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Letteratura russa III

Maurizia Calusio

Università Cattolica del Sacro Cuore

Basata su appunti presi in classe integrati con il libro: La rivoluzione russa – Anthony Wood (parte storica). La parte letteraria è l'integrazione di appunti, con i libri presenti in sala consultazione e proposti dall'insegnante Storia della letteratura russa, edizione Einaudi – Voll. I-III – V. Strada, E. Etkind, G. Nivat, I. Sermane. Contiene appunti su:

  • Achmatova
  • Bulgakov
  • Cvetaeva
  • Esenin
  • Majakovskij
  • Mandel'stam
  • Pasternak
  • Salamov
  • Solzenicyn
  • Crisi del simbolismo e acmeismo
  • Dal disgelo al dissenso, la nuova emigrazione
  • Il futurismo
  • La cultura russa e l'emigrazione
  • La letteratura neocontadina
  • La letteratura russa testimonianza del disumano

La rivoluzione russa - Anthony Wood

La peculiarità della rivoluzione russa consiste nel fatto che essa fu preceduta da un lungo e acceso dibattito tra i gruppi della sinistra degli esiliati sia sulla forma che avrebbe dovuto assumere, sia sulle diverse filosofie sociali e sulle pratiche immediate da adottare.

Il contesto storico

La Russia zarista

L'impero dello zar Nicola II si estendeva dalla Russia europea e, al di là degli Urali, fino alle pianure scarsamente popolate della Siberia dell'estremo oriente. La Russia era ancora un paese prevalentemente agricolo e le classi principali erano quelle della nobiltà terriera (in base a un censimento del 1897, 1 milione di persone) e i contadini (97 milioni). Fino al 1861 questi contadini erano per lo più servi che si mantenevano o con piccoli appezzamenti di terra che i padroni davano loro in cambio del lavoro o con pagamenti in denaro, ma con l'emancipazione di quell'anno una parte della proprietà padronale passò loro.

Le terre non appartenevano ai singoli contadini, ma alla comunità del villaggio (mir, obščina), centro della vita contadina. Lo Stato aveva inizialmente dovuto provvedere alla compensazione finanziaria ricevuta dei possidenti, così la comunità dovette rimborsare questo debito al governo corrispondendo il riscatto annuale per i 49 anni seguenti. All'interno della comunità il singolo contadino pagava la sua quota in base al numero di strisce assegnate alla sua famiglia durante le assemblee degli anziani del villaggio.

Sebbene l'abolizione della servitù della gleba fosse considerata una grande riforma, essa non determinò un'effettiva condizione di uguaglianza di fronte alla legge. Il fatto che la comunità fosse responsabile del pagamento dei riscatti fece sì che il contadino risultasse vincolato ad essa tanto quanto lo era stata in precedenza al padrone. Quelli che volevano azzerare il proprio debito furono spesso intralciati dalla necessità di consenso dei due terzi dell'assemblea del villaggio. Nel 1905 un 10% della popolazione contadina, quelli più ricchi, noti con il nome di kulaki, possedeva un terzo della terra comune e riuscirono a comprare o prendere in affitto altri campi dai nobili.

Due erano le principali difficoltà:

  • Metodi non scientifici e un'attrezzatura povera che rendevano difficile ottenere una produzione tale da controbilanciare le pesanti tasse e diritti di riscatto.
  • L'enorme crescita della popolazione rurale nella seconda metà dell'ottocento, che determinò una fame di terra all'interno delle aree controllate dalle comunità: il numero dei contadini poveri e dei lavoratori agricoli senza terra continuava a crescere.

La classe media dei professionisti dei mercanti e residua in Russia, nel 1891 comprendeva poco più di mezzo milione di persone. Alla fine dell'ottocento, una considerevole crescita industriale fece pensare che la Russia volesse orientarsi verso un modello economico di tipo occidentale. La produzione di carbone e di ghisa aumentò, soprattutto a causa dello sviluppo della rete ferroviaria (dal 1891 si pose mano alla realizzazione della Transiberiana).

Lo Stato incoraggiò questo sviluppo, soprattutto sotto il ministro delle finanze Vitte (1892-1903). La mancanza di capitali, tuttavia, resta la principale difficoltà. Nel 1897 Vitte stabilì la parità aurea per il rublo in modo da attirare capitali stranieri. All'inizio del novecento c'erano forse circa 3 milioni di lavoratori industriali, ancora pochi. I processi primitivi di molte industrie ritenevano ancora un alto impiego di manodopera, soprattutto nel settore minerario metallurgico. Nel 1897 una legge aveva ridotto l'orario di lavoro degli adulti a 11 ore e mezza ed era stato introdotto un sistema di ispezioni in fabbrica, ma le condizioni di lavoro e di vita nei bassifondi urbani erano spesso spaventose mentre sindacati scioperi erano ancora illegali.

