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INTRODUZIONE

L’uso pratico della ragione si occupa dei motivi determinanti della volontà.

La volontà è la facoltà di agire secondo principi; è la facoltà di essere causa della realizzazione delle

proprie rappresentazioni.

Il primo problema è capire se la Ragion Pura riesca da sola a determinare la volontà, cioè se vi siano

azioni che abbiano come causa la ragione in quanto tale, oppure se ogni azione abbia come motivo

determinante una spinta, un impulso naturale, un desiderio. Se riesca a determinare una volontà

non empiricamente condizionata.

La Critica della Ragion Pratica ha il compito di impedire alla ragione empirica di voler fornire lei sola

il motivo determinante della volontà.

Se la Ragion Pura riesce da sola a determinare la volontà si dimostra come la Ragion Pura sia Pratica

e si dimostra come la volontà pura sia volontà.

Kant suddivide l’opera in: ANALITICA

1) Dottrina degli elementi E DIALETTICA

2) Dottrina del metodo ANALITICA

Cap.1 Principi della Ragion Pura Pratica

Definizione di PRINCIPIO PRATICO: sono regole generali che disciplinano la nostra volontà; è la forma

generale di una regola, sotto cui stanno regole pratiche particolari.

I principi pratici si dividono in MASSIME e LEGGI (IMPERATIVI).

I principi pratici in generale non sono principi morali, sono la forma generale della regola con cui la

ragione pratica agisce in quanto facoltà.

MASSIMA: la massima è soggettiva, valida per l’individuo che la fa propria. Tutti i principi pratici che

enunciano una regola dell’agire, poiché vengono assunti dal soggetto come sue regole di

comportamento, sono massime. Sono regole con cui il soggetto agisce in ogni caso. Per Kant le

massime sono il principio generale in cui si esprime la regola dell’azione adottata dal soggetto i

soggetti agiscono sempre adottando una massima.

LEGGI (IMPERATIVI): principi validi per tutti gli esseri razionali; sono regole pratiche oggettive.

Se tutte le regole pratiche fossero solo massime non si potrebbe parlare di dovere, perché la massima

esprime la motivazione del soggetto e in questo non vi è costrizione.

Tutti gli imperativi invece sono massime nel momento in cui vengono adottati dal soggetto.

NOTA

Se ammetto che la Ragion Pura determina da sola la volontà allora avrò leggi pratiche.

Leggi e massime possono entrare in conflitto.

La legge pratica è un comando che vale in modo oggettivo (= A PRIORI, UNIVERSALE, NECESSARIO).

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Kant suddivide in IMPERATIVI IPOTETICI E CATEGORICI:

1) IMPERATIVI IPOTETICI: valgono a condizione che si voglia raggiungere lo scopo a cui sono

finalizzati. Sono subordinati a una condizione, a un fine Se voglio “A” devo fare “B”. Sono

regole pratiche oggettive per ottenere un determinato fine e valgono per tutti coloro che si

propongono quel fine. Si avranno: a) REGOLE DELL’ABILITÀ [norme tecniche per raggiungere

uno scopo, ad esempio la procedura per diventare un buon medico]; b) CONSIGLI DI

PRUDENZA [forniscono i mezzi per ottenere benessere o felicità, ad esempio se voglio vivere

a lungo devo mangiare correttamente].

2) IMPERATIVI CATEGORICI: ordinano un dovere in modo incondizionato. L’imperativo

determina la volontà non in vista di un fine, ma semplicemente come volontà. Non dice “se

vuoi devi”, ma dice “devi perché devi, devi e basta”. Sono leggi pratiche che valgono

incondizionatamente.

Kant fa un esempio: supponiamo di dire a qualcuno che non deve mai promettere il falso;

questa è una regola che concerne solo la sua volontà, può attuare la regola oppure no. Se è

una regola praticamente corretta allora è una legge, un imperativo categorico. Una legge

deve essere necessaria e valere per tutti gli enti razionali, indipendentemente dai risultati

(Es. risparmiare in vecchiaia).

Cosa dice Kant?

Nella conoscenza pratica che riguarda i motivi determinanti della volontà, i principi che si adattano

non sono già leggi, poiché la ragione in campo Pratico ha a che fare con il soggetto e con la facoltà

di desiderare, quindi la ragione si orienta a seconda della facoltà di desiderare. In un ente in cui

domina tale facoltà e non la sola ragione, la ragione deve essere un imperativo, un dovere (SOLLEN)

che esprime una costrizione. In altre parole, l’ente che agisce determinato solo dalla ragione può

agire solo in quel modo (che la ragione gli impone).

 se ne deriva il concetto di FINITUDINE dell’TTIVITÀ MORALE

La Ragion Pura Pratica è incondizionata e assoluta, non deve essere criticata, ma solo illustrata, ma

ha comunque dei limiti.

