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differenza del fratello libero di andare dove vuole. In che senso si può diventare scrittrici se la

letteratura è fatta per uomini? Lì lei vede un primo problema in quello che chiama il rancore della

scrittrice: noi siamo una minoranza e la prima trappola è quella di lamentarsi di essere una

minoranza. Uno dei suoi grandi meriti fu quello di riscoprire Jane Austen, che è stata capace di

superare questo limite e di affermarsi. Il saggio è costruito con pensieri che si interrompono e

danno luogo ad altri pensieri, evitando uno svolgimento logico, per cercare di individuare un altro

modo di ragionare e pensare che non sia quello maschile. Negli anni ’30 notiamo un accentuarsi

nel suo lavoro di tematiche di genere, sociali, politiche (femminismo, ruolo dello scrittore nella

società, tiene un sacco di conferenze in luoghi per lei sconosciuti). Pubblica un lunghissimo

romanzo che si chiama Gli anni, in cui rievoca l’atmosfera della casa quand’era bambina. Le

richiede moltissimo tempo, cinque anni, e si rivela un successo editoriale, soprattutto negli Stati

Uniti. Nel ’32 muore improvvisamente il suo amico e per lei è un grande colpo. Nell’avvicinarsi alla

Seconda guerra mondiale, lei concepisce un saggio molto difficile da capire, che si chiama Tre

ghinee, nel quale estende il discorso che aveva fatto sulla letteratura alla storia (cosa c’entrano le

donne con la guerra dato che non vi hanno mai fatto parte?). Non è solo una posizione pacifista,

ma una posizione di totale estraneità. Fu un saggio accolto con molte critiche e poi rivalutato

negli anni ’60 e ’70. In questi ultimi anni della sua vita, pensa ad altre due opere: una è una storia

della letteratura inglese, di cui riesce a scrivere poche ma significative pagine, in cui sostiene che

in origine la letteratura non esisteva, ma esisteva soltanto un cantore e la gente che cantava con

questo cantore. Esisteva dunque una cultura collettiva popolare, alla quale poi si sostituisce la

letteratura. La letteratura dunque viene vista da lei molto coraggiosamente, come una sorta di

furto, di esproprio, di un togliere qualcosa a tutti per farne qualcos’altro che ha improvvisamente un

autore e che di fatto crea due ruoli, quello dell’autore (più importante) e quello del pubblico. Si crea

una gerarchia, una frattura, laddove prima non c’era. Parallelamente inizia a scrivere un altro

romanzo che si chiama Tra un atto e l’altro, romanzo ambientato in un paese del sud

dell’Inghilterra, lo scrive prima della guerra mondiale immaginando che la guerra ci sia. Il romanzo

si svolge in una giornata e consiste in una rappresentazione teatrale organizzato dalla maestra del

villaggio, mal vista perché lesbica, e recitata da tutti gli abitanti del villaggio. In sostanza, si torna

con questa recita alle origini del teatro inglese, quando non esistevano i teatri e glia attori erano

considerati dall’autorità pubblica dei mendicanti. Il palcoscenico si faceva all’aperto. Lei torna a

questo passato e la rappresentazione teatrale consiste in una rievocazione di tutta la storia

dell’Inghilterra, dal tempo dei romani fino ai giorni nostri. I nostri giorni vengono recitati: gli

spettatori che si vedono nello specchio e che provano fastidio perché escono dal loro ruolo di

spettatori e si trovano subito sul palcoscenico. Alla fine della sua vita, avendo scritto così tanto, lei

sente la necessità di alleggerirsi, di togliersi la fama di dosso e quasi di ricominciare con un senso

di leggerezza che si accompagna però a un aggravarsi serio della sua depressione. Torna nella

sua casa in campagna, finisce di scrivere Tra un atto e l’altro, e nel momento in cui le arrivano le

bozze per la stampa, ha un ripensamento e non vuole che sia stampato. Dopo di che si riempie le

tasche di sassi e si suicida nel fiume vicino casa. Lei identifica nell’acqua la condizione

esistenziale degli esseri umani. Il suicidio quindi si può vedere come un tentativo di ricongiungersi

a qualcosa da cui si sentiva separata. Nel diario non scrive nulla; lascia solo un biglietto al marito

in cui lo ringrazia per esserle stato vicino.

Mrs Dalloway è il romanzo nel quale lei riesce a parlare veramente con la sua voce

(considerazione del romanzo). Siamo agli antipodi del prototipo dell’artista romantico: lei ha più di

40 anni quando riesce a scrivere un romanzo che la soddisfi. Una delle caratteristiche di Mrs

Dalloway è che tutti personaggi sono di mezza età, tranne la figlia di clarissa, Elizabeth. In Mrs

Dalloway Woolf affronta il tema della malattia mentale, prendendo di petto con una critica

coraggiosa il sistema medico-sanitario, ciò in cui credeva la psichiatria dell’epoca. C’è Septimus

tornato dalla guerra e non ragiona più e il problema degli psichiatri è che non dia fastidio. Non c’è

modo di guarirlo e nessuno si occupa del suo benessere. La Woolf stessa passa da uno psichiatra

all’altro senza essere mai soddisfatta. È un libro ambientato a Londra, dove la Woolf si caratterizza

per il fatto che è la prima volta dopo un paio di secoli che in letteratura si presenta un’immagine

positiva di Londra (vs la Londra di Dickens e dei tardo vittoriani). All’inizio del ‘700, Defoe con Moll

Flanders propone un’immagine di Londra piena di vita. Ma dopo era prevalsa un’immagine

opposta e la Woolf ritorna ad un’immagine più luminosa della città. È un romanzo che per certi

versi ricorda l’Ulisse di Joyce, uscito due anni prima: entrambi si svolgono nell’arco di una

giornata. Joyce ricostruisce una sorta di flusso di coscienza, avvicinandosi ad esso. Nela Woolf

non c’è nemmeno una virgola del flusso di coscienza: tutti i pensieri che lei mette in scena ai

personaggi sono tutti quanti finalizzati alla narrazione. Non si trattano quindi di pensieri casuali. La

vita e la realtà per Woolf sono molto più simili alla vita e alla realtà come le vedono gli scrittori

russi. Mrs Dalloway è piena di riferimenti a cose concrete e tuttavia questi frammenti di realtà

esistono in funzione della ricostruzione del senso dell’esistenza, della coscienza interiore della

persona; da questo punto di vista si ha un ribaltamento del romanzo convenzionale. Ciò con cui lo

scrittore si deve misurare è sempre la vita e la realtà, però è una vita e una realtà intesa in modo

diverso, che richiede nuove convenzioni narrative. La prosa di Woolf è una prosa poetica. Per lei la

letteratura è qualcosa che deve dare al lettore un grandissimo piacere. Valerie Shaw accomuna la

scrittura di Woolf alla pittura degli impressionisti, proprio per il piacere che se ne ricava. Lei scrive

tenendo ben presente che ha davanti un lettore nell’intento, appunto, di gratificarlo. Il diario è molto

interessante perché si vede come lei, pagina dopo pagina, immagina la composizione delle sue

opere: i suoi pensieri seguono di pari passo la composizione.

Cosa c’è di particolare nella citazione di Modern Fiction? Il romanzo non deve essere un librone

che si sofferma su tutti i dettagli della realtà. La Woolf non scrive “criticese”, cioè nel linguaggio del

critico letterario super-tecnico e spesso e volentieri incomprensibile; la Woolf punta a rivolgersi

direttamente al lettore saltando l’istituzione letteraria. Questa è spesso un’ambizione di tanti

scrittori, ma soprattutto in Inghilterra abbiamo una lunga tradizione di scrittori critici. Woolf quindi

punta a saltare il critico, convinta che il lettore sia un protagonista della letteratura (grande

innovazione del discorso critico). Si rivolge a un lettore comune e lo sappiamo perché quasi tutte le

parole sono prese dal linguaggio comune e quotidiano, non ci sono tecnicismi. In realtà questo

linguaggio comune viene impreziosito da una serie di parole che appartengono alla lingua inglese

e che sono più rare, spesso di derivazione dal latino. Per cui abbiamo un linguaggio che non è

tecnico, che si rivolge al lettore comune (abbastanza colto), ma che al tempo stesso è un

linguaggio elegante. Questo è un brano di un saggio critico (Modern fiction) che vuole dare

l’impressione di essere più colloquiale, come se la Woolf spontaneamente spieghi ciò che ha in

mente. Una componente essenziale della scrittura di Woolf è il piacere, che è proprio anche della

Mansfield, ma non della Lehmann. Per Virginia Woolf dietro un romanzo c’è l’idea di creare un

pattern, il cui effetto è quello di essere rassicurante; al tempo stesso lei sfida il lettore stando

sempre attenta a offrire al lettore un disegno di bellezza. Mrs Dalloway è un romanzo scritto negli

anni ’20. È finita la Prima guerra mondiale e dopo la guerra segue un periodo di euforia. A questa

realtà si aggiunge, la realtà di cui lei parla in Mr Bennet e Mrs Brown, in cui sostiene che nel 1910