Questa arretratezza economica e sociale si univa a un sistema di governo che si basava su un'autocrazia esercitata dallo zar attraverso l'esercito, la polizia e la burocrazia. La monarchia era sostenuta dalla Chiesa ortodossa russa e dalla nobiltà terriera, che occupava i principali posti di comando. I decreti dello zar venivano promulgati dai suoi ministri, che egli poteva nominare e revocare a proprio piacimento.

Alessandro II (1855-1881) le sue riforme avevano apportato alcune modifiche di scarso rilievo. Fu introdotto un elemento di rappresentanza popolare del governo locale istituendo assemblee elettive a livello distrettuale provinciale, zemstva. Il sistema di voto per queste assemblee si basava sulla divisione in classi della Russia, nella quale i nobili, cittadini e contadini eleggevano i propri rappresentanti in collegi separati. Queste istituzioni erano responsabili della salute, delle prigioni e nelle scuole, ma la maggior parte delle loro attività ed erano supervisionate dalla burocrazia. Nel 1870 un dispositivo simile fu esteso le città, con un sistema di suffragio basato sul censo, per cui si designava un sindaco e un comitato esecutivo destinati a occuparsi dell'amministrazione locale. Alessandro II tentò anche di modernizzare il sistema giudiziario istituendo una corte regionale con competenze sia civili e penali. I giudici non potevano essere rimossi e le sentenze dovevano essere pronunciate in pubblico. Tutto ciò però riguarda una piccola parte della popolazione, dal momento che lo status giuridico separato dei contadini faceva sì che essi dovessero rispondere alla loro corte, il volost.

Alessandro III (1881-1895) il suo regno si mosse in tutt'altra direzione, il giudice di pace fu sostituito da un comandante che poteva esercitare un notevole controllo anche sul volost e sulle comunità. Anche poteri degli zemstva furono ristretti sensibilmente e la rappresentanza contadina ridotta.

Nicola II divenne zar nel 1894 e fu un uomo di grande fascino personale, profondamente religiosa molto legato alla famiglia. Dopo la sua sensibilità gli impedì di contrastare apertamente le opinioni che non approvava. Fin dall'inizio Nicola fu avverso alla partecipazione dei rappresentanti dello zemstvo agli affari del governo: secondo lui l'autocrazia era sacrosanta, e il carattere definitivo di questa asserzione prostrò i riformatori.

Il pensiero rivoluzionario russo nell'Ottocento

La sorveglianza della polizia zarista in difesa dell'autocrazia condizionò la natura dei movimenti politici in Russia durante l'ottocento. La loro sopravvivenza fu legata alla cospirazione e poiché i loro esponenti non avevano alcuna esperienza pratica di governo, si mossero in direzione di una teoria fatta di radicalismo e utopia. Vi erano sostanzialmente due scuole di pensiero, distinte dal tipo di risposta che proponevano per il peculiare carattere della storia russa, soprattutto in base al giudizio che avevano dell'operato di Pietro il grande:

  • Occidentalisti: sostenevano che la Russia avrebbe dovuto liberarsi del suo passato semiasiatico e cercare di mettersi alla pari con l'Occidente, in termini soprattutto di tecnologia. Essi non pensavano modelli occidentali di sviluppo costituzionale, sebbene il loro atteggiamento finisse per influenzare i liberali disperavano in un sistema di governo di tipo parlamentare.
  • Slavofili: si opponevano strenuamente a qualsiasi emulazione dell'Occidente, consideravano le istituzioni occidentali estranee allo spirito russo e le imponevano una fede quasi mistica nella Russia contadina, il cui sistema comunitario della vita di villaggio rappresentava il fondamento della Russia futura.

