Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

dell’altro (anche se il primo deteneva più potere). Gli storici più tardi dicono che fin

dall’inizio ci fossero i plebei all’interno della magistratura: ciò è impossibile perché

questo era il periodo delle lotte dei plebei per il potere contro i patrizi, e si sa per

certo, quindi, che erano esclusi dalle cariche più importanti. Vi erano, pertanto, un

praetor maximus praetor minor,

e un un Senato, composto dai capi delle gentes, e

l’assemblea curiata. Il cambiamento vero degli organi lo datiamo dopo la

stabilizzazione (451 a.C.).

Lotte tra patrizi e plebei .

 I Patrizi provenivano dalle gentes e si chiamavano così poiché il nome deriva

“patres”

da (che sono coloro che risiedevano in Senato ed erano i capi delle

gentes). Quindi erano coloro che detenevano e controllavano il potere, insieme

al re.

 I Plebei erano coloro che rimanevano fuori dall’organizzazione gentilizia.

plebeo

L’origine del termine è dibattuta: una possibile spiegazione del termine

plebei potrebbe risiedere nel fatto che costoro possedevano soltanto la forza dei

“la forza dei propri figli”

figli, della prole. Con ci si riferisce ai figli come

strumenti di lavoro. Oltre a loro non avevano nient’altro. Questo per un periodo

poteva essere vero ma poi la situazione cambia completamente: ricordiamo,

appunto, che nell’età etrusca vi fu un apertura nei loro confronti.

I plebei oltre ad essere esclusi dalla magistratura (sia nell’età monarchia e sia,

il divieto di matrimonio con i patrizi,

a lungo, nell’età repubblicana), ebbero divieto di conubium

risalente e ribadito nel testo delle XII tavole. Si chiama:

(che è la capacità di sposarsi). Con i re etruschi la loro condizione cambiò:

coloro che con attività artigianali e manifatturiere si erano arricchiti diventarono

importanti nell’esercito, costituendo il nucleo della fanteria pesante.

Innanzitutto in loro questo creò un senso di identità maggiore (per il fatto di

avere un ruolo importante all’interno della comunità). Quando cadde il potere

gens,

del re, e subentrò nuovamente il potere delle il loro ruolo nell’esercito

rimase importante e questa loro nuova identità gli permise di organizzarsi come

patrizi, motivo per il quale questo periodo (509 a.C. al 551 a.C.) fu

caratterizzato da innumerevoli contrasti tra plebei e patrizi. I Romani, che erano

abbastanza forti da poter fronteggiare i nemici, si ritrovarono, allo stesso tempo,

davanti ad una comunità in lotta per la supremazia. Infatti le popolazioni intorno

al Lazio cominciarono a rendersi conto di trovarsi all’interno di una comunità di

cui rischiavano di perdere il controllo. Iniziarono così una serie di guerre

difensive e offensive: in questa situazione l’esercito diventava di fondamentale

importanza. È proprio in questo periodo che partirono le prime campagne

militari, che rientreranno a far parte, da questo periodo in poi, negli usi dei

Romani.

In questa situazione, lo strumento utilizzato dai plebei nella loro lotta fu proprio

il rifiuto di fare guerra. Deposero le armi costringendo i cavalieri e i guerrieri

della prima classe ed occuparsi delle guerre in modo esclusivo (senza appunto

la fanteria). Il modo eclatante di rifiutarsi di fare la guerra fu manifestato dai

plebei lasciando Roma, asserragliandosi sul monte Aventino (prima secessione

che si verificò pochi anni dopo la caduta della monarchia, 494 a.C.). Ma i plebei

non si limitarono a contrattare attraverso questo rifiuto: si organizzarono con

una struttura alternativa rispetto alla comunità patrizia. Uno storico del diritto

romano l’ha etichettata come la creazione di uno stato (nel senso di comunità 16

politica) o formazione politica diversa all’interno di un altro stato: due

organizzazioni politiche coesistenti, in cui una nega l’altra.

Richieste dei plebei

Sulle motivazioni dei plebei è stato scritto tanto dagli storici:

 Livio parla di questa prima secessione

Ciò dimostra che è stato un fenomeno che

Ab Urbe Condita

nell’opera “ ” ha interessato a lungo questi due

per dieci paragrafi. raggruppamenti.

 Dionigi di Alicarnasso dedica ben quarantacinque capitoli dell’opera

Antichità Romane

“ ”.

Si presenta il fenomeno della condensazione anche per i plebei dato che gli storici

ci raccontano che i plebei avessero chiesto tutto subito. Invece noi sappiamo che

gradualmente i plebei esposero le loro richieste e ciò è confermato dal fatto che le

videro realizzate di volta in volta.

Richieste:

 Un diritto scritto, che fu la prima cosa che ottennero. Lo chiedevano perché

l’applicazione del diritto consuetudinario era controllata ed esercitata dai

patrizi; quindi era facile che un patrizio favorisse un altro patrizio, com’era

facile che un patrizio condannasse a morte un plebeo.

 Il problema dei debiti che è il problema principale di quest’epoca. Era facile

che i plebei si indebitassero nei confronti dei patrizi, perché non possedevano la

terra. Nel caso in cui fossero entrati nell’esercito avrebbero dovuto lasciare

qualsiasi altra loro attività, rendendo indispensabile, quindi, un prestito. Il

problema dell’indebitamento era collegato con:

 ius vendendi

La vendita dei figli: lo era esercitato per la maggior parte

da loro, ciò voleva dire che quei figli andavano a lavorare per uno più

ricco, e, per riportarli a casa, bisognava riscattarli (pagare il debito). La

mancipio

vendita del figlio porta il figlio ad essere in condizione di di

un’altra persona (ius vendendi in mancipium).

 Nexum nexi

Il : atto (con effetti obbligatori) che dava luogo ai , che erano

assoggettati.

degli Il nexum coincideva con una persona, che per avere

un prestito, dava in garanzia sé stesso come forza lavoro. Era una sorta di

schiavitù per debiti. Ma era diversa dalla schiavitù vera e propria: quella

era destinata a durare per sempre, questa, invece, era momentanea.

Nexum ned legame

da “ ”, sta a significare la sottomissione di un

soggetto ad un altro. Si compiva un rito specifico: il nexum si creava con

mancipatio, gesta per aes et libram).

lo stesso rito della (con un Questo

perché non era una vendita definitiva ma solo un cambiamento di status,

e questi cambiamenti di status erano equiparati ai trasferimenti di

proprietà. nexi

Diventando rimanevano dipendenti dal loro creditore e solo con il

riscatto potevano ritornare in stato di normale libertà. Era una schiavitù

momentanea che però rischiava di diventare a vita, perché magari

diventava difficile o impossibile sdebitarsi.

 Addicti “aggiudicati

Terzo modo per assoggettarsi sempre per debiti: ”.

Essi diventavano tali tramite una sentenza o giudizio da parte

dell’autorità. Se una soggetto, dopo aver contratto un debito (non

nexum),

facendo non fosse riuscito a pagare il creditore, quest’ultimo 17

poteva portarlo davanti a colui che possedeva l’autorità di dare una

pronuncia (re o magistrato). Quindi, il re o il magistrato lo condannavano

ad estinguere il debito. Ma molte volte il soggetto debitore, anche dopo la

sentenza, non era comunque in grado di estinguere il debito, e di fatto

aggiudicato

non adempiva. In questo caso il debitore veniva al creditore.

Anche questa era una forma di prigionia per debiti: il creditore poteva,

infatti, far lavorare per sé il debitore come uno schiavo, poteva venderlo

o, persino ucciderlo.

Tutte queste tipologie di asservimenti vari per debiti pesavano soprattutto

sui plebei.

 Chiedevano di poter entrare nelle magistrature patrizie.

 Volevano eliminare il divieto di matrimonio con i patrizi.

L’organizzazione plebea.

Si può descrivere prendendo come riferimento ciò che su di essa ci scrive Livio (494

a.C.). I patrizi erano ostili, nonostante l’inizio delle trattative, e cercarono comunque di

non cedere alle richieste dei plebei. Questi ultimi si diedero una loro organizzazione

tribuni della plebe

(secondo Livio risalente al 494 a.C.): si diedero dei capi, chiamati .

Erano plebei anch’essi e riportavano quelle che erano le richieste e le istanze dei

plebei: facevano, infatti, da tramite con i patrizi. Per poterli proteggere, i plebei

diedero a questi capi connotazioni particolari: innanzitutto erano ritenuti inviolabili

(sacrosancti), perché i plebei, con un giuramento prestato alle loro divinità,

s’impegnavano a tutelarne l’incolumità e a punire gravemente chiunque li vìoli.

sacer

Chiunque avesse fatto violenza ad un tribuno diventava agli occhi dei plebei,

cioè diventava in balia delle divinità (infatti i plebei si crearono una loro religione: le

libero, libera e cerere

loro divinità erano ) e per questo motivo poteva essere ucciso.

tribuni della plebe diritto di veto, “intercessio” o

I sono dotati di chiamato in latino

“ius intercessionis”: per bloccare le decisioni dei magistrati patrizi e del Senato che

potessero danneggiare i loro diritti. I tribuni della plebe, che originariamente erano

due (poi verranno aumentati), potevano esercitare il diritto di veto anche tra loro.

concilio della plebe

I plebei vennero, poi, riuniti in una organizzazione che era il : qui

concilio della plebe,

si discuteva degli argomenti più importanti. La decisione presa dal

che rappresentava la volontà della comunità ottenuta tramite il voto, prendeva il nome

plebiscito” scitum plebis “decisione della plebe”). plebisciti leggi

di “ (da I erano le

leggi

della plebe che si contrapponevano alle del patriziato. Per i patrizi tutto ciò non

valeva nulla: i plebisciti erano riconosciuti solo dai plebei, così come i concili della

edili plebei

plebe e i tribuni. Ad un certo punto si aggiunsero gli che custodivano il

libero,

tesoro (la cassa) e l’archivio della plebe, ed erano gli addetti ai culti della plebe (

libera e cerere). Alla lunga questa organizzazione, al contrario di prima, non solo verrà

assimilata e riconosciuta ufficialmente, ma darà i suoi frutti. Il primo risultato che

testo scritto

ottennero fu quello del che appariva come una sorta di “contentino” dato

XII tavole

dai patrizi per avere la loro collaborazione nelle guerre, si chiama: (451-450

a.C.). 18

Pronunce dei re (testi allegati)

Sono riportati di seguito una serie di testi che riguardano due aspetti toccati in

questione della scrittura e dell’oralità pronunce dei re

precedenza: la e delle (sulle

quali abbiamo una esagerazione mitica).

Pomponio

Le prime due provengono da , giurista e storico del diritto della metà del

secondo secolo dopo Cristo. Scrisse un manuale conservato poi da Giustiniano:

Enchiridion (“piccolo manuale”).

“ ” Nell’opera Pomponio fece un reso conto sintetico,

dell’evoluzione del diritto

nella prima parte, (dall’origine fino al suo tempo), nella

dell’origine e dell’evoluzione delle magistrature

seconda parte, e, nella terza parte

dell’evoluzione della storia dei giuristi.

(per noi molto preziosa)

D. 1. 2. 2: sono i numeri che riconducono al Digesto di Giustiniano (in ordine: 1 si

riferisce al numero del libro; il 2 al numero del capitolo; il 2 al numero del

1) Pomponio, Piccolo manuale, D. 1.2.2 pr. -1:

frammento).

Ci sembra dunque necessario esporre l’origine e lo svolgimento del diritto. In verità

agli inizi della nostra organizzazione cittadina il popolo in un primo momento iniziò a

comportarsi senza leggi precise e senza un diritto preciso, e tutto era regolato dai re

con il loro potere (manus). diritto consuetudinario

Ci conferma l’esistenza del e della possibilità del re di

manus ).

regolare ogni cosa tramite la (modo più antico di rappresentare il potere

2) Pomponio, Piccolo manuale, D. 1.2.2

(Romolo) propose al popolo alcune leggi curiate: ne proposero anche i successivi re.

Sono tutte conservate per scritto nel volume di Sesto Papirio…

linea di anticipazione

Seguendo la (alcuni fenomeni dell’età repubblicana sono

attribuite all’età monarchia) afferma che Romolo avrebbe fatto votare delle leggi

curiate (in realtà non è così, perché le pronunce semmai venivano solo esposte

davanti all’assemblea curiata e non votate). Ci dà un informazione utile: furono tutte

conservate per iscritto nel volume di Sesto Papirio, che alla fine dell’età regia

trascrisse le principali pronunce dei re.

3) Plutarco, Vita di Romolo, 22.3

Emanò (Romolo) anche alcune leggi fra le quali vi è quella, assai dura, che non

concedeva alla donna di abbandonare il marito, mentre concedeva a questi di

ripudiare la moglie per veneficio nei confronti della prole, per falsificazione di chiavi o

per adulterio. Se per altro motivo egli caccia la moglie, i suoi beni per metà andranno

a lei e per metà saranno consacrati a Cerere…in caso il marito venda la moglie sia

sacrificato agli dei inferi.

Plutarco (collocabile nel periodo del Principato) è quello che, con Dionigi di

Alicarnasso, ci dice che Romolo aveva creato tutto il diritto di famiglia. Ci riferisce che

Romolo aveva emanato la legge con cui regolava il fatto che la donna non poteva

abbandonare il marito mentre il marito era libero di farlo, anzi era consentito che il

ripudiasse

marito la per alcune situazioni ben elencate:

L’aborto, fatto con medicamenti di tipo erboristico.

 La falsificazione di chiavi della cantina.

 19

Adulterio.

In un'altra fonte, invece, lo stesso elenco di situazioni afferma che il marito avrebbe

uccidere

potuto la moglie.

Invece non era consentito che lui mandasse via la moglie senza uno di questi motivi.

Nel caso in cui avvenisse, i suoi beni, del marito, venivano dati alla moglie e metà

Cerere.

consacrati a Se il marito avesse, invece, venduto la moglie, veniva consacrato

agli dei Inferi: non si poteva vendere la moglie.

4) Dionigi di Alicarnasso, Storia di Roma arcaica, 2.26.4

(Romolo) concesse al padre ogni potestà sul figlio, e per tutto il tempo della sua vita,

sia che egli volesse scacciarlo, sia frustarlo, sia tenerlo in vincoli per le opere dei

campi, sia, infine, ucciderlo anche se per avventura era già impegnato nella vita

pubblica e anche se ricopriva le cariche supreme e anche se era stimato per il suo zelo

verso il popolo…Inoltre il legislatore romano non si fermò a questo punto del potere

concesso al padre, ma permise a lui anche di vendere il figlio …e concesse che il

padre stesso si arricchisse per mezzo del figlio fino alla terza vendita…dopo la terza

vendita però il figlio si liberava dal padre. I re osservavano da principio questa legge

scritta o non scritta (infatti non so dire come fosse) ritenendola la migliore.

Dionigi di Alicarnasso (collocabile a cavallo tra l’ultimo secolo della Repubblica e

inizio del Principato), vissuto a Roma a lungo, dopo che i greci erano stati sconfitti da i

romani, da una visione della famiglia umana molto utile: la descrisse con occhi da

greco. Seguì l’idea per cui tutto fu fatto da Romolo e diede una descrizione della patria

potestà: il padre poteva scacciare, frustare, tenere legato ai lavori dei campi e

uccidere il figlio (anche se già impegnato nella vita pubblica). Il legislatore romano

permetteva al padre di venderlo, ma, dopo la terza vendita, il figlio si sarebbe liberato

dal controllo del padre.

5) Dionigi di Alicarnasso 2.15:

Romolo vietò di esporre i figli maschi sani e la figlia primogenita.

pater familias

Con questo ci riferiamo al diritto del di accettare o meno il figlio al

momento della nascita. Ci si riferisce, ovviamente, ai figli legittimi che nascevano dal

matrimonio con manus. Essi, se accettati dal padre, venivano sollevati al momento

“ius tollendi” (diritto di prendere in braccio).

della nascita: Questo era il

riconoscimento da parte del padre e la dichiarazione di volerlo allevare. Se, invece,

“ius exponendi” (diritto di

non avesse voluto allevarlo, avrebbe potuto esporlo:

esporlo). Il bambino, abbandonato, poteva morire o essere raccolto come schiavo. Nel

pater familias:

periodo della monarchia vengono posti dei limiti a questo arbitrio del

Non potevano essere esposti i figli maschi se sono sani.

 Non poteva essere esposta la prima figlia femmina.

 Festo

Troviamo, infine, (grammatico del II secolo a.C.) e il commentatore di Virgilio,

Servo Numa,

. Vi sono due disposizioni attribuite a re che si occupò della sistemazione

dei collegi religiosi. Due pronunce che avrebbero introdotto la distinzione tra

omicidio volontario e involontario . Queste regole sembrano decisamente

pronunce di re.

6) Festo, Il significato delle parole, s. v. Parricidii quaestores

…una legge di Numa Pompilio è formulata in questi termini: “Se uno volontariamente

con dolo (inganno) diede la morte a un uomo sia parimenti ucciso”. 20

7) Servio, Commento a Virgilio Bucoliche 4.43

Nelle leggi di Numa fu stabilito che, se uno avesse involontariamente ucciso un uomo,

offrisse ai suoi agnati in una riunione un ariete a favore della persona uccisa.

Queste due regole, che sembrano decisamente pronunce di re, danno un limite alla

vendetta privata.