è cambiato tutto quanto, si sono sovvertite le gerarchie, non esistono più classi sociali disposte ad

ubbidire in silenzio. Mrs Dalloway riflette queste due istanze: da una parte un desiderio di

leggerezza, e dall’altra l’esigenza di indagare su questa nuova realtà. Woolf incomincia a pensare

a Mrs Dalloway mentre scrive Jacob’s room (romanzo che gira attorno alla domanda “Ma chi è

Jacob?”, romanzo sperimentale). Con Mrs Dalloway, la Woolf sente di aver raggiunto la sua

maturità artistica, scrivendo un romanzo sì sperimentale ma con una struttura molto solida. Per la

Woolf o esiste la scrittura o sembra non esistere niente; perché nel momento in cui smette di

scrivere rischia di cadere in un abisso. Nella sua personalità c’è una tensione: da una parte la

scrittrice dedita a tempo pieno alla letteratura e dall’altra la scrittrice che dice che la letteratura è un

furto al pubblico. Generalmente quando lei parla dei romanzi che vuole scrivere, ha una tendenza

a passare dal concreto all’astratto. Nel caso di Mrs Dalloway avviene il contrario, prima lei

immagina un romanzo che si chiama Le ore, e poi scrive Mrs Dalloway. Questo è interessante

perché in Mrs Dalloway, rispetto agli altri, la componente tematica è più forte: è un romanzo

dedicato a Londra, che tratta del mondo della politica inglese e dell’alta borghesia inglese in modo

molto critico, è un romanzo in cui c’è un’importante componente autobiografica. Qualche anno

prima era morta improvvisamente una zia della Woolf e un paio d’anni prima Virginia conosce Vita;

e dunque in questo romanzo lei crea Sally Seaton, presente in tutto il romanzo. Sempre per la

componente biografica, il marito Leonard era impegnato in politica nel partito laburista; la terza

componente biografica, quella più importante, è quella della malattia mentale. In questo romanzo

Woolf racconta se stessa dividendosi in due personaggi: Septimus e Clarissa, affidando a

Septimus la componente più tragica della malattia e a Clarissa tutta l’altra parte della sua

personalità. Nel diario lei scrive di avere iniziato il libro come un’ostrica, costruendo il proprio

guscio senza una direzione di cui fosse consapevole: immagina un personaggio, poi una struttura

e dopodiché comincia a scrivere il romanzo brancolando nel buio. Una delle cose affascianti della

Woolf è che ogni cosa che scrive è a tutti gli effetti un nuovo inizio, una nuova esperienza nella

quale mette in discussione le proprie idee e convinzioni. Un lato affascinante della Woolf è che

anche a 60 anni si pone delle domande da “ragazzina”, come se non ci fosse propriamente un

“progresso”. Ogni romanzo è abbastanza a sé stante. Un lato molto interessante nel diario è

proprio l’affacciarsi davanti a una nuova opera come se non avesse mai scritto, come se fosse la

prima volta, ponendosi quindi delle domande che non ci aspetteremmo. Mrs Dalloway: siamo nel

giugno del 1923, alle 10 di mattina Clarissa esce dalla sua casa per andare a comprare a Bond

Street dei fiori per il party che aveva deciso di fare la sera stessa. Mentre attraversa Green Park

incontra Hugh, un vecchio amico dai modi formali e sempre vestito in maniera impeccabile, il

quale ha un incarico a corte. Mentre sta dalla fioraia, passa un’automobile che suscita l’interesse

della folla, tra i quali Septimus e la moglie Rezia. Septimus è un reduce della Prima guerra

mondiale ed aveva fatto l’impiegato, Rezia è invece una ragazza italiana che lui aveva conosciuto

a Milano e che aveva sposato prima di tornare in patria. A mezzogiorno devono recarsi dallo

psichiatra specialista in malattie nervose, perché Septimus soffre di squilibri mentali. I due vanno a

Regent’s Park, una delle zone più eleganti di Londra; Clarissa invece torna a casa. In cielo

compare un aereo che fa una pubblicità di un oggetto dal nome incomprensibile. I connettori quindi

sono l’automobile e l’aereo che vedono vari gruppi di persone, tra cui Clarissa. In casa c’è un

contrasto tra dentro e fuori: fuori è una giornata piena di luce e sole; dentro è fresco ed è buio. Si

può interpretare come una questione di gender: la donna torna a casa e torna metaforicamente in

prigione-privacy. A casa trova un messaggio del marito il quale le comunica che andrà a pranzo a

casa da Lady Bruton; lei se la prende perché non è stata invitata. Dopo va in camera sua e

inatteso arriva Peter Walsh, appena tornato dall’India. Peter e Clarissa si conoscono da anni,

erano quasi sul punto di sposarsi. Lei gli ha preferito Richard nonostante nella sua mente ci sia un

qualche rammarico. Peter, salutata Clarissa, si dirige a Regent’s Park dove vede Rezia e

Septimus, che stanno aspettando la visita medica. Nella scena successiva ci troviamo a pranzo da

Lady Bruton, la quale racconta a Richard che Peter Walsh è tornato: Richard allora si fa prendere

da un po’ dalla gelosia, quindi compra un mazzo di fiori ma non riesce a dire alla moglie Clarissa

che la ama. Nel frattempo lo sguardo si sposta su Elizabeth e sulla sua insegnate di storia, Miss

Kilman, che Clarissa odia e che è fanatica. La conclusione della visita di Septmus è che il medico

vuole internarlo in una casa di cura. I due tornano a casa e a un certo punto arrivano gli uomini per

prendere Septimus e lui si butta dalla finestra per evitare che lo prendano. Nel frattempo Peter si

dirige in albergo e vede l’ambulanza che passa con all’interno Septimus. In albergo trova un

biglietto di Clarissa che le ricorda il party della sera. Al party troviamo tutti quanti e alle tre di notte

arriva anche lo psichiatra con la moglie che giustifica il ritardo dicendo che un suo paziente si era

suicidato. A questo punto Clarissa inizia una riflessione in cui c’è un senso d’ammirazione verso

questa persona che è riuscita a liberarsi con la morte. Abbiamo tre principali nuclei narrativi che

sono: 1) la passeggiata di Clarissa; 2) la passeggiata di Peter e la storia di Rezia e Septimus; 3) la

festa. Sarebbe più corretto parlare di Clarissa Dalloway come una co-protagonista perché,

nonostante il titolo dell’opera, appare solo all’inizio e alla fine. Il centro della narrazione è occupata

dalle storie degli altri personaggi. Poi ci sono dei nuclei minori: 1) l’incontro tra Peter-Clarissa; 2) il

pranzo da Lady Bruton; 3) il ritorno di Richard a casa; 4) Miss Kilman e Elizabeth. Ci sono poi dei

nuclei ancora più piccoli: infatti il romanzo è suddiviso in 11 parti. La Woolf fa sempre andare

avanti la narrazione e immette nel flusso di coscienza tutto quanto il flashback. Il guscio vero a

proprio incomincia con la griglia temporale e la griglia spaziale. Dietro a un romanzo che sembra

così casuale, caratterizzato dal flusso di coscienza, ci sta un reticolato spazio-temporale molto

preciso. Si svolge nell’arco di una giornata. Le preme di dare un po’ la sensazione della vita in

città, a Londra. Ogni ora riguarda un singolo personaggio, invece i luoghi sono condivisi. La griglia

spaziale è lunghissima: da ciò capiamo che è un libro che celebra la città, soprattutto i luoghi

dell’alta borghesia. Tutto è ricostruito molto fedelmente. È interessante questo aspetto perché crea

non pochi problemi al traduttore: questo libro è impegnativo per la grande quantità di riferimenti

spaziali che contiene, in quanto ricostruisce la Londra dell’epoca. La Woolf scrive uno dei saggi più

famosi, Robinson Crusoe, nel quale cerca di spiegare il mondo di Defoe mettendosi nei suoi panni.

In questo romanzo cerca di dare al lettore le coordinate di questo mondo, che lei costruisce, e lo fa

soprattutto nella prima parte. Tutte le indicazioni spaziali e temporali sono infatti all’inizio. Dello

spazio, la cosa da notare è che i due punti di riferimento dello spostamento dei personaggi sono

due parchi: St James e Regent’s Park. Nelle prime dieci pagine del libro, la Woolf racconta gran

parte dell’antefatto, sempre con Clarissa che si muove e si sposta. Le coordinate essenziali quindi

ci emergono sin dall’inizio e sono: 1) Clarissa deve dare una festa; 2) Peter Walsh torna a Londra,

e tornando rimette in circolo pensieri e ricordi di Clarissa; 3) l’estate a Bourton. Possiamo

immaginare questo romanzo come un romanzo costruito a piramide: alla base c’è il passato,

l’estate a Bourton; e sopra c’è la festa che riguarda il presente. L’incipit è molto interessante;

abbiamo una narrazione sempre in terza persona, in cui però c’è un discorso indiretto (una prima

persona all’interno di una terza). Poche righe dopo si introduce il passato di Bourton, condiviso da

tutti quanti i personaggi; passato che, tipico della tradizione inglese, risulta molto più interessante

del presente, da cui si evince un senso di armonia, spensieratezza. Dopo aver accennato a