Uno dei primi a dare un certo spessore intellettuale a queste aspirazioni fu Herzen, un occidentalisti emigrato in Europa, che, disilluso da quanto aveva osservato in quel modo si cerca di dissuadere i russi a soccombere agli insidiosi esempi dell'Occidente. Herzen esercita una notevole influenza sulle generazioni negli anni 60 che reagì con la creazione del movimento populista che aspirava alla liberazione dei contadini in una società democratica socialista. Questa società non avrebbe dovuto basarsi su alcun modello occidentale. I populisti credevano che la Russia dovesse trovare una soluzione in armonia con le sue istituzioni contadine. Auspicavano una molteplicità di comunità indipendenti, ciascuna delle quali doveva occuparsi della propria industria e agricoltura a livello locale, e doveva essere piccola perché gli abitanti non soffrissero gli effetti spersonalizzanti del lavoro nelle grandi industrie. Essi erano contrari a un potere statale autocratico e sostenevano che a rivoluzione avvenuta lo Stato sarebbe scomparso automaticamente. La maggior parte dei populisti affermava che la grande trasformazione si sarebbe verificata a tempo debito, come manifestazione della volontà contadina. È che si concentravano soprattutto sulla propaganda e sotto la guida di Lavrov e Cajkovskij furono create associazioni di studenti per favorire la diffusione delle loro idee.

Durante gli anni 60 un’ala del movimento populista molto più estremista, i giacobini russi, si diede a una serie di dichiarazioni significative e molte pubblicazioni di autori come Michajlov, Zaicnevskij, Cernisevskij, Nekaev, Tkacev. Essi non appartenevano a un gruppo organizzato, tuttavia il loro pensiero contiene una coerenza straordinaria. Essi concepivano una leadership basata su una piccola elite rivoluzionario di professione, che potevano servirsi di qualsiasi mezzo, anche quello più crudele, per raggiungere il proprio scopo. Obiettivo era ispirare una rivoluzione immediata nella quale i contadini avrebbero rovesciato il regime. Lo Stato non sarebbe scomparso in seguito alla rivoluzione, dal momento che l'elite dirigente avrebbe avuto bisogno dell'apparato governativo per la piena realizzazione di una società socialista.

Il populismo raggiunse il suo acme nell’estate 1874, quando gruppi di studenti universitari che si definivano populisti (narodniki) piombarono in campagna per diffondere il nuovo credo della liberazione, ma molti di loro speravano anche di potersi assimilare i contadini, condividendo il loro stile di vita. Ben presto, però, persero ogni illusione. Il contadino non era il santo da loro immaginato e non è neanche socialista. Molti di loro furono arrestati, gli altri guidati da Natanson e Plechanov, che tentarono nel 1876 di mettere in piedi una vera e propria organizzazione: Terra e libertà. Lo scopo era quello di promuovere un'insurrezione che permettesse ai contadini di impossessarsi di tutta la terra. Nel giro di poco tempo prevalsero le opinioni più dure: i radicali del partito chiedevano una politica basata sul terrore per mano di un piccolo gruppo di rivoluzionari. I terroristi ebbero la meglio all'interno del movimento, con il nome di Volontà del popolo e nel giro di pochi anni diedero vita a un'escalation di omicidi che culmina nell'uccisione dello zar Alessandro II nel 1881. Dopo questa scissione, Plechanov e Aksel’rod, avendo perso la fiducia nel potenziale rivoluzionario della Russia contadina, si avvicinarono al marxismo.

