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favore del negotium (Catullo). Rivalutazione della sofferenza fisica, che serve a far venire

fuori la grandezza d’animo. Seneca era

stoico ma citava anche Epicuro e sosteneva la cosiddetta “filosofia della pietra”, secondo

la quale per non soffrire bastava non provare sentimenti.

SENECA LUCILIO SUO SALUTEM

Epistulae morales ad Lucilium, libro I, lettera 12

[1] Quocumque me verti, argumenta senectutis meae video.

Ovunque mi giro, trovo prove della mia vecchiaia.

Infatti Seneca inizia a scrivere le lettere intorno ai 60 anni.

Veneram in suburbanum meum et querebar de impensis aedificii dilabentis.

Ero venuto nella mia villa di campagna e mi lamentavo delle spese della casa che andava

in rovina. Dilabentis=dilabor

Ait vilicus mihi non esse neglegentiae suae vitium, omnia se facere, sed villam veterem

esse. Il fattore mi dice che non era colpa della sua

negligenza, che lui faceva tutto, ma che la villa era vecchia.

Ait=Aio, verbo difettivo. Infinitiva, se indica identità di soggetto. Neglegentiae=ne+lego

Haec villa inter manus meas crevit: quid mihi futurum est, si tam putria sunt aetatis meae

saxa? Questa villa è cresciuta nelle mie mani: che

ne sarà di me, se le pietre della mia età sono così marce?

Crevit=cresco

[2] Iratus illi proximam occasionem stomachandi arripio.

Io adirato afferro la prima occasione di arrabbiarmi con lui.

Seneca ammette di essere un padrone odioso e iracondo. Iratus=participio congiunto con

funzione di soggetto. Stomachandi=gerundio, genitivo. Il gerundio è la declinazione

dell’infinito. Stomachor=essere nauseato o arrabbiarsi, regge il dativo. Seneca sceglie

questo verbo perché nella concezione antica la rabbia è connessa con la bile.

‘Apparet’ inquam ‘has platanos neglegi: nullas habent frondes.

‘È evidente’ dico ‘che ho trascurato questi platani: non hanno nessuna foglia.

Infinitiva. Platano=albero che non dà frutti, considerato lussurioso e di poco conto nella

cultura romana.

LATINO – 2^ LEZIONE (3 MARZO)

Seneca ha scritto opere di ogni tipo: tragedie, dialoghi filosofici, trattati di politica e

scienza, ma non ha mai scritto orazioni, anche se era un oratore.

Seneca ha scritto tra le tante cose le lettere che sono l'opera più letta e famosa dell'autore.

Sono tra le poche opere che possiamo datare (62, ritiro di Seneca-65, data di morte),

grazie ai rimandi storici (riferimento all'incendio di Nerone, 63) e naturali riconducibili a

quel periodo (in cui si è già ritirato). Nelle sue opere non fa mai riferimento alla sua vita

privata e alla sua vita politica con il suo pensiero in merito. Tranne nel De vita beata e nel

De Clementia nei quali parla del principe ideale. Gli unici riferimenti storici sono degli anni

repubblicani, 70 anni prima. Nessuno leggendo le sue opere saprebbe che sono state

scritte da un uomo politico. Un altro riferimento grazie al quale possiamo datare è la morte

del suo amico Sereno (63). Spesso il suicidio è quasi esclusivamente considerato suicidio

politico.

Le lettere sono indirizzate a Lucilio, di cui sappiamo poco e solo grazie a Seneca, che

aveva fatto una carriera di secondo ordine. Era di dieci anni più giovane, procuratore in

Sicilia ed era interessato alla poesia e all'epicureismo. A Lucilio dedicò anche il De

Providentia e le Naturales quaestiones, un trattato sulle questioni metereologiche. Non

avendo altre testimonianze di Lucilio, non possiamo appurare la veridicità. Considera

Lucilio personaggio, prima che persona, tanto che affermerà che diventerà famoso grazie

a lui e alle sue lettere. Non si sa, pertanto, quanto sia vero questo scambio epistolare o sia

pura invenzione e chiaramente pensato per un pubblico. Gli studiosi più intelligenti hanno

pensato a modelli filosofici, come le lettere di Epicuro che sono in buona parte fittizie

(rielaborate). L'incendio di Roma sarà stato evidentemente censurato da queste lettere. Si

chiedono anche se siano posti in ordine cronologico o se l'ordine sia da imputare ad altri

canoni.

Lucilio è probabilmente esistito ma riadattato secondo la sua persona (Seneca) a partire

dal nome (lo stesso di Seneca) con il cognome Junior, difatti ha dieci anni in meno, ed è

una sorta di proiezione di se stesso. La complessità filosofica e tematica va in crescendo

lettera dopo lettera. Sono 124 lettere a noi pervenute (ma sono di più, ad esempio Gellio,

II sec, cita frasi appartenute al 22' libro di lettere, il che vuol dire che ce n'erano di più e

che esisteva già all'epoca la divisione in libri) quindi c'è un inizio ma non una fine e tutti i

tentativi di trovare un filo rosso conduttore sono evidentemente falliti. Essendo tante

vennero divise in due per motivi pratici, come tutte le grandi opere: 1-88, 89-124. Sono

presenti dei nuclei internamente che hanno una loro unità tematica (esempio lettera 53 e

57). La struttura di una lettera è tripartita: nella prima Seneca racconta un aneddoto

riguardante se stesso o fa riferimento a un qualcosa detto da Lucilio nella precedente

lettera in 1° o 2° persona. La seconda parte è argomentativa e privilegia la terza persona

singolare. Nella terza parte è parenetica, ossia di esortazione ed è una parte che utilizza

imperativi e congiuntivi esortativi in seconda persona. Le lettere di Seneca sono scritte per

essere lette e non intuitive. Alla fine della lettera è chiaro il concetto, vanno lette più volte

per capire.

EPISTOLAE MORALES => chi le ha copiate le considera lettere filosofiche.

Nella 12esima lettera cita Didone e Seneca è l'unico a citarla e la cita 3 volte, in 3 opere e

contesti diversi; questa è l'ultima citazione quindi la visione definitiva del personaggio per

Seneca. La 12esima lettera risulta essere la prima dedicata a Virgilio, finisce con una

citazione di Epicuro; non ha una vera e propria introduzione e Seneca inizia sempre in

medias res per spiazzare il lettore.

“Apparet” inquam “has platanos neglegi: nullas habent frondes. Quam nodosi sunt et

retorridi rami, quam tristes et squallidi trunci! Hoc non accideret si quis has

cirmunfoderet, si irrigaret”. Iurat per genium meum se omnia facere, in nulla re cessare

curam suam, sed illas vetulas esse. Quod intra nos sit, ergo illas posueram, ego illarum

primum videram folium.

“È chiaro” dico “che questi platani sono trascurati: non hanno foglie. Quanto sono nodosi e

ritorti i rami, e quanto sono tristi e squallidi/opachi i tronchi! Questo non sarebbe successo

se qualcuno avesse scavato attorno e li avesse irrigati”. Giura sul mio genio che lui ha

fatto tutto, che la sua cura e la sua attenzione non è venuta meno a niente, ma sono

abbastanza vecchie.

Questo non sarebbe successo => periodo ipotetico di III tipo

Genio => testa

Vetulas => vezzeggiativo/diminutivo

Che rimanga tra noi, io le avevo piantate e io avevo visto le prime foglie/la prima fioritura di

quelli (i platani).

Qui intra nos sit=> congiuntivo esortativo

3. Conversus ad ianuam “quis est iste?” inquam “iste decrepitus et merito ad ostium

admotus? Foras enim spectat. Unde istunc nanctus es? quid te delectavit alienum

mortuum tollere?” At ille “non cognoscis me?” inquit: “ego sum Felicio, cui solebas

sigillaria adferre; ego sum Philositi vilici fiulius, deliciolum tuum”. “Perfecte” inquam “iste

delirat: pupulus, etiam delicium meum factus est? Prorsus potest fieri: dentes illi cum

maxime cadunt”

Voltomi verso la porta dico: “E questo chi è? Questo vecchiaccio giustamente messo

davanti alla porta? Infatti guarda fuori. Da dove lo hai tirato fuori? Perché ti sei divertito a

prendere il morto di qualcun altro e metterlo in casa mia?”. E quello: “Non mi riconosci? Io

sono Felicione a cui tu spesso portavi i giocattoli, io sono il figlio del fattore Filosito, il tuo

tesoruccio”. “Benissimo” dico, “questo è matto e adesso è diventato la mia bambolina, il

mio tesoro? Ma questo può succedere: infatti proprio adesso gli cadono i denti”.

Villico => contadino

I moribondi e i malati si mettevano fuori la porta per informare i soccorritori nella speranza

che qualcuno li guarisse.

Delicere => uscire dal solco

4. Debeo hoc suburbano meo, quod mihi senectus mea quocumque adveteram apparuit.

Devo questo alla mia villa di campagna, che la mia vecchiaia mi è apparsa ovunque mi

voltassi.

Apparuit => appareo => manifestarsi. Filosofia di Seneca tra il manifestarsi e le apparenze

(in tutte le cose e le persone ci sono le apparenze, il reale lo scoprono solo tramite la

filosofia). => nella lettera 66 parla di Socrate, brutto ma gran filosofo.

Adverteram, verto => girare/rivolgersi => per scoprire l'autenticità bisogna guardare le

cose dal lato giusto.

Conplectamur illam et amemus; plena <est> voluptatis, si illa scias uti.

La vecchiaia abbracciamola e amiamola, è piena di piacere se la saprai sfruttare.

Qui finisce la prima parte della lettera.

Le parentesi uncinate indicano un'aggiunta.

Voluptas/voluptatis => termine chiave per gli epicurei. In latino è un termine connotato

negativamente perché indicava il piacere dei sensi non quello intellettuale. Lucrezio nel

De Rerum natura lo usa nel 1° verso ed è piacere come sottrazione della sofferenza e

questo lo rende negativo. Raramente Seneca lo usa in senso positivo, come in questo

testo.

Complectamur et amemus => congiuntivi esortativi

Gratissima sunt poma cum fugiunt; pueritiae maximus in exitu decor est; deditos vino

potio extrema delectat, illa quae mergit, quae ebrietati summam manum imponit;

Sono particolarmente piacevoli i frutti quando la stagione sta finendo. La maggior grazia

della fanciullezza è alla sua fine. Gli alcolizzati li inebria l'ultimo bicchiere, quello che li

sommerge, che dà l'ultima mano all'ubriachezza;

Alcolizzati => deditus vino => amanti del vino

5. Quod in se iucundissimum omnis voluptas habet in finem sui differt. Iuncundissima est

aetas devexa iam, non tamen praeceps, et illam quoque in extrema tegula stantem

iudico habere suas voluptates; aut hoc ipsum succedit in locum voluptatium, nullis

egere. Quam dulce est cupiditates fatigasse ac reliquisse!

Ciò che ogni piacere ha in sé di più dilettevole lo lascia alla fine. È piacevolissima l'età che

è in bilico ma non ancora cadente, e io ritengo che abbia i suoi piacere anche quella che è

sull'estremo limite del tetto/sull'orlo del tetto; oppure al posto dei piaceri viene questo fatto,

non aver bisogno di nessun piacere. Quanto è dolce aver stancato ed abbandonato i

desideri!

Non ancora cadente => Immagine di discesa

Cupidates => sostantivo epicureo. Cupido => desiderio = negativo. Se io desidero

qualcosa sono in una condizione di mancanza (il saggio desidera ciò che ha).

6. “Molestum est” inquis “mortem ante oculos habere”

“È spiacevole avere la morte davanti agli occhi” dici.

La morte è personificata che guarda da pari a pari. Seneca ricorre a personificazioni per

far esprimere il concetto astratto. È un'espressione retorica tipica delle evidentia.

Tu dici => riferito a Lucilio, interlocutore fittizio per vivacizzare l'argomentazione inserisce

un'obiezione finta: tipico della pratica oratoria.

Primum ista tam seni ante oculos debet esse quam iuveni (non enim citamur ex censu);

deinde nemo tam senex est ut inprobe unum diem speret. Unus autem dies gradus vitae

est. Tota aetas partibus constat et orbes habet cirmunductos maiores minoribus: est

aliquis qui omnis conplectatur et cingat (hic pertinet a natali ad diem extremum); est

alter qui annos adulescentiae excludit; est qui totam pueritiam ambitu suo adstringit; est

deinde per se annus in se omnia continens tempora, quorum multiplicatione vita

componitur; mensis artiore praecingitur cirulo; angustissimum habet dies gyrum, sed et

hic ab initio ad exitum venit, ad hortu ad occasum.

Innanzitutto questo deve essere davanti agli occhi tanto al vecchio quanto al giovane

(infatti non siamo chiamati secondo la nascita -le tavole del censimento-); poi nessuno è

tanto vecchio da non poter sperare disonestamente in un giorno in più. Infatti un giorno è

un gradino della vita. Tutta la vita è fatta di parti diverse e ha dei cerchi concentrici seguiti

attorno i più grandi ai più piccoli; c'è uno che li abbraccia e li cinge tutti (questo va dal

giorno della nascita all'ultimo giorno);C'è un secondo cerchio de taglia/distingue gli anni

dell'adolescenza, c'è quello che racchiude nella sua area la fanciullezza, c'è infine l’anno

che comprende tutti i momenti, della cui moltiplicazione è composta la vita; il mese è

costretto da un cerchio più stretto, il giorno dal cerchio più stretto di tutti, ma anche qui si

va da un inizio a una fine, da un sorgere a un tramontare.

L'ultima frase fa riferimento alla visione ciclica del tempo, secondo gli stoici c'è la

possibilità dell'eterno ritorno.

7. Ideo Heraclitus, cui cognomen fecit orationis obscuritas, “unus”, inquit, “dies par omni

est”. Hoc alius aliter excepit. Dixit enim *** parem esse horis, nec mentitur; nam si dies

est tempus viginti et quattuor horarum, necesse est omnes inter se dies pares esse, quia

nox habet quod dies perdidit. Alius ait parem esse unim diem omnibus similitudine; nihil

enim habet longissimi temporis spatium quod non et in uno die invenias, lucem et

noctem, et in alternas mundi vices plura facit ista, non <alia> *** alias contractior, alias

productior.

Quindi Eraclito, a cui il soprannome viene dato dall'oscurità dell’orazione (che per il suo

stile ebbe il soprannome di “oscuro”), dice “un giorno è uguale a tutti gli altri'. Questa cosa

ciascuno la interpreta diversamente. Disse infatti che sono pari le ore e non ha torto, infatti

se il giorno è un tempo di 24ore, è necessario che tutti i giorni siano uguali perché la notte

ha ciò che il giorno ha perduto. Un altro dice che ogni giorno è pari a tutti per analogia,

infatti ha uno spazio di tempo lunghissimo, non ha nulla che non troverai anche in un solo

giorno: la luce, la notte, e nelle alterne vicende dell'universo (la notte) ora più breve, ora

più lunga, queste cose le genera in gran numero.

A seconda della stagione, se il giorno si accorcia la notte è più lunga

8. Itaque sic ordinandus est dies omnis tamquam cogat agmen et consummet atque

expleat vitam.

Dunque ogni giorno è da organizzare come se si servino i ranghi e la vita si consumi e

finisca.

Inizia la terza parte.

Servino i ranghi => lessico militare

Si consumi e finisca => verbi di esaurimento

Dunque ogni giorno andrebbe vissuto come se fosse l'ultimo.

Pacuvius, qui Syriam usu suam fecit, cum vino et illis funebribus epulis sibi parentaverat,

sic in cubiculum ferebatur a cena ut inter plausus exoletorum hoc ad symphoniam

caneretur: “bebiotai, bebiotai”.