Bourton, accenna a Peter Walsh, dicendoci con noncuranza che non sa quando tornerà; ci dice

che Peter scrive delle lettere straordinariamente noiose: da ciò capiamo che Mrs Dalloway è una

signora dell’alta società, snob, ironica, che non ha tempo per le persone più impacciate e troppo

serie. Dietro a tutto questo, ci sta la griglia spazio-temporale e un linguaggio caratterizzato da

mezze frasi, spesso anche molto lunghe e complesse proprio per dare l’idea della mente che

pensa. Tuttavia la cosa straordinaria è che non c’è nessuna confusione in questo brano, dandoci

un senso di armonia e bellezza (attraverso le ripetizioni). È uno stratagemma a cui ricorrerà ancora

di più in Gita al faro e moltissimo nel suo ultimo romanzo Tra un atto e l’altro, in cui la scrittura

diventa quasi una cantilena. Si può parlare di tre tempi a ben vedere: 1) il clock time (tempo

dell’orologio); 2) consciusness time (tempo della coscienza); 3) metaphisical time (tempo

metafisico)  non c’è solo il ricordo di Bourton ma c’è anche il ricordo dell’esistenza. Lo stesso si

può parlare dello spazio: 1) spazio reale; 2) spazio della coscienza (India per Peter, Bourton per

Clarissa e la guerra per Septimus)  coscienza come teatro della mente; 3) spazio metafisico

(l’acqua nella narrativa della Woolf). Si può parlare quindi di tre diverse realtà: 1) realtà quotidiana;

2) realtà della coscienza (più dilatata); 3) realtà eterna dell’esistenza  accomunati da una grande

comprensibilità. Dunque non c’è una vera propria trama. La Woolf scava delle gallerie dietro i

propri personaggi, costruendo delle psicologie complesse. Per quanto riguarda la figura del

narratore, l’incipit è pieno di domande; non c’è una descrizione compiuta, ci sono accenni qua e là.

Il narratore strettamente parlando è onnisciente, volutamente incerto, che lascia parlare i suoi

personaggi e che vuole comunicare al lettore l’impressione di non conoscerli fino in fondo. Si tratta

quindi di un narratore più debole del tradizionale narratore del romanzo dell’Ottocento; in realtà è

però più forte perché il narratore ottocentesco realista conosceva i suoi personaggi solo

all’esterno, i personaggi non avevano una profonda descrizione interiore. Ora la Woolf, rinunciando

al narratore tradizionale, perde qualcosa in termini di autorità narrativa, poi però entra dentro la

coscienza dei personaggi. Un critico paragona questi personaggi di Mrs Dalloway alla barriera

corallina, in cui in superficie sembrano muoversi uno diversamente dall’altro, ma poi scendendo in

giù si vede essere accomunati entrambi dalle radici (queste radici sono il passato comune che i

personaggi condividono in un processo di coscienza collettiva che sta al di sotto della coscienza

individuale).

Nella terza parte lei torna a casa dopo esser andata a comprare i fiori. Alla Woolf preme di

instaurare un legame nei nuovi capitoli con quanto detto prima. Lei entra in casa e l’ingresso era

fresco come una cantina (opposizione tra il caldo che sta fuori e il fresco che sta dentro, che avvia

una catena di significati perché il fresco dell’ingresso è collegato poi all’idea della monaca, della

camera della stanza da letto come una celletta monacale, e quindi alla sua freddezza di carattere e

alla sua fragilità). La Woolf è sempre molto attenta ad essere realistica nei particolari che descrive.

La prima cosa che Mrs Dalloway fa è di alzare la mano sugli occhi una volta entrata a casa e

chinarsi sul tavolino di ingresso in cui ci sono i messaggi e il messaggio di Richard. In contrasto

con questa impressione “monacale”, in cucina c’è la cuoca che fischietta. È un particolare che

serve a tenere insieme questa narrazione priva di legami di causa-effetto. Lei sentiva il fischiettio

della cuoca, il suono di una macchina da scrivere. In queste prime righe si introduce la “nun”

(monaca), si introduce la frase che inizia “it was..” e la parola “life”, che si ripetono nel capitolo.

All’inizio Richard viene paragonato al senso di pienezza della vita per cui si debba essere grati agli

altri. In realtà si introduce Richard perché qualche riga dopo l’episodio di Lady Bruton ha Richard

come personaggio principale. Infatti la cameriera riferisce a Mrs Dalloway che Mr Dalloway

pranzerà fuori da Lady Bruton. Vi è dopo l’introduzione di un motivo eroicomico, che preannuncia

l’incontro tra Clarissa e Peter, giocato sulla falsariga di un famosissimo poemetto della letteratura

di primo Settecento scritto da Alexander Pope (“il ricciolo rapito”), in cui si descrive lo scontro tra

un lui e una lei in un’ipotetica battaglia di Troia, dove lui taglia a lei un ricciolo. Nel modo in cui lei

costruisce questa narrazione, vi sono dei pensieri che al dunque si collegano l’uno all’altro in un

modo del tutto inusuale, anche se all’inizio sembrano sconnessi tra loro. Non c’è la descrizione

tradizionale del personaggio: da questo punto di vista la Woolf è figlia degli scrittori di fine

Ottocento (Conrad e James, in particolare)  lei amava Conrad e un po’ meno James. Quindi

Woolf non ci dice nulla di esplicito su Clarissa, donna che ci appare abbastanza contraddittoria

perché da una parte sembra capace di pensieri molto profondi, e dall’altra è quasi capace di

soccombere anche per un fatto insignificante. Quindi non sappiamo bene cosa pensare: se è una

persona con un’interiorità oppure una persona mondana, superficiale e capricciosa. Il romanzo è

molto affascinante proprio perché Woolf non risolve mai a questa domanda, non ci dice

effettivamente cosa è Clarissa ( critica alla letteratura maschile che ritrae i personaggi come

capaci di profondi e grandi pensieri). Nonostante però Clarissa sia considerata una donna frivola e

superficiale, è in grado di concepire pensieri profondi, più dei personaggi maschili del romanzo. A

Clarissa, Lady Bruton sembra una “meridiana scolpita nel tempo”, una donna anziana segnata dal

tempo. Clarissa era stata malata (si capisce dal modo in cui sale al piano di sopra, aggrappandosi

alla ringhiera delle scale). Si sente rinsecchita, invecchiata, con i seni avvizziti: senso di

stanchezza di impossibilità di combattere. La vediamo in un primo momento come una divinità

tornata dalla battaglia che porge la sua arma (ombrello) alla cameriera, poi vediamo come basta

poco per turbare il suo equilibrio e poi scopriamo che teme lo scorrere del tempo (paura di

invecchiare e paura di morire). Si ritira al piano di sopra come una “monaca” che si ritira in

clausura o come un bambino che esplora una torre o come una donna matta rinchiusa nell’attico.

Una volta in camera sua, si spoglia e si sente una monaca, frigida. Lei e il marito dormono in

camere separate e lei in camera sua legge di notte le Memorie del Barone Marbot perché dorme

male (anche se Richard vuole che vada a letto presto per via delle sue condizioni di salute).

Clarissa sente in lei crescere un senso di inadeguatezza, dovuto a qualcosa di centrale che la

permeava, un senso di calore che scorreva nel contatto tra uomo e donna o tra donne tra di loro.

In questo contesto esplicita la sua componente omosessuale (ricorda che Sally l’aveva baciata in

bocca, una donna molto più forte e disinibita di lei). Si domanda cosa sia questa attrazione verso le

donne. La parola che si ripete più in questo brano è “moment” e in uno di questi momenti le si apre

la possibilità di amare anche una donna, e di avere una vita più vivace e meno piatta di quella con

il marito. Si toglie il cappotto e prende un vestito da sistemare per la festa della sera (il vestito

assume una valenza simbolica che rimanda alla personalità di Clarissa che necessita di continui

aggiustamenti e ammende). Poco dopo suonano alla porta e arriva Peter Walsh (lei sta con l’ago e

Peter con il coltellino  duello tra di loro). È un dialogo sconcertante perché è come se le loro vite

fossero rimaste bloccate. Se pensiamo ai racconti della Mansfield, lei fa dei quadri della sua

infanzia: sono tutti quanti prigionieri di quella casa nella quale non vogliono stare, ma il racconto

finisce lì, e tutti rimangono lì dentro; qui invece abbiamo a che fare con persone di mezza età che

sembra che da un punto di vista emotivo sembrano bloccate all’estate di Bourton, in cui si sono

incontrati durante la gioventù. L’amore adolescenziale per loro è come se fosse consistito in una

estate a Bourton e che questo amore non sia mai passato. Lei re-incontra Peter e si comincia a

porre delle domande quasi come se ancora dovesse scegliere se sposare Richard o Peter, come

se fosse poco convinta di aver sposato Richard. Lo stesso vale anche per lui: egli è tornato a

Londra per fare delle pratiche per sposarsi con una donna indiana della quale è molto innamorato;

tuttavia vediamo che gran parte dei suoi pensieri, sia positivi che negativi, sono tutti rivolti a

Clarissa, come se fosse l’unica persona della sua vita. Il dialogo tra loro due è per questo teso, è

un duello e a noi lettori sembra un dialogo tra persone che faticano a diventare grandi. Non c’è mai

un pensiero concluso: è come se per la Woolf la differenza tra il pensiero logico e un altro modo di

ragionare stia proprio qui  non c’è mai un pensiero che finisce (atteggiamento quasi

adolescenziale). È come se al cuore del proprio modo di scrivere ci fosse l’esigenza di avviare una

serie di pensieri senza concluderne nessuno (“Sentieri interrotti”, Heidegger). La coscienza di

Clarissa sembra fiorire e a suo agio sia nel pubblico che nel privato (lei ha pensieri suscitati da

piccolissimi accadimenti altrettanto forti quando sta per strada che quando torna a casa). È come

se Woolf introducesse una terza dimensione: c’è il pubblico, il privato e poi la coscienza che sta al

di sopra di entrambi. Inoltre Mrs Dalloway è molto a suo agio quando si trova fuori, per le strade di

Londra, lo stesso non si può dire quando sta a casa, dove sta nella “celletta” della monaca. Per la

donna vittoriana, infatti, la casa è una prigione. Quindi Clarissa che torna a casa un po’ ricorda

questo tipo di figura e nel contrasto tra pubblico e privato è come se invertisse questi due rapporti:

come se il pubblico fosse il luogo della libertà e il privato il luogo della costrizione e

dell’inadeguatezza.

