Istituzioni di diritto romano
Introduzione
Il diritto romano si è evoluto nell’arco di quindici secoli, dalla fondazione di Roma (753 a.C.) alla fine dell’impero di Giustiniano (565 a.C.). Si tratta di un diritto vitale che ha continuato ad influenzare non solo il diritto italiano, ma anche il diritto europeo, fino a non poco tempo fa. La parte vitale del diritto romano non è stato il diritto pubblico, che continuava a variare nel tempo a seconda della storia del paese, ma è stato il diritto privato. Il mondo romano ha ben presto affidato ad un gruppo di specialisti il compito di interpretare e creare le strutture del diritto privato, cioè quelle regole che servono per i rapporti fra i singoli cittadini giuristi (appunto, diritto privato). Questi specialisti erano i iuris periti (esperti del diritto), il cui nome deriva da “iuris” “regole” e con esso si intendeva che servono per la pacifica convivenza. A Roma questi esperti del diritto si specializzavano nel conservare ed elaborare le norme che servono per regolare i rapporti fra i privati. Questa parte si sviluppò tra il III secolo a.C. e il III secolo d.C.
Parallelamente, anche nell’arco della Repubblica, non soltanto si sviluppò il diritto privato ma si trasformò, questo insieme di regole, in una “scienza del diritto”, e lo fecero servendosi della filosofia greca, in particolare di Aristotele e di Catone, adoperando una tecnica dialettica specifica: la dialettica. Vennero così creati i nomi degli istituti e la classificazione e la definizione delle regole.
Molto del diritto romano si è conservato grazie a Giustiniano che decise di trascrivere, creando un’apposita commissione, il diritto precedente nel Corpus iuris civilis: nel Codice sono raccolte le costituzioni imperiali degli imperatori d’Oriente (da Adriano allo stesso Giustiniano), nel Digesto frammenti estrapolati delle opere giuridiche dei più eminenti giuristi della storia romana (scritti di circa quaranta giuristi) e nelle Istituzioni raccolse i fondamenti dell’insegnamento del diritto sul modello delle Istituzioni di Gaio. Il merito maggiore di Giustiniano è di aver conservato gran parte del lavoro dei giuristi precedenti. Era un imperatore cristiano, lui stesso si è presentato come “voce di Dio in terra” e nelle epoche successive la sua opera fu considerata come ispirata da Dio: ciò ha consentito che venisse ben conservata gelosamente e addirittura adorata. Quando, nel Medioevo, vi è stata l’organizzazione in Comuni, sono state prese come punto di riferimento proprio le regole del Digesto: venne commentato e adattato alle loro esigenze. Diventò così il diritto comune dei paesi europei. Quando vennero fatti i codici nazionali cambiò l’uso del diritto romano (prima ci si riferiva al diritto romano rinnovato) che venne da quel momento in poi studiato per costruire la formazione dei giuristi.
I paesi influenzati, oltre che l’Italia, la Francia e la Germania, furono: Spagna, Paesi-Bassi, Ungheria, Portogallo, Austria, Polonia e la Scozia.
Autori sul diritto romano
- Momigliano: Lo storico dice che è difficile studiare il diritto romano perché fa parte di un passato remoto, di cui manca la diretta esperienza. Questo crea un’estraneità.
- Burcat: lo ritiene “faticoso ed estraneo”.
- Goethe: afferma: “molte cose non sono state scritte e sono rimaste in una memoria andata distrutta, solo una piccola parte ci è rimasta”.
Le fonti di conoscenza del diritto romano
Sono tutti quei documenti che ci provengono dall’antichità e ci parlano del diritto romano. Sono esclusivamente di due tipi:
- Scritte: documenti (come l’opera di Giustiniano).
- Non scritte: statue o reperti archeologici che molto ci dicono di un’organizzazione politica o della suddivisione di una città. Per esempio sono state trovate, inizialmente, delle piccole statue in terracotta che raffiguravano uomini piccoli con le tipiche sembianze di guerrieri o, alcune volte, con simboli sopra tratteggiati, con una particolarità: avevano un braccio alzato con una mano enorme. Con queste statuette, accostate ad alcuni testi del VII o VIII secolo d.C., si è potuto individuare nella mano il simbolo del potere, e non a caso, chi possedeva il potere si diceva avesse la cosiddetta “manus”. Questo termine, il più antico per indicare il potere, lo ritroveremo impiegato nel compimento di alcuni atti giuridici antichi, esercitati dal pater o dal re rispetto alla comunità. Quindi le fonti non scritte sono tutti i reperti archeologici, che sono indispensabili per interpretare l’età arcaica.
