Letteratura italiana moderna e contemporanea
Professoressa Ilaria Crotti
Città di carta: le immagini della dimensione urbana nella letteratura italiana contemporanea
Calvino, Le città invisibili, 1972.
Parise, New York, 1961: si inscrive nel genere della scrittura di viaggio. Nonostante sia un reportage, emergono altre forme: componenti saggistiche, di fiction. Il testo è composto di due parti: un primo viaggio, datato 1961, ed un secondo risalente al 1975. Nel 1961, Parise va in America spesato da Dino de Laurentis; in America scopre una nuova realtà, che però non può essere descritta. I viaggi sono stati riuniti per ragioni editoriali.
Roversi, Milano criminale, 2015: narra una Milano in crescita esponenziale, caratterizzata da un contesto di criminalità e ideologia. È la storia di una città che, come protagonista, viene descritta nel trapasso della metropoli dalla fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Rispetto agli altri testi, elabora un’immagine di città segnata dalla criminalità.
Emergono i temi della città, del viaggio e dell’altrove, come nella New York di Parise, inizio della mercificazione, oppure nella Milano di Roversi, caratterizzata da quartieri periferici e degradati. Si noti il rapporto tra città di lusso e città di povertà. L’altrove non è soltanto un luogo lontano, ma è una dimensione che inquieta e affascina.
Bibliografia di approfondimento
- Said, Orientalismo, 1978. Questo studioso si è occupato di tutte le costruzioni che l’Occidente ha fatto dell’Oriente.
- Todorov, Noi e gli altri. La riflessione francese sulla diversità umana, 1991. Il testo fa riferimento all’Uomo nudo di Strauss (1971).
“Partendo io mi distacco da una matrice sociale fissa e vengo a contatto con l’altro. È proprio questo contatto che mi porta a essere consapevole della mia identità, dal momento che se non fosse comprensibile come rapporto, l’Essere equivarrebbe a nulla”.
La prima parola è una partenza: partire, allontanarsi da un certo Io e avviarsi verso un Altrove. Il contatto con l’altro, secondo Todorov, nella lezione di Strauss, porta l’Io a diventare consapevole di sé. Se manca questo nesso l’ontologia è nulla. Secondo Todorov nessuna civiltà può definire se stessa, se non dispone di un’altra civiltà come termine di confronto.
“Conoscere l’altro e il Sé è la stessa identica cosa”.
- Leed, La mente del viaggiatore. Dall’Odissea al turismo globale, 1991. Per Leed il viaggio è una foresta di simboli e diviene una fonte di significazione universale; egli studia il viaggio come distacco e messa in discussione dell’Io nei confronti dell’Altro. La risposta ultima che porta il suo libro è che il viaggio sia la possibilità di negare il tempo attraverso lo spazio. Il viaggio porta alla fuga dai rapporti nascita-maturazione-morte, è una specie di antidoto che travalica le tappe necessarie dell’esistenza.
- Marc Augé, Non luoghi, 1993: egli ha visionato le forme in cui la società contemporanea si è organizzata. La dimensione del non luogo è molto legata ad un fattore identitario del soggetto, esso fa perdere al soggetto la sua centralità e le sue radici, poiché non permette all’uomo di sviluppare una coscienza coerente.
- Massimo Carloni, L’Italia in giallo, 1994. Il testo affronta il genere poliziesco in relazione alla dimensione metropolitana della realtà. Questo genere ha contaminato molti romanzi; a partire da Sciascia, in particolare da Todo Modo, il detective-personaggio diventa il punto di riferimento di colui che cerca la verità. Sciascia ha dato il via a diversi modelli di detective, basti pensare a Camilleri, ma anche a Gadda.
- Gianni Puglisi, Paolo Proietti, Le città di carta, 2002.
- Elisabetta Mondello, Il noir degli anni Zero. Uno sguardo sulla narrativa italiana del terzo millennio, 2015; Crimini e misfatti. La narrativa noir degli anni Duemila, 2010. Questa studiosa ha approfondito il genere noir attraverso la narrativa italiana contemporanea.
Viaggio
Esso è legato alla memoria e alla fantasia. Il formarsi della memoria di viaggio nasce nella scrittura storica di annali, di scritture di cronaca e nelle chansons de geste. Accanto ad esso abbiamo la memoria privata e soggettiva che si cala in un racconto che può assumere due tipologie:
- Linea autobiografica: scrittura di viaggio come narrazione di un’intimità individuale;
- Linea della memoria familiare: lettura in prospettiva familiare.