I due nuclei narrativi della terza sezione sono: il suicidio di Septimus e il party che organizza

Clarissa. In Mrs Dalloway esistono due trame principali che sono quella di Clarissa e quella di

Septimus. La critica è abbastanza concorde nel vedere in Clarissa e Septimus una sorta di gemelli,

anche dal punto di vista fisico, anche se per tanti versi sono l’opposto l’uno dell’altra, a cominciare

dalla classe sociale alla quale appartengono, per proseguire con una diversa visione della vita.

Tanto Septimus ci appare serio, quanto Clarissa ci appare frivola (in realtà c’è anche un lato frivolo

di Septimus e uno molto serio di Clarissa). Sono due trame che però non si incontrano mai.

Rispetto al romanzo tradizionale quindi ci sono due novità: una è il fatto che ci sono due trame e

non una sola, e il fatto che queste due trame non si incontrano mai. Sia Septimus che Clarissa

vedono e condividono la stessa scena dell’aeroplano, pur non conoscendosi. Il punto di contatto è

quindi il fatto che entrambe le trame partono a partire da questo episodio. Nella parte centrale,

dove si sviluppa l’episodio di Septimus, il punto di contatto è dato da Peter, che va via dalla casa di

clarissa e vedere Septimus e la moglie a Regent’s Park. Il terzo punto di contatto è dato alla fine

del romanzo quando Clarissa apprende della morte del giovane. Nel primo caso a fare da

connettore è un oggetto; nel secondo caso è una persona (Peter); nel terzo caso è

un’informazione (quella della morte). Nel primo e nel terzo caso Clarissa è presente anche se in

modi diversi: nel primo caso è presente in modo inconsapevole, nel terzo è presente in modo

consapevole; nel secondo caso è invece assente ed è la presenza di Peter a collegare le vicende.

Un’altra peculiarità di questo romanzo è che nella prima parte abbiamo effettivamente solo la

trama di Clarissa, e nella seconda lunghissima parte del romanzo assistiamo a un ribaltamento:

quando Peter va via da casa di Clarissa, di Clarissa non si parla più, il suo personaggio non lo

ritroviamo più fino alla festa. È un romanzo che si intitola Mrs Dalloway e che in realtà per tutta la

parte centrale non ha Mrs Dalloway come protagonista. C’è poi una terza trama, molto importante,

che è quella di Peter. Mrs Dalloway ha 3 personaggi principali: Clarissa, Septimus e Peter. A

conferma di questo si può aggiungere che per estensione la parte di Peter non è inferiore a quella

di Clarissa e di Septimus. Dunque da un certo punto di vista si potrebbe dire che esistano tre

trame principali in corrispondenza dei tre personaggi principali. Peter ha degli ovvi punti di contatto

con Clarissa: si conoscono fin dall’infanzia, hanno passato insieme diverse estati, appartengono

alla stessa classe sociale. Peter inoltre anche un elemento in comune con Septimus: entrambi

sono in fondo due outsider che cercano in qualche modo di reinserirsi nella società. Sono due

persone che hanno vissuto una vita a-normale e che cercano di tornare alla vita normale, laddove

la vita normale è quella di Clarissa. Per vita normale si intende la vita che Clarissa fa ogni giorno e

da un certo punto di vista Clarissa stessa vive questa normalità come un nulla, che per non

apparire come un nulla ha bisogno di essere costantemente in movimento. Una cosa straordinaria

dell’ultima parte è che tutto deve sempre girare, bisogna accogliere sempre nuovi ospiti e che

devono girare per casa. È tutto un equilibrio precario fondato sul fatto che tutto continui a girare.

Nell’attimo in cui la vita si ferma, appare del tutto inconsistente e si svuota, generando sconforto e

terrore. Anche Peter e Septimus, due voci molto critiche di questa normalità, vorrebbero vivere

questa normalità: Septimus se fosse in grado di reinserirsi nella vita normale, avrebbe un ottimo

lavoro in ufficio dove avrebbe fatto carriera e potrebbe condurre una vita agiata e felice; Peter se

riuscisse a risolvere i suoi problemi sentimentali e a trovare un lavoro a Londra, avrebbe una vita

normale. Entrambi sono allo stesso tempo attratti e respinti dalla vita normale rappresentata da

Clarissa: entrambi ne vedono il limite, la vacuità e la criticano ferocemente, però entrambi la

cercano né la rifiutano. Qui la Woolf ha una posizione molto coraggiosa e originale perché, pur

essendo una scrittrice tutt’altro che insensibile alle disuguaglianze della società, ha il coraggio di

far vedere come una critica alla società sia sempre qualcosa di ambiguo rispetto a quanto possa

sembrare a prima vista. Tutto il romanzo è attraversato da questa domanda di fondo: siamo sicuri

che riempire la vita del fanatismo religioso di Miss Killman, oppure delle certezze di Peter o

Bradshaw, possa essere una vita migliore, piena? È una tipica posizione del gruppo di

Bloomsbury. Su un punto cruciale Peter si differenza da Clarissa e da Septimus, ed è per questo

possiamo parlare di due trame principali invece di tre, ed è la debolezza in lui della componente

impersonale e religiosa, o mistica, che sia clarissa che Septimus condividono. Entrambi hanno in

comune l’idea che al di là dell’immediato, c’è qualche altra cosa, al di là delle apparenze “il non

visto”, una visione mistica senza misticismo. Peter quindi manca di questa dimensione: il suo è

uno sguardo realistico ed è allo stesso tempo più circoscritto e meno emozionante, il suo orizzonte

visivo è terreno. Ci sono alcuni momenti rari, in cui Peter fa un salto e guarda più in là. Tra lui e gli

altri due c’è una differenza nei confronti del problema della morte: per Peter il grande problema è

l’invecchiamento (corre dietro la ragazza giovane illudendosi di essere giovane a sua volta) e la

paura della morte, declinata però in modo diverso rispetto a Clarissa e Septimus. Se Peter ha uno

sguardo più circoscritto, come personaggio è un po’ fuori luogo rispetto al disegno della Woolf,

proprio perché in lui viene a mancare un elemento essenziale della struttura narrativa della Woolf

(morte e vita come dimensioni cosmiche). Si potrebbe dire allora che la parte centrale del romanzo

è quella meno felice, proprio perché ha per protagonista Peter e manca di uno sguardo che riesca

a sollevarsi dalla realtà. L’elemento alla fine in comune tra tutte le unità del romanzo è proprio

Peter, che però a differenza di Clarissa non riesce a dare un senso a cose che altrimenti non

l’avrebbero. Con Peter, Woolf fatica a scostarsi dalla frase (logica e compiuta) della narrativa

maschile. Modo di costruire la realtà per pezzi, che messi insieme, danno una coerenza

complessiva al mondo, non necessariamente di tipo logico. Peter quindi esce di casa frustrato,

deluso e sconfitto ma poi quando si ritrova a Trafalgar Square vive un senso di libertà, perché dice

“nessuno sa che io sono a Londra” (libertà collegata a un’idea quasi fanatica di privacy).

Dopodiché, va a Regent’s Park e qui si forma il contatto con Lucrezia e Septmus Warren Smith, e

come Peter inganna il tempo in attesa di andare dall’avvocato, così anche loro ingannano il tempo

prima dell’incontro con il medico Bradshaw, al quale si rivolgono dopo che il loro medico non

riusciva più a curare Septimus. Il punto più stretto di contatto è quello di un contatto fallito perché

Septimus vede un uomo avvicinarsi (Peter) e tuttavia lo scambia per Evans, il suo amico morto in

guerra. Da qui poi la narrazione prende una piega abbastanza tradizionale: abbiamo un narratore

onnisciente e la narrazione consiste in un flashback della vita di Peter e di quello che era successo

a Brouton (sappiamo solo qui che Peter avrebbe voluto sposare Clarissa, la quale poi sceglie

Richard, rifiutandolo). Vi sono poi una serie di vicende parallele ma indipendenti, anche se hanno

un elemento di congiunzione: da una parte c’è la visita medica di Septimus e Lucrezia da

Bradshaw (reframe ricorrente è “proporzioni”, la critica che Bradshaw muove a Septimus è la

mancanza di proporzioni) e dall’altra c’è il pranzo da Lady Bruton, espressione del potere.