Il concetto di vita etica si fonda sulla tesi della natura finita dell’uomo, fatto di volontà e ragione che

non vanno sempre d’accordo. La natura sensibile dell’uomo obbliga la legge morale ad assumere la

forma del dovere. Se ragione e volontà nell’uomo coincidessero non si dovrebbe imporre tale

dovere. L’uomo può assumere o non assumere la ragione come guida della sua condotta.

TEOREMA I

Tesi: tutti i principi pratici che presuppongono un oggetto (materia= oggetto di cui è desiderata la

realtà in atto) della facoltà di desiderare come motivo determinante della volontà sono empirici e

non possono dare luogo a nessuna legge (se un principio pratico presuppone un fine desiderato,

allora è empirico e non è legge).

Dimostrazione: se il desiderio di questo oggetto precede la regola pratica, allora il principio che mi

spinge all’azione è empirico. In questo caso infatti il motivo determinante del libero arbitrio è la

rappresentazione di un oggetto e il rapporto dell’oggetto con il soggetto. Tale rapporto è il PIACERE

che determina la facoltà di desiderare desiderare presuppone il piacere, ma il piacere non uguale

per tutti, quindi non può essere oggettivo. 4

Conclusione: se il motivo determinante della volontà è il piacere allora è empirico, quindi è empirico

anche il principio pratico empirico e soggettivo, non valevole in eguale misura per tutti gli enti

razionali. Tale principio può essere solo una massima ma non una legge.

(Il desiderio di un oggetto presuppone il piacere, ma il piacere è sempre empirico perché soggettivo).

TEOREMA II

Tesi: tutti i principi materiali sono di un’unica specie e appartengono al principio generale

dell’amore di sé o della propria felicità.

Dimostrazione: soddisfare un desiderio con un piacere significa soddisfare il principio di felicità, ma

fare della felicità il motivo determinante della propria volontà significa agire secondo il principio

dell’amore di sé.

Agire per ricevere piacere significa agire secondo il principio della propria felicità; fare della propria

felicità il motivo determinante della volontà significa agire secondo il principio dell’amore di sé.

Conclusione: tutti i principi materiali che abbiano come motivo determinante il piacere sono di

un’unica specie, appartengono al principio dell’amore di sé o della propria felicità.

COROLLARIO

Tutte le regole pratiche materiali ripongono il motivo determinante della volontà nella facoltà di

desiderare inferiore.

NOTA I

In contrasto con le tesi del suo tempo secondo cui la facoltà di desiderare era da distinguersi in

“superiore” e “inferiore”, correlando la facoltà di desiderare superiore all’intelletto

(rappresentazioni che hanno origine nell’intelletto) e quella inferiore ai sensi. Secondo questa tesi

la differenza stava negli oggetti verso cui si indirizzava l’appetitus:

1) Oggetti intellettuali (virtù, conoscenza,…) per la facoltà superiore.

2) Oggetti sensibili per quella inferiore

Kant intende invece separare qualitativamente la facoltà superiore e inferiore: non importa da dove

vengano i piaceri, non importa quale sia l’oggetto desiderato, poiché è sempre e comunque

coinvolto il piacere che è empirico. Se a determinare la volontà è il sentimento gradevole o

sgradevole che si attende, è del tutto indifferente l’oggetto, poiché importa solo l’intensità del

piacere.

Es. fornito da Kant: a chi ha bisogno di oro per spenderlo è indifferente se l’oro sia stato estratto

dalla roccia o setacciato dalla sabbia, ciò che conta è il piacere che traggo dall’oro.

La distinzione può essere solo di grado o non si potrebbe fare un confronto quantitativo fra due

motivi determinanti si sceglierà sempre quello che stimola maggiormente la facoltà di desiderare.

Secondo Kant o non esiste nessuna facoltà di desiderare superiore, oppure se esiste è la Ragione

Pura in quanto determina di per sé la volontà. In una legge pratica la ragione determina la volontà

immediatamente, non interferisce il sentimento di piacere.