Pacuvio, che fece della Siria ciò che voleva (che col dimorarvi a lungo, fece quasi sua la

Siria), si faceva il funerale con il vino e i banchetti funebri. Era portato dalla camera da

letto a quella da pranzo in modo che tra il plauso degli effeminati si cantava 'è vissuto, è

vissuto'.

è un esempio => Seneca li utilizza nelle versioni più nobili, a volte come esempi negativi.

In questo caso Pacuvio, governatore della Siria che aveva sfruttato e usato a suo uso e

consumo.

9. Nullo non se die extulit. Hoc quod ille ex mala conscientia faciebat nos ex bona

faciamus, et in somnum ituri laeti hilaresque dicamus, “vixi et quem dederat cursum

fortuna peregi ”.

Non c'è un giorno che non si facesse portare fuori (si facesse il funerale). Ciò che lui

faceva per cattiva coscienza noi facciamo per la buona, e quando stiamo per

addormentarci, lieti e gioiosi diciamo “ho vissuto e ho percorso fino in fondo il cammino

che mi ha dato la sorte”.

L'ultima frase sono le ultime parole di Didone, regina di Cartagine, innamorata di Enea, lo

straniero sbagliato che decide di andarsene. Lei lo maledirà e i suoi discendenti per due

generazioni e si butterà sulla spada di lui. Didone è emblema della follia amorosa. Seneca

sistematizza la frase di Didone. La sorte è un fatto epicureo, per gli stoici la fortuna è il fato

visto dagli uomini comuni, non in grado di comprendere la realtà, dunque esiste solo il

destino, gli stolti non possono però comprendere il grande destino.

Crastinum si adiecerit deus, laeti recipiamus.

Se il Dio avrà aggiunto un domani, noi accettiamo felici

LATINO – 3^ LEZIONE (9 MARZO)

Nella frase in cui cita Didone, c’è il verbo PERAGO=per+ago. È un verbo molto raro ed è

rara l’accezione in cui lo usa Seneca (percorrere fino in fondo). VITA PERACTA=vita

vissuta fino in fondo.

Crastinum si adiecerit deus, laeti recipiamus.

Se il dio avrà aggiunto un domani, noi accettiamolo felici.

LAETUS= attributo che esprime la felicità del saggio. Ha la stessa radice di LAETAMEN

(letame per fertilizzare). Quindi laetus priva di significare felice, stava per “fertile”. In

questo caso, il termine sta ad indicare “rigoglio intellettuale”. ADIECERIT=futuro perfetto

Ille beatissimus est et securus sui possessor qui crastinum sine sollicitudine exspectat;

E’ felicissimo e sicuro padrone di sé colui che aspetta il domani senza angoscia.

Sollecitudine non ha lo stesso significato dell’italiano, ma vuol dire “angoscia”.

quisquis dixit ‘vixi’ cotidie ad lucrum surgit.

chiunque ha detto “ho vissuto” ogni giorno torna a suo guadagno.

Ad lucrum surgit= espressione del linguaggio economico. Seneca trae metafore

dall’ambito economico perché è più materiale e pratico, in modo tale da poter trasformare

il tempo in qualcosa di materiale e non astratto. De Brevitate Vitae.

[10] Sed iam debeo epistulam includere. ‘Sic’ inquis ‘sine ullo ad me peculio veniet?’

Noli timere: aliquid secum fert.

Ma ormai devo arrotolare la lettera. “Così, dici, verrà a me senza nessun guadagno?” Non

temere: qualcosa porta con sé.

Le prime 3 lettere a Lucilio, Seneca le conclude con una massima di Epicuro, anche se

era stoico. Questo perché in ogni caso lo considerava un grande maestro.

Quare aliquid dixi? Multum.

Perché ho detto qualcosa? Molto.

Quid enim hac voce praeclarius quam illi trado ad te perferendam?

Infatti cosa c’è di più illustre di questa voce che affido a lei per portare a te?

Verbo essere sottinteso. ILLI=abl. riferito alla lettera. AD PERFERENDAM= gerundivo con

valore finale. HAC VOCE=abl.di paragone.

‘Malum est in necessitate vivere, sed in necessitate vivere necessitas nulla est.’

"È male vivere nella necessità, ma di vivere nella necessità non c'è nessuna necessità."

Questa frase è un poliptoto. Seneca qui legittima il suicidio come unica via d’uscita in

alcune situazioni.

Quidni nulla sit? Patent undique ad libertatem viae multae, breves faciles.

E perché non ce n’è nessuna? Sono aperte dappertutto molte vie verso la libertà, brevi e

rapide. Sit=congiuntivo dubitativo. Le vie verso la libertà di cui parla Seneca, sono i diversi

modi di suicidarsi.

Agamus deo gratias quod nemo in vita teneri potest: calcare ipsas necessitates licet.

Ringraziamo dio per il fatto che nessuno può essere tenuto in vita: è lecito calpestare le

stesse necessità.

AGAMUS=congiuntivo esortativo.

‘Epicurus’ inquis ‘dixit: quid tibi cum alieno?’

“Epicuro, dici, l’ha detto: che hai a che fare con un estraneo?

QUID TIBI=espressione del linguaggio colloquiale, sottintende il verbo EST. QUID TIBI

CUM ALIENO è una frase della “Pro Caelio” di Cicerone, con la quale l’oratore se la

prende con Clodia (donna dai facili costumi). Fa finta che sia resuscitato il suo trisnonno

Appio Claudio, che a proposito del suo ultimo amante le dice: che hai a che fare con un

estraneo?

Quod verum est meum est; perseverabo Epicurum tibi ingerere, ut isti qui in verba

iurant nec quid dicatur aestimant, sed a quo, sciant quae optima sunt esse communia.

Vale.

Ciò che è vero è mio; io mi intestardirò a propinarti Epicuro, affinché questi che giurano

sulle parole e non danno importanza a caso viene detto, ma da chi, sappiano che le cose

che sono migliori sono in comune. Stammi bene.

ISTI= dispreggiativo.

Seneca è l’unico a citare il verso di Didone di Virgilio e lo fa ben 3 volte, in 3 opere

diverse, in 3 epoche diverse e in 3 contesti diversi. La prima ricorrenza in ordine

cronologico e quella del DE VITA BEATA. Il “De Vita Beata” è un’opera in un unico libro

sulla felicità (beatus=felice). Consiste in una lunga replica a critiche che Seneca aveva

ricevuto. Egli era diventato precettore di Nerone ed era il più ricco dell’Impero, ma allo

stesso tempo continuava a predicare la sobrietà, le virtù… Proprio per questo fu

ampiamente criticato.

DE VITA BEATA-18

"Aliter" inquis "loqueris, aliter vivis."

“Parli in un modo, dici, vivi in un altro”.

Qui è presente un interlocutore fittizio a cui a volte si rivolge con il singolare, altre con il

plurale.

Hoc, malignissima capita et optimo cuique inimicissima, Platoni obiectum est, obiectum

Epicuro, obiectum Zenoni;

Questa cosa, accuse velenosissime e odiosissime per chiunque sia eccellente, è stata

obiettata a Platone, obiettata a Epicuro, obiettata a Zenone;

Seneca citando questi nomi, ripercorre la storia della filosofia.

omnes enim isti dicebant non quemadmodum ipsi viverent, sed quemadmodum esset

[et] ipsis vivendum.

infatti tutti questi dicevano non in che modo essi vivessero, ma in che modo essi

dovessero vivere.

Perifrastica passiva

De virtute, non de me loquor, et cum vitiis convicium facio, in primis meis facio: cum

potuero, vivam, quomodo oportet.

Io parlo della virtù, non di me, e quando litigo con i vizi, prima di tutto lo faccio con i miei:

quando potrò, vivrò, nel modo opportuno.

Nec malignitas me ista multo veneno tincta deterrebit ab optimis;

Né questa malvagità imbevuta di molto veleno mi distoglierà dai migliori;

VENENO= la cultura romana era molto superstiziosa. La malvagità, la maldicenza e le

critiche erano come un veleno, perché si diffondono e contagiano tutti.

ne virus quidem istud, quo alios spargitis, quo vos necatis, me inpediet, quominus

perseverem laudare vitam non, quam ago, sed quam agendam scio, quominus virtutem

adorem et ex intervallo ingenti reptabundus sequar.

nemmeno questo veleno, con il quale contagiate gli altri, con il quale vi uccidete, mi

impedirà, di perseverare a lodare non la vita, che conduco, ma quella che so che dovrei

condurre, a onorare la virtù e di seguirla da una distanza enorme strisciando.

REPTABUNDUS= termine riferito allo strisciare dei serpenti, simbolo del male e del

veleno. L’unica eccezione è il riferimento allo strisciare dei bambini.

Expectabo scilicet, ut quicquam malivolentiae inviolatum sit, cui sacer nec Rutilius fuit

nec Cato?

Dovrei aspettarmi, che qualcosa rimanga immune alle malvagità, a cui non restarono sacri

né Rutilio né Catone?

SACER= importanza del campo semantico della religiosità, perché lui venera la virtù come

una dea. Il Catone di cui parla è l’Uticense, perché si uccise a Utica nel 46 per non cadere

nelle mani di Cesare. Catone diventa un simbolo, anche Cicerone in un saggio lo consacra

come un mito del salvataggio dello Stato. Dante lo mette a fare il custode del purgatorio

nonostante fosse suicida, proprio perché era morto per il bene della patria. Anche Foscolo

nelle “Ultime lettere di Jacopo Ortis” fa uccidere Jacopo per le stesse ragioni politiche.

Rutilio era un pompeiano che finì in esilio e si rifiutò di tornare e approfittare della

clemenza di Cesare. Altri pompeiani come Cicerone, invece, avevano approfittato della

clemenza per tornare a Roma

Curet aliquis, an istis nimis dives videatur, quibus Demetrius Cynicus parum pauper est?

Qualcuno si dovrebbe preoccupare, di sembrare troppo ricco a questi, per i quali Demetrio

Cinico è poco povero?

Il cinismo era una scuola filosofica minore. I cinici predicavano una radicale libertà di

parola e una vita di assoluta sobrietà. Demetrio Cinico era un filosofo che Seneca

ammirava molto.

Virum acerrimum et contra omnia naturae desideria pugnantem, hoc pauperiorem quam

ceteros Cynicos quod, cum sibi interdixerit habere, interdixit et poscere, negant satis

egere.

Dicono che quest'uomo ostinato che combatteva contro ogni esigenza della natura, e

tanto più povero degli altri cinici, poiché essendosi vietato di possedere, si vietò anche di

chiedere.

Vides enim: non virtutis scientiam sed egestatis professus est.

Infatti vedi: non professò la fede della virtù ma della povertà.

[19] Diodorum, Epicureum philosophum, qui intra paucos dies finem vitae suae manu sua

inposuit, negant ex decreto Epicuri fecisse, quod sibi gulam praesecuit:

Negano che Diodoro, filosofo epicureo, che pochi giorni fa ha posto fine alla sua vita per

mano sua, l’abbia fatto secondo le leggi di Epicuro, poiché si è tagliato la gola:

PRAESECARE= verbo particolarmente descrittivo che indica il tagliarsi la gola con la

spada.

alii dementiam videri volunt factum hoc eius, alii temeritatem.

alcuni vogliono vedere questo suo fatto follia, altri azzardo.

Secondo la filosofia di Epicuro non era cosa buona suicidarsi tagliandosi la gola, cosa

molto cruenta e poco raffinata. DEMENTIAM e TEMERITATEM sono l’opposto della

concezione del saggio. Nella lettera 70 in cui elenca i diversi tipi di suicidio, definisce

indecoroso il suicidio cruento. È proprio qui che si innesca il ricordo di Didone che muore

con la spada di Enea gettandosi volontariamente su di essa.

LATINO – 4^ LEZIONE (10 MARZO)

DE VITA BEATA è un dialogo con cui Seneca si difende dalle accuse.

Seneca alla fine delle prime tre lettere dice sempre: “Adesso io pago il mio debito con te e

quindi ti affido questa sentenza” che è una sentenza di Epicuro, filosofo della scuola

opposta di quella di Seneca. Nella lettera 12 lui dice: “I grandi (principi di filosofia) vanno

bene per tutti”. Non si capisce perché Seneca dica che debba pagare il debito con Lucilio,

si presume che quest'ultimo debba avergli fatto qualche favore di tipo intellettuale, ma non

ci dà altri elementi. È strano anche perché Lucilio dovrebbe essere l'allievo e Seneca il

maestro.

Diodoro è un filosofo epicureo e ne troviamo testimonianza solo qua. Non è un filosofo

famoso e per sapere che si parla di lui si usa il Pauly Wissowa (o anche chiamato RE),

uno strumento tedesco che, in ordine alfabetico, dà una sintesi di tutte le notizie

storiografiche relative a un personaggio e ai concetti. Diodoro si era tagliato la gola e non

l'aveva fatto secondo l'insegnamento di Epicuro: è una modalità di suicidio poco decorosa

rispetto a quelle più tradizionali di tagliarsi le vene o ingerire veleno che sono tipiche del

nobile.

alii dementiam videri volunt factum hoc eius, alii temeritatem.

Alcuni vollero vedere follia ma altri azzardo.

Dementiam e temeritatem sono l'opposto della concezione del saggio. De – mentias = non

ha raziocinio. È anche una condizione che lo accomuna a Didone perché lei viene definita

come una folle in preda dell'amore. Questi due elementi, il suicidio di spada e la

valutazione come atto folle innescano in Seneca la memoria di Virginio e quindi lo cita.

Ille interim beatus ac plenus bona conscientia reddidit sibi testimonium vita excedens

laudavitque aetatis in portu et ad ancoram actae quetem et dixit quod vos inviti audistis,

quasi vobis quoque faciendum sit: vixi et quem dederat cursum fortuna peregi.

Ma lui sereno e pieno di coscienza (soddisfatto della sua buona fede) rese a se stesso

testimonianza uscendo dalla vita e elogiò la quiete dell'età condotta in porto e all'ancora e

disse ciò che voi ascoltate malvolentieri come se doveste farlo anche voi: ho vissuto e ho

percorso fino in fondo il cammino che mi ha dato la sorte.

Beatus e plenus sono due condizioni del saggio: beatus è la condizione di serenità, plenus

rimanda a una metaforica idea di abbandonare la vita come se fosse un banchetto, quindi

sazi. Si utilizza quest'immagine perché una persona che ha mangiato abbastanza non ne

vuole più, non si hanno più desideri. Ogni giorno noi dovremmo viverlo come se fossimo in

questa condizione. Questa concezione deriva da Lucrezio, il terzo libro del De Rerum

Natura e ricorre molto sia nelle lettere di Seneca che in Orazio, perché la prima satira del I

libro è incentrata sul concetto di “è sufficiente” nel senso “io ho mangiato abbastanza”.

C'è una perifrastica passiva.

De alterius vita, de alterius morte disputatis et ad nomen magnorum ob aliquam eximiam

laudem virorum, sicut ad occursum ignotorum hominum minuti canes, latratis;

Disputate voi (scambiate pareri) sulla vita e sulla morte degli altri e abbaiate/latrate verso il

nome dei grandi per qualche eccezionale lode degli uomini come i piccoli cani quando

arriva uno sconosciuto;

Seneca usa spesso l'immagine dei cani piccoli che abbaiano senza motivo; i cani grandi,

invece, non abbaiano perché sanno distinguere il vero motivo per arrabbiarsi. I cani piccoli

rappresentano l'immagine di chi precipita in una passione sbaglio, che sia l'ira o l'invidia: è

l'immagine dello stolto. Questo perché secondo la psicologia stoica le passioni funzionano

così: se succede qualcosa, quel qualcosa mi dà l'impulso ad una passione e io

stoltamente acconsento a questo impulso => esempio del cane piccolo che vede uno

sconosciuto e ha l'impulso della paura, cede così all'impulso di abbaiare. Questo è il

meccanismo della funzione. Il saggio riconosce questo impulso, lo ridimensiona e quindi

non si arrabbia => come i grandi cani. Evitare di rispondere al primo stimolo della passione

è il miglior modo per stroncarla secondo gli stoici.

expedit enim vobis neminem videri bonum, quasi aliena virtus exprobratio delictorum

(omnium) sit.

