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Letteratura russa III

Corso monografico – Puskin

Serena Vitale
Università Cattolica del Sacro Cuore

Contiene appunti presi in classe, integrati con i libri indicati dall’insegnante, presenti in sala consultazione e in altre biblioteche:

  • Tre capitoli su Puškin, in Letteratura come itinerario nel meraviglioso – A. M. Ripellino
  • Le vie comuni, in A. Puškin, Piccole tragedie, S. Vitale
  • Introduzione in A. Puškin, Poemi e liriche, T. Landolfi
  • Apolli, plebi, pignatte, poeti. Puškin e la «querelle» sull’«arte per l’arte», in Puškin europeo, S. Vitale

Tematiche coperte dagli appunti

  • La biografia dell’autore
  • La questione dell’arte per l’arte
  • La prosa in confronto a quella di Gogol’
  • La prosa epistolare
  • Le piccole tragedie
  • Il rapporto con Caadaev
  • La visione religiosa di Puškin

Poesie tradotte e commentate

(La spiegazione è in inglese e tratta da ricerche personali):

  • Kern
  • Prorok
  • Ja pomjatnik sebe…
  • Poet i Tolpa
  • Ne mnozestvom kartin…
  • Elegija

Puškin (1799-1837)

La moda dei mori era diffusa in tutta Europa, e anche in questo Pietro il Grande non voleva essere da meno. Il suo moro, il suo prediletto, si chiamava Ibrahim Hannibal ed era il figlio di un principe abissino. Abilissimo ingegnere militare, si guadagnò un titolo nobiliare. Una nipote del “negro di Pietro il Grande” sposò Sergej L’vovic Puskin ed a quel matrimonio nacque Aleksandr Puskin, il quale fu sempre fiero sia della sua nobiltà vecchia di seicento anni che del suo sangue africano.

L'ambiente in cui Puškin trascorse l'infanzia era favorevole alla nascita della passione letteraria: lo zio paterno era un discreto poeta e tramite lui il padre era divenuto intimo dei più illustri scrittori del tempo (Karamzin, Batjuskov, Zukovskij), habitués della casa. Meno propizio era, quell'ambiente, all'affetto e al calore umano; non vi fu grande affetto reciproco fra figlio e genitori: entrambi i genitori erano egoisti e indifferenti alla progressiva rovina del patrimonio famigliare. L'educazione dei figli restò affidata com'era abitudine dell'epoca, a precettori stranieri. Il calore e la tenerezza gli vennero unicamente dalla nonna materna e dalla nutrice (donne che si sarebbero poi fuse nell'unica immagine affettuosa della vecchia intenta a narrare). Con loro praticava la lingua russa, che la nobiltà non parlava (parlava in francese), questa lingua sarebbe divenuta un prezioso modello per la sua ricerca linguistica.

Intanto Puškin scopriva il mondo attraverso lo sbarco, Omero, Moliere e tutta la letteratura francese del settecento. Nel 1811 Puškin venne iscritto al liceo di Carskoe Selo, la nuovissima istituzione di Alessandro I per preparare giovani nobili alle più alte cariche dello Stato. Non fu tra gli allievi più brillanti e le sue bravate lo alienarono spesso le simpatie dei compagni, tuttavia il liceo per lui sarebbe restato come immagine sostitutiva della casa.

A Carskoe Selo, Puškin si era scoperto poeta molto precocemente (nel 1814 comparvero le sue prime poesie): agli inizi era un imitatore, non voleva imporre né svelare la propria personalità, il proprio sentire: è quasi portavoce del suo gruppo (i compagni di Liceo, poi i membri dell’Arzamas, portavoci della poesia leggera). Intanto a fine dedica la propria scrittura. Quando, nel 1817, terminò il liceo, Puškin era già famoso tra i più anziani confratelli in poesia, ed era stato accolto tra nell’Arzamas con il soprannome di “Grillo”.

Puškin ottenne il grado di consigliere di collegio, avrebbe voluto abbracciare la carriera militare ma l'avarizia del padre condannò i suoi sogni. Cominciò a lavorare come traduttore al collegio degli affari esteri, tuttavia veniva spesso rimproverato per la scarsa assiduità e l'indolenza. Puškin era incalzato da una smaniosa voglia di vivere e conoscere. Lo si vedeva in tutti i posti che contavano (dopo Arzamas, che si sciolse nel 1818, venne La lampada verde, dove si discuteva letteratura e libertà in un clima di edonistici eccessi). Era accanito giocatore, provetto danzatore, cavallerizzo, nuotatore. Sapeva schermare e usare la pistola, amava attaccar briga e corteggiare le donne. Il suo dandysmo esagerato alimentava il culto del giovane genio sregolato.