Lo storico Carandini, attraverso uno studio minuzioso di tutto il foro romano, e dei suoi reperti, ha trovato conferma di gran parte dei racconti mitologici dei re di Roma, affermando che la prima parte dei re di Roma trova fondamenti solidi.
Fonti scritte
Sono di diverso tipo:
- La più antica forma di scrittura è quella su pietra e, successivamente, su bronzo: iscrizione o epigrafe (quest’ultima per onorare le persone morte o i luoghi sacri). Per esempio, nell’età Repubblicana la maggior parte delle leggi vennero scritte sulle pietre ed esposte nel foro o alle porte dei municipi. Altri esempi:
- Lapis Niger: è un altro documento linguistico che indicava per gli antichi il luogo in cui era stato sepolto Romolo. Si trova nel foro romano ed è una pietra quasi cilindrica, che presenta delle scritte arcaiche in verticale, dal basso verso l’alto (VIII secolo a.C.). L’iscrizione rimane di difficile interpretazione, ed è forse collegata al divieto di accedere a quel luogo. In queste scritte vi è la parola che richiama la figura del re (“recei”), facendoci intuire che appartiene all’età monarchica.
- Lex Bantina: è costituita da una lastra di bronzo in cui da una parte vi è lo statuto bantino, una legge municipale dell'antica città di Bantia, e sull'altra facciata è inciso un plebiscito, una legge di Roma, ancora in lingua latina (sulla cittadinanza romana).
- Lex irnitanae: sono una serie di frammenti in bronzo rinvenuti in Spagna nel 1981 contenenti ordinanze romane relative al municipio di Irni.
- Nasce dall’Egitto e si diffonde nel Mediterraneo: il papiro (volumen è invece il rotolo del papiro). Poteva avere diverse dimensioni e veniva fatto con il fusto le piante di papiro. Il fusto veniva tagliato in strisce sottili e venivano poste l'una accanto all'altra fino a formare la grandezza del foglio desiderata; sopra questo strato venivano poste altre strisce ad angolo retto rispetto alle prime; il tutto veniva inumidito con delle colle e infine i due strati venivano pressati e fatti essiccare al sole. Si ottenevano fogli della larghezza voluta e la striscia veniva conservata arrotolandola. Normalmente non erano tanto lunghi per una questione di praticità. I romani lo usavano per scriverci le opere letterarie, come anche i giuristi (tra il III e il II secolo a.C.). Le opere letterarie venivano scritte su più papiri: questo era molto comodo, ma molte opere, per questo motivo, non ci sono giunte intere e integre (a differenza dei papiri egiziani). Importante è il Rotolo di Qumran, una serie di rotoli e frammenti trovati in undici grotte nell'area di Qumran (Siria).
- Nel I secolo a.C. si diffusero lentamente i quaderni in pergamena, cuciti su di un lato (potevano essere anche di papiro). Questi erano i codex. Trovarono larga diffusione presso i cristiani, grazie alla certezza di una maggiore conservazione che questa metodologia da, e perché le pagine potevano essere numerate consentendo in generale una più semplice consultazione.
- Altro metodo di scrittura era quello delle tavolette cerate, adatte, per lo più, agli appunti. Infatti gli studenti erano soliti scrivere su queste tavolette con delle stilo. Il problema di questo metodo è la alta deperibilità. Alcune tavolette cerate venivano anche cucite tra loro e solitamente, queste, erano destinate alla scrittura dei testamenti (es.: Antonio Silvano II secolo d.C.).
Tra le fonti scritte, le più importanti sono le opere che possono essere sia prettamente giuridiche sia, in senso lato, giuridiche. Molte di queste opere le editeranno letterati che potevano essere oratori, storici o poeti, che ci portano tante nozioni sul diritto, scritte in origine su rotoli per poi essere ritrascritte su codice o manoscritto. Dopo di ché ci sono le fonti letterarie prettamente giuridiche: come il manoscritto del giurista Gaio (circa 150 d.C.): prima opera elementare per l’insegnamento del diritto, che si chiama proprio “Istituzioni”, che rappresenta proprio la prima opera di istituzioni di diritto privato. L’opera di Gaio è stata scritta su una serie di manoscritti, uno di questi è stato ritrovato nella biblioteca di Verona. Purtroppo questo manoscritto non era così visibile: era stato raschiato via per scrivere sopra le lettere di San Gerolamo (questo è un esempio di codice riscritto). È l’unica opera arrivata per intero di un giurista perché in genere le opere dei giuristi ci sono pervenute in frammenti tramite littera. Il Digesto di Giustiniano è riportato in un manoscritto tra i più antichi: florentina (difficile da leggere per la grafia continua, ma è il migliore rimastoci).