Gli scrittori, che hanno privilegiato questo secondo tratto, hanno tentato di inserire la frammentarietà dell’esperienza all’interno di una tradizione che la legittimi al fine di garantirne il significato e il valore. Il viaggio è la condizione per eccellenza dell’incontro e dello scontro fra la propria identità e quella altrui (abitudinario e straordinario). Questo dissidio tra noto e sconosciuto lo abbiamo, nella contemporaneità, perso parzialmente: la nostra conoscenza dello straordinario è stata livellata dalle informazioni provenienti dai media.
Dal momento in cui il rapporto di viaggio si articola grazie ai movimenti del viaggiatore, il tempo diventa una variabile dello spazio. Annullare le distanze del viaggio muta i fattori legati a spazio e tempo. I ricordi di viaggio e di vita familiare hanno alcune affinità in quanto depositari di una memoria comune; nel corso del XIII secolo, presso la borghesia mercantile delle città italiane, ceto emergente sul piano economico e politico-culturale, si presenta un importante dinamismo di ricerca e indagine che porta alla pratica del viaggio. I ceti mercantili metteranno per iscritto varie informazioni, come i conti, i prezzi delle merci, le rotte; questi elementi sono relativi allo scambio di affari e il loro scopo è di conservare e trasmettere, in ambito familiare, un insieme di conoscenze. Se questi elementi sono affidati solo alla memoria individuale o a quella orale, sono destinati a perdersi.
Noi concepiamo il viaggio come un percorso individuale, ma in questi casi è comune. Tuttavia, questi ricordi mercanteschi, da un certo periodo, si articolano in modo diverso: procedono nella direzione di una verifica o di un confronto con l’attività geografica ed etnografica, o con un’identificazione quotidiana e personale. Il viaggio può essere nel segno dell’alterità o della continuità, entrambi questi viaggi offrono al viaggiatore una consapevolezza dell’esperienza esistenziale che è stata compiuta, proprio perché inserita all’interno di un sistema di credenze, valori e idee. È la memoria della scrittura di viaggio che dà al soggetto la consapevolezza di un’identità personale.
Libri domestici
Citiamo il saggio di Le Goff, Tempo della Chiesa e Tempo del mercante e altri saggi sulla cultura e sul lavoro nel Medioevo (anni Settanta). Egli ha studiato i mercanti della Firenze medioevale, rilevando la loro cura nel segnare come glosse dei fatti importanti. Questa scrittura a margine ha portato ad un’idea nuova di tempo elaborata dalla borghesia mercantile. Il tempo innovato è in opposizione rispetto al tempo rituale e liturgico della Chiesa. Le ragioni di mercatura, in questi testi, e le ragioni di famiglia si legano strettamente: il nucleo familiare diventa il fulcro dell’attività economica. Ciò comporta una serie di conseguenze, tra cui la nascita di un’etica laica basata sui valori del mercato, per cui la prosperità ed il bene della famiglia si lega allo sviluppo economico, e si sgancia dai fattori ciclici legati alla sfera religiosa. Il gruppo familiare si autocelebra, trasmettendo una memoria storica-economica-sociale attraverso la sua continuità.
In questi libri di utilità sono indicati molti avvenimenti politici di grande rilievo, e tuttavia sono narrati come funzionali alla sfera dei profitti e degli affetti che il mercante scrive. Il libro degli affari proprii di casa di Lapo Niccolini dei Sirigatti (1365, muore nel 1430, un ricco mercante fiorentino che ha ambizioni politiche). Nasce il modello dei Ricordi: il libro di ricordi è solitamente autobiografico, quello di Bonaccorso Pitti mostra una personalità spiccata e identificativa. Le memorie del Casanova non vanno dimenticate, così come le Ricordanze del Guicciardini. Accanto a questi testi, troviamo testi che aiutino il viaggiatore: basti pensare ai portolani veneziani, guide dei porti e degli approdi, oppure ai libri delle tariffe, in cui troviamo elencati cataloghi di merci e prezzi.
Circolano, nel Trecento, molti manuali di commercio, pratiche della mercatura che trattano di nautica, di ingegneria navale, di merceologia etc. Marco Polo, dal 1271 al 1295, è stato nel territorio tartarico (dal Mar Nero al Mar Giallo, dalla Polonia alla Birmania, il territorio era considerato “terribile”). Questi posti, talmente lontani, erano stati narrati da leggende, basti pensare a quella che riguarda Alessandro il Macedone, il quale aveva rinchiuso i barbari in una sorta di cortina di ferro. Queste leggende diventano parte dell’immaginario collettivo europeo. Buzzati, Il deserto dei Tartari, 1940: narra di un’attesa dell’Altro. Ha una valenza metaforica l’altrove atteso.