In questi anni lavorò al poema epico romantico Ruslan e Ljudmila (che pubblicato nel 1820, suscitò l’entusiasmo della giovane generazione e lo sdegno e la censura della vecchia). Nel 1816 si formò la prima società segreta russa, l’Unione per la Salvezza, in cui si formarono i futuri terroristi. Puškin frequentava cospiratori, ma essi non lo vollero nei loro segreti ranghi. Puškin si era conquistato un discreto numero di nemici, questi erano bersagli dei suoi feroci epigrammi rivoluzionari e mordaci, che subito passarono di bocca in bocca e tramite una vasta rete di delatori le spie giungevano anche a corte.

Alessandro I, che era stato anche uno zar liberale, si volle mostrare generoso e invece dell'esilio in Siberia lo trasferì d'ufficio nel sud della Russia. La partenza non gli fu particolarmente grave: quella partenza gli conferiva lo status di vittima e di esule (maschera che diventerà decisiva per la lirica del periodo meridionale) e lo osservava da una situazione insostenibile: a Pietroburgo era stata diffusa la maldicenza che il poeta fosse stato frustato dalla polizia e Puškin odiava essere messo in ridicolo.

Arrivato a Ekaterinoslav, Puškin trovò nel suo superiore, il generale Inzov, una figura paterna e protettiva, un buon servitore dello Stato che coltivava segretamente idee liberali. Gli venne quasi subito consentito di compiere un lungo viaggio in Crimea e al Caucaso. Venne iniziato al culto di Byron. La pubblicazione, in estate, di Ruslan e Ljudmila, aveva intanto consacrato in contumacia la sua forma: fu un successo di pubblico senza precedenti nella tradizione editoriale russa e si accese attorno al poema una violenta discussione tra conservatori e partigiani del nuovo.

Puškin raggiunse Inzov nella sua nuova residenza di Kisinev, e rimase in Moldavia fino al 1823. A Kisinev, la città da lui ritenuta arretrata che in ogni modo si industriava di lasciare per far ritorno nella capitale, Puškin scrisse Il prigioniero del Caucaso, Gabrieleide e una serie di liriche, iniziò anche l’Eugenio Onegin. I suoi versi e le sue lettere raggiungevano la Russia e diffondevano un'efficace immagine del poeta attraverso l'autostilizzazione e il controllo dell'ironia. I fatti reali della vita entravano nell'opera, che a sua volta condizionava il comportamento pubblico dell'autore.

Era l'immagine dell'esule incalzato dal ricordo di tradimenti, calunnie, amori non corrisposti, dell'uomo disgustato dai veleni della civiltà, attratto dallo stato di natura, deluso, ha scritto da una precoce vecchiaia dell'anima. I personaggi erano in grado di superare l'immediato interesse autobiografico e diventare emblemi di un'intera generazione e del suo clima morale.

Nel 1823 si trasferì ad Odessa con gioia (la città era piacevole e cosmopolita), lavorando presso il conte Voroncov. Il conte odiava Puškin, inimicizia che mostrò apertamente quando scoprì che il poeta era affascinato da sua moglie. Le umiliazioni inflittegli da Voroncov, le ristrettezze economiche, la crescente coscienza di essere al centro di una vischiosa rete di pettegolezzi, indussero Puškin a chiedere il congedo dalla carriera di Stato. Ma le ripetute accuse del conte e l’intercettazione di una lettera in cui affermava che “il puro ateismo anche se non era una filosofia comoda, era comunque la posizione più razionale”, agli occhi dello zar Alessandro I, fecero sì che egli ne ordinasse il licenziamento per cattiva condotta e l'allontanamento nella tenuta materna di Michajlovskoe.

Puškin era stato affidato al padre, che si comportava con il poeta in modo ossessivo. Per questo i primi mesi furono oltremodo penosi per il poeta che si sentì recluso in quella casa. Una volta rimasto solo, il poeta intensificò le letture e il lavoro letterario (continuò l’Eugenio Onegin e iniziò la sua prima opera teatrale, Boris Godunov). Uniche distrazioni erano le lunghe solitarie cavalcate e le visite ai vicini, soprattutto la gentile e ospitale Praskov’ja Osipova Vul’f. Questo periodo è dominato dall'immagine di Anna Kern, un’affascinante donna che gli ispirò una delle più celebri liriche: Ricordo il meraviglioso istante…

Solo, con un'unica compagnia della vecchia njanja e dei suoi racconti, Puškin attraversava una decisiva metamorfosi: immergendosi nei ritmi di una vita scandita esclusivamente dall'arte, si sentiva sempre più stretto nei panni cupi e tenebrosi dell'eroe romantico. Scopriva l'essenza del reale, la prosa di una quotidianità che si elevava immediatamente a creazione sulla spinta di un talento curioso. Gli esiti di questa metamorfosi si daranno a vedere nel tutto peculiare realismo di Puškin e nella sua svolta a vantaggio della prosa. Già ora la sua poesia ricorre sempre più raramente all'arsenale romantico, e sempre più spesso lo fa con il gesto del gioco.

