Appunti di diritto romano
Il diritto romano è diventato materia di studio nelle università. Studiare diritto romano significa fare storiografia. Lo storico si basa sulle fonti, ossia tutti quei documenti che ci dicono come è fatto il diritto romano.
Le fonti
Le fonti possono essere:
- Fonti di produzione (procedimenti che producono norme)
- Fonti di cognizione o di conoscenza, che a loro volta possono essere:
- Scritte
- Non scritte (ritrovamenti archeologici)
- Fonte prettamente giuridiche, cioè divulgate con lo scopo di divulgare il diritto ed are delle regole.
- Non prettamente giuridiche (consuetudini)
Leggenda Romolo e Remo
Secondo la tradizione, la donna rimasta incinta dei gemelli era una vestale che fece voto di castità. Cercò di nascondere la gravidanza, ma il Re le sottrasse i bambini e li mise in una cesta per poi farli affogare nel Tevere. Arrivò una lupa che nutrì i bambini e successivamente li trovò un pastore che li portò a casa. Secondo alcuni, la lupa simboleggia una prostituta, poiché il termine lupa deriva da lupanare (luogo di prostituzione).
Nascita di Roma per discendenza greca
Fabio Pittore fece una fusione tra leggende di origine greca e romana. Secondo i greci, che erano stanziati sulle coste del meridione (Magna Grecia) e videro il territorio romano crescere con la fusione degli etruschi, incuriositi cercarono di capire l’origine dei romani e stabilirono che Enea al ritorno dalla guerra di Troia nello scappare da quest’ultima in fiamme, si imbarcò e sbarcò poi nel Lazio. Il figlio sposò la figlia di un latino e fondò Andalonga e tramite i loro discendenti si creò Roma: Romolo e Remo sarebbero nati tramite l’intervento di Marte che mise incinta Accarezìa che era legata ad Enea per discendenza. Per i greci dunque Roma nacque da origini greco-troiane.
Fabio Pittore, è stato il primo storiografo. Era un uomo di famiglia nobile (derivava dalla gens Fabia) che ha passato buona parte della sua vita a trascrivere la storia di Roma. La prima storia di Roma si chiama “Annali” e sono basati su quel poco di scritto che è arrivato fino al suo periodo, ma soprattutto sugli archivi dei pontefici. Fabio Pittore quindi raccoglie la tradizione e la scrive, ma la maggior parte è composta da miti e leggende (Romolo e Remo, i 7 Re di Roma…).
Nascita di Roma nella realtà
Carandini (storico e archeologo), si occupò delle origini di Roma e tenendo conto delle leggende, le verificò sul campo. Dice ad esempio che la fondazione di Roma non può essere avvenuta in un unico momento come narra la leggenda di Romolo e Remo (Romolo disse al fratello di non superare il recinto sacro, ma disobbedì e Romolo lo uccise); perché sulla base di dati archeologici, non si può ricondurre la fondazione in un momento unico, ma in una formazione graduale: da un villaggio di pastori che si stabilì piano piano, in quanto la posizione era favorevole alla pastorizia e all’agricoltura data la vicinanza al Tevere.
Roma era un piccolo villaggio circondato da popolazioni etrusche e colonie greche, rispetto a queste era più arretrata. I componenti di questo villaggio erano dediti alla pastorizia e all’agricoltura, e i gruppi più importanti di questa comunità erano costituiti in gentes, ossia le genti, che erano dei gruppi allargati costituiti da molte famiglie discendenti però da un unico antenato comune che aveva dato loro il nome (es. gente claudia; gente giulia; gente fabia…), questi erano fin dal principio i gruppi più importanti e occupavano i posti più alti della comunità. Inizialmente queste genti avevano un patrimonio e un territorio comune, perché era più semplice capirsi e aiutarsi. Roma però comincia ad allargarsi e arrivano anche gli immigrati, al contempo c’era necessità di difendersi, decisero quindi di darsi un capo comune, il rex, ossia un capo delle genti scelto dalle genti riunite in un consiglio formato dai capi delle genti: i paters. Questo consiglio dà luogo ai patrizi (deriva da paters) e al senato romano. I capi delle genti scelgono il Rex in base alla forza fisica e alla capacità di leggere i segni degli Dei, in tutta l’età arcaica questo potere di comprendere il volere delle divinità, è molto importante. (Romolo ad esempio comprese che lui avrebbe dovuto essere il Re di Roma in base al modo di volare degli uccelli). Rex significa “linea dritta” o “colui che traccia la linea”, si è pensato che il Rex sia proprio colui che sa guidare il popolo ed entrare in comunicazione con il mondo divino.