Infatti vi risulta che nessuno sembri buono, come se la virtù degli altri fosse una critica di

ogni delitto.

Le due crocette indicano che i critici hanno perso le speranze di dare senso a questo

passo (si chiama croce della disperazione). L'apparato sotto al testo è l'apparato critico =>

nota 24: exprobratio sta in due manoscritti R2 e V2 (il 2 indica la seconda mano, cioè sul

manoscritto ci sono appunti o correzioni di altri che hanno letto il libro più avanti). Omega (

he rappresenta tutti i codici che abbiamo noi) riporta exprobatio che non esiste in latino.

La seconda edizione di Erasmo corregge omnium in vestrorum; Kronenberg in suorum;

Bourgery in vestrum omnium.

Invidi splendida cum sordibus vestris confertis nec intellegitis quanto id vestro

detrimento audeatis.

Malevoli comparate le cose splendide con le vostre sozzure e non capite quanto voi usiate

ciò a vostro danno.

Seneca si sta riferendo ai problemi politici facendo un trattato filosofico. Invidi si riferisce al

malocchio => La maldicenza era una cosa pericolosissima perché quando uno scredita

qualcun altro a corte vuol dire che la vita di questa persona è segnata, perché l'imperatore

può farla uccidere o esiliare se crede a ciò che gli viene detto.

Nam si illi qui virtutem sequuntur avari libidinosi ambitiosique sunt, quid vos estis quibus

ipsum nomen virtutis odio est?

Infatti se quelli che seguono la virtù sono avidi e anche ambiziosi, cosa siete voi che avete

in odio il nome stesso della virtù?

Seneca fa delle pericolose ammissioni perché ammette di avere i 3 vizi capitali qui, mentre

altrove aveva affermato che lui segue la virtù.

Avarus no avaro, ma avido di ricchezza, vuole accumularla. Spesso gli avari sono i

lussuriosi, amano esibire il lusso. Nella cultura romana era quasi ammirato un padre di

famiglia parsimonioso che metteva via i soldi, mentre veniva visto negativamente colui che

esibiva le sue ricchezze => questo presupposto culturale presente in molte religioni e

tutt'ora ha molti riscontri. Il ricco esibizionista è problematico perché crea discordia, invidia

sociale; il ricco sobrio si integra meglio.

Libidine non era un vizio in sé, ma una debolezza che si tendeva a scusare salvo che non

mettesse a repentaglio il buon nome della famiglia.

Seneca quando ha scritto questo testo era già stato esiliato con l'accusa di adulterio con

una signora della famiglia imperiale. Seneca termina il De Vita Beata con la difesa ultima:

“è altrettanto saggio usare i vasi d'argento come se fossero di terracotta che usare quelli

di terracotta come fossero d'argento”.

Negatis quemquam praestare quae loquitur nec ad exemplar orationis suae vivere: quid

mirum, cum loquantur fortia ingentia, omnis humanas tempestates evadentia?

Voi negate che alcuno tenga fede a quello che dice e che viva secondo il modello dei suoi

discorsi: cosa c'è da stupirsi dal momento che si parla di cose grandiose e che sfuggono

ogni disgrazia umana?

Classica obiezione che Seneca ripete spesso => parli in un modo e vivi in un altro modo.

Tempestates vorrebbe dire avvenimento, sarebbe una modalità meteorologica della vita:

ha senso neutro, ma in età imperiale questo termine scivola verso il negativo.

Cum refigere se crucibus conentur – in quas unusquisque vestrum clauos suos ipse

adigit – ad supplicium tamen acti stipitibus singulis pendent: hi qui in se ipsi animum

advertunt quot cupiditatibus tot crucibus distrabuntur. At maledici, in alienam

contumeliam venusti sunt. Crederem illis hoc vacare, nisi quidam ex patibulo suo

spectatores conspuerent.

Mentre provano a liberarsi dalle croci nelle quali ciascuno di voi ha messo i suoi chiodi –

tuttavia condotti al supplizio pendono dalla singola trave: questi che rivolgono l'animo a se

stessi si svincolano da tante croci quanti sono i piaceri. Ma i malevoli sono raffinati

nell'insultare gli altri. Crederei che per quelli ciò sia un hobby, se qualcuno non avesse

sputato sugli spettatori dal suo patibolo.

Il supplizio della croce era il supplizio degli schiavi o degli stranieri => il supplizio è la fame

Seneca dice che queste persone vivono per la contumeliam che era l'ingiuria, diversa

dalla iniura che vuol dire offesa giuridicamente perseguibile. Questi anche quando sono

stati condannati a morte non hanno mai smesso di spargere veleno contro chi li stava

guardando. È noto che quando un imperatore condannava a morte qualcuno, questo nella

disperazione del momento cercava di salvarsi tirando dentro altre possibili. Lucano, per

esempio, quando ricevette l'ordine di uccidersi, cercò di salvarsi accusando sua madre.

Vacare => significa avere tempo libero. Il concetto di vacanza per i romanzi è l'assenza di

occupazione, vacanza è il vuoto.

DE BENEFICIIS

È un trattato sui benefici in sette libri e discute le modalità del prestito tra amici. Su questo

tema si fondavano tutte le amicizie politiche del genere: per esempio, per fare una

campagna militare i romanzi chiedevano aiuto agli amici che finanziavano e chiedevano

poi indietro un torna conto. Non sappiamo nulla della cronologia, è sicuramente posteriore

al De Vita Beata.

[XVII] 1. Deficiet dies enumerantem ingratos usque in ultima patriae exitia.

Non basterebbe un giorno per elencare gli ingrati fino alla estrema rovina della patria.

Il soggetto è dies, il verbo è deficiet (non basterebbe) a chi? Agli enumeratantem,

participio presente.

Seneca qui sta parlando di ingratitudine.

Aeque immensum erit, si percurrere coepero, ipsa res p. quam ingrata in optimos ac

devotissimos sibi fuerit

Altrettanto non meno smisurato sarà se comincerò ad elencare quanto lo stesso Stato sia

stato ingrato contro i migliori e i più devoti a sé

Prima Seneca ha parlato di personaggi ingrati verso la patria, come Marcantonio e Clodio;

qua dice che anche la patria è stata ingrata verso i devoti, li ha traditi non ricambiando il

beneficio.

quamque non minus saepe peccaverit, quam in ipsam peccatum est.

e quanto si è resa colpevole non meno spesso di quanto ci si sia resi colpevoli contro di

lei.

Il primo e secondo quam dipendono da percurrere, sono avverbi non pronomi.

Il terzo quam è il secondo termine di paragone, non meno di.

Peccaverit => non si traduce con peccare che era un concetto cristiano (e Seneca è un

pagano) e si traduce con essere colpevoli, sbagliare.

2. Camillum in exilium misit, Scipionem dimisit; exulavit post Catilinam Cicero, diruti

eius penates, bona direpta, factum quidquid victor Catilina fecisset;

Ha mandato (sottinteso il soggetto la patria) in esilio Camillo, ha abbandonato (sottinteso

in esilio) Scipione; dopo Catilina ha mandato in esilio Cicerone, distrutta la sua casa,

espropriati i suoi beni essendo stata fatta qualunque cosa avrebbe fatto Catilina da

vincitore;

Scipione fu accusato da Catone il censore di essersi appropriato di denaro pubblico e

disgustato se ne andò in esilio volontario, dopo aver fatto la classica orazione. L'esilio di

Scipione è un tema ricorrente in Seneca che dà molte interpretazioni => esempio di come

può girare la fortuna di un uomo.

Qui si trova l'unica consolazione, l'unica ammirazione per Cicerone che tutti i suoi posteri

considerano un ribelle e un voltafaccia. Nel 63 ci sono le famose catilinarie e Catilina

fugge in esilio volontario e dopo muove guerra contro il suo stesso stato e viene sconfitto

dall'esercito consolare e i catilinari vengono uccisi. Qualche anno dopo, nel 58, Clodio,

nemico politico di Cicerone, riesce a esiliarlo accusandolo di aver giustiziato dei cittadini

romani senza concedere l'appello alla patria, senza processo. Sallustio ci racconta la

seduta in senato quando erano stato condannato i catilinari e Cicerone non aveva avuto

ruolo di istigatore, ma era stato Catone l'uticense a insistere per la condanna; però

Cicerone in quanto console era stato responsabile. Cesare aveva detto di non commettere

questa azione perché andavano contro la legge.

Rutilius innocentiae pretium tulit in Asia latere, Catoni populus Romanus preaturam

negavit, consulatum pernegavit.

Rutilio come ricompensa della sua onestà ottenne di nascondersi in Asia, a Catone il

popolo romano negò la pretura, continuò a negargli il consolato.

3. Ingrati publice sumus. Se quisque interroget: nemo non aliquem queritur, nisi

querendum est de omnibus: omnes ergo ingrati sunt. Ingrati sunt tantum? Et cupidi

omnes et maligni omnes et timidi omnes, illi in primis, qui videntur audaces; adiice: et

ambitiosi omnes sunt et impii omnes. Sed non est quod irascaris; ignosce illis, omnes

insaniunt.

Siamo tutti indistintamente ingrati. Ognuno interroghi se stesso: non sarebbe possibile

alcuna lamentela se non ci fosse da lamentarsi tutti: di conseguenza tutti sono ingrati.

Sono così tanto ingrati? E sono anche cupidi tutti, e maligni tutti e vili tutti, soprattutto

quelli che sembrano coraggiosi; aggiungi: tutti sono ambiziosi e tutti empi. Ma non c’è

motivo di adirarti: perdona a tutti perché tutti sono stolti.

DE BENEFICIIS

non si sa nulla della datazione: è posteriore al De Vita Beata (54-55)

pag 23: concetto che siamo tutti ingrati e abbiamo tutti dei vizi.

4. Nolo te ad incerta revocare, ut dicam: “Vide, quam ingrata sit iuventus;”

non voglio richiamarti a cose imprecise tanto da dire: “vedi quanto sono ingrati i giovani”

Tematica del figlio che vuole uccidere il padre per impadronirsi del patrimonio.

quis non patris sui supremun diem, ut innocens sit, optat, ut moderatus sit, expectat, ut

pius, cogitat?

chi, per quanto innocente sia, non desidera l'ultimo giorno di suo padre, per quanto

moderato, non la aspetta, per quanto pio, non la pensa?

CLIMAX: Innocens → colui che non commette illecita

Moderatus → colui che non eccede

Pius → colui che rispetta leggi umane e divine

Optat / Expectat / Cogitat → altro climax verbi dal più violento al meno violento.

Quotus quisque uxoris optimae mortem timet, ut non et computet?

Quante volte ciascuno (quisquis) teme la morte di un'ottima moglie da non farci anche

conto?

È una consecutiva se si ha un'ottima moglie si ha paura che muoia ma si ha anche un

tornaconto. Probabilmente Seneca ha avuto una prima moglie, forse morta o dalla quale

ha divorziato, di cui non si sa nulla. Si capisce che l'ha avuta perché parla dell'eredità che

sua moglie gli ha lasciato.

Cui, rogo, cui litigatori defenso tam magni beneficii ultra res proximas memoria duravit?”

Chiedo a quale imputato che è stato difeso, è durata la memoria di un beneficio così

grande oltre i primissimi momenti?”

A Cicerone questi personaggi difesi in tribunale e che gli dovevano la vita, spesso gli

voltavano le spalle politicamente parlando.

5. Illud in confesso est: quis sine querella moritur? quis extremo die dicere audet: “Vixi

et quem dederat cursum fortuna peregi?”, quis non recusans, quis non gemens exit?

Atqui hoc ingrati est non esse contentum praeterito tempore. Semper pauci dies erunt, si

illos numeraveris.

Questo è chiaro: chi muore senza lamentele? Chi osi dire, nell'ultimo giorno: “Ho vissuto e

ho percorso fino in fondo la via che mi ha assegnata la sorte?” Chi non esce lamentandosi

e protestando? E questo è tipico dell'ingrato: non essere soddisfatto del tempo passato. I

giorni saranno sempre pochi se li conterai.

Quis moritur è una firma di Lucrezio nel “De Rerum Natura”, nel III libro c'è una locuzione

della natura all'uomo in cui la natura lo sgrida perché si lamenta di vivere troppo poco,

della morte etc. la natura gli dice di smetterla con le lamentele. “Querella” è un diminutivo,

termine raro.

Extremo die: ultimo giorno. “chi esce” → esce dalla vita, riferimento all'immagine del

convitato che esce dal banchetto presente anche in Lucrezio.

Praeterito tempore → definizione del passato praeter + eo = andato via. C'è l'idea del

viaggio, del movimento già espresso nel verso di Didone.

6. Cogita non esse summum bonum in tempore; quantumcumque est, boni consules: ut

prorogetur tibi dies mortis, nihil proficitur ad felicitatem, quoniam mora non fit beatior vita

sed longior.

Pensa che il sommo bene non è nel tempo; qualunque sia la sua durata, ne potrai fare un

buon uso: a prorogare il giorno della tua morte, non te ne viene alcun vantaggio per la

felicità, perché con la dilazione, la vita non diventa più felice ma più lunga. → Noi

dobbiamo riuscire a vivere una vita piena senza sapere quanto durerà, accontentandoci. Il

concetto è di non sprecare l'ultimo giorno perché appunto potrebbe essere l'ultimo.

7. Quanto satius est, gratum adversus perceptas voluptates, non aliorum annos

conputare, sed suos benigne aestimare et in lucro ponere!

Quant'è meglio, grato per i piaceri che abbiamo goduto, non contare gli anni degli altri ma

valutare benevolmente i propri e considerarli un guadagno.

In lucro ponere → espressione ricorrente in Seneca e in Orazio nella poesia Carpe Diem.

Significa mettere a guadagno, quindi considerare la propria vita con un bilancio in positivo.

Ci guadagniamo se non sprechiamo la nostra vita → questo ovviamente dipende da noi.

Chi si lamenta della vita vede solo cose negative.

“Hoc me dignum iudicavit deus, hoc satis est; potuit plus, sed hoc quoque beneficium

est”

“Dio mi ha giudicato degno di questo. Questo è sufficiente; avrebbe potuto di più, ma

anche questo è un beneficio” → Dobbiamo essere grati verso gli Dei, verso gli uomini,

grati verso quelli che ci hanno dato qualcosa e grati anche verso quelli che sono venuti in

aiuto ai nostri cari ( Es: i familiari di un esiliato vivevano grazie alla carità degli amici)

Grati sumus adversus deos, grati adversus homines, grati adversus eos, qui aliquid nobis

praestiterunt, grati etiam adversus eos, qui nostris praestiterunt.

Dobbiamo essere grati verso gli dei, grati verso gli uomini, grati verso coloro che ci hanno

dato qualcosa, grati verso coloro che hanno dato qualcosa ai nostri cari.

EPISTULAE MORALES, 18, 2° libro

Parla dei Saturnali (festa tipica di Roma, un mix tra Carnevale e Natale). Iniziava a

dicembre, ci si scambiavano i regali e ci si mascherava → stesso scambio padrone-servo.