D'altra parte, la coscienza di occupare il primo posto fra i poeti più celebri della Russia dava in Puškin il senso di responsabilità, il desiderio di porsi come guida il punto di riferimento, di organizzare in modo armonico il variegato fronte letterario dell'epoca (a questo periodo risale anche il suo primo progetto di fondazione di una nuova rivista letteraria). Nasceva e si consolidava una nuova coscienza della professionalità del mestiere lirico.

Puškin ideò numerosi piani di fuga da Michajlovskoe, tutti falliti. Quando Nicola I, succeduto al trono del fratello Alessandro, si preparava a prestare giuramento, l'insurrezione preparata dai membri dell'unione veniva immediatamente violentemente repressa. Molti dei carristi (cinque sarebbero stati mandati a morte) erano conoscenti e amici del poeta. Il dolore si univa alla paura: Puškin bruciò le sue carte più pericolose e indirizzò una domanda di grazia al nuovo zar chiedendo di poter tornare alla vita libera. Infine nel 1826 fu condotto a Mosca. Ricevuto da Nicola non rinnegò i propri legami con i rivoltosi, si mostrò coraggioso ma anche deciso a evitare futuri colpi di testa: questo piacque allo zar, che tra l'altro ben intendeva dopo la dura repressione l'utilità di un gesto magnanimo. Sarebbe stato lo zar stesso il primo lettore e l'arbitro di quanto il nuovo Puškin avrebbe scritto. La notizia del perdono destò sensazione: il poeta tornava a Mosca con l'aureola dell'eroe, del martire graziato. Dovunque suscitava curiosità e benevole attenzioni. La prima lettura di Boris Godunov fu un evento per tutti memorabile.

Ben presto tuttavia alle orecchie di Puškin giunsero le voci che lo accusavano di apostasia, di aver venduto al potere gli ideali di gioventù, ma soprattutto si gonfiava il suo dossier nelle mani degli inquirenti e i controllori dell'ordine pubblico, poiché in alcuni documenti si scorgevano pericolose allusioni ai fatti del 14 dicembre 1825. Alla fine dell'inchiesta si stabilì che Puškin venisse posto sotto sorveglianza segreta. Ci fu anche il caso della Gabrieleide, di cui Puškin negò di essere l'autore prima di confessare. Il rapporto tra il poeta e lo zar era difficile: Puškin doveva rivolgersi allo zar per vedere autorizzato ogni suo verso, ogni suo progetto, ogni suo spostamento. Inoltre lo zar dava giudizi letterari, spesso negativi. Così i nemici del poeta divennero parte di questa violenta critica: agli atti della nuova intelligencija plebea e di nuovo pubblico di massa Puškin appariva ormai come una reliquia del passato, come rappresentante di un'aristocrazia letteraria che aveva perso la sua centralità e il suo ruolo nella loro. Veniva accusato di diserzione dall'idea liberale, e insieme controllato, spiato, limitato in ogni sua azione.

Puškin tuttavia non si rassegnava e non taceva, proprio negli anni '30 intervenne molto spesso pubblicamente in difesa di se stesso e soprattutto accusando i propri critici. Tuttavia soffriva di eccessi di umore nero e di spleen e cercava tregua nell'azzardo più spericolato. Continuava a chiedere il permesso di viaggiare perché voleva fuggire (nel 1829 senza autorizzazione raggiunse il fronte orientale dove si combatteva la guerra coi turchi). Costretto in Russia, alternava i soggiorni pietroburghesi a quelli moscoviti, con frequenti puntate a Michajlovskoe.

Nacque in questo periodo nel poeta il desiderio di sposarsi, di trovare serenità nella piccola intimità domestica, lontano dal gran mondo, abbandonando il ruolo di ribelle nazionale. La scelta definitiva cadde sulla sedicenne Natal’ja Goncarova, una delle più belle fanciulle dal marito dell'epoca. Ella era timida e riservata, succube di una madre autoritaria che per molto tempo non diede una risposta definitiva a Puškin. Gli rimproverava la cattiva reputazione politica, la scarsezza di mezzi e forse dell'aspetto fisico così differente dai russi. Il fidanzamento ufficiale avvenne nel 1830.

