Estratto del documento

Letteratura italiana medievale

La tradizione letteraria di Dante Alighieri

Il quadro della tradizione letteraria può fondamentalmente essere fatto risalire a Dante Alighieri, al Dante della Vita Nuova (1294-1296), che trovatosi a dover definire una cronologia della poesia lirica nelle sue varie espressioni linguistiche (comprensive della poesia trobadorica, della poesia in lingua d’Oc e d’Oil) va affermando che questa tradizione poetica non rimonta indietro di più di 150 anni; dimostrando un notevole sapere critico, nonché la padronanza di notevoli informazioni poiché effettivamente, le origini della poesia lirica coincidono con quelle della poesia trobadorica del regno di Guglielmo IX d’Aquitania.

Dante, è fra i vari letterati del tempo, quello che ha più avvertito la necessità di identificare le origini della sua pratica letteraria, ed un Dante ormai prossimo alla stesura della Commedia, il Dante dell’esilio, torna a riflettere sulla questione in maniera più organica, avvicinandosi alla prospettiva linguistica, in particolare nel De Vulgari Eloquentia, che, stando ad alcuni indizi interni è databile intorno al 1305.

De Vulgari Eloquentia

Ponendosi il problema di definire una lingua poetica univoca, e al contempo congruente con una serie di contenuti che lui stesso propone, i cosiddetti magnaia; e riconoscendo il primato alla poesia lirica che rimarrà incontrastato fino alla nascita dell’Accademia dell’Arcadia (1690-1820 morte dell’ultimo accademico Pietro Jacopo); affermerà come l’immagine della poesia lirica che l’ha preceduto sia ormai sfocata, il cui sfocamento porta tuttavia ad una correzione ottica molto interessante.

In tale immagine un qualche posto deve essere occupato dai rimatori in volgare italiano che si collochino nella concezione che Dante ha della poesia che l’ha preceduto, alle origini della stessa. Se la Vita Nova parla di 150 anni prima a cui far risalire la nascita della poesia lirica, in relazione alla poesia dei trovatori; nel De Vulgari Eloquentia è necessario individuare le origini del volgare poetico italiano, risalenti al territorio della Sicilia di Federico II.

Nel I libro del De Vulgari Eloquentia, al capitolo dodicesimo, attingendo a quel vastissimo vaglio di lingue d’Italia, cercherà di individuare quale sia la più rispondente ad una pratica letteraria poetica.

“[…] facciamo ora un confronto fra quelli che sono rimasti nel vaglio e scegliamo rapidamente il volgare più onorevole e onorifico.”

“Consideriamo anzitutto il siciliano: vediamo infatti che questo volgare arroga a sé una fama superiore agli altri volgari, sia perché col nome di «siciliana» viene indicata tutta la produzione poetica degli Italiani, sia perché troviamo che molti maestri nativi di Sicilia hanno composto poesia elevata, come le canzoni: Ancor che l’aiuga per lo foco lassi, e Amor, che lungiamente m’hai menato.”

Tutta la produzione lirica italiana è (Dante aveva conosciuto la poesia di Cavalcanti, Guinizzelli e Guittone d’Arezzo) nella sua totalità siciliana, non solo in riferimento alla lingua ma anche allo stile a cui viene ascritta.

Dante nomina una canzone di Guido dalle Colonne, giudice di Messina (→ la menzione dei siciliani che incontriamo nel De Vulgari non coincidono con i veri pionieri e fondatori della scuola siciliana, cioè il notaio Jacopo da Lentini, presso il quale Dante nutriva diversi dubbi biografici, pur nominandolo in diverse sue opere ma sempre in estrema genericità.)

Continua elencando i pregi della corte Federiciana:

“Tuttavia, se osserviamo bene dove va a parare questa fama della Trinacria, vediamo che il suo permanere torna soltanto a vergogna dei principi italiani, che, dediti alla superbia, si comportano da plebei e non da grandi uomini. L’imperatore Federico e il suo nobile figlio Manfredi, che furono signori grandi e illustri, mostrarono l’elevatezza e la rettitudine della loro anima, dedicandosi, finché la fortuna lo permise, alle attività proprie dell’uomo e sdegnando quelle da bestie.

