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Letteratura italiana tra Quattro e Cinquecento

La letteratura italiana per lungo tempo si distanzia da un uso linguistico omogeneo. Questo fa sì che, al principio del Cinquecento, fra i letterati si avverta sempre più la necessità di dare autorevolezza alla letteratura in volgare. È chiara l’insussistenza di una lingua letteraria. Le soluzioni date dalla cosiddetta questione della lingua sembrano definitive, tuttavia questa soluzione si ri-problematizzerà nei secoli successivi. L’italiano in fondo è una lingua piuttosto artificiosa. Manca alle spalle di questa lingua uno spirito nazionale e una solida nazione. Nell’Ottocento questo problema si ripropone e colui che si interroga in modo più insistente sulla questione è Alessandro Manzoni. I Promessi sposi sono diventati testo di lingua, testo di formazione linguistica.

Vignetta del 1937 di Giuseppe Novello. Il poeta nella vignetta si cruccia perché nel suo libro è stato stampato virtù anziché virtude. Virtù e virtude sono due allotropi, ma nel 1937 la lingua della letteratura, e soprattutto quella della poesia, era avvertita come una lingua da tenere distante da quella d’uso. Questa disparità di registri era la distanza che Manzoni si era prefisso di annullare nella sua decisione di voler creare attraverso la letteratura una coscienza nazionale. Manzoni è consapevole dell’artificiosità della sua scelta. I romanzi all’epoca erano considerati come letteratura scadente. Ancora nel 1827 la letteratura di livello è la letteratura che si esprime in versi. La prosa deve avere delle licenze tali da rendere gradevole la lettura. Al di là dalla prosa vi erano autori che non avevano avuto formazione. Manzoni arriva alla scelta del romanzo dopo vari tentativi e abbandoni della lingua lirica. Manzoni ritiene che la lingua letteraria sia un problema.

Manzoni, dopo aver dato alle stampe il suo romanzo, appunta in un quadernetto alcune parole da sottoporre poi all’esame di una nativa fiorentina, Emilia Luti, la modesta istitutrice dei suoi figli. Manzoni vuole scrivere nella lingua fiorentina dell’uso vivo e per questo è necessario interrogare una persona che ha familiarità con questa lingua. L’autore interroga la donna sia sui modi di dire che sul nome di alcuni oggetti di uso quotidiano, come ad esempio la scala a pioli. Da quando l’Italia si è dotata di una lingua letteraria sono passati 300 anni, ma se Manzoni si pone queste domande significa che questa lingua non è ancora comprensibile ai più. All’Italia era mancato qualcosa di simile alle “Disposizioni di Villers-Cotterêts”.

Le disposizioni di Villers-Cotterêts

Le Disposizioni di Villers-Cotterêts (10-15 agosto 1539): erano una serie di disposizioni con cui il re francese metteva ordine nella prassi amministrativa del suo regno. Rendendosi conto che spesso gli atti processuali scritti in latino non vengono compresi, il Re sancisce che, da quel momento, gli atti processuali dovranno essere redatti in francese. La lingua volgare viene definita come “lingua materna francese”. Con questo Francesco I sapeva che ci sarebbe stato una conversione da una lingua (il latino) alla lingua materna di Francia (il francese). Non aveva nemmeno bisogno di definire quale fosse la lingua in questione perché questa lingua era ormai lingua di comunicazione per tutto il regno. All’Italia manca una lingua nazionale che sia diventata tale per effetto dell’evoluzione storica.

Il fiorentino trecentesco è stato imposto da Pietro Bembo come lingua letteraria. Dopo il 1525 (anno in cui escono le Prose della volgar lingua) quello che si avvertirà più diffusamente sarà la reazione da parte dei fiorentini i quali si sentono spodestati rispetto ai loro diritti linguistici: questo perché a parlare di fiorentino è un veneziano e anche perché il fiorentino di cui si parla non è quello d’uso contemporaneo.

Nel 1537 diviene duca di Firenze Cosimo de Medici il quale si rende conto di aver bisogno di un consenso ampio che passa inevitabilmente anche per un consenso culturale e quindi linguistico. Cosimo si rende conto che è inutile imporre il fiorentino dell’uso come lingua letteraria ma, attraverso la fondazione di accademie, cerca di fare proprie le teorie di Bembo. Alla sua morte succede Francesco I che fonda, nel 1583, l’Accademia della Crusca. L’Accademia nasce come privata, ma sarà poi sempre più sovvenzionata dal potere pubblico.