Chi non apparteneva a questa struttura gentilizia, ne resta fuori, non ha diritto a diventare Re. Queste persone senza poteri significativi erano i plebei, sono coloro che hanno soltanto la forza dei figli e nessun bene.
I sette re di Roma
Si dice che i primi quattro dei sette Re di Roma, furono di origine latino-sabina, erano quindi autoctoni del territorio e furono: Romolo, Numa, Tullo Ostilio e Anco Marzio. Gli altri tre furono etruschi e furono: Tarquinio Prisco, Servio Tullio, Tarquinio il Superbo. Sul perché gli ultimi tre furono etruschi ci sono diverse ipotesi, una è che essendo dove si sviluppa Roma un piccolo territorio in un’area influenzata dagli etruschi, questi piano piano si siano integrati con i latino-sabini; un’altra è che gli etruschi essendo una popolazione più avanzata rispetto ai romani per tecniche artigianali come la lavorazione del ferro, le armi e l’agricoltura, abbiano prevalso con le armi. Tarquinio il Superbo, provocò una rivolta e venne cacciato via, disonorò il marito e il padre di una donna nobile, tentando di stuprarla e spingendola al suicidio.
Il diritto arcaico (il pater familias)
Il diritto arcaico per lungo tempo si è sviluppato in maniera consuetudinaria, le regole erano fissate dalla consuetudine e successivamente memorizzate dai pontefici che se le tramandavano nel tempo. Per cambiare una consuetudine ci voleva qualcosa di forte, come una pronuncia di un Re, un esempio è nella patria potestas la quale prevede il diritto di vita o di morte e il diritto di vendita dei sottoposti: Romolo fece una pronuncia dove mise un limite alla vendita dei figli (non poteva superare le tre volte), cambiando così una consuetudine.
Nel diritto arcaico si trova il re, che coincide con la comunità e il pater familias, che coincide con la struttura della famiglia. Il pater familias è il più anziano membro maschio della famiglia e non c’è nessuno che abbia potere su di lui, ma lui ha potere su tutti i suoi sottoposti. Esercita quindi la pater potestas, ha inoltre diritto di vita o di morte su tutti i suoi sottoposti ed è l’unico possessore del patrimonio e della capacità giuridica e di agire.
La monarchia in età arcaica va dalla fondazione di Roma nel 754 a.C. fino al 509 a.C., mentre il diritto arcaico nonostante il passaggio successivo alla Repubblica, procede fino al 300 a.C. Uno degli elementi fondamentali del diritto arcaico è lo stretto legame fra religione e diritto. Chi ha il potere politico, ha anche il potere religioso (Re) e i rituali del sacro e degli uomini vengono strutturati uno sul modello dell’altro.
La religione romana arcaica, si basa su una caratteristica: pensavano ci fosse una divinità senza nome, chiamata numina, ossia divinità, ciascuna delle quali presiedeva a un determinato atto rilevante per la vita della comunità, avevano ad esempio una divinità per ogni fiume, raccolto, nascita, morte, guerra… i romani erano convinti che queste divinità potessero diventare favorevoli se uno sapeva come fare. Sulla base di questo presupposto elaborarono una serie di riti che servivano proprio a questo scopo, ad esempio sacrifici, gesti, parole… diversi in base alla singola divinità.
Un’altra peculiarità del diritto arcaico è il formalismo, ossia l’importanza della forma visibile infatti il diritto si afferma se si può vedere, si compiono degli atti quindi tramite la visibilità dei riti. Per affermare uno ius, si doveva fare un rito. Tutto il diritto arcaico si basava su dei riti. Accanto a questi c’erano anche le legis regiae, ossia le pronunce dei Re.
I riti più antichi del diritto romano si basano sulla manus, ossia la mano, che è il termine che indicava il potere, e la mancipatio, che deriva dal latino mano catenere, ossia prendere con la mano. Questo rito presuppone la presenza di un pesatore, ossia un uomo con la bilancia, due persone (patres) che vogliono compiere un determinato atto e cinque testimoni: il proprietario della cosa tace e la mette sul piatto della bilancia (o mette qualcosa che la rappresenti), l’altro pater invece pronuncia delle parole solenni e mette nell’altro piatto della bilancia un pezzo di bronzo grezzo e dice: “Dichiaro che questa cosa è mia secondo il diritto dei quiriti” (nome più antico dei romani, deriva da Quirino) e i testimoni devono solo ascoltare. Con questo rito si compie il trasferimento della proprietà di una cosa, è un rito che avviene per bronzo e per bilancia.
