Capitolo 1 – L’Impresa e l’Ambiente Esterno
Capitolo 2 – Contabilità Esterna
Capitolo 3 – Contabilità Analitica
Capitolo 4 – Analisi d’Investimenti
Capitolo 5 – Decisioni di Breve Periodo
Capitolo 6 – Strategia
Capitolo 1 – L’Impresa e l’Ambiente Esterno
1.1 Introduzione – L’Impresa e l’Ambiente Esterno
Si definisce economia la disciplina che studia i modi con cui la società gestisce le risorse
scarse. È proprio in questa definizione che compare il concetto chiave di “scarsità”, ossia di
limitatezza di risorse: infatti, non potendo essere prodotti tutti i beni e servizi, occorre
rispondere a questioni come decidere cosa produrre, in quali quantità, come allocare i
risultati della produzione ecc.
Come ogni altra scienza, anche l’economia si divide in branche. Parleremo quindi di:
-‐ Economia politica, per indicare lo studio del sistema economico. In particolare,
distinguiamo ulteriormente fra:
Microeconomia, che studia il comportamento di acquisto (e produzione) dei
• consumatori (e produttori) e i risultati della loro interazione sui mercati (ad
esempio, concorrenza, monopolio ecc.).
Macroeconomia, che studia le interazioni fra gli aggregati economici (ad
• esempio, spesa pubblica, trasferimenti di un intero sistema economico) e le
interazioni fra sistemi economici (ad esempio, currencies ecc.).
-‐ Economia aziendale, per indicare lo studio dei processi e dell’organizzazione interna
delle imprese (ad esempio, struttura organizzativa, problemi di bilancio, management
dei processi ecc.).
Concentriamoci da adesso in poi sul concetto di imprenditore, e quindi di impresa, e sul loro
ruolo all’interno del sistema economico-‐finanziario. Anzitutto, il nostro ordinamento giuridico
definisce non il concetto di impresa ma quello di imprenditore:
Art. 2082 c.c.: Si definisce imprenditore chi esercita professionalmente un’attività economica
organizzata al fine della produzione di beni e servizi.
L’impresa è quindi da intendersi come l’attività esercitata dall’imprenditore. Ciononostante, è
bene focalizzare l’attenzione su due elementi distintivi utilizzati nell’Articolo del Codice:
-‐ “Attività economica” implica l’insieme degli atti finalizzati alla produzione o allo
scambio di beni o servizi con l’obiettivo di creare nuova ricchezza (e in particolare utili,
ossia ricavi al netto dei costi).
-‐ “Organizzata” implica l’impiego combinato e ponderato di mezzi patrimoniali e lavoro
umano (i cosiddetti “fattori della produzione”, ossia capitale proprio o altrui e lavoro).
Concentriamoci adesso sulle caratteristiche generali di un impresa. Un’impresa, infatti, può
essere vista come un microsistema aperto ed estremamente dinamico che opera in stretta
interdipendenza con un macrosistema ben più complesso ed articolato, detto appunto sistema
economico-‐finanziario, di cui essa è parte. Tale sistema comprende, ad esempio: i fornitori, le
banche e gli enti finanziatori, i concorrenti, i centri di ricerca, i clienti ecc.. Ed è proprio la
dinamicità, e non la stabilità, che deve essere considerata come lo stato di normalità per un
impresa, ossia la sua capacità di adattarsi al cambiamento e all’innovazione o perfino esserne
il motore stesso. Essa, infatti, utilizza come input beni e servizi provenienti da altre imprese
del sistema, quali materie prime, energia, capitali ecc., al fine di produrre un output, come
nuovi beni, nuovi servizi e prestazioni. Ovviamente, l’output di beni e di servizi prodotti
assume significato solo se posseggono un valore economico, ossia devono poter essere
oggetto di scambio su un mercato.
L’interdipendenza dell’impresa dal resto del sistema economico non pregiudica tuttavia la sua
indipendenza. Essa, infatti, rimane libera di scegliere le vie e i modi di reperire risorse di cui
necessita, così come non è predeterminato il suo raggio d’azione (ad esempio, le attività che
svolge, il suo output o i clienti che serve) né la sua crescita, né le modalità che hanno portato
alla sua nascita. Infatti, nelle “economie di mercato”, quale la nostra, a differenza di quanto
accadeva nelle “economie pianificate”, quali quella ex sovietica, non esiste alcuna autorità
centrale suprema cui fare riferimento, ma è il mercato stesso, e in particolare il prezzo e la
performance, a regolare la vita delle imprese.