Successivamente Richard va a casa (si torna al privato di Clarissa ma dal punto di vista di

Richard) e conferma il loro rapporto nel momento in cui si ingelosisce e compra dei fiori,

sostenendo di voler dire alla moglie che la ama, non riuscendo però a dirle alla fine che la ama.

L’ultima parte del romanzo prima della festa, vede innanzitutto Elizabeth che va a fare compere

insieme a Miss Kilman. La figura di Miss Kilman serve a mettere un paletto critico, perché Miss

Kilman è “sfortunata”, ha perso un lavoro ingiustamente perché tedesca e reagisce all’oppressione

con una sorte di fanatismo religioso. Per un verso è come se la Woolf dicesse “è facile per Clarissa

respingere il fanatismo religioso di Miss Kilman perché ha una vita privilegiata”, e anche perché

“questa sfortuna non giustifica il fanatismo religioso”. È un paletto che serve per contrasto, per far

vedere la differenza tra Clarissa, sguardo laico, e Miss Kilman, sguardo religioso e fanatico. Tre

temi potremmo evidenziare in questa seconda parte del romanzo: 1) la città, 2) la morte e 3) il

party. La città è piena di sole, di luce e di caldo, a cui si contrappone la casa di Clarissa, fresca,

ombrosa. Clarissa per un verso ama la vita con grandissima intensità e tuttavia sembra che a un

certo punto sente il bisogno di ritirarsi dalla vita, di rimanere da sola e chiudersi in se stessa: una

negazione della vita che però serve per apprezzare la vita medesima. Soprattutto con Peter,

Londra diviene la vera protagonista del romanzo: Peter ha uno sguardo più realista e d’insieme

rispetto a quello di Clarissa. All’interno del tema della città, è presente il binomio comunicazione-

silenzio, al quale corrisponde quello comunità-solitudine. Immaginiamo la città come una comunità

in cui la gente vive insieme. L’immagine che noi abbiamo di Londra è un’immagine di una città

piena di vita ma nella quale ognuno vive per conto suo: questa considerazione ci riporta alla

Londra vittoriana di tanti disegnatori che in comune con la Woolf hanno la non comunicazione tra

le persone. Più le esperienze sono comuni, più, se non sono anche condivise, accentuano la

solitudine dei personaggi. La Woolf quindi ci dà di Londra un’immagine di individui silenziosi ma

estremamente vitali. C’è un omento in cui il silenzio però si rompe, e si rompe con la narrazione

medesima e così la città diventa una comunità. Mrs Dalloway è quindi un romanzo che esalta

Londra, per due motivi: il primo è che ci presenta questa città piena di luce, piena di colori e di vita;

il secondo è che ci presenta una Londra in cui, grazie alla scrittura, la gente comunica: la scrittura

diviene il legame che unisce i personaggi tra di loro, creando una comunicazione tra persone che

altrimenti non esisterebbe (arma contro la solitudine). L’altra parte del disegno della Woolf è

l’esaltazione del privato e dell’“unseen” (“non visto”, ripreso da Forster, qualcosa che si può

mettere in luce attraverso il privato), uno spazio contrapposto alla città. Questo ci spiega la scelta

di Clarissa che, amando la propria privacy, decide si sposare Richard invece che Peter: Peter è più

entusiasmante le e avrebbe consentito di vivere una vita più piena di emozioni ma aveva il difetto

di essere opprimente e di non conoscere limiti. La scelta era tra una persona “fredda” (incapace di

dirle che la ama) ma a modo suo rispettosa della privacy e una persona piena di vita ma che

questo rispetto non lo conosce. Clarissa è caratterizzata da un grandissimo amore della vita, che

però può esistere solo se c’è un momento in cui lei può trovarsi da sola. La libertà è associata alla

proprietà. C’è in Richard una cosa essenziale che in quella sfera lì lei privilegia, ed è il rispetto. La

differenza tra Clarissa e Peter è questa: Clarissa ha una stanza dove ritirarsi, Peter invece no e

questo lo rende molto più vulnerabile alla vita stessa. Analogo discorso si può fare nei confronti di

Septimus: egli ha una casa, che non è un rifugio sicuro, ma è una dimensione nel quale l’autorità, il

medico, può entrare e ciò spinge Septimus ad un gesto estremo, ossia il suicidio. Peter quindi così

come Septimus manca di questo spazio privato. Il secondo tema, quello della morte, coincide con

il tema del tempo, in cui coincidono il “clock time”, tempo del presente e di maggior respiro dato

dalla sovrapposizione del presente e del passato e infine il tempo dell’eternità (e quindi della

morte). In tutti i romanzi della Woolf esistono tutte queste dimensioni del tempo. La morte non è

vissuta solamente come un dramma, perché la morte è un ritorno a questo tempo eterno al quale

tutti quanti apparteniamo. La morte nel romanzo ha tre funzioni: 1) indica un tempo infinito; 2)

indica un luogo di ricongiungimento; 3) è uno statement sul presente, e cioè sulla professione

medica e il discorso sul potere. È innanzitutto una critica nei confronti della professione medica,

che si svolge su due binari: da una parte è critica del concetto di “proporzione”, dall’altra è critica

del concetto di potere. Sono tra di loro due concetti legati: il potere (imperialistico, coloniale messo

in luce da Peter) è sinonimo di civiltà, concetto che si regge su quello di “proporzione”. Norbert

Elias ha scritto “La civiltà delle buone maniere” e la sua tesi è che il progresso a cui si assiste con

il Rinascimento è un progresso proprio delle buone maniere, della capacità di vivere insieme; lui

vede la civiltà come un apprendimento delle buone maniere che consentono la convivenza tra le

persone. Non è molto lontano dal discorso di Bradshaw: l’esigenza che ci siano delle proporzioni.

La morte di Septimus da questo punto di vista è un atto di ribellione contro la professione medica.

Nell’affermazione che debbano esistere delle proporzioni, c’è un elemento di verità (la convivenza

non può esistere senza regole) ma c’è poi un’altra componente, ossia quella del potere (tra

Septimus e Bradshaw): da qui il legame tra questo episodio e un discorso più generale che

involontariamente fa Peter (estende il senso delle proporzioni alle conquiste coloniali e imperiali).

Septimus si uccide per non finire nel sanatorio dove voleva portarlo lo psichiatra. Tuttavia se fino a

questo punto noi abbiamo un’immagine negativa dell’immagine di Septimus, in quanto ribellione

verso qualcun altro, quando poi Clarissa viene a sapere della sua morte, lei ne dà una lettura ben

diversa. L’atteggiamento di Clarissa è anche un po’ sconcertante perché lei è invidiosa di Septimus

che ha avuto il coraggio di suicidarsi e lo è perché morendo Septimus salvaguarda l’essenza della

sua vita. Septimus prima di suicidarsi si chiede in che modo può uccidersi, e il suicidio ideale per

lui è quello con cui non si ha danno (integrità fisica = integrità morale). La morte di Septimus alla

luce dei ragionamenti di Clarissa, è sì una ribellione contro l’autorità, ma è anche una salvaguardia

di un qualcosa che Clarissa valuta come senza prezzo, e che è la propria essenza. L’opposto di

questa essenza è il concetto freudiano di “realtà”, una sorta di compromesso, che mette in

discussione perenne proprio questa essenza che Septimus si porta via. Le proporzioni deve averle

anche la letteratura: infatti il gesto estremo di Septimus, se fosse stato compiuto dalla Woolf, che

già aveva tentato due volte il suicidio, non ci avrebbe lasciato il romanzo. Allora la stesura del

romanzo è di per sé un compromesso e una ricerca di proporzioni. In Garden party la cosa che

aveva colpito è che, nonostante il titolo riportasse una festa, della festa si parla soltanto in tre

righe. Questo è interessante perché in Mrs Dalloway la festa occupa tutta l’ultima parte del

romanzo ma è una narrazione un po’ strana, perché questa festa è come se fosse una via di

mezzo tra descrizione e azione (nelle narrazioni tradizionali non si possono avere entrambe, o

l’una o l’altra). Molto è descrizione, in parte è anche azione (quando Clarissa viene a sapere della

morte di Septimus e dell’arrivo di Sally Seaton, ormai trasformata in Lady Rosseter, con la quale lei

aveva avuto un momento di grandissima intensità, e che non aveva timore di andare in giro nuda,

contro tutte le convenzioni e che adesso si ritrova ad essere una moglie di un ricco uomo con tanti

figli, conducendo una vita tutto sommato normale, pur mantenendo il suo carattere di un tempo).

Anche in questo caso Peter costituisce l’elemento di congiunzione tra il presente e il passato. In

Garden Party la festa è una non-narrazione, qui invece la festa è molto importante perché in una

narrazione senza una vera trama la festa alla fine è l’elemento unificante in cui tutto quanto si

ricongiunge. Questa festa viene vista con gli occhi, oltre che di Clarissa, di tre persone:

personaggio minore, Ellie Anderson che deve raccontare ad Edith chi fosse presente alla festa

(narratore e destinatario); e poi Peter e Sally, che raccontano della festa, unici che hanno un

rapporto tra di loro. Questa festa ha una valenza teatrale: se si pensa ad una commedia, alla fine

tutti i personaggi si ritrovano sulla stessa scena e c’è il lieto fine. Qui la Woolf riprende dal teatro

questa narrazione  una narrazione con unità distinte che poi convergono in una unità finale dove

appaiono tutti quanti i personaggi con la differenza in questo caso che si ritrova anche l’assente,

che è Septimus, che si è suicidato e la sua morte conferisce un altro tono alle ultime pagine del

romanzo.