XII tavole Livio,

Secondo la tradizione riportata da fu redatta negli anni 451 e 450 a.C., per

volontà della plebe, allo scopo di rendere più conoscibile e certo il diritto, fino allora

tramandato oralmente e applicato di volta in volta, caso per caso, in forza

dell’interpretazione segreta dei giuristi-pontefici. Fu il primo testo scritto di diritto

romano, rappresentato dalle fonti storiche come la prima sconfitta dei patrizi. I plebei,

infatti, volevano una legge scritta per avere il controllo delle regole da seguire e delle

pronunce fatte dai patrizi. Il testo scritto era quindi una garanzia per il plebeo di avere

chiare quali fossero le regole da seguire. La stesura di questo testo scritto venne

decemviri legibus scribundis

affidata ad un gruppo di uomini che si chiamano “ ”. I

decèmviri “dieci uomini” (gruppo di patrizi scelti intorno al 451 a.C.) ricevettero il

compito di mettere per iscritto norme giuridiche valevoli per tutti e, durante il loro

anno di carica, redassero dieci tavole contenenti norme comuni, senza però – a quanto

pare – concludere la redazione come da programma stabilito. Così, per l’anno

successivo, si decise di istituire un secondo collegio, in parte rinnovato rispetto al

primo e con l’assoluta novità della presenza di alcuni plebei. A questo secondo collegio

il racconto tradizionale delle fonti antiche, drammaticamente ben costruito ma poco

credibile, imputa gravi abusi di potere e la redazione di due sole tavole, che per giunta

ribadirebbero il divieto di connubio, e con ciò giustifica appieno l’abbattimento

violento del decemvirato e il ripristino delle ordinarie magistrature patrizie. Tra i

decemviri pontefice.

non vi fu nemmeno un Questi decemviri cercarono innanzitutto

un modello sul quale costruire questo codice di leggi, e dopodiché scelsero cosa

scrivere. Roma arrivò a scrivere il suo diritto in ritardo rispetto ad altre comunità

rilevanti sul mediterraneo: infatti Atene era già in fase avanzata rispetto alla scrittura

Dracone

del diritto. Vi sono state due importanti legislazioni ad Atene: quella di nel

Solone

621 a.C. e quella di nel 594 a.C. Gortina

Un'altra importante legislazione fu fatta a partire dal 500 a.C. nella città di ,

che all’epoca era un centro abbastanza importante. Venne fatta una enorme

trascrizione del diritto: fu trascritto in grandi colonne di pietra, ancora oggi osservabili,

XII

e contiene delle regole molto più ampie di quello che sembra esserci stato nelle

Tavole Gortina).

(per esempio: la trascrizione del diritto di famiglia è diffusissimo a I

decemviri, ovviamente, non si erano recati personalmente in questi luoghi per ricavare

informazioni. Infatti loro avevano vicino le colonie greche nel Mediterraneo e in poco

tempo potevano prendere visione di quelle trascrizioni.

Ancora prima che ad Atene la codificazione scritta in altri luoghi dell’Oriente era già

Codice di Hammurabi,

esistente: il re dell’Impero Babilonese, che regnò dal 1792

a.C. al 1750 a.C. in questo codice prevaleva il diritto pubblico e, soprattutto, il diritto

penale, ma la particolarità stava nel fatto che era la divinità a dettare le regole e il re

era solo il suo portavoce.

Le XII Tavole erano leggi date e non approvate dai

comizi. 21

Fonti delle XII tavole.

Il testo delle XII Tavole fu costituito sulla base di differenti fonti di produzione del

diritto. Andando per quantità:

Le consuetudini.

 Le pronunce dei re (gran parte).

 Alcune norme prese dal Codice di Solone, tradotte in latino. Questo perché

 non esistevano, esempi: come le misure da osservare tra i confinanti (i romani

arrivano tardi al diritto della proprietà privata) e la norma sulla libertà di

associazione. Vi erano dei collegi (di tipo religioso o di tipo culturale) liberi di

potersi dare uno statuto contenente le regole da osservare e i limiti da non

sorpassare (in particolare non dovevano contrastare con le leggi romane).

Norme create ex novo dai decemviri.

codice di Solone XII tavole

Il influenzò il codice delle anche per quanto riguarda gli

prestiti linguistici: laddove la terminologia latina mancava sono stati inseriti i vocaboli

codice di Solone

greci, ovviamente tradotti in latino. Si tenne conto del anche per il

XII tavole, :

modo in cui scrivere le praticando dei prestiti stilistici queste norme sono

state scritte tenendo conto di costruire dei versetti molto piccoli affinché potessero

essere imparati a memoria facilmente. Quindi sono versetti con frasi molto brevi, con il

soggetto sottinteso. I versetti delle XII tavole hanno una struttura binaria.

Vi è poi un prestito generale: c’è un elemento del modello greco che viene recuperato

laico,

letteralmente dai romani. Il testo legislativo diventa un testo non c’è più la

divinità che detta la norma; la conseguenza di ciò fu che il contenuto risultava

modificabile.

Seppure i prestiti linguistici furono greci il contenuto era però totalmente romano.

Sviluppo dell’interpretazione delle XII Tavole

Questo testo, raccontano gli storici, fu trascritto subito su tavole di legno e

stranamente non in pietra. Poco dopo, con l’invasione dei Galli a Roma nel 390 a.C.

(evento traumatico per la popolazione), che incendiarono gli edifici più importanti, le

XII Tavole andarono distrutte.

Dato che i Romani conoscevano a memoria il testo, questo fu ripristinato con degli

aggiornamenti.

Il giurista Sesto Elio Peto Cato intorno al 200 a.C. dedicò la prima opera scritta alle

XII Tavole: Tripertita . È un’opera, scritta su rotolo di papiro, divisa in tre parti, come

(“tres partes”). XII Tavole,

suggerisce il nome Una trattava le la seconda

XII Tavole,

l’Interpretazione dei giuristi fino al suo tempo sul testo delle che prende il

ius civile

nome di “ ” (lavoro di interpretazione dei giuristi), la terza conteneva i riti di

accertamento e di esecuzione, cioè il processo privato: le legis actiones (azioni che

avvengono attraverso riti). Quest’opera diventò un punto di riferimento fondamentale:

oltre al testo si ha anche l’interpretazione delle XII Tavole.

Sesto Elio

Oltre a anche altri giuristi hanno dedicato opere all’interpretazione delle XII

Labeone Augusto, Gaio Antonini,

Tavole. In particolare, , nell’età di , nell’età degli e lo

storico Pomponio.

Non possediamo nemmeno un frammento del testo originale delle XII Tavole nella

forma epigrafica. Quindi questo testo non ci è arrivato unitariamente, ma in frammenti

22

appartenenti a vari autori.

Il primo autore che ha cercato di rimettere insieme queste attestazioni che riguardano

XII Tavole Gotofredo

le fu l’umanista , che nel 1600 cominciò questo lavoro.

Schoell

Successivamente venne editata la prima opera critica da , che nel 1866

pubblicò. Ricostruì le XII Tavole inserendovi, nelle varie tavole, i determinati frammenti

in base al numero della tavola a cui appartenevano o semplicemente (in mancanza) in

base all’argomento. Un altro criterio da lui utilizzato distingueva nell’edizione dei

caratteri quelli che sono i frammenti che riportano testualmente il testo.

Ci sono arrivate circa 120 norme che coprono tutte le tavole (dalla I alla XII), e quelle

con la citazione testuale sono circa 50.

Contenuto delle XII Tavole

 Dalla tavole I alla III: “processo privato”.

 Tavola IV: “diritto delle persone”.

 Tavola V: “diritto delle persone” e “successione a causa di morte”.

 Tavola VI: “negozi giuridici”, o meglio, obbligazioni e diritti reali.

 Tavola VII: “diritti reali” e “proprietà”.

 Tavole VIII e IX: “delitti, crimini e pene”

 Tavola X: “diritto sacro”.

 Tavole XI e XII: aggiunte in un secondo momento, “integrazioni varie

alle altre tavole”, chiamate secondo la traduzione “tavole inique”

(ingiuste nei confronti dei plebei).

XII Tavole

Il contenuto delle non riguarda tutti gli aspetti del diritto allora usato e

diritto pubblico

conosciuto: manca quasi totalmente il (nessun accenno alle

magistrature, ai poteri del Senato, piccoli riferimenti al comizio centuriato). Questo

perché i romani vollero sviluppare di più il diritto privato che quello pubblico, e poi

nella tradizione romana la scrittura del diritto pubblico non c’era: rimase implicito, non

scritto. Gli stessi giuristi che si occuparono molto del diritto privato, e del processo, si

occuperanno del diritto pubblico solo a partire dalla fine del Principato.

XII Tavole codice di contadini

Le sono state definite un “ ”: i romani del tempo erano

ancora prevalentemente dediti all’agricoltura, e i problemi fondamentali in questa

società erano quelli relativi alla proprietà privata del terreno e degli animali più

importanti, ai confini. Emerge u, tra l’altro, un modo agricolo permeato da credenze

magico religiose. Infatti i romani credevano che il raccolto e la fertilità dei terreni

potessero essere soggetti a malefici e malocchi, proprio per questo motivo dal diritto

erano previste precise punizioni contro i colpevoli (condanna a morte inclusa).

I pontefici

Furono contrari alla compilazione di questo testo scritto, perché il loro lavoro era

rigorosamente segreto. Loro conservavano i riti, le regole e le pronunce dei re, che

comunicavano alla persona interessata di volta in volta. La loro era, quindi, un’attività

occulta: i privati si rivolgevano direttamente ai pontefici per lo svolgimento di

particolari riti. Dato il loro ruolo nella comunità erano contrari alla divulgazione del

decemviri

diritto, e si rifiutarono di collaborare. I rappresentarono quella parte dei

patrizi favorevoli alla plebe e concordi nel concedere ad essa il diritto scritto. Loro

rappresentavano la parte più moderna e avanzata dei patrizi, mentre i pontefici quella

più conservatrice. Dopo il loro lavoro, i decemviri furono congedati, facendo ritornare il

diritto, e la sua interpretazione, nelle mani dei pontefici. 23

Tavole I, II e II processo di accertamento e del processo di

Viene descritto l’andamento del

esecuzione così come i romani di età arcaica li avevano strutturati.

Tavola I

Per processo privato (o civile) s’intendono organi e procedure, che compongono in

modo vincolante le controversie tra privati.

Le attività processuali possono mirare a due fini:

primo, a ottenere una pronuncia di accertamento su un rapporto controverso: oggi,

processo di cognizione (o dichiarativo);

secondo, a far ottenere a un soggetto la soddisfazione di una sua pretesa accertata

o data per accertata, che la controparte non abbia soddisfatto spontaneamente: oggi,

processo di esecuzione.

Per avviare un processo privato, occorreva sempre l’iniziativa di un soggetto che ne

(in ius),

chiamava un altro in tribunale chiedendo di esperire un’azione processuale.

Azione dell’attore

è detto il potere di chi promuove il processo, cioè , nei confronti di

convenuto

un altro, detto (che ne deve rispondere).

legis actiones

Il processo privato più antico era detto per perché consisteva in un

lege àgere (àgere)

(“compiere una data attività gestuale con l’impiego di formule

(lege)”)

verbali predeterminate ed era caratterizzato dall’oralità. Per le fonti giuridiche

le

– anzitutto per Gaio, fonte quasi esclusiva per la conoscenza di questo processo –

legis actiones ricevono tale denominazione perché fissate o introdotte dalla legge

Dodici Tavole.

delle

Processo di accertamento (o di cognizione).

1. SE CHIAMA IN GIUDIZIO [VADA]; SE NON VA, CHIAMI TESTIMONI; QUINDI LO AFFERRI.

2. SE TERGIVERSA O PUNTA IL PIEDE, IMPONGA LA MANO.

3. SE MALATTIA O ETA’ AVANZATA SIANO DI OSTACOLO, DIA UN GIUMENTO. SE NON VORRA’, NON

ALLESTISCA UN CARRO COPERTO.

4. A UN ABBIENTE SIA GARANTE UN ABBIENTE; A UN NULLATENENTE SIA GARANTE CHI VORRA’.

6. DOVE SI ACCORDANO, AGISCA PROCESSUALMENTE.

7. SE NON SI ACCORDANO, NEL COMIZIO O NEL FORO. PRIMA DI MEZZOGIORNO ESPONGANO IL CASO.

RECIPROCAMENTE CONCLUDANO, ESSENDO AMBEDUE PRESENTI.

8. DOPO MEZZOGIORNO PRONUNCI (LITEM ADDICITO) A FAVORE DEL PRESENTE.

9. SE AMBEDUE SONO PRESENTI, TERMINE ULTIMO SIA IL TRAMONTO DEL SOLE.

in ius vocatio

Un soggetto ne chiamava formalmente un altro in giudizio:

“convocazione in giudizio”, ius.

davanti a chi possedeva lo Al tempo delle XII tavole il

“ius” cum imperio,

proprietario dello era il magistrato quindi il pretore massimo o il

console (non più il re). testimoni,

Se la chiamata cadeva nel nulla, il soggetto attore, dopo aver invocato dei

poteva bloccare l’avversario che si trovava fuori di casa (in Tav. 1). In caso di ulteriore

afferrarlo con la mano manus inectio

resistenza, poteva legittimamente ( ) per

trascinarlo in giudizio dal magistrato e lì costringerlo ad accettare la lite (in Tav. 2).

L’attore convenuto

ovviamente doveva farsi carico di portare il in giudizio (in Tav. 3), e

in caso di malattia o di impedimento nei movimenti dell’età avanzata di quest’ultimo

doveva procuragli un animale (un carro) per essere trasportato (se il convenuto lo

volesse).

Le due parti potevano accordarsi preventivamente, concludendo la controversia (in

Tav. VI), in caso contrario dovevano recarsi nel Comizio o nel Foro, che erano le sedi 24

privilegiate per le attività giuridiche pubbliche e private, ed esporre il caso davanti a

ius (in

chi deteneva lo Tav. VII). Questo processo, basato sull’oralità, si svolgeva in due

fasi:

 in iure

La prima fase, detta “ ” davanti al magistrato.

 apud iudicem

La seconda fase, detta “ ”, presso un giudice nominato dal

magistrato. Si trattava di un privato cittadino, considerato serio, meritevole e di

buoni costumi. Quindi la sentenza finale veniva data dal giudice e non dal

magistrato, che istruiva semplicemente il primo.

Quanto ai tempi, le parti – se entrambe presenti – dovevano dare al giudice, entro il

mezzogiorno, una sintetica informazione delle rispettive posizioni. Se – passato il

mezzogiorno – solo una sola delle parti risultava presente, ad essa il giudice dava

ragione; altrimenti la controversia veniva decisa entro il calare del sole.

Il giudice, dopo aver valutato le prove, testimoniali, prodotte dalle parti, decideva nel

iudicatum

merito, emettendo una sentenza ( ), che era orale, senza motivazione e

inappellabile.

Tavola II

Vi sono alcune regole che riguardano:

L’eventuale rinvio della causa per alcune situazioni particolari.

 Alcune punizioni rispetto, per esempio, al rifiuto di testimoniare, benché sia un

 testimone informato: veniva visto negativamente e poteva subire le ingiurie da

parte della persona in favore della quale poteva testimoniare.

Tavola III

Processo di esecuzione

1. AMMESSO O ACCERTATO GIUDIZIALMENTE IL DEBITO, VI SIANO TRENTA GIORNI CONFORMI A DIRITTO

(DIES IUSTI).

2. INDI POI VI SIA L’IMPOSIZIONE DELLA MANO. CONDUCA (il debitore) IN GIUDIZIO.

3. SE NON ESEGUE LA SENTENZA O QUALCUNO NON GARANTISCE IN GIUDIZIO PER LUI, LO CONDUCA

CON SE’, LO LEGHI O CON CATENA O CON CEPPI DI PESO NON INFERIORE (SUPERIORE?) A QUINDICI

LIBBRE O, SE VORRA’, SUPERIORE (INFERIORE?).

4. SE VORRA’, VIVA DEL SUO. SE NON VIVE DEL SUO, DIA UNA LIBBRA DI FARRO AL GIORNO. SE VORRA’,

DI PIU’.

6. NEL GIORNO DEL TERZO MERCATO TAGLINO LE PARTI (TERTIIS NUNDINIS PARTIS SECANTO). SE

TAGLIARONO DI PIU’ O DI MENO, SIA SENZA PREGIUDIZIO (SINE FRAUDE). confessus)

Chi, in un processo di accertamento, aveva confessato il debito ( o subìto la

(iudicatus)

condanna doveva provvedere a soddisfare l’attore entro 30 giorni, detti

dies iusti “conformi al ius” (in Tav. 1). Altrimenti, il vincitore poteva procedere

esecutivamente. Il creditore-attore afferrava il debitore e lo trascinava in tribunale,

pronunciando parole rituali (in Tav. 2). Il debitore non aveva nessuna possibilità di

controbattere, ad esempio eccependo che il titolo esecutivo non era valido o che egli

aveva successivamente pagato. Queste obiezioni potevano essere sollevate solo se

vindex

interveniva un terzo, cittadino romano, detto , il quale con il suo intervento

dall’actio

estrometteva il debitore e processualmente prendeva il suo posto.

vindex

Se non interveniva nessun , il creditore-attore era autorizzato dal magistrato a

condurre il debitore a casa, dove poteva tenerlo per sessanta giorni in una condizione

addictus

di soggezione, come “assegnato” a lui dal magistrato. Ciò permetteva a

quest’ultimo di tenere asservito a sé il debitore e incatenarlo, ma gli imponeva anche

di assicurargli un minimo di sussistenza e di portarlo nei successivi sessanta giorni, in

25

occasione di tre mercati, nel comizio presso il tribunale per sollecitarne il riscatto (ed

estinguere, così, il debito). Se nessuno lo riscattava, il creditore poteva venderlo come

schiavo al di là del Tevere, antico confine con gli etruschi, oppure ucciderlo. Qualora ci

fossero stati più creditori, essi potevano spartirsi il cadavere, anche in misura non

proporzionata al rispettivo credito.