Il vocabolario della Crusca e l'evoluzione letteraria

1612: primo Vocabolario della Crusca, è un vocabolario della lingua d’uso nella Firenze del Trecento. In questo vocabolario dalla lingua letteraria si scende fino alla lingua di uso quotidiano nel Trecento. Non si fa assolutamente accenno, però, alle lingue vive d’uso. I centri dell’avanguardia letteraria, nel frattempo, si spostano da Firenze. L’asse si sposta nel Seicento con Marino fino anche a Torino, dunque al confine. Questi nuovi letterati ormai sono lontani dal canone della Crusca, letterati non formatasi più su Boccaccio ma ormai sul Tasso. Inizia così un forte sperimentalismo che però risulta essere troppo dispersivo per poter imporre una realtà alternativa.

Nella Roma del 1690 si fonda in tutta risposta l’Accademia dell’Arcadia che impone nuovamente il canone di Petrarca. Queste accademie non permettono che questa lingua si mescoli con le lingue d’uso.

Il Settecento è interessato dall’ascesa di tendenze filosofiche come l’Illuminismo. Il Settecento si trova a fare i conti nuovamente con la lingua. Ci sono scienziati, viaggiatori, medici che si sentono coartati quando devono mettere sulla carta le loro osservazioni scientifiche da questo registro fortemente letterario. Il massimo che questi riescano a fare, tuttavia, è modificare il registro con cui esprimono i risultati. Un registro più familiare viene utilizzato rinunciando al trattato in favore delle lettere. La distanza fra lingua dell’uso e lingua letteraria si amplia sempre più, sta diventando uno iato sempre più incolmabile. Nel frattempo la Crusca continua a stampare le riedizioni del Vocabolario. Questa distanza fra la lingua dell’espressione e la lingua letteraria diventa tanto sensibile da essere messa alla berlina e da essere soggetta a satira. Questa satira ci indica quanto questione sia in stallo, non si prende posizione.

Su questa difficoltà di arrivare a un conguaglio linguistico buono per tutti (per tutti si intende comunque una lingua intellettuale e non popolare) interviene Baretti. Milano diventa centrale. I fratelli Verri arrivano alla formale rinuncia della lingua della Crusca. Questa idea tuttavia si scontra con la realtà. Nel frattempo, decaduta la dinastia medicea, subentrano i Lorena e l’Accademia della Crusca, nel 1783, viene abolita, in quanto non è riuscita ad imporre un uso universale della lingua. Da un lato l’élite culturale saluta positivamente questa conclusione, vista come la fine di una tirannia linguistica.

Cesarotti e la legislazione linguistica

In Saggio sopra la lingua italiana (1785), Cesarotti analizza le lingue sostenendo l’esigenza di una legislazione attorno la lingua. Egli sostiene che sia buona idea istituire un Consiglio Nazionale della Lingua. Ritiene che accanto ad un Parlamento, il cui scopo è legiferare sulla lingua, dovrebbero affiancarsi dei Consigli provinciali. Si sarebbe dovuto stendere un nuovo vocabolario in cui vengono presi in analisi diversi dialetti fino a scegliere un nuovo termine che fosse quello più semplice, immediato e comprensibile. La prospettiva è interessante, ma irrealizzabile.

1796 l’Italia viene invasa dai francesi e questo crea le premesse per una Italia politicamente nuova. Queste premesse avranno poi la loro logica conseguenza nel processo di unificazione nazionale. L’accademia della Crusca verrà poi riaperta nel 1811.

La questione della lingua nell'Ottocento

Il concetto di questione della lingua viene formandosi precisamente nell’Ottocento e non in precedenza, conseguentemente al carattere politico che il dibattito linguistico ottocentesco assume. Questo carattere è nuovo e originale nel teatro complessivo delle questioni linguistiche e ha a che vedere con la futura storia dell’Italia. Questa storicità è quella che i protagonisti dei dibattiti proietteranno a ritroso, andando ad individuare le fonti precedenti della questione.

Nell’Ottocento la stessa espressione “questione della lingua” vede la luce, anteriormente no. Ciò si spiega anche con i caratteri che la storiografia della letteratura aveva avanti all’Ottocento: le storie letterarie, prima dell’Ottocento e delle riletture sotto un’estetica romantica, venivano concepite essenzialmente come storie prosopografiche (storie dei singoli letterati). Nel Settecento, per esempio, abbiamo la Storia della letteratura di Tiraboschi e gli Scrittori d’Italia di Mazzucchelli: queste poderose opere in molti volumi hanno un asso storico generale caratterizzato da tanti medaglioni relativi ai singoli letterati.