Fu per questo che chi era dotato di nobile cuore e ricco di doni divini cercò di star accanto alla maestà di tali principi; di conseguenza, tutto ciò che a quei tempi fu prodotto da Italiani di animo insigne, nacque prima di tutto nella reggia di così grandi sovrani.”

Dante correla la nobiltà ideale della politica imperiale di Federico II con la nobiltà artistica e letteraria. Tutto ciò che è scritto dagli italiani è siciliano poiché tutti coloro che erano animati da uno spirito realmente nobile nello scrivere poesia, quasi spontaneamente convergevano nella curia di Federico II e di suo figlio Manfredi.

Viene stabilito un nesso che giustifica l’affermazione iniziale. La stessa poesia di Guido dalle Colonne da Messina, di Jacopo da Lentini o di Jacopo Mostacci, ed altri siciliani che Dante poteva leggere era quindi una poesia passata per una cospicua trafila di trascrizioni e che aveva perso lo smalto linguistico siciliano originario, un siciliano per altro (secondo la glottologia) fortemente rielaborato, e non nettamente dialettale; ma tale patina siciliana della lingua della prima poesia volgare, si era andata diluendo nelle varie trascrizioni, individuabili principalmente fuori di Sicilia, ben più a nord, in Toscana.

Apparentemente contraddittoria risulta essere l’identità linguistica: Dante legge una poesia linguisticamente toscana ma i cui autori sono siciliani → questa contraddizione è spiegata da Dante attraverso l’ipotesi secondo la quale i siciliani, arrivati ad un affinamento linguistico che li aveva portati ad abbandonare la loro lingua autoctona, avevano abbracciato un ideale di “lingua universale”, molto vicino al Dante del De Vulgari Eloquentia, data dal confronto fra le diverse lingue italiane, un’identità linguistica tra il Dante del De Vulgari Eloquentia ed i poeti siciliani; inoltre evidente fu l’atto voltaico fra gli studi di eletti, fra gli intellettuali più nobili di tutta l’Italia, e la nobiltà di nascita e politica della curia Federiciana. Tutto ciò che è poesia è siciliano.

“La sede del trono regale era però in Sicilia, e perciò avvenne che tutta la produzione volgare dei nostri predecessori fosse chiamata «siciliana»: nome che noi conserviamo ancora e che neanche i posteri sapranno mutare.”

A corollario di tale osservazione Dante fa riferimento al fatto che fra i siciliani vi sia qualcuno che ha poetato in un registro mediocre: i siculi sono coloro che hanno scritto poesia lirica ed amorosa intesa come “tragica coniugatio” (II libro, struttura della canzone il cui stile tragico è il più solenne), ma fra loro qualcuno, secondo Dante, scrisse in stile mediocre, più vicino alla lingua siciliana spontanea, citando quindi il famoso contrasto con il poeta Cielo d’Alcamo; ed in particolare il terzo verso del componimento (per ragioni fonetiche) “Rosa fresca aulentissima”.

“Tragemi d’este focora se t’este a bolontate” → “Tirami fuori da questi fuochi d’amore se ne hai volontà”

Il tratto fonetico scelto opportunamente da Dante è il “bolontate” (→ volontate) con un betacismo tipicamente siciliano (processo fonetico in cui un suono fricativo labio-dentale sonoro /v/ o vocale alta posteriore /u/ muta nel suono occlusivo bilabiale sonoro [b]).