Tavola IV diritto delle persone

Viene affrontato l’argomento del “ ”.

1.Secondo le Dodici Tavole (era) soppresso un figlio gravemente deforme.

2a.La legge (delle Dodici Tavole) diede al padre il potere di vita e di morte sul figlio.

2b. SE IL PADRE PER TRE VOLTE VENDETTE IL FIGLIO (TER VENUM DUUIT), IL FIGLIO SIA LIBERO DAL

PADRE. pater familias:

Poteri e diritti del

Ius tollendi : diritto di allevare il proprio figlio, che si esternava con l’alzare il

 bambino appena nato. Godeva, in più, della possibilità di non dover allevare un

figlio affetto da malformazioni;

Ius exponendi: il diritto di esporre il proprio figlio.

 Ius vitae necisque ,

: potere di vita e di morte sui componenti della famiglia di

 potestas;

cui egli possedeva la

Ius vendendi : diritto di vendere il figlio fino a tre volte, dopodiché avrebbe

 perso la potestas.

Il pater familias è la persona più anziana della famiglia, e tutti gli altri erano i suoi

sottoposti: moglie, figli e le loro mogli. Era colui che non aveva ascendenti vivi in linea

maschile (linea principale), poteva essere l’avo paterno o il bisavolo. Era l’unico

titolare del patrimonio, e l’unico a poter compiere atti processuali e atti negoziali.

Aveva quindi la piena capacità giuridica e di agire.

Convetio in manum (matrimonio con manu).

o Era un passaggio di potestà che poteva avvenire in tre modi differenti:

Coemptio: gesta per

acquisto della potestà della donna, che avveniva per

o aes et libram. Ed era un atto che in origine consisteva in una vendita reale

della donna, successivamente apparve come vendita immaginaria (struttura

mancipatio).

che ricalcava la

Conffareatio: pontifex

solenne cerimonia religiosa che avveniva davanti al

o maximus, il cui momento centrale era rappresentato da offerte votive a

focaccia di farro.

Giove e dalla consumazione della

Usus: “usucapione”.

in latino significa Questo terzo modo di acquisto della

o manus si basa sulla coabitazione ininterrotta per un anno. La donna entrava

nella famiglia quale figlia del marito, e, quindi, sorella dei suoi figli. Essa

cadeva perciò in potestà del marito e i suoi beni passavano a lui. Questo

pontifex

processo non era ben voluto da t’ultimo. I elaborarono un sistema

usurpatio trinoctii

pratico per impedirne gli effetti: (“interrompere l’uso

per tre notti”). La donna doveva allontanarsi per tre notti di seguito dalla

casa del suo convivente. Questo era deciso, non dalla donna, bensì dal padre

della donna, che magari preferiva mantenerla nel suo ambito familiare. 26

Tavola V

1. Gli antichi (giuristi) vollero che le donne, anche se di età adulta, fossero sotto tutela per la volubilità del

loro animo, eccettuate le vergini Vestali, che vollero esenti: e così è stato disposto anche dalla legge delle

Dodici Tavole.

2… Le res màncipi della donna, che era sotto tutela degli agnati, non potevano essere usucapite, a meno

che fossero state tradite dalla stessa con l’assistenza del tutore (tutore auctore): così nella legge delle

Dodici Tavole.

Situazione delle vedove o delle orfane:

Lo divenivano alla morte del titolare della potestà o della manus, diventando, quindi,

sui iuris sui iuris

(“di proprio diritto”). Le donne avevano bisogno di avere, per

tutore.

colmare la loro incapacità, un In questo ambito la situazione della donna si

sui iuris,

differenziava da quella degli uomini: essi divenivano, oltre che pienamente

capaci di agire. Nelle XII tavole era prevista la loro tutela e la motivazione di ciò

Fragilitas

risiedeva nelle loro “volubilità d’animo” (in altri autori troveremo la “

sexus

”).

Il tutore poteva essere:

 L’agnato prossimo , cioè il parente di linea maschile più vicino.

 pater

Usualmente erano il o il marito ad indicare il tutore all’interno del

testamento.

Il tutore compilava tutti gli atti rilevanti, come la mancipatio o gli accertamenti

processuali. Nonostante ciò la donna era titolare pienamente del suo patrimonio, ma

non poteva gestirlo liberamente (legge 2 della tavola V “res mancipi”).

Ci fu poi un altro tipo di tutela, sviluppatasi presto: designazione dei tutori per gli

impuberi sui iuris . Questi erano le femmine sotto i 12 anni e i maschi sotto i 14 anni,

orfani. Ma i maschi, compiuti i 14 anni, perdevano il tutore, mentre la donna no.

Successione a causa di morte.

3. *** COME HA FORMALMENTE DISPOSTO DEL SUO PATRIMONIO (FAMILIA), COSI’ SIA IL DIRITTO (ITA IUS

ESTO). 4. SE MUORE SENZA TESTAMENTO UNO CHE NON HA UN EREDE PROPRIO (HERES SUUS), ABBIA

IL PATRIMONIO L’AGNATO PROSSIMO. 5. SE NON VI E’ UN AGNATO, [ABBIANO] IL PATRIMONIO I GENTILI.

testamentum

Era prevista (in Tav. 3) la forma allora conosciuta di testamento:

calatis comiti pater

. Il annunciava l’assegnazione dell’erede davanti alle curie riunite.

Questa era una forma rudimentale ed era fatta da un pater con più figli, che voleva

lasciare il suo patrimonio ad uno solo di essi, oppure senza figli dicendo, in questo

“titius meus heres esto”

caso: (“Tizio sarà mio erede”). “successione intestata o

Per la successione senza testamento (in Tav. 4 e 5), detta

legittima ”. Se una persona moriva senza aver designato a voce un erede, subentrava

la successione automatica.

Consisteva in tre categorie che si succedono a seconda del grado:

Sui iuris

1. alla morte del padre: figli e figlie (diretti), e moglie (sposata con

manu). sui iuris agnato prossimo

2. In mancanza dei si cercava l’ , parente in linea

maschile più vicino in grado.

3. Se l’agnato prossimo rifiutava l’eredità o essa non esisteva, successore diveniva

gens

la a cui apparteneva la persona morta. Il patrimonio rimaneva indiviso a

gens

tutta la (regola antica che risale all’epoca in cui la gens aveva la proprietà

in comune.

“Come oralmente ha pronunciato che debba essere il suo erede

*** ”. 27

La pronuncia orale del disponente del testamento era fondamentale per costituire

il testamento. Pronuncia= trasmissione diritto di eredità.

in forma di citazione testuale:

Queste tre regole sono tutte riportate sono antiche.

6. A quanti non sia stato dato un tutore per testamento sono tutori gli agnati secondo la legge delle

Dodici Tavole.

7a. SE VI E’ UN MALATO DI MENTE, IL POTERE SU DI LUI E SUL SUO PATRIMONIO SIA DI AGNATI E

GENTILI.

7c. Con la legge delle Dodici Tavole è interdetta al prodigo l’amministrazione dei suoi beni, il che peraltro

è stato inizialmente introdotto dai mores. La legge delle Dodici Tavole stabilisce che sia sotto la cura

degli agnati il prodigo interdetto dai beni.

(N.B. Da altra fonte è nota la formula di interdizione: “Dal momento che con la tua colpevole

inettitudine dissipi i beni paterni e aviti e riduci in miseria i tuoi figli, ti privo del potere di amministrarli e

di disporne”).

10. Questa azione (per la divisione del patrimonio ereditario) discende dalla legge delle Dodici Tavole.

curatori

Al punto 7a e 7c erano previsti per le situazioni a cui noi oggi affidiamo ad un

tutore. Il curatore era previsto per:

Malato di mente

 Prodigo.

Tavola VI

Negozi giuridici .

1. QUANDO FARA’ UN NEXUM O UN MANCIPIUM, COME CON LA LINGUA HA DICHIARATO COSI’ SIA IL

DIRITTO (ITA IUS ESTO).

Il primo versetto tavola VI: la regola è sempre data in forma imperativa e il

soggetto è sottinteso (citazione testuale). Il diritto è condensato nella pronuncia delle

parole di compie il negozio giuridico. gesta per aes et

I negozi giuridici arcaici erano rituali e si costruivano come “

libram (“atti per bronzo e bilancia”),

” che era il tipico rito formale arcaico. Chi faceva

quest’atto voleva vincolare qualche bene e provocare un cambiamento nella sfera

ius. mancipatio mancipuim

dello Erano di grande rilievo, tra questi gesta, la o e il

nexum ned

(da “assoggettamento).

 Nexum.

Era l’assoggettamento del debitore al creditore,

a cui dava come garanzia sé stesso.

Stabiliva un obbligo Negozi giuridici più

.

(antenato materiale dell’obbligazione) diffusi e antichi.

 Mancipio

Era un atto che trasferiva la proprietà.

Risiedeva, quindi, nella categoria

dei diritti reali o assoluti.

3. Per un fondo l’usus e la garanzia (auctoritas) sono un biennio; per tutte le restanti cose l’usus è un

anno. 4. NEI CONFRONTI DELLO STRANIERO [SIA] PERPETUA LA GARANZIA (AUCTORITAS). 28

5. Dalla legge delle Dodici Tavole è stato disposto che una (donna), se non volesse per usus cadere in

mano del marito, ogni anno si allontanasse per tre notti, interrompendo in tal modo [l’usus] anno per

anno. Usucapione o usus ( compreso quello della donna). Era l’acquisto della

 proprietà su una res tramite il decorrere del tempo. Non si trattava di un atto di

trasferimento. Infatti bisognava possedere la res per un determinato periodo di

XII Tavole

tempo trascorso il quale si diveniva il proprietario. Risale alle l’idea

che per le cose mobili occorresse un anno e, invece, per quelle immobili, due

l’usurpatio trinoctii.

anni. La donna poteva evitare l’usucapione tramite

6a. SE IN TRIBUNALE INCROCIANO LE MANI ...

6b. La legge delle Dodici Tavole conferma sia la mancipatio sia la in iure cessio .

In Iure cessio: negozio giuridico più recente. È la “cessione di qualcosa

 ius”,

davanti a chi ha lo cioè un magistrato. Si poteva trasferire la proprietà

res mancipi mancipatio).

delle (mezzo alternativo alla Avveniva davanti al

magistrato (anziché davanti ai testimoni e al pesatore) e con una verga si

toccava la res che si voleva acquistare, pronunciano la stessa frase prevista per

mancipatio.

la È il magistrato che garantisce il rapporto e il cambiamento della

sfera di proprietà.

Tavola VII.

Diritti reali e rapporti tra fondi confinanti.

2. Si deve sapere che nell’azione per regolamento di confini va osservata la norma in qualche modo

esemplata sulla legge che si dice fatta approvare in Atene da Solone. Infatti vi si dispone così: “Se

qualcuno (costruisce) un muretto a secco ...”. codice di Solone

Questa norma fu ricavata direttamente dal (così come di riferisce

Gaio). Erano previste delle distanze specifiche, che i proprietari dei fondi confinanti

dovevano osservare, a seconda della natura del divisorio:

siepe

Se si trattava di una , in questo caso bisognava rispettare una distanza di

 due piedi (circa mezzo metro).

muretto

Se, invece, si trattava di un , in questo caso la distanza sarebbe

 aumentata.

alberi

Se gli fungevano da divisori, erano previste distanze precise a seconda

 del genere di albero (per esempio: l’albero di fico prevedeva una distanza

maggiore rispetto a quella prevista per gli alberi di altro genere).

Testo originale

NAM ILLIC ITA EST: ἘΆΝ ΤΙΣ ΑἹΜΑΣΙᾺΝ ΠΑΡ'ἈΛΛΟΤΡΊΩΙ ΧΩΡΊΩΙ ὈΡΎΤΤΗΙ, ΤῸΝ ὍΡΟΝ ΜῊ ΠΑΡΑΒΑΊΝΕΙΝ·

ἘᾺΝ ΤΕΙΧΊΟΝ, ΠΌΔΑ ἈΠΟΛΕΊΠΕΙΝ· ἘᾺΝ ΔῈ ΟἼΚΗΜΑ, ΔΎΟ ΠΌΔΑΣ, ἘᾺΝ ΔῈ ΤΆΦΟΝ Ἢ ΒΌΘΡΟΝ

ὈΡΎΤΤΗΙ, ὍΣΟΝ ΤῸ ΒΆΘΟΣ ἮΙ, ΤΟΣΟΥΥ͂ΤΟΝ ἈΠΟΛΕΊΠΕΙΝ· ἘᾺΝ ΔῈ ΦΡΈΑΡ, ὈΡΓΥΙΆΝ. ἘΛΑΊΑΝ ΔῈ ΚΑῚ

ΣΥΚΗΥ͂Ν ἘΝΝΈΑ ΠΌΔΑΣ ΑΠῸ ΤΟΥΥ͂ ἈΛΛΟΤΡΊΟΥ ΦΥΤΕΎΕΙΝ, ΤᾺ ΔῈ ἌΛΛΑ ΔΈΝΔΡΑ ΠΈΝΤΕ ΠΌΔΑΣ.

Perché in essa si legge: Se qualcuno pianta una siepe vicino al fondo altrui, non

Traduzione:

può sporgerla oltre il confine. Se si tratta di un muro egli deve stare lontano un piede dal

confine, se pero è una casa, deve osservare due piedi di distanza. Se egli fa una fossa o uno

scavo, deve stare tanto lontano quanta è la loro profondità. Nel caso di un pozzo la distanza

sia di sei piedi. Un albero di olivo o di fico può essere piantato solo a nove piedi di distanza

dal confine del vicino, le altre piante a cinque piedi di distanza.

6. Secondo la legge delle Dodici Tavole la larghezza della via è di otto piedi in rettilineo e di sedici in

curva. .

7. MANTENGANO LA VIA: SE NON LA LASTRICANO, PASSI COL GIUMENTO DOVE VORRA’

Servitù di passaggio (servitus ius eundi agendi) sul fondo altrui: era il diritto

che acquistava il proprietario di un fondo quando egli non poteva che passare 29

attraverso il fondo di un altro proprietario per giungere al suo. Si distinguevano tre

figure, iter actus via, che indicava rispettivamente il passaggio:

A piedi.

 Col carro.

 Con gli schiavi.

Queste erano servitù rustiche e Roma in un secondo momento distinguerà quelle

rustiche urbane.

e da quelle

9a. La legge delle Dodici Tavole consentì di tagliare i rami dell’albero al di sopra di quindici piedi. 9b.

Qualora un albero inclinato dal vento sporga dal fondo del vicino sul tuo fondo, secondo la legge delle

Dodici Tavole puoi correttamente agire perché sia tagliato.

Si tratta della regola che consente al proprietario del fondo confinante di tagliare i

rami degli alberi altrui che sconfinano sul terreno proprio.

10. E’ stato disposto dalla legge delle Dodici Tavole che fosse consentito raccogliere i frutti caduti nel

fondo altrui.

Si consentiva al proprietario di raccogliere i frutti dell’albero altrui se caduti sul proprio

terreno.

Tavola VIII e IX

Delitti e crimini.

Queste due tavole complessivamente si occupano di quello che noi oggi chiamiamo

diritto penale diritto criminale

(che loro in seguito chiameranno ).

Crimini ritenuti gravi per la comunità:

 Alto tradimento.

 Parricidio.

Individuiamo due categorie generali:

Crimina : erano i comportamenti ritenuti gravi per tutta la comunità e puniti da

 essa (dal magistrato e i suoi aiutanti). In quest’epoca i crimini erano quelli che

(alto tradimento parricidio).

abbiamo già visto e

Delicta : erano tutti gli altri comportamenti che prevedevano comunque una

 punizione. Punizione che in parte poteva essere fatta attraverso la vendetta

privata e, in parte, prevedeva un accertamento e una punizione pubblica, a

seconda della tipologia.

Comportamenti puniti all’interno della famiglia:

Adulterio.

 Comportamenti scorretti da parte dei figli.

Illeciti di tipo religioso: per esempio la violenza sessuale di una vestale.

Spesso era il singolo che poteva farsi vendetta da sola: legalizzazione della vendetta

privata, sottoposta, però, a dei limiti.

La Tavola VIII. 30

Reati magico-religioso.

1a. CHI HA PRONUNCIATO UNA CANTILENA MALEFICA (MALUM CARMEN) ...

1b. Le nostre Dodici Tavole, benché avessero sanzionato con la pena di morte pochissimi casi, fra questi

ritennero di dover sanzionare anche il seguente: se qualcuno ha intonato un canto oppure composto una

cantilena, che arrechino ad altri infamia o vergogna.

Puniva i reati di tipo magico-religioso, che facevano parte della mentalità magica

tipica di quest’epoca. Faceva riferimento a coloro che con formule di maledizione

danneggiavano gli altri (per esempio: farlo ammalare, recargli infamia o altro danno).