Quindi, ricapitolando:
- Le fonti scritte possono essere:
- Prettamente giuridiche: quelle che sono state scritte per emanare il diritto e farlo conoscere (come il Digesto, scritto per far conoscere il lavoro dei giuristi).
- Fonti letterarie: che contengono informazioni interessanti sul diritto. Quindi possiamo distinguere le fonti letterarie giuridiche e le fonti letterarie generali. Per esempio le opere di Cicerone, che non sono state scritte con l’idea di diffondere il diritto, contengono importanti nozioni sul diritto che a noi interessano. Le orazioni invece sono quelle pronunciate in processi specifici e sono opere, quindi, prettamente giuridiche. O ancora Livio che ha scritto la storia di Roma dalle origini fino ai suoi tempi. Alcuni punti dell’opera di Livio sono estremamente essenziali per noi.
Scansione dei periodi tradizionali
- Monarchia dal 753 al 509 a.C.
- Repubblica dal 509 al 27 a.C.
- Principato dal 27 al 283 a.C.
- Impero assoluto o dominato dal 284 al 565 d.C.
Per ciascuno di questi periodi descriveremo:
- Forma di governo (i vari organi e poteri).
- Fonti di produzione del diritto: che variano di epoca in epoca. Ci occuperemo di quegli organi dai quali scaturiscono le norme seguite in un certo momento storico.
- Tipi di processo.
La monarchia
Tutto il periodo della monarchia è contraddistinto dalle caratteristiche di un mondo arcaico e perciò, questo periodo, è definito come età arcaica. Le caratteristiche di quella che noi definiamo età arcaica, che sicuramente è rappresentata dall’età monarchica, continueranno ad esistere a Roma anche dopo l’inizio della Repubblica (solo in un primo momento).
La monarchia innanzitutto è caratterizzata da un’impressionante scarsità di documenti: sono pochi quelli su cui ci si può basare per la ricostruzione di questa età, per lo più abbiamo reperti archeologici e pochissime iscrizioni. Infatti l’abitudine alla scrittura è molto tarda: nell’età monarchica, ma anche agli inizi della Repubblica, la scrittura era molto rara a Roma e gli storici, che sono quelli che ci informano sugli avvenimenti, tardarono ad arrivare. I primi storici arrivarono nel mondo romano a partire dal 200 a.C. Prima c’erano comunque delle persone addette alla conservazione degli avvenimenti più importanti, ma non c’era lo storico a trascriverli. Il primo vero storico fu Fabio Pittore (romano appartenente alla famiglia dei Fabi). Fu un personaggio molto particolare, che scrisse la prima storia di Roma, a partire dalle origini fino ad arrivare al suo tempo (216 a.C. circa, fine seconda guerra punica), tentando di dare una configurazione globale di questo periodo. Tutte le informazioni che ci sono arrivate erano nelle mani dei pontefici, cioè di un collegio sacerdotale annali. Questi avevano il compito di redigere gli annali, che inizialmente erano orali. Gli annali erano molto simili a dei calendari annotati, dove venivano, a seconda del periodo dell’anno, annotati gli avvenimenti più importanti. Erano quindi delle annotazioni molto schematiche, che contenevano eventi vari come: pleniluni, inondazioni, periodi di carestia e di guerra.
Il primo a fare un vero e proprio resoconto storico è quindi Fabio Pittore. Anche la sua opera prende il nome di “Annale”, e la lingua è quella greca. Ciò ci fa intuire due cose:
- I romani non sapevano scrivere di storia, e hanno dovuto imparare dai greci.
- Scrivendo in mezzo alla seconda guerra punica, questa storia in lingua greca doveva servire a far conoscere bene il mondo romano presso coloro che parlavano la lingua greca.
Gli storici importanti successivi, che si occupano dell’età arcaica, sono due:
- Livio (storico romano).
- Dionigi di Alicarnasso (greco).