Karl Marx era un ebreo tedesco che nel 1849 si era stabilito a Londra dedicandosi per tutta la vita all'analisi delle leggi che governano lo sviluppo della società, egli fu fonte di ispirazione per la maggior parte dei movimenti socialisti. È importante, però, distinguere Marx dal marxismo, egli conservò una certa flessibilità di pensiero e trovò spesso irritazione per le semplificazioni operate dai suoi seguaci. Tuttavia Marx contribuì ad aggiungere difficoltà interpretative lasciando incompiuta buona parte delle sue opere principali, fatta eccezione per Il Capitale. Per capire il movimento socialdemocratico il marxismo è più importante dello stesso Marx. La tesi fondamentale del marxismo considerava la storia un continuo processo di cambiamento in cui la struttura della società dipendeva dal modello economico adottato suo interno. Essenziale era il controllo dei mezzi di produzione da parte di una determinata classe sociale. Il dominio di una classe determinava una sovrastruttura politica, religiosa e culturale che rifletteva i suoi interessi e godeva della protezione dello Stato. La supremazia di questa classe, tuttavia, non era eterna, dal momento che sarebbero risorti altri fattori che avrebbero alterato la base economica della quale essa si serviva e avrebbe condotto all'emergere di una nuova classe che avrebbe preso il suo posto. Così la storia non era che un continuo conflitto in cui le classi si alternavano al potere secondo lo schema prestabilito. Marx aveva derivato quest'idea dallo studio dell'Europa occidentale: qui aveva dominato un'aristocrazia feudale, che aveva vissuto della terra coltivata dagli schiavi; poi, essere stata soppiantata da una classe capitalistica borghese per la crescita di un'economia basata sulla moneta. Questa classe aveva poi consolidato le posizioni raggiunte nella guerra civile inglese e nella rivoluzione francese; i pagamenti degli speravano privilegiando la proprietà privata, ma alla fine questo predominio borghese avrebbe posto le basi della sua stessa sconfitta: la nascita di una vasta classe di operai urbani, destinato a diventare presto una forza di enorme importanza, tanto da scardinare la base economica del potere borghese. Sarebbe quindi seguita la dittatura del proletariato che, sarebbe giunta allo stadio finale, una società senza classi, in cui nessuna classe avrebbe controllato i mezzi di produzione. Non ci sarebbe più stato bisogno dello Stato. Sebbene Marx avesse rivisto queste convinzioni, i suoi seguaci erano convinti dell'inesorabilità di questo schema: la società borghese era destinata a soccombere alla rivoluzione proletaria. Non bisognava anticipare i tempi, in quanto la borghesia doveva prendere il potere per prima, mentre la rivoluzione proletaria doveva verificarsi soltanto dopo. Compito del marxista, è preparare il proletariato al suo ruolo finale, decidere il momento propizio e assumere la leadership.

Questa posizione attrasse a sé i socialisti russi disillusi dal populismo, Plechanov e Aksel'rod nel 1883 fondarono il gruppo Emancipazione dal lavoro, che favorì la nascita di circoli socialdemocratici marxisti nei centri industriali della Russia. Essi furono aiutati anche dal fatto che la censura zarista aveva permesso la pubblicazione del Capitale di Marx. Tuttavia, era proibita qualsiasi attività politica: al primo congresso del Partito operaio socialdemocratico russo, tenutosi a Minsk nel 1898, venne arrestata in una sola volta buona parte dei delegati. Una grande difficoltà era rappresentata dal fatto che nell'Europa occidentale il capitalismo era in una fase abbastanza avanzata da permettere ai socialdemocratici di lavorare per la rivoluzione proletaria. La Russia, tuttavia, doveva ancora portare a termine la sua rivoluzione borghese e la rivoluzione proletaria appariva essere ancora lontana. Marx nel 1881 aveva affermato che il fervore rivoluzionario in Russia avrebbe reso possibile un'immediata rivoluzione socialista, purché ad essa seguissero altre rivoluzioni in Occidente. Quest'idea influenzò molto la decisione dei bolscevichi di prendere il potere nel 1917.

I gruppi politici russi all'inizio del Novecento

All'inizio del novecento la democrazia in Russia si trovò di fronte a una serie di manifestazioni studentesche, scioperi industriali e sommosse contadine. Queste agitazioni incoraggiarono molto le varie spiegazioni politiche, derivate dai fermenti ideali degli anni precedenti. C'erano tre gruppi principali:

  • Liberali: riassumevano la speranza della riforma costituzionale e dalla libertà politica. Questa tradizione occidentalizzante nel pensiero russo deve essere cercata tra i politici e i funzionari amministrativi degli zemstva. Agli occhi dei marxisti, essi incarnavano la rivoluzione borghese in Russia. I più moderati aspiravano a un'estensione degli zemstva su scala nazionale (Sipov). L'ala più radicale chiedeva autentiche riforme costituzionali di tipo occidentale: una monarchia limitata, che rispondesse a un Parlamento eletto suffragio universale diretto, in difesa degli interessi dei lavoratori e del diritto all'autodeterminazione per le nazioni soggette. Questo movimento fu costretto a lavorare solo dall'estero, nel 1901 nacque a Stoccarda il giornale “Liberazione”. Nel 1903 venne fondata l’Unione di liberazione.
  • Socialrivoluzionari: nascevano dal movimento populista e alcuni veterani della Volontà del popolo. L’Unione dei socialrivoluzionari comparve per la prima volta nel 1896 a Saratov. Nel 1901 Cernov costituì una piccola cellula di combattimento Berlino destinata a rinnovare la politica del terrore. Un partito politico di più ampia base fu fondata a Ginevra e nel 1903...
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/21 Slavistica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ChiaraHelder di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura russa e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Vitale Serena.
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