Possono essere legittimamente uccisi, subito, con delle verghe. Questo tipo di

comportamento veniva punito con la morte proprio perché procurava disonore e del

male, (infatti l’onore e la buona fama è fondamentale per i romani).

8a. CHI CON INCANTESIMI HA ATTIRATO MESSI ALTRUI ... 8b. … E TU ABBIA AMMALIATO L’ALTRUI

SEMINATO ...

In questo caso era di nuovo legittimata la vendetta privata: era immediata l’uccisione

della persona sul terreno stesso (impiccandolo su di un albero del campo).

Lesioni corporee.

2. SE MUTILO’ UN ARTO (MEMBRUM RUPSIT), E NON SI ACCORDA CON LUI, VI SIA IL TAGLIONE.

3. L’ azione di ingiurie è o legittima o onoraria. Quella legittima discende dalla legge delle Dodici Tavole:

“Chi provoca una lesione ad un altro subisca la pena di 25 sesterzi”: questa legge fu generale. Ce ne

furono anche di speciali come la seguente: “Se con mano o con bastone fratturò un osso a un uomo libero

subisca la pena di 300 sesterzi; se a uno schiavo, 150 sesterzi”. (N.B. “Sesterzi” è ammodernamento del

testo originario, che sottintendeva “assi”: cfr. Tav. 8.4).

4. SE PROVOCO’ LESIONE (INIURIA), VI SIANO 25 (assi) DI PENA.

5. ... DANNI (RUPITIAE) ... RISARCISCA. iniura

Questo settore venne fatto rientrare dai giuristi sotto un etichetta unica:

(ingiuria), lesione corporale.

intesa inizialmente solo come

Si passa dalla lesione più grave a quella meno grave: legge

Mutilazione di un arto a qualche d’uno (in Tav. 2), qui veniva applicata la

 del taglione (si poteva mutilare l’aggressore nella stessa maniera). Questa legge

era presente nel diritto consuetudinario da molto tempo (e non solo dai romani),

e non si accorda con lui”,

ma nelle XII Tavole si nota un ammorbidimento: “ ciò ci

patteggiamento (patto

fa intendere che era prevista la possibilità del fra le due

interessate).

persone

Negli altri casi di ingiuria meno gravi (in Tav. 3) era previsto un pagamento di

 denaro (o beni). Vi era un rapporto tra l’entità della lesione e l’entità del

risarcimento. A seconda dell’entità della lesione si prevedono pene diverse: dal

taglione al pagamento di denaro.

9. Nelle Dodici Tavole era prevista la pena di morte per il pubere che di notte avesse furtivamente usato

come pascolo un campo coltivato o ne avesse raccolto i frutti. Esse prescrivevano che il colpevole, in

onore di Cerere, venisse ucciso per impiccagione; l’impubere (invece) era condannato ad essere fustigato

secondo valutazione del pretore e a risarcire il danno o il doppio del danno.

10. Chi abbia incendiato una casa o i covoni posti vicino alla casa, legato e fustigato, deve essere

bruciato vivo, purché lo abbia commesso volontariamente; se però (l’abbia commesso) per accidente,

cioè per negligenza, deve risarcire il danno, o, se non nelle piene facoltà, essere punito più leggermente.

11. E’ stato stabilito dalle Dodici Tavole che chi avesse ingiustamente (iniuria) tagliato alberi altrui

versasse venticinque assi per ogni albero.

Sono configurazioni di comportamenti lesivi rispetto alla proprietà dei fondi:

Furto del raccolto altrui: il colpevole doveva essere uccisa per impiccagione; se

 il ladro fosse stato un impubere, egli doveva essere fustigato. 31

Incendio di casa altrui: il colpevole doveva essere legato, fustigato e bruciato

 vivo.

Taglio degli alberi altrui: il colpevole doveva semplicemente risarcire il danno.

furto XII tavole:

Il venne attentamente analizzato nelle

12. SE COMMISE FURTO DI NOTTE E (il derubato) LO UCCISE, (il ladro) SIA LEGITTIMAMENTE UCCISO.

13. SE DI GIORNO, ... E (il ladro) SI DIFESE CON ARMI, ... GRIDATO AL SOCCORSO, (SIA LEGITTIMAMENTE

UCCISO).

14. Per gli altri ladri flagranti, (i decemviri) prescrissero che i liberi fossero fustigati e assegnati a chi

avesse subito il furto, purché (i ladri) lo facessero di giorno e non si fossero opposti con armi; che gli

schiavi fossero fustigati e fatti precipitare dalla rupe (Tarpea); ma i fanciulli impuberi, secondo valutazione

del pretore, (i decemviri) imposero che fossero fustigati e il danno da loro fatto fosse risarcito.

15a. La pena del (furto) ‘preso’ (conceptum) e ‘offerto’ (oblatum) è del triplo secondo la legge delle

Dodici Tavole. 15b. ... CON UN PIATTO E UN PERIZOMA (LANCE LICIOQUE) ...

16. SE AGISCE DI FURTO, CHE NON SIA STATO FLAGRANTE, [SI RISARCISCA IL DANNO CON IL DOPPIO].

Si distingueva:

Furto manifesto (in flagrante). La punizione di questo tipo di furto era affidata, in

 linea di massima, alla vendetta privata, a cui si diedero regole precise.

 Se il furto era commesso di notte poteva essere legittimamente ucciso.

 Se, invece, era commesso di giorno veniva richiesta la presenza di testimoni,

e si precisava che il ladro, per essere ucciso tempestivamente, doveva

possedere un’arma (forte aggravante) con cui ipoteticamente si sarebbe

difeso. In mancanza di questi requisiti occorreva sottoporre la situazione

all’accertamento di un magistrato. Vi era quindi una regolamentazione della

vendetta privata. Al punto 14 viene chiarita questa situazione: i ladri colti in

flagrante potevano essere fustigati e poi assegnati e tenuti come schiavi

dall’offeso. Se sono schiavi (sempre indifesi) potevano essere buttati giù

dalla rupe Tarpea. Se invece erano solo fanciulli impuberi, essi potevano

essere fustigati.

Furto non manifesto (non in flagrante).

 Vi era un tipo di furto, non manifesto, in cui l’offeso era a conoscenza dell’identità

del ladro e procedeva verso casa del ladro alla ricerca della refurtiva. Questa

lance licioque “col piatto e col perizoma”).

ricerca era chiamata (letteralmente Al

derubato era permesso perquisire la casa del presunto ladro procedendo quasi

nudo, per evitare che nascondesse sotto le vesti ciò che diceva essergli stato

rubato, e che invece avrebbe potuto fare finta di aver rinvenuto dove si era messo

a guardare; e con un piatto in mano, tenuto davanti al volto per poter guardare

avanti, ma senza spaziare con lo sguardo in ambienti personali e riservati, quali ad

esempio gli alloggi delle donne. Constatato il furto, si dava luogo alla pena: il

derubato poteva tenere presso di sé il ladro come schiavo, se egli era una persona

libera. Se l’autore del furto fosse stato servo, si procedeva alla fustigazione del reo

e poi lo si metteva a morte, probabilmente gettandolo dalla rupe.

Se invece il derubato avesse ritrovato la refurtiva presso un terzo che non era il

ladro, il ladro avrebbe dovuto risarcire di tre volte il valore di ciò che aveva rubato

furto preso e offerto

( ). Questo prevedeva solo il risarcimento perché non era

manifesto.

In tutti gli altri casi il ladro doveva essere portato davanti ad un autorità

(magistrato probabilmente) ed era condannato a pagare il doppio del valore della

cosa rubata.

22. CHI ABBIA PARTECIPATO COME TESTIMONE O TENUTO LA BILANCIA (nella mancipazione), SE NON

[RENDE] TESTIMONIANZA, NON TENGA PIU’ LA BILANCIA E NON SIA PIU’ TESTIMONE. (Cfr. Tav. 2.3). 32

Era prevista una punizione per colui che, partecipando come testimone o come

libripens gesta per aes et libram,

per non voleva testimoniare che l’atto era avvenuto.

Ciò era ritenuto gravissimo e la punizione prevedeva l’esclusione dalla partecipazione

a questi atti.

23. Credi tu che vedremmo tanti falsi testimoni, se la pena prevista dalle Dodici Tavole per la falsa

testimonianza non fosse caduta in desuetudine, e se ancor oggi, come prima, si precipitasse dalla rupe

Tarpea chi ha testimoniato il falso ed è stato riconosciuto colpevole?

Ci si riferiva a coloro che rilasciavano una falsa testimonianza: essi dovevano essere

precipitati dalla rupe Tarpea.

24a. SE IL DARDO SFUGGI’ DI MANO PIU’ CHE LO SCAGLIO’, si offre un ariete.

Si tratta della pronuncia di Numa (unica legge regia nella tavola, tutte le altre norme

provengono dal diritto consuetudinario) che aveva previsto, per l’omicidio volontario,

la consegna di un ariete. Mentre l’omicidio volontario prevedeva la possibilità della

vendetta privata, cioè dell’uccisione.

La Tavola IX.

1. Non propongano leggi speciali (privilegia). Non decidano la messa a morte di un cittadino, se non

tramite l’assemblea centuriata. ex

Era prevista una regola, che molti studiosi attribuiscono creata dai decemviri (

novo). Vi è in questa norma il promo riferimento, in tutte le XII Tavole, ad un organo

Servio Tullio,

pubblico. L’organizzazione centuriata, creata da venne poi utilizzata

come assemblea che prendeva delle decisioni, diventano uno degli organi pubblici più

importanti. Se un magistrato, console o pretore massimo decidesse, in base alla sua

dall’imperium,

capacità di coercizione ***, che gli derivava di punire una persona

libera non poteva comunque condannarlo a morte senza sentire un altro parere, che

Provocatio ad popolum”

veniva dato dall’assemblea centuriata, e ciò si chiamava “

“provocatio ad popolum”,

(“appello al popolo”). La secondo le fonti successive, era

stata fissata nell’età monarchica. Ciò risulta improbabile dato che il rex, specie quello

etrusco, possedeva pieni poteri e di certo non si sarebbe fatto limitare dalla votazione

XII

in assemblea. Mentre è ammissibile collocarla nell’età Repubblicana. Dopo le

Tavole provocatio XII

vi sono un'altra serie di leggi che riguardano la (infatti dopo le

Tavole iniziò una fitta attività legislativa del popolo, soprattutto dell’assemblea

centuriata): legge Valeria Orazia (Leges Valeriae Horatiae)

Nel 343 a.C. che vietava la

 provocatio.

creazione di magistrature senza il limite della Tutti i magistrati

dovevano essere creati ma riconoscendo il loro non totale arbitrio nei confronti

del cittadino. Ciò sembra riflettere la posizione dei decemviri stessi: essi erano

magistrati straordinari,

dai esenti da qualsiasi limite, e questa legge introduce

una limitazioni per tutte le magistrature straordinarie. In certi momenti della

storia di Roma vennero, invece che essere eletti consoli, vennero eletti dei

magistrati straordinari. legge Valeria

Nel 300 a.C. troviamo un’altra , la quale dichiarava riprovevole

 (improbe factum) il comportamento del magistrato dotato di imperium, che,

provocatio,

ignorando la facesse decapitare un cittadino. Il magistrato

inosservante, al termine della carica, poteva subire una nota di biasimo dai

censori, che ora avevano fra i loro compiti quello di vigilare sulla correttezza dei

comportamenti di tutti i cittadini: l’essere colpiti dalla nota comportava per il

magistrato, quanto meno, la fine della carriera politica.

tre leggi Porciae

Agli inizi del II secolo , proposte da tre diversi esponenti di

 gens, provocatio

questa ampliavano la tutela del cittadino, poiché la veniva ora

33

estesa alla fustigazione come pena autonoma ed era ammessa anche contro

l’imperium militare a garanzia dei cittadini, soldati o civili, che si trovavano

lontano da Roma (spec. nelle province).

Inoltre, era inasprita, in termini ignoti, la sanzione per il magistrato che non

provocatio,

osservava le norme sulla la quale, dopo queste leggi, era sempre

più sentita come una garanzia esclusiva del cittadino romano ovunque si

trovava nel territorio della Repubblica, tanto che divenne usuale, per paralizzare

imperium, civis

l’iniziativa repressiva dei magistrati dotati di l’affermazione

Romanus sum “sono cittadino romano”.

*** Con tale potere, che ben presto venne ricompreso nell’imperium in origine illimitato,

erano perseguiti quei comportamenti che non fossero altrimenti sanzionati e che, ad avviso

del titolare del potere, si rivelassero pericolosi per la (sicurezza della) città, senza che al

proposito esistessero norme o procedure prestabilite.

Provocatio ad popolum. provocava

Il cittadino, che doveva essere condannato a morte o fustigato, il popolo.

Riunita l’assemblea, con la presenza del magistrato che voleva condannare a morte,

essa ne pronunciava la colpevolezza o l’innocenza. Se era dichiarato colpevole, la

pena veniva eseguita; se invece era ritenuto innocente, veniva ovviamente assolto,

diventando libero. Non si trattava di un processo, bensì di una deliberazione popolare

di colpevolezza o di assoluzione (e verifica nei confronti del potere del magistrato).

4. I questori del parricidio (erano) menzionati anche dalla legge delle Dodici Tavole.

5. La legge delle Dodici Tavole impone di applicare la pena capitale a chi abbia incitato il nemico e a chi

abbia consegnato un cittadino al nemico.

Alto Tradimento e il Parricidio

Qui, sono ripresi i crimini per .

6. Le norme delle Dodici Tavole vietarono che fosse giustiziato qualunque uomo (libero) non

condannato.

Si ribadisce, in generale, che un uomo libero non poteva essere giustiziato se non

espressamente condannato.

La Tavola X.

Riguarda il “diritto sacro”.

La Tavola XI.

Norma che proibiva il matrimonio tra patrizi e plebei e che derivava da una

consolidata consuetudine.

La Tavola XII.

1. Per legge, invece, la presa di pegno fu introdotta, a es., dalla legge delle Dodici Tavole contro chi

avesse comprato un animale da sacrificio e non ne pagasse il prezzo …

5. Era nelle Dodici Tavole la norma che tutto ciò che il popolo avesse da ultimo stabilito fosse

giuridicamente valido (ius ratumque esset).

Rappresenta la seconda novità introdotta dai decemviri.

Stabiliva che tutto ciò che il popolo avesse da ultimo stabilito fosse giuridicamente

ius ratumque esset

valido “ ”. Prevedeva quindi che, dopo la pubblicazione delle XII

Tavole, il testo potesse essere modificabile: erano previsti degli aggiornamenti e

modifiche. Queste modifiche dovevano però essere introdotte con il permesso del

leggi rogate Rogata

popolo, attraverso, quindi delle leggi pubbliche, dette anche . “ ”

perché l’iter della lex publica prevedeva una proposta del magistrato all’assemblea del

popolo a cui essa doveva dare il proprio consenso. 34

Leggi Rogate : collaborazione del magistrato e dell’assemblea del popolo.

Stabilizzazione degli organi della Repubblica

Periodo che va dal 450 al 367 a.C.

Patrizi e plebei

Dopo la pubblicazione delle XII Tavole ci fu un’intensificazione dei provvedimenti a

favore dei plebei. Lex Canuleia de Conubio

La prima legge che modificò la condizione dei plebei fu la

Patrum et Plebis Gaio Canuleio

, proposta dal tribuno nel 445 a.C. con la quale venne

abolito il divieto di nozze tra patrizi e plebei. Questa legge stabiliva, quindi, la

parificazione dei plebei e dei patrizi rispetto al matrimonio. Cominciò quindi una

mescolanza tra i due gruppi, che fino a quel periodo erano rigidamente separati.

Leggi Licinie Sestie Leges Liciniae

Successivamente troviamo le (in latino

Sextiae ), leggi proposte dai tribuni Gaio Licinio e Lucio Sestio Laterano nel 367 a.C. Si

trattava di un atto normativo complessivo, composto da tre disposizione distinte. I

proponenti sembra siano stati due tribuni della plebe, che si sarebbero fatti carico di

una mediazione abbastanza risolutiva tra patrizi e plebei, e all’interno dei plebei

stessi, per arrivare ad una maggiore parificazione dei due ordini.

Sia tra i patrizi e sia tra i plebei vi erano due correnti di pensiero diverse: alcuni erano

favorevoli all’omologazione dei due ordini, l’altra voleva invece mantenere la

distinzione.

Licinio e Sestio costituiscono questo plebiscito che poi diventerà legge per tutto lo

stato romano, all’interno del quale vi erano tre disposizioni:

De aere alieno : attenuazione del problema dei debiti (stabiliva che le usure

 pagate s'imputassero a diminuzione del capitale e che i debitori potessero

soddisfare i loro creditori in tre rate annue uguali).

De modo agrorum: vietava che si potessero possedere più di cinquecento

 iugeri ager publicus

di . Secondo autorevoli scrittori, i quali rilevano che per i

terreni pubblici vi era il divieto di far pascolare più di cento capi di bestiame

grosso e cinquecento di bestiame minuto, sarebbe stato proibito di possedere

di ager publicus

cinquecento iugeri e di proprietà privata, o anche di sola

proprietà privata.

Ager publicus: letteralmente "agro pubblico". La locuzione ebbe ovviamente

origine nella Roma antica, ove indicava i fondi di proprietà del Populus

Romanus, acquistati per lo più a seguito di conquiste militari.

