Letteratura italiana moderna e contemporanea II: Menzogna e sortilegio
Rapporto Svevo-Morante
I primi due capitoli e l’ultimo de La coscienza di Zeno e i primi tre capitoli di Menzogna e sortilegio fungono da cornice. Si accomunano perché in entrambi si pone l’accento sull’atto della scrittura (meta letteraria) ed attribuiscono ai loro protagonisti l’atto del narrare.
Tema della malattia
Molti personaggi sono malati o si ammalano, in primis Zeno ed Elisa. La critica ha parlato, per entrambi, di nevrosi. Vizio principale di Zeno è il fumo, invece Elisa ha il mal di menzogna (malattia che si trasmette nella sua famiglia). Entrambi usano la scrittura come terapia.
Condizione di un sapere psicoanalitico di tipo freudiano
La psicoanalisi è la carta di presentazione di Svevo (personaggio principale è il dottor S e nell’ultimo capitolo Zeno dice che gli è stato diagnosticato il complesso di Edipo). Mentre la Morante applica in modo fedele gli schemi freudiani. Inoltre, nei due romanzi vi è la presenza di una grande quantità di sogni.
Strutture narrative
L’attendibilità del narratore interno alla vicenda è discutibile, e non si sa come smascherarli (tipico della narrativa Ottocentesca e Novecentesca).
Piano autobiografico
Elisa e la Morante hanno molto in comune (anche il nome è simile) così come Svevo e Zeno (a cui presta il suo vizio del fumo e altri aspetti della sua personalità). La Morante ha idea di scrivere un romanzo familiare nel 1941 (la vicenda del romanzo si svolge negli anni '40), anno in cui si sposa con Moravia (matrimonio naufragato). Ne scrisse un abbozzo, senza titolo, che poi andrà a comporre il capitolo su Cesaria. Nel 1943 la Morante e Moravia fuggono da Roma, occupata dai nazisti, e si rifugiano nella Ciociaria. La Morante interrompe la stesura del romanzo per poi riprenderlo l’anno dopo, quando ritornano a Roma. Dopo 4 anni il romanzo è terminato e lo spedisce a Einaudi, che lo pubblica nel 1948.
Titolo
Alla fine della stesura la Morante non aveva ancora trovato un titolo adatto (tra i possibili titoli ci sono “Il cugino”, “L’anima al diavolo”, “Menzogna e sortilegio”). Il titolo, formato da due parole, ricorda quelli della Austen. Ci si chiede se la ‘e’ unisca o allontani le due parole. Il titolo è un endiadi (una cosa sola si dice mediante due parole).
Menzogna
Nel romanzo si presenta in modo vario, non solo come bugia ma anche come fantasia, fuga dal vero, e crea un’atmosfera magica.
I edizione
Copertina scelta: un particolare di un dipinto di Chagal, “All’ombra dei sogni”, raffigurante una ragazza con la testa appoggiata su un cavallo bianco in un prato, che rinvia all’unione tra realtà e sogno. Data questa scelta i lettori associavano il romanzo alla fiaba/favola (ma non lo è, anche se vi ha alcuni elementi).
II edizione
Pubblicata nel 1961 e raffigura un dipinto di Gottuso, “Piccolo zolfo ferito”, raffigurante un ragazzo che lavora nelle miniere, con il braccio destro fasciato a causa di una ferita in miniera, e con una cesta per mettere lo zolfo. La Morante lo scelse perché vuole mettere a fuoco l’ambiente della miniera e delle tristi terre del sud (in primis la Sicilia, dove probabilmente è ambientato il romanzo). Importante è il passaggio dall’onirico al realismo, per sottolineare che l’opera non è una favola ma un romanzo realistico della tradizione europea.
III edizione
Pubblicata nel 1975 e raffigura un’incisione di Goya, “Il cavallo rapitore”, in cui torna il motivo della donna e del cavallo, ma qui non ha una postura composta ma è agitata in quanto il cavallo nero si impenna e con i denti solleva la donna. La Morante decide di cambiare nuovamente la copertina per preparare il lettore a un romanzo in cui la vicenda procede senza freni, con passioni così violente da sconfinare nella pazzia. Quindi raffigura una donna che si lascia travolgere dalle passioni (vale a dire Anna).
