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Appunti di Letteratura Italiana 1 (Medievale)/Letteratura Italiana 2 (umanistica) delle lezioni del docente Riccardo Drusi

Appunti delle lezioni del docente Riccardo Drusi di Letteratura Italiana 1 (Medievale) e Letteratura italiana 2 (Umanistica) dell'università Ca' Foscari di Venezia. Appunti basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Letteratura medievale e letteratura umanistica docente Prof. R. Drusi

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Questo meccanismo ha fatto sì che in epoca moderna il Furioso fosse oggetto di esame soprattutto

dalle correnti critiche come lo strutturalismo di ascendenza francese e che il Furioso abbia riscosso

attenzioni da Italo Calvino che sul modello del Furioso ha costruito anche suoi romanzi. Interesse

che matura negli anni 60, orientandosi verso il movimento L'Oulipo, acronimo di laboratorio di

letteratura potenziale.

Alcune opere di Calvino contengono esplicite riferimenti al Furioso (“il castello dei desini

incrociati”).

1979: “se una notte d'inverno un viaggiatore”: in cui si immagina che ci sia un lettore che acquista

un romanzo di Calvino, ma il romanzo non finisce, mancano delle pagine. Quindi viene raccontata

la faticosa ricerca delle pagine mancanti che non si concluderà mai.

L'intreccio qui prevale sulla vicenda, come sull'Orlando furioso.

Calvino dedicò anche pronunciamenti critici sul Furioso (saggi).

Calvino è colui che è capace di sintetizzarne il senso in poche righe( del Furioso).

// legge “la struttura dell'Orlando”, saggio di Calvino //: è un poema che si rifiuta di cominciare e di

finire.

(Tutta la letteratura cavalleresca in ottave , è telescopica, cioè che precede viene integrato in ciò che

segue e non solo per la volontà stessa degli autori, ma anche per la persistenza e la costanza dei

personaggi che non appartengono nemmeno a una vicenda puramente letteraria ma sono personaggi

pertinenti a una cultura più ampia, che sono una via di mezzo tra la storia e la finzione.)

Calvino afferma che si presenta come prosecuzione di un altro poema (non smette di cominciare) e

anche perchè l'Ariosto non smette mai di lavorarci (non smette di finire).

CANTO PRIMO

(Orlando Furioso)

Questa prima ottava è quella che gli specialisti di metrica chiamano ottava monoperiodale: ottava in

cui è contenuto un unico periodo.

Ottava: unità narrativa autonoma o tende ad esserlo. È una strofa in cui la sintassi tende a

modellarsi secondo la struttura metrica, strofa in cui la metrica tende a prevalere sul contenuto e

articolazione sintattica del contenuto, del significato. L'ottava toscana è formata da una serie triplice

di rime alternate (6 versi), con una chiusura data da un distico rimato. (a rima baciata).

Questo distico è una sorta di “cucitura”, una chiusura (narrativa autonoma), imposta la narrazione

su singole unità.

Con le altre ottave che seguono ci troviamo di fronte a una protasi di tipo classicistico (protasi:

l'esordio in cui il poeta interviene in prima persona per dire quelli che saranno i temi trattati nel

poema stesso).

La protasi viene articolata in una proposizione, in una invocazione e in una dedica. La proposizione

è l'argomento che verrà trattato e viene enunciato ma non completamente nella prima ottava.

“le donne... canto”: esordio del poema virgiliano dell'Eneide, (proposizione dell'argomento

esposto).

Ariosto diluisce l'argomento: i primi 3 versi nell'Eneide contengono già il contenuto del poema. Ma

L'Ariosto il richiamo all'Eneide serve a sottolineare le differenze: il mito della fondazione presente

nell'Orlando è quello della casata d'Este originata da Ruggero e Bradamante, essi li troviamo

nell'ultima ottava della protasi. (“il ceppo vecchio”).

Già da queste prime ottave l'Ariosto sottolinea come il suo poema sia un poema a inganno, in cui

non ci si deve mai aspettare che da una causa derivi la sua logica conseguenza.

Canterà delle donne: tema non cavalleresco, della figura femminile. Dei cavalieri e poi vi è il

chiasmo tra donne (amori) e cavalieri (armi), cortesie e audaci imprese (donne e cavalieri, ambiente

di corte (cortesie) e audaci imprese (bradamante e ruggiero, audaci imprese sia delle donne e dei

cavalieri).

“Al tempo... romano”: tempo definito attraverso le vicende, un re Saraceno Agramante, il cui padre

è stato ucciso da un cristiano e che decide di vendicarne la morte (si da vanto) sconfiggendo i

cristiani nella loro patria (Parigi). Accumulazione di elementi.

Ritmo dei versi: moto di risacca, ottenuto ricorrendo all'inarcatura (sintassi della frase che superano

il limite del verso) (enjabement). Questo movimento di andata e ritorno era apparso significativo a

Ugo Foscolo, che propagandò le fortune del Furioso in Inghilterra, nel ritratto di Chierico che

Foscolo elabora troviamo una frase in cui Ariosto gli appariva un autore problematico, che

necessitava di un esame più approfondito,un esame in cui Ugo Foscolo non riusciva a capire dove

stesse l'enigma dell'Ariosto. “così vien poetando l'Ariosto”: apparenza fonica che le ottave di Arosto

spesso danno, ma è soprattutto un poetare in rapporto ai contenuti, l'accelerare il ritmo della

narrazione e poi abbandonare la narrazione come un onda che si infrange, ma poi la vicenda

cambia, simili alle onde (minuto di audio 56).

“donne cavalieri”: allude a Dante. 14 canto del purgatorio, guido del Duca, invidiosi, rievoca l'età

felice delle corti italiane, e anche Guido del Duca questo rimpianto lo esprime con una formula

simile. Allusione voluta dall'Ariosto. Ha ripescato un Dante nel bel mezzo di un discorso che

qualcuno sta facendo nel purgatorio (cantica di attenzione minore rispetto all'inferno).

Gioco delle rime: amori e mori (rima inclusiva: rispetto alla vocale tonica i due rimanti condividono

anche un altro fonema, la m).

“Troiano e Romano”: alludono all'epopea di Enea, Troia e Roma, i due poli estremi esaminati nella

narrazione dell'eneide.

Seconda Ottava:

“Dirò d'Orlando....promesso”: il personaggio Orlando compare il seconda posizione, ne dià in un

medesmo tratto. Orlando si compare già nei primi canti ma come furens, matto, inizia a metà del

poema. E questa dislocazione è studiata. In un medesmo tratto: preannunzio dell'intreccio delle

vicende che Ariosto può dire che contemporaneamente parlerà di Orlando mentre parla di altro.

Parla di qualcosa che non verrà mai raccontato prima, la sua follia di amore, già presente

nell'innamoramento di Orlando. Usare matto come aggettivo in poesia significava infrangere un

numero di regole: matto non è un termine aulico, ma di registro comune, realistico, comico, il

principale argomento del poema o quello che il titolo vuol farci credere essere il principale

argomento del poema viene proposte nelle forme più dimesse sia per esaltarlo sia ad avvisarci che

questo poema parla si di cose serie (epopea, genere tragico) ma anche con concessioni di registro

comico sia per vari personaggi (es. Astolfo), ma lo stesso Orlando si troverà in situazioni comiche.

Seconda metà dell'ottava: richiamo autobiografico, amori con Alessandra Benucci (aristocratica

ferrarese), sarà in grado di scrivere il poema se non diventerà matto come Orlando verso la donna

che l'autore ama (Alessandra). Richiamo allusivo a Lucrezio, Ariosto sapeva sulla base di un notizia

che San girolamo nel suo de vir illustribus, sapeva che Lucrezio a causa di un filtro d'amore aveva

perso il bene dell'intelletto e che per questo motivo il de rerum natura, era stato scritto per intervalla

insanie, nei momenti in cui riemergeva l'intelletto. Il suo scopo era far capire che un altro tema che

verrà trattato sarà l'Amore che era trattato tradizionalista nella poesia lirica petrarchesca.

Terza ottava: “piaccia...dono”: topica della riconoscenza verso Ippolito d'Este, gli dedica l'orlando

Furioso. Questa dedica si spiega pensando alla struttura politica ella corte estense, ricerca di una

protezione.

Ippolito: se pensiamo alla mitologia classica, è il figlio di Teseo cuncupito dalla matrigna che poi lo

accusa di stupro perchè non cede alla offerte della matrigna, è colui che si dedica alla caccia e non

all'amore. Argomento che finisce dedicato che rinnova le gesta antierotiche. (audio 1 ora e 15).

poema che parla di Orlando innamorato e pazzo per amore dedicato a un personaggio che

dell'amore in teorie non aveva nulla a che fare. (Ippolito mitologico).

Ariosto non utilizza una perifrasi, lo chiama per nome, proprio per far venire al nome del caridanle

ippolito d'este e al nome mitologico.

Ma in realtà vi è anche una perifrasi: “erculea prole”: genitore ercole I d'este, dedicatario

all'innamoramento di Orlando.

Ariosto si chiama furioso, richiamo alla tragedia di seneca, riscoperta del teatro classico romano, tra

le sue tragedie vi è l'erculens furens, l'ercole impazzito, (ammazza i figli).

Orlando Furiso, Ercoles furens, e viene dedicato a Ippolito in quanto prole di Ercole d'Este:

allusione alla sorte che era toccata ai figli di ercole mitologico, opera che già nel suo esordio

richiede un estrema attenzione da parte del lettore che è chiamato a riconoscere la valentia letteraria

dell'ariosto.

Dall'ottava 5: finita la protasi, comincia a enunciare i contenuti specifici del poema. Fra l'ottava 6 e

7 c'è un passaggio sintattico, la sintassi non si piega alla metrica, ma le ottave vengono piegate alle

esigenza del poeta. In mezzo verso viene riassunto ciò che aveva detto prima.

Liti: aggettivo latino, termini aulici.

30/03

46 canti: versione definitiva.

Ruggiero: ama Bradamante, i due si inseguono per tutto il poema. Ruggiero alla fine si convertirà al

cristianesimo per sposare Bradamante (islam prima).

41 CANTO

Ruggiero si è messo per mare, si sposta dalla Spagna al Marocco per raggiungere il re Agramante

che aveva tentato di conquistare il regno di Francia e spodestare Carlo Magno e poi costretto in

ritirata in Africa. Ruggiero ha appena sconfitto Dudone della mazza (paladino) e ruggiero lo libera.

Si è imbarcato con un nocchiero. Tempesta e naufragio.

Descrizione della tempesta di mare e schema costruttivo delle vicende.

“tutta la notte...”: comincia la tempesta. Il vento che pareva dovesse estingueri all'inizio della

giornata invece riprende. Augumento: forma toscana letteraria.

Vorrebbero evitare lo scoglio ma non riescono a farlo. Argomento: non hanno strumento.

Tutto quello che serve a governare la nave a causa del vento è andato distrutto.

Il nocchiero è impallidito dalla tempesta, interviene sul timone ma con poche vele serve a poche.

3 volte e 4: ci riporta al folle volo di Ulisse (26 canto), “3 volte” la nave che gira nel vortice prima

di affondare.

Il timone si rompe per la furia delle onde.

Navi che servivano per affrontare la navigazione oceanica, larghe, da trasporto mercantile. Doveva

avere lo scafo e il ponte largo per ospitare la scialuppa di salvataggio che si trova più avanti nel

canto.

Have: l'equipaggio cerca riparo per sé.

Palischermo: scialuppa di salvataggio.

Vi sono quindi cit. dantesche e anche termini tecnici, impoetici.

Proprio perchè tutti si danno alla fuga precipitosa e ciascuno pensa per sé, il palischermo affonda,

non riesce a sorreggerli.

Comite e padrone: comite: colui che studiava le carte e fissava la rotta (nami in one piece), il

padrone invece è l'armatore della nave.

Ruggiero vede che tutti come topi abbandonano lo scafo e quindi decide di buttarsi nel palischermo.

2 termine: il legno : sineddoche per indicare la nave.

Si trovò in giubbone: in maniche di camicia, si indossava per stare in libertà, era una specie di

camicia. Locuzione non letteraria, in minimo indispensabile. Vi è quindi sia il registro letterario,

poetico e espressioni desunti da abitudini del tempo, registro più basso.

