Appunti di Imprese, competitività e sviluppo
a cura di Alessandra Mazzotta
Professore: Giovanni Marseguerra
A.A.: 2019/2020
Università: Università Cattolica del Sacro Cuore (sede di Milano)
LEZIONE 1
Perché questo corso si chiama così?
IMPRESE
Nei corsi di economia tradizionali, si studia la teoria della produzione/dell’impresa, riconducibile alla teoria
neoclassica. Secondo questo modello, l’economia politica si divide in:
Microeconomia fondamenti dell’economia;
Macroeconomia grandi aggregati.
La microeconomia è parte della teoria economica neoclassica. Si occupa di due cose:
1. Domanda e offerta la domanda è fatta dalle persone, che domandano beni e servizi. L’offerta è fatta
dalle imprese, che offrono beni e servizi.
2. Modello di equilibrio i mercati fanno incontrare domanda e offerta e fanno così funzionare il sistema
economico.
L’economia incontra l’antropologia nel momento in cui si fanno ipotesi comportamentali: come si
comportano i consumatori? in base a questo agiranno i produttori.
L’ipotesi della teoria neoclassica è quella dell’individualismo metodologico (homo oeconomicus) gli
individui agiscono in maniera razionale e vogliono massimizzare la loro utilità.
I consumatori massimizzano la loro utilità, ma rispettando il proprio vincolo di bilancio (che, detto in termini
poveri, vuol dire che non possono spendere più di quanto guadagnano).
Utilità = funzione che rappresenta le preferenze del consumatore. Il consumatore, posto di fronte a due
panieri di beni, sa sempre stabilire un ordine preferenziale e dire quale dei due preferisce o se è indifferente
tra i due.
D’altro canto, ci sono gli imprenditori, che vogliono invece massimizzare i profitti. Anche l’imprenditore ha
dei vincoli (tipo i costi da sostenere per la produzione).
I fondamenti antropologici della teoria economica sono molto particolari. C’è un ma: noi consumatori non
siamo tutti solo egoisti. Gli imprenditori non sono tutti solo affamati di soldi.
Modello semplificato dell’impresa neoclassica
[ input o fattori di produzione trasformazione output o prodotti/servizi ]
L’impresa neoclassica è una struttura che trasforma gli input o fattori produttivi che acquista sul mercato in
output o prodotti/servizi che vende sul mercato e agisce con il solo obiettivo di massimizzare i suoi profitti
(che sono dati da ricavi – costi).
La teoria economica neoclassica si propone di descrivere il mondo come è, e quindi di trovare le leggi
dell’economia. Ma c’è un problema: i soggetti dei sistemi economici sono persone, e le persone fanno quello
che vogliono. Rappresentare l’economia come una scienza dura/quantitativa non è possibile: l’economia è
una scienza sociale.
La teoria economica neoclassica, a forza di spiegare il mondo come è, e vedendo che i risultati non
combaciavano con la realtà empirica, ha trasformato la sua funzione di tipo descrittiva in funzione
prescrittiva. Anziché mettere in dubbio il modello, è stata messa in dubbio la realtà. Chi è stato educato con i
principi della teoria neoclassica si è convinto che il comportamento corretto fosse quello descritto dalla
razionalità crisi subprime, crisi del 2008. Dopo il 2008 si è riflettuto: come è possibile che questi abbiano
dato dei mutui sapendo la carneficina sociale che ne sarebbe conseguita? Hanno agito secondo la
massimizzazione della loro utilità/del loro profitto, perché così li è stato insegnato. La funzione prescrittiva
ha avuto effetti disastrosi sul sistema economico.
Tutto questo ci porta a concludere che:
- La teoria economica neoclassica ha dei problemi a interpretare la realtà, perché postula un tipo di uomo
che è diverso dalla realtà umana;
- Il passaggio dall’intento descrittivo all’intento prescrittivo ha effetti micidiali sul funzionamento dei
sistemi economici;
- L’economia è una scienza umana, perché ogni azione economica ha un effetto su altre persone la
pretesa della teoria economica neoclassica di separare l’economia dall’etica è folle. Se devo decidere se
licenziare o non licenziare, non posso non pensare alle conseguenze etiche che avrà la scelta che farò.
La teoria neoclassica ha dei limiti forti. Questo corso cerca di trovare delle alternative, di sviluppare una
scienza economica coerente con i fondamenti antropologici veri.