NOTA II

Ogni ente razionale finito ha come esigenza l’essere felice, poiché manca di qualcosa e la desidera

 non vi è desiderio che non abbia come fine la felicità, quindi la felicità è motivo determinante

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della sua facoltà di desiderare: ma dove ciascuno riponga la propria felicità dipende dal proprio

piacere o dispiacere perciò la felicità come motivo determinante, essendo conoscibile solo

empiricamente, non può costituire una legge.

Ovvero:

il desiderio di essere felici, il bisogno, fa parte dell’umanità, di ogni uomo in quanto soggetto

sensibile, quindi è universale e dà luogo a una legge di natura: “tutti gli uomini in quanto soggetti

sensibili bramano la propria felicità”. Ma il desiderio di felicità ha oggetti diversi a seconda del

soggetto, perciò non può dare luogo a una legge pratica oggettiva, non può dare luogo a una legge

morale.

Il principio dell’amore si sé non può essere una legge pratica poiché il motivo determinante sarebbe

sempre soggettivo.

TEOREMA III

Tesi: se un ente razionale deve pensare le proprie massime come leggi pratiche universali può

pensarle come principi che non contengono il motivo determinante della volontà secondo la

materia, ma esclusivamente secondo la FORMA.

Dimostrazione: se il motivo determinante della volontà è una materia, la regola pratica è

subordinata a una condizione empirica (l’attesa di un certo piacere) e non sarebbe una legge (vedi

Teorema I). Se si toglie la materia resta solo la forma della legislazione universale.

Conclusione: un essere razionale può pensare una massima solo se determinata dalla forma

legislativa universale.

La legge morale risulta essere una sola, perché se elimino tutti i principi materiali, rimane solo la

forma.

La FORMALITÀ è una caratteristica strutturale dell’etica kantiana. La legge non dice cosa dobbiamo

fare, ma come dobbiamo fare ciò che facciamo. Se la legge ordinasse di agire in vista di un fine si

ridurrebbe a un imperativo ipotetico e non sarebbe più la volontà a dare una legge a sé stessa, ma

gli oggetti fornirebbero la legge alla volontà.

È LA FORMA CHE DETERMINA IL CONTENUTO E NON VICEVERSA.

NOTA

Anche l’intelletto più comune può capire da sé quale forma deve avere la legge universale.

Kant fa un esempio:

Adotto la massima di accrescere il mio patrimonio con ogni mezzo sicuro.

Caso: Possiedo un deposito di denaro il cui proprietario è morto senza lasciare nulla di scritto.

 mi chiedo se la massima può valere come legge universale;

 applico la massima al caso presente: chiunque ha il diritto di negare di aver ricevuto un deposito

di denaro se nessuno può dimostrarlo;

 se una tale massima divenisse legge non esisterebbe più il concetto di “deposito di denaro”;

 una tale legge non può diventare universale.

Bramare la propria felicità non può diventare legge universale, poiché la propria felicità non ha un

unico oggetto, ciascuno ha il suo si dovrebbe arrivare tutti a bramare le stesse cose.

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Kant cita Re Francesco I, contro l’Imperatore Carlo V, che dichiara “ciò che ha mio fratello Carlo lo

voglio avere anch’io”. Ma non si può trovare una legge che raccolga tutte le inclinazioni soggettive.

PROBLEMA I

Supposto che la forma legislativa (delle massime) sia il motivo determinante della volontà, trovare

come sia fatta una volontà tale da essere determinata da sé stessa.

Qual è la natura di una volontà determinata dalla legge?

Una volontà determinata dalla sola forma legislativa, non avendo la forma natura fenomenica, deve

essere pensata come indipendente dalla legge di causalità naturale. Tale indipendenza è la LIBERTÀ.

L’UNICA VOLONTÀ DETERMINATA DALLA FORMA DELLA LEGGE È UNA VOLONTÀ LIBERA.

PROBLEMA II

Supposto che una volontà sia libera, trovare la legge che la determina.

Se una volontà è libera qual è la legge che la determina?

La materia non può essere perché si dà solo empiricamente, quindi solo la forma legislativa può

costituire il motivo determinante della volontà.

NOTA (concetto positivo di libertà)

Libertà e legge pratica rinviano una all’altra. Ma da dove traiamo il concetto di libertà?

La libertà non si mostra e non si può intuire in modo diretto, né come concetto, né come dato di

esperienza. La consapevolezza della libertà (che Kant chiama incondizionato pratico) inizia nel

momento in cui il motivo determinante proviene dalla Ragion Pura e prevale sulle condizioni

sensibili.