Entrambi dipesero moltissimo da Fabio Pittore, che per essi fu un importante punto di riferimento. Fu particolarmente importante perché egli raccolse quelli che sono i miti sulle origini di Roma (che Livio e Dionigi riprenderanno). I romani costruirono l’origine della propria città e del proprio potere attraverso i miti, costruendo, però, una doppia mitologia:
- Indigena-latina: che è la più antica: si tratta del mito dei gemelli Romolo e Remo abbandonati sul Tevere, allattati e allevati dalla lupa. Una volta diventati più grandi si scontreranno e nel momento della fondazione di Roma Romolo ucciderà Remo. Un mito di fondazione di origine indigena-latina e ricco di simboli. Su questo mito, però, si innesca il secondo.
- Mito di origine greca: prende inizio dalla guerra di Troia. Troia, ormai vinta, viene distrutta e incendiata. Il giovane Enea riesce a scappare dalla città intraprendendo un viaggio per il Mediterraneo, sbarcando prima in Sicilia e infine sulle sponde del Lazio. Qua Enea sposa la figlia del re Latino, Lavinia. Suo figlio poi fonderà Alba Longa e di generazione in generazione si arriverà alla fondazione di Roma. Rea Silvia, figlia di Numitore, discendente di Enea e re di Alba Longa, fu infatti la madre dei gemelli Romolo e Remo, fondatori di Roma. Secondo alcuni, il dio Marte si invaghì della ragazza e la sedusse in un bosco. Per altri Rea Silvia venne stuprata, e, per rendere meno turpe il fatto, ne dichiarò la responsabilità del dio. Essendo una sacerdotessa della dea Vesta fu condannata a morire (venne lasciata morire di fame).
La mescolanza fra questi due miti viene condensata da Fabio Pittore nei suoi annali, e portata avanti, in particolare, da Livio.
Mitologia sui sette re di Roma
La leggenda riporta i nomi di sette re che si sarebbero susseguiti nel periodo compreso tra la nascita di Roma e l’inizio della Repubblica. Questi nomi, probabilmente, non hanno tutti una sicura base storica, e di certo sono troppo pochi per coprire uno spazio di tempo di circa 150 anni. Tuttavia la tradizione attribuisce a ciascuno di loro riforme e passi significativi, che tracciano la crescita graduale della città di Roma.
- Romolo (753 a.C. – 716 a.C.)
- Numa Pompilio (715 a.C. – 674 a.C.) Origine Latino Sabina
- Tullo Ostilio (673 a.C. – 641 a.C.)
- Anco Marzio (640 a.C. – 616 a.C.)
- Tarquinio Prisco (616 a.C. – 579 a.C.)
- Servio Tullio (578 a.C. – 535 a.C.) Origine etrusca
- Tarquinio il Superbo (535 a.C. – 510 a.C.)
Furono descritti dagli annalisti come personaggi con differenti caratteristiche specifiche: ciascuno di loro avrebbe creato una struttura specifica che caratterizzò Roma.
- Romolo fu, innanzitutto, il fondatore di Roma e avrebbe costruito la struttura della famiglia romana. Quindi da Romolo deriva tutto il diritto di famiglia più antico. E, inoltre, si deve a lui anche la struttura dell’organizzazione territoriale.
- Numa Pompilio, invece, ebbe merito di sancire le istituzioni religiose della città, tra cui il collegio degli auguri e i pontefici, e le feste religiose secondo un calendario.
Gli storici individuano due fenomeni:
- Fenomeno di concentrazione mitica: le fonti più recenti, non sapendo bene in realtà quali sono gli avvenimenti storici che possono coincidere con la figura di Romolo o con la figura di Numa e via dicendo, hanno operato una concentrazione. Quindi, tutto quello che avvenne e caratterizzò a Roma viene concentrato o su una figura o sull’altra.
- Fenomeno dell’anticipazione: le strutture che sono sorte lentamente e che sono state frutto di lotte politiche successive sono anticipate a questa epoca. Esempio: la capacità dei comizi dell’assemblea del popolo di votare. Noi sappiamo con certezza che i comizi hanno cominciato a votare soltanto a partire dalla piena età Repubblicana, al contrario di quanto certe fonti ci riportano (nella fase monarchica e nella primissima fase repubblicana non si era ancora verificata una funzione legislativa del comizio).
Riguardo al fenomeno delle concentrazioni abbiamo la certezza che il diritto dell’età arcaica e le strutture giuridiche di quest’epoca scaturiscono dalle consuetudini (c’è ben poco diritto imposto dall’alto).
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