squallidi/opachi i tronchi! Questo non sarebbe successo se qualcuno avesse scavato attorno e li avesse irrigati”. Giura sul mio genio che lui ha fatto tutto, che la sua cura e la sua attenzione non è venuta meno a niente, ma sono abbastanza vecchie.
Questo non sarebbe successo => periodo ipotetico di III tipo. Genio => testa. Vetulas => vezzeggiativo/diminutivo. Che rimanga tra noi, io le avevo piantate e io avevo visto le prime foglie/la prima fioritura di quelli (i platani). Qui intra nos sit=> congiuntivo esortativo.
[3] Conversus ad ianuam “quis est iste?” inquam “iste decrepitus et merito ad ostium admotus? Foras enim spectat. Unde istunc nanctus es? quid te delectavit alienum mortuum tollere?”
At ille “non cognoscis me?” inquit: “ego sum Felicio, cui solebas sigillaria adferre; ego sum Philositi vilici fiulius, deliciolum tuum”. “Perfecte” inquam “iste delirat: pupulus, etiam delicium meum factus est? Prorsus potest fieri: dentes illi cum maxime cadunt”.
Voltomi verso la porta dico: “E questo chi è? Questo vecchiaccio giustamente messo davanti alla porta? Infatti guarda fuori. Da dove lo hai tirato fuori? Perché ti sei divertito a prendere il morto di qualcun altro e metterlo in casa mia?”. E quello: “Non mi riconosci? Io sono Felicione a cui tu spesso portavi i giocattoli, io sono il figlio del fattore Filosito, il tuo tesoruccio”. “Benissimo” dico, “questo è matto e adesso è diventato la mia bambolina, il mio tesoro? Ma questo può succedere: infatti proprio adesso gli cadono i denti”.
Villico => contadino. I moribondi e i malati si mettevano fuori la porta per informare i soccorritori nella speranza che qualcuno li guarisse. Delicere => uscire dal solco.
[4] Debeo hoc suburbano meo, quod mihi senectus mea quocumque adveteram apparuit. Devo questo alla mia villa di campagna, che la mia vecchiaia mi è apparsa ovunque mi voltassi. Apparuit => appareo => manifestarsi. Filosofia di Seneca tra il manifestarsi e le apparenze (in tutte le cose e le persone ci sono le apparenze, il reale lo scoprono solo tramite la filosofia). => nella lettera 66 parla di Socrate, brutto ma gran filosofo. Adverteram, verto => girare/rivolgersi => per scoprire l'autenticità bisogna guardare le cose dal lato giusto.
Conplectamur illam et amemus; plena <est> voluptatis, si illa scias uti. La vecchiaia abbracciamola e amiamola, è piena di piacere se la saprai sfruttare. Qui finisce la prima parte della lettera. Le parentesi uncinate indicano un'aggiunta. Voluptas/voluptatis => termine chiave per gli epicurei. In latino è un termine connotato negativamente perché indicava il piacere dei sensi non quello intellettuale. Lucrezio nel De Rerum natura lo usa nel 1o verso ed è piacere come sottrazione della sofferenza e questo lo rende negativo. Raramente Seneca lo usa in senso positivo, come in questo testo. Complectamur et amemus => congiuntivi esortativi.
Gratissima sunt poma cum fugiunt; pueritiae maximus in exitu decor est; deditos vino potio extrema delectat, illa quae mergit, quae ebrietati summam manum imponit; Sono particolarmente piacevoli i frutti quando la stagione sta finendo. La maggior grazia della fanciullezza è alla sua fine. Gli alcolizzati li inebria l'ultimo bicchiere, quello che li sommerge, che dà l'ultima mano all'ubriachezza; Alcolizzati => deditus vino => amanti del vino.
[5] Quod in se iucundissimum omnis voluptas habet in finem sui differt. Iuncundissima est aetas devexa iam, non tamen praeceps, et illam quoque in extrema tegula stantem iudico habere suas voluptates; aut hoc ipsum succedit in locum voluptatium, nulli segere. Quam dulce est cupiditates fatigasse ac reliquisse! Ciò che ogni piacere ha in sé di più dilettevole lo lascia alla fine. È piacevolissima l'età che è in bilico ma non ancora cadente, e io ritengo che abbia i suoi piacere anche quella che è sull'estremo limite del tetto/sull'orlo del tetto; oppure al posto dei piaceri viene questo fatto, non aver bisogno di nessun piacere. Quanto è dolce aver stancato ed abbandonato i desideri! Non ancora cadente => Immagine di discesa. Cupidates => sostantivo epicureo. Cupido => desiderio = negativo. Se io desidero qualcosa sono in una condizione di mancanza (il saggio desidera ciò che ha).
[6] “Molestum est” inquis “mortem ante oculos habere” “È spiacevole avere la morte davanti agli occhi” dici. La morte è personificata che guarda da pari a pari. Seneca ricorre a personificazioni per far esprimere il concetto astratto. È un'espressione retorica tipica delle evidentia. Tu dici => riferito a Lucilio, interlocutore fittizio per vivacizzare l'argomentazione inserisce un'obiezione finta: tipico della pratica oratoria. Primum ista tam seni ante oculos debet esse quam iuveni (non enim citamur ex censu); deinde nemo tam senex est ut inprobe unum diem speret. Unus autem dies gradus vitae est. Tota aetas partibus constat et orbes habet cirmunductos maiores minoribus: est aliquis qui omnis conplectatur et cingat (hic pertinet a natali ad diem extremum); est alter qui annos adulescentiae excludit; est qui totam pueritiam ambitu suo adstringit; est deinde per se annus in se omnia continens tempora, quorum multiplicatione vita componitur; mensis artiore praecingitur cirulo; angustissimum habet dies gyrum, sed et hic ab initio ad exitum venit, ad hortu ad occasum.
Innanzitutto questo deve essere davanti agli occhi tanto al vecchio quanto al giovane (infatti non siamo chiamati secondo la nascita -le tavole del censimento-); poi nessuno è tanto vecchio da non poter sperare disonestamente in un giorno in più. Infatti un giorno è un gradino della vita. Tutta la vita è fatta di parti diverse e ha dei cerchi concentrici seguiti attorno i più grandi ai più piccoli; c'è uno che li abbraccia e li cinge tutti (questo va dal giorno della nascita all'ultimo giorno); c'è un secondo cerchio che taglia/distingue gli anni dell'adolescenza, c'è quello che racchiude nella sua area la fanciullezza, c'è infine l’anno che comprende tutti i momenti, della cui moltiplicazione è composta la vita; il mese è costretto da un cerchio più stretto, il giorno dal cerchio più stretto di tutti, ma anche qui si va da un inizio a una fine, da un sorgere a un tramontare. L'ultima frase fa riferimento alla visione ciclica del tempo, secondo gli stoici c'è la possibilità dell'eterno ritorno.
[7] Ideo Heraclitus, cui cognomen fecit orationis obscuritas, “unus”, inquit, “dies par omni est”.
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