Caso di ejabement: “a fondo....”.

Richiuso: ulisse dantesco, il chiudersi del mare.

La nave continuerà a navigare senza nessuno a bordo portando con sé le armi di ruggiero: le

aspettative deluse è un tema tr i più diffusi nel furioso: amori che non si realizzano (orlando per

angelica), matrimoni in procinto di celebrarsi ma poi impediti dal caso (ruggiero e bradamante)

ecc..

tema ricorrente al quale si lega la riflessione morale di ariosto: intervento dell'autore all'interno del

testo.

OTTAVA 21: “sbalza”: c'è chi scende nei gorghi, c'è invece chi tenta invano di nuotare e salta sopra

le onde ecc.., teste, braccia, membra di quelli che sono in balia del mare e destinati ad affondare

(tranne ruggiero) scalza: aggettivo non letterario.

Ruggiero riesce a risalire e vede da lontano che c'è uno scoglio, l'unica salvezza. (Montagna del

purgatorio di Ulisse: scoglio).

Soffiando: sbuffa per lo sforzo.

Legno voto: nave, senza alberatura e timone che pareva prossima al naufragio, ma è naugrafata la

scialuppa: c'èerano delle prospettive che si sono ribaltate su se stesse: la nave continua ad andare

avanti, e le persone sono affogate.

Autore interviene: o fallace...: ( ALTRO CANTO: Orlando che ritorna dall'Oriente si vede sottratta

angelica da Carlo Magno (ottava 7 canto..... “ECCO IN GIUZIO UMANO COME SPESSO

ERRA”: intervento, esclamazione dell'autore: delusione delle aspettative).

Nel momento in cui viene liberata dalla presenza umana, la nave se ne va via tranquilla (se le

persone non fossero state egoiste si sarebbero salvati).

Ruggiero qui non si è ancora convertito al cristianesimo: dopo che ha dimostrato di non temere la

tempesta, una sua riflessoine lo porterà a temere Dio. Si convince che ha tardato troppo: sapeva che

per sposare bradamante doveva converisrti, ma ha tardato troppo e ritiene che il naufragio sia una

punizione divina.

Cambio di inquadratura: il campo è stato tenuto da ruggiero e i naufragi, ora l'attenzione si sposta

sulla nave che raggiunge una costa su cui c'è.....

“e dove col nocchier”: il momento in cui non ebbe più il pilote arrivò verso l'Egitto. Orlando

ritorna protagonista della vicenda: era stato abbandonato per parlare di ruggiero: in Afraca orlando

sta organizzando il torneo risolutore di tutta la vicenda: 3 campioni vs 3 campioni.

(VEDI internet i nomi).

Si svolgerà nell'attuale Lampedusa (limpidusa), 3 campioni cristiani vs pagani.

Orlando, il cugino ulivieri e brandimarte, vs agramante, gradasso (islamico, che aveva varcato il

mare) e soprimo (?, islam).

Vinceranno i cristiani. La nave che raggiunge orlando aveva l'armatura di Ruggiero: Orlando

“desioso se fusse la nave sola...”: sotto coverta: termine tecnico. Ritrovò il cavallo e le armi di

ruggiero.

Ottava 26: la spada di ruggiero e l'attenzione del lettore è richiamata dal trascorrere del periodo

oltre al limite dell'ottava precedente: anche ruggiero aveva ceduto alla paura.

La psicologia dei guerrieri a volte ha dei lati oscuri: sono guerrieri che possono aver paura, temere

per la propria vita. Per rispetto a un topos di letteratura di cicli carolingi, gli avversari dei cristiani si

comportano da cavalieri occidentali, hanno delle costumanze simili a quelle degli avversari

cristiani: capiamo perchè Orlando immediatamente riconosce le armi di ruggiero (elemento

irrealistico), sottolinea ed enfatizza la dimensione fantastica che Ariosto in molte occasioni rimarca.

Balisarda. Nome della spada, che una volta era stata di Orlando. In questi scmabi di armi troviamo

il tema del trabocchetto, inganno narrativo: le armi non stanno mai ferme, i paladini se le

scambiano, le ritrovano, l'elmo perduto di ferraù verrà ritrovato e ripreso dal proprietario che

tuttavia nel frattempo è morto. (elmo perduto nel boiardo e ritrovato nell'ariosto).

Falerina: maga: richiamo a precedenti episodi: c' una continua narrazione a telescopio: un episodio

può rinviare e contenere un episodio precedentemente narrato, richiamarlo alla memoria.

Ottava 29: non riconosce l'armatura difensiva di ruggiero che era stata l'armatura di ettore (quello

che era stato sconfitto da achille, elemento di tradizione).

Spartizione delle armi: balisarda ad orlando ( a lato, in quel momento non ha la durlindana, l'ha

perduta durate la sua follia, spada a cui ambiva gradasso), non far mestiere: non aveva necessità.

Frontino: il cavallo viene dato all'amico brandimarte.

Brandimarte voleva convertire agramante al cristianesimo fino all'ottava 42 o 42 o 43.

ottava 46: i 6 combattenti si preparano a combattere e ritorno alla vicenda, ariosto tronca la

narrazione, signor: ippolite d'este, dedicatario del furioso: ritorna alla vicenda di ruggiero.

Mi sembrerebbe di commettere un errore eccessivo se per cominciare a raccontare nel torneo fossi

costretto ad abbandonare tanto a lungo rugggiero in mezzo al mare che non potrebbe non finire

affogato: incursione nel comico, si sente responsabile dei suoi pg, controllo sulle vite dei pg.

Ariosto vuol far capire che il controllo sulla narrazione ce l'ha solo lui, è lui che davvero decide del

destino dei pg, perchè sono pg di carta, fittizi. (tecnica del “prendi e lascia” di marco praloan).

Il tempo della narrazione non corrisponde al tempo della vicenda, in altri casi il salto può essere

retrogrado interrompe la sua narrazione e riprende la narrazione di un altro vicenda avvenuto

anteriormente a quella che ha appena finito di raccontare.

E questa tecnica fa di Ariosto un Dio, è come Dio conosce le scelte degli uomini, Ariosto decide le

sorti dei suoi eroi.

Questa tecnica di narrazione non era usuale nella tradizione cavalleresca in ottave, non era comune.

Perchè quelle narrazioni, cantari, questi testi, perseguivano l'obbiettivo opposto a quello di ariosto:

nonostante parlassero di vicende fantastiche, sostenevano la realtà cronachistica del narrato: la

coincidenza con una realtà storica. Coincidenza sostenuto dichiarando di dipendere da una fonte

scritta anteriore. Per questa necessità di autorizzare la narrazione sulla base di una fonte storica, la

narrazione si sviluppava come una cronaca, con prima e dopo, senza salti narrativi.

Il procedimento a prendi e lascia, non è prerogativa dell'ariosto, lo aveva inaugurato il Boiardo: nel

suo innamoramento. Lo fa per le esigenza imposte dal suo soggetto: sono quelle di cantare non solo

di armi ma anche di amori.

Il fatto di mettere assieme tradizione carolingia e bretone (Le avventure non si succedevano nella

stessa linea temporale coerente, venivano interrotte e poi riprese, intreccio...) (boiardo), la

dipendenza dal filone bretone comportò questa tecnica del prendi e lascia.

La tecnica del prendi e lascia ribadisce il fatto che è l'autore a costruire la vicenda.

Boiardo inaugura anche il registro ironico presente anche in Ariosto.

ORLANDO INNNAMORATO

Ottava di introduzione

“signor e cavalier...”: questa ottava contiene un solo periodo come l'ottava proemiale dell'Ariosto.

Augumento: toscano letterario nell 'ariosto. Differenza linguistica, qui con Boiardo siamo alle

edizioni tra gli anni 80 e metà del 90 del 400, questa lingua non è il toscano letterario (ascoltI), sono

desinenze settentrionali, la lingua in cui è scritto l'innamoramento è quella di Coinè che si era

sviluppata nel corso del 400 e che a ferrara e di mantova (corti), aveva riconosciuto una

stabilizzazione, aveva assunto dignità letteraria. Lingua praticata nelle cancellerie delle corti,

mantiene una componente latina, latinismi, tratti comuni alle varie parlanti di italia: strumento di

composizione letteraria.

“signori e cavalier”: signori: membri della corte ferrarese e cavalier: vassalli feudali. Ascoltate la

mia storia che il mio canto si accinge a muovere: controllo dell'autore che esercita sulla sua

narrazione.

Ascolteranno le azioni sorprendenti di orlando paladino: che è un orlando destinato a innamorarsi:

non soltanto prove da intendersi come azioni militari, ma le sue gesta in quanto paladino

innamorato. I signori sono la corte di ercole primo d'este: ercole non è citato nell'ottava iniziale ma

lo si intuisce: i gesti misurati e le mirabili prove alludono alle imprese di ercole (le fatiche di ercole)

che alludono al nome del sovrano ferrarese, al duca ercole.

Con il Boiardo una tradizione che si era espressa oralmente e secondo formule fisse, conosce la più

importante delle innovazioni.

Elemento di innovazione del Boiardo: elemento amoroso (“non vi par, signor, meraviglioso...”): non

meravigliatevi se sentite raccontare dell'innamoramento di orlando. Voi signori che siete formati a

una cultura umanistica, sapete che amore vince anche chi è più refrattario.

Ottava 3: la trama principale della mia narrazione è una novella (storia) che pochi conoscono: la

storia di Orlando innamorato. Nell'epopea carolingia incarnava gli ideali cristiani che servivano a

cotrastare l'islamismo, ci voleva un campione che resistesse alle lusinghe amorose. Angelica, viene

dall'Oriente ed è stata mandata a disertare dei cavalieri della corte di Carlo Magno, a vincerli con

l'amore e le armi del fratello argalia.

Fonte del Boiardo: questa novella la conoscono in pochi perchè Turpino la nascose: Turbino è il

vescovo che partecièò alle azioni militare di Carlo MAGNO IN spAGNA E CHE COME

TESTIMONE OCULARE POTè RIFERIRE I FATTI COME SI ERANO SVOLTI.

Quindi Turpino era rimasto nella tradizione cavalleresca, come il sinonimo della fonte storica

assolutamente fede-degna. Il testo che nel medioevo si leggeva era la “historia Caroli” di Turpino.

Questa historia in età umanistica era stata sconfessata: era apparsa come una fonte storica priva di

fondamento. Boiardo, in realtà non prende per buona la historia caroli: boiardo sta raccontando una

storia completamente inventata. Turpino avrebbe nascosto questa storia, essendo uno scrittore

sincrono poteva temere di far dispetto a Orlando, Turpino la nascose credendo che le sue scrittore

potessero infastidire il conte Orlando. Orlando che vinse i suoi avversari tuttavia fu sconfitto da

Amore.

La fonte è fittizia e i signori adunati ad ascolare la narrazione lo sanno in partenza: è fittizia e

inoltre viene citata in un modo quasi grottesco (questa storia la conoscono in pochi perchè Turpino

l'avrebbe nascosta). Dichiarazione del carattere favoloso della vicenda che si va a raccontare:

turpino, cronista sconfessato dalla filologia, boiardo racconta una storia che turpino non ha

raccontato.

Narrativa in ottave che precedentemente al Boiardo pur non pretendendo di veire equiparata alla

storiografia vera e propria, era una narrattiva che cercva di colllocare il proprio baricentro su una

base minimamente storica. (bastava che ci fossero pg che si sapeva essere stati dotati di una

effettiva storicità perchè poi su questa potevano svilupparsi delle narrazioni che avevano presso gli

ascoltatori valore edificante).

Invece l'orlando innamorato si propone come un opera ludica, giocosa, di ricreazione.

Questo innamoramento non sta lì per caso: il motivo del'amore, della passione amorosa, aveva

conosciuto dopo il Petrarca e fra gli imitatori del petrarca nel cors del 400, una fortuna letteraria

vasta e questa frtuna aveva collocato la sua sede elettiva negli ambienti cortigiani. Era avvertita la

letteraturaamorosa, la poesia amorosa, il comporre versi al modo di petrarca, come una fra le poche

espressioni letterarie in volgari pienamente dignitose: la lirica amorosa era sentita un genere

letterario anti-popolare: scritta in lingua volgare ma non per questa svilita dal fatto di non essere

composta in latino.