 Questo ci dà il concetto positivo di libertà (la volontà che si autodetermina): la legge morale è

causa, motivo determinante, della volontà.

Diventiamo consapevoli della legge pratica non per intuizione, ma perché essa è necessaria e non

empirica; la legge morale è un comando assoluto.

Dice Kant: cosa ci rende consapevoli del darsi di un incondizionato pratico?

E risponde:

a) non la libertà, poiché non è conoscibile immediatamente ( la libertà è indipendente dalla

materia, la esclude concetto negativo di libertà);

b) non l’esperienza, poiché ci fa conoscere solo la legge fenomenica (causale) della natura, che

è il contrario della libertà;

c) la legge morale, poiché ci si presenta per prima; tale legge ci viene presentata dalla ragione

come necessaria, è un DOVERE. La legge morale è il motivo determinante per la volontà.

Egli fa poi un esempio:

Poniamo che qualcuno voglia soddisfare la propria inclinazione lussuriosa, ma davanti alla casa dove

troverebbe soddisfazione è rizzata una forca alla quale sarà impiccato una volta consumato il piacere

 Per Kant è evidente che quell’uomo saprebbe frenare le proprie pulsioni per non morire.

Ma se allo stesso uomo il Principe chiedesse di dare falsa testimonianza contro un uomo onesto sotto

la stessa minaccia di morte, Kant risponde: l’uomo sa che dovrebbe rifiutarsi di testimoniare il falso

e potrebbe farlo, anche se non ne avesse il coraggio, ma PUÒ perché DEVE, quindi riconosce in sé la

propria libertà di agire, di cui non sarebbe stato consapevole senza la legge morale.

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Legge fondamentale della Ragion Pura Pratica

AGISCI IN MODO CHE LA MASSIMA DELLA TUA VOLONTÀ POSSA SEMPRE VALERE COME PRINCIPIO DI UNA

LEGISLAZIONE UNIVERSALE.

Questa legge è incondizionata (a priori). La Ragion Pura Pratica determina a priori la volontà tramite

questa legge, indipendente da condizioni empiriche, quindi è volontà pura, determinata dalla sola

forma della legge.

La coscienza di questa legge è un fatto della ragione poiché non la si può derivare da precedenti

dati della ragione. È una coscienza immediata, certa, a priori.

La ragione Pura è pratica, e questo è il fatto della ragione Pura come tale. La ragione Pura può anche

fare, determina la volontà attraverso la forma di una legge in generale.

COROLLARIO

La Ragione Pura è di per sé sola pratica e dà all’uomo una legge universale che chiamiamo legge

morale.

NOTA

Il fatto, la legge morale, è innegabile e la ragione è incorruttibile.

Il principio della Ragion Pura Pratica legislatrice non riguarda solo l’uomo, ma tutti gli enti razionali

finiti e infiniti, quindi anche l’ente infinito quale intelligenza suprema, cioè Dio.

Per l’ente finito: la legge è un imperativo poiché la sua volontà è pura ma non santa. Vi è una

costrizione a compiere certe azioni, un dovere, poiché l’uomo è condizionato anche da cause

soggettive che possono essere in contrasto con la legge morale.

Per l’ente infinito: la volontà è santa, incapace di massime in contrasto con la legge morale. La

volontà coincide con la legge morale.

La santità funge da archetipo a cui deve tendere l’ente finito, al quale ci si deve necessariamente

approssimare in un processo infinito. Virtù è il progresso all’infinito delle massime verso la santità.

Per Kant l’essere umano è bidimensionale, fatto di ragione e istinto e questo fa sì che l’agire morale

prenda la forma del dovere: l’uomo può agire secondo o contro la legge.

Kant critica il fanatismo morale, cioè il voler andare oltre i limiti della condotta umana, sostituendo

alla virtù, che è intenzione morale in lotta, la santità.

Nell’uomo si può supporre una volontà pura ma non santa.

TEOREMA IV

Tesi: l’autonomia della volontà è l’unico principio di tutte le leggi morali. L’eteronomia non è il

fondamento di nessun obbligo, è avversa alla moralità della volontà. La morale eteronoma non

scaturisce dalla forma dell’imperativo categorico, ma deriva da contenuti materiali.

Autonomia: termine introdotto da Kant per designare l’indipendenza della volontà da ogni oggetto

del desiderio, è la sua capacità di darsi una legge propria.