Commenti letterari
Il testo della quarta di copertina è stato scritto dalla Morante, quindi può essere considerato un commento. C’è chi considera l’opera frutto del realismo sociale, chi la colloca nel filone psicoanalitico, chi lo colloca nel filone dei racconti fantastici. I modelli principali del romanzo sono “Don Chisciotte” e “L’Orlando furioso”, strana scelta per un romanzo moderno. Ma la Morante dice che con esso voleva uccidere il genere (così come avvenne per le due opere di riferimento) e parodizza la narrativa romanza per scrivere l’ultimo romanzo moderno (anche se poi ne scriverà altri).
Cornice
È bipartita e circolare (introduzione ed epilogo), il cuore del romanzo sono le 6 parti poste dentro la cornice e ogni parte è composta da vari capitoli con titoli composti da frasi. Le prime 4 parti sono un gruppo omogeneo e qui Elisa è solo narratrice eterodiegetica e non personaggio narrato (focalizzazione esterna), mentre nelle ultime 2 parti è sia narratrice omodiegetica che personaggio narrato (focalizzazione interna). Vi sono poi dei testi poetici composti da Elisa:
- “Alla favola” dedicata da Elisa alla madre
- “I personaggi” dove Elisa chiarisce il suo rapporto con i personaggi
- “Canto per il gatto Alvaro”
Queste poesie, con piccole modifiche, confluirono poi nella raccolta poetica nella raccolta poetica “Alibi” (1958). Esse hanno un carattere meta letterario ed ermetico.
Alla favola
Sicuramente la Morante la scrisse alla fine della stesura del romanzo. Parola fondamentale è finzione che si lega alla favola del titolo. Il testo è un’esaltazione dell’attività fantastica. Mi fingo chiarisce bene la memoria poetica che la finzione si porta dietro, e si collega all’“Infinito” di Leopardi, e va intesa come frutto della fantasia del poeta. Quella della tessitura è una metafora antica ed è presente nel verso 3 della prima strofa ed è resa più esplicita nella terza strofa, ed è investita della metafora del fuoco (rafforzata dall’immagine della fenice). La metafora si riferisce al passato di Elisa e vuol dire che ciò che è raccontato è una stagione defunta, che rinasce nel racconto di Elisa, si recupera con la sua memoria. Nei vari capitoli l’immagine della fenice ritorna più volte (Anna è paragonata alla fenice). La vanesia è quella di Elisa che scrive e si riferisce a ciò che non c’è più e che ritorna con la scrittura. I cerchi d’oro sono l’anello, inteso come una sorta di oggetto magico. M’ama non m’ama fa riferimento ad un amore vissuto e portatore di tormento. I personaggi sono dei morti. Elisa si dichiara umile suddita dei suoi personaggi, importante è l’ultima strofa in cui Elisa si paragona ad un’ape che va di fiore in fiore (cioè i personaggi) per farne il miele delle favole, della scrittura.
In uno scritto del 1958, la Morante dice che non esiste una verità assoluta ma la verità varia da persona a persona. Lo scrittore scrivendo suscita un io recitante, diverso da se stesso, che funge da alibi e che dice che la realtà da lui rappresentata appartiene ad un io diverso, in cui egli comunque si rispecchia. Quindi scrive ciò che vuole ma allo stesso tempo ne prende le distanze.
L’intreccio del romanzo riprende gli intrecci del melodramma e del romanzo popolare (generi ottocenteschi), ed la Morante essendo consapevole dell’inattualità dell’opera si cautela, attribuendo ad Elisa la responsabilità dell’opera.
Introduzione
I capitolo: “Una sepolta viva ed una donna perduta”
Elisa si definisce una ‘sepolta viva’ che dopo la morte della madre adottiva si è chiusa nella sua stanza (ciò richiama a una malattia autistica) e ci riporta al tema della morte apparente, tema trattato da E.A. Poe nei suoi testi. Mentre la ‘donna perduta’ è la madre adottiva che prostituendosi ha perso il suo onore. Questi due personaggi sono agli antipodi (la donna sepolta viva è anche la suora di clausura, quindi richiama la virtù). Elisa scrive della sua scrittura, di un libro che potrebbe intitolare “Storia della mia famiglia”. Tra i generi preferiti da Elisa/Morante c’è il romanzo popolare. Nell’introduzione c’è un duplice lutto: la morte, 15 anni prima, dei genitori di Elisa (che al tempo aveva 11 anni) e quella recente di Rosaria, la madre adottiva. Ciò ha creato solitudine in Elisa, colmata da rosari prima fisicamente e ora attraverso il suo ricordo. Elisa non ha pianto alla morte di Rosaria perché per lei era già morta da tempo.