In rapporto a un Boiardo che compone i suoi 3 libri degli amori, che riprendono il modello del

petrarca, capiamo che questo richiamo al motivo amoroso e un richiamo al prestigio che lirica di

corte aveva assunto. A un certo punto del poema, quando Orlando incontra un avversario pagano

(Agricane), nel libro 1 dell'orlando innamorato al canto 18esimo, l'ottava 46 vede orlando

rispondere ad agricane che ha capito che orlando è innamorato di Angelica e quindi gli chiede conto

dell'identità dato che è una novità sto amore per angelica, Agricane chiede: “ora te prego....”: devi

rispondere la verità, se tu sei davvero quell'orlando la cui fama lo precede in tutto il modo. Ma tu

chi sei? Come sei arrivato qui e semmai foste ancora innamorato. Gliela pone perchè agricane ha un

etichetta cavaleresca che contempla anche la possibilità di essere innamorati di una dama, un

etichetta che era in linea con i costumi dellle corte italiane del 400: i cavalieri non potevano dirsi

nobili se non dimostravano anche di avere propensione all'amore e a una pratica secondo una ben

precisa etichetta.: ..vivo e sanza core: se tu sei veramente un cavaliere dovresti anche essere

innamorato e dovresti esserlo perchè soltabto essere innamorati ci si può dire essere cavalieri

altrimenti il cavaliere senza amore sembra vivo ma è una cosa che vive senza cuore.

Versi finali: sanza core: auto citazione di Boiardo stesso, egli cita ste stesso auyore degli amorum

libri, il primo sonetto, il sonetto proemiale.

Poema ludico in rapporto a una concezione della letteratura che è senttia come pratica nobilitante,

come parte di quella etichetta cortigiana: una lettertaura di ricreazione, ma condotta con impegno

artistico e con maestria.

Altro elemento di novità: promozione che boiardo conduce di un genere che fino a quel momento

(narrativa in ottave), che era sentito come un genere tendente verso la dimensione del popolo.

Si capisce perchè nel libro 1, la vicenda prenda avvio a parigi, nella corte di Carlo Magno, viene

proposto l'ambiente ideale della letteratura in volgare, dell'idea di una letteratura in volgare nobile:

in corte erano in festa i paladini. Il rapporto fra i due schieramenti antagonisti (saraceni e cristiani)

inizialmente è un rapporto pacifico, questo tema viene preso dalla tradizione arturiana, la corte è un

luogo dove iniza l'avventura dei cavalieri. Gli stessi saraceni condividono l'etichetta cortese dei

cristiani; diventeranno avversari quando un pergionafggio Agramante, privo di precedenti letterari,

decide di conquistare tutta l'Europa e poi vuole il mondo e poi vuole il paradiso. La figura di

agramante è modellata dal boiardo umanistca sulla sotira di alessandro Magno: è come alessandro

magno che parte alla conquista dell'universo: il riferimento al paradiso è un allusione a quello che la

tradizione delle conquiste di alessandro magno, della conquista dell'acqua e del cielo di alessandro

magno, i due elementi preclusi all'uomo.

Ferraguto occhi grifagni dante, castello dgli spirit magni (cesare).

Vi sono questi riferimenti perchè chi lo legge e chi sa interpretarlo capisce che si tratta di un opera

leggera ma costruita con serietà.

“tra bianche e rose...”: Boriardo afferma che era in un bel giardino quando si è reso conto che a

poetare solo per lui faceva qualcosa di sbagliato perchè quello che diletta a uno può dilettare a

molti, inoltre c'è il locus amoenus: non è un elemento di tradizione della narrattiva in ottave ma lo

prende dalla poesia amorosa , dalla lirica amorosa. Il roman del la rose comincia in un locus

amoenus che è noto alle corti settentrionali italiane.

In Boriado notiamo l'attenzione per la contaminazione dei generi: attenzione per un intreccio non

solo narrativo ma anche di tante e divers etradizioni anteriorri, prelevate con cura da quel

patrimonio locale, patrimonio culturale e letteraio condivso e riconoscibile (allusioni classicistiche).

Boiardo inoltre cita se stesso: in quanto narratore, perchè gli amorum libri sono la narrazione di una

vicenda amorosa, non sono solo una racconta di lirica che ha composto per omaggiare antonia

caparra la donna da lui amata. Ma rappresentano anche il momento della gioia amorosa, il momento

della crisi e quello del ravvedimento finale. Questa indole narrativa applicata alla lirica boairdo

l'aveva ereditata da una lettura attenta del canzoniere di petrarca e dipende anche dalla conoscenza

che boairdo avevano degli elegiaci romani: di quei poeti come properzio, che aveva scandito le

vicende del proprio amore per cinzia o gli amores ovidiani.

questa novità dell'elemento amoroso viene ribadito dallo stesso boiardo che istituisce un confronto

fra le due tradizioni arturiana e carolingia: ottava 18esima e 19esima del libro II: “fo gloriosa

bertaglia la grande...”: la gram bretagna fu gloriosa per le armi e gli amori tanto che il suo nome che

ancor oggi si spande (dante), questi cavalieri hanno dimostrato il loro valore in quanto innamorati

(tristano e isotta). Quella di Carlo Magno non fu così famosa perchè tiene ad amore chiuse le porte.

LUIGI PULCI

Firenze, Luigi Pulci nel 1478 pubblica il Morgante ( non ci è rimasta sta copia).

Pulci era letterato che diversamente da Boairdo e ariosto non poteva vantare credenziali culturali

ampie e mature, non era di formazioni umanistica, dilettante di letteratura in volgare. Cresciuto in

una famiglia ricca di letterati, di letteratura in volgare.

Pulci, nato nel 1432, crebbe all'ombra dei medici, lorenzo de medici fu protettore di luigi pulci fino

a che per lorenzo valecva quella distinzione fra lettertaura in volgare disimpegata e leteraura culta,

umanistica, distinzione che il 400 aveva reso istituzionale. L'umanesimo aveva impedito la

cooperazione che da dante e bocciaccio era interventuta fra letteratura classica e letteratura in

volgare. La protezione di luigi da parte di lorenzo era condizionata da una certa ide adi quella che la

letteratura in volgare poteva essere, dei suoi limiti

quando lorendo de medici intuì che faceva gioco alla politica di firemze, al suo ruolo centrale che

desiderava avere nella diplomazia italiaan, faceva gioco rilanciare la tradizione letteraria volgare di

firenze, far vedere che era una letteratura fiorentina, ecco che l'interesse per il pulci da parte di

lorenzo inia a scemare perchè Pulci non riusciva a tenere il passo con questa esigenza.

Pulci raccoglie un certo numero di sonetti e li commenta, costruiendo un prosimetro, narrazione

allogorica che è ripresa dalla vita nova di dante. Per far vedere che era possibile tenere insieme

lorenzo e dante: lettertaura amorosa e suscettibile di interpretazione allegorica. Inoltre quando

poliziano allestsce le stanze, vi è un umanistica di grande classicità, sollecctato dallostesso lorenzo

nobilita la letteratura in volgare mettendo nelle stanze reminescenze dotte classiche.

Il pulci e la letteratura che egli rappresentava non potevano pù essere rappresentate a firenze,

costituivano un età al tramonto, una letteratura che l'egemonia medice fiorentina tendeva a

sconfessare. MORGANTE

Il morgante nasce su commissione delle donne di casa medici, dovrebbe essere un poema che

lucrezia la madre di lorenzo de medici, vorrebbe celebrativo delle gesta di Carlo Magno.

Pulci è un autore difficile da collocare ideologicamente (ateo?); come letterato e come protetto da

lorenzo de medici, l'idea di letteratura che si era permesso di avere era quella di una letteratura

giocosa, utile a far ridere, a dilettare a divertire. Il morgante infatti nei suoi primi 23 cantari diventa

un poema eroicomico, già dalla scelta dell'eroe che gli da il nome, Morgante, un gigante, che viene

convertito dal paganesimo al cristianesimo, convincendolo da orlando in uno scontro armato.

Avvio della vicenda: grottesca (conversione al monastero del gigante).

Inoltre morgante avrà una campana come arma, simbolo della sua conversione, la campana

annuncia l'inizio della liturgia cristiana.

Altro elemento grottesco: Morgante morirà nel poema stesso, morirà non combattendo ma per il

morso di un granchio.

Quindi a un certo punto le donne dei medici riconoscevano eseguite le proprie intenzioni, vedevano

qualcosa che tradiva le loro intenzioni iniziali e dunque la aggiunta dei 5 cantari che portano a

compimento il morgante maggiore. 5 cantari supplementari in cui Pulci assume un tono

decisamente più compassato, arrivando alla rotta di roncisvalle, morte di orlando e infine morte di

carlo e sua apoteosi. Senza che il gusto per il ludico e grottesco venga meno.

Nel caso della firenze 400esca, il tipo di cultura volgare egemone induce a una certa lettura e

interpretazione il concorrente genere della narrativa in ottave: le uniche possibilità che si danno di

praticare questa lettertaura è quello di impostarla fuori dal centro, esagerarla, prendere gli elementi

e inserirli in una dimensione grottesca.

Cantare primo: “in principio era il Verbo...”: signor (Dio). Invocazione a Dio e alla madonna non si

incontra nel boiardo e ariosto ma era un elemento tipico dei canatr cavallereschi in ottave perchè si

trattava di quel esordio incui il canterino (chi eseguiva a voce le ottave, chi le raccontava)

pronunciava, una sorta di benedezione che invocava su di sé e sul pubblico per iniziare al meglio l

narrazione stessa.

Tuttavia Pulci poi descrive il momento cronologico dell'inizio della storia perifrasticamente con dei

richiami classicheggianti. “era nel tempo...”: siamo all'alba, Titone è lo sposo dell'aurora secondo il

mito classico, (dante), o quando vi è Febo e quindi il mito di fetonte, e il mito di filomena e tereo.

Vi sono tutti questi richiami perchè ha intuito che il clima letterario di firenze sta cambiano e sta

subentrando l'interesse classicistico, e questi miti non sono particolarmente dotti, sono appartenendi

a una lunga tradizione già medievale, non sono recuperati umanisticamente, si richiamamo a quella

grande enciclopedia mitologiaca che sono le metamofosi di ovidio.

Era primavera e cominciava ad albeggiare...: (dante, esordio del purgatorio), parlerà della storia di

carlo magno, una storia insolita e originale. È una storia che è stata interpretata male e scritta ancora

peggio: qui si sta riferendo alla vita di carlo magno, alla vicenda di carlo magno nel suo complesso.

Se carlo avesse avuto uno scrittore che fosse stato capace di raccontare adeguatamente la sua

vicenda e non avesse avuto il turpino e un altro che invece ha raccontano male la sua storia, carlo

magno sarebbe un uomo divino. Carlo magno sarebbe oggi noto attraverso una storiografia seria

umanistica, (riconrdando leonardi bruni), che metterebbe meglio in luce, chiariebbe i pregi che ha

avuto carlo magno come difensore dela fede cristiana. In questa ottava pulci prende le distanze da

una diversa tradizione: con quella letteratura che invoca turpino come fede degno, lettertura

cavalerreschi di materia carol9ingia. Pulci nel momento in cui concepisce una narrazione fedele allo

schema dei canatri tradizionali, tuttavia tende ad allontanarsi dal carattere temoico popolare che

questo tipo di narrativa in ottave aveva acquisito fino a quel momento.

L’esame interletterario c’è servito perché i tre autori, da letterati, si misuravano con un genere

preesistente ricavandone gli elementi connotativi ed esaltandoli nelle rispettive opere. Sono autori

che ci permettono di cogliere lo spirito, l’essenza e le caratteristiche formali del genere di partenza:

a livello contenutistico una fissità dei temi etc.