ELIZABETH BOWEN: “THE LAST SEPTEMBER”

Elizabeth Bowen è una scrittrice anglo-irlandese. Moltissimi scrittori che noi consideriamo

inglesi, in realtà sono anglo-irlandesi. L’Inghilterra conquista l’Irlanda nel XII secolo. L’Irlanda è

conquistata dai normanni, che conquistano più di un secolo prima l’Inghilterra. È una conquista

abbastanza blanda: siamo nel feudalesimo, la corona inglese è debole, in Irlanda si susseguono

ribellioni e nei tre secoli successivi il dominio dell’Inghilterra sull’Irlanda è inesistente. Al tempo di

Enrico VIII, le cose cambiano perché il re si ribella alla Chiesa di Roma e cerca di portare dalla

sua anche l’Irlanda, che è tradizionalmente un paese cattolicissimo. Seguono molte tensioni e una

vera e propria svolta si ha intorno al 1650. In Inghilterra dal 1640 al 1660 c’è la Guerra civile che

oppone il parlamento al re, e l’esercito è guidato da Oliver Cromwell, il quale sconfigge i realisti e

poi viene nominato Lord protettore, una sorta di dittatore. Cromwell alla testa di un esercito, riparte

alla volta dell’Irlanda e la sua spedizione è molto feroce (migliaia e migliaia di persone vengono

uccise mentre molte altre vengono spedite altrove). Per questo motivo vi sono irlandesi ovunque

nel mondo (i Kennedy erano irlandesi). Cromwell ne arrestò circa 12 mila, e gli irlandesi erano

costretti ad emigrare nel Nuovo Mondo. Cromwell segna uno spartiacque perché con lui

incomincia un atteggiamento diverso degli inglesi nei confronti degli irlandesi, atteggiamento alla

base del quale c’è una continua persecuzione a tratti molto feroce. Il motivo più importante di ciò:

l’Irlanda in quanto paese cattolico tendeva ad essere alleata con la Spagna e la Francia e ciò

allarmava gli inglesi per una possibile alleanza. Progressivamente i cattolici irlandesi vengono

privati di tutto (persecuzione simile a quella degli ebrei). In sostanza potevano soltanto essere dei

contadini e poco di più. Swift, anglo-irlandese, scrive una serie di pamphlet in difesa del popolo

irlandese, che suscitarono un enorme scandalo. In uno di questi suggeriva di risolvere la crisi

economica mangiando i figli. C’erano trattati su trattati di questo tenore; inoltre qualsiasi merce

importata in Inghilterra che proveniva dall’Irlanda doveva pagare un dazio del 40%, invece al

contrario non vi erano tasse, per cui le merci inglesi erano più convenienti. C’erano continue

carestie con molte morti. Si arriva così nell’800 con continue rivolte sempre soppresse brutalmente

nel sangue. All’inizio dell’800 l’Irlanda viene inglobata all’interno del Regno Unito, per cui anche gli

irlandesi potevano votare (uomini abbienti) per il parlamento di West Minister. Nella seconda metà

dell’800, grazie a Parnel, i deputati irlandesi diventano essenziali per la maggioranza del governo

e piano piano di avvia un processo di autonomia dell’Irlanda, che ha il suo culmine nel 1914,

quando il parlamento inglese vota la “Home Rule”, in cui si riconosceva all’Irlanda il diritto

dell’autodeterminazione. Tuttavia scoppia la Prima guerra mondiale e questo diritto viene sospeso

fino alla conclusione delle ostilità. Nel 1916 un gruppo di patrioti irlandesi mette in atto una

ribellione in seguito della quale Yates scrisse una bellissima poesia, “Pasqua del 1916”, rivolta che

ancora una volta viene soffocata in modo brutale dagli inglesi, così brutali che la maggioranza

degli irlandesi si schiera a favore dei ribelli (quelli dell’IRA). Finita la Prima guerra mondiale,

scoppia una prima sorta di guerra civile (di cui parla Bowen) che va dal ‘19 al ‘21. Gli inglesi

mandano in Irlanda truppe su truppe, ma non riescono nell’intento di bloccare la guerra, e quindi

l’Irlanda diventa un paese indipendente (si fanno votare le contee, tutte votano a favore tranne

l’Irlanda del Nord). Nel frattempo era successo che a partire da Cromwell gli inglesi avevano

iniziato a colonizzare l’isola, occupando le terre confiscante agli irlandesi. Tuttavia anche questi

protestati del Nord, sono abbastanza favorevoli all’indipendenza dell’Irlanda e per una serie di

motivi l’Inghilterra non riesce a fermare la ribellione. Inizia così la Seconda guerra civile tra coloro

che si accontentavano dell’indipendenza dei trequarti dell’Irlanda e di coloro che la volevano tutta.

Questa guerra finisce, l’Irlanda diventa un paese indipendente, inizialmente fa parte del

Commonwealth, dopo la Seconda guerra mondiale diventa a tutti gli effetti una repubblica, in cui il

tenore della gente è infimo e negli anni ’60 di conseguenza scoppia una nuova guerra tra irlandesi

e inglesi nell’Irlanda del nord. Anche i protestanti erano favorevoli a rimanere con gli inglesi. Poi

l’Irlanda alla fine degli anni ’70 entra nell’Unione europea, ricevendo un sacco di finanziamenti e

diventa un paese molto prospero e diviene un paese di immigrazione (da emigrazione quale era

stato nei settecento anni precedenti). Questo improvviso benessere aiuta a risolvere tutti i problemi

tra nord e sud. Elizabeth Bowen alla stregua di Yates, Swift e tanti altri appartiene al gruppo dei

“conquistatori”, posizione abbastanza ambigua e non facile. Tipico dei cosiddetti anglo-irlandesi è

già il nome (ci fa pensare ad una doppia cittadinanza, in realtà è come se non si avesse alcuna

cittadinanza). Per gli irlandesi gli anglo-irlandesi sono degli usurpatori e si trovano in una posizione

abbastanza strana. Ciò non impedisce che in Inghilterra alcuni di loro abbiano avuto un grande

successo. Già da questo piccolo dato, si vede come la Bowen manca di radici precise. Sappiamo

che l’idea di letteratura nazionale è una delle idee più discutibili che ci siano al mondo. Ad esempio

la letteratura inglese fino a Shakespeare è una letteratura tradotta dal francese e dall’italiano,

influenzata dalla letteratura latina e greca. Questo tema delle radici precarie è un tema che

troviamo subito in Last September con l’arrivo a Danielstown dei Montmorency, che si erano

venduti la casa e giravano tutto il tempo. La Bowen appartiene ad una generazione successiva a

quella di Woolf, la quale nasce nei primi anni 80, invece la Bowen nasce nel ‘99. Si parla infatti di

una prima generazione del gruppo di Bloomsbury e una seconda. La generazione di Woolf è una

generazione che doveva combattere contro l’epoca vittoriana: il suo primo compito era

inevitabilmente quello lì di smascherare l’ipocrisia dell’epoca vittoriana; una generazione contro

un’eredità molto forte e molto ingombrante. La generazione della Bowen da questo punto di vista è

più libera perché viene dopo quell’altra. La Bowen si trova a far parte di una generazione che

affronta problemi diversi perché dal punto di vista politico più radicalizzata a sinistra. Il padre era

un noto avvocato, famiglia molto benestante, casa a Dublino e tenuta estiva nel sud dell’Irlanda.

Figlia unica, tutto va bene tranne che quando la bambina ha 5-6 anni il padre dà segni di squilibrio

mentale. Si decide allora che la madre ed Elizabeth vanno in Inghilterra dove rimangono fino al

1912. La situazione poi si ristabilisce e ritornano a casa, e nel 1912 la madre si ammala e muore.

Tocca ad Elizabeth lo stesso destino toccato a Woolf, cioè di rimanere orfana di madre

giovanissima. Viene affidata alla cura di alcune zie, che la mandano in un college in Inghilterra. Nel

1923 pubblica il suo primo libro, una serie di racconti. È una delle più grandi romanziere del ‘900

ed anche grande scrittrice di racconti. Sempre nello stesso anno si sposa con un tal Cameron con

un matrimonio alla “Dalloway”, non consumato e la Bowen passa il resto della sua vita ad avere un

certo numero di relazioni illecite con uomini e donne all’ombra del marito. The Last Semptember

è del 1929 ed è il suo primo grande romanzo, quello che inaugura la stagione più interessante

della sua narrativa, che si conclude nel ’48 con The Heat of the Day (“Nel cuore del giorno”). In tutti

questi anni vive a Londra e ogni tanto torna in Irlanda. Fa anche un lungo viaggio in Italia negli ’50,

da cui esce un libro nel 1960 A time in Rome. L’ultimo libro esce nel ’68 ed è Eva Trout. Nel ’72 si

ammala di tumore ai polmoni e muore fumando fino all’ultimo moltissime sigarette al giorno. Un

aspetto interessante della sua vita è che nel 1930 alla morte del padre lei eredita la casa di

famiglia sua da generazioni, eredità che la rese molto felice. Nel 1960 la villa è stata venduta e

demolita a causa delle sue continue manutenzioni e del costo che ne derivava. Due sono i tratti

interessanti della sua vita e che ritroviamo nella sua opera narrativa: il primo è la Country House