Marco Polo, partito con Niccolò e lo zio Maffeo, ripercorre gli itinerari della sua famiglia. Essi cercavano un accesso diretto alle merci orientali. Il percorso del Milione va da Venezia alla Siria attraverso la Cilicia, l’Armenia, la Persia, l’Afghanistan, sulla via della Seta, che conduce fino a Pechino. Marco Polo trascorre un ventennio in viaggio, nelle regioni orientali dell’Impero dei Mongoli, svolgendo un attento lavoro di servizio all’amministrazione imperiale (resoconti, spostamenti, etc.). Un racconto di Buzzati, I sette messaggeri, è ispirato ad una novella di Kafka, che narra un viaggio senza ritorno. In questi reportages, Marco Polo dimostra uno straordinario spirito d’osservazione: raccontare come antidoto al tempo della fine, come ha fatto Shahrazād. Questo fattore è recepito da Calvino, poiché le città sono costruite su dati numerici.
Emerge, in Marco Polo, l’uso delle persone grammaticali (o meglio, in Rustichello): vediamo ricorrere prima e terza persona, quest’uso è indicativo per leggere un testo. Rustichello è la prima persona, mentre Marco Polo è la terza, diventa così protagonista e personaggio. Questo elemento si ritrova anche in Calvino, dove si alternano istanze narrative diverse; ciò proviene a Calvino sempre da Rustichello. Esistono delle compresenze nel testo del Milione, tra la prima e la terza persona: l’ordine biografico ed autobiografico si intersecano in modo complesso, perché Rustichello deve autorizzare la veridicità del testo e accreditare il racconto orale che gli viene tramandato.
Rustichello deve avvalorare la sagoma del suo signore, che deve essere reso veridico, affidatario di una verità. Inoltre, nel Marco Polo, emerge la traccia del genere cavalleresco: il romanzo cavalleresco, a questa altezza, è autorevole e di grande prestigio, dunque per avvalorare un testo è fondamentale fare ricorso a questo genere. Dunque, Rustichello inserisce nel racconto determinate scelte di strategia narrativa che si rifanno al romanzo cavalleresco ed in particolare al suo lessico.
La narrazione di Marco Polo segue il percorso del viaggio, al centro di essa emerge un’importante sezione relativa al signore e alla forma di governo. Le qualità di Marco Polo sono quelle tipiche del mercante: senso pratico, attenzione per il particolare, cogliere il valore delle cose, soprattutto di riscontro economico. Egli osserva le genti: gli animali, gli uccelli, è molto attratto dall’esotico. Sa porre in relazione ogni fattore di questi ambienti rispetto alla loro funzione sociale ed economica; ha una lettura pragmatica del mondo che lo circonda. Ciò nonostante, Marco Polo è sensibile al fattore fantastico e meraviglioso.
Questi elementi si giustappongono l’uno con l’altro: egli ammira una grande tolleranza confessionale; i sovrani tartari dimostrano una grande attenzione per la vita di Buddha, che diviene per lui esemplare. Troviamo un racconto agiografico sul Buddha, mentre avversione per i musulmani, detti “cani saraceni”. Marco Polo fa una sorta di monumento al sovrano di quella terra, egli è amato e ammirato; lo stesso rapporto si ritrova nelle Città invisibili tra Marco Polo e il Kublai Khan.
Il francese arcaico del Milione rimanda alla lingua dei ceti mercantili: la lingua era confacente a quel pubblico. Marco Polo ha compreso che i destinatari della sua opera fossero plurimi: questo tratto è molto moderno; comprende che i destinatari possano essere commercianti, ma anche nobili. Nel Milione troviamo diversi generi letterari: il trattato geografico, il romanzo d’avventura, il manuale di mercatura, il libro di storia e la guida missionaria. Questo testo assimila e riscrive molti generi letterari. L’opera è stata letta in modo multifunzionale da cartografi, astronomi, storici, novellatori, esploratori etc.