Con Dante si fissa quindi una cronologia della poesia lirica, una tradizione o meglio una “monade indistinta”, (Italia = Sicilia), alla quale attenersi. A questo filone, afferma Dante, è necessario attenersi affinché si produca poesia anche presentemente cioè nel XIV secolo. Al di fuori di tale filone rimane la poesia municipale, che Dante censura a partire dal dato linguistico, legata ai toscani Bonagiunta Orbicciani e Guittone d’Arezzo; detentori di una poesia, secondo Dante “indegna”, poiché rimasta eccentrica ed estranea a questo filone di poesia purissima, siciliana, toscana e stilnovista. Dante si incaricherebbe quindi di condurre all’ultima perfezione ciò che i siciliani avevano fondato proprio nel De Vulgari Eloquentia.

Francesco Petrarca

Anche Petrarca, “occhio della materna lingua” si pone in ottica critica elaborando una visione riguardante la tradizione letteraria. Noto, per la sua produzione, di un atteggiamento di “reticenza”, volto alla rielaborazione continua del suo Canzoniere, e per aver delegato al Canzoniere la prospettiva più fedele al suo Io letterario ma anche privato; risulta essere tuttavia noto anche per non aver fondamentalmente mai esternato una posizione chiara riguardante un’analisi critica della tradizione letteraria; ricercabile solo attraverso l’analisi della sua opera I Trionfi.

I Trionfi

Nel Thimphus Cupidinis (il Trionfo d'Amore), attorno agli anni ’60 del ‘300 Petrarca immagina di avere la visione del dominio iniziale che Amore esercita su tutto il genere umano. In questa visione secondo la consuetudine dei trionfi romani antichi per la quale i generali vittoriosi venivano condotti su una biga, alla quale erano incatenati i nemici sconfitti, Petrarca immagina che Amore, rappresentato secondo l’iconografia classica da un fanciullo, così come un generale vittorioso, sfili su una biga seguito da una schiera di seguaci vinti dall'amore; entrando nella schiera il poeta vi riconosce numerosi personaggi illustri, storici, letterari, mitologici, biblici oltre a poeti antichi, medievali e trovatori. Nella descrizione dei personaggi Petrarca procede a ritroso: da una cronologia a lui più prossima fino ai trovatori (lingua d’Oc e d’Oil)

Nel quarto capitolo del Thimphus Cupidinis, ai versi 31-36:

  • Ecco Dante e Beatrice, ecco Selvaggia
  • Ecco Cin da Pistoia, Guitton d'Arezzo,
  • Che di non esser primo par ch’ira aggia;
  • Ecco i duo Guidi che già fur in prezzo,
  • Onesto Bolognese, e i Ciciliani,
  • Che fur già primi e quivi eran da sezzo

Petrarca diversamente da Dante non nega alcuna militanza critica, ma semplicemente elogia ed omaggia coloro che l’hanno preceduto; interessante è che se per Dante il filone puro di lirica siciliana, toscana stilnovista tragica è da considerare puro ed all’esterno del quale rimangono tutti gli altri; in Petrarca non vi sia alcuna distinzione gerarchica fra poeti. Il tentativo di Dante di definire un canone letterario è quindi fondamentalmente fallito per mano dello stesso Dante che da un genere lirico si diede al volgare della Comedia didascalico.

Se una cronologia di massima proposta da Dante continua a perdurare in Petrarca, i giudizi di valore vengono meno: tale cronologia dal ‘300 viene adottata dalle prime “storie letterarie” dell’800 con l’obbiettivo non solo di definire un quadro onomastico erudito, ma di definire una sistematizzazione critica riguardante la tradizione di testi ed autori, volta, se vogliamo, a confermare le posizioni assunte da Dante e da Petrarca (c’è stata effettivamente una trafila che pose ordinatamente da un punto di vista cronologico siciliani, siculo-toscani e stilnovisti?); adottante gli strumenti e le concezioni che, in medesima maniera, erano a disposizione di Dante e Petrarca.