Uno studioso, Bettini, usa questo tipo di festa per spiegare commedie di Plauto → teoria

del rovesciamento carnevalesco: le commedie manifestano strapotere del servo che

spesso scavalca il suo stesso padrone. Questa era cosa impossibile dal punto di vista

sociale per i romani. Il servo spesso imbroglia i liberi e lo fa per il suo padrone più giovane

contro il padrone vecchio, il padre. Alla fine della commedia il problema si risolve e il servo

pronuncia qualche battuta. Lo schema archetipo di questo modello è secondo Bettini lo

schema del saturnale: scambio servo-padrone in un breve lasso di tempo (in un giorno

perché c'è l'unità aristotelica) e tutto torna come prima. Quindi, in Plauto, non c'è una

critica sociale, né in Seneca: i due non avrebbero mai messo in dubbio la loro società che

sarebbe crollata.

1. December est mensis: cum maxime civitas sudat.

È il mese di dicembre, ora soprattutto la società si affatica.

Non ci sono formule di saluto. L'inizio “Seneca Lucilio suo salutem” molto probabilmente è

un'aggiunta. Dicembre invece serve a dare scansione cronologica: le lettere infatti sono

messe in ordine cronologico.

Ius luxuriae publice datum est; inganti apparatu sonant omnia, tamquam quicquam inter

Saturnalia intersit et dies rerum agendarum;

Viene dato pubblicamente spazio legale all'amore per il lusso; ogni cosa risuona con

grande sfarzo come se ci fosse una differenza tra i saturnali e i giorni feriali; → Dies

Rerum Agendarum → giorni delle cose da fare

Adeo nihil interest ut (non) videatur mihi errasse qui dixit olim mensem Decembrem

fuisse, nunc annum.

A tal punto non c'è differenza che non ti sembra che abbia sbagliato chi ha detto che una

volta c'era un mese di dicembre, adesso c'è tutto l'anno”.

Adeo ut → consecutivo. < Non > è un'aggiunta → il copista l'ha saltato

2. Si te hic haberem, libenter tecum conferrem quid existimares esse faciendum,

Se io ti avessi qui, discuterei con te che cosa pensi che si debba fare

Si + congiuntivo imperfetto → periodo ipotetico del III tipo, dell'impossibilità. Quid

existimtares → c'è un congiuntivo perché è un discorso indiretto.

utrum nihil ex cotidiana consuetudine movendum an, ne dissidere videremur cun

publicis moribus, et hilarius cenandum et exuendam togam.

se non cambiare nulla dalla consuetudine quotidiana oppure, per non sembrare in

contrasto dai costumi di tutti, cenare più allegramente del solito e togliersi la toga.

Qui Seneca fa riferimento al problema che per i Romani bisognava essere conformisti. Io

posso essere un filosofo, un ricco e così via e devo seguire determinate regole. Seneca

insiste sul fatto che bisogna adeguarsi a una serie di convenzioni. A Roma non erano

ammessi filosofi con aspetto come quello di Socrate (barba, vestito trasandato) e questi

venivano espulsi dalla città. Per Seneca, i filosofi devono essere integrati con il contesto.

Questo stesso problema è un problema dell'otium → tempo libero che per i Romani era

una brutta cosa. Originariamente voleva dire licenza militare durante la quale, ne

combinavano di tutti i colori. Bisognava conciliarla con l'otium filosofico dei greci ma è

molto difficile perché implica allontanamento dalle attività politiche. La scelta dei Romani è

un compromesso: Cicerone scriverà di filosofia solo nei momenti in cui non potrà

partecipare alla lotta politica. Seneca si dedica alle sue opere senza interferire nel suo

lavoro. Seneca quindi, si pone il problema che lui deve adeguarsi alle usanze della sua

classe sociale, le quali sono di bere e ubriacarsi durante i saturnali e vestirsi da matti. Si

chiede se deve farlo anche lui--> ma se lui si rifiuta, vuol dire non rispettare la cultura del

suo popolo.

Nam quod fieri nisi in tumultu et tristi tempore civitatis non solebat, voluptatis causa ac

festorum dierum vestem mutavimus.

Infatti cosa che non suole accadere se non durante una rivolta o in un tempo drammatico

per lo stato, noi abbiamo cambiato la veste per il piacere e per i giorni di festa

I Romani si vestivano sempre allo stesso modo con una toga bianca che nei senatori

aveva una striscia colorata di rosso verticale. Durante momenti di disgrazia, vestivano con

la toga nera, sporca di carbone.

3. Si te bene novi, arbitri patribus functus nec per omnia nos similes esse pilleatae turbe

voluisses nec per omnia dissimiles; nisi forte his maxime diebus animo imperandum est,

ut tunc volupatibus solus abstineat cum in illas omnis turba procubuit; certissimum enim

argumentum firmitatis suae capit, si ad blanda et in luxuriam trahentia nec it nec

abducitur.

Se ti conosco bene, tu vestendo i panni del giudice, non avresti voluto né che noi fossimo

in tutto simile a questa folla con il cappello, né in tutto dissimili ; a meno che forse non si

debba comandare all'animo soprattutto in questi giorni che lui solo si asteneva dai piaceri

mentre tutta la folla si getta a capofitto in essi; senza dubbio è una prova inconfutabile

della sua fermezza se né va e né si fa condurre verso le cose dolci e che trascinano verso

l'eccesso e la sfrenatezza”.

Lucio avrebbe consigliato la moderazione. Blandior → significa accarezzare ma si

riferisce anche all'adulazione che è una forma di seduzione. Sono quindi le cose dolci ma

anche quelli che ci seducono, che ci attraggono e sono cose pericolose e cioè piacere che

ci corrompono.

4. Hoc multo fortius est, ebrio ac vomitante populo siccum ac sobrium esse, illud

temperantius, non excerpere se nec insignire nec misceri omnibus et eadem sed non

eodem modo facere; licet enim sine luxuria agere festum diem.

Questo è molto più coraggioso, davanti al popolo ubriaco e che vomita, a rimanere

astemio e sobrio, quello è molto più moderato, a non chiamarsi fuori, né risaltare, né

mescolarsi a tutti e fare le stesse cose, ma non allo stesso modo: è possibile celebrare

quel giorno in festa anche senza sfrenatezza. Luxuria → deriva da Luxus + uria. Luxus =

lusso. Vuol dire anche lussato, slogato perché indica che va fuori dalla retta via → il lusso

è quello che eccede rispetto alla rigorososa via della moderazione. Uria → suffisso dei

verbi desiderativi e implica desiderio o sforzo.

5. Ceterum adeo mihi placet temptare animi tui firmitatem ut ex preacepto magnorum

virorum tibi quoque praecipiam:

Del resto mi piace a tal punto sfidare la fermezza del tuo animo che anche io ti darò

insegnamento secondo i precetti dei grandi uomini:

Adeo ut → consecutiva.

Con i primi 4 paragrafi termina la prima sezione in cui Seneca parla di una cosa divertente

e spesso ridicola. Entriamo con il 5° paragrafo nella parte filosofica.

interponas aliquot dies quibus contentus minimo ac vilissimo cibo, dura atque horrida

veste, dicas tibi “hoc est quod timebatur?”

fai un intervallo di alcuni giorni nei quali accontentandoti di un cibo pessimo e miserrimo,

con una veste ruvida e rozza, tu dica a te stesso: “è questo ciò che temevo?”

Esercizio tipico dei filosofi: l'esercizio per le disgrazie → per abituarsi all'idea che si

potrebbe perdere tutto da un momento all'altro, si vive con i barboni per tre giorni. Seneca

più volte, preso in giro per questa pratica che si chiamava “previsione dei possibili mali

futuri”. Morrida → ruvida e non terribile perché il suo significato originario era riferito alle

spighe di grano che si drizzano quando sono dure. Per similitudine, si riferisce anche a

quando viene la pelle d'oca.

6. In ipsa securitate animus ad difficilia se praeparet et contra iniurias fortunae inter

beneficia firmetur.

Nella tranquillità stessa l'animo si prepari alle difficoltà e si rafforzi contro le offese della

sorte in mezzo ai beni.

Iniurias fortunae → i colpi della sorte, le offese fisiche e violente. I benefici sono il

contrario. Bisogna pensare alle cose difficili perché quando la situazione precipita si è già

preparati psicologicamente.

Esempio tratto dal lessico militare: “il soldato si snerva in periodo di pace, senza nessun

nemico costruisce il muro”. → Ricorda Annibale che dopo essersi riposato nella

campagna napoletana, quando stava per conquistare Roma, non ottenne più nessuna

vittoria → esempio del fatto che i soldati abbandonano la disciplina costante degenerando

in disciplina, in forza ecc. a questo serve l'allenamento costante dei soldati.

Miles in media pace decurrit, sine ullo hoste vallum iacit, et supervacuo labore lassatur

ut sufficere necessario possit; quem in ipsa re trepidare nolueris, ante rem exerceas.

Il soldato si snerva in periodi di pace, senza nessun nemico costruisce il muro, e viene

stanato con un lavoro inutile, perché possa essere adatto a quello necessario; ciò che non

vorrai temere quando si presenterà, esercitati prima che succeda.

Nolueris--> è una seconda persona.

Hoc secuti sunt qui omnibus mensibus paupertatem imitati prope ad inopiam

accesserunt, ne umquam expavescerent quod saepe didicissent.

Hanno seguito ciò coloro che in ogni mese avendo sperimentato la povertà sono arrivati

quasi alla miseria affinché non temessero mai ciò che avevano imparato spesso.

Qui → coloro che. Paupertas → non vuol dire precisamente povertà, non indica una

condizione di indecenza ma di bisogno. Vuol dire “avere poco”. Seneca faceva questo

esercizio e ne parla altrove: racconta di essere uscito con un carretto trainato da un mulo

e di essere andato in aperta campagna così da non essere visto da nessuno ma aveva

incontrato un ricco su una bella carrozza e si era tanto vergognato.

7. Non est nunc quod existimes me dicere Timoneas cenas et pauperum cellas et

quidquid aliud est per quod luxuria divitiarum taedio ludit: grabattus ille verus sit et

sagum et panis durus ac sordisus.

Non devi ora pensare che io parli delle cene di Timone e delle celle dei poveri e tutte le

cose attraverso le quali l'eccesso si prende gioco della nausea delle ricchezze: devi avere

veramente un pagliericcio, il saio e il pane duro e nero.

Nero → perché fatto con la farina integrale che era la farina dei poveri. Timone,

personaggio leggendario vissuto nel V secolo e noto per la sua misantropia. Avendo avuto

un rovescio di fortuna, molti attici lo avevano abbandonato e poi ritornarono dopo aver

recuperato le ricchezze. Lui però, essendosi disgustato del genere umano, decise di

rimanere da solo continuando la sua vita di moderazione e povertà.

LATINO – 5^ LEZIONE (23 MARZO)

[7] Hoc triduo et quatriduo fer, interdum pluribus diebus, ut non lusus sit

sedexperimentum: nunc mihi crede, Lucilii, exultabilis dispondio satur et intelleges ad

securitatem non opus esse fortuna; hoc enim quod necessitati sat est dabit et irata.

Questo portalo avanti per più e più giorni affinché non sia un gioco ma un mettersi alla

prova: [exemplum] allora, credimi Lucilio, esulterai due volte sazio e capirai che la sorte

non è necessaria per la felicità [infinitiva]; Infatti [enim] ciò che è sufficiente per le

necessità te lo darà [et concessivo] la sorte anche se è adirata [sat,satis; necessitas--->i

tre bisogni primari dettati da Epicuro : dormire, Mangiare e bere]

[8] Non est tamen quare tu multum tibi facere videaris (facies enim quod multa milia

servorum, multa milia pauperum faciunt ): illo nomine te suspice, quod facies non

coactus, quod tam facile erit tibi illud pati semper quam aliquando experiri.

Non c'è motivo perché[per il quale] tu credi di fare una grande cosa (infatti farai ciò che

fanno molte migliaia di servi e molte migliaia di poveri): tu devi essere orgoglioso per

questo motivo, che lo fai per scelta, poiché sarà tanto facile per te sopportare ciò che hai

esperito una volta [experiri-perdere tutto-si riferisce all'esilio]

Exerceamur ad palum, et ne inparatos fortuna deprehendat, fiat nobis paupertas

familiaris; securius divites erimus si scierimus quam non sit grave pauperes esse. [9]

Certos habebat dies ille magister voluptatis Epicurus quibus maligne famem

exstingueret, visurus an aliquid deesset ex plena et consummata voluptate, vel

quantum deesset, et an dignum quod quis* magno labore pensaret.

Esercitiamoci al palo [esercizio che facevano i gladiatori] e affinché la sorte non ci colga

impreparati la povertà ci sia ben nota [familiare]; Noi saremo ricchi con più tranquillità se

sapremo che non è così drammatico essere poveri. Quel famoso maestro di piacere

Epicuro aveva determinato i giorni nei quali a malapena estingueva la fame per vedere se

mancasse qualcosa al pieno e perfetto piacere [voluptas], o quanto mancasse [deesset,

da deso,sum-composto di sum, mancare a, l idea della mancanza è spaziale :moto da

luogo figurato] e se fosse degno di provvedervisi con grande fatica [visurus -sfumatura

finale di desiderio participio futuro].

* pronomi indefiniti, vanno da una scala di maggiore o minore probabilità. Quello più definito è quidam, indica infatti una persona specifica a caso che però

colui che lo utilizza non intende identificare ( ad esempio nella Satira del seccatore , dove Orazio sa benissimo a chi si sta riferendo ma per non fare nomi

utilizza Quidam; viene usato dagli storici quando dicono "alcuni dicono che" perché conoscono i soggetti);poi abbiamo Aliquis che individua ma non specifica

(es, uno dei miei schiavi);Quis ,si usa in contesti della pura possibilità, più o meno uguale c'è Quispiam il cui utilizzo però rimane confinato ad alcune formule

fisse; l'ultimo è Quisquam che nega l'esistenza dei requisiti (se uno potesse volare) ha già un'accezione negativa al suo interno.

Hoc certe in iis epistulis ait quas scripsit Charino magistratu ad Polyaenum; et quidem

gloriatur non toto asse <se> pasci, Metrodorum, qui nondum tantum profecerit, toto.

[10] In hoc tu victu saturitatem putas esse? Et voluptas est; voluptas autem non illa levis

et fugax et subinde reficienda, sed stabilis et certa.

Senza dubbio dice questo [Epicuro sott.] in quelle lettere che scrisse sotto la magistratura

di Carino a Polieno; e vi si gloria di mangiare con medo di un’asse [moneta di allora che

aveva meno valore di tutte] mentre Metrodoro[discepolo di Epicuro], che non era ancora

avanzato tanto[nella saggezza], con un'asse intero[infinitive]. Tu pensi che in questo modo

di mangiare ci sia la sazietà [saturitas è un termine molto raro che indvidua la sazietà

come una sensazione metaforica]? e vi è anche il piacere, non un piacere fuggevole che si

deve subito soddisfare[gerundivo] di nuovo, ma sicuro e durevole.

Non enim iucunda res est aqua et polenta aut frustum hordeacii panis, sed summa

voluptas est posse capere etiam ex his voluptatem et ad id se deduxisse quod eripere

nulla fortunae iniquitas possit. [11] Liberaliora alimenta sunt carceris, sepositos ad

capitale supplicium non tam anguste qui occisurus est pascit: quanta est animi

magnitudo ad id sua sponte descendere quod ne ad extrema quidem decretis timendum

sit!

Infatti, non è una cosa piacevole [in se] l'acqua, la polenta e il pane d'orzo ma è in

massimo piacere poter cogliere piacere da queste cose, e aver condotto se stessi verso

dove nessuna ingiuria della sorte ci possa strappare [questo tipo di cose la sorte te le dà

anche se è adirata con te]. I cibi del carcere sono i più piacevoli, chi sta per uccidere [il

boia] nutre non così male chi è riservato al supplizio capitale [uccisurus est-participio]: che

grandezza d'animo è scendere volontariamente a ciò che non devono temere nemmeno

quelli condannati a morte [decretis da decerno]!