Eteronomia: ciò che ha la propria legge in qualcosa che è altro da sé.

Il concetto di AUTONOMIA definisce il concetto positivo di libertà:

 L’indipendenza dalla materia era il concetto negativo (l’esclusione della materia);

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 la libertà in senso positivo è data dall’attività legislatrice propria della ragione.

La legge morale esprime l’autonomia della ragione e quindi la libertà. La libertà è la condizione

formale di tutte le massime.

NOTA I

Riassume i teoremi I e II: la volontà fondata su una legge pratica non può avere come motivo

determinante la materia, perché ogni materia poggia su condizioni soggettive che ruotano attorno

al principio della propria felicità. È innegabile che ogni volontà abbia necessariamente un oggetto,

ma questo non deve essere il motivo determinante perché non costituirebbe una legge.

Kant si chiede: la felicità degli altri può essere motivo determinante della volontà?

Prova a mostrare come, anche nel caso in cui come materia si abbia un oggetto moralmente valido

(la felicità degli altri), il motivo determinante della massima non può essere questo oggetto.

Se la felicità degli altri fosse motivo determinante, allora il benessere degli altri dovrebbe essere

per noi un piacere, ma anche un bisogno in quanto qualcosa che si desidera, perciò dovremmo

presuppore in tutti gli esseri razionali un sentire simpatico ma un sentire simpatico da parte di

tutti gli esseri razionali diventerebbe un principio eteronomo perché la felicità è sempre empirica.

NOTA II

La propria felicità è il principio opposto alla moralità.

(Es. se un amico ci mentisse per tutelare la propria felicità facendo in modo di non essere scoperto

e pretendesse anche di aver praticato un dovere umano, ne fuggiremmo).

I confini fra moralità e amore di sé sono tracciati in modo netto che persino l’occhio più comune

può notarne la differenza.

Kant fa a questo punto una lunga critica a diverse prese di posizione:

1) Polemica contro la concezione che indica la felicità come universale sommo bene.

2) Concezione della moralità come effetto della punizione.

3) Concezione del Moral sense.

Kant mette a confronto tutti i principi materiali di moralità ed elabora una tabella in cui possono

rientrare tutte le morali eteronome che non si basano sull’etica formale:

dell’educazione ( Montaigne)

Esterni: della costituzione civile (Mondeville)

Soggettivi Del sentimento fisico (Epicuro)

Interni:

Motivi materiali del sentimento morale

Interni: la perfezione (Stoici, Wolff)

Oggettivi 9

Esterni: volontà di Dio (Crusius)

Tutti i motivi soggettivi sono empirici e non costituiscono legge.

Anche il concetto di perfezione e di Dio sono fini, sono oggetti precostituiti rispetto alla volontà e

quindi sono materia. Il concetto di perfezione con significato pratico è l’idoneità o sufficienza di una

cosa per qualsiasi scopo; è una proprietà costitutiva dell’uomo, cioè è il talento rafforzato dalla

destrezza (perfezione interna).

Dio è la somma perfezione nella sostanza, una perfezione esterna.

Devono quindi esserci degli scopi secondo i quali il concetto di perfezione (interna o esterna)

divenga motivo determinante della volontà; ma uno scopo è sempre empirico e non può essere un

puro principio razionale (la perfezione è causa di felicità) ciò vuol dire che tutti i principi sono

materiali. Così come il governo, l’educazione, il sentimento fisico e morale sono tutti eteronomi.

Solo il principio pratico formale della ragione pura determina la morale.

Deduzione dei principi della Ragione Pura Pratica

L’analitica prova come la ragion pura possa essere pratica, cioè come determini la volontà di per sé,

indipendentemente da qualcosa di empirico. E lo prova con un fatto, dove la ragion pura dimostra

di essere pratica attraverso l’autonomia. Il fatto è inseparabile dalla coscienza della volontà di essere

libera.

La ragion pura dimostra di essere pratica con la realtà in atto, cioè con l’autonomia nel principio di

moralità con cui determina la volontà di agire.

Il fatto della ragione è la coscienza della libertà della volontà.

Kant dimostra come il factum sia inseparabile dal concetto di libertà della volontà, anzi come il fatto

si identifichi con questo concetto.

Kant dimostra il concetto positivo di libertà che risulta dalla possibilità di usare la categoria di

causalità in modo non conoscitivo. Dimostra nell’analitica come sia possibile fornire alla categoria

di causalità un oggetto tale oggetto le dà un significato, che è il concetto positivo di libertà.