Vincenzo Nanucci (1787 –1857)

Manuale del primo secolo della letteratura italiana

Filologo, legato all’ambiente dell’Accademia della Crusca, accademia per l’appunto interessata alla valutazione dei testi cosiddetti “di lingua”, soprattutto fiorentini due-trecenteschi che forniva le basi per la rilettura critica della letteratura italiana, volta per lo più ad una concatenazione dei fenomeni più che alla loro semplice illustrazione. Tale storia letteraria è limitata al primo secolo della lingua italiana, al ‘200 e a qualche propaggine del ‘300.

La prima edizione del manuale scolastico autorevole esordisce con il contrasto di Cielo d’Alcamo, ribattezzato Ciullio d’Alcamo, e viene citato al contempo anche il De Vulgari Eloquentia di Dante:

La variazione proposta dal Nannucci nella sua lettura critica è fondamentalmente legata all’esordio del manuale stesso attribuito ad un testo che Dante considerava scarsamente rappresentativo degli ideali di lingua poetica; tipico invece dei “siculi mediocres”.

A seguire Ciullo d’Alcamo è l’autore senese Folcacchiero Dei Folcacchieri, vissuto nel tardo XIII secolo, ma che per una serie di abbagli dei predecessori del Nannucci, passò come rimatore del XII secolo. È infatti evidente che ancora nel tardo ‘800, dopo lo sviluppo della filologia, la questione riguardante la definizione di una cronologia riguardante gli esordi della letteratura italiana, fosse una questione apparentemente insignificante.

Poter stabilire che un rimatore, fra l’altro senese, avesse poetato antecedentemente al notaro Jacopo ed agli altri esponenti della scuola siciliana, sarebbe stato particolarmente importante poiché avrebbe definito che il punto d’avvio di una tradizione poetica letteraria non è, come avrebbe preteso Dante, da collocarsi nella Sicilia della curia Fredericiana, ed in un arco cronologico ampio ma definibile (anni ’20 del ‘200); ma a Siena nel XII secolo.

Francesco de Sanctis (1817-1883)

Storia della letteratura italiana

L’opera consta di due volumi e fu pubblicata la prima volta tra 1870 e 1871. Il primo volume precede l’ultimo episodio dell’Unificazione d’Italia, esce cioè nel settembre 1870, anno in cui l’esercito Sabaudo prende Porta Pia a Roma, ed il secondo la segue. Il manuale, collocandosi nel panorama dell’Italia Risorgimentale risente di questa epica unificazione dei popoli italiani sotto un’unica corona.

La trattazione comincia, nella sua chiave critica e complessiva (dagli esordi all’attualità), con una definizione dei siciliani, pressoché identica a quella che aveva fornito Dante: a distanza di secoli di studi i siciliani sono ancora concepiti agli esordi della letteratura italiana. De Sanctis, che pure si serve in maniera ampia della storia letteraria del Nannucci, interviene sulla questione della cronologia:

“Il più antico documento della nostra letteratura è comunemente creduta la Cantilena o Canzone di Ciullo (diminutivo di Vincenzo) di Alcamo, e una Canzone di Folcacchiero da Siena.

Quale delle due canzoni sia anteriore, è cosa puerile disputare, essendo esse non principio, ma parte di tutta un’epoca letteraria, cominciata assai prima, e giunta al suo splendore sotto Federico II da cui prese il nome.”

Ciullo o Cielo d’Alcamo è diminutivo di Miceli, o Michele. Nuovamente De Sanctis si propone in maniera perenti ora, nonostante nutra qualche dubbio sulla datazione di Folcacchiero. I cui esordi stanno in una sfocata origine e che si esprimerà densamente sotto la curia di Federico II.

Se il Nannucci è fondamentalmente paragonabile a Dante, poiché interessato alla definizione di una cronologia; il De Sanctis è più paragonabile al Petrarca, che di questioni cronologiche poco si interessa, in una forma di unità letteraria. La storia letteraria del De Sanctis è una storia che vuole portare ad una sorta di attestazione dell’esistenza di una “poesia del popolo italiano”.