[12] Hoc est praeoccupare tela fortunae. Incipe ergo, mi Lucili, sequi horum

consuetudinem et aliquos dies destina quibus secedas a tuis rebus minimoque te facias

familiarem; incipe cum paupertate habere commercium;

Questo vuol dire premunirsi contro i dardi della fortuna. Dunque, mio Lucilio, comincia a

seguire la consuetudine di questi e determina certi giorni nei quali ti allontani da quelle

cose e ti rendi meno familiare a te stesso [diverso], inizia ad avere confidenza con la

povertà [commercium valenza erotica]

"aude, hospes, contemnere opes et te quoque dignum finge deo"

"Oh Ospite osa disprezzare le ricchezze e renditi [fingo -costruisco, invento] anche tu

degno del dio [si riferisce ad Ercole, che per gli stoici era il simbolo del saggio]"

[cit.Aen. libro 8 -analisi a pagina 140 del saggio Setaioli-Frase pronunciata da Evandro, un

re che viveva nei luoghi dove sarebbe sorta Roma, che erano dei luoghi poverissimi, infatti

Ev. era un re famoso per la sua sobrietà, ed era il padre di Pallante.]

[13] Nemo alius est deo dignus quam qui opes contempsit; quarum possessionem tibi

non interdico, sed efficere volo ut illas intrepide possideas; quod uno consequeris

modo, si te etiam sine illis beate victurum persuaseris tibi, si illas tamquam exituras

semper aspexeris.

Nessun altro è degno di dio quanto chi disprezza le ricchezze, io non ti proibisco il

possesso di esse, ma voglio ottenere che tu le possegga senza temere[di perderle]; Il che

lo otterrai in un modo solo, se anche tu ti convincerai che puoi vivere bene senza di loro e

le guarderai sempre come se stessero per andarsene[exeo-andare via].

*in questa lettera, a differenza delle altre, Seneca usa spesso il participio futuro, per

sottolineare la precarietà della ricchezza ma anche della sua stessa vita, che vissuta sotto

l'impero di Nerone poteva essere davvero precaria.

[14] Sed iam incipiamus epistulam complicare. 'Prius' inquis 'redde quod debes.'

Delegabo te ad Epicurum, ab illo fiet numeratio: 'inmodica ira gignit insaniam'. Hoc quam

verum sit necesse est scias, cum habueris et servum et inimicum. [15] In omnes

personas hic exardescit adfectus; tam ex amore nascitur quam ex odio, non minus inter

seria quam inter lusus et iocos; nec interest ex quam magna causa nascatur sed in

qualem perveniat animum. Sic ignis non refert quam magnus sed quo incidat; nam

etiam maximum solida non receperunt, rursus arida et corripi facilia scintillam quoque

fovent usque in incendium. Ita est, mi Lucili: ingentis irae exitus furor est, et ideo ira

vitanda est non moderationis causa sed sanitatis. Vale.

*qui abbiamo la cosiddetta Aprosdoketon, o fulmen in clausaola, quello che noi oggi

chiamiamo finale a sorpresa, tipico degli epigrammi

Ma è tempo ormai di chiudere la lettera -Prima, dirai, restituiscimi ciò che mi devi- Io

delego ad Epicuro, il pagamento avverrà da parte sua [Ep. framm 84]. L’ira smodata

partorisce la follia. È necessario che tu sappia quanto è vero questo, poiché hai [almeno]

un servo e un nemico [l'ira contro il servo era un pensiero comune dell'epoca]. In tutte le

tipologie questa passione divampa, nasce sia dall'amore che dall'odio non meno tra le

occupazioni serie che tra gli scherzi, non fa differenza da quanto grande sia la causa, ma

in quale animo giunga. Così il fuoco [l'incendio] non importa quanto grande sia ma dove

scoppia, infatti anche se è grandissimo[maximum]non attecchisce sugli oggetti resistenti,

al contrario gli oggetti secchi e facili ad essere consumati conducono anche una scintilla

fino all’incendio [paragone con l'anima]. E così, o mio Lucilio, l'esito di una grande ira è la

follia e perciò l'ira va evitata, non per la moderazione ma per la propria salute.

* per Seneca tutte le passioni ci accecano, non esistono passioni moderate - a differenza

di Aristotele che era il filosofo della moderazione. Seneca espone il pensiero di Epicuro.

Ma cosa c'entra l'ira con questa epistola?

sempre nel libro 8 dell’Eneide Evandro racconta ad Enea un mito molto famoso,

quello di Ercole e Caco (che era un mostro descritto tramite l'ira espressa nella

degenerazione massima dell'essere umano che si trasforma in bestia, cioè pecca di

sevizia che per Seneca è l'ultimo stato dell’ira). Ercole libera il luogo dai suoi mostri,

emblema dell’ira positiva. Perciò Seneca in questo caso sposta l'argomento

principale per concludere con una citazione esornativa, che avendo letto l’Eneide, e

sapendo a cosa si riferisce noi possiamo benissimo capire. Ovvero Evandro è

l’esempio della sobrietà perché Ercole ha liberato la sua terra dall'ira di Caco.

LATINO – 6^ LEZIONE (30 MARZO)

SENECA, EPISTULAE MORALES, LETTERA 21

1 - Cum istis tibi esse negotium iudicas de quibus scripseras? Maximum negotium

tecum habes, tu tibi molestus es.

Pensi di avere problemi con questi di cui avevi scritto? Il problema più grande lo hai con te

stesso, tu sei molesto a te stesso.

Quid velis nescis, melius probas honesta quam sequeris, vides ubi sit posita felicitas

sed ad illam pervenire non audes.

Non sai ciò che vuoi. Preferisci elogiare buone azioni piuttosto che seguirle. Vedi dove

risiede la serenità, ma non osi andare fino in fondo.

[Figura del PROFICIENS, ossia colui che cammina verso la saggezza. Tuttavia questa

parola NON è presente in Seneca, che usa altre locuzioni per descrivere tale figura].

Quid sit autem quod te inpediat, quia parum ipse dispicis, dicam: magna esse haec

existimas quae relicturus es, et cum proposuisti tibi illam securitatem ad quam

transiturus es, retinet te huius vitae a qua recessurus es fulgor tamquam in sordida et

obscura casurum.

Ti dirò cos’è che ti ostacola, perché tu lo distingui male. Tu valuti grandi queste cose che

stai per lasciare, e dopo che ti sei proposto quella serenità alla quale vorresti passare, ti

trattiene lo splendore di quella vita dalla quale vorresti allontanarti, come se stessi per

cadere tra cose oscure e turpi.

[Nota l’insieme di PARTICIPI FUTUTRI, fino al verso 20 che sottolineano la posizione

instabile e confusa di Lucilio]

Le proposizioni del PARAGRAFO 1 sono ASIMMETRICHE, cioè connesse senza le

coordinate].

2 – Erras, Lucili: ex hac vita ad illam ascenditur.

Ti sbagli Lucilio: da questa vita a quella si sale (la via della serenità è in salita, non in

pianura, ndr)

Quod interest inter splendorem et lucem, cum haec certam originem habeat ac suam, ille

niteat alieno, hoc inter hanc vitam et illam: haec fulgore extrinsecus veniente percussa

est, crassam illi statim umbram faciet quisquis obstiterit: illa suo lumine inlustris est.

Studia te tua clarum et nobilem efficient. Exemplum Epicuri referam.

Fra le due condizioni di vita c’è la stessa differenza che c’è fra splendore e luce, poiché

quest’ultima ha un’origine sicura e propria, mentre lo splendore (l’altra) brilla di luce

riflessa: questa è colpita da uno splendore (verso 24) che viene da fuori, e chiunque vi si

opporrà procurerà immediatamente una grande ombra; la seconda è illuminata dalla sua

(viva) luce. I tuoi studi ti renderanno famoso e nobile. Ti farò l’esempio di Epicuro.

3 – Cum Idomeneo scriberet et illum a vita speciosa ad fidelem stabilemquem gloriam

revocaret, regiae tunc potentiae ministrum et magna tractantem, “si gloria” inquit

“tangeris, notiorem te epistulae meae facient quam omnia ista quae colis et propter

quae coleris.

Scrivendo a Idomeneo per volgerlo da una vita appariscente a una gloria sicura e

durevole, essendo un uomo di potenza regale, che trattava di importanti affari pubblici, gli

dice: “Se sei toccato (brami) dalla gloria, le mie lettere ti renderanno più famoso di tutte

queste cose che coltivi e a causa delle quali sei coltivato”.

4 – Numquid ergo mentitus est? Quis Idomenea nosset nisi Epicurus illum litteris suiis

incidisset? Omnes illos megistanas et satrapas et regem ipsum ex quo Idomenei titulus

petebatur oblivio alta suppressit.

Forse (Epicuro) ha mentito (aveva forte torto)? Chi avrebbe conosciuto Idomeneo se

Epicuro non l’avesse messo nelle sue lettere? (se non ne avesse scolpito il nome nelle

sue lettere?). Tutti questi magnati e satrapi, e lo stesso re da cui era richiesto il titolo di

Idomeneo (da cui proveniva a Idomeneo ogni titolo di grandezza), li ha sommersi un

profondo oblio (sono sprofondati nell’oblio).

Nomen Attici perire Ciceronis epistulae non sinunt. Nihil illi profuisset gener Agrippa et

Tiberius progener et Drusus Caesar pronepos; inter tam magna nomina taceretur nisi

(sibi) Cicero illum adplicuisset.

Le lettere di Cicerone non consentono che il nome di Attico venga dimenticato. Non gli

giovò per nulla ad Attico avere Agrippa come genero, Tiberio come progenero e Druso

Cesare come pronipote; in mezzo a tanti nomi così importanti avrebbe taciuto (il suo

sarebbe ignorato) se Cicerone non lo avesse legato a sé.

5 – Profunda super nos altitudo temporis veniet, pauca ingenia caput exerent et in idem

quandoque silentium abitura oblivioni resistent ac se diu vindicabunt. Quod Epicurus

amico suo potuit promittere, hoc timi promitto, Lucili: habebo apud posteros gratiam,

possum mecum duratura nomina educere.

Il tempo sommerge gli uomini nelle sue acque profonde: pochi ingegni sollevano il capo e,

dovendo andare un tempo nello stesso silenzio, resisteranno all’oblio e si rivendicheranno

a lungo. Ciò che Epicuro ha potuto promettere al suo amico io lo prometto a te, o Lucilio:

avrò riconoscimento presso i posteri. Posso portare con me i nomi destinati a durare

(participio futuro).

Vergilius noster duobus memoriam aeternam promisit et praestat: fortunati ambo! Si quid

mea carmina possunt, nulla dies umquam memori vos eximet aevo, dum domus Aeneae

Capitoli immobile saxum accolet imperiumque pater Romanus habebit

Il nostro Virgilio promise la memoria eterna a due persone (fanciulli) e mantenne la

promessa: “Oh fortunati entrambi! Se qualcosa può la mia poesia (il mio poema), nessun

giorno mai vi cancellerà dal tempo che ricorda (non sarete più sottratti alla memoria delle

future età), finché la stirpe di Enea abiterà la pietra immobile del Campidoglio ed il Senato

romano avrà il comando.

6 – Quoscumque in medium fortuna protulit, quicumque membra ac partes alienae

potentiae fuerant, horum gratia viguit, docum frequentata est, dum ipsi steterunt: post

ipsos cito memoria defecit. Ingeniorum crescit dignatio nec ipsis tantum honor habetur,

sed quidquid illorum memoriae adhaesit excipitur.

Chiunque la sorte abbia portato in alto, chiunque fece parte della potenza altrui, il loro

potere è durato, la loro casa è stata frequentata finché essi erano rimasti in piedi (finché

vissero): dopo di loro la gloria (il ricordo) è rapidamente scomparsa. L’ingegno cresce e la

considerazione non va solo alle menti (e non soltanto essi vengono onorati), ma

sopravvive qualunque cosa è vicina alla loro memoria.

7 – Ne gratis Idomeneus in epistulam meam venerit, ipse eam de suo redimet. Ad hunc

Epicurus illam nobilem sententiam scripsit qua hortatur ut Pythoclea locupletem non

publica nex ancipiti via faciat. “Si vis” inquit “Pythoclea divitem facere, non pecuniae

adiciendum sed cupiditati detrahendum est.

Affinché non avvenga che Idomeneo sia stato citato nella mia lettera gratuitamente, sarà

lui a pagare di sua tasca (il mio debito). A questo (lui) Epicuro scrisse quella nobile

massima, in cui lo esorta ad arricchire Pitocle, ma non con i mezzi comuni, che sono

malsicuri (affinché il ricco Pitocle non scelga una strada comune o dubbia). “Se vuoi”,

disse, “far ricco Pitocle, non devi aumentare il suo denaro, ma togliere qualcosa ai (suoi)

desideri”.

[Dai part. Futuri passiamo ai GERUNDIVI e perifrastica passiva].

8 – Et apertior ista sententia est quam <ut> interpretanda sit, et disertior quam ut

adiuvanda. Hoc unum te admoneo, ne istud tantum existimes de divitis dictum:

quocumque transtuleris, idem poterit. Si vis Pythoclea honestum facere, non honoribus

adiciendum est sed cupiditatibus detrahendum; si vis Pythoclea esse in perpetua

voluptate, non voluptatibus adiciendum est sed cupiditatibus detrahendum; si vis

Pythoclea senem facere et implere vitam, non annis adiciendum est sed cupiditatibus

detrahendum.

Questa sentenza è talmente chiara che non si deve interpretare, e talmente fine che non

va migliorata. Ti avverto solo di questo: non pensare che questa massima valga solo per le

ricchezze: a qualunque argomento tu la riferisca, avrà lo stesso valore (ovunque ti

rivolgerai, potrai dire lo stesso). Se vuoi rendere Pitocle onesto, non procurargli (altri) onori

pubblici ma riduci i suoi desideri; se vuoi che Pitocle viva sempre in perpetuo piacere, non

dargli altri piaceri, ma riduci i suoi desideri; se vuoi rendere anziano Pitocle e soddisfare la

sua vita, non aumentare il numero dei suoi anni, ma riduci i suoi desideri.

9 – Has voces non est quod Epicuri esse iudices: publicae sunt. Quod fieri in senatu

solet faciendum ego in philosophia quoque existimo: cum censuit aliquis quod ex parte

mihi placeat, iubeo illum dividere sententiam et sequor quod probo. Eo libetius Epicuri

egregia dicta commemoro, ut istis qui ad illum confugiunt spe mala inducti, qui

velamentum ipsos vitiorum suorum habituros existimant, probent quocumque ierint

honeste esse vivendum.

Non credere che questi precetti siano solo di Epicuro (non c’è motivo di considerare

queste parole di Epicuro); sono di pubblico dominio. Ciò che suole accadere in Senato, io

considero che vada fatto anche in filosofia: se uno esprime una dottrina che io approvo

solo parzialmente, lo invito a dividere il suo pensiero in parti, ed io lo seguirò solo le

massime che approvo (quando qualcuno ha stabilito qualcosa che mi piace solo in parte,

gli ordino di cambiare parere e seguo ciò che approvo). Perciò più volentieri ricordo i

grandi detti di Epicuro (e non tutta la sua dottrina, ndr), affinché quelli che si rifugiano da

lui con cattive intenzioni, che pensano che avranno una scusa per i loro vizi, ammettano

che devono vivere onestante qualunque sia la conclusione a cui giungono (che ovunque

vadano bisogna vivere in modo onesto).