(the big house), la “casa grande”, e la seconda è il viaggio, e dunque lo sradicamento. La Country

House nel sistema culturale inglese è simbolo di identità e di potere. L’identità è un po’ più

complicata: è complicato vedere la Country house collegata all’identità delle persone perché fa

parte di un modo di ragionare opposto rispetto al nostro. Nel nostro modo di ragionare la

campagna è il luogo degli zoticoni, dove non succede niente e tutto è arretrato, invece la città è il

posto del progresso e innovazione. Nella mentalità inglese è valido il contrario: nelle città i lavori

sono spersonalizzanti, pieni di violenza e da cui si va via prima possibile. La città che per noi è lo

scrigno della nostra identità, per gli inglesi la città è il posto dove si va soprattutto a lavorare. Per

gli inglesi la campagna è il luogo dell’armonia e dove loro si riconoscono, e si riconoscono proprio

nella casa in campagna. La Country House in questo senso è il passato, le origini, quello che

c’era; il passato inteso proprio come tradizione (anche letteraria, si pensi ai paralleli che si possono

tracciare tra il romanzo di Bowen e quelli di Jane Austen  ragazze a cui importa soprattutto

trovare marito, si tiene in grande conto il militare, etc). Invece il presente è il viaggio, che è

sinonimo di sradicamento e di perdita di valori e di fine di una tradizione comune. Il viaggio non

caratterizza solo Bowen, ma prima di lei ha caratterizzato intere generazioni di scrittori (fine

dell’Ottocento  James, che si trasferisce in Europa dall’America; Conrad; Stephenson). Questo

fenomeno diventa ancora però più evidente nella generazione immediatamente successiva a

quella di fine Ottocento: si pensi a Joyce, ma anche Lawrence, la Mansfield e la generazione

degli americani (Fitzgerald, Hemingway, etc.). A un certo punto si scardina un sistema di valori e

sembra come se il prerequisito perché un artista possa essere tale è che deve andarsene dal

luogo in cui è nato. Se pensiamo allo scrittore vittoriano, vive nella stessa casa tutta la vita

(Austen, Dickens) per cui vi è uno stretto legame tra luogo di appartenenza e opera scritta. Nel

L’ultimo settembre ci sono soltanto i Naylors, i padroni di casa, che stanno a casa; tutti gli altri,

sono tutti quanti fuori posto (gli ospiti, i nipoti che non hanno una famiglia, i soldati). E così in tutti i

suoi romanzi e racconti i personaggi sono tutte persone per le quali lo sradicamento è la cifra

della vita. Se il presente è sradicamento e incertezza e assenza di valori, il passato è permanenza,

anche di un’illusione (anche la casa in sé è portatrice di valori e di una tradizione passati). Dentro

continua questa necessità di far continuare l’illusione, della quale in qualche modo noi abbiamo

bisogno. L’arte della Bowen consiste nel creare una nuova illusione per il lettore, che argini il

disfacimento del presente, dando alla vita una parvenza di senso. Per la Woolf scrivere vuol dire

creare un disegno, offrire un pattern. Tuttavia tra la Bowen e la Woolf, c’è anche una differenza

molto importante: il disegno della Woolf è un disegno leggero, accennato; il disegno della Bowen

invece, questa nuova illusione, è frutto di un’arte che è artificiale come quella della Woolf ma

sembra che ci tenga a far vedere la sua artificialità. Mentre la scrittura della Woolf tende ad essere

piena di buchi e lascia al lettore di colmare un sacco di cose; la scrittura della Bowen è una

scrittura satura, per cui mentre nel caso della Woolf il lettore è chiamato a scrivere un pezzo del

romanzo (funzione creativa), nel caso della Bowen si potrebbe dire che il lettore è chiamato a

svolgere una funzione più di decodificazione perché l’immagine è già stata creata dalla Bowen nei

suoi minimi particolari al punto che alcuni critici la accusano di “manierismo”. Le trame sono

relativamente semplici, ma tutto è raccontato senza voler lasciare niente al caso. Nell’una né l’altra

hanno veramente una morale da insegnare, un messaggio da veicolare nella loro narrativa, se non

questo senso di estrema precarietà dell’esistenza. Però è come se la Woolf scrivesse una pagina

che vuole adattarsi alla vita: la Bowen invece costruisce una muraglia a fronte del caos della vita,

scende molto meno a compromessi. Ed è questo un tratto che la distingue dalla Woolf, in questo

lei rivendica il suo essere una scrittrice fino in fondo, cioè che la scrittura non deve nascondersi e

far finta di essere trasparente. A fronte di questa arte così piena, c’è la consapevolezza

dell’inconsistenza della vita. Il dramma del mondo della Bowen è questa consapevolezza del fatto

che una tradizione è venuta meno ma a questa tradizione non si è sostituito assolutamente nulla.

Nel romanzo prende in giro le convenzioni di Danielstown, ma poi quando quella casa verrà fatta

saltare in aria, cosa si sostituisce a quella casa? Ci troviamo di fronte a niente. La scrittura della

Bowen è una scrittura rigorosamente impersonale, apparentemente tradizionale con un narratore

onnisciente, è in possesso dei suoi personaggi. La Bowen è un’esponente di quella scuola che

convenzionalmente ha come capostipite Flaubert in Francia (L’educazione sentimentale e

Madame Bovary), e Henry James, il quale riprende da Flaubert l’idea che il romanzo è un’arte e

che di suo sviluppa moltissimo la tecnica del punto di vista. La sfida per James è quella di non

avere un narratore onnisciente ma raccontare tutto quanto dal punto di vista di un altro

personaggio. Dunque narratrice rigorosamente impersonale con questa tradizione alle spalle e

tuttavia scrittrice molto passionale. La sua passionalità sta nell’impossibilità di accettare che vive in

un’epoca in cui valori sono rimasti molto pochi; come se continuasse a cercare qualcosa che non

trova. In The Last September vede con lucidità la fine di un mondo e al tempo stesso confessa che

quello era il suo mondo e, una volta perso, non le rimane più nulla. Per capire la sua narrativa

bisognerebbe fare una distinzione tra ciò che è vero e ciò che è reale. The Last September mostra

come nella normalità della vita si annidano molti pericoli. Anche in Mansfield, come in Bowen, c’è

questo senso che manca un comune denominatore tra le persone e ognuno percorre una propria

strada, insegue dei propri desideri, senza che poi si riesca a metterli insieme. Con la Mansfield, nei

racconti convivono tutti quanti i personaggi, non c’è una storia. La differenza con la Bowen è che la

Bowen non si accontenta di lasciarli lì, ma deve metterli tutti insieme e farli interagire. Lei ha un

bisogno insopprimibile di chiudere il racconto, con del materiale però che non si lascia chiudere,

che rende quindi impossibile un “happy ending”. È questo attrito di diversi punti di vista che rende

la pagina della Bowen molto intensa e al tempo stesso molto tragica, mentre nella Mansfield

questa idea di tragedia rimane sempre nello sfondo. Bowen deve molto a James, ma naturalmente

non deve meno alla Woolf, da cui è stata molto influenzata. Allo stesso tempo, se è vero che lei

prende molto da James, è anche vero però che rispetto a James, la Bowen ha una differenza

fondamentale: i romanzi di James sono romanzi psicologici e anche i romanzi della Bowen sono

romanzi psicologici, però mentre James ha un’idea dell’essere umano come una sorta di “monade”

(qualcuno che sta per conto suo), la Bowen ha un’idea di psicologia che accompagna a una

valenza politica e sociale. I Naylors non sono solo due personaggi simpatici, ma sono anche due

figure storiche condizionate dall’ambiente in cui vivono e per cui finiscono per simboleggiare

l’ambiente in cui vivono. I suoi romanzi, quindi, sono impegnati politicamente.