Parte di questo territorio veniva concessa ai privati in proprietà piena (ager

divisus et adsignatus), mentre parte veniva concessa solo in godimento (la

definizione precisa della nozione di possessio - godimento - dell'ager publicus, è

però ancora da chiarire in alcuni aspetti). Questi erano per lo più patrizi, dato

che possedevano il bestiame da farci pascolare.

al latino iugerum) era un'unità di superficie agraria utilizzata dai Romani. Lo

iugero equivaleva all'area di terreno che era possibile arare in una giornata di

lavoro con una coppia di buoi aggiogati (di qui l'etimologia da "iugum", cioè

"giogo"). Lo iugero corrispondeva così a circa un quarto di ettaro. 35

De consule plebeio , forse la più importante di tutte, che mirava ad assicurare

 ai plebei uno dei due posti al consolato.

I plebei

Nel 356 a.C. furono ammessi alla dittatura.

 Nel 351 a.C. alla censura.

 Nel 337-336 a.C. alla pretura.

Il Senato, a seguito di queste riforme, diventò un organo di rappresentanza sia dei

patrizi che dei plebei.

Più tardi arrivarono le leggi che permettevano ai plebei di far parte dei collegi

sacerdotali: Ogulnia

Nel 300 a.C. il plebiscito sancì l’entrata nel collegio dei pontefici e degli

 auguri dei plebei.

Dal 339 a.C. vennero emanate una importante serie di leggi:

Leges Publiliae Philonis Quinto Publilio

(339 a.C.) suggerite da Filone,

o che stabiliva che le leggi ed i plebisciti fossero costituzionalmente

parificati, e che, pertanto, i magistrati fossero obbligati a sottoporre

all’approvazione degli stessi comitia centuriata tutte le deliberazioni

normative dei concìlia plèbis.

Lex Poetelia Papiria Nexum

Nel 326 a.C. la che aboliva il , ovvero

o l'accordo con cui il debitore forniva, come garanzia di un prestito,

l'asservimento di se stesso - o di un membro della sua famiglia su cui

avesse la potestà (un figlio ad esempio) - in favore del creditore fino

all'estinzione del debito.

Questo percorso di parificazione diventa definitivo nel 286 a.C. con la

o Lex Hortensia De Plebiscitis la quale imponeva che le deliberazioni

prese durante il concilio della plebe dovessero vincolare tutto il popolo

romano. La diretta conseguenza fu l'equiparazione dei cosiddetti

Plebiscita (le decisioni dei concilia plebis tributa, alle leges rogatae, le

quali erano le deliberazioni dei comitia centuriata.

Magistrature

Quando i Romani duplicarono le legioni fu necessario avere due comandanti differenti

con pieni poteri: da qui nacque quindi la necessità di due consoli (magistrati maggiori)

con pari poteri. Quando si attribuì funzione politica all’assemblea centuriata

(affiancata poi dall’assemblea tributa) si consolidarono le caratteristiche delle

magistrature. Le magistrature non potevano più essere nominate, bensì elette.

Cariche gratuite.

 Onorarie.

 Annuali.

 Collegiali (rappresentate per lo meno da due membri).

L’elezione dei magistrati si differenzia in base alla tipologia della magistratura

(maggiore o minore).

 I magistrati maggiori comizio centuriato.

venivano eletti dal

 I magistrati minori comizio tributo.

venivano dal 36

consoli

I erano i magistrati più importanti ed erano caratterizzati da due tipi di poteri

differenti:

Imperium (tipico dei re della fase etrusca). Da questo momento cominciò ad

 avere una connotazione definitiva e ben definita. Nell’imperium erano comprese

alcune importanti facoltà:

Potere militare

Il .

o coercitio (coercizione

La ) che era la facoltà di reprimere, appunto,

o qualsiasi forma di ribellione e di sedizione contro l'ordine costituito. In

questo modo, i magistrati esercitavano funzioni di polizia, infliggendo

pene variabili dalla multa pecuniaria al carcere, dalla fustigazione alla

condanna a morte. In sostanza era: la facoltà di giudicare e punire

chiunque si fosse macchiato di crimini contro la comunità.

Iurisdictio

La era l'insieme delle facoltà attribuite al magistrato a cui è

o .

affidata l'amministrazione della giustizia civile

ius edicendi,

Lo con il quale rendeva pubblicamente noti i suoi

o programmi di governo, o i criteri cui si sarebbe ispirato nell’esplicare la

edicta

sua attività. Era, in pratica, la capacità di emanare .

ius agendi cum populo

Lo , cioè il potere di convocare e presiedere i

o comizi popolari.

ius agendi cum patribus

Lo , il potere di convocare e presiedere il

o Senato

Potestas, era il potere civile, e chi la possedeva poteva ugualmente convocare

 il Senato e le assemblee. I consoli erano di pari potestà, per cui potevano

imporre il veto e bloccare l’uno le decisioni dell’altro. Avendo ambedue un

ambito d’azione sulle legioni, con una suddivisione dei compiti.

Leges Publiliae Philonis

Con le (339 a.C.), che cominciarono a parificare il plebiscito

Tribuni della plebe.

alla lex, venne riconosciuta l’inviolabilità dei

Erano i capi della plebe.

 concilio della plebe.

Convocavano il

 inviolabili.

Erano

 lo ius intercessionis

Avevano (diritto di veto) su tutti gli altri magistrati e sul

 Senato. ius auxilii

Avevano lo “diritto di aiuto” ai plebei: il tribuno poteva intervenire

 provocatio

per salvare chiunque fosse minacciato da un magistrato (esempio:

ad popolum).

Leges Liciniae Sextiae

Con le nacque, nel 367 a.C., un nuovo magistrato: il

pretore urbano . Figura molto importante, che ebbe come specializzazione il settore

Iurisdictio

della Iurisdictio. Quindi in questo anno vi fu una separazione della dai

consoli, che continuarono ad avere ma senza esercitarla, era, infatti, esercitata dal

pretore urbano.

Il Senato divenne un assemblea di ex magistrati. Vi erano:

-Magistrati maggiori

 Consoli.

 Pretori.

 Censori. 37

-Magistrati minori.

Il senato divenne il motore principale della politica romana per la sua stabilità. Le

decisioni ti tale organo erano prese a maggioranza ed erano espresse con quello che si

senato consulto

chiamava “ ”: erano le loro decisioni. Affrontavano qualsiasi

problema di politica generale, interna o esterna, e le decisioni consistevano, in

sostanza, in ordini che gli altri magistrati dovevano eseguire. Uno dei compiti più

delicati del Senato, riguardante la politica interna, era il conferimento della c.d.

auctoritas auctoritas patrum”:

. Si parla infatti di “ era la ratifica da parte dei

patres, cioè dell'antico senato patrizio, o (quando il senato fu patrizio-plebeo) dei

senatori patrizi, delle deliberazioni prese dall'assemblea popolare su proposta del

magistrato. Fino ad una certa epoca era stata l'atto finale del procedimento legislativo

(sicché i senatori potevano, per così dire, “aspettare al varco” la delibera comiziale e

l'auctoritas

decidere allora se farla entrare in vigore ovvero - negandole - farla venire

dell'auctoritas

meno) dopo la riforma, che anteponeva la prestazione alla votazione, il

senato sembrerebbe essere stato espropriato di ogni effettivo controllo sulla

delle Leges Publiliae Philonis)

legislazione. A partire dal 339 a.C. (con una infatti sì

anticipò l’autorizzazione al progetto di legge del Senato: il magistrato, che voleva

proporre una legge, doveva prima sentire il parere del Senato, e richiedere

l’auctoritas, dell'auctoritas,

e poi presentarla al popolo. Una volta che, munita la

proposta fosse uscita dalla curia, contenuti e sorte ne sarebbero stati determinati dalla

volontà del comizio e del suo presidente.

Assemblee

Nuova funzione dell’assemblea centuriata.

l’assemblea curiata

Rimase simbolicamente (guidata dal pontifex maximus), davanti

alla quale avvenivano tutta quella serie di atti già visti in precedenza:

 L’arrogazione.

 testamento

Il a comizi riuniti.

 lex curiata de

L’assunzione dei poteri da parte dei magistrati maggiori (

imperio ).

 Interregno che era un antico istituto romano (comune ai popoli latini) che

regolava la vacanza del magistrato supremo (del re nel regime monarchico, dei

due consoli in quello repubblicano). Durante la monarchia, di cinque in cinque

(interrex)

giorni, un senatore esercitava la regia potestas; durante la repubblica

si aveva i. in caso sia di scomparsa sia di assenza di entrambi i consoli; un

interrex),

senatore patrizio (anch’egli detto dirigeva l’elezione dei nuovi consoli,

oppure (nel caso di assenza) deteneva il supremo potere.

L’organizzazione centuriata dell’esercito diede luogo ad una assemblea centuriata.

Livio ci racconta nel dettaglio come era strutturata.

Vi erano, in questa assemblea, tutti i cittadini maschi, suddivisi in cinque classi

censitarie: dalla prima classe all’ultima in ordine decrescente di ricchezza. Era

attribuito, a ciascuna delle classi, un certo numero di centurie a seconda della classe.

 di Equites equo publico

18 centurie (fanti a cavallo), aggregate alla prima

classe.

 I classe (cittadini con reddito superiore a 100.000 assi): 80 centurie.

 II classe (cittadini con reddito compreso tra 100.000 e 75.000 assi): 20 centurie.

 La terza classe (cittadini con reddito compreso tra 75.000 e 50.000 assi) 20

centurie. 38

 La quarta classe (con reddito compreso tra 50.000 e 25.000 assi) 20 centurie.

 La quinta classe (con reddito compreso tra 25.000 e 11.000 assi) 30 centurie.

 Capite censi (ovvero "censiti per la testa", erano i cittadini senza reddito) 1

centuria.

Livio accompagna questo elenco con le connotazioni sulle armature:

 I cittadini della I classe portavano la panoplia greca al completo, comprendente

elmo, clipeo (uno scudo tondo), gambali e corazza, tutto di bronzo; inoltre, asta

e gladio; a questa classe erano aggregati gli equites e 2 centurie di fabri, ovvero

gli addetti alle macchine da guerra, disarmati;

 I cittadini della II classe portavano lo stesso armamento della I classe, tranne la

corazza ed il clipeo, sostituito da uno scudo quadrato;

 I cittadini della III classe come la II classe, meno i gambali;

 I cittadini della IV classe portavano solo asta e gladio, nulla per difendersi;

 I cittadini della V classe erano frombolieri; a questa classe erano aggregate 2

centurie di suonatori di tromba e corno e 1 di inservienti;

 I capite censi erano esentati dal servizio militare, fino alla riforma di Mario (che

decretò la caduta dell'identità cittadino-soldato ed introdusse il mercenariato);

presumibilmente non avevano diritto di voto.

Questa organizzazione venne usata anche come assemblea politica e veniva

convocata per votare (ogni centuria diventava un’unità di voto, per un totale di 193

unità di voto, distribuite nelle varie classi). Ogni centuria esprimeva un solo voto,

seguendo un certo ordine; in questo modo, la maggioranza assoluta, necessaria per

prendere una decisione, era fissata a 97 voti su 193 (quindi 97 centurie). Le operazioni

di voto seguivano l'ordine delle classi; prima, però, veniva estratta a sorte dalla prima

praerogativa

classe una centuria, detta centuria (ovvero "che decide prima"), la quale

esprimeva pubblicamente il suo voto davanti alle altre, influenzando non poco le

votazioni successive. Di seguito le centurie votavano in ordine, dalla prima alla quinta

classe, fino a quando non fosse stato raggiunto il quorum di 97; non appena fosse

stato raggiunto suddetto quorum le votazioni venivano interrotte e la decisione presa.

Storicamente, i casi in cui le centurie della terza e delle successive classi espressero il

proprio voto furono minime; spesso le decisioni venivano prese ancor prima che

votasse la seconda classe, dal momento che le centurie della prima classe (80 di fanti

+ 2 di genieri + 18 di cavalieri) avevano la possibilità di raggiungere agevolmente il

quorum senza l'ausilio di nessun altro. Così si realizzava il dominio dei più ricchi,

all'interno di un organismo di facciata in cui tutti avevano il medesimo diritto di voto.

Il comizio centuriato aveva il potere di eleggere le magistrature maggiori e di votare le

leggi di governo della città, su proposta di un magistrato, come accadde nel 451 a.C.

XII Tavole

quando approvarono la Legge delle elaborata dal primo decemvirato; era

anche investito del ruolo di tribunale nei casi in cui c'era in gioco la vita dell'accusato

(giudizi "de capite civis"). In particolare aveva competenza esclusiva in materia di

perduellio, alto tradimento,

ovvero fino alla riforma operata da Lucio Appuleio

Saturnino, che istituì la quaestio perpetua de maiestate ove processare gli accusati di

alto tradimento e lesa maestà.

Comizio tributo.

Accanto a questo tipo di organizzazione ve n’era un’altra che rifletteva le antiche tribù

comizio tributo

territoriali: (che non era a struttura censitaria bensì a struttura 39

territoriale), all’interno del quale la popolazione era stata organizzata per tribù, una

sorta di distretti territoriali che riunivano tutti i cittadini non in base alla famiglia o alla

stirpe ma secondo il luogo in cui avevano domicilio. Questo genere di suddivisione

tendeva a eliminare, almeno in parte, le differenze gentilizie. I comizi tributi

eleggevano i magistrati minori (edili e questori) e ad un certo punto venne adoperato

anch’esso per votare le leggi, soprattutto quando si verificò la parificazione tra

plebisciti e leggi. Si passò, quindi, a convocare il comizio tributo, che rappresentava

sia i patrizi sia i plebei in maniera paritaria. Le leggi dal comizio centuriato vennero

facilmente presentate al comizio tributo. Questo anche perché i militari cominciarono

ad essere impegnati costantemente in guerra, e il comizio tributo raccoglieva le

persone che non erano impegnate nella campagna militare.

Lex Rogata

Dalle XII Tavole al Principato vennero emanate un centinaio di leggi, raccolte dallo

Rotondi

studioso italiano . I romani, attraverso la legge, regolavano solo alcuni settori

del diritto. La legge era prevalentemente adoperata per i settori che generalmente

diritto pubblico

riconduciamo al . Il diritto privato era affidato ad un gruppo di

persone specializzate, che lo conservavano nel tempo elaborandolo. In senso generale

il diritto pubblico era affidato alla legislazione.

Settori del diritto pubblico:

 Tutti i conflitti tra gli ordini patrizi e plebei erano regolati da leggi.

Lex Canuleia sul matrimonio.

o Lex Poetelia Papiria Nexum.

La che aboliva il

o Leggi Licinie Sestie che costituirono un compromesso patrizio plebeo.

o

 Quaestiones , tipo di processo che venne organizzato nella metà del II secolo

a.C. Si verificò il superamento della giurisdizione dei magistrati e della vendetta

privata e si regolamentarono veri e propri processi penali pubblici, con corti

giurate e specificazioni del reato. Si tratta di un procedimento regolato con leggi

pubbliche.

 magistrature

Alcune vennero anch’esse regolate dalle leggi pubbliche: i

censori ne furono un esempio (Lex Emiliae che stabilisce che la carica dei

censori durava 18 mesi).

Settori del diritto privato:

 Lex Aquilia, nel 286 a.C. (data presunta), riguardava il processo privato e

stabiliva delle regole sul danneggiamento corporale di cose e di schiavi. Quindi

si occupava della materia del risarcimento del danno di proprietà del dominus.

lex publica

La legge rogata (lex rogata), detta anche, già allora, legge pubblica ( ),

era una disposizione approvata da una delle assemblee di tutto il popolo su proposta

di un magistrato cum imperio e, dunque, o dai comizi centuriati, che esprimevano il

loro voto per centurie, o dai comizi tributi, che lo esprimevano per tribù territoriali. La

legge s’intendeva approvata nel momento in cui otteneva il voto favorevole della

maggioranza assoluta di una di queste assemblee (97 centurie su un totale di 193,

rogatio

oppure 18 tribù su un totale di 35). La richiesta di approvazione, la , era

formulata dal magistrato proponente, lo stesso che aveva formalmente convocato

l’assemblea: la potevano convocare tutti i magistrati eletti da tale assemblea.

In una prima fase, la legge approvata diveniva operativa e quindi vincolante per tutti i

cittadini (tanto patrizi, quanto plebei) solo dopo avere ottenuto la auctoritas “ratifica”

40

del senato. auctoritas

Tuttavia, una legge del 339 a.C. stabiliva che la del senato intervenisse

preventivamente, cioè sia data al progetto di legge ad esso presentato, e non più alla

legge già approvata.

L’iter della legge rogata:

1. Presentazione a tre comizi.

2. Votazione

Ottenuto il consenso la rogatio diventava legge.

La struttura di questo provvedimento era solitamente composta di tre parti.

praescriptio “intestazione”

1. La prima era la e conteneva gli elementi

identificativi del provvedimento con la data della votazione, il nome del

magistrato proponente (rogante, come usa tecnicamente dire), l’assemblea

votante, la centuria o la tribù praerogativa “che ha espresso il voto per prima”

(da cui discende l’italiano “prerogativa”), il nome del primo cittadino votante

all’interno di quella centuria o tribù.

rogatio “richiesta”,

2. La seconda parte era la come la proposta del magistrato

alla quale deve corrispondere appieno, e forma la parte precettiva del

provvedimento (era il testo vero e proprio). sanctio “sanzione”,

3. La terza parte, non sempre presente, era la che però non

va intesa esclusivamente nell’odierno significato di sanzione, giacché poteva

consistere di clausole di tipo e contenuto diversi a seconda dei casi. Erano

disposizioni sull’applicazione della legge, che potevano essere di vario genere.

sanctio,

Per molto tempo, nella non era prevista una nullità per i comportamenti

precedenti e nemmeno una pena per chi avesse violato la legge in esame.