Pietro Bembo, Niccolò Machiavelli, Baldassar Castiglione e Gian Giorgio Trissino non sfuggono a questi critici, ma si occupano partitamente di ciascuna di queste personalità: biografia di Bembo, regesto dei manoscritti a loro noti etc. Trascurano dunque la visione d’insieme. La visione d’insieme sarà data dall’estetica romantica che tende ad occuparsi, per fasi aurorali della letteratura, dei fenomeni nella loro complessità: si interessa più del contesto, che delle singole personalità. L’estetica romantica tratta il Cinquecento, l’epoca dell’Umanesimo e del Rinascimento letterario, con una certa sufficienza: se ne sbarazza dicendo che fu epoca di classicismo, iterazione di moduli retorici deteriorati e logori. Così facendo fa l’esatto contrario della storiografia erudita del Settecento, ovvero inquadra.

Da questi elementi conseguirà una capacità di contestualizzare meglio nomi e fenomeni, ponendo attenzione ai rapporti. Si tratta di un processo lungo nel corso dell’Ottocento: in Italia tende a coinvolgere la lingua, l’espressione formale. L’editto napoleonico del 1811 fu un editto che riportò in vita la Crusca: per tutto l’Ottocento tentò di dare una nuova edizione del vocabolario, ma non vi riuscì. La Crusca divenne, anche durante il ritorno del Granducato di Toscana e le sfortune napoleoniche, un parcheggio per letterati in pensione. Nel trentennio di assenza della Crusca si tentò di svecchiare la comunicazione, ma le proposte emerse rimasero irrealizzate. Queste proposte volevano comunque preservare un’identità linguistica che coincidesse con la lingua letteraria: perseverare nell’idea di purismo e toscano centrismo.

Ciò non era possibile a causa dei prestiti di necessità e di lusso dal francese: viene richiesta una ri-semantizzazione tramite calchi. I letterati hanno il timore che si inquini la lingua nobile della letteratura. Un esempio emerge in Carlo Gozzi: poema in volgare, La Marfisa bizzarra → usa il termine “cudesine”, veicolo a ruote, origine di questo è un termine francese che significa “culo di scimmia”, ma Gozzi lo avverte come un termine dell’italiano e quindi impiegabile.

Le influenze linguistiche di Vincenzo Monti

Nel 1804 interviene Vincenzo Monti, incaricato della cattedra di Eloquenza e Retorica a Pavia, che tiene una prolusione agli studi all’inizio dell’anno accademico, inveisce contro il “barbaro dialetto” che rovina il “nostro idioma”. La sua posizione, apparentemente attardata, propone la purificazione della lingua che si usa nella documentazione pubblica. Egli richiede che il registro letterario e poetico sia arricchito da una lingua definita e italiana, così facendo dimostra una profonda sensibilità verso la questione della lingua. Emerge un richiamo all’unità nazionale: quando pare che la Lombardia austriaca sia in procinto di essere liberata dai Piemontesi di Carlo Alberto e intraprendere una guerra aperta contro l’Austria, Manzoni interviene con il celebre Marzo 1821, nel quale troviamo espressioni rivolte all’italiano “Una d’arme, di altare, di memorie, di sangue e di cor”. Nel 1821 queste condizioni non ci sono: l’Italia non ha un esercito comune, ha un altare, ma lo Stato pontificio è a sé e manca di cuore, cioè capacità di autodeterminazione. A tutto questo si aggiunge la mancanza di una lingua comune, che nell’apparenza c’è (lingua letteraria), ma che in realtà è assente.

Nel 1848 Alessandro Poerio insiste che l’Italia deve essere “fiorente e di un solo linguaggio”. De Sanctis, che ispirava la sua visione all’idealismo di Hegel, ricordava il suo maestro il Conte Basilio Puoti, che teneva lezione di Retorica a Napoli ed era votato al fiorentino trecentesco. Basilio Puoti si crucciava di sapere che la sua posizione di purista, praticante una lingua morta, era l’unica che poteva garantire l’effettiva comprensione di chi usava quella lingua morta da un capo all’altro dell’Italia.

In quella prima metà dell’Ottocento aveva preso la parola anche Leopardi che, al suo Lo Zibaldone, riconduceva la mancanza di una lingua in Italia alla mancanza di una “conversazione”: propone una letteratura per i colti e per il popolo. Dall’unione di queste due letterature si sarebbe formato un uso della lingua volto alla “civile conversazione”. Da un lato abbiamo le utopie, l’idealismo di grandi letterati come Manzoni che sposano le parti del Romanticismo, ma che vedono le proprie utopie scontrarsi con il tragico succedersi degli avvenimenti storici in Italia, dall’altro l’isolamento di molti di questi letterati e la mancanza ormai di pronunciamenti di carattere linguistico-letterario da parte dell’autorità costituita.