Un’impresa può finanziare la propria attività sostanzialmente in tre modi:
-‐ Con prestiti di banche.
-‐ Se quotate, approvvigionandosi di denaro sul mercato borsistico.
-‐ Con il denaro dei loro proprietari.
L’ultimo punto necessita di un’ulteriore precisazione. Quando un proprietario decide di
finanziare la propria impresa può voler dire che:
-‐ Trasferisce denaro dal proprio conto a quello dell’impresa, e in tal caso parleremo di
capitalizzazione;
-‐ Decide di rinunciare agli utili che l’impresa ha generato e che legittimamente può
prelevare dal conto dell’azienda, ma li rinveste nell’impresa stessa, e in tal caso
parleremo di autofinanziamento.
Un’impresa non necessariamente deve essere gestita professionalmente (elemento
soggettivo), né con continuità temporale e nemmeno in esclusiva, essendo possibile delegare
il suo esercizio ad altri o lasciarlo come attività secondaria. Inoltre ogni impresa ha una sua
organizzazione e una sua struttura, differente in complessità in funzione spesso della
dimensione. Ben più complessi e dibattuti sono, invece, gli scopi di un’impresa. Nel Codice
Civile non si fa cenno allo scopo dell’attività dell’imprenditore, ma generalmente è finalizzato
all’ottenimento di un profitto (fine di lucro). Invece, lo scopo dell’impresa è solitamente quello
di generare ricchezza, che si può manifestare in molteplici forme: ad esempio, ricchezza
finanziaria, immagine, acquisto di potere di mercato e sviluppo di nuove tecnologie.
La reputazione di cui l’impresa gode, ovvero l’immagine di sé che l’impresa proietta sia
all’esterno (verso clienti, banche, azionisti ecc.) sia all’interno (verso i suoi dipendenti)
rappresenta un fattore decisivo. L’immagine dell’impresa non è legata solo alle performance
economico-‐finanziarie ma anche alla qualità dei suoi prodotti, del suo management, delle sue
proiezioni verso il futuro, dell’ambiente umano e alla responsabilità sociale. Possedere un
marchio forte consente all’impresa di sfruttare l’inerzia, e quindi di mantenere un’immagine
positiva anche qualora i fattori che l’hanno generata dovessero scemare. Il marchio di
un’azienda è un diritto di proprietà intellettuale che, come il diritto di proprietà sui beni
tangibili, è tutelato dallo Stato.
Art. 2055 c.c.: L’azienda è il complesso di beni organizzati dall’imprenditore per l’esercizio
dell’impresa.
L’azienda comprende quindi l’insieme di risorse materiali, immateriali (ad esempio,
conoscenze) e umane organizzate dall’imprenditore. Tuttavia, nonostante azienda e impresa
siano due entità giuridicamente distinte, all’atto pratico sono utilizzate come sinonimi. Al
contrario, il termine “ditta” fa riferimento solo al nome dell’impresa.
Non esiste impresa senza rischio. Rischio implica l’eventualità che si verifichi un andamento
sfavorevole nello svolgimento di un’azione futura, quale, ad esempio, il lancio sul mercato di
un nuovo prodotto, la costruzione di nuovi impianti, la promozione di progetti di ricerca o la
creazione di reti commerciali. Chiaramente ciascuna scommessa può rivelarsi perdente, e
quindi portare al fallimento dell’impresa, o vincente, e quindi aggiungere valore all’impresa,
sino a innescare spirali di crescita per gli azionisti (shareholder) e per gli altri soggetti in
qualche misura coinvolti (stakeholder): il top management, le risorse umane, i clienti, le
banche, i fornitori e così via.
La genesi del rischio è essenzialmente legata a tre fattori:
-‐ Il tempo, poiché l’imprenditore assume decisioni il cui risvolto sarà valutabile solo in
futuro (ad esempio, quando un’azienda assume un ingegnere, non conosce a priori le
sue reali capacità, ma &
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