In inglese l’aggettivo last può essere inteso in due sensi: ultimo, nel senso di più recente, o ultimo

nel senso di quello che non ci sarà mai più. Il primo senso è pienamente giustificato perché Bowen

scrive il romanzo nel ’28 e si riferisce ad avvenimenti tutto sommato recenti, del 1920 (pubblicato

nel 1929). È un romanzo sulla contemporaneità e allora in questo senso ultimo è “più recente”, ciò

che è accaduto da poco, anche se dobbiamo tener presente il discorso del lettore implicito del

romanzo, che non è certamente un irlandese. Il mercato editoriale inglese ha come epicentro

Londra. Questa idea di contemporaneità è verissima ma bisogna stare attenti perché dal punto di

vista di un lettore inglese, l’Irlanda appariva all’epoca un paese che stava nel passato. Ad esempio,

nel romanzo Lady Naylor si lamenta a un certo punto del fatto che loro stavano ancora al lume di

candela, mentre già in Inghilterra avevano la corrente elettrica. Nell’altro senso è anche

giustificato: Last September, come dire “l’ultimo settembre che c’è stato”, dopo il quale non c’è

stato un altro settembre lì, in quella casa e con quelle persone. Dal titolo noi abbiamo due

caratteristiche che si elidono a vicenda: grande interesse per il presente e un senso di

rassegnazione e nostalgia per il passato (si hanno insieme, non si elidono a vicenda). Al centro di

questo romanzo c’è la casa di Danielstown. Anche l’idea del settembre ci fa pensare al mese in

cui l’estate finisce e incomincia l’autunno (periodo più decadente). Questa casa appare fin

dall’incipit e con la cui distruzione si conclude il romanzo. Se al centro del romanzo c’è la Country

House, ne possiamo dedurre che al centro del romanzo ci sia l’idea di permanenza di qualcosa

che travalica la vita della singola persona, qualcosa che preesiste e prosegue rispetto alla singola

persona. Tuttavia l’impressione che abbiamo se leggiamo i titoli dei tre paragrafi in cui si divide il

romanzo abbiamo un’idea diversa, in quanto i titoli rinviano al viaggio e dunque alla precarietà 

caratteristiche della vita della Bowen). Da notare la formalità dei titoli delle tre parti del romanzo.

Allo stesso tempo, il diverso trattamento di Gerald rispetto agli altri personaggi: si percepisce

subito fin dall’inizio che Gerald non è considerato un personaggio alla stregua di tutti gli altri, non

ha la stessa dignità degli altri (non è “un buon partito”). Il romanzo incomincia con Hugo e Francie

Montmorency ospiti attesi da 12 anni, che arrivano a Danielstown, casa di campagna di Lady e

Sir Naylor, due aristocratici della campagna anglo-irlandese. A Danielstoen vivono Richard, Myra

e due nipoti: un nipote di lui (Lois) e un nipote di lei (Laurence). Siamo nel mezzo della guerra

civile tra irlandesi e inglesi, e sia i Montmorency e i Naylor stanno nel bel mezzo. Sono gli uni e gli

altri angloirlandesi. I soldati stanno in irlanda per un verso per difendere loro, anche se gli anglo-

irlandesi non sembrano voler essere molto difesi da loro. C’è la guerra ma la prima impressione

che abbiamo è che in questa casa tutto procede come se nulla fosse (questo è proprio un esempio

del collegamento tra civiltà e formalità). Poi ci si prepara per la cena. Dopodiché c’è la possibilità di

andarsi a sedere in veranda, sulle scale della casa ed è una scena interessante perché si

percepisce come la casa sia sotto assedio, vero o presunto. Quindi in questa prima parte la cosa

che emerge è il contrasto tra la formalità all’interno della casa e il desiderio caparbio di continuare

la vita come se nulla fosse, e il carattere illusorio di questo atteggiamento per la paura di essere

attaccati. L’unica che si avventura è Lois che incontra un ribelle irlandese, camminando lungo il

viottolo della casa nel quale da poco aveva ballato con Gerald, soldato innamorato di lei. Da qui

passiamo poi alla prima grande scena collettiva che è quella del tennis (tennis party) in cui

facciamo la conoscenza di altri personaggi principali (Livvy, David e Gerald) e personaggi

secondari, che fanno da sfondo al romanzo in un ambiente molto chiuso e provinciale. Ci sono due

storie d’amore che si sviluppano parallelamente: una quella di Livvy e una è l’altra di Lois. Livvy è

convinta della sua, Lois un po’ meno della propria. E questa prima parte alla fine si conclude con la

visita dal signor Connor, il cui figlio Peter è uno dei capi della ribellione. Qui in uno scambio di

battute con Mr Montmorency, tocchiamo con mano il “problema di fedeltà” di queste persone, nel

caso di Lois, che conosce Peter da una vita, ma si accompagna a un soldato (cosa succederebbe

se si uccidessero?). Infine sempre in questa prima parte vediamo il nesso storia d’amore e guerra,

che costituisce lo sfondo di queste storie d’amore. Livvy va da Lois tutta preoccupata perché da

giorni non sente David. Qui diciamo la narrazione si ferma e si apre una seconda parte, una sorta

di intermezzo, che è l’arrivo di Miss Marda Norton. Miss Norton ha 29 anni, ciò significa che non

ha l’età degli zii di Lois né dei suoi amici, né l’età di Lois e di Laurence. Nel romanzo ha un po’ una

funzione di ponte, cioè è la giovane che è abbastanza grande per realizzare le proprie aspirazioni.

E tuttavia non ha l’età di Lois e dunque è una donna affascinante per gli “anziani”, infatti Mr

Montmorency si innamora di lei. Marda è una assidua frequentatrice di Danielswtorn sin da quando

è bambina: ogni volta che si reca lì c’è sempre qualche incidente, sin da quando era piccola

quando è caduta e si è tagliata il ginocchio, ha perso poi un anello di fidanzamento e adesso ha

perso la valigia. Quindi abbiamo subito un’immagine di Marda che fatica di stare dentro le regole:

c’è sempre qualcosa che non funziona; e infatti Lady Naylor non la supporta perché turba

l’equilibrio della casa. Arriva Gerald inatteso a pranzo dopo che aveva catturato Peter Connor e c’è

il bacio sospirato con Lois. Quanto a Marda, è segretamente fidanzata con un tizio inglese, pieno

di soldi (Stockbroker), anche se poi racconta il suo fidanzamento a tutti quanti. In queste vicende

sembra quasi che l’annuncio sia più importante dell’avvenimento in sé. Dunque Marda si sposerà e

andrà a vivere in Inghilterra (qui l’ultimo settembre è proprio l’ultimo). Ci sono poi altri episodi

minori ma c’è un ultimo significativo episodio che è quello in cui Marda, Lois e Mr Montmorency

vanno al mulino diroccato e per la prima volta Lois vede un partigiano dell’esercito di liberazione

irlandese, mentre Marda si ferisce di nuovo. Significativamente quando Marda parte non sono

presenti né Lois né Hugo. E qui si chiude questa seconda parentesi e si ritorna alla narrazione

principale. Grazie alla presenza di Marda capiamo molto meglio Lois, Hugo e anche questa

atmosfera di paralisi che regna a Danielstown. La terza parte si apre con il ballo del capitano

Rolfe: grande scena collettiva in cui tutti quanti si vedono. Ci sono diverse incomprensioni tra

Gerald e Lois e la festa un gran successo al punto che si rompe il giradischi. Lois torna a casa il

giorno dopo ed è accolta dai Montmorency che stanno sulle scale. A quel punto la zia le comunica

che partirà per andare a fare una scuola di disegno e qui Lady Naylor ci appare nella sua doppia

personalità: da una parte una donna molto tradizionale e dall’altra una donna che intravede il

futuro, la possibilità di lavorare e di avere una carriera. La terza parte è fondamentalmente tutta

quanta dedicata agli intrighi di Lady Naylor, che parla con Gerarld e gli spiega che non ha nessuna

possibilità e alla fine gli dice chiaramente che deve togliersi dai piedi; poi fa la stessa cosa anche

con Lois in modo da mandare per aria il loro rapporto. Ci riesce, anche per il fatto che poi Gerarld

viene ucciso in una imboscata. The Last September è un romanzo più tradizionale, almeno a prima

vista, perché nei racconti della Mansfield o in Mrs Dalloway una trama non esiste; ogni azione in

Mrs Dalloway alla fine dei conti ha la funzione di comunicare al lettore un senso dell’esistenza a un

tempo intenso ma anche inquietante. Con La Bowen è diverso: lei recupera rispetto a Mansfield e

Woolf, il romanzo inteso come costruzione di avvenimenti collegati tra loro da nessi causali. È

come se la Bowen fermasse il suo sguardo al di qua della realtà, invece la Woolf va al di là della

realtà, in quanto evoca una dimensione più infinita dell’esistere. E in aggiunta rispetto alla Woolf,

nel caso della Bowen c’è una grande attenzione al periodo, al luogo storico e, infine, per la Bowen

il personaggio conta molto di più rispetto alla Woolf (psicologia è molto più importante). La Woolf

vede il personaggio in senso molto più esistenziale rispetto alla Bowen. È più tradizionale però

all’apparenza più che nella sostanza. La trama di Last september è inusuale rispetto a quella dei

grandi romanzi dell’Ottocento almeno per due motivi: innanzitutto perché è una trama debole; in

secondo luogo è inusuale perché manca del tutto un lieto fine. Allora potremmo dire che la Woolf si

lascia alle spalle la forma del romanzo dell’800 e prova a scrivere una nuova forma di romanzo; la

Bowen è come se giudicasse questo tentativo come una scorciatoia, e dunque recupera la forma


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti del corso di Letteratura inglese del professor Luciani, A.A. 2015/16 (lezioni del primo semestre). Gli argomenti trattati sono i seguenti: Cenni storici sul dopoguerra in Gran Bretagna; Katherine Mansfield: short story Prelude; Katherine Mansfield: short story At the bay; Katherine Mansfield: short story The Garden Party; Rosamond Lehmann: short story The Gipsy's Baby; Virginia Woolf: Mrs Dalloway; Elizabeth Bowen: The Last September.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere moderne
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giovyviv94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura inglese e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Luciani Giovanni.

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