L'accademia della Crusca e le proposte di Cesari

L’Accademia della Crusca si condanna in un ozio, tuttavia in Italia è tale la necessità di dotarsi di una strumentazione grammaticale e lessicografica che sancisca una norma dell’uso linguistico che, mentre la Crusca è ancora abolita, a proporre una riedizione del vocabolario interviene l’abate Antonio Cesari, che pubblica la sua Crusca nel 1808 e 1809. Attraverso questa edizione vuole propagandare il suo ideale di lingua non soltanto letteraria, anche se il suo ideale coincide con il rigoroso purismo. Cesari crede che la lingua pura sia il fiorentino del Trecento. Accompagna il vocabolario con una dissertazione Sopra lo stato presente della lingua italiana, sostiene che “Tutti in quel benedetto tempo del 1300 parlavano e scrivevano bene, i libri delle ragioni de’ mercatanti, gli stratti delle gabelle (gli “estratti”, forma aferetica tipica del Trecento), etc., menavano il medesimo oro”.

Il purismo, basandosi su uno studio capillare dell’impiego del volgare trecentesco e fiorentino non solo nei testi letterari (non solo Boccaccio, Villari della Cronica, etc.), ma studiando i documenti d’archivio in volgare, aveva la presunzione di avere esaurito ogni cantuccio di impiego della lingua. I libri delle ragioni de’ mercatanti sono i libri dei conti. Emerse un’unitarietà linguistica che pareva quella che mancava all’Italia del tempo di Cesari: egli suggerisce di ristudiare il fiorentino e di dichiararlo come lingua d’Italia. Il Cesari usa arcaismi, termini tratti dal fiorentino, richiedendo eccessi tecnicistici che avrebbero richiesto un utopico dispendio di attenzione. Significava convertire un uso diffuso entro limiti esageratamente ristretti.

Sulla Crusca del Cesari e sulla sua volontà, interviene Vincenzo Monti, che tra il 1817 e il 1824, propone un’aggiunta di termini e di correzioni da apportarsi al vocabolario: Proposta di alcune aggiunte e correzioni al vocabolario della Crusca. Egli non mette in discussione l’autorevolezza del vocabolario, ma insiste sulla necessità di svecchiare il lessico, soprattutto per quanto riguarda la direzione scientifica. Bisognerà esercitare un filtro preventivo: nel lessico letterario già non sussiste un termine adeguato ad esprimere il nuovo concetto, ma è opportuno accettare la realtà storica e gli apporti provenienti dall’estero.

Manzoni e l'unità linguistica

L’ingresso di Manzoni in questo fermento di posizioni intorno alla necessità della lingua precede la conversione del 1810 e coincide con il 1806: Manzoni ha 21 anni e scrive a Claude Fauriel, uno degli ideologues con cui intratteneva relazioni in Francia, “lo stato dell’Italia divisa in frammenti, la pigrizia e l’ignoranza, hanno posto distanza tra lingua scritta e parlata”. Non si può in questo modo “eudire la moltitudine”. Manzoni capisce che c’è ormai uno scollamento tra lingua letteraria e parlata, perché la moltitudine è disgregata nell’assetto politico dell’Italia contemporanea. Come dirà nel Marzo 1821, l’unità nazionale deve passare attraverso l’unità linguistica. Manzoni ritiene che l’unità linguistica non possa sorgere naturalmente, ma debba essere creata in modo artificiale. Con la ventisettana dei Promessi Sposi, Manzoni non ha disdegnato di rendere in toscano espressioni lombarde, ma si rende conto che questa soluzione equivale a creare un idioletto letterario. In conseguenza della fortuna della ventisettana, assistiamo al fenomeno di un filone di altri romanzi storici. Se andiamo a leggere le pagine del Marco Visconti di Tommaso Grossi, ci accorgiamo che ci sono molte soluzioni che riguardano il romanzo manzoniano, ma altrettanti sono gli elementi di eccentricità, come arcaismi, toscanismi. Se leggiamo i romanzi di Carcano e del Mauri, ognuno ha qualche denominatore comune con la lingua di Manzoni e poi tanti altri elementi lessicali.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Erichto di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e dialettale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Ca' Foscari di Venezia o del prof Drusi Riccardo.
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