Quindi non vi era:

a. Disposizione di nullità.

b. Sanzione specifica per il violatore della norma.

leggi imperfette

Questo tipo di leggi poi vennero chiamate “ ”: erano tali

perché non possedevano questi due tipi di disposizioni.

leggi perfette

Le “ ”, invece, erano quelle che prevedevano espressamente,

nell’ultima parte, una nullità delle leggi precedenti, che regolavano la

materia, e una sanzione per il violatore. La maggior parte delle leggi

imperfette.

pervenuteci, dell’età Repubblicana, sono Questo perché, essendo

i romani abituati al diritto consuetudinario, una legge perfetta avrebbe

contrastato con le consuetudini e i comportamenti consolidati in modo molto

forte; invece le leggi imperfette avevano un effetto più “attutito”, e quindi

erano preferite per questo. Preferite anche perché, volendo introdurre

qualcosa di nuovo, lo si voleva fare senza urtare la suscettibilità del popolo.

Nell’età Repubblicana:

 Continuavo a rimanere vigenti le consuetudini.

 XII Tavole

Grande punto di riferimento erano anche le (fonte di diritto privato).

 Vi fu la novità delle leggi pubbliche o rogate (fonte, per lo più, di diritto

pubblico). 41

Diritto privato nell’età Repubblicana.

Pomponio, Piccolo manuale (Enchiridion), D.1.2.2.5-6 .

Una volta pubblicate queste leggi, cominciò ad essere necessaria la discussione del

foro (giacché come suole accadere naturalmente, l’interpretazione richiese l’autorità

dei giuristi). Queste discussioni e questo diritto, che senza tradursi in norme scritte

venne composto dai giuristi, non ha una sua propria denominazione, come le altre

parti del diritto che vengono designate con i loro nomi, ma con una denominazione

comune viene chiamato ius civile. E quindi, sulla base di queste leggi, press’a poco

nello stesso periodo furono composte le azioni, per mezzo delle quali le persone

potessero contendere tra loro; e perché il popolo non istituisse tali azioni

arbitrariamente, vollero che fossero precise e solenni; e questa parte del diritto si

chiama legis actiones, ossia azioni legittime. E così quasi nello stesso periodo

nacquero queste tre parti del diritto: le leggi delle XII Tavole, da cui cominciò a

derivare il ius civile, e in base alle quali furono composte le legis actiones. La scienza

di interpretare tutte queste cose e le azioni erano presso il collegio dei pontefici, fra i

quali veniva nominato quello che ogni anno doveva assistere i privati. E il popolo si

servì di questa consuetudine per circa cento anni.

Pomponio si riferisce al momento successivo della pubblicazione delle XII Tavole, e

disputatio fori

afferma che cominciò ad essere necessaria la c.d. . Nei processi

occorreva l’applicazione delle norme e ciò faceva sorgere la discussione, ed era

normale per i romani che tale interpretazione fosse svolta dai giuristi. Il nome del

ius civile

lavoro praticato dai giuristi, cioè l’interpretazione giurisprudenziale, era

leges

(diritto civile). Da questo momento presero forma i riti processuali e le

actiones XII Tavole

, che con le diventano oggetto dell’interpretazione dei giuristi.

Pomponio ci dice anche che questo compito era affidato ad un collegio (pontefici), nel

quale veniva nominato, annualmente, colui che doveva assistere i privati.

Quindi Pomponio ci dice che (451 al 300 circa a.C.):

 Il testo doveva essere interpretato.

 I riti processuali si stavano fissando e precisando sempre di più e richiedono

anch’essi, nell’applicazione, l’interpretazione dei giuristi.

 leges actiones

L’interpretazione dei giuristi continua sia rispetto alle sia rispetto

al diritto privato.

Pontefici

La loro composizione e competenze rimasero immutate dall’età monarchica all’inizio

dell’età repubblicana. Se il testo delle XII Tavole fu un tentativo di rendere pubblico il

diritto scrivendolo, i pontefici si attestarono alla segretezza del loro lavoro

interpretativo. Il loro era un lavoro ristretto e segreto, e ciò viene confermato dalle

fonti. Le fonti che ci parlano dei pontefici sono concordi nel dire che i pontefici

lavoravano segretamente e le consulenze date ai privati o, anche, ai magistrati non

erano aperte al pubblico e i loro metodi interpretativi non erano comunicati. Il loro era

un sapere specialistico monopolizzato da questa categoria.

Le competenze dei pontefici:

 Calendario : la detenzione delle modalità di scansione del tempo continuarono

a far parte del loro lavoro. Ne erano i soli conoscitori e rilevavano solo i

momenti rilevanti per la comunità: non davano a nessuno gli strumenti che 42

adoperavano per determinati calcoli. Annunciavano la scansione del mese,

dell’anno e la suddivisione del mese, cha aveva tre momenti fondamentali:

Kalendae (primo giorno del mese).

o Nonae (quinto giorno del mese).

o Idus (tredicesimo giorno del mese).

o

Annunciavano anche l’inizio dell’anno, che a lungo è stato, per i romani, il mese

di marzo. Nel passaggio da un anno all’altro erano loro che annunciavano i c.d.

giorni intercalari : erano i giorni che dovevano essere inseriti fra un anno e

l’altro per adeguare l’anno lunare con quello solare. Conoscevano anche gli anni

bisestili che venivano, di nuovo, annunciati e determinati con cognizioni di

carattere astronomico.

Cambiamenti nel Calendario:

Nel 153 a.C. la data di inizio del calendario civile venne spostata dal 15

o Quinto Fulvio

marzo al primo di gennaio per iniziativa del console

Nobiliore. Giulio Cesare

Nel 46 a.C. attuò la riforma del calendario, che durerà a

o lungo: stabilì che la durata dell’anno sarebbe stata di 365 giorni, e che

ogni quattro anni si sarebbe dovuto intercalare un giorno complementare.

L’anno di 366 giorni fu detto bisestile, perché quel giorno complementare

doveva cadere sei giorni prima delle calende di marzo e chiamarsi cos’

bis sexto die ante Kalendas Martias.

Il calendario di Giulio Cesare venne trascritto e per questo era

abbastanza conosciuto, quindi a questo punto il monopolio dei pontefici

sul calendario venne meno.

I Romani si resero conto, però, che erano stati trascurati parecchi giorni

intercalari, motivo per cui in quell’anno furono aggiunti 90 giorni per

completare l’anno solare rispetto a quello lunare.

Gregorio XII

Riforma di (papa) che risulta essere un perfezionamento

o del calendario di Giulio Cesare.

I giorni avevano qualità diverse a seconda dei mesi, che venivano enunciate dai

pontefici:

Dies Fasti , erano i giorni dell’anno in cui era possibile trattare gli affari

o pubblici e privati, ed eseguire sentenze giuridiche.

Dies nefasti, erano i giorni durante i quali ci si doveva astenere dal

o trattare gli affari. I pontefici davano le prescrizioni di ciò che era concesso

fare, per esempio: se un bue fosse caduto, in uno di questi giorni, dentro

una fossa, era concesso tirarlo fuori. Non si potevano però tenere comizi,

e nemmeno fare processi o negozi giuridici.

Giorni intercisi (dies endotercisus), erano giorni divisi in un periodo

o fasto ed in un periodo nefasto, solitamente vigilie di grandi feste. Al

mattino si sacrificava un’hostia agli dei e le interiora erano offerte la sera.

Il periodo fasto era quello compreso tra il sacrificio e l’offerta, quello

nefasto era la mattina e la sera.

Dies ater (giorno nero), il più famoso fu quello dell’entrata dei Galli a

o Roma. Ed era il giorno successivo alle calende, alle none e alle idi di ogni

mese, per un totale di 36 giorni l’anno, nei quali non era consentito

svolgere attività pubbliche o private. 43

Un altro compito affidato ai pontefici era quello della conservazione della memoria

annales).

degli avvenimenti più importanti (quelli che poi diventeranno gli Che

potevano essere: le epidemie, le guerre, la siccità e, quando ci saranno, i nomi dei

Publio Mucio

consoli. Tutto ciò, ad un certo punto, venne trascritto: il giurista

Scevola Muci), annales maximi”

(della famiglia dei nel 120 a.C., pubblicò gli “ (gli

annali dei pontefici massimi). Questi annales furono importantissimi perché

Fabio Pittore,

rappresentarono la base del lavoro dei primi stoici romani: infatti, attinse

annales

agli dei pontefici, e così pure gli altri. Non a caso i primi storici si chiamarono

“annalisti”.

Le attività del pontefice massimo.

 comizio

Era il pontefice massimo che dirigeva tutte le attività connesse al

curiato.

 Conffareatio.

Aveva un ruolo importante nella

 Erano i conservatori dei riti che riguardavano il diritto privato, i quali

suggerivano i riti nel momento in cui occorreva adoperarli. Ogni anno il collegio

designava un pontefice che era addetto alle consultazioni pubbliche: i privati si

patres familias),

recavano da questo pontefice (in particolare i per intraprendere

un negozio giuridico o un processo, e con una consultazione privata chiedevano

quale rito occorresse svolgere e come farlo. Il pontefice dava al quesito una

responso”

risposta che si chiamava “ (gergo tecnico con cui i romani

designavano la risposta del giurista). Il responso dato dai pontefici in questa

oracolare

epoca è stato definito “ ”: era quindi una risposta molto schematica

riguardante un preciso rito processuale o negoziale, senza alcuna motivazione.

Successivamente non si limitarono soltanto a conservare i riti, ma ne

aumentarono il numero e li interpretarono per adattarli ad ogni necessità,

usando una metodologia particolare. Conservavano lo schema formale dei riti

conosciuti, ma vi introducevano qualche piccolo cambiamento per adattarlo ad

altri effetti giuridici diversi da quelli per cui era stato formulato il rito. Ciò è stato

economia dei mezzi

definito come “ ”: loro adoperavano sempre gli stessi

mancipatio

mezzi per ottenere effetti giuridici diversi. Esempio era la : con

l’avvento della moneta non fu più una vendita vera ma immaginaria. Alla

mancipio accipiens

solenne dichiarazione di appartenenza fatta dal seguiva una

pesatura finta. Strutturalmente nella mancipatio-vendita venne abolito il prezzo

e quindi l’atto non era più una vendita. La sua nuova funzione assolveva

mancipi

all’esigenza di trasmettere la proprietà delle cose nei casi in cui non era

previsto un corrispettivo, ad esempio per causa di donazione, per causa di

costituzione di dote, in adempimento di un obbligazione di dare. Anche se aveva

luogo una vendita, una volta che il venditore e il compratore si fossero accordati

sulla cosa e sul prezzo, il compratore pagava in contanti la somma e si poi

mancipatio

procedeva con la con pesatura simbolica perché si trasmettesse il

diritto di proprietà in capo al compratore. libripens

Lo schema della vendita immaginaria con ha da sempre ispirato

coemptio

numerosi altri atti dai differenti effetti, come, per esempio, la , che

manus “Per

produceva l’acquisto della sulla moglie. Gaio infatti scriveva:

compera (coemptio) vengono in mano mediante mancipazione, cioè per una

specie di fittizia vendita; infatti, con l’impiego di non meno di cinque testimoni

maschi e puberi e di un pesatore, colui, nella cui mano viene, compera la

donna”. Gaio parla anche dell’atto di vendita immaginaria con cui un padre

in manu,

poteva mancipare i sottoposti, figli, figlie e soggetti allo stesso modo

44

dei servi. L’effetto che produceva tale atto era quello di fare acquistare

in mancipio habere,

all’accipiente un particolare potere sul figlio altrui (

mancipium). imaginariae

Il rito divenne, stando alle parole di Gaio, un “

venditiones” . mancipatio

Tra le antiche applicazioni della come vendita immaginaria va

mancipatio familiae (vendita del patrimonio),

ricordata anche la che aveva

ereditando (familia)

luogo quando un mancipava i suoi beni a un fiduciario

(familiae emptor) e gli diceva come disporre di essi dopo la sua morte. Questo

fiduciario, che assolveva la funzione importante di consentire la piena

realizzazione della volontà di un ereditando, si trasformò, poi, in un figurante

quando venne riconosciuto il testamento per rame e per bilancia

testamentum per aes et libram

( ). Il testatore scriveva le sue volontà sulle

tavolette cerate, e la cerimonia consisteva nella consegna delle suddette alla

(familiae emptor).

persona di fiducia

Condizione dei figli maschi.

pater familias

Il deteneva per tutta la vita la potestà dei figli, anche se questi nel

frattempo avessero assunto una posizione di rilievo nella comunità. I pontefici

cercarono di porre rimedio a questa situazione: elaborarono una serie di riti che

emancipatio L’emancipatio

portassero alla . era un fenomeno giuridico sulla base del

pater familias patria

quale il figlio legittimo del otteneva l’estinzione del rapporto di

potestas, sui iuris

diventando a tutti gli effetti un soggetto e acquisendo tutti i diritti

ius civile,

previsti dallo così come riconosciuti ai soggetti pienamente capaci di agire.

Era composto da una serie di riti (in totale sette) che dovevano essere svolti nell’arco

mancipatio manumissio.

di una giornata. Erano costituiti da quattro tre La

manumissio “mandar via con la mano”,

consisteva nel ed era, innanzitutto, una

manumissio vindicta, che serviva per liberare uno schiavo dalla schiavitù (detto

libertus). dell’adsertor libertatis

Si effettuava toccandolo con una bacchetta da parte

che ne dichiarava la libertà.

emancipatio

In questo rito di vi erano: il pater familias, una persona di fiducia, un

pater

pesatore con la bilancia e i testimoni. Il vendeva una volta il figlio alla persona di

adsertor libertatis, “manometteva”,

fiducia, il quale, fungendo da lo riportandolo dal

pater. Il pater vendeva una seconda volta il figlio alla persona di fiducia, il quale

nuovamente lo manometteva. Per una terza volta il pater compiva la vendita del figlio,

Numa.

perdendo così la potestà secondo la legge di Il figlio tornava nelle mani della

pater.

persona di fiducia, il quale, a questo punto, lo rivendeva al Il pater, una volta

in mancipio,

riacquistato il figlio come schiavo lo manometteva. Il figlio era quindi

libero dalla potestà paterna e dalla schiavitù nei confronti della persona di fiducia,

sui iuris

diventando un soggetto (aveva quindi un patrimonio proprio ed era

pienamente capace di agire), perdendo però ogni aspettativa ereditaria.

Riti processuali

legis actiones

Le erano riti processuali fra cittadini e, secondo una tesi abbastanza

accreditata, provenivano, da un lato, dalle consuetudini e, dall’altro, dai pontefici. La

loro caratteristica era la formalità e la ritualità. In particolare vi era il rituale della lotta:

in alcune procedure era prevista e il magistrato interveniva per interromperla. I

processi nascevano per interrompere la vendetta privata. Se però l’oggetto del

contenzioso era diverso da quello previsto dal rito, questo non si poteva fare. Esempio

legis actio

che ci riporta Gaio: chi agiva per per il taglio delle viti, ma nel suo caso si

tratta di alberi, perdeva la causa (nel rito era previsto solo la vite). 45

Giuristi.

Vi fu un momento di crisi nel collegio, contrassegnato da due pontefici, che furono due

figure particolarmente emblematiche, e che, ciascuno in modo diverso,

Appio Claudio,

rivoluzionarono il modo di lavorare della categoria. Il primo fu un

gens

politico e letterato romano, nato di nobili origini in quanto membro dell'antica

Claudia. Cieco,

Secondo la leggenda, la sua cecità, da cui gli derivò il soprannome di

fu dovuta all'ira degli dei per la sua idea di unificare il pantheon greco-romano con

quello celtico e quello germanico. Appio Claudio fu personaggio chiave nel periodo tra

il 312 a.C. al 280 a.C.

Il collegio fu rigorosamente patrizio -fino alla missione dei plebei nel 300 a.C., con il

cooptazione

plebiscito Ogulnio-, composto da cinque membri scelti con : ciascun

membro nuovo veniva scelto da quelli esistenti. Questa situazione rimase immutata

plebiscito Ogulnio

fino a quando il fece entrare i plebei nel collegio dei pontefici e i

l’elezione

membri da cinque passarono a nove. Poco dopo si instaurò dei membri e

non più la cooptazione.

Appio Claudio plebiscito Ogulnio,

visse nell’epoca in cui venne proposto e approvato il

cursus honorum

a cui lui si era fortemente opposto. Percorse un brillante , in quanto

rivestì quasi tutte le più importanti cariche pubbliche e militari: fu questore, due volte

edile curule, due volte pretore, due volte console, censore (cinque anni durante i quali

istituì molte riforme) e dittatore. L’elemento contraddittorio di questo personaggio fu

che da un lato si opponeva all’avanzata dei plebei nei collegi pontificali, dall’altro fu

l’autore di una operazione di pubblicazione che rompeva il monopolio dei pontefici.