II capitolo: “Santi, sultani e gran capitani in camera mia”
Queste figure sono prese dai libri della sua biblioteca (Elisa è un’avida lettrice). I santi sono legati all’agiografia (Elisa è stata educata dalle suore), i sultani fanno pensare a “Le mille e una notte”, mentre i capitani sono collegati ai racconti d’avventura. In parentesi, Elisa annuncia la presenza di Alvaro con cui condivide la stanza. Elisa dice che la sua stanza è il rifugio di una strega. Così il sacro è profanato, ed Elisa è più strega che santa. Viene descritta in modo minuzioso la sua camera, e la sua guarigione è legata all’uscita dalla stanza. Ricorda il momento in cui entrò per la prima volta nella casa di Rosaria. Ciò avvenne durante l’infanzia, periodo a cui la sua psiche è rimasta bloccata nevriticamente a causa del trauma dovuto alla morte dei genitori. I genitori morirono tragicamente a 30 anni. Lei è rimasta bloccata a quell’età e a quell’immagine dei genitori. Da qui iniziò la trasformazione di Elisa: fino ad allora fu saggia, pedante e sociale per poi diventare una sorta di monaca solitaria, indemoniata (ossimoro) e pazza (tema della follia), circondata da spiriti pazzi e perversi. All’origine di ciò c’è l’eredità lasciata dai genitori, che non sono soldi ma è composta da tre elementi:
- Un enigma, dato che essendo bambina non ha capito la tragedia della loro morte e la vide in modo enigmatico. Dopo otterrà delle lettere che spiegano l‘enigma’ ma ciò non scioglie il mistero, anzi lo aumenta. Elisa trasforma il dramma piccolo borghese della sua famiglia in una leggenda.
- Una singolare paura di amare, in particolare a causa della madre, avendo avuto con lei un rapporto sbilanciato: Elisa la idolatrava mentre la madre ne era indifferente.
- La menzogna, che la porta a fantasticare, a creare una leggenda sulla sua storia familiare. La menzogna è una malattia genetica (ripresa della cultura positivistica e di Zola che nei Rougon Macquart parla di tare ereditarie).
Colui che mente tende a recitare una parte e a fare di ciò uno spettacolo agli occhi degli altri e ai suoi, si finge ciò che non è, e finisce per credere alle sue stesse menzogne. Elisa dice che c’è differenza tra le sue menzogne e quelle dei suoi parenti. Contraddizione: dice che chi mente crede alle sue menzogne ma poi dice che sa di mentire e lo fa per riscattare il reale. Lei dice di inventare la realtà che la circonda a prescindere dalle cose che ha vissuto, quindi rifiuta la realtà a priori. Quindi ammette di essere la più malata della sua famiglia. Il mal di menzogna si è manifestato a partire dalla sua biblioteca che è composta da opere fantastiche, prediligendo i miti tedeschi, scandinavi, gli amori orientali, le agiografie (che legge per assimilare i santi agli eroi, non per religione = laicizzazione del sacro). Ma i libri non le bastano più, allora inizia a fantasticare e ciò portò all’inizio del mal di menzogna. Le storie che immagina variano a seconda della giornata ma hanno sempre gli stessi protagonisti, i quali hanno un certo livello sociale, e proietta i volti dei suoi familiari su di loro. Quindi nobilita, sublima, le figure dei suoi parenti. Quindi rende la madre una santa, il padre un gran duca, la zia Concetta una profetessa. In queste storie Elisa non ha un ruolo, non recita, fa da spettatrice e costumista, e soprattutto regista. Inoltre, lei non fa partecipare nessuno alle sue fantasie, lei è l’unica spettatrice. Elisa rifugge dalla realtà per rifugiarsi nelle sue fantasie. Lei non partecipa alle storie per poca autostima, quindi apparentemente è suddita dei personaggi, in realtà si erge a loro dea, muovendone i fili. I personaggi si ribellano e iniziano a tiranneggiarla, perseguitandola, negandole la partecipazione alla vita reale (ricorda “Sei personaggi in cerca di autore” di Pirandello). Elisa non scrive i copioni di queste storie, l’immaginazione ha su di lei l’effetto di una droga, che la priva di ogni potere d’azione (anche la scrittura). Questo morbo fantastico ha dominato la mente di Elisa per tutti i 15 anni di segregazione in casa di Rosaria, ma il morbo si era manifestato prima che i genitori morissero. La madre inizia a manifestare i primi segni di squilibrio e lei per distrarsi inizia ad architettare favole e sogni, tantocché un medico avrebbe potuto diagnosticare il morbo fantastico che l’avrebbe colpita più tardi.