Il poeta partì per Boldino, la tenuta paterna una cui parte doveva essere venduta per far fronte alle spese del matrimonio. L'epidemia di colera che allora infuriava nella Russia meridionale lo trattenne in campagna più del previsto. Dal punto di vista letterario, questo periodo fu particolarmente proficuo. Proseguì con l’Onegin (anche il decimo libro, che bruciò, in cui il protagonista avrebbe dovuto incontrare i decabristi), scrisse I racconti di Belkin, le quattro Piccole tragedie e alcune liriche. In molte di esse il prediletto motivo del viaggio, reale e soprattutto simbolico, si copriva di inquietanti tragici riflessi alle soglie della vita nuova e misteriosa che attendeva il poeta.

Il matrimonio fu celebrato nel 1831 a Mosca, dove Puškin si stabilì. Ma il dissidio sempre più profondo con la famiglia della moglie visse il poeta partire per Pietroburgo, e poi per Carskoe Selo (ricordo perenne della sua ‘famiglia’ liceale). Aumentarono le occasioni di incontro con il gran mondo, che dimostrò di saper apprezzare la moglie di Puškin. Lo stesso Puškin che era allora persona grata, soprattutto per merito di due liriche patriottiche (Ai calunniatori della Russia e L’anniversario di Borodino). Lo zar intanto gli aveva concesso l'autorizzazione a svolgere ricerche d'archivio per la stesura di una Storia di Pietro il Grande, con una retribuzione annua. Puškin intanto era oberato di debiti e progettava invano nuove imprese editoriali, chiedeva prestiti (era legato a Nicola I anche a causa di un prestito oneroso concessogli dal Tesoro), tentava la fortuna al gioco e perdeva.

Un altro autunno solitario a Boldino, nel 1833, portò alla scrittura di Storia di Pugacev (che poi per ordine dello zar divenne Storia della Rivolta di Pugacev, in quanto era inammissibile che un rivoltoso avesse una storia), Il cavaliere di bronzo (che venne censurato aspramente dallo zar), La dama di picche e due delle favole in cui Puškin interpretava la fantasia popolare. Ma ebbe scarso successo. Intanto la sua famiglia diventava più numerosa, aumentavano le spese e anche successo di Nathalie in società.

Nei suoi viaggi del 1833 Puškin scriveva alla moglie lettere piene di tenerezza raccomandazioni: cercava di educarla alla viziosità, al riserbo, aveva sposato una bambina che accecata dai successi mondani tardava a crescere. Ai problemi finanziari, al progressivo disinteresse del pubblico, alle voci pettegole che lo dipingevano come un leccapiedi dello zar, si aggiunse la nomina a gentiluomo di camera, un titolo che di norma veniva attribuito ai nobili giovanissimi. Questa carica era umiliante e Puškin inventava ogni possibile pretesto per evitare le cerimonie che esigevano l'uniforme da paggio, ma ogni sua disobbedienza veniva scoperta dal capo della Terza Sezione, Bekendorf.

Quando Puškin scoprì che la polizia intercettava anche le lettere alla moglie chiese di andare in pensione, di ritirarsi in campagna, ma lo zar andò su tutte le furie e ci volle l'intervento di Zukovskij per ottenere un perdono che legava il poeta ancora più strettamente allo zar. Perseguitato dai creditori, costretto ad occuparsi anche del disastroso bilancio dei genitori, Puškin era scoraggiato, ansioso, sempre più solo. Il suo dolore e la sua rabbia si riversavano nelle liriche attraversate da presagio funesto, illuminate solo da teneri ricordi e dalla coscienza orgogliosa del proprio valore di uomo e poeta libero. Nelle liriche si riversava anche la sua rabbia per i suoi nemici.

Le speranze di guadagni e di nuova popolarità riposte ne Il Contemporaneo furono presto deluse: costretta a tacere sulle questioni politiche e a uscire in una tiratura limitata, non poteva competere con le altre riviste letterarie. Il pubblico lo considerava un poeta finito, e intanto i pettegolezzi sulla moglie di Puškin si intensificavano. Puškin vegliava che tutto ciò che concerneva la moglie restasse nei limiti della convenienza, tuttavia qualcosa di più avvenne tra Nathalie e George d’Anthes, un giovane legittimista francese approdato in Russia, che aveva fatto una rapida carriera militare.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/21 Slavistica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ChiaraHelder di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura russa e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Vitale Serena.
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