Boiardo capisce che i personaggi hanno determinate caratteristiche e fa perciò leva su questo per

scardinarli dal convenzionale. Un esempio può essere Orlando come personaggio integerrimo e

grande paladino nella Chanson, e Olivieri, che rappresenta la saggezza: da questi due personaggi se

n’è fatto uno unico, che Boiardo rinnova in Orlando innamorato. Pulci gli affianca un personaggio

che normalmente non aveva ospitalità come personaggio positivo, il gigante Morgante. Trova un

suo antenato in una delle più antiche chanson de geste, La chanson de Gormont et Isenbart, dove

l’antagonista del guerriero cristiano è un gigante saraceno. Anche il Morgante però passa da pagano

ad alleato di Orlando. Le reazioni alla tradizione per contrasto fanno capire quali erano i caratteri

fissi. Ci sono anche elementi strumentali che non vengono stravolti, pertinenti alla forma del genere

narrativa lunga in ottave.

Maria Cristina Cabani parla di marcatori di oralità, ad esempio le ottave di esordio, soprattutto

in Pulci, in cui si infrange l’argine tra testo scritto e ascoltatori con un’invocazione, nel Boiardo il

rivolgersi a un auditorio ristretto e non indifferenziato (corte ferrarese).

Altri marcatori di oralità sono le allocuzioni agli ascoltatori per prestare attenzione, perché il

passaggio è fondamentale per capire cosa succede, e l’ineffabilità di certe circostanze raccontate

come gli scontri campali (“sono morti in così tanti che io non sono in grado di raccontarlo”).

Altro elemento desunto dalla tradizione è lo stile dimesso: nel Boiardo la persistenza linguistica di

forme della koinè, della lingua egemone del toscano, che negli Amorum libri non ci sono. Nel Pulci

la ricerca di una lingua eccentrica è spasmodica, soprattutto nelle rime e nelle parole in rima,

posizioni molto esposte di un testo in versi. Lo fa perché è una reazione parodica rispetto alla lingua

dimessa, ingenua, poco studiata, della tradizione cantarina precedente. È parodica perché Pulci

tende a degradarla ulteriormente più che nobilitarla, usando locuzioni proverbiali che spesso hanno

valore metonimico rispetto a ciò che designano (ad esempio per dire che un personaggio è

circondato da nemici e tempestato di colpi, dice che attorno i nemici gli facevano un rigoletto,

danza popolare). Pulci ambisce a svelare la potenziale comicità insita nel materiale espressivo della

tradizione cantarina precedente. La scarsa sorveglianza di quella lingua faceva sì che talvolta

l’immagine proposta per descrivere apparisse fuori luogo e facesse ridere.

Altro elemento in Pulci è l’inserzione all’interno della materia narrata di elementi narrativi spuri

rispetto alla tradizione, esageratamente incongrui, come ad esempio un guerriero pagano morente

che si converte e dice di vedere il cielo che si apre con tutte le gerarchie angeliche fino alla

Madonna e a Dio: rallenta la narrazione con lunghe descrizioni, il tempo dell’azione e della

narrazione si sfasano. Accade spesso, anche nel Boiardo, tanto che è necessario recuperare vicende

interrotte nel canto precedente. Nella tradizione invece i due tempi tendevano a coincidere.

Altro elemento ricavato dalla tradizione è la formularità: certe azioni si narrano secondo un

formulario prestabilito, con locuzioni identiche, soprattutto negli scontri militari (il colpo è dall’alto

verso il basso). Nel Boiardo ci sono descrizioni di combattimento appiedato che sono quasi trattati

di scherma, invece, perché ne aveva studiato l’arte. La formularità è l’elemento della tradizione

orale che serve all’esecutore per risparmiare la memoria. Nel gioco tra formularità e originalità

narrativa anche Ariosto, talvolta, indulge a richiami del lessico specialistico.

Tutto ciò ci serve come chiave utile per entrare nel campo di testi più o meno anonimi, popolari,

della letteratura in ottave precedente al Pulci. Prima di questi grandi testi che bene o male avranno

successo, è sentita come una letteratura popolare, da strada, di intrattenimento con eventuali risvolti

moraleggianti. La definiamo una letteratura a statuto blando, quasi improvvisativa.

AULICA

Petrarca Dante Petrarca Calmeta Bembo

princeps princeps Aldo Prose della volgar lingua

1470 1472 1501 1507 1525

Chi pratica questa letteratura alta, colta, nasce generalmente come umanista. Sono date della prima

a stampa di Petrarca, ma già nel 1470 c’è l’esigenza di soddisfare un pubblico con lingua in volgare

con i grandi autori; poi Dante, benché più antico rispetto a Petrarca che però era sentito come un

umanista, considerato meno raffinato; Petrarca aldino, curato da Bembo, che ne aveva recuperato

gli autografi, è la consacrazione definitiva di Petrarca tra i classici della letteratura, non in volgare,

che comprende anche Orazio, che fa da modello per le letterature europee. (cfr. François

Guillarme). Calmeta era Vincenzo Colli, nato negli anni ‘60 del Quattrocento, ricordato da Bembo

come uno dei suoi avversari in tema linguistico, muore nel 1507, e avrebbe detto che la lingua

migliore per scrivere letteratura non sarebbe stato il fiorentino ma la lingua cortigiana papale,

multilinguistica e spontaneamente raffinata. Più che un teorico di lingua lo fu di letteratura, come

critico letterario, e la riscoperta dei suoi scritti originali grazie a Grayson mostra che si pronunciava

soprattutto sui generi letterari volgari tentando di vedere la situazione contemporanea e mettere

ordine nei casi in cui i generi sottostavano alla scala gerarchica. Infine Pietro Bembo, con le Prose

della volgar lingua, dialogo: c’è l’idea di lingua autonoma, con una grammatica, insegnabile a

chiunque, che necessita di una retorica, una stilistica, e un sistema di genere letterari indiscutibile,

per definire quali testi siano letterari e quali no. Parla a lungo, nel secondo libro, delle Prose di

generi letterari, in modo indiretto, analizzando la tradizione di poesia e prosa: non c’è spazio

dedicato all’ottava come genere metrico o nucleo costitutivo di una letteratura tradizionale (dal

1516 c’era Ariosto). Dal 1532 quando Ariosto si adegua alle norme bembiane, nell’ultimo libro dà

una rassegna dei principali letterati in volgare dell’epoca parlando anche del Bembo come aveva già

fatto nelle satire: si sa che c’erano rapporti tra i due da uno scambio epistolare, ma la cortesia non è

ricambiata, perché Bembo non parla mai di Ariosto o dell’Orlando Furioso

POPOLARE 1476 1478

Altobello Morgante

Questa è una testualità dimessa, di consumo, per un pubblico indifferenziato che ricava solo diletto.

IL 1476 è la data di stampa del primo testo in ottave passato sotto i torchi: Historia di Altobello e di

Troiano suo fratello, storia di due saraceni che si scontrano con Orlando e Rinaldo e perdono, prima

Altobello e infine Troiano che si converte per i buoni uffici dell’arcivescovo Turpino. Il finanziatore

riteneva che ci fosse un pubblico predisposto all’acquisto. Della princeps del Morgante non

abbiamo esemplari, e ciò ci dice che ebbe grossa fruizione. Dal Morgante in poi capita che dalla

linea popolare parta un vettore che incrocia quella aulica, egemone: si assiste all’ambizione di

trasformare la letteratura dei cantari in un genere nuovo che possa aspirare ad avere ricetto anche

nell’aulico. Non è probabilmente salto consapevole nel Pulci, più consapevole nel Boiardo, che

parallelamente all’Orlando innamorato si occupa a letteratura alta. Con Ariosto il discorso cambia

perché gli altri intervengono a partire da un tronco preciso, lui si innesta su Boiardo, quindi può

omettere molti particolari necessari a comprendere la storia che racconta in quanto completa

qualcosa che Boiardo aveva lasciato interrotto presupponendo che il lettore lo conoscesse e

conoscesse anche gli altri tentativi di continuazione dell’epoca. È un grande letterato per cui il

genere della narrativa in ottave è già orientato e nobilitato. Il suo dialogo non è più con i precedenti

dei cantari, ma con i classici latini di Seneca, Orazio e altri.

Bembo non ne fa menzione. Alla fine del Quattrocento un testo greco recuperato in età

umanistica, la Poetica di Aristotele viene tradotto in latino da Giorgio Valla, nipote di Lorenzo

Valla. Aristotele si era occupato dei generi espressivi letterari principali, l’epopea (Omero) e la

tragedia, cercando di dare una teoria su come costruire un testo. Ne individua tre unità, di spazio

(perla tragedia unica sede), tempo (per la tragedia 24h) e azione (relativa a un solo fatto), necessarie

per un testo che voglia essere sensato e leggibile. Si persero di vista i limiti di genere di epopea e

tragedia, e le tre regole vennero applicate come indispensabili per qualsiasi genere, greco, latino o

volgare che fosse.

[Princeps dell’Altobello, pubblicato a Venezia nel 1476, colofon] È un cantare destinato a essere

letto. L’esemplarità è probabilmente il motivo che ha convinto il finanziatore, Antonio Pasqualino

da san Germano di Campagna di Roma. Ci rimane un unico esemplare alla Bibliothèque Nationale

di Parigi, acefalo. Ha caratteristiche di una lingua di koinè settentrionale. Notiamo anche che la

stampa è di formato grande e i caratteri utilizzati sono quelli della cosiddetta grafia umanistica

(tondo romano, ideata da Poggio Bracciolini a partire da codici carolingi che riteneva essere più

antichi e usata anche dagli stessi romani). C’è convivenza di testo popolareggiante con

un’esteriorità formale che rimanda all’umanesimo.

Per i testi in volgare alla fine del Quattrocento si prediligeva la gotica, scrittura convenzionale dei

testi librari. [Altobello edizione del 1481, presenta forme settentrionali, è in gotica] Dal 1476

all’1481 l’Altobello perde il connotato umanistico e recupera la grafia gotica. Su Antonio

Pasqualino: non si sa chi sia esattamente, ma possiamo muoverci considerando che sono incunaboli

e l’editoria quattrocentesca subì una catalogazione nel Settecento e Ottocento. Abbiamo repertori

degli incunaboli che vanno sotto il nome dei curatori Hain-Copinger (ad esempio HC, 4323) e sono

ordinati numericamente. Sono importanti perché indicizzati, danno il nome dei tipografi e degli

editori, intendendo chi sponsorizzava finanziariamente la stampa. Se un editore compare più volte si

può vedere se compare anche in rapporto ad altre edizioni. Nel caso di Pasqualino si vede che fu

curatore di un’altra opera del 1475 non in volgare, sono le Elegantiae linguae latinae di Lorenzo

Valla, che si era impegnato per liberare il latino delle scorie medievali e riportarlo alla forma

originaria con un manuale. Il duplice impegno di Pasqualino su versanti opposti ci dice che

evidentemente considerava anche l’Altobello un’opera degna di considerazione a qualche titolo.

L’utilità, probabilmente legata alla fine, alla conversione dei protagonisti, doveva forse essere di

carattere morale e religioso e perché apparisse universale e coinvolgesse un pubblico più ampio

(anche intellettuale), finanzia un’opera nei caratteri più dignitosi del tondo romano.

09/04

Fortuna critica del genere epico cavalleresco.

In rapporto di Boiardo vi è la calata di Carlo VIII in Italia per la rivendicazione del meridione in

mano agli aragonesi e poi fu sconfitto nella battaglia di fornovo in Emilia da una coalizione di

italiani che rappresenta il sistema delle corti che nel corso del 400 aveva patroinato alcuni delle

espressioni significave delle lettere in volgare.

Ne aveva fatto nella letteratura in volgare una sorta di elemento pregnante nell'etichetta aristocratica

nel tempo, praticare letteraturain volgare significava essere gentil uomini e gentil donne. Era

diventata una sorta di obbligo sociale, elemento significativo prioritario. La battaglia di fornovo non

risolse la questione che aveva radici antiche, sistema politico frazionato, sistema che si reggeva alla

fine del 400 su una pace che sulla carta rimaneva valida ma che era stata disattesa dai contraenti, la

pace di lodi. Ricordiamo l'espansione dello stato pontificio che viene operata dai borgia, papa

rodrigo e figlio cesare ei primi del 500. a queste condizioni l'italia di esponeva al rischio di

diventare territorio di conquiesta ddegli stati nazionali, la francia.