III capitolo: “Gli ultimi cavalieri dalla triste figura”
Ultimo capitolo dell’introduzione. Il cavaliere dalla triste figura del titolo è Don Chisciotte. La morte di Rosaria segna una svolta nella sua vita perché i fantasmi lasciano la sua stanza, lasciandola sola. La realtà, che era stata messa da parte e per cui non provava attrattiva, entra nella sua stanza ed Elisa ne diviene sensibile. Elisa dice di essere insonne e nevrotica e rievoca, durante la notte, i ricordi passati. Ora la fantasia ha ceduto il posto alla memoria, ripercorrendo la storia della sua famiglia come se fosse la sua. Il primo ricordo fa risorgere la città natale (la quale è investita da una luce eccessiva, un sole africano, quindi si presuppone sia la Sicilia).
Biografia della Morante
La Morante ebbe due padri e due madri: era figlia di una maestra, Irma, sposata con Augusto Morante. Egli non era il suo padre biologico ma solo anagrafico. Infatti, non potendo avere figli, per evitare di annullare il matrimonio, volle che la moglie avesse tre figli con un altro uomo, Francesco Lo Monaco. Per quanto riguarda la madre, oltre a quella naturale, ebbe una madrina, Maria Gonzaga, a cui la Morante fu affidata da piccola perché i genitori non erano abbastanza ricchi per curare la sua anemia. Così la Morante fu catapultata in un mondo aristocratico. Rosaria, popolana, corrisponde alla madre naturale della Morante. Anna, aristocratica da parte di padre, corrisponde alla madrina della Morante. In questa fase c’è una combinazione tra ricordi e sogni. Elisa non riesce ad addormentarsi, è l’alba, così va al suo tavolino per scrivere. Qui viene messo a fuoco il momento della scrittura. Elisa da copista, trascrive quello che le detta la memoria che recita bisbigliando i sogni e i ricordi della notte. Questo bisbiglio richiama il bisbiglio dei morti della sua famiglia. Elisa rassicura che la trascrizione è fedele (paradosso del mentitore). Elisa elabora una prognosi (si fa medico di se stessa) e propone una terapia, cioè la scrittura, e prevede una sua possibile guarigione. È una prognosi riservata perché non è sicura di poter guarire e poter uscire dalla sua stanza. La sua scrittura ha scopo terapeutico ed è medianica, perché fa da mediazione, attraverso lei i morti raccontano la loro storia.
Sezione prima: “L’erede normanno”
Il titolo fa riferimento a Edoardo, il cugino di Anna, definito normanno in quanto il padre era normanno. Sono presenti i genitori di Elisa, Anna e Francesco (che lavora alla posta e mantiene tutta la famiglia), e la nonna Cesira. Poi fa riferimento a un sogno in cui appare Cesira (il primo dei morti che appare). Il capitolo è incorniciato da due rappresentazioni di Elisa in parte contraddittorie. Dice che narrerà le cronache della sua famiglia, quindi si presuppone nessuna fantasia. Ma alla fine del capitolo dice che è il romanzo della sua famiglia. Romanzo e cronaca sono due cose diverse. Ha forma circolare: prima parla della città, poi del quartiere e poi della casa. Così restringe sempre di più il campo. Dato che dice di voler narrare le cronache della sua famiglia ci si aspetterebbe che partisse dall’infanzia della nonna, invece parte dalla sua. Nonna Cesira si presenta come una vecchia fredda, scontrosa, non affettuosa con Elisa e i suoi genitori. Ella non la chiama mai per nome e anche Elisa la chiama per nome. In famiglia c’è un clima di forte tensione dovuto al fatto che non regna l’amore. Elisa presenta Anna come superba, che non concede il suo amore al marito, mentre Francesco è servile nei suoi confronti. I litigi tra i due sono frequenti. Francesco non dorme con la moglie (il fatto viene giustificato perché lui si deve alzare la notte per lavoro). I due sono separati in casa. Cesira era solita maledire Elisa. Viene sottolineata la povertà della famiglia, per questo il padre è costretto a lavorare di notte, e la madre deve impegnare i suoi gioielli (a cui lei e Cesira sono molto legate. Ciò è sottolineato nella poesia di Anna in cui viene detto che le donne della famiglia sono attratte dai gioielli).
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Menzogna
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Appunti su Italo Svevo e sulla Coscienza di Zeno, esame Letteratura Italiana Contemporanea