I romani inoltre distinguevano tra cose mancipi da quelle non mancipi, ossia quelle che vengono traferite con questo rito e quelle di cui ne è abbastanza la consegna, ossia la traditio che si contrappone alla mancipatio.
Monarchia latino-sabina
Il Re latino-sabino ha poteri religiosi e il potere di leggere i segni delle divinità. Doveva guidare l’esercito che veniva fornito dalle genti e decidere in alcuni momenti cruciali come l’entrata in guerra (decisione che prendeva assieme al consiglio dei capi delle genti) o effettuare sentenze e organizzare processi decidendo la colpevolezza, ha quindi la coercizio utilizzata nei reati penali e la iurisdictio (giurisdizione) nei rapporti tra due persone.
Il Re è aiutato dal consiglio dei capi delle genti, che si riunisce al bisogno e poi dal comizio curiato. Ciascuna delle tribù originali: ramnes (latini), luceres (latini), e tities (etruschi), quindi le tre componenti etniche del territorio, doveva fornire 10 curie, ossia raggruppamenti di uomini in armi che davano poi luogo all’esercito e quindi al comizio curiato (riunione di uomini in armi). Questo comizio curato oltre a dare luogo all’esercito veniva convocato alla morte di un Re (carica vitalizia), e bisognava cercarne un altro tra i capi delle genti durante l’interregnum, ossia il periodo tra un regno e l’altro (5 giorni) nel quale il potere torna momentaneamente ai capi delle genti. Nel momento in cui vene scelto un altro Re, si procede all’investitura del nuovo Re: l’inauguratio (deriva da auguria, ossi i segni delle divinità, fare l’inauguratio significa riconoscere l’autorità di qualcuno) che avviene davanti ai comizi curiati.
La presenza del comizio curiato
Oltre all’inauguratio il comizio curiato doveva essere presente:
- Taratis comizi: se il pater familias non aveva eredi, poteva prima di partire per la battaglia, davanti ai comizi curiati, dire chi nominava suo erede. È un testamento limitato a una cosa orale, con la pronuncia del nome dell’erede.
- Arrogatio: è un’adozione consistente nella fusione di due famiglie. È un atto che può avvenire solo tra due pater familias, uno dei quali rinuncia alla patria potestas, diventando filius e viene assorbito con tutti i suoi sottoposti all’interno della famiglia dell’altro pater diventandone un sottoposto.
- Adozione vera e propria: se un pater familias, non aveva un erede, in accordo con un altro pater accetta di prendere all’interno della sua famiglia un suo filius. Altrimenti alla morte del pater senza un successore, i filius diventano so iuris, ossia di proprio diritto pater familias, eccetto se minori di 12 anni che diventano so iuris, ma non pater.
Il Re è aiutato per i delitti anche da due collegi religiosi che si occupano dei due reati più gravi: l’alto tradimento (perduelio) e il parricidio, ossia l’uccisione del pater familias. L’alto tradimento è punito con la morte: si individua un albero sterile e si impicca il condannato ad un ramo, poi lo si fustiga davanti alla comunità. Per il patricidio invece, il colpevole viene chiuso in un sacco di cuoio assieme a quattro animali simbolo, ritenuti in grado di perseguitarlo anche dopo la morte (serpente, cane, gallinaccio, scimmia), poi vengono gettati nel Tevere o nel corso d’acqua più vicino.
Oltre a questi due il Re ha altri due aiutanti per i crimini, sono sempre due collegi religiosi:
- Il collegio dei feziali (sono 20), che si occupano dei rapporti con gli altri popoli e di tutti i riti necessari per la conclusione dei trattati di pace o per proclamare guerra, ad esempio in caso di dichiarazione di guerra il capo dei feziali prendeva una lancia con la punta di ferro e pronunciando determinate parole la scagliava nella direzione del territorio nemico. I trattati di pace invece avevano alla base le decisioni del Re e del consiglio che stabiliva le regole del trattato.
- Il collegio degli auguri, che erano tre, uno per ogni tribù delle più antiche, specializzato nella lettura dei segni divini. Il più importante fra questi tre era il collegio dei pontefici. Essi avevano un capo: il pontefice massimo (carica vitalizia) ed erano 5 (in età monarchica), nel momento in cui uno veniva meno, la scelta del nuovo membro avveniva all’interno del collegio rigorosamente patrizio, questa forma di scelta viene chiamata coottazione.