Il riflesso culturale e letterario di questa disgregazione delgli equilibri politici italiani, sta nel

privilegio che finisce per essere accordato a quegli elementi intangibili che sono le lettere, la

letteratura. Com'è stato osservato da vari critici, si comincia a parlare di una repubblica delle lettere

anche volgari nel 500, l'inizio. I letterati identificano quella unità complessiva degli italiani che fino

a quel momento poteva riposare sulle basi politiche, come questa disgregazione politica avviene,

ecco che c'è una sorta di rinascita della letteratura. Rinascita che troverà i suoi campioni i quei

personaggi come pietro bembo (patrizio veneto) che nella sua esistenza evitò qualsiasi ruolo

politico di grande caratura. Dimensioni politiche modeste di sua scelte. È un patrizio veneto: la

repubblcia di venezia era un'oligarchia che investiva il proprio ceto dirigente di mansioni di

governo per cui nessun patrizio era esentato dall'assumere dei ruoli pubblici. Anche le casate più

modeste per mantenere l'equilibrio interno la repuublica di venezia le faceva svolgere delle

mansioni.

Bembo: appartiene all'alta aristocrazia veneziana, rifunge da ogni carica pubblica, lo ritroviamo a

roma come cardinale (non obblighi di natura politica).

Presenta una vocazione alle lettere che coinvolgerà anche i ceti dirigenti. Quest'importanza che

viene attribuita alla fine del 400 e primi 500 provoca dei riflessi in sede critica, di interpretazione.

della letteratura. I testi letterari precedenmente commentati erano quelli umanistici, latini e greci e i

testi volgari suscettibili di uncommento erano quelli di petrarca (i trionfi, canzoniere), e la

commedia. Sia per lo stile e la ricchezza delle informazioni umanistiche e la commedia per i

contenuti (testo filosofico). Peril resto le opere letterarie in volgare non erano commentate. Alla fine

del 400 e primi 500 vi sono i primi critici nel campo della letteratura in volgare (doverso peso alle

lettere in volgare). In questo ambito troviamo Vincenzo calmeta: fu cortigiano e letterato. Fu

esponente di quel ceto intellettuale che popolava le corti nel momento in cui la letteratura in volgare

aveva una funzione sociale ma la sua vita gli permise anche di conoscere quella mytazione nel

sistema politico in cui lui stesso divenne critico letterato puro. Veste alla quale era autorizzato nella

sua militanza come cortigiano. Afifdarsi ai giudizi di calmeta rappresenta la via regia per capire

quel sistema dei generi, l'articolazine della gerarchia che è il riflesso nella sensibilità dell'epoca per

le lettere e è importante la sua voce in rapporto al genere di statuto debole che è il poema in ottave

di soggetto cavalleresco.

Oscillazione riguardo alla denominazione del genere: pulci lo chiama cantare, boiardo da letterato

umanistico li distingue in libri in cui si parla non di cantari ma di canti, ariosto invece li chiama

canti non libri.

Calmeta: interessante per il fatto che parla delle stanze (ottave), e cosa dice intorno alle stanze alla

loro struttura ai loro scopi. Egli nato metà anni 60 del 400 nel piemonte, la nascita da una famiglia

aristcratica di origine genovese.., calmeta doveva trovarsi un mestiere e quindi è segretario

(conservava gli archivi degli aristocratici di alto rango, e quello che doveva saper scrivere secondo

le consuetudini del tempo le letttere di negozi, con cui i grandi signori trattavano gli affari personali

e di stato). I segretari devono essere eruditi e scrivevano e parlavano in volgare. I segretari

costruiscono una lingua e stile in volgare elevati e impiegabili in letteratura.

Le corti che incontrerà sono quelle di Milano degli sforza (che sta per essere conquistata dalle

truppe fracesi) e quelle di roma, in cui la corte ha maggiore vocazione latineggiante. In alucni

circoli culturali legati alla curia a roma si era affermata la letteratura in volgare, vi era chi discuteva

di letteratura in volgare chi fosse il migliore. Come paolo cortesi che il calmeta incontra nei suoi

soggiorni romani. Cortesi ci lascia un dialogo in latino sui personaggi illustri del suo tempo dove

ragiona di questo, e ci menziona anche lorenzo de medici, poliziano non solo in quanto umanista ma

anche in quanto autore di strambotti volgari, fabula di orfeo e stanze per la giostra di giuliano de

medici. Poi corte di urbino, di montefeltro, feudo-papale, e il calmeta fu in rapporti anche con

cesare borgia /fu suo segretario), lo seguì nel tentativo di espansione nello stato pontificio ai danni

delle piccole realtà statuali che si posizionavano fra emilia romagna e marche.

I letterati di ottima qualità cominciano a influire l'influenza fiorentina, che a milano hanno trasferito

le sementi della letteratura di età laurenziana, si incominciano a scirvere versi a milano che si

costruiscono sull'esempio del toscano. Corte in toscanizzazione. Calmeta lo nota.

Le prose critiche del calmenta: non vennero mai pubblicate a stampa, rimasero manoscritte. L'opera

avrebbe portato un titolo: 9 libri della vulgar poesia (1508): questi libri si ecclissarono, nessuno ne

seppe più nulla. ( a causa del contesto storico). L'unica testimonianza a riguardo è stata quella di

petro bembo che nelle prose della volgar lingua fa del calmenta l'antagonista della sua teoria

linguistica e letteraria: il calmenta in sti libri sostiene che la miglior lingua da impiegarsi per

scrivere in volgare sarebbe stata quella della corte di roma. Ma secondo bemmbo sta roba non

poteva funzionare perchè al momento del cambio di nazione del papa sedente, non può esserci

stabilità nella lingua, vi è una mutazione continuamente in atto.

Nel 1525 Bembo è sicuro che la memoria di sta opera di calmeta era sparita, si era dissolta.

Verso la fine del 500 ludovico castelvetro, comincia a far le pulci alle prose della volgar lingua e

becca il bembo in costate contraddizione con s estesso e talvolta si è permesso di falsare i dati: si

riferisce al trattato del calmento che secondo ludovico non avrebbe detto quello che gli fa dire il

bembo, sarebbe stato non tanto un trattato che parlava di lingua leteraria ma di generi letterari, del

sistema letterario del tempo e castelvetro nella sua opera “giunte alle prose della volgar lingua”, ci

da un riassunto del trattato della volgar poesia del calmenta. Lui dice di averlo avuto in mano e di

ricavaro un estratto generare. Ma poi le perse le carte e quindi seconda eclissi del trattato del

calmeta. Nel 900 un italianista inglese Cecil grayson su indicazione di carlo dionisotti che aveva

intuito che nella biblioteca in spagna, ci fosse qualcosa che riguardava il calmeta: in una trascrzoine

manoscritta di tardo 500 grayson in sta biblioteca trovò una raccolta di prose, poi pubblica un libro

“prose del calmeta..”. L'opera del calmeta rivedev la luce dopo un periodo di oblio.

Calmeta si occupa di un principio reotirco: il decorum: la corrispondenza che la reotirca prescriveva

fra situazioni, soggetti che parlano e modo di esprimersi (scelta stilistica).

In questo brano suggerisce una serie di modelli ricavati da esempi letterati antichi (dante o

baccaccio) e esempi letterati del suo tempo, tardo 400. per far capire a quali scopi stilistici questi

modelli possono assolvere, calmeta esprime dei giudizi su sti letterati. Vediamo che c'è un giudizio

riferito ai due autori di testi in ottave: pulci e boiardo. Questo giudizio è interessnte perchè ci parla

di un contesto culturalmente curioso: “saranno alcuni altri.... (letterati moderni)...”: una letteratura

da praticarsi nelle corti ma di consumo, versi destinati al canto che trattassero dell'amore per una

donna. Se il letterato sa anche cantare facendo fioriture sulle linee del canto si dovrà ispirare ai

modelli, devono fare esercizio in stanze, barzellette e frottole (componimenti strofici ritornellati,

destinati a essere cantati). E forme metriche idonee a una pratica letteraria dimessa, e le stanze,

ottave, ottave spicciolate, ottave isolate, sul tipo di quelle che componeva il poliziano. (gli

strambotti). Quello che dovrà escludere dai suoi modelli morgante e innamoramento di orlando,

mentre le stanze spicciolate funzionino bene da modello a chi non voglia impegnarsi troppo nella

poesia, invece in queste due opere è faticoso trovare dei modelli per la loro architettura (ottave

all'interno di poemi narrative) e per il fatto che ci sono arguzie e invenzioni (novità).

Giuduzio positivo nei confronti di questi poemi in ottave ma li tratta come pertinenti a un genere

(ottava, genere metrico) che al tempo del calmeta appare screditato, non nobile.

“lunghi e gradi...mi facili stili si sono dati..”: definizione del 400 di secolo senza poesia, data da

benedetto croce, dopo dante e petrarca non ci sono stati poeti degni di nota. Ma chi si metta a

imitare dante e petrarca otterrà il primato nella poesia in volgare. La pratica letteraria in ottave è

collocabile oltre date e petrarca. Per calmeta comporre in ottave è una cosa quasi moderna, fatta

successivamente ale 3 corone. I modelli per chi voglia comporre tesri in ottave sono quelli ricavabili

dalla firenze contemporanea: medici, poliziano, girolamo benivieni e luigi pulci e altri che nelle

stanze sono stati sommi artefici. Opere sottotintese a sti autori: medici (poemi in ottave di carattere

giocosa, la nencia da barberino, parodia del genere pastorale, e poemetto in ottave ambra (tentativo

di descrivere l'inverno, ottaave sono piegate all'imitazione della poesia di callimaco), e uccellagione

di starme e poi Poliziano (stanze per la giostra), girolamo benivieni (cmponimenti in ottave dove si

parla di questioni di etica) pulci (il morgante).

Vengono indicati nel momento in cui si voglia suggerire a chi voglia comporre ottave la possibilità

di raggiungere un livello stilistico più elevato.

Verso gli anni 90 maria grazia bianchi praticando la biblioteca civica di reggio emilia, antonio

panizzi, biblioteca carica di manoscritti inesplorati: maria ha trovato di mano del castelvetro un

compendio ordinato in 9 libri della volgar poesia di calmenta.

Lo dedica a elisabetta gonzaga: esrimeva un giudizi sui letterati da dante a quelli contemporanei,

giudizi che ci parlano di una costruzione di una gerarchia stilistica. Tutto quello che racconta dante

è importante nella sua poesia non ci sono mai momenti di noia. Petrarca è più elegante di dante,

meno imoegnativo sui contenuti.

Lorenzo de medici: stilisticamente non fu povero, misero, ma rapido nello stile. Tutto è elegante ma

non troppo apparsicente.

Poliziano: in lorenzo e in poliziano vediamo rivivere dante e petrarca. Pensa al poliziano delle

stanze per la giostra. Dove lo stile è ridondante perchè il richiamo ai modelli è più esplicito che

nelle opere di lorenzo.

Inoltre cita boiardo come ingegnoso e pieno di invenzioni (ingegnoso per l'itrecci e invenzzioni per

le tematiche (innamoramento) e luigi pulci. Autori del calibro del boiardo e pulci rappresentavano,

la narrattiva in volgare in ottave grazie a loro ha dinigità che le cosente di trovare posto nella

gerarchia dei generi letterari ufficiali. Questi due esempi rappresentano due facce della stessa

medaglie due facce che non hanno raggiunto quella pienezza stilistica alla quale calmeta

ambirebbe. Pulci scrive in fiorentino (più vicino ai modelli di grande letteratura) e boiardo in

cortigiano settentrionale. Questo lo sta proponendo a questo sistema dei generi letterari alla

duchessa che rappresenta il pubblico di elezione della letteratuea in vogare del 500, calmeta fa come

un invito alla ducessa di farsi patrocinatrice di qest nuova letteratura in via di crescita che sono i

poemi cavallereschi.