10 – Cum adieris eius hortulos et inscriptum hortulis “HOSPES, HIC BENE MANEBIS,

HIC SUMMUM BONUM VOLUPTAS ETS”, paratus erit istius domicilii custos hospitalis,

humanus, et te polenta excipiet et aquam quoque large ministrabit et dicet, “ecquid

bene acceptus es?” “Non inritant”, inquit, “hi hortuli famem sed extinguunt, nec

maiorem ipsis potionibus sitim faciunt, sed naturali et gratuito remedio sedant; in hac

voluptate consenui.

Quando arriverai al suo orto e troverai scritto “Ospite, qui starai bene; qui il sommo bene è

il piacere”, ti verrà incontro il custode ospitale e gentile di questo domicilio, e ti accoglierà

con la polenta e ti mescerà acqua in abbondanza e ti chiederà: “Sei soddisfatto

dell’accoglienza?”. “Questi giardini non stuzzicano la fame, ma la estinguono, né rendono

maggiore la sete con queste bevande, ma la calmano con un rimedio naturale e gratuito;

io sono invecchiato tra questi piaceri.

11 – De his tecum desideriis loquor quae consolationem non recipiunt, quibus dandum

est aliquid ut desinant. Nam de illis extraordinariis quae licet differre, licet castigare et

opprimere, hoc unum commonefaciam: ista voluptas naturalis est, non necessaria. Huic

nihil debes; si quid inpendis, voluntarium est. Venter praecepta non audit: poscit,

appellat. Non est tamen molestus creditor: parvo dimittitur, si modo das illi quod debes,

non quod potes. Vale.

Io sto di quei desideri che non si possono estinguere con belle parole, ma richiedono

qualcosa per farli cessare. Infatti riguardo a quelli che non sono desideri ordinari che si

possono differire, è lecito tenere a freno e correggere, ti do solo questo avvertimento:

questo piacere è naturale, ma non necessario. A questo non devi nulla; se spendi

qualcosa, è una tua scelta. Il ventre è sordo agli ammonimenti: esige e reclama. Ma non è

un creditore molesto: si accontenta di poco, purché tu gli dia appena il necessario e non

tutto quanto potresti dargli. Addio.

LATINO – 7^ LEZIONE (31 MARZO) PRIME DUE ORE

EPISTULAE MORALES LIBRO III, LETTERA 28

Sono riportate due citazioni virgiliane che hanno due significati diversi.

1. Hoc tibi soli putas accidisse et admiraris quasi rem novam quod peregrinatione tam

longa et tot locorum varietatibus non discussisti tristitiam gravitatemque mentis?

Pensi che capiti solo a te e ti stupisci come se fosse una cosa eccezionale che con un

viaggio così lungo e con tanta varietà di luoghi tu non abbia scosso via l'angoscia e la

tristezza/la pesantezza dell'animo?

Per gli antichi era normale fare dei lunghi viaggi all'estero soprattutto da giovani: questo

viaggio considerato quasi un obbligo. Si riteneva che cambiare aria facesse bene alla

salute e alle malattie dell'anima => Lucilio era stressato.

Animum debes mutare, non caelum.

Devi cambiare l'animo e non il luogo.

Allusione a un passo di Orazio => cambiano il cielo, non l'animo, quelli che corrono

attraverso i mari (lettera 16, I libro). In questa lettera Orazio si rivolge a un suo amico,

Bullazio, che si era ritirato in un paesino sperduto della Grecia per fastidio degli altri e di

Roma => un po' la stessa situazione di Lucilio. Orazio critica la sua scelta perché è dettata

da fastidio, odium, non da un intento filosofico ma da una passione. Seneca cita Orazio

con animum, caelum e mutare. Perché Seneca cita esplicitamente Virgilio e non Orazio?

Domanda a cui non c'è risposta precisa, forse per motivazione puramente estetica perché

Virgilio è il massimo vate. Orazio scrive lettere come Seneca, quindi c'è una competizione

che Seneca qui vuole evitare ricorrendo a strategie come l'allusione.

Licet vastum traiceris mare, licet, ut ait Vergilius noster, terraeque urbesque recedant ,

sequentur te quocumque perveneris vitia.

Anche se attraverserai il mare immenso, anche se come dice il nostro Virgilio, si

allontaneranno le terre e le città, ti seguiranno ovunque arriverai i vizi.

Seneca cita questo stesso passo di Virgilio nell'epistola 70, nella quale parla della morte e

del tempo che fugge. Anche in questa epistola il concetto di fuga è un concetto chiave =>

sotteso a questo viaggio vero di Lucilio c'è l'idea metaforica della vita come viaggio e la

morte come fine del viaggio. Da Virgilio, questa citazione arriva all'inizio del viaggio di

Enea (libro III) => lui si allontana da terre maledette, in cui si è violata l'ospitalità. Quella di

Enea era una fuga

2. Hoc idem querenti cuidam Socrates ait, “quid miraris nihil tibi peregrinationes

prodesse, cum te cirumferas? Premit te eadem causa quae expulit”.

Questo stesso dice Socrate a uno che glielo chiedeva, 'perché ti stupisci che i viaggi non ti

giovino quando viaggi con te stesso, ti schiaccia la stessa causa che ti ha mandato via”.

Cuidam => qualcuno che nelle fonti di Seneca era identificato ma Seneca non vuole

citarlo.

Quid terrarum iuvare novitas potest? Quid cognitio urbium aut locorum? In inritum cedit

ista iactatio.

In che cosa può giovarti la novità delle terre, in che cosa la conoscenza delle città e dei

posti? Questa agitazione finisce per essere inutile.

Novitas => non è un concetto positivo, perché per gli antichi res nova è rivolta. Le cose

nuove sono pericolose.

Iactatio => riprende un termine che ci stava prima, discussisti. Il concetto è quello di

scuotere per liberare: è un concetto medico che Seneca usa per indicare lo scuotimento

per il riequilibro per umori.

Quaeris quare te fuga ista non adiuvet? Tecum fugis. Onus animi deponendum est: non

ante tibi ullus placebit locus.

Ti chiedi perché questa cura non ti aiuta? Tu fuggi con te stesso. Bisogna liberarsi del

peso dell'animo. Prima di ciò non ti piacerà nessun luogo.

Quest'idea c'è anche in un passo del De Brevitate Vitae nel quale Seneca fa citazione

virgiliana dalle georgiche: “qualunque giorno positivo della vita per gli infelici mortali fugge

prima degli altri”. C'è lungo commento di Seneca a questa frase e l'idea che noi dobbiamo

sfruttare bene il nostro tempo perché ci scappa via.

3. Talem nunc esse habitum tuum cogita qualem Vergilius noster vatis inducit iam

concitatae et instigatae multumque habentis in se spiritus non sui:

Pensa ora di avere quello stesso atteggiamento che il nostro Virgilio attribuisce alla

profetessa sconvolta ed eccitata e che trattiene in sé molto spirito che non è il suo:

Vatis => genitivo femminile (la profetessa che è la Sibila Cumana di cui sta parlando

Seneca. Ha uno spirito non suo perché gli antichi pensavano che questi profeti fossero

posseduti da Dio)

Bacchatur vates, magnum si pectore possit excuisse deum.

la profetessa impazzisce, per tentare di scuotere dal suo animo il grande dio.

Il Dio è Apollo.

Noi siamo come la Sibila umana perché il dio che ci possiede è rappresentato dalle

passioni => idea che viene da Platone.

Vadis huc illuc ut excutias insidens pondus quod ipsa iactatione incommodius fit, sicut in

navi onera inmota minus urgent, inaequaliter convoluta citius eam partem in quam

incubuere demergunt. Quidquid facis, contra te facis et motu ipso noce tibi; aegrum

enim concutis.

Vai di qua e di là per scuotere via il peso che hai dentro, che diventa ancora più scomodo

per la stessa agitazione così come nelle navi i carichi immobili pesano meno, quelli raccolti

in maniera diseguale fanno affondare più rapidamente quella parte dove appoggiano.

Qualunque cosa fai la fai contro te stesso e con lo stesso movimento ti fai del male; infatti

scuoti un malato.

Il carico in una stiva se è mosso tende a far affondare la parte della barca => questo peso

è il peso delle nostre angosce.

4. At cum istuc exemeris malum, omnis mutatio loci iucunda fiet; in ultimas expellaris

terras licebit, in quolibet barbariae angulo conloceris, hospitalis tibi illa qualiscumque

sedes erit. Magis quis veneris quam quo interest, et ideo nulli loco addicere debemus

animum. Cum hac persuasione vivendum est: “non sum uni angulo natus, patria mea

totus hic mundus est”.

Ma quando avrai cancellato questo male ogni, cambiamento di luogo sarà piacevole; tu

potrai essere espulso nella terra più remota, potrai essere confinato in qualsiasi angolo di

barbarie, qualunque posto sarà per te ospitale. È più importante chi va che dove va, perciò

non dobbiamo legare l'animo a nessun luogo. Noi dobbiamo vivere con questa

convinzione: 'non sono nato per questo solo fazzoletto di terra ma tutto il mondo è la mia

patria'.

Siamo passati dall'angoscia di Lucilio al cosmopolitismo: non è estraneo a tutto ciò il fatto

che proprio all'inizio del III libro Enea si definisce un esule. Inoltre questo tipo di

considerazioni sono quelle che Seneca aveva utilizzato nel Ad Helviam che è una

consolazione, un dialogo scritto a sua madre durante il suo esilio causato da Claudio:

rivisita un classico dei luoghi comuni degli esiliati: tutto il mondo è la mia casa, perché se

io sono sereno lo sono dappertutto. È uno dei luoghi comuni dello stoicismo anche: la mia

patria è tutto il mondo, il saggio sta bene ovunque perché il luogo è indifferente per la

serenità. Seneca qui si pone in polemica con l'epicureismo: “non sum uni angulo natus” =>

angulo è la poetica epicurea sostenuta da Orazio => il saggio epicureo preferisce stare nel

suo fazzoletto di terra perché questa è la felicità, perché stare in un posto tranquillo con

pochi amici lontano dalla politica giova alla serenità. È una polemica velata ad Orazio.

5. Quod si liqueret tibi, non admirareris nil adiuvari te regionum varietatibus in quas

subinde priorum taedio migras; prima enim quaeque placuisset si omnem tuam

crederes.

Se questo ti fosse consentito stupiresti che non ti sia utile la varietà dei luoghi nei quali ti

sposti per disgusto di quelli precedenti; infatti la prima ti piacerebbe se ogni regione la

credessi tua (parte della tua serenità).

Anche questa è una polemica velata verso Orazio che si era ritirato per odium e tedium =>

per Seneca questa non è una soluzione.

Nunc <non> peregrinaris sed erras et ageris ac locum ex loco mutas, cum illud quod

quaeris, bene vivere, omni loco positum sit.

Adesso non viaggi ma vaghi e sei condotto, e cambi di luogo in luogo, mentre ciò che tu

cerchi, vivere bene, si trova dappertutto.

C'è un accostamento di 3 verbi: peregrinare => verbo del viaggio = viaggio volontario

erro => verbo che significa vagare, deviare rispetto alla retta via

ageris => verbo passivo, essere condotti= si è in balia delle passioni, perdita delle volontà

6. Num quid tam turbidum fieri potest quam forum? Ibi quoque licet quiete vivere, si

necesse sit.

Che cosa può essere altrettanto sconvolto del foro? “Anche lì è possibile vivere

quietamente se necessario.

Turbidum => Ha la radice di turbo che è il vortice, ciò che succede in mare nelle peggiori

tempeste.

Polemica epicurea: Orazio e gli epicurei dicevano che bisognava stare lontani dal foro,

cioè dalla politica che significa angoscia.

Sed si liceat disponere se, conspectum quoque et viciniam fori procul fugiam; nam ut

loca gravia etiam firmissimam valetudinem temptant, ita bonae quoque menti necdum

adhuc perfectae et convalescenti sunt aliqua parum salubria.

Ma se fosse possibile scegliere io fuggirei lontano dalla vista e dalle vicinanze del foro;

infatti come i luoghi malsani mettono in crisi anche la salute più ferma, così anche per la

mente saggia non ancora compiuta e in via di guarigione, ci sono alcuni luoghi poco

salubri.

C'è una contraddizione di Seneca: prima dice che bisogna vivere tranquilli nel foro, poi

dice che potendo se ne starebbe lontano. Si giustifica con un altro principio della medicina

di origine ippocratica: determinismo ambientale che sostiene che la conformazione di un

luogo e un clima influiscono sulla salute e sulla psicologia degli abitanti (per esempio un

luogo paludoso porta molte malattie, un luogo secco favorisce caratteristiche positive =>

ciò è preso in considerazione anche da Vitruvio quando suggerisce dove costruire le ville).

Da ciò nasce anche pregiudizio su altri popoli: clima del medio oriente e dei greci è troppo

favorevole non ti fa essere bravo guerriero. Seneca usa un escamotage inventato dagli

stoici: se io posso, un escamotage preferibile => tutte le cose esterne agli stoici sono loro

indifferenti quindi il luogo è indifferente dalla serenità, però riconoscono oggettivamente

che vivere in una palude è peggio che vivere su una spiaggia, quindi potendo scegliere

ammettono che esistono dei luoghi preferibili. Nella lettera 56 Seneca dice che ha

sopportato abbastanza e va in campagna dopo aver detto in 10 paragrafi di essere stato

bravo a sopportare i rumori molesti delle terme.

7. Dissento ab his qui in fluctus medios eunt et tumultuosam probantes vitam cotidie

cum difficultatibus rerum magno animo conluctantur. Sapiens feret ista, non eliget, et

malet in pace esse quam in pugna; non multum prodest vitia sua proiecisse, si cum

alienis rixandum est.

Io discordo da quelli che vanno in mezzo alle onde/in alto mare e che sostenendo

l'opportunità di una vita burrascosa lottano ogni giorno con le difficoltà quotidiane con

grande coraggio. Il sapiente sopporterà queste cose, non le sceglierà, e preferirà essere in

pace e in guerra. Non è molto utile aver scacciato i propri vizi se bisogna lottare con quelli

degli altri.

Rixa => è un termine che esprime la lotta tra ubriaconi o tra schiavi ed è un termine che

Seneca usa per indicare la lotta tra i vizi come se fossero balordi in una taverna.

8. “Triginta” inquit “tyranni Socraten circumsteterunt nec potuerunt animum eius

infringere”. Quid interest quot domini sint? Servitus una est; han qui contempsit in

quantalibet turba dominantium liber est.

“Trenta tiranni” disse “circondarono Socrate ma non riuscirono a spezzare il suo coraggio”.

Che differenza fa quanti sono i padroni? La schiavitù è una. Chi l'ha disprezzata è libero in

qualsiasi folla di padroni.

A Roma come padrone c'era solo Nerone e non era migliore di 30 tiranni.

La condizione della servitù è una condizione interiore: qui Seneca si riferisce a un principio

stoico secondo cui il saggio anche se è schiavo è libero.

9. Tempus est desinere, sed si prius portorium solvero. “Initium est salutis notitia

peccati”. Egregie mihi hoc dixisse videtur Epicurus; nam qui peccare se nescit corrigi

non vult; deprehendas te oportet antequam emendes.

È ora di chiudere ma prima devo sciogliere il debito. 'La consapevolezza dell'errore è

l'inizio della guarigione'. Mi sembra che Epicuro abbia detto molto bene questa cosa; chi

non sa di sbagliare non vuole essere corretto; è necessario che tu sia colto in errore prima

di essere corretto/di colmare le tue lacune.