Le loro competenze erano varie e importanti per lo sviluppo del diritto: si occuparono della vita religiosa, regolavano gli altri collegi, tenevano a memoria gli avvenimenti più importanti come guerre, carestie, malattie improvvise, eclissi, le più importanti pronunce dei Re, chiamate anche legis regie (legis deriva da ligare ossia legare/vincolare, infatti le pronunce dei Re sono vincolanti), che annotavano negli annales.
I pontefici hanno inoltre la competenza del calendario, per molto tempo solo i pontefici conoscevano come si strutturava il tempo (fino al 300). Comunicavano oralmente la qualità dei giorni se fasti o nefasti, le calende (1° del mese, luna nuova), le none (5° giorno del mese, primo quarto di luna) e le idi (13° o 15° giorno del mese, luna piena), ma il calendario non si basava solo sulle fasi della luna, ma del raccordo tra fasi lunari e solari, è un calendario lunisolare. L’anno lunare però è più corto dell’anno solare e alla fine dell’anno stabilivano quanti giorni aggiungere all’anno stesso: i giorni intercalari. L’anno iniziava sempre a Marzo, solo dal 153 a.C. parte da Gennaio. Tengono a memoria anche le regole per la giustizia fra cittadini e quindi il diritto consuetudinario, conoscono i riti sacri dei rapporti tra cittadini.
Il collegio dà inoltre consulenze, e se viene interpellato dal Senato, si riunisce assieme ed emana un decreto. Se c’è un solo cittadino che ha bisogno di consigli su una decisione da intraprendere, c’è solo un membro del collegio che dà il responso segretamente.
È il collegio più importante, sono loro i primi giuristi (ius peritus, ossia esperto di diritto). I giuristi sono l’invenzione del mondo romano e si occupavano della iuris prudentia, ossia scienza di chi ha esperienza. Svolgono un’attività di aggiornamento del diritto, infatti si devono a loro molte innovazioni come:
- Applicare il rito per bronzo e per bilancia e quindi la mancipatio, al matrimonio coentio per ottenere effetti diversi dal passaggio della proprietà, ma l’acquisto della manus.
- Nuovo tipo di testamento, mancipatio familiae per la vendita del patrimonio, con la possibilità di modificare le disposizioni.
- Usurpatio tri noti, per impedire che il passaggio della mano scatti, tramite l’allontanamento di tre notti della donna dalla casa del marito.
- L’emancipazione (emancipatio), consistente nel togliere la manus nei confronti dei figli, usata poi in prevalenza per i figli maschi che avveniva tramite sette atti formali: 4 mancipatio e 3 manomissio vin dicta (manomissione con la bacchetta che serviva anche a liberare uno schiavo: in presenza del padrone un rappresentante del magistrato toccava con la bacchetta lo schiavo e diceva “sei libero secondo il diritto dei diritti). I pontefici elaborarono tutto questo tenendo conto di una pronuncia del Re Romolo, ossia la regola delle tre vendite del figlio, alla terza vendita il figlio era libero. Su quella base costruiscono questo procedimento:
- Il pater faceva una prima mancipatio e vendeva il figlio a una persona di fiducia: il figlio venduto è in mancipio dell’acquirente.
- L’acquirente non se lo tiene, ma fa una manomissione: il figlio torna nella potestà del padre.
- Il padre lo rivende per la seconda volta: il figlio va in mancipio dell’acquirente e l’acquirente lo manomette di nuovo e ritorna sotto la potestà del pater.
- Il pater procede alla terza vendita e così facendo cade la potestà: il figlio va in mancipio dell’acquirente che non può manometterlo perché avrebbe l’effetto del liberto e non essendo ne suo figlio ne suo schiavo non lo può fare.
- Così lo rivende al pater (lo rimancipa al pater) che non lo acquista più come figlio sottoposto, ma in mancipio.
- A questo punto il padre lo manomette: in questo modo il pater non ha più il rapporto di patria potestà perché si è estinta, ma ha questo legame speciale che ha il liberto con il patrono ossia di aiuto reciproco.
- Il figlio diventa di proprio diritto, libero dalla potestà paterna e può avere un proprio patrimonio. I liberti sono cittadini romani sono capaci di fare qualsiasi atto giuridico. Rimane fra liberto e pat.
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