Il nome del pulci ricorre in una parte del primo libro della vulgar poesia relativa al decorum: cosa

bisogna fare e non are per rispettarlo, calmeta a in mente al furor poetico, i poeti che vengono invasi

da uno spirito divino e mettono in parole questo invasamento, pulci lo si deve rimproverare: nel

morgante c'è sto spinellone che si converte nel monento della sua morte e vede che gli si apre il

cielo e ha una visione del paradiso, lo rimprovera per l'inserimento di questa descrizione del

paradiso e delle gerarchie angeliche.

Altro passo: “nel tradimento di gauino...”: qello che nelle intenzioni di pulci doveva essere un

poema bello da leggere, agli occhi di calmeta asusme valore paradigmatico: le variazioni stilistiche

di cui troviamo traccia nel morgnte rappresentano un guardaroba disponibile a chi voglia imitarlo. E

c'è l'invito a non trascurare questo genere dle poema cavalleresco.

(non abbiamo autografi del calmeta, il suo trattato è sparito).

10/04

la lettertaura in volgare per calmeta costituisc un laboratorio al quale tutti devono cooperare, un

laboratorio in cui una materia ancora informe se sottoposta a trattamenti particolari, a esperimenti,

può assumere eleganza, perfezione formale, quello che all'epoca era la rpeoccupazione principale

dei ltterati che scivevano in volgare. Perfezione formale che gli doveva dare la possibilità di

paragonare lo scrivere in volgare alle letterature classiche: la critica ha parlato di un classicismo del

calmeta eccletico, che ricalca la sperimentazione che poliziano raccomandava ai letterati latini di

fare per scrivere con originalità. Non bisogna restringersi a un campionario di poeti modesti latini,

ma bisogna avere una vasta gamma di letterati antichi nella conoscenza per scrivere elegantemente

e con originalità nuove opere in latino.

Calmeta guarda si dante e petrarca ma anche lo sperimentalismo della direnze di lorenzo de medici.

Questa firenze rappresenta quella consapevolezza dello scrivere letteratura in volgare che era

mancata fino a quel momento. Nel 400 il volgare si trova in una posizione di subitanza.

In ste condizioni vi è una differenzazione marcata di tradizioni letterarie a livello locale. Abbiamo la

poesia giocosa burchellesca e quella marchigiana cortesca (recupera il petrarca lirico), o poesia

moralistica.

In età laurenziana vi è una consapevolezza del valore che va attribuito alla letteratura in volgare che

si deve ottenere a certe precise condizioni.

Le risorse disponibile per migliorare la letteratura in volgare sono infinite, bisogna capire quali

siano le più opportune da impiegare, selezionarle (eclettismo).

TESTI IN OTTAVE IN CUI SI RISPECCHIA LO SPERIMENTALISMO DEL CALMETA

(tipici della letteratura cortigiana, non fiorentina) e saggio di Carlo Dionisotti sulla fortuna del

poema di Boiardo (in cui vi è un altra linea di scrittura in ottave che dibatte sul dilemma tra la forma

e i contenuti)

Gasparo Visconti: aristocratico e letterato che appartiene a quella milano influenzata da influenze

fiorentine. Egli si fece editore di se medesimo: operazione significativo per il tempo: attribuiva alla

propria attribuzione in versi un valore esemplare. 2 edizioni: una rappreseta il visconti autore di

poesia lirica amorosa, pubblica “i ritmi” alla metà degli anni 90 del 400, e un testo in ottave, opera

conclusa, che viene pubblicata nello stesso periodo, “historia”: un fatto di cronaca risalente alla

metà del 300: historia di paulo e daria amanti: dedicata a ludovico il moro (maria sforza).

Coinvolge un capo di stato in un edizione che rivendica un sua importnaza: nelle note che l'editore

premette filoppo mantegazza, si dice che di sta opera ci sono 1000 esemplari tirati: significa che

doveva essere un opera che doveva raggiungere non solo il mercato milanese ma estendersi altrove.

E' ordinata in libri, non cantari, il metro è dell'ottava.

Richiama alla cronaca contemporanea, alla storia contemporanea: a personaggi della cultura del

tempo.

“magnanimo signor...”: Ludovico il moro. L'amore provoca scintille di ingegno nella mia mente e

questa opera ti è dedicata come manifestazione della mia fedeltà.

Ch: usata per indicare la palatale sorda (usata anche nel furioso).

Bramante: Donato bramante, uno dei più grandi archiettti del 400 che rinnoavana nele sue opere

l'architettura classica. A Milano aaveva fatto ad esempio l'ospedale della cangranda.

Viene indicato qui perchè (cronoca contemporanea), il visconti fa riferimento al restauro del chiosco

di sant'abrogio di milano, chiesa, operato pe riniziativo di ludovico sforza con intervento deel

bramante. Visconti ci racconta che operando questo restauro venne alla luce un sepolcro di marmo

all'intequale trovarono 2 corpi, un uomo e una donna. Epitaffio nel sepolcro: scritta latina in

caratteri così strani, caratteri longobardici, termine con cui si indicava l'alfabeto gotico, che

nemmeno i decifratori professionisti non sono riusciti a vernine a capo. E da questo epitaffio ho

ricavato la stoia che vado a raccontare: due membri della stessa famiglia visconti (paolo e daria), si

erano innamorati ma per degli screzi interocrsi fra le famiglie i loro amore era contrastato dai

genitori quindi paolo viene costretto a fare un pellegrinaggio in terra santa e daria a raggiungere il

convento di santa marta, viene fatta diventere monaca. Paolo poi riotorna a miano, viene a sapere

della sorte di daria e decide di farsi frate. Daria lo seppe e capisce ch eormai tutto è perduto.

Daria viene meno e viene ritenuta morta e viene sepolta nel chiosto di sant'ambriogio: paolo vuole

renderle l'estremo omaggio schoperchia la tomba e ci si infila dentro e anche lui muore, tale è il

dolore (pare che muoia). La mattina dopo trovano i due personaggi dentro il sepolcro e un medico

scopre che daria non è morta, la storia si tronca a sto punto. La storia finisce così. Intuiamo un

finale tragico: daria scoperto che paolo è venuto meno muore di crepacuore.

Debiti letterari, ammicamenti: rivisitazione, topos di vasta tradizione, del mito di piramo e tisbe:

giovani che si davano convegno sotto il gelso. Compare un leone che cerca di avventarsi contro

tisbe che però si salva ma quando arriva piramo vede la veste di tisbe nelle fauci del leone e piramo

si suicida. Non è casuale il riferimento a questo mito: gelso: noto come l'albero del moro, fa le more

nere o bianche, l'albero del moro era associato per il nome a ludovico il moro.

Altri elementi letterari: nel decameron la 4 giornata è dedicata agli amori di esito tragico e il caso

dei due amanti che muoiono per lo strazio di essere separati lo si ritrova nella novella di girolamo e

della salvestra: girolamo penera nel tarmo dove c'è salmestra e muore e poi muore anche lei.

Inoltre la novella di geltile di garisendi, è innamorato di una donna bolognese che però è sposata.

Questa donna muore apparentemente e quando gentile viene a saperlo, scoperchia la tomba perchè

vuole baciarla; ma mentre la bacia sente che il corpo riacquista calore e dunque la donna non è

morta. Gentile se la porta in casa la fa curare, la rianima e poi come gesto di magnanimità e la porta

in un banchetto per restituirla al marito. Sottolineamo che si ha una contaminazione eterogenea

all'interno dello scrivere in ottave di fonti: non c'è solo la tradizione poetica ma anche quella

prosastica (decameron) e se pensiamo che il boccaccio prosatore che aveva successo alla fine del

400 era non tanto quello decameriano, ma quello romanziere, la scelta di visconti è una scelta

originale. Opera impegnata.

Gasparo visconti mette delle chiose: testo che anche se scritto in volgare e ottave, rivendica

l'autoervolezza che giustifica l'apparenza di un apparato esegetico.

E vi è il corredo di versi latini di altri autori che celebrno l'iniziativa del visconti stesso, che

accompagnavano opere scritte in latino.

(condivisione degli stessi ambinti di calmenta, fermento comune che si apriva a una nuova pratica

dello scrivere in volgare).

Altro esempio: corte di ferrara, 1487, niccolò da correggio, letterato citato dal calmeta, fu un tipico

lirico cortigiano che ci ha lascoato un canzoniere dove si parla d'amore. Anche lui era un

aristocratico. Come gasparo. Questo niccolò scrive la “fabula di cefalo”, azione scenica, cosa

destinata alla rappresentazione e la scrive in ottave, ripercorre il caso degli amori di cefalo e la

moglie procri che per via della gelosia concepita da procri vedrà la morte di procri e poi anche

cefalo, la fonte sono sempre le metamorfosi di ovidio.

Modelli: genere che a firenze era nato delle sacre rappresentazioni, di feo belcari, fiorentino, sono

scritte in ottave. Lui opera fra 1449-71. da lorenzo de medici a età laurenziana. È un filone di

scritture in ottave esclusivo di firenze.

E' a sto modello che guarda e prende anche le distanze: il tema di cui tratta è laico, profano.

Carattere sperimentale della scrittura.

Se gasparo nel 1495 penso al suo testo letterario in ottave destinato alla lettura lenta che riconosca

modelli e fonti restrostanti, nel caso di niccolò la scrittutra in ottave è ancoa a statuto effimero, cosa

da ascoltarsi, rappresentarsi, rimane nella composizione dei testi in ottave l'elemento performativo

tipico dei canterini.

Nicolò lascia un modello: recuperato poi da baldassar castiglione nel 1506 che scrive “tirsi” ecloga

in volgare pensata per la rappresentazione, viene comporta per essere composta per essere attuata in

una corte, quella di urbino, di guidobaldo da montfeltro e elisabetta gonzaga.

Vicenda: 3 pastori che dialogano tirsi, dameta e iolla,dialogano di amori infelici che può provenire

dalla residenza in una corte, dove ci sono esmepi di massima virtù e pastori (letterati), come il

bembo che viene ricordato. L'azione si conclude con l0elogio della corte di guidobaldo.

È la prima volta che l'ottava viene piegata a trattare tematiche come quelle pastorali che avevano

tradizione in volgare, nel 400, ma che per migliore coerenza coi modelli latini erano in terzine

dantesche. Castiglione rifacendosi al genere elegiaco inserisce tematiche classicistiche.

LE STANZE DI PIETRO BEMBO

Edizione del 1522 stampata a venezia, pubblicata al di fuori del controllo dell'autore che era altrove.

Zoppino (editore) pubblica gli asolani, dove si ragione d'amore. Zoppino venuto in possesso di un

testo fino a quel momento non pubblicato, ovvero le stanze del bembo, lo allega in appendice.

Le stanze: sono delle ottave. La composizione risale al 1507, legata all'ambiente di urbino, pensata

per essere messa in scena, ci informa una lettera premessa dallo stesso bembo e datata febbrario

1507, ci informa che le stanze vennero composte per essere rappresentate da bembo stesso e

ottaviano fregoso in lode a elisabetta gonzaga e lla sua dama onore Pia. Queste due donne vengono

elogiate per la loro castità.

Si immagina che due ambasciatori del regno di venere vadano da cipro a uribno per conquistare alla

causa di venere, dell'amore, questi due esempi di castità. La lettera del bembo, anche se datata nel

1507, è una lettera molto successiva, serve a dare giustificazione al fatto che la fortuna che ste

stanze ebbero, il fatto che bembo sia costretto a integrare queste stanze nelle edizioni edelle proprie

rime che curò a partire dal 1530. nelle edizioni a stampa cate dal bembo, delle proprie rime, le

stanze fanno sempre parte a sé, nella tavola degli incipit, nelle edizioni curate da lui, l'incipit delle

stanze non c'è mai, è trattato sempre come un corpo separato.

Lettera: indirizzata a ottaviano fregoso, nella quale il bembo afferma che ste stanze sono state

sollecitate da ottaviano fregoso, e da bembo che ci ha messo le parole con supio (asta che nei telai

serve a tendere il tessuto), metafora del testo come tessuto, sono stanze quasi improvvisate su due

piedi, vanno considerate per quello che valgono e ai suoi occhi poco, meno delle altre sue opere.

E quindi sarebbe stato meglio che ne rimanesse una memoria varia e generica ma che mai più si

fossero potute leggere.