La lettera finisce con sentenza di Epicuro, criticato in vari punti. Come spesso, la sentenza

non sembra pertinente con quanto detto finora. Questa sentenza fa riferimento a un altro

principio medico, cioè che la guarigione inizia con l'ammissione stessa di essere malato.

Peccati => mai con peccato perché è concetto cristiano, va tradotto con errore, mancanza.

Se si riesce a far capire al malato che la sua è una malattia, egli guarirà => etica

intellettualistica, tutto si gioca sulla ragione. Se la persona non vuole sentir ragioni, è

totalmente sopraffatto dalle passioni, allora non si può fare nulla, è una tragedia.

10. Quidam vitiis gloriantur: tu existimas aliquid de remedio cogitare qui mala sua

virtutum loco numerant?

Alcuni si vantano dei vizi: tu credi che qualcuno pensi a curarsi quando considera i suoi

mali come virtù?

Aliquid => pronome relativo, soggetto di numerant

Ideo quantum potes te ipse coargue, inquire in te; accusatoris primum partibus fungere,

deinde iudicis, novissime deprecatoris; aliquando te offende. Vale

Perciò per quanto puoi esamina te stesso, critica te stesso; prima fai le parti

dell'accusatore, poi del giudice, infine dell'intercessore, ogni tanto punisciti

Sono tutti imperativi.

Questa frase ci fa tornare all'inizio: la cura dell'animo non è il viaggio, ma la

consapevolezza dell'errore e la valutazione di esso. Ciò si fa con questo esercizio

spirituale, che si chiama esame di coscienza. L'emblema di questo esame è lo specchio; i

termini usati da Seneca sono termini tecnici del processo.

EPISTULAE MORALES LIBRO III, LETTERA 31

Troviamo la stessa situazione della lettera 18, riferita a Ercole. Fa i complimenti a Lucilio

per il suo viaggio, dopo averlo criticato nella lettera 28.

1. Agnosco Lucilium meum: incipit quem promiserat exhibere. Sequere illum impetum

animi quo ad optima quaeque calcatis popularibus bonis ibas: non desidero maiorem

melioremque te fieri quam moliebaris.

Riconosco il mio Lucilio: ha cominciato a mantenere quello che aveva promesso. Segui

quello slancio dell'animo con il quale andavi verso le cose migliori avendo calpestato i beni

volgari: non vorrei che tu diventassi più grande o migliore di quanto ti stai costruendo.

Calcatis è un ablativo assoluto.

Fundamenta tua multum loci occupaverunt: tantum effice quantum conatus es, et illa

quae tecum in animo tulisti tracta.

Le tue fondamenta hanno occupato molto spazio (c'è voluto molto tempo per buttare le

basi della formazione filosofica): solo porta a compimento quello che hai cominciato e

esamina quelle cose che hai portato con te nell'animo.

Metafora della costruzione di un edificio.

Lucilio descritto come qualcuno che è in cammino verso la perfezione: ha gettato le

fondamenta, ha portato dentro al suo animo dei principi e adesso li deve interiorizzare.

Tracto => verbo frequentativo => verbi frequentativi, dichiarativi o intensivi sono verbi che

partono dal tema del supino e hanno suffisso -to: tracta viene da trao e vuol dire

strattonare. Indicano intensità, frequenza e ripetizione. Hanno un senso nel momento in

cui il verbo semplice è presente, ci sono altri casi in cui non c'è: specto (stare a guardare)

sarebbe un frequentativo, ma il verbo specio non è attestato si trova con un asterisco =>

verbo ricostruito ma non attestato. Ci sono anche casi di specializzazione del

frequentativo: CANO-CANTO => approfondisce una sfumatura di significato già presente

nel verbo semplice.

Tracto = utilizzato per valutare le bestie che si esaminavano toccandoli con la mano. In

senso metaforico, indica un esame approfondito.

2. Ad summam sapiens eris, si cluseris aures, quibus ceram parum est obdere: firmiore

spissamento opus est quam in sociis usum Ulixem fuerunt.

Insomma tu diventerai un saggio se avrai tappato le orecchie che è poco chiudere con la

cera; c'è bisogno di una protezione più spessa di quella che dicono abbia usato Ulisse con

i suoi compagni.

Usum => infinito perfetto

Il riferimento a Ulisse si ritrova anche nella lettera 56 => Ulisse è un eroe perché vince il

canto delle sirene, vince la seduzione del piacere a differenza dei suoi compagni. Per gli

stoici la prima e più pericolosa causa di perversione (il rovesciamento della ragione) è il

cattivo esempio dei compagni.

Illa vox quae timebatur erat blanda, non tamen publica: at haec quae timenda est non ex

uno scopulo sed ex omni terrarum parte circumsonant.

La voce che era temuta era suadente, ma non comune a tutti: ma questa cosa che va

temuta non viene da uno scoglio ma risuona da ogni parte della terra.

Circumsonat => Seneca sceglie il composto suonare attorno, risuonare, che è un termine

dell'acustica molto utilizzato da Vitruzio quando parla della costituzione degli archi.

LATINO – 7^ LEZIONE (31 MARZO) ULTIME DUE ORE

EPISTULAE MORALES LIBRO III, LETTERA 31

Praeteverhere itaque non unum locum insidiosa voluptate suspectum, sed omnes urbes.

Dunque passa oltre, non un solo luogo pericoloso per un piacere seducente ma tutte le

città.

Praetervehere => imperativo

Il luogo pericoloso si rifà al discorso del determinismo ambientale.

Insidiosa => seducente => insidia è un tranello, è un tipo di inganno che mira ad ucciderci

Surdum te amantissimis tuis praesta: bono animo mala precantur.

Rimani sordo rispetto a chi ti ama di più (letteralmente: Offri te sordo a chi ti ama di più):

Non bisogna ascoltare le parole di chi ci vuole più bene perché non è oggettivo.

con una buona intenzione si augurano i mali.

Per esempio le madri che dicono alle figlie di essere belle e che desiderano che siano

ricche per Seneca è un vizio => punto di vista stoico, è un luogo comune molto diffuso.

Et si esse vis felix, deos ora ne quid tibi ex his quae optantur eveniat.

Se vuoi essere sereno, prega gli dei che non ti capiti niente delle cose che ti vengono

augurate.

C'è discorso dell'inopportunità di chiedere agli dei cose materiali: era una polemica

religiosa molto viva già nel paganesimo.

3. Non sunt ista bona quae in te isti volunt congeri: unum bonum est, quod beatae vitae

causa et firmamentum est, sibi fidere.

Non sono beni (autentici) queste cose che questi vogliono siano accumulate su di te:

l'unico bene è quello che è la causa e il fondamento della vita felice, confidare in se stessi.

Congeri = infinito passivo

Il bene autentico lo trovo solo dentro me stesso, ciò che viene da fuori peggiora la mia

situazione

Hoc autem contingere non potest, nisi contemptus est labor et in eorum numero

habitus quae neque bona sunt neque male;

Questo infatti non può capitare se la fatica non è disprezzata e considerata nel novero di

ciò che non sono né bene né mali;

Ciò che non è bene né male per gli stoici sono gli indifferentia: il labor è un'indifferens,

così come la morte.

Fieri enim non potest ut una ulla res modo mala sit, modo bona, modo levis et

preferenda, modo expavescenda.

Non può accadere che alcuna cosa sia talvolta male, talvolta bene, talvolta lieve e

sopportabile, talvolta terribile.

Spiega la motivazione della qualifica di indifferenti. Lo stoicismo è una filosofia categorica

nella quale non esistono intermedi ma assoluti, quindi molte dimostrazioni si basano sul

principio di non contraddizione => se qualcosa è bene non può essere male.

4. Labor bonum non est: quid ergo est bonum? Laboris contemptio.

La fatica non è un bene: che cosa dunque è un bene? Il disprezzo della fatica.

La fatica rientra negli indifferenti perché alcune fatiche sono positive e altre sono negative:

poiché qualcosa non può essere ogni tanto un bene e ogni tanto un male, allora non

rientra nella categoria degli indifferenti. Lo studium (hobby, passione per qualcosa) non è

un bene.

Itaque in vanum operosos culpaverim: rursus ad honesta nitentes, quanto magis

incubuerint minusque sibi vinci ac strigare permiserint, admirabor et clamabo, “tanto

melior, surge et inspira et clivum istum uno si potes spiritus exsupera”.

Dunque io incolperei vanamente i lavoratori: sforzandosi verso il bene più volte, quanto più

si saranno applicati e quanto meno avranno consentito di essere vinti e di riposare, io li

ammirerò e griderò 'tanto meglio alzati, respira profondamente e se ci riesci supera di un

balzo questa salita.”

Seneca veste i panni dell'allenatore che deve motivare i suoi allievi, dice che va premiato il

labor finalizzato all'honestum, al conseguimento del bene.

Surge e ispira => esortazioni tipiche dell'allenatore dei pugili.

5. Generosos animos labor nutrit. Non est ergo quod ex illo <voto> vetere parentum

tuorum eligas quid contingere tibi velis, quid optes; et in totum iam per maxima acto viro

turpe est etiamnunc deos fatigare.

La fatica nutre/accresce gli animi nobili. Dunque non c'è motivo che tu scelga che cosa

vuoi che ti capiti secondo quel vecchio desiderio dei tuoi genitori; e anche per un uomo

che ha già raggiunto interamente le cose più grandi (che si è realizzato completamente) è

vile tormentare gli dei.

Generosos => non generosi ma nobili.

In totum => forma avverbiale che significa interamente

Ad hoc viro => dativo

Quid votis opus est? Fac te ipse felicem; facies autem, si intellexeris bona esse quibus

admixta virtus est, turpia quibus malitia coniuncta est.

Che bisogno c'è delle preghiere? Renditi da solo beato/sereno. Tu ci riuscirai se capirai

che sono beni quelli a cui è mescolata la virtù, mali quelli ai quali è unita la malvagità.

Turpia => è più frequente di mala per indicare i mali contrapposti ai beni.

Quemandomodum sine mixtura lucis nihil splendidum est, nihil atrum nisi quod tenebras

habet aut aliquid in se traxit obscuri, quemadmodum sine adiutorio ignis nihil calidum est,

nihil sine aere frigidum, ita honesta et turpia virtutis ac malitiae societas efficit.

Come senza la mescolanza della luce niente splende e niente è scuro se non ciò che ha le

tenebre o che prende in sé qualcosa di nero, come niente è caldo senza l'aiuto del fuoco,

niente è freddo senza l'aria, così i beni e i mali li fa la presenza della virtù e del vizio.

Quemadmodum – ita => similitudine

6. Quid ergo est bonum? Rerum scientia. Quid malum est? Rerum imperitia.

Che cosa è il bene? La consapevolezza delle cose. Che cosa è il male? La mancata

esperienza delle cose.

È un'etica intellettualistica, quindi il bene coincide con la saggezza.

Ille prudens atque artifex pro tempore quaeque repellet aut eliget; sed nec quae repellit

timet nec miratur quae eligit, si modo magnus illi et invictus animus est. Summitti te ac

deprimi veto. Laborem si non recuses, parum est: posce.

La persona saggia e capace a seconda del momento rifiuterà o accetterà ciascuna cosa;

ma non ha paura di ciò che rifiuta né ammira ciò che sceglie, se solo egli ha un animo

grande e invincibile. Io proibisco di sottometterti e di abbatterti. Non basta non rifiutare la

fatica (sarebbe poca cosa rifiutare la fatica): devi pretenderla.

Illi => dativo di possesso

Si può scegliere o rifiutare lo stesso oggetto essendo indifferente, non alterando la mia

condizione.

7. Quid ergo?” inquis “labor frivolus et supervacuus et quem humiles causae

evocaverunt non est malus?”

E allora? La fatica stupida e inutile e provocata da cause vili non è forse un male?

Humiles => non vuol dire umile, ma vile. Viene da humus, terra => quelli che sono a terra

sono le persone di un ceto basso. È il contrario di generosus.

Non magis quam ille qui pulchris rebus inpenditur, quoniam animi est ipsa tolerantia

quae se ad dura et aspeta hortatur ac dicit, “quid cessas? Non est viri timere sudorem”.

Non più di quello che si impiega per cose belle, poiché è tipico dell'animo questa

sopportazione che esorta se stessa verso le cose difficili e dure e dice, 'perché esiti? Non

è da uomo aver paura del sudore”.

Tollerantia è sinonimo di patientia.

Distinzione tra anima e animo: la prima è il principio vitale, qualcosa di fisco; il secondo è il

principio psicologico della nostra vita. Qui si intende la mente, il pensiero con animus.

8. Huc et illud accedat, ut perfecta virtus sit, non aequalitas ac tenor vitae per omnia

consonans sibi, quod non potest esse nisi rerum scientia contingit et ars per quam

humana ac divina noscantur.

Aggiunga questo e quello, finché la virtù sia perfetta: l'equilibrio e un tenore di vita

coerente in tutto, ciò non può accadere se non si aggiunge la conoscenza delle cose e

l'arte attraverso la quale si conoscono le cose umane e divine.

scientia et ars => questo lessico fa riferimento alla distinzione tra ingenium e ars: il primo è

il talento, la seconda è la tecnica. Per gli antichi il poeta più grande deve avere entrambi.

Ciò è valido anche per i filosofi. Non basta la conoscenza delle cose, che può essere

dovuta alla nostra indole, ma è necessaria una tecnica perché sennò basterebbe leggere

la filosofia sui libri.

Hoc est summun bonum; quod si occupas, incipis deorum socius esse, non supplex.

Questo è il sommo bene, se lo raggiungerai inizierai ad essere compagno degli dei e non

supplice.

Essere compagno degli dei => essere libero dalle passioni, raggiungere la condizione

della perfezione in cui non si ha bisogno di nulla. L'unica cosa che lo distingue dal dio è il

tempo, perché non è mortale. Seneca arriverà a dire che l'uomo è superiore a dio, perché

dio è perfetto per natura e l'uomo per merito suo => l'uomo ha raggiunto la perfezione con

le sue forze e quindi è più grande [idea di Seneca].

9. “Quomodo” inquis “isto pervenitur?” Non per Poeninum Graiumve montem nec per

deserta Candaviae; sec Syrtes tibi nec Scylla aut Charybdis adeundae sunt, quae tamen

omnia transisti procuratiunculae pretio: tutum iter est, iucundum est, ad quod natura te

instruxit.

Dici “come si fa ad arrivare lì?” Non attraverso le Pennine e le Graie né la deserta

Candavia; non devono essere raggiunte da te le Sirti o Scilla o Cariddi le quali tuttavia hai

oltrepassato solo per un piccolo impegno politico. Il viaggio è sicuro e piacevole, la natura

ti ha preparato per questo.

Inquis => fa presupporre che ci sia un'obiezione di Lucilio.

Pennine e Graie sono i nomi di due sezioni delle Alpi e per i romani costituivano il limite

invalicabile dell'Italia (limite violato solo da Annibale e ciò è rimasto come una cosa

eccezionale).

Candavia è il monte Crasto che si trova nell'ex Jugoslavia

Piccolo impegno politico fa riferimento a quando Lucilio era procuratore in Sicilia. Per

Seneca è un impegno da poco, ma è bastato a motivare Lucilio a passare Scilla e Cariddi

che si trovano nello stretto di Messina.

Dedit tibi illa quae si non deserueris, par dei surges.

Quella (la natura) ti ha dato ciò che se non tradirai ti farà assurgere pari al dio.