Mito dell'America
Il mito dell’America può essere studiato da numerose prospettive. Gli studiosi che si sono occupati di questo mito, dal punto di vista letterario, hanno esaminato le influenze esercitate dagli scrittori americani sugli scrittori italiani degli anni Trenta, cioè tra le due guerre. Questo mito letterario è degli anni Trenta, risale al Fascismo. Molti letterati italiani hanno costruito questo mito come soluzione al regime e all’Accademia. Questo mito serve a combattere contro il provincialismo dell’Unità.
Bisogna cogliere l’immagine che gli intellettuali italiani si sono fatti degli Stati Uniti attraverso la letteratura americana durante il Ventennio. Questo è una specie di paradosso: senza la censura fascista e le sue scelte autarchiche culturali e politiche, non si sarebbe creato il mito. Gli intellettuali hanno concepito l’alterità come un antidoto contro la dittatura. È un dato di fatto che i giovani intellettuali degli anni Trenta, anche se la loro cultura era marxista, scelsero un’altra patria ideale: gli USA. Mentre, negli anni Sessanta, il mito crolla. Negli anni in cui la crisi di Wall street svelò al mondo le contraddizioni del capitalismo mondiale: il loro mito, tuttavia, è letterario, dunque non è costruito sulla conoscenza diretta della società americana, ma su nuovi autori. (Pavese, Ieri e oggi. Saggi letterari, 1947 Pavese avverte lo stacco tra ieri e oggi, la differenza di percorso tra gli anni Trenta e gli anni immediatamente dopo la guerra).
13/02/2017 - Venezia, una città ideale
Venezia è una città ideale, un punto centrale sia per Calvino, sia per Parise. Parlando del mito dell’America, vediamo che la sua nascita si fa risalire agli anni Trenta. La rivista più significativa è Solaria (1926-1936): con questa rivista fiorentina, emerge una situazione di censura e silenzio, ha avuto inizio un esodo. Gobetti muore esule a Parigi e negli anni Trenta si consolida un gruppo di narratori (solariani) che fanno capo a questa rivista; essi sono scrittori come Svevo, Tozzi, Vittorini, Gadda, che guardano alla lettura europea in direzione non nazionalistica. Su Solaria vengono pubblicati Kafka, Proust, dunque anche di scrittori ebrei. Essere solariani, secondo Vittorini, significa “essere europeisti in letteratura, antitradizionalisti, antifascisti e filoebrei”. Un programma di apertura nazionale.
Si costruisce il mito letterario dell’America, che non si basa sulla conoscenza diretta, ma sui testi e sulle traduzioni d’autore. A questo lavoro di traduzione si dedicarono Elio Vittorini e Cesare Pavese. Il mito dell’America è di vitalità, quello che aveva “ringiovanito e rinsanguato la civiltà europea, che era carica di stanchezza, di cultura e di storia” (Pavese). In questo mito del personaggio americano emerge la figura del ribelle on the road: figura nuova per la letteratura italiana, un ribelle estraneo alle tradizioni nostrane e all’accademismo imperante. Si parla di letteratura americana “giovane e innocente” e “pensosa e barbarica”. Due testi importanti per capire il mito dell’America è L’antologia americana a cura di Vittorini, edita presso Bompiani nel 1941. Questa antologia è tradotta da Gadda, Pavese, Vittorini. Nell’Americana abbiamo una prefazione di Vittorini sul mito dell’America; questa antologia venne chiusa dalla censura fascista.
Tutti i grandi scrittori sono anche saggisti: Calvino, nelle Lezioni americane, capitolo Esattezza, analizza Le città invisibili. Pavese, Ieri e oggi: il mito sta declinando, questo saggio, scritto a due anni dalla liberazione, descrive la nuova declinazione del mito americano. Ieri e oggi esce sull’Unità, giornale del partito comunista, per la sede di Torino, il 3 agosto 1947. Mancano soltanto tre anni al suicidio di Cesare Pavese. Notiamo lo stile critico di Pavese, non usa un lessico accademico, ma colloquiale. La prosa critica riprende lo stile americano. Il regime tollerò l’uscita dell’Americana per “salvare la faccia”.
“Questi nuovi scalzacani, questi villani miliardari, osavano darci una lezione di gusto facendosi leggere, discutere, ammirare. Il regime tollerò a denti stretti”, ma pronto ad ogni passo falso. La letteratura come opposizione politica, come punto di riferimento ideologico, primo spiraglio di libertà. La ricchezza degli americani “nasce da un’aspirazione severa e antica di un secolo a costringere senza residui la vita quotidiana nella parola”. Volevano creare un nuovo linguaggio simbolico. Pavese sposta l’attenzione dalla letteratura americana allo stile.
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