La tradizione manoscritta ci dice che il bembo fece più riprese a ste stanze in vista della

pubblicazione finale del 1548.

atteggiamento ambivalente: la fortuna che ebbero le stanze, nel 1507 durante i feteggiamenti di

corte fu tale che il bembo non poteva calcore di rimanere nascosto per sempre, si sapeva che anche

il bembo aveva ceduto di scrivere in sto metro svalutato che era l'ottava allora la cosa opportuna da

fare era raccordare ache a questa sua produzione più corriva, la fama che ormai si era legata l suo

nome come elegantissimo aautore di versi in volgare. Inoltre occoreva portarli al di fuori del

circuito cortigiano nel quale erano state concepite, circuito che permetteva molte allusioni: alcune di

qyeste sconfinano nell'osceno.

La prima edizione delle stanze del bembo (zoppino) ci da la veste originaria del 1507. un bembo

cortigiano. Vi è l'introduzione dell'elemento mitologico che rissolevava le sorti di questi

componimenti.

SAGGIO DI DIONISOTTI sulla fortuna e sfortuna di Boiardo nel 500

ci mette in guardia: ci dice che noi siamo abituati a considerare pulci, boiardo e ariosto come autori

che da sempre avrebbero avuto fortuna.

Afferma che il momeno di massima speansione della narrativa cavaleresco in ottave si sarebbe

avuto fra il 1560-80 e poi però una specie di riduzione delle fortune del poema cavalleresco.

Tuttavia il poema continuò ad avere alcuni adepti ma questi che però escluevano come argomento le

storie dei paladini. Inizia con un poema intitolato “il troiano” in ottave”: la materia è stata

individuata dall'autore perchè più il suo metodo possa essere apparisciente del tutto al di fuori degli

argomenti delle tematiche tradizionali. Veridicità. Il troiano parla della guerra di troia. Dionisotti ci

ridcorda che le fonti sono virgilio, ovidio, sallustio e ditti cretese e arete frigio: autori di altrettanti

comepdi latini prosastici del materiale dell'illiade, coloro che avevan alimentato il mito della guerra

di troia nel medoievo. C'è un ecletticità nella scelta dei modelli.

“qui non si scrive...”: non troverete le sfide che si fanno rolando rinaldo e i loro avversari saraceni, e

neanche a storie come il morgante, e neanche storie come quelle del boiardo.

Qui troverete solo materia storica.

Tessera petrarchesca: empie di sogni le carte: modello: petrarca dei trionfi, primo trionfo, in cui

petrarca immagine vedere amore sul carro trionfale e legati al carro tutti quelli che sono stati vinti

dall'amore. Enumerazione di poti classici, trovatori, italiani ecc. i vinti d'amore. Tra questi

personagggi ci sono anche i cavalieri arturiani come tristano. E petrarca dice “ecco quei che le carte

empion di sogni..”: personaggi privi di consistenza e serie di vicende anche. Il giudizio espresso da

petrarca nei confronti di sti personaggi della narrativa in ottave,non era un giudizio che ignorava

che alla fine del 400 aveva la pretesa di scrivere letteratura impegnata: bisognava selezionare i

modelli. Vediamo che da un lato c'è chi come gasparo o il calmeta riprendono (anche bembo),

semplicemente la struttura metrica, alcuni pochi elementi connessi a quella struttura come il

richiamo alla storia ad esempio (gasparo) e sostituire i contenuti tradizionali.

C'è invece chi come sebastiano è convinto che scrivere in ottave significhi scrivere di fatti di guerra

(quello del troiano), fatti di guerra con fondamento storico o già celebrati dai poemi classici, ce

abbiamo una tradizione molto remota.

Nel saggio vengono ricordati altri poemi: un “tebano” che è una ilettura della tebaide di stazio.

O un adnrea stagi che scrive un “amazzoida”, mito delle amazzoni, mito classico.

Tebaide e mito delle amazzoni che erano già stati praticati in ottave dal bocciacio del tesdeida delle

nozze d'emiglia dove si parlava di teseo che combatteva contro le amazzoni e tebe che la speugnava

ecc... si vede come nel 500 il genere cavalleresco praticato nel morgante si tendeva a ripudiare, la

scrittura in ottave ripercorreva le strade che aveva percorso inizialmente.

Ci occupiamo delle prime attestazione delle ottave e delle considerazioni critiche che sono state

svolte a partire dal tardo Ottocento sulle presunte origini di questo metro. Il metro ottava si

manifesta relativamente tardi nella storia letteraria, nel Trecento, senza precedenti databili con

sicurezza. Prima che si sviluppasse attenzione di carattere filologico/storico, c’era indifferenza per

la datazione delle ottave più antiche per alcune scelte editoriali sulla datazione più antica non

tenevano conto dell’impaginazione e altri elementi strutturali rilevanti. Ci sono ottave

apparentemente databili nel XIII secolo, ma guardando De Sanctis e la datazione di Rosa fresca

aulentissima di Cielo d’Alcamo, si può vedere che l’impaginazione corrisponde a un’ottava (sei

versi a rima alternata e un distico), ma sono doppi settenari invece che endecasillabi: i versi

com’erano pensati nel Duecento da Cielo d’Alcamo i versi andrebbero appaiati tra dispari e pari, in

doppia colonna. Il distico appaiato consentiva di essere davanti a un’ottava perfettamente

impaginata. La successiva consapevolezza critica della filologia a partire dalla fine dell’Ottocento

soprattutto sotto Giosuè Carducci, si riconoscono le caratteristiche dell’ottava tra cui

l’endecasillabo: si nota che le più antiche attestazioni di ottave vere e proprie erano trecentesche,

legate tutte al nome di Boccaccio, ancora giovane, attivo a Napoli.

Prendiamo in considerazione un intervento di Carducci, datato 1876 [pdf, l’ottava e il Boccaccio]

Il Ninfale è un’opera eziologica degli anni ’40 del Trecento. Tra i pregi di Boccaccio come poeta c’è

non solo di aver composto in rima, ma soprattutto di aver contribuito al progresso metrico in ambito

letterario e poetico. Lo definisce “padre naturale o adottatore dell’ottava” e Carducci tiene

un’impostazione ambigua, perché con “adottatore” si può presumere che esista un antecedente, non

che sia stata creata dal nulla da Boccaccio. Prendiamo atto che nel 1964 Dionisotti osserva che

ottava e Boccaccio sono termini indissolubili di un binomio e fino a prova contraria Boccaccio ne è

l’inventore. Le due opere cui facciamo riferimento sono Il Filostrato e il Teseida. Rispetto al

Ninfale, le ottave non sono ad argomento mitologico, ma parlano di guerra.

Prime attestazioni dell’ottava siciliana sono da ricondurre a Boccaccio, ma non all’interno di

unopera in versi, ma in un romanzo in prosa, il Filocolo. Quinto Levio Africano e Giulia Topazia

avevano fatto un voto; non avevano figli, poi lei resta incinta di Alcifiore, e i due vanno a sciogliere

il voto con un pellegrinaggio a Santiago de Compostela. Il diavolo, che vuole distruggere la loro

casata, istiga il re Felice di Marmorina a mandare un esercito per distruggere il corteo. Quinto

muore e Topazia dà alla luce Biancifiore morendo di parto, che si innamorerà del figlio del re.

Boccaccio scrive un epitaffio per Topazia, in ottava siciliana, composta di un unico periodo la cui

sintassi compatta è garantita dagli enjambement. Le questioni che si aprono riguardano l’eventualità

che una preesistenza del metro ci fosse, e che Boccaccio l’abbia solo nobilitato per sottolineare le

proprie capacità retoriche.

In un manoscritto posteriore al Filocolo comporto tra il 1336 e il 1338, abbiamo un altro caso in

cui l’ottava siciliana viene impiegata. Non è a contenuto funebre né epico, è una raccomandazione

che un’amante adultera fa al suo amante di tenere celato il loro vincolo. C’è consapevolezza retorica

perché il distico finale, non a rima baciata, si qualifica come epifonema cioè un detto che abbia un

aspetto sentenzioso e sia riassuntivo delle argomentazioni svolte. L’ottava siciliana si specializza nel

Trecento come metro cortese, di soggetto amoroso, che non si organizza mai in una pluralità di

stanze, sono ottave isolate.

Le ottave toscane vengono impiegate da Boccaccio nel Filostrato, databile 1335. Assieme alla

Caccia di Diana sarebbe una delle opere di esordio. La questione riguarda la sua datazione: Branca

osservava che tutta l’opera letteraria di Boccaccio si svolge in nome di Fiammetta, donna amata,

figlia di Roberto d’Angiò. A lei sono dedicati il Filocolo e alcune opere successive. Il Filostrato nel

breve testo prosastico che introduce quello poetico parla invece di Filomena, dietro cui forse si cela

una Giovanna, aristocratica; considerando che forse non conosceva ancora Fiammetta, forse il

Filostrato è antecedente al 1327 anno dell’arrivo a Napoli.

Filostrato è titolo che ammicca ad ambizioni grecizzanti, (in Calabria c’erano monaci esperti di

greco); etimologicamente il titolo vuol dire “vinto da amore”, riferito al protagonista Troiolo, figlio

di Priamo, che recupera da un poemetto francese Roman de Troie opera di Benoit de Sainte-Maure,

che racconta degli amori tra Troiolo e Briseida, inglobata nella Historiae destructione Troiae di

Guido Giudice. Boccaccio sceglie questo soggetto per una riscrittura in versi, con aggiunta di

elementi delle correnti letterarie proto-umanistiche. Questo poemetto si articola in nove parti, di cui

noi analizziamo la parte centrale – Diomede aveva ricevuto un fermaglio da Briseida, e quando

Troiolo lo riconosce si getta nella mischia e si fa uccidere.

Troiolo, costruito come un cavaliere medievale (cfr. Capellano nel De Amore), si confida con

Pandalo, amico fidato: Briseida, allontanatasi da Troia, e Troiolo non può fare a meno di ricordare i

luoghi d’amore. Dimostrano la conoscenza dell’Ars amandi e dei Remedia amoris ovidiane, su

come si conquista una donna e come si affronta l’angoscia del distacco; nei Remedia raccomanda

all’amante abbandonato di evitare di tornare nei luoghi dove l’amore si è consumato perché la

memoria sarebbe troppo dolorosa. Da osservare anche la sapienza artistica con cui sono costruite le

ottave, con attenzione all’elemento iterativo e martellante riservato da Boccaccio, e il gusto per la

variatio. È evidentemente un autore che maneggia il metro con maestria.

Il canto preannunciato dall’ottava 61, l’ottava 62, parafrasa Cino da Pistoia: modello letterario in

volgare tra i più nobili anche metricamente, la canzone, distesa polistrofica; ne è autore il

rappresentante tardo dello stilnovismo, vivo ai tempi di Boccaccio e che aveva incontrato a Napoli

perché insegnava lì. È una canzone di lontananza in cui il poeta immagina che la donna che ama sia

lontana (Cino dovette abbandonare Pistoia) e invoca amore di ucciderlo per risparmiargli il dolore e

far sì che il suo spirito possa tornare a Pistoia dalla sua donna. Nelle ottave precedenti alla 62,

Boccaccio mostra padronanza retorica, confermata anche dalle tecniche che usa nella parafrasi: si

trattava di misurarsi con una misura metrica diversa dall’ottava: nove versi con alternanza

endecasillabi e settenari, struttura metrica ABAB B(concatenatio) cc(settenari) d(terzo settenario in

rima diversa) D(endecasillabo). Nel distico finale, Boccaccio condensa quanto Cino propone in due

versi distinti. C’è comparazione che assolutizza la bellezza di Briseida rispetto invece a Cino, meno

estremo nel descrivere la sua donna. La stanza che inizia col verso 19 in Cino manca del tutto in

Boccaccio, probabilmente perché risente troppo delle tradizioni romanze dell’amor cortese,

insistendo sull’elemento psicologico, interiore, soggettivo, che lo stilnovo aveva fatto oggetto di

poesia; rispetto all’amore di Troiolo, più passionale, l’amore è sentito come carnale, non servitium

amoris. Nei versi successivi Boccaccio abbandona il modello chiamando in causa gli occhi,

parafrasando Cino. Vuole rendere evidente il suo modello ma anche mostrare come e quando

sceglie di staccarsene: in Boccaccio è importante la rielaborazione della fonte, anche da giovane era

già abbastanza esperto di poesia per variare sulle sue fonti.