COMPETITIVITA’
Le imprese competono. Ma io impresa non posso, per massimizzare la mia utilità, infrangere le regole e
“fare lo sgambetto” per superare l’altra impresa.
La competitività non esclude la cooperazione. Delle imprese, pur competendo tra di loro, possono riuscire
anche a cooperare. La concorrenza può affiancarsi alla cooperazione. La cooperazione può diventare un
valore economico.
In questo corso, vedremo come conciliare concorrenza e competitività non per far fuori l’altra impresa,
ma per migliorare la produzione.
Alla base è necessaria una cultura economica non all’anglosassone (individualista).
La competitività può:
- Diventare un fine (“se voglio fare profitti, devo essere competitivo”);
- Essere un mezzo (“voglio che la mia impresa cresca bene e duri”) il fine è, a quel punto, lo sviluppo.
SVILUPPO
Crescita = concetto che fa riferimento all’aumento di quantità.
Sviluppo = fa riferimento a tante dimensioni (umana, personale, ecc.).
“Lo sviluppo […] non deve essere inteso in un modo esclusivamente economico, ma in senso integralmente
umano” (CA, n. 29).
“Lo sviluppo umano integrale suppone la libertà responsabile della persona e dei popoli: nessuna struttura
può garantire tale sviluppo al di fuori e al di sopra della responsabilità umana” (CV, n. 17).
Il corso, dunque, smuove la teoria neoclassica (una scatola nera con solo input e output) e parte dalle
persone. Se non c’è capitale sociale, il capitale umano rende poco. È ovvio che le imprese devono fare
profitto, ma una cosa è fare, un’altra è massimizzare.
“La Chiesa riconosce la giusta funzione del profitto, come indicatore del buon andamento dell’azienda:
quando un’azienda produce profitto, ciò significa che i fattori produttivi sono stati adeguatamente impiegati
e i corrispettivi bisogni umani debitamente soddisfatti. Tuttavia, il profitto non è l’unico indice delle
condizioni dell’azienda. È possibile che i conti economici siano in ordine e insieme che gli uomini, che
costituiscono il patrimonio più prezioso dell’azienda, siano umiliati e offesi nella loro dignità. […] Scopo
dell’impresa, infatti, non è semplicemente la produzione del profitto, bensì l’esistenza stessa dell’impresa
come comunità di persone che, in diverso modo, perseguono il soddisfacimento dei loro fondamentali
bisogni e costituiscono un particolare gruppo al servizio dell’intera società. Il profitto è un regolatore della
vita dell’azienda, ma non è l’unico; ad esso va aggiunta la considerazione di altri fattori umani e morali che,
a lungo periodo, sono almeno egualmente essenziali per la vita dell’impresa” (Centesimus Annus, n. 24).
LEZIONE 2
Abbiamo detto che non possiamo studiare l’economia come potremmo studiare, ad esempio, la fisica,
secondo leggi matematiche. Infatti, l’economia non può essere una scienza neutrale. Separare economia ed
etica è impossibile. L’economia è una scienza umana e sociale, ogni azione economica ha un risvolto sulle
persone ed è dunque intrinsecamente etica.
Questo pone un ulteriore problema: quale etica?
Persino la teoria neoclassica, che sembra neutrale, ha dei fondamenti antropologici. Se ipotizzo che l’uomo
sia razionale ed egoista, anche quella è un’etica. Non che adottando i principi di solidarietà e sussidiarietà si
risolvano i problemi. Non c’è una soluzione facile per risolvere i problemi dell’economia. L’orientamento
etico è importante, ma le soluzioni ai problemi le dobbiamo trovare noi. Quando studieremo l’economia,
partiremo sempre dall’etica, per capire perché un certo sistema ha delle conseguenze e altre no. Infatti, dietro
a un fatto economico, c’è una cultura economica, quindi un modo di fare e di gestire l’impresa. Ripetiamo e
sottolineiamo ancora una volta che non possiamo separare i due aspetti. Vogliamo studiare l’economia con
gli occhi di scienziati sociali [ economia – società – aspetti istituzionali e politici ], non di scienziati naturali:
dobbiamo abbandonare l’idea di un modello perfetto e accettare la complessità della società. La matematica
deve essere uno strumento per la scienza economica, che ha la mission di comprendere il passato,
interpretare il presente e prevedere il futuro.