Pomponio scrisse:

“In seguito, quando Appio Claudio ebbe pubblicato e redatto in formule tali azioni, il

suo scriba Gneo Flavio, figlio di un liberto, sottrattogli il libro lo consegnò al popolo; e

questo dono fu così gradito che Gneo divenne tribuno della plebe, senatore ed edile

curule”. Questa fu una mitizzazione in quanto Appio Claudio era l’unico ad aver

accesso al suo scritto. Ius Flavianum,

Nel 304 a.C. Gneo Flavio, suo liberto e segretario, pubblicò il c.d. cioè

liber actionum

un composto dallo stesso Appio Claudio e contenente le procedure

actiones

legali valide per una serie di o atti giuridici, ed un calendario giudiziario, cioè

dies fasti et nefasti,

l’elenco dei che sino a quel momento erano stati tenuti segreti dai

pontefici massimi. Tiberio Coruncanio

Poco dopo emerse un altro personaggio interessante: , che fu il

primo plebeo ad essere eletto pontefice massimo a Roma dal 254 a.C. al 243 a.C.

Tuscolo

Proveniva da e si era distinto anche in alcune battaglie, nell’ambito della

carriera militare. Era legato ad un gruppo che favoriva molto l’integrazione patrizio

plebea, che poi lo portò al consolato e al collegio pontificale. Le fonti lo descrivono

come una figura di grande sapienza e competenza nella materia sacra. L’innovazione

che introdusse Tiberio aprì al pubblico le pubblicazioni dei pontefici. Da questo

momento in poi i privati e i magistrati, che consultavano i pontefici, lo facevano

pubblicamente: chiunque poteva assistere alle consultazioni. Questo ce lo racconta

Pomponio:

La scienza del diritto civile fu professata da numerosissimi e grandissimi uomini…Fra

tutti coloro che raggiunsero questa scienza, secondo la tradizione nessuno la professò

pubblicamente prima di Coruncanio, gli altri fino a lui intendevano conservare la

segretezza dello ius civile e preferivano mettersi a disposizione di chi li consultava

piuttosto che di chi voleva apprendere…Dopo di loro venne Tiberio Coruncanio che fu

il primo a dare responsi in pubblico. 46

Le persone che erano ammesse alle consultazioni imparavano il diritto, le tecniche di

interpretazione e i riti (in particolare in quali ambiti si dovevano adoperare). Le

Tiberio Coruncanio

consultazioni divennero un momento di apprendimento del diritto.

fu l’ultimo giurista pontefice, da quel momento in poi i giuristi successivi di cui ci

giurista laico giuristi

occuperemo non sono più pontefici, tra questi Sesto Elio, . I

laici erano persone esperte di diritto, appreso ascoltando le consultazioni, e che non

necessariamente appartenevano al collegio pontificale.

Espansione di Roma

XII tavole

Dopo le fino al I secolo a.C. cruciale fu l’espansione di Roma in Italia e nel

Mediterraneo. foedus cassianum

Punto di riferimento e di partenza fu il 493 a.C. data del c.d. ,

trattato che vide Roma coinvolta con i Latini (che la circondavano) in maniera

paritaria: stabilirono che ognuno di loro possedeva la propria zona di influenza e che in

caso di attacchi da parte dei nemici sarebbero stati compatti fra loro. Questo

rappresentò un momento importante, che però subì dei cambiamenti: nel 396 a.C. vi

Veio

fu il famoso assedio di , in cui Roma ne uscì vincitrice e cominciò la propria

espansione.

Nel 390 a.C. i Galli penetrarono a Roma, questo perché sconfissero i romani ad Alvia

(piccola cittadina del Lazio) e non avendo trovando resistenza entrarono a Roma.

Questo provocò un panico generale tra i romani ma anche un forte avvicinamento alla

guerre sannitiche,

plebe. Si aprirono le Abruzzo e Molise, che tra il 343 a 290 a.C., in

cui Roma ne uscì vincitrice, incorporando nei suoi possedimenti tutta la Campania e un

pezzo dell’Italia centro meridionale.

Dal 334 al 364 a.C. vi fu l’espansione verso il nord, cioè vero valle del Po, e, sempre in

Pirro

questo periodo, vi fu lo scontro con , re dell’Epiro. Pirro voleva instaurarsi nei

territori della Magna Grecia per diventare potenza di una parte del mediterraneo.

Contro di lui vi fu l’alleanza dei romani con i Cartaginesi, che sconfissero Pirro.

Incominciarono, però, i problemi con i Cartaginesi: questi erano, a partire dal VI secolo,

la più importante potenza navale del Mediterraneo, situati vicino all’attuale Tunisi.

Nel 509 vi era già stato un trattato con Cartagine, con cui i romani risultavano

sottoposti a Cartagine (essa dettava regole ai romani).

Guerre Puniche

Arrivarono allo scontro, a seguito dell’espansione dei romani in Sicilia: l’esito della

prima guerra con Cartagine, dal 264 al 241 a.C., fu l’occupazione dell’isola da parte

dei romani.

Nel frattempo, con la vittoria dei romani, i Cartaginesi si ritirano dalla Sardegna e dalla

Corsica, dato che nelle isole scoppiò una rivolta fra i mercenari che lavoravano per loro

(appoggiati dai romani). A questo punto i romani si insediarono anche in Sardegna e in

Corsica (227 a.C.).

Nel 227 a.C. si verificò un avvenimento molto importante: le isole (Sardegna, Sicilia e

Corsica) vennero istituite come provincie, qui comincia il sistema provinciale romano.

territori extra italici

Le province, che avevano un organizzazione particolare, erano .

Nel 225 a.C. vi fu l’ultimo tentativo di patteggiamento tra romani e cartaginesi:

trattato del l’Ebro , con cui i romani “proibirono” ai cartaginesi di superare l’Ebro

(Spagna). Il trattato poneva un limite all’espansione di Cartagine. Il generale Annibale,

superando l’Ebro, occupò la città di Sagunto, facendo scoppiare la Seconda Guerra

Punica. In un primo momento vittorioso fu Annibale, in seguito, con l’arrivo di Scipione

47

l’Africano, fu sconfitto. In questo modo la Spagna diventò, nel 197 a.C., provincia

romana e i cartaginesi furono espulsi, rimanendo nella loro zona d’influenza che si

trovava nell’altra parte del Mediterraneo. I romani conquistarono tutta l’Italia

meridionale, le colonie greche, affacciandosi quindi verso l’Egeo. Nel 168 a.C.

sconfissero la lega Achea e incorporando il territorio della Grecia.

Dal 149 al 146 a.C. vi fu l’ultima guerra punica, conclusa non solo con la sconfitta dei

Carthago delenda

cartaginesi ma anche con la decisione di distruggere Cartagine: “

est” (Catone). L’Africa e la Macedonia divennero province romane.

Sull’onda di questi avanzamenti nel 133 a.C. vi fu la costituzione di altre province:

Asia, Cilicia, Creta, la Cirenaica, la Siria, la Bitinia e la Gallia.

Organizzazione territoriale province

Il territorio conquistato dai romani fu organizzato in : esse erano unità

territoriali aventi una delimitazione territoriale specifica, amministrate da un

governatore romano che aveva la competenza sia rispetto al comando dell’esercito

(competenza militare/imperium) sia rispetto alla coercizione con la possibilità di

condannare a morte (ordine pubblico). Inizialmente ed occasionalmente adempivano a

questa funzione i consoli, poi pretori appositamente istituiti ed in seguito, a partire

dalle riforme di Silla, veniva prorogata di un anno la carica di quelli che avevano

ricoperto il consolato e la pretura e venivano incaricati del governo di una provincia

proconsoli e propretori

come . Dal punto di vista del diritto privato i romani

lasciarono, in linea di massima, ai territori occupati, la possibilità di continuare ad

usare il loro diritto privato e i loro tribunali. E i cittadini romani che si trovavano

all’interno della provincia seguivano, ovviamente, il diritto romano. Vennero stabiliti,

tra le varie province, dei trattati, che tenevano conto dei comportamenti di ogni

singola comunità. Tra tutte le province la condizione più favorevole era quella dei

Latini, a lungo alleati di Roma, con i quali si stabilii una buona alleanza, tanto che 48

godettero di una condizione di quasi cittadinanza. La maggior parte degli altri centri

italici vennero sistemati come municipi, che avevano autonomia e struttura propria

(assemblea e senato, con propri amministratori).

Il commercio

L’espansione di Roma portò, gradualmente, ad un cambiamento di mentalità, di

abitudini e di modi di produrre il diritto. Quando la città si trovò a fronteggiare i

cartaginesi si presentò il problema di dotarsi di un armamento navale: prima Roma

non aveva avuto bisogno di una flotte da comandare. Nel giro di pochi anni costruirono

e impararono a fare guerra con le navi. Questa spinta, anche ad andare fuori dal

mediterraneo, portò come conseguenza, per la prima volta, allo sviluppo dei

commerci. Questo impulso creò, intanto, una biforcazione.

I patrizi (quindi i senatori) erano tradizionalmente legati alla proprietà fondiaria e tali

per lo più rimasero. Nella mentalità romana il commercio non era per persone

aristocratiche, addirittura venne emanata una legge che proibiva ai senatori di

diventare proprietari di navi. Motivo per il quale vi fu un’altra fetta della popolazione

che si buttò in questa direzione: non gli aristocratici, ma altri uomini con il desiderio di

arricchirsi. Tra loro spiccarono i plebei, che andavano da tempo a ricoprire delle

cariche che appartenevano per tradizione ai patrizi. Rimasero da un lato le famiglia di

“uomini nuovi”,

tradizione senatoria e dall’altra gli molti dei quali fecero parte della

equites cavalieri). equites

nuova classe emergente degli (letteralmente Gli potevano

tranquillamente arricchirsi con i commerci, non avevano quindi quella limitazione

tradizionale dell’aristocrazia senatoria. lex Poetelia Papiria

Il problema dei debiti venne ridimensionato (la aveva abolito i

nexi) permettendo ai plebei in questo contesto un arricchimento facile.

Vi fu un grande sviluppo economico il cui cardine divenne il commercio. In questi anni

vi fu il superamento del formalismo, quindi il diritto arcaico cominciò a svanire o ad

avere meno influenza, e contemporaneamente vi fu sviluppo del diritto commerciale.

Il diritto commerciale.

Era uno sviluppo del diritto, con profondo cambiamento dei suoi fondamenti, dovuto

alle necessità dei commerci. Questo sviluppo, come quello della navigazione,

stranieri.

richiedeva un contatto continuo fra Roma, oltre che le province, e gli Esisteva

questa distinzione fondamentale per i romani: da un lato vi erano i cittadini romani

(ricchi e poveri, donne, uomini e bambini) e dall’altro tutti gli altri, chiamati

peregrini

univocamente . Questa dicotomia ebbe una notevole conseguenza: mentre i

cittadini romani potevano adoperare tutti i negozi giuridici del diritto arcaico, i

peregrini ne erano totalmente esclusi. Il diritto civile era prerogativa solo dei cittadini

romani. Le regole nell’adoperare lo ius civile rimasero quelle nella società da cui era

nato. peregrini:

Lo sviluppo dei commerci coinvolse i essi non potevano adoperare né lo ius

civile né i riti processuali dello stesso, quindi i giuristi romani crearono nuovi

fondamenti per i nuovi negozi con gli stranieri e nuovo tipo di processo. Uno dei primi

pretore peregrino

atti simbolici fu l’istituzione di un nuovo pretore, detto “ ”, nel 242

a.C. Nuovo organo giusdicente, riguardante la regolazione dei rapporti tra romani e

pretore urbano Leggi Licinie Sestie

stranieri, che si affiancò al (creato dalle nel 367).

 Incredibile espansione del territorio.

 Grande capacità dei romani di adattare alcune delle loro antiche strutture per

far fronte alle nuove esigenze. 49

Per poter tutelare questi negozi giuridici rinunciarono ai gesta per aes et libram (per i

peregrini soltanto).

In generale i giuristi trovarono due nuovi fondamenti per la validità dei negozi e per la

fiducia buona fede

loro tutela: la e la . I rapporti tra le parti dovevano avvenire

rispettando la fiducia e la buona fede reciproca. Se una delle due parti avesse violato

pretore peregrino

questi principi il avrebbe imposto l’adempimento.

Inoltre, nel fare un negozio, si doveva rispettare la volontà delle parti: in qualsiasi

modo espressa andava tutelata.

Il formalismo quindi sparì (superamento) e vennero definiti come vincolanti i rapporti o

negozi giuridici fatti nel rispetto della fiducia, della buona fede e nel rispetto della

volontà delle parti.

Da ciò uscirono fuori nuovi rapporti giuridici: in particolare quei rapporti giuridici

contratti

obbligatori inquadrati dai giuristi nei . Scambio di volontà, o unanimità di

volontà di scambiare una cosa per un prezzo: scaturisce da ciò la nascita di

compravendita

un’obbligazione ad adempiere. Questa venne chiamata, poi, che fu

inquadrata nei contratti consensuali. Era sufficiente la manifestazione della volontà

per far nascere l’obbligazione.

Più persone, poi, disiderarono mettersi per esercitare insieme un commercio: in

società (“societas”)

termini più moderni crearono una . La società non esisteva

ius civile, èrcto non cìto:

prima nello vi era solo quella dei fratelli coeredi, la c.d.

l’espressione indicava, infatti, la situazione di comproprietà in cui venivano a trovarsi

più fratelli alla morte del comune pater familias; il patrimonio familiare ereditato non

veniva diviso, ma gestito in comune da filii, “attuando una sorta di società universale”

(consortium fràtrum suòrum). In tal caso il diritto di ciascuno dei consòrtes non si

considerava come rispondente ad una frazione ideale dei beni paterni, bensì come

una contitolarità solidale sul patrimonio; tutti erano proprietari del tutto.

Ora persone estranee mettevano insieme un capitale con lo scopo di commerciare. Era

sufficiente la loro volontà per costituire un obbligo reciproco tra di loro.

Nuovo tipo di processo (Editto del Pretore).

Nacque un nuovo tipo di processo nel tribunale del pretore peregrino: era lui che

processo formulare

doveva tutelare i rapporti in maniera diversa. Venne chiamato “ ”

per formulas

o “ ”. Questo processo era basato su presupposti completamente diversi

che erano la libera elaborazione di una formula riempita di contenuti a seconda della

controversia e dell’oggetto da tutelare: insieme di formule molto elastiche riempite in

vario modo. Questi sistemi di regole processuali nuove scaturirono dalla pubblicazione

Editto del Pretore” (

di un testo: “ La data di riferimento è dopo il 242 a.C.). Il

pretore, che dovette tutelare in maniera nuova questi rapporti fra romani e straniere,

incominciò a pubblicare un editto nel quale vennero inseriti le varie novità, come le

nuove formule e altri strumenti che potevano servire anche a scopo processuale.

Questo lavoro di rinnovamento del diritto in realtà venne adottato quasi subito dal

pretore urbano, perché era uno sviluppo e innovazione adatto anche per i cittadini

romani.

L’editto era un annuncio fatto dal pretore all’inizio dell’anno di carica, all’inizio

pronunciato oralmente e che veniva poi comunque scritto, in cui il pretore indicava

quelli che era gli strumenti offerti ai cittadini e peregrini nell’anno di carica. All’inizio

doveva essere un testo molto limitato e piccolo, ma a poco a poco si ingrandì sempre

di più: perché aumentarono le esigenze dalla società, per garantire al tutela dei

rapporti e perché i giuristi creavano nuove regole che suggerivano al pretore. Dalla

metà del terzo secolo fino ad arrivare alla fine della Repubblica questo testo si ampliò

50

sempre di più, pur avendo un contenuto abbastanza lapidario. Dietro a questo lavoro

immaginano i giuristi che elaboravano questo nuovi strumenti per regolare nuove

situazioni e un processo molto più elastico che potesse essere molto più facilmente

adoperabile. I giuristi non solo suggerirono questi nuovi strumenti ma cominciarono no

a scrivere opere commento a questo testo editale per facilitarne la comprensione e

l’interpretazione. L’editto diventò un testo normativo, testo di produzione di norme

molto diverso dalle XII Tavole e dalla lex publica, e fu frutto del lavoro dei giuristi.

Questo sviluppo avvenne interamente entro la fine dell’età repubblicana e con il

sedimentazione:

Principato vi fu una il testo era già stabilizzato.

Possiamo ricordare:

 Nel 77 a.C. una legge Cornelia stabilì che il pretore era tenuto ad osservare il

contenuto del suo editto.

 Savio Giuliano

Nel 130 d.C. il giurista fece la pubblicazione definitiva del testo,

che il pretore non poté più modificare (nel principato vi fu un esaurirsi della

carica innovativa dell’editto), mentre solo i giuristi e gli imperatori potevano

farlo.

Anche il testo dell’editto non ci è arrivato integralmente: è stato ricostruito attraverso i

frammenti dei giuristi. L’operazione di ricostruzione critica fu fatta nell’800 da un

Otto Lenel das edictum perpetuum

filologo e romanista , che pubblicò “ ”.

Il contenuto dell’editto, così come si era strutturato, rispecchiava i tempi del processo:

dall’inizio alla concessione del giudizio, alla sentenza, alla fase esecutiva e vi erano poi

tutti gli altri rimedi para o extra processuali. La parte più vasta era quella relativa alle

formule o giuristi.

Giuristi età repubblicana (seguito).