Par deo => rimanda al carme 51 di Catullo che a sua volta una traduzione di Saffo,

“L'innamoramento”. Pari agli dei per i greci è molto frequente, per i romanzi era un tabù,

era quasi blasfemo (pari agli dei veniva usato con una perifrasi come il più grande degli

uomini). Lo stoicismo e l'epicureismo consideravano che il filosofo potesse essere pari agli

dei: Seneca non si fa problemi a dirlo e usa un termine, par, che significa originariamente

l'abbinamento in coppia di gladiatori => equilibrio, erano allo stesso livello di

combattimento. In Seneca c'è la lotta del saggio contro la sorte e in particolare nel De

Providentia c’è dio che guarda Catone che lotta contro le avversità. Par non è solo un

abbinamento ma anche una sfida perché l'uomo lotta contro la sorte mandata da dio.

10. Parem autem te deo pecunia non faciet: deus nihil habet. Praetexta non faciet: deus

nudus est. Fama non faciet nec ostentatio tui et in populos nominis dimissa notitia: nemo

novit deum, multi de illo male existimant, et inpune.

D'altra parte non saranno i soldi a farti pari al dio: il dio non possiede nulla. Non ti farà dio

la toga (dei senatori): il dio è nudo. Non ti farà pari agli dei la fama, la gloria né l'esibizione

di te stesso e la fama del tuo nome trasmessa tra i popoli: nessuno conosce il dio, molti

parlano male di lui e impunemente.

Peregrina => per + ageo (campo)

Non turba servorum lecticam tuam per itinera urbana ac peregrina portantium: deus ille

maximus potentissimusque ipse vehit omnia. Ne forma quidem et vires beatum te facere

possunt: nihil horum patitur vetustatem.

Non ti farà pari agli dei una folla di servi che portano la tua lettiga per le strade della città e

della campagna: quel dio più grande e più potente di tutti porta da solo le cose.

Seneca qui pensa ad Atlante, a Ercole.

Neppure la bellezza e le forze possono renderti felice, niente di queste tollera la vecchiaia.

Non si parla più di essere pari agli dei, ma di rendere felici perché parla dei beni che sono

caduti. Per i romani la vera bellezza è nelle proporzioni delle forme.

11. Quaerendum est quod non fiat in dies peius, cui non possit obstari. Quid hoc est?

Animus, sed hic rectur, bonus, magnus. Quid aliud voces hunc quam deum in corpore

humano hospitantem?

Dobbiamo cercare ciò che non peggiori con il tempo, che non possa subire danno. Che

cos'è? L'animo, ma buono, onesto, grande. Come altro lo chiamerai se non un dio che

dimora nel corpo umano?

C'è famosa frase di Sant'Agostino => Dio dimora nell'animo umano. Egli aveva presenta

passi come questo. L'animo quando è grande e buono è un dio che noi abbiamo dentro e

non dipende da ciò che c'è fuori.

Hic animus tam in equitem Romanum quam in libertum, quam in servum potest cadere.

Questo animo può capitare in un cavaliere romano così come in un liberto o in un servo.

Un'altra caratteristica delle filosofie ellenistiche è di sorpassare le barriere sociali, a

differenza di quanto dicevano Platone e Aristotele che erano rigidi nel difendere le

differenze sociali. Epitteto, filosofo dopo Seneca, era uno schiavo e Marco Aurelio era un

imperatore e uno stoico. Queste affermazioni insieme alla lettera 47 sono stati utilizzati per

sostenere che Seneca sarebbe un sostenitore dei diritti del popolo => tutto ciò è sbagliato.

Seneca non fa mistero di avere gli schiavi e trattarli da schiavi; lui riconosce in linea

teorica che lo schiavo ha un animo anche nobile ma è un altro discorso.

Quid est enim eques Romanus aut libertinus aut servus? Nomina ex ambitione aut iniuria

nata. Subsilire in caelum ex angulo licet: exsurge modo et te quoque dignum finge deo .

Che cosa infatti è un cavaliere romano o un liberto o un servo? Sono nomi nati

dall'ambizione o dal sopruso. Si può salire in cielo da un luogo molto angusto. Sollevati e

renditi simile al dio.

Sopruso perché molti non erano nati schiavi ma lo erano diventati dopo una conquista.

Tutta l'esortazione della lettera è alzarsi, elevarsi sia fisicamente che spiritualmente.

Finges autem non auro vel argento: non potest ex hac materia imago dei exprimi similis;

cogita illos, cum propitii essent, fictiles fuisse. Vale.

Tu ti costruirai (simile al dio) non con l'oro e con l'argento: da questa materia non si può

trarre un'immagine simile a dio; pensa che questi quando erano propizi erano di terracotta.

Addio.

Nella lettera 18 questo dio era Ercole => qui non si pesa al contenuto, ma qui nella

citazione Seneca prende finges che vuol dire plasmare, è il termine degli scultori.

Polisemia del verbo = Seneca prende il significato traslato di Virgilio e lo riduce a un

significato materiale.

I fasti di Ovidio è pieno di riferimenti agli dei della prima repubblica che erano di terracotta

=> quando erano così, si era moralmente migliori. Tutto ciò fa riferimento anche al libro di

Evandro che rappresenta Roma prima di Roma perché abita nei luoghi dove sorgerà il

Campidoglio che sono luoghi poveri con capanne. Evandro è buono così come il suo

popolo, è il simbolo dell'innocenza perduta dei romani. Dietro a questo finale c'è la teoria

del moralismo romano => massimo esempio è Sallustio che dice che la degenerazione

morale è iniziata con i soldi: nel De Coniuratione Catilinae dice che dopo la vittoria della

seconda guerra punica sono arrivati a Roma molti soldi con i quali sono arrivati anche i vizi

=> prima c'erano pochi soldi e si vedevano meno le differenze sociali. Quando uno si

arricchisce iniziano a vedersi e ciò significa anche tensioni sociali = denaro è la causa

prima della decadenza. Un testo in cui c'è questo applicato ai barbari: La Germania di

Tacito, nella quale ci sono i barbari che hanno delle virtù perché non hanno il denaro

(erano ancora al baratto). Gli unici barbari che conoscono la corruzione sono quelli che

confinano con i romanzi perché conoscono le monete e sono gli abitanti dell'attuale

Svizzera. Se i romani sono corrotti e i germani sono puri, perché comandano i romani? È

una legge di natura in cui crede anche Tacito => i germani se moralmente sono migliori dei

romani, sono infinitamente inferiori sul piano dell'intelligenza, dell'organizzazione militare

ed è quindi giusto che siano sottomessi. Però sono un pericolo.

IMPORTANTE: La Germania è un caso unico perché i tedeschi sono l'unico popolo che ha

un testo che li descrive in epoca pre letteraria. Degli altri popoli abbiamo testimonianze

indirette. Questo testo è importante anche per una frase di Tacito che dice che non crede

che in questa regione siano venuti molti da fuori per il fatto che il clima sia così infame che

è impossibile che qualcuno voglia risiedere lì => da lì i nazisti hanno tratto la purezza della

razza. C'è stata poi una nemesi, perché sempre a Tacito si deve la frase Avete fatto un

deserto e lo avete chiamato pace (discorso di un barbaro, Calgaco, che cerca di

convincere i britanni e gli altri barbari a sollevarsi contro i romani e critica l'imperialismo

romano) che ha ispirato il 68 in America nelle contestazioni contro la guerra in Vietnam.

LATINO – 8^ LEZIONE (6 APRILE)

EPISTULAE MORALES, LIBRO IV, LETTERA 37

Tratta la vita come combattimento => metafora frequentissima e molto usata soprattutto da scrittori

dell'umanesimo => tradizione dei trionfi [tra cui Petrarca] sia metaforiche sia la rappresentazione di

vittoria contro un nemico in guerra, dietro questo tipo di scritti è implicita l'idea di una vita come

lotta per raggiungere un determinato bene che per Seneca è la virtù.

1. Quod maximum vinculum est ad bonam mentem, promisisti virum bonum, sacramento rogatus

es.

Tu hai promesso di essere un uomo onesto, il ché ti vincola sommamente all'animo onesto. Sei

vincolato da un giuramento.

“esse” è sottinteso

Usa termini giuridici.

Quod => relativo, anticipa promisisti virum bonum

Deridebit te, si quis tibi dixerit mollem esse militiam et facilem.

Ti prenderebbe in giro uno se ti dicesse che questo è un servizio militare agevole e piacevole.

Mollis => ha connotazione negativa, è tutto ciò che è debole, effeminato (che per i romani è

negativo) e degradato dall'eccesso di lusso e dalla scarsità di prove imposte => se uno vive troppo

bene diventa troppo sensibile e delicato.

Nolo te decipi.

Io non voglio ingannarti

Letteralmente => non voglio che tu sia ingannato

Eadem honestissimi huius et illius turpissimi auctoramenti verba sunt: “uri, vinciri ferroque

necari”

Ci sono le stesse parole in questo mestiere nobilissimo e in quello vergognosissimo: 'Essere

bruciati, legati o uccisi di spada.

Auctoramenti => mestiere

'Uri, vinciri ferroque necari' => gioca sull'omoteleuto, nella nostra lingua è una rima. Sono tutti

passivi. Vinciri non è infinito presente di vinco (vinci) ma di vincio che significato legare. Era il

giuramento dei gladiatori che accettavano una paga buona ed era compreso nel contratto che loro

avessero grandi probabilità di morire sul campo. Dicono che l'imperatore Claudio avesse una

particolare predilezione per i gladiatori con il capo scoperto perché si vedeva meglio il trapasso

dalla vita alla morta quando erano sgozzati. C'è affinità tra giuramento del mestiere più ignobile e il

giuramento di chi vuole fare filosofia => il filosofo deve combattere contro la vita e alla fine muore,

la vita può riservare anche esperienze come queste

2. Ab illis qui manus harenae et edunt ac bibunt quae per sanguinem reddant cavetur ut ista vel

inviti patiantur: a te ut volens libensque patiaris.

Da quelli che offrono (letteralmente affittano) le mani al circo (viene usato sabbia per indicare

circo) e bevono ciò che restituiranno attraverso il loro sangue, si pretende che sopportino queste

cose anche se contro la loro volontà: da te che le sopporti volentieri e con piacere.

Mangiano e bevono => correlazione diretta tra il sangue che accresce grazie al nutrimento e il

sangue che viene versato, come se fossero animali di allevamento. Ciò va tollerato anche se contro

la volontà, sono obbligati. I filosofi devono farlo invece volentieri. Patiaris volens => antitesi in

parallelismo con inviti patiantur => questo parallelismo si chiama poliptoto verbale.

Illis licet arma summittere, misericordiam populi temptare: tu neque summittes nec vitam rogabis;

recto tibi invictoque moriendum est.

A loro (i gladiatori) è consentito abbandonare le armi e chiedere/invocare la grazia al popolo: tu non

abbandonerai né chiederai salva la vita; devi morire in piedi e imbattuto.

Il gladiatore poteva chiedere la misericordia e l'imperatore, una volta verificata la volontà del

popolo, decideva.

Per lo stoicismo non c'è nessuno che si muove pietà, nessun Dio, quindi l'uomo deve cavarsela da

solo.

Quid porro prodest paucos dies aut annos lucrificare? Sine missione nascimur.

E poi a che serve guadagnare pochi giorni o anni? Nasciamo senza scampo/senza speranza.

Lucrificare => termine economico

Missio => la grazia data al gladiatore. A noi non è data questa grazia, siamo costretti a rimanere sul

campo che è la nostra vita

3. “Quomodo ergo” inquis “me expediam?”. Effugere non potes necessitates, potes vincere. Fit

via <vi>; et hanc tibi viam dabit philosophia.

In che modo dunque dici 'Io mi libererò?' Tu non puoi sfuggire le necessità, puoi sconfiggerle. Ci si

fa strada con la forza; e questa strada te la darà la filosofia.

Vi è tra parentesi uncinate perché è stato aggiunto dall'editore, il copista lo aveva dimenticato.

Gruter, editore di Seneca del 600, che trovando Fit Via a memoria ha riconosciuto che si trattava di

un pezzo dell'Eneide ha completato l'espressione. Vi è caduto perché è molto simile a via. La

citazione è tratta dal II libro dell'Eneide => Enea racconta la caduta di Troia, i greci che si fanno

strada con la violenza.

La viam di Seneca riprende la via di Virgilio => riprende una via empia (la presa di Troia

caratterizzata da fatti empi e violenti) integrandola nella filosofia => la lotta in cui siamo impegnati

è una lotta scorretta, non è un duello tra nobili guerrieri ma tra due combattenti che mirano a

distruggersi l'uno l'altro e l'altro è più forte (la sorte è più forte dell'uomo).

Ad hanc te confer si vis salvus esse, si securus, si beatus, denique si vis esse, quod est maximum,

liber; hoc contingere aliter non potest.

Rivolgiti a lei (alla filosofia) se vuoi essere salvo, senza preoccupazione, felice, infine se vuoi

essere libero, che è la cosa più importante; questo non può capitare in altro modo.

Salvo => concetto che fa riferimento al contesto bellico, salvo rispetto al nemico

Secursus => sine cura

Beatus => termine che definisce la felicità filosofica, è assente il turbamento

Questi 3 termini ricorrono frequentemente in Seneca.

Liber ricorre un po' meno => liber fa riferimento alla schiavitù in cui noi ci troviamo, noi siamo

schiavi del destino. L'eroismo non è vincere il destino, ma accettarlo.

4. Humilis res est stultitia, abiecta, sordida, servilis, multis adfectibus et saevissimis subiecta.

La stoltezza è una cosa vile, ignobile, spregevole, disgustosa, soggetta a molte e crudelissime

passioni.

Stoltezza è l'antitesi della filosofia => Seneca nello scegliere questo termine per tradurre pauros che

era il termine greco in antitesi con il saggio, sceglie un termine banale, del linguaggio basso. Stultus

è lo stupido per eccellenza già dalle commedie di Plauto. Per Seneca questa è la condizione

universale, sono tutti stolti tranne il saggio.

Filosofia e stoltezza sono personificate.

Abiectum => ab eiato => gettato giù

Sordidus => dà l'idea di sporco

Servilis => degna di un servo

Adfectus => termine specifico delle passioni. È qualcosa che ci colpisce

Saevissumus => saevus vuol dire feroce nel senso del guerriero ardente, violento. Con Seneca

saevus acquisisce la sua connotazione negativa di crudele. Saevus nel De Ira è l'estremo dell'ira.

Le passioni crudelissime sono quelle passioni che diventano incontrollabili

Hos tam graves dominos, interdum alternis imperantes, interdum pariter, dimittit a te sapientia,

quae sola libertas est.

La sapienza che è l'unica forma di libertà allontana da te tutti questi padroni così impegnativi, che

comandano talvolta a turno, talvolta insieme.

Sapienza => termine astratto

Comandano a turno, talvolta insieme => fa riferimento all'immagine che dentro di noi ci sono tutte

le passioni che lottano tra di loro, non vanno d'accordo. Oltre a soffrire per le passioni, soffriamo

anche per le lotte che le passioni fanno tra di loro.

Una ad hanc fert via, et quidem recta; non aberrabis; vade certo gradu.

A questa ti conduce una sola via e anche dritta; non devierai; avanza con passo sicuro.

Una => uno solo

Aberrabis => radice di erro, vagare/andare nella direzione sbagliata

Si vis omnia tibi subicere, te subice rationi; multos reges, si ratio te rexerit.

Se vuoi sottomettere ogni cosa a te, sottomettiti alla ragione. Governerai su molti se la ragione avrà

governato te.

Due periodi ipotetici di primo tempo, entrambi con poliptoto verbale (Subicere, subice e reges,

rexerit. Ci sono anche 3 pronomi personali: tibi te te => non è frequente, quando lo si esprime vuol

dire voler rafforzare il concetto. Uno studioso ha dimostrato che l'insistenza del pronome personale

in Seneca dimostra la valorizzazione che Seneca fa per primo dell'interiorità.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere moderne
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giovyviv94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Lingua e letteratura latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Berno Francesca Romana.

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