Introduzione
Per collocare la nostra analisi nel contesto reale e concreto dell’epoca in cui viviamo, facciamo un piccolo
excursus sui problemi che ci circondano:
La crisi e il quadro economico internazionale;
Gli squilibri nel mondo;
Il sistema produttivo italiano nella crisi;
I principi;
La competitività per lo sviluppo.
La crisi: premessa
“La crisi finanziaria che attraversiamo ci fa dimenticare che alla sua origine vi è una profonda crisi
antropologica: la negazione del primato dell’essere umano!
[…]
La crisi mondiale che investe la finanza e l’economia manifesta i propri squilibri e, soprattutto, la grave
mancanza di un orientamento antropologico che riduce l’essere umano ad uno solo dei suoi bisogni: il
consumo” (Papa Francesco, Evangelii Gaudium, n. 55).
La crisi e il quadro economico internazionale
Noi stiamo ancora vivendo gli effetti della crisi finanziaria del 2008. Infatti, i debiti complessivi mondiali, da
allora, anziché diminuire sono aumentati il problema del debito non è stato risolto. Non è da escludere
che una crisi del genere si ripeta, perché non ci sono stati quei cambiamenti che sarebbero dovuti scaturire.
Si è tornati a fare le cose come prima.
Il 2008 è un po’ lo spartiacque, un cambiamento d’epoca. Al 2008 ci arriviamo dopo 20 anni e passa di
globalizzazione, che fa nascere il mercato globale. L’entrata della Cina sposta gli equilibri.
La globalizzazione cambia il mercato globale. Succede che i lavoratori dei paesi ricchi (Europa e Stati Uniti
in particolare) si trovano in concorrenza con i lavoratori dei paesi poveri/in via di sviluppo fenomeno
offshoring: portare fuori la produzione perché il costo di produzione è più basso. Concorrenza salariale: i
nostri lavoratori si vedono erodere il potere d’acquisto a causa dei lavoratori “nuovi”, e quindi si trovano con
meno risorse finanziarie. Che faccio a quel punto? O stringo la cinghia o, per mantenere il mio tenore di vita,
ricorro al debito. Tutt’oggi ci sono tanti consumi finanziati a debito (es.: pagare l’auto a rate).
La tecnofinanza: ho un credito con un consumatore (es.: 100 €) che temo non possa ripagare il debito che ha
con me; trovo qualcuno che sia disposto a comprarsi il debito (es.: a 80 €) (cartolarizzazione dei debiti si
aggregano i debiti e si vendono a pacchetti). Il rischio sottostante diventa difficile da calcolare. Tutt’oggi ci
sono debiti che le banche sanno che non potranno mai avere indietro.
A un certo punto scoppia la bolla immobiliare (gli immobili erano posti a garanzia del debito) i prezzi
delle case si abbassano effetti devastanti: il debito era di 100, il valore della casa era sceso a 80. In
America c’è possibilità di ripagare il mutuo restituendo la casa: molti possessori di casa fanno così. Le
famiglie si trovano per strada e le loro case sul mercato, i prezzi delle case scendono ancora di più (perché
c’è offerta maggiore). Ed ecco la crisi dei mutui subprime. Si entra in una spirale recessiva:
Rinvio dei consumi (oggi non me li posso permettere) cancellazione degli ordini (visto che
nessuno compra) riduzione della produzione (non produco se nessuna compra) chiusura degli
impianti licenziamenti riduzione del reddito rinvio dei consumi.
Dall’economia finanziaria, il contagio è arrivato all’economia reale (alle persone e alle famiglie).
Nel dicembre del 2008, la crisi è arrivata anche in Italia.
“Economie immerse in una crisi di fiducia. L’evoluzione naturale della congiuntura è stata bruscamente
interrotta dal crack di Lehman Brothers il 15 settembre 2008. Una data da ricordare. Prima di quel fallimento
la recessione annunciata dal triplice shock immobili-finanza-petrolio avrebbe lasciato il posto alla ripresa nel
corso del 2009 grazie al miglioramento dei fondamentali. Dopo e a causa di esso, il panico si è diffuso in
ogni angolo, finanziario e reale, del sistema e ha reciso il filo della fede nel futuro su cui cammina da sempre
lo sviluppo economico. In questi frangenti scatta l’istinto di sopravvivenza e i singoli attori, famiglie e
imprese, assumono decisioni e comportamenti rivolti al risparmio. Scelte razionali per i singoli diventano
sequenza autodistruttiva per la collettività perché tutti si adeguano ai timori di minore prosperità e li fanno
diventare realtà. Con effetti a catena crescenti e sempre più difficili da arrestare: riduzione di consumi e
investimenti, perdite nei bilanci aziendali, tagli di posti di lavoro, minori redditi, nuovo calo della domanda”
(Centro Studi Confindustria, L’economia italiana nella crisi globale, dicembre 2008).