Tiberio Coruncanio, Sestio Elio Peto Cato

Il primo giurista di rilievo dopo fu , che

Tripertita

lavorò intorno al 200 a.C., autore dell’opera dedicata alle XII Tavole “ ”. Era

un uomo nuovo, non era un pontefice, e la sua famiglia non apparteneva alle famiglie

senatorie. Imparò a fare il giurista non all’interno del collegio, bensì ascoltando le

giurista laico,

consultazioni dei pontefici. Fu il primo infatti non era più necessario

essere un pontefice per diventare un giurista. Mentre il pontefice basava la sua

autorità proprio in virtù della sua carica, i giuristi laici dovevano affermare la loro

competenza

tripertita

Lui scrisse i , che in fondo erano, in gran parte, un’opera tradizionale. Era il

commento del testo delle XII tavole con l’interpretazione dei giuristi e il testo delle

legis actiones. Tuttavia i Tripertita costituirono uno spartiacque: Sesto Elio raccolse non

l’interpretatio,

solo il testo delle XII Tavole ma anche dando la possibilità agli altri

giuristi di cambiare totalmente. Sesto Elio aprì quindi al cambiamento.

- Sesto Elio Peto Cato (Tripertita 200/198 a. C.)

§ 38…exstat illius liber qui inscribitur ‘Tripertita’, qui liber veluti cunabula iuris continet:

tripartita autem dicitur, quoniam lege duodecim tabularum praeposita iungitur interpretatio,

deinde subtexitur legis actio.

…di lui resta un libro intitolato Tripertita che contiene quelli che potremmo chiamare i

fondamenti del diritto: è detto così perché contiene in primo luogo la legge delle 12 Tavole, cui

segue l’interpretazione, e a cui si aggiungono infine le legis actiones. 51

Non a caso i giuristi che gli successero, e furono tre, vennero chiamati “fondatori dello

ius civile” (Pomponio). Questi tre giuristi avrebbero fondato lo ius civile: in realtà esso

interpretatio.

era già nei Tripertita, lo ius civile era inteso come Questi tre giuristi

Manio Manilio, Publio Mucio Scevola e Bruto

erano: . I primi due erano di famiglia

senatoria e diventarono consoli, Bruto, pur appartenendo alla famiglia senatoria molto

annali maximi

nota, fu solo pretore (140 a.C.). Publio Mucio, colui che scrisse gli , e fu

ius civile,

anche pontefice. Scrissero direttamente sullo e non più sulle XII Tavole, si

di ius civile Manilio

chiamavano, le loro opere, libri . scrisse un opera che doveva

monumenta Mucio

contenere formulari di negozi “ ”, di cui abbiamo pochi frammenti.

Bruto

e scrissero del libelli di ius civile, piccoli commenti.

- I fondatori dello ius civile (145-130 a. C.)

§ 39 Post hos fuerunt Publius Mucius et Brutus et Manilius, qui fundaverunt ius civile. ex his

Publius Mucius etiam decem libellos reliquit, Brutus septem, Manilius tres: et extant volumina

scripta Manilii Monumenta. illi duo consulares fuerunt, Brutus praetorius, Publius autem Mucius

etiam pontifex maximus.

Dopo di questi vennero Publio Mucio, Bruto e Manilio, che fondarono lo ius civile. Tra questi

Publio Mucio ha lasciato dieci trattatelli, Bruto sette, Manilio tre; restano anche dei libri intitolati

Monumenta di Manilio. I primi due divennero consoli, Bruto pretore, Publio Mucio fu anche

pontefice massimo.

Le XII tavole scomparvero, anche nel loro contenuto. Nei frammenti che ci sono

pervenuti sappiamo che tra loro tre avvenivano discussioni su punti controversi di ius

civile (di interpretazione controversa). Prevalevano diverse opinioni, a volte divergenti,

lavoro dialettico,

iniziarono quel lavoro di discussione e di interpretazione, anche

contrastante, tipico del lavoro dei giuristi laici e poi di quelli del principato. Il caso

veniva esaminato e le soluzioni potevano essere tante, il singolo atto giuridico poteva

essere collocato in una maniera piuttosto che in un'altra.

Primo esempio: uno dei problemi di cui discussero insieme fu quello relativo

all’appartenenza di un bambino nato da una schiava data in usufrutto ad un'altra

persona. Chi possedeva una schiava poteva concederla in usufrutto ad un'altra

persona, ma nel momento in cui questa schiava avesse partorito si poneva il suddetto

problema. Normalmente l’usufruttuario godeva dei frutti dell’oggetto degli usufrutti,

quindi occorreva stabilire se il bambino dovesse essere considerato un frutto o meno,

e se, quindi, appartenesse all’usufruttuario o al proprietario. Bruto affermò che il nato

in questione sarebbe dovuto appartenere al proprietario, dal momento in cui un essere

umano non poteva essere considerato un frutto (soluzione che poi passo nei giuristi

successivi). Invece secondo Manio Manilio e Scevola il nato doveva essere considerato

un frutto e quindi appartenente all’usufruttuario.

Notiamo che:

 L’oggetto di questa discussione esulava dalle tipologie di regole delle XII Tavole.

 Vi era un atteggiamento dialettico tra i giuristi, che esprimevano pareri

differenti (che sarà poi tipico del lavoro dei giuristi da questo momento in poi).

Secondo esempio: estensione del concetto di furto, trattato in precedenza nelle XII

Tavole. Il caso riguardava la configurazione dell’atto compiuto da una persona che

possedeva un cavallo in comodato, portato in luogo diverso a quello convenuto. In

questo periodo cominciò infatti a configurarsi il comodato, che poi venne inserito nei

contratti reali. La decisione, in questo caso specifico di Bruto, fu molto drastica: se, 52

ricevuta una cosa in comodato, la si portava in luogo diverso dalla volontà espressa

nel negozio, si rispondeva di furto d’uso, quindi il doppio del valore della cosa data in

comodato.

Notiamo che:

 Si configurò un nuovo “reato”, cioè il furto d’uso: in seguito esso venne allargato

anche ai casi di deposito, quando il bene depositato veniva adoperato. Quindi:

ampliamento della configurazione del furto.

Da Pomponio.

Gellio, Notti Attiche, 6.15: Labeo in libro de duodecim tabulis secundo acria et severa iudicia de

furtis habita esse apud veteres scripsit idque Brutum solitum dicere et furti damnatum esse,

qui iumentum aliorsum duxerat, quam quo utendum acceperat, item qui longius produxerat,

quam in quem locum petierat. Itaque Q. Scaeuola in librorum, quos de iure ciuili composuit,

XVI. Uerba haec posuit : ‘ Quod cui seruandum datum est, si id usus est, siue quod utendum

accepit, ad aliam rem atque accepit, usus est, furti se obligauit ’.

Labeone, nel secondo libro del suo commento Alle Dodici Tavole, scrisse che nel passato si

ebbero processi di furto rigorosi e severi, e che, com’era solito dire Bruto, era stato condannato

per furto anche chi aveva condotto un giumento in un luogo diverso da quello per cui lo aveva

ricevuto in prestito e, parimenti, chi lo aveva spinto più lontano del luogo stabilito. In questa

linea, Q. Mucio Scevola si espresse così nel sedicesimo dei suoi libri Sul diritto civile: Chiunque

riceve una cosa in custodia e la usa, o riceve una cosa per usarla e la usa a uno scopo diverso

da quello per cui l’ha ricevuta, è responsabile di furto.

Fondano quindi lo sviluppo dell’interpretazione, chiamata ius civile, su sé stessa. Non

era più il dato normativo il punto di riferimento ma l’interpretazione dei giuristi.

Proprio questi giuristi, forse, cominciarono ad adoperare le tecniche classificatorie

greche. Infatti l’ulteriore novità era, entrando loro in contatto con la Magna Grecia

prima e la Grecia poi, l’ingresso della filosofia greca a Roma, che veniva insegnata con

i metodi usati dai filosofi tra cui: la classificazione divisoria o diairetica, ricavata da

Platone e Aristotele (quest’ultimo in particolare). Cominciarono proprio loro a trovare

anche i nomi degli atti giuridici: in particolare cominciarono a studiare la filosofia greca

per adoperare le categorie proprie di essa nel classificare il diritto romano (idea

geniale).

Cicerone diede un interessante classificazione delle attività dei giuristi:

 Agere: indicava un tipo di consulenza data dal giurista che fa riferimento

all’actio, quindi al processo. In sostanza si trattava di consigli sugli strumenti

processuali da utilizzare (azioni, formule, interdetti, ordini, eccezioni ecc.).

 Cavere cautio

: era l’attività prettamente di consulenza negoziale, da

“cauzione”. Attività cautelare dei giuristi: consigli su come intraprendere un

negozio giuridico e come farlo.

 Respondere : era la sintesi dei precedenti tipi di attività, infatti di è detto in

responso

precedenza che il era il prodotto dell’attività di consulenza del giurista.

Il responso era dato oralmente e in seguito trascritto: i giuristi prima

emanavano il responso in modo orale e verso la fine della propria vita creavano

Alfeno

una raccolta dei responsi più importanti e interessanti (i migliori di

Varo ). Importante: tra le fonti del diritto nella Repubblica inserire anche i

responsi. 53

Tutta l’attività dei giuristi era riconosciuta come fonte normativa (laici o pontefici che

fossero).

Quinto Mucio Scevola

Giurista della generazione successiva ai fondatori, figlio di Publio Mucio Scevola, di

famiglia senatoria, console nel 95 a.C. e, come il padre, pontefice massimo.

Quinto Mucio proseguì il lavoro iniziato dai fondatori ed adoperò il metodo divisorio o

dialettico per esporre i singoli istituti: ciascun istituto cominciò a prendere una sua

configurazione e un nome specifico, all’interno di questi nomi e involucri generali si

inserirono gli elementi particolari. Si dice che questa operazione era, in gergo, una

divisione in generi e specie, tipica del metodo dialettico aristotelico (un metodo

scientifico, con cui si costruiva qualsiasi scienza). Un metodo di questo genere richiede

una attività definitoria (questo ce lo descrive Cicerone): senza questa attività non si

poteva costituire nessun genere, esso doveva essere specificato nel suo contenuto, e

solo attraverso una definizione (per esempio cos’è la dote) poteva essere costruita

una classificazione per genere e per specie. Questa costruzioni in genere e specie

commento allo ius civile

venne fatta per tutta l’opera di Quinto Mucio chiamata “ ”,

composta di 18 libri.

Mentre i fondatori avevano scritto dei piccoli libelli di ius civile, qui ci troviamo davanti

ad un vero e proprio un commento a tutto lo ius civile che fino a quel momento si era

accumulato, e in qualche modo fu anche una sua sistemazione interna: prima i giuristi

lavorarono sulla sistematica interna, individuando i singoli istituiti, e poi, soltanto più

avanti, su quella esterna, sulla sistematica degli argomenti. Il lavoro che fece Quinto

Mucio fu quello di mettere insieme gli argomenti per somiglianza uno con l’altro e non

con un vero e proprio criterio sistematico esterno. Questo ce lo racconta Pomponio:

- Quinto Mucio Scevola (90-82 a. C.)

§ 41 Post hos Quintus Mucius Publii filius pontifex maximus ius civile primus constituit

generatim in libros decem et octo redigendo.

Dopo questi Quinto Mucio, figlio di Publio, pontefice massimo, fu il primo a dare allo ius civile

una disposizione in generi, raccogliendolo in diciotto libri.

Horoi (“definizioni”).

Scrisse un’altra opera molto significativa: “ ” I giuristi, a partire da

questo momento in poi, andarono a scuola dai filosofi greci, che a partire dalla vittoria

sulla lega achea erano portati e attratti da Roma. I romani presero quello che serviva

dalla filosofia greca e lo applicarono al diritto romano.

Il commento allo ius civile di Quinto Mucio divenne poi un punto di riferimento

importante per i giuristi successivi.

Servio Sulpicio Rufo

Fu allievo di Quinto Mucio, mentre quest’ultimo apparteneva ad una famiglia

aristocratica, con radici molto antiche (i Muci), Servio Sulpicio Rufo era un uomo

nuovo. Era molto amico di Cicerone, infatti abbiamo molti scambi epistolari tra i due

ed entrambe erano stati a Rodi a studiare la filosofia greca. Servio ebbe uno scontro

con il suo maestro (gli scontri tra allievi-maestri non erano una novità) e perciò scrisse

reprehensa

un opera di critica al commento dello ius civile di Quinto Mucio: “

scevolae capita ”. I due erano tra loro molto diversi, non solo per estrazione sociale,

ma anche per il modo di porsi nei confronti del diritto. Quinto Mucio era un

aristocratico anche nei confronti del diritto, quindi i suoi responsi erano sintetici e

senza una vera spiegazione del contenuto. Infatti lo scontro tra i due avvenne proprio

in un momento in cui Scevola stava spiegando un argomento a Servio, il quale non 54

capì e gli chiese di rispiegare nuovamente. A questo punto Quinto Mucio lo rimproverò,

assumendo un atteggiamento di presa di distanza. Forse proprio per questo motivo

Servio si dedicò molto all’insegnamento del diritto, sviluppando un tecnica efficace:

questo lo conosciamo attraverso un suo allievo. Sappiamo che Servio crebbe molto

come maestro da due elementi fondamentali: auditores servi

1. Ebbe molti allievi, i quali furono etichettati da Gaio come “ ”. Tra

Alfeno Varo

loro vi fu , che fu molto importante perché scrisse l’opera

“Digesta” (il primo che utilizzò questo titolo per un opera) che significa

“raccolta sistematica”. In questa raccolta riportò i responsi del suo maestro

Servio, in modo dettagliato e con uno stile elegantissimo, e la discussione fatta

nella scuola di Servio rispetto al caso. L’opera è quindi un insieme di casi

discussi nell’ambito della scuola, tra Servio e i suoi auditores: casi che in origine

erano scaturiti da una realtà concreta, cioè erano quei casi su cui Servio era

stato interrogato, ma che poi venivano discussi nella scuola, e di cui veniva

argomentata molto la soluzione. In quest’opera ci troviamo di fronte a un modo

di lavorare di Servio, nei frammenti più completi vi è:

a. La descrizione del caso.

b. La domanda, la richiesta o la formulazione del quesito.

c. Infine il responso. Responso che però usualmente nei giuristi era

univoco: il giurista offriva la propria consulenza dando la singola

soluzione. In questo caso, invece, il caso veniva esaminato nelle sue

possibili soluzioni. Dall’opera del suo allievo Alfeno Varo notiamo che

quello del giurista Servio era proprio un atteggiamento didattico, e non

più concreto, in vista di una soluzione pratica. Assistiamo all’esposizioni

di più soluzioni differenti.

2. Servio lavorava sui casi che aveva risolto nell’ambito della sua attività di

respondente , ma li esaminava a seconda delle sue possibili soluzioni e in

questa maniera insegnava ai propri allievi a risolvere i singoli casi. Ve ne sono

alcuni esempi:

Lungo la salita del Campidoglio, delle mule trainavano dei carri

a. completamente carichi: i mulattieri del primo carro lo sollevavano da

dietro affinché le mule lo trainassero più agevolmente; intanto, il carro

superiore cominciò a retrocedere e, levatisi di mezzo i mulattieri che

erano fra i due carri, il carro posteriore, urtato dal primo, arretrò a sua

volta schiacciando il ragazzo di un tale: il padrone del ragazzo chiedeva

contro chi dovesse agire. Si fecero tre diverse ipotesi a seconda se la

responsabilità fosse dei mulattieri del primo carro o di avesse caricato

eccessivamente lo stesso, oppure se si fosse trattato di un semplice

incidente che non dipendeva dai mulattieri né dal carico eccessivo.

Quindi a seconda delle ipotesi si trovavano soluzioni differenti. In questo

Lex aquilia de damno

caso si applicò la : il danneggiamento di cose

materiali, di animali e di schiavi. Ad Brutum

Altra opera di Servio è un commento all’editto del pretore intitolata “ ”. Il

Ofilio

suo allievo ampliò il commento editale, di cui purtroppo abbiamo pochi

frammenti. Quinto Mucio,

La diversità di mentalità con il suo maestro, la si vede in maniera molto

societas

evidente nell’interpretazione di un nuovo negozio: la società. La fu uno dei

nuovi negozi che cominciarono, non solo ad essere tutelati, ma anche ad essere

configurati nell’elaborazione teorica. Possediamo una fonte che ci racconta quale era il

55


ACQUISTATO

9 volte

PAGINE

89

PESO

769.05 KB

AUTORE

Vect39

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti personali delle lezioni di Istituzioni di diritto romano (parte storica) con la prof. Gloria Viarengo, ottimi per svolgere sia la prima prova scritta dell'esame sia per sostenere il colloquio in sede di appello. Gli appunti sono suddivisi in capitoli e tematiche seguendo fedelmente le suddivisioni tenute a lezione dal docente. Sono, inoltre, integrati da approfondimenti personali e non essendo previsto un manuale in sostituzione sono interamente oggetto di esame.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (GENOVA, IMPERIA)
SSD:
Università: Genova - Unige
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Vect39 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di diritto privato e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Genova - Unige o del prof Viarengo Gloria.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Istituzioni di diritto privato

Riassunto esame Diritto Privato, prof. Afferni e Grondona, libro consigliato "Diritto Privato" di Vincenzo Roppo
Appunto
Situazioni giuridiche, Roppo
Appunto
Riassunto esame istituzioni di diritto privato, prof. Savorani, libro consigliato Diritto Privato, Vincenzo Roppo
Appunto
Riassunto esame diritto privato 1 e diritto privato 2, prof Di Gregorio, libro consigliato Diritto privato di Roppo
Appunto