Questi aspetti di imitazione di Cino da Pistoia sono stati tenuti in considerazione da Guglielmo

Gorni che finì per ritenere che si potesse considerare inventore dell’ottava proprio a partire dalla

presenza della parafrasi [leggere articolo]. Nel suo articolo sostiene che il ruolo centrale della

canzone nella composizione narrativa del Filocolo, fa riflettere sull’eventualità che Boccaccio

voglia dichiarare al pubblico che quanto scrive procede da questa originaria rielaborazione, ma che

poi variando il metro in ottave, mai usate prima, è possibile che Boccaccio abbia elaborato questo

metro da zero, come variazione a quello usato da Cino. Gorni osserva infatti che la struttura stessa

della canzone ciniana non è troppo diversa dalla resa in ottave di Boccaccio, perché sono stanze di

nove versi in cui i versi conclusivi, settenario ed endecasillabo, rimano: c’è solo un verso in più

rispetto alle ottave.

Altre osservazione di Gorni sono su attestazioni posteriori al Filostrato, nel cantare anonimo di

Fiorio e Biancifiore in un manoscritto che contiene la data esplicita del 1343: costituisce la più

antica manifestazione di ottave in uno sviluppo narrativo compatto, ma la vicenda curiosamente

coincide con la vicenda del Filocolo boccacciano. Leggiamo un brano in cui re Felice dà

accoglienza a Topazia. (I numeri a fianco, secondo espediente di De Robertis sono registrate le

iponimie e le iperonimie; ci sono altri problemi nella rima “tessere” e “mettere” in chiusura

dell’ottava.) Sintatticamente la capacità di Boccaccio di evitare le sequenze binarie suggerite dalle

rime viene trascurata: nell’ottava 3 abbiamo una sintassi che procede per gruppi pari di versi (2

versi, altri 2, e poi una sequenza più compatta di 4 quasi con indifferenza metrica data dall’ottava;

nell’ottava seguente la sintassi cambia, 2+6 – questa trascuratezza viene letta come indizio di

imbarazzo che l’anonimo autore avrebbe avuto nei confronti della novità costituita dalla forma

metrica innovativa.)

All’interno del cantare di Florio e Biancifiore viene citata una coppia di testi, il “saltero e libro

d’Ovidio” (=Ars Amandi), e poi “il saltero e libro d’amore”(= Ovidio o Cappellano). Il “saltero” era

il salterio, libro dei salmi: in rapporto all’amore non era mai stato citato, ma il filologo romanzo

Monteverdi, ha ipotizzato che siccome nel Filocolo si cita il libro di Ovidio anticipato dall’aggettivo

“santo”, è possibile che sia stato frainteso come “saltero”.

Altri l’hanno pensata diversamente: Roncaglia nel 1965 nella rivista Cultura Neolatina, scriveva

che è vero che prima di Boccaccio non abbiamo esempi di ottava, ma facendo unindagine ad ampio

raggio in Europa vediamo che ci sono esempi di stanze costurite in una struttura simile sono i

decasyllabe francesi di Gace Brulé e Carlo I d’Angiò. Con Carlo I d’Angiò abbiamo ottava

siciliana, con Gace Brulé ottava toscana. Siamo nel rispetto delle convenzioni cortesi in distanza

notevole dal tipico tema della narrazione in ottave. Roncaglia vuole dire che questi antecedenti

duecenteschi riconducono all’Italia e aprono alla possibilità che Boccaccio li conoscesse. La

datazione alta, 1265 nel caso di Carlo I, apre la possibilità che di imitazione di queste ottave

francese ce ne fosse già stata prima di Boccaccio. Nel caso di Gace c’è da dire che fu troviero, che

pure senza nome è citato nel De vulgari eloquentia di Dante (che attribuisce al rex Navarrae).

Roncaglia sostiene che fosse troviero che aveva circolazione in Italia. Nel caso di Carlo d’Angiò, è

colui che su istigazione del papa, negli anni ’60 del Duecento scende dalla Francia per combattere

gli Svevi, e sconfiggerà Manfredi e Corradino, diventando primo re di Napoli. Inoltre, parlando di

Napoli, dice Roncaglia, i suoi componimenti lirici potevano circolare a Napoli e i suoi modelli

potrebbero essere stati presi a modello prima del Boccaccio.

Ci occupiamo delle prime attestazione delle ottave e delle considerazioni critiche che sono state

svolte a partire dal tardo Ottocento sulle presunte origini di questo metro. Il metro ottava si

manifesta relativamente tardi nella storia letteraria, nel Trecento, senza precedenti databili con

sicurezza. Prima che si sviluppasse attenzione di carattere filologico/storico, c’era indifferenza per

la datazione delle ottave più antiche per alcune scelte editoriali sulla datazione più antica non

tenevano conto dell’impaginazione e altri elementi strutturali rilevanti. Ci sono ottave

apparentemente databili nel XIII secolo, ma guardando De Sanctis e la datazione di Rosa fresca

aulentissima di Cielo d’Alcamo, si può vedere che l’impaginazione corrisponde a un’ottava (sei

versi a rima alternata e un distico), ma sono doppi settenari invece che endecasillabi: i versi

com’erano pensati nel Duecento da Cielo d’Alcamo i versi andrebbero appaiati tra dispari e pari, in

doppia colonna. Il distico appaiato consentiva di essere davanti a un’ottava perfettamente

impaginata. La successiva consapevolezza critica della filologia a partire dalla fine dell’Ottocento

soprattutto sotto Giosuè Carducci, si riconoscono le caratteristiche dell’ottava tra cui

l’endecasillabo: si nota che le più antiche attestazioni di ottave vere e proprie erano trecentesche,

legate tutte al nome di Boccaccio, ancora giovane, attivo a Napoli.

Prendiamo in considerazione un intervento di Carducci, datato 1876 [pdf, l’ottava e il Boccaccio]

Il Ninfale è un’opera eziologica degli anni ’40 del Trecento. Tra i pregi di Boccaccio come poeta c’è

non solo di aver composto in rima, ma soprattutto di aver contribuito al progresso metrico in ambito

letterario e poetico. Lo definisce “padre naturale o adottatore dell’ottava” e Carducci tiene

un’impostazione ambigua, perché con “adottatore” si può presumere che esista un antecedente, non

che sia stata creata dal nulla da Boccaccio. Prendiamo atto che nel 1964 Dionisotti osserva che

ottava e Boccaccio sono termini indissolubili di un binomio e fino a prova contraria Boccaccio ne è

l’inventore. Le due opere cui facciamo riferimento sono Il Filostrato e il Teseida. Rispetto al

Ninfale, le ottave non sono ad argomento mitologico, ma parlano di guerra.

Prime attestazioni dell’ottava siciliana sono da ricondurre a Boccaccio, ma non all’interno di

unopera in versi, ma in un romanzo in prosa, il Filocolo. Quinto Levio Africano e Giulia Topazia

avevano fatto un voto; non avevano figli, poi lei resta incinta di Alcifiore, e i due vanno a sciogliere

il voto con un pellegrinaggio a Santiago de Compostela. Il diavolo, che vuole distruggere la loro

casata, istiga il re Felice di Marmorina a mandare un esercito per distruggere il corteo. Quinto

muore e Topazia dà alla luce Biancifiore morendo di parto, che si innamorerà del figlio del re.

Boccaccio scrive un epitaffio per Topazia, in ottava siciliana, composta di un unico periodo la cui

sintassi compatta è garantita dagli enjambement. Le questioni che si aprono riguardano l’eventualità

che una preesistenza del metro ci fosse, e che Boccaccio l’abbia solo nobilitato per sottolineare le

proprie capacità retoriche.

In un manoscritto posteriore al Filocolo comporto tra il 1336 e il 1338, abbiamo un altro caso in

cui l’ottava siciliana viene impiegata. Non è a contenuto funebre né epico, è una raccomandazione

che un’amante adultera fa al suo amante di tenere celato il loro vincolo. C’è consapevolezza retorica

perché il distico finale, non a rima baciata, si qualifica come epifonema cioè un detto che abbia un

aspetto sentenzioso e sia riassuntivo delle argomentazioni svolte. L’ottava siciliana si specializza nel

Trecento come metro cortese, di soggetto amoroso, che non si organizza mai in una pluralità di

stanze, sono ottave isolate.

Le ottave toscane vengono impiegate da Boccaccio nel Filostrato, databile 1335. Assieme alla

Caccia di Diana sarebbe una delle opere di esordio. La questione riguarda la sua datazione: Branca

osservava che tutta l’opera letteraria di Boccaccio si svolge in nome di Fiammetta, donna amata,

figlia di Roberto d’Angiò. A lei sono dedicati il Filocolo e alcune opere successive. Il Filostrato nel

breve testo prosastico che introduce quello poetico parla invece di Filomena, dietro cui forse si cela

una Giovanna, aristocratica; considerando che forse non conosceva ancora Fiammetta, forse il

Filostrato è antecedente al 1327 anno dell’arrivo a Napoli.

Filostrato è titolo che ammicca ad ambizioni grecizzanti, (in Calabria c’erano monaci esperti di

greco); etimologicamente il titolo vuol dire “vinto da amore”, riferito al protagonista Troiolo, figlio

di Priamo, che recupera da un poemetto francese Roman de Troie opera di Benoit de Sainte-Maure,

che racconta degli amori tra Troiolo e Briseida, inglobata nella Historiae destructione Troiae di

Guido Giudice. Boccaccio sceglie questo soggetto per una riscrittura in versi, con aggiunta di

elementi delle correnti letterarie proto-umanistiche. Questo poemetto si articola in nove parti, di cui

noi analizziamo la parte centrale – Diomede aveva ricevuto un fermaglio da Briseida, e quando

Troiolo lo riconosce si getta nella mischia e si fa uccidere.

Troiolo, costruito come un cavaliere medievale (cfr. Capellano nel De Amore), si confida con

Pandalo, amico fidato: Briseida, allontanatasi da Troia, e Troiolo non può fare a meno di ricordare i

luoghi d’amore. Dimostrano la conoscenza dell’Ars amandi e dei Remedia amoris ovidiane, su

come si conquista una donna e come si affronta l’angoscia del distacco; nei Remedia raccomanda

all’amante abbandonato di evitare di tornare nei luoghi dove l’amore si è consumato perché la

memoria sarebbe troppo dolorosa. Da osservare anche la sapienza artistica con cui sono costruite le

ottave, con attenzione all’elemento iterativo e martellante riservato da Boccaccio, e il gusto per la

variatio. È evidentemente un autore che maneggia il metro con maestria.

Il canto preannunciato dall’ottava 61, l’ottava 62, parafrasa Cino da Pistoia: modello letterario in

volgare tra i più nobili anche metricamente, la canzone, distesa polistrofica; ne è autore il

rappresentante tardo dello stilnovismo, vivo ai tempi di Boccaccio e che aveva incontrato a Napoli

perché insegnava lì. È una canzone di lontananza in cui il poeta immagina che la donna che ama sia

lontana (Cino dovette abbandonare Pistoia) e invoca amore di ucciderlo per risparmiargli il dolore e

far sì che il suo spirito possa tornare a Pistoia dalla sua donna. Nelle ottave precedenti alla 62,

Boccaccio mostra padronanza retorica, confermata anche dalle tecniche che usa nella parafrasi: si

trattava di misurarsi con una misura metrica diversa dall’ottava: nove versi con alternanza

endecasillabi e settenari, struttura metrica ABAB B(concatenatio) cc(settenari) d(terzo settenario in

rima diversa) D(endecasillabo). Nel distico finale, Boccaccio condensa quanto Cino propone in due

versi distinti. C’è comparazione che assolutizza la bellezza di Briseida rispetto invece a Cino, meno


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze del testo letterario e della comunicazione
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher nora96_96 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura medievale e letteratura umanistica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Ca' Foscari Venezia - Unive o del prof Drusi Riccardo.

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