Questo oggetto corrisponde alla determinazione della volontà da parte della ragion pura; la ragion

pura determina sé stessa, determina la propria volontà e questo è un fatto.

Fatto della ragione = determinazione della volontà da parte della ragion pura = coscienza della

libertà della volontà. 

La volontà è libera perché può essere determinata dalla ragion pura senza impulsi esterni

risultato dell’analitica.

Com’è possibile comprendere la libertà?

Se la libertà è un concetto solo pensato dalla ragione, per il quale non vi è intuizione, come posso

comprenderla? PERCHÉ LA LEGGE MORALE CI METTE A DISPOSIZIONE UN FATTO che i dati del

mondo sensibile non consentono di spiegare e che ci segnala un puro mondo dell’intelletto, anzi lo

determina positivamente, ce ne fa conoscere una legge. Questa legge procura al mondo sensibile,

alla natura sensibile, la forma di un mondo intelligibile, cioè una natura soprasensibile.

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Kant afferma semplicemente che essere consapevoli della legge morale significa pensare un intero

mondo adeguato alla legge morale, un mondo intelligibile ma quale deve essere il rapporto tra

mondo intelligibile e sensibile?

L’azione libera è comprensibile nell’ordine dei noumeni, perché sono determinazioni razionali pure

della volontà, ma devono anche avere effetti sui fenomeni.

LA LEGGE MORALE PROCURA ALLA NATURA SENSIBILE LA FORMA DI UN MONDO INTELLIGIBILE,

CIOÈ UNA NATURA SOPRASENSIBILE LA CUI LEGGE È QUELLA MORALE.

Per Kant il concetto di natura significa “esistenza di cose sotto leggi”, è una totalità strutturata di

leggi universali e necessarie.

La natura soprasensibile è sotto l’autonomia della ragion pura pratica: pensare la ragion pura pratica

come causa del mondo intelligibile, cioè come causa noumenon, ci dà il concetto positivo di libertà.

Natura= esistenza sotto leggi

Natura sensibile = esistenza sotto leggi empiriche, eteronomia della ragione

Natura sovrasensibile=esistenza sotto leggi indipendente

Kant definisce:

- la natura sovrasensibile ARCHETYPA, natura come modello originario;

- la natura sensibile ECTYPA (modellata), che contiene l’effetto possibile della prima, un mondo

sensibile all’interno del quale si deve pensare l’effetto possibile della legge morale.

Esempio: adotto la massima di rispettare la libera disposizione della propria vita. Se universalizzo la

massima, nessuno in tale natura, metterebbe fine alla propria vita arbitrariamente perché andrebbe

contro l’ordine naturale.

La differenza fra leggi di natura, da cui dipende la volontà, e la natura che invece dipende dalla

volontà, sta nel fatto che:

1) Nel primo la natura comanda la volontà, gli oggetti sono cause delle rappresentazioni che

determinano la volontà;

2) Nel secondo caso la volontà comanda la natura, è la volontà ad essere causa degli oggetti.

La causalità ha il suo motivo determinante nella ragione pura la ragion pura pratica.

2 QUESITI:

a) La ragione pura come può conoscere a priori gli oggetti?

Tutte le intuizioni sono solo sensibili, nessuna conoscenza può andare al di là dell’esperienza.

Tutti i principi della ragion pura rendono possibile l’esperienza di oggetti.

b) La ragione pura come può determinare la volontà immediatamente? Come la ragione

determina la massima della volontà? Perché possiamo pensare la causalità libera?

La determinazione libera della volontà viene pensata come causalità ma come la causalità,

categoria dell’intelletto puro, ottiene significato nell’uso pratico?

Viene determinata la volontà secondo un principio razionale, l’essere razionale non si

intuisce, non si riconosce come causa, ma pensa a sé stesso come causa.

Non c’è bisogno di dedurre la legge morale perché possiamo pensare la causalità libera.

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Filosofia Morale B mod.I - Professor Andrea Poma, Kant "Critica della ragion pratica". Analisi del testo capitolo per capitolo. Argomenti trattati: Analisi dell'opera, Prefazione, Introduzione, Analitica, capitoli, note, teoremi, corollari, legge fondamentale, deduzione, concetto di estensione, concetto di oggetto, tipica del giudizio, moventi, rispetto, deduzione critica dell'analitica, ...


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
Docente: Poma Andrea
Università: Torino - Unito
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher milena.lazier di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia morale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Poma Andrea.

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