Che la storia si apra con la citazione di un siciliano “mediocres” e non con un poeta come il “doctores illustre”; è chiara esemplificazione riguardante la volontà del De Sanctis di individuare il popolo come culla d’origine della poesia italiana; riconducibile quindi alla concezione rinascimentale entro la quale il De Sanctis vive. De Sanctis era infatti partecipante attivo dei moti rivoluzionari, incarcerato e con una grande istruzione (Hegel e l’idealismo): la sua formazione internazionale (anche a Zurigo) lo aveva portato ad una maggiore conoscenza riguardante l’idea di “stato nazionale”.

L’Italia andava unificandosi solo in relazione alla volontà italiana di soverchiare la monarchia Sabauda. Secondo De Sanctis il recupero di un’identità nazionale andava ricercata nel popolo stesso, abbastanza sordo rispetto ad una genesi politica di un nuovo stato italiano; genesi che era tuttavia da ricercare in ciò che era “schiettamente italiano” cioè la cultura, la tradizione letteraria popolare e non prettamente erudita.

“Federico II, Imperatore d’Alemagna e Re di Sicilia, chiamato da Dante cherico grande, cioè uomo dottissimo, fu, come leggesi nel Novellino, nobilissimo signore, nella cui corte a Palermo venìa la gente che avea bontade, sonatori, trovatori e belli favellatori. E perciò i rimatori di quel tempo, ancorché parecchi sieno d’altra parte d’Italia, furono detti siciliani.”

Questa prima pronunciazione, molto simile alla posizione assunta da Dante nel De Vulgari Eloquentia è tuttavia sconvolta dall’enunciazione del testo d’esordio:

“Che cosa è la cantilena di Ciullo? È una tenzone, o dialogo tra Amante e Madonna, Amante che chiede, e Madonna che nega e nega, e in ultimo concede, tema frequentissimo nelle Canzoni popolari di tutti i tempi e luoghi, che trovo anche oggi a Firenze nella Canzone tra il Frustino e la Crestaia. Ciascuna domanda e risposta è in una st...”

Anteprima
Vedrai una selezione di 19 pagine su 88
Appunti di letteratura Medievale Pag. 1 Appunti di letteratura Medievale Pag. 2
Anteprima di 19 pagg. su 88.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Appunti di letteratura Medievale Pag. 6
Anteprima di 19 pagg. su 88.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Appunti di letteratura Medievale Pag. 11
Anteprima di 19 pagg. su 88.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Appunti di letteratura Medievale Pag. 16
Anteprima di 19 pagg. su 88.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Appunti di letteratura Medievale Pag. 21
Anteprima di 19 pagg. su 88.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Appunti di letteratura Medievale Pag. 26
Anteprima di 19 pagg. su 88.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Appunti di letteratura Medievale Pag. 31
Anteprima di 19 pagg. su 88.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Appunti di letteratura Medievale Pag. 36
Anteprima di 19 pagg. su 88.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Appunti di letteratura Medievale Pag. 41
Anteprima di 19 pagg. su 88.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Appunti di letteratura Medievale Pag. 46
Anteprima di 19 pagg. su 88.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Appunti di letteratura Medievale Pag. 51
Anteprima di 19 pagg. su 88.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Appunti di letteratura Medievale Pag. 56
Anteprima di 19 pagg. su 88.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Appunti di letteratura Medievale Pag. 61
Anteprima di 19 pagg. su 88.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Appunti di letteratura Medievale Pag. 66
Anteprima di 19 pagg. su 88.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Appunti di letteratura Medievale Pag. 71
Anteprima di 19 pagg. su 88.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Appunti di letteratura Medievale Pag. 76
Anteprima di 19 pagg. su 88.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Appunti di letteratura Medievale Pag. 81
Anteprima di 19 pagg. su 88.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Appunti di letteratura Medievale Pag. 86
1 su 88
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi
Dettagli
SSD
Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giorgiabuso di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Ca' Foscari di Venezia o del prof Drusi Riccardo.
Appunti correlati Invia appunti e guadagna

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community