Tutto ciò va collocato nel contesto italiano.
- Dal lato della domanda, si è passati a una domanda concentrata più su prodotti tecnologici, su cui l’Italia
è scarsa.
- Dal lato dell’offerta, abbiamo un altro shock: concorrenza forte con i grandi produttori a basso costo di
settori in cui siamo forti. Siamo dovuti passare dalla quantità alla qualità.
Alla fine del 2009, la crisi sembra finire.
“La recessione mondiale si è arrestata e si sta ora profilando una ripresa, in larga parte grazie al sostegno
delle politiche economiche espansive adottate nei principali paesi. […] Nel terzo trimestre in numerose
economie sono giunti segnali positivi dalla produzione industriale, dalle vendite al dettaglio, dal clima di
fiducia di imprese e famiglie. Le condizioni dei mercati finanziari internazionali hanno continuato a
migliorare, sostenute da una maggior fiducia degli investitori” (Banca d’Italia, Bollettino economico,
ottobre 2009).
“L’economia dei paesi dell’UE è giunta infine a una svolta. […] Per la prima volta negli ultimi due anni,
le previsioni sono state riviste al rialzo. La ripresa è dovuta a “miglioramenti del contesto esterno, delle
condizioni finanziarie e alle misure di politica monetaria e di bilancio messe in atto dai governi”
(Commissione Europea, 3 novembre 2009).
“La ripresa dell’economia mondiale è proseguita nei primi sei mesi del 2010. I ritmi di crescita sono stati
elevati nelle economie emergenti, sostenuti negli Stati Uniti e in Giappone, ancora modesti in Europa”
(Banca d’Italia, Bollettino economico, luglio 2010).
“L’economia mondiale continua ad espandersi, sospinta dalla forte crescita dei paesi emergenti, dal
recupero degli USA e dal consolidamento della ripresa nell’area dell’euro” (Banca d’Italia, Bollettino
economico, aprile 2011).
Il 2011 è un anno a due facce “Dall’estate sono bruscamente peggiorate le prospettive dell’economia
globale. È rallentata significativamente l’attività nelle economie avanzate, frenata non solo da fattori
temporanei, quali il rialzo dei prezzi dell’energia e le conseguenze del terremoto in Giappone, ma anche
dalla perdurante debolezza dell’occupazione, dall’intonazione meno espansiva assunta dalle politiche di
bilancio e dalla diffusa incertezza circa la risoluzione degli squilibri finanziari. Nei paesi emergenti, l’attività
economica ha lievemente decelerato, pur rimanendo su ritmi elevati. Gli organismi internazionali hanno
rivisto significativamente al ribasso le previsioni per la crescita mondiale nell’anno in corso e nel prossimo”
(Banca d’Italia, Bollettino economico, ottobre 2011).
La situazione nel 2020:
Torna a crescere il commercio, ma i rischi globali restano al ribasso. “I rischi per l’economia globale sono
ancora al ribasso; il commercio mondiale ha ripreso a espandersi e vi sono stati segnali di attenuazione delle
dispute tariffarie fra Stati Uniti e Cina, ma le prospettive restano incerte e sono in aumento le tensioni
geopolitiche. Aspettative meno pessimistiche sulla crescita, favorite dall’orientamento accomodante delle
banche centrali, hanno tuttavia sospinto i corsi azionari e agevolato un moderato recupero dei rendimenti a
lungo termine” (Banca d’Italia, Bollettino economico, gennaio 2020).
Nell’area dell’euro rimane appropriato l’accomodamento monetario. “Nell’area dell’euro l’attività
economica è frenata dalla debolezza della manifattura, particolarmente accentuata in Germania nonostante
un andamento superiore alle attese in novembre; permane il rischio che ne risenta anche la crescita dei
servizi, rimasta finora più solida. L’andamento dell’economia incide sull’inflazione, che nelle proiezioni
dell’Eurosistema è sostenuta dallo stimolo monetario ma viene prevista ancora inferiore al 2 per cento nel
prossimo triennio. Il Consiglio direttivo della BCE
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