Filosofia del linguaggio
Prof. Massimiliano Vignolo
Teoria del significato
Una teoria del significato (semantica) per una lingua è una teoria che, dato un qualsiasi enunciato, ne deriva le sue condizioni di verità, ovvero la condizione che deve sussistere affinché l’enunciato sia vero, come deve essere fatto il mondo perché esso sia vero.
Enunciato di L (lingua) (input) teoria semantica condizioni di verità → (output)
La teoria semantica stabilisce le condizioni di verità dell’enunciato preso come input, per esempio:
“London is the capital city of England” è vero ↔ Londra è la capitale d’Inghilterra.
Ogni enunciato ha una condizione di verità, che può essere soddisfatta (vero) o no (falso). La teoria del significato permette di derivare bicondizionali del tipo: “E” è vero se e solo se...
Uso e menzione di un enunciato
- Menzione di espressioni linguistiche: metalinguaggio. Le virgolette creano nomi per gli enunciati stessi della lingua, per esempio: “Roma è la capitale d’Italia”. Menziono l’enunciato, costruisco un nome per esso e lo posso usare per costruire altri enunciati, non parlo di Roma, ma dell’enunciato.
- Uso di espressioni linguistiche: linguaggio oggetto. Si usa l’enunciato per dire che sussiste una certa condizione, per descrivere qualcosa, per esempio: Roma è la capitale d’Italia.
Paradossi e la distinzione tra uso e menzione
La distinzione tra uso e menzione diventa fondamentale quando si è iniziato a ragionare sui paradossi, come quello del mentitore: “Questo enunciato è falso”. Si tratta di un enunciato che parla di sé stesso, dice di sé di essere falso, ma ne segue una contraddizione, perché se esso è vero, allora è falso, ma se è falso, allora è vero (x è vero ↔ x è falso). Colui che distinse tra uso e menzione fu Alfred Tarski.
Due modi di intendere una teoria semantica
- Realtà psicologica: la nostra comprensione del linguaggio è data dal fatto che nel nostro cervello c’è una teoria.
- Ricostruzione razionale della comprensione del linguaggio: non ha realtà psicologica, ma offre una ricostruzione dei meccanismi della comprensione.
La teoria del significato e l'uso del linguaggio
Quale ragione ha motivato i filosofi a progettare la teoria del significato come una teoria delle condizioni di verità? Cosa significa comprendere una lingua? Un parlante conosce una lingua se è in grado di usarla e di capirla. La teoria del significato deve avere una relazione, quindi, con l’uso del linguaggio, per questo entra in gioco la nozione di verità. Per chiarirla concettualmente bisogna confrontarla con altre nozioni, come quella di asserzione, con la quale c’è una relazione concettuale. Non c’è una spiegazione esaustiva di verità, si possono solo far emergere relazioni con altre nozioni. La norma della verità enuncia quanto segue: è corretto asserire un enunciato E solo se E è vero, è scorretto asserire un enunciato E solo se E è falso.
Norma della verità e asserzione
Questa è intesa come una norma costitutiva dell’asserzione, come un principio metafisico che ci mostra una parte della natura dell’asserzione e della verità. L’atto linguistico conta come asserzione se e solo se è regolato dalla norma della verità. Ciò non vuol dire che se dico qualcosa di non vero non sto facendo un’asserzione, ne sto invece facendo una scorretta. Se mento faccio qualcosa che so non andrebbe fatto e se dico qualcosa che poi risulta falso, sono tenuto a ritrattare la mia asserzione, che deve essere sottoposta alla norma della verità, non la si può lasciare nel gioco linguistico come se fosse una mossa valida, va ritirata quando qualcuno ci informa che la nostra credenza è falsa. C’è, quindi, connessione tra teoria semantica e uso del linguaggio tramite la nozione di verità e la norma della verità.
Esempio: Asserzioni e condizioni di verità
L’asserzione è un tipico tipo di uso del linguaggio, descrittivo e dichiarativo, e la nozione si lega all’uso del linguaggio tramite di essa. La nozione di verità mette in relazione la nozione di significato con l’uso del linguaggio tramite la nozione di verità e per far ciò si usa la norma della verità. Se un parlante dice: “London is the capital city of England”, sappiamo che tale enunciato è vero solo se Londra è la capitale d’Inghilterra e siamo giustificati a concludere che il parlante creda che la condizione affinché la sua asserzione sia corretta sia soddisfatta. Egli crede che l’enunciato sia vero e possiamo inferire che intenda comunicare che Londra è la capitale d’Inghilterra.
Il ragionamento si svolge in questo modo:
- Il parlante asserisce l’enunciato.
- L’enunciato è vero se e solo se Londra è la capitale d’Inghilterra (da teoria semantica dell’inglese).
- Non c’è motivo di dubitare che il parlante non stia osservando la norma della verità.
- Il parlante crede che la condizione di verità dell’enunciato proferito sia soddisfatta (da 3 e dalla norma della verità).
- Il parlante crede che Londra sia la capitale d’Inghilterra (da 2 e da 4).
- Il parlante intende comunicare che Londra è la capitale d’Inghilterra (da 1-5 tramite inferenza alla miglior spiegazione del comportamento del parlante).
La nostra comprensione avviene come se svolgessimo un ragionamento di questo tipo. Possiamo presumere che il linguaggio sia nato per fare asserzioni, ma svolgiamo anche altri atti linguistici, per esempio:
- Domanda: “Is London the capital city of England?” Significa chiedersi se le condizioni di verità dell’enunciato dichiarativo “London is the capital city of England” sono soddisfatte.
- Comando, desiderio: “Be Liverpool the capital city of England”. Significa dare l’ordine che la condizione di verità dell’enunciato “Liverpool is the capital city of England” sia soddisfatta. Ha senso impartire l’ordine solo se presupponiamo che adesso Liverpool non sia la capitale, veicoliamo implicitamente quest’informazione.
Analisi degli atti linguistici
Gli atti linguistici si possono analizzare come se fossero composti da due componenti:
- Forza illocutoria: determina il tipo di atto linguistico (asserzione, domanda, comando, promessa ecc.).
- Enunciato: determina il contenuto dell’atto linguistico.
La semantica si occupa dei contenuti degli atti linguistici, dei contenuti degli enunciati che usiamo per compiere gli atti linguistici, mentre la pragmatica si occupa degli atti linguistici. Se un parlante vuole comunicare che p, allora usa un enunciato che ha p come condizione di verità. Quest’idea di comunicazione è chiamata modello della comunicazione come codice, ma funziona per un uso esplicito del linguaggio, per una comunicazione esplicita, ma non per la comunicazione verbale ordinaria.
Significato e condizioni di verità
Il significato di un enunciato è dato dalle sue condizioni di verità, mentre il significato di un’espressione subenunciativa (parte di enunciato) è dato dal suo contributo alle condizioni di verità degli enunciati nei quali occorre come parte costituente.
Componenti della teoria semantica
- Assiomi semantici: specificano il significato delle espressioni atomiche (che non contengono altre espressioni) di una lingua.
- Principio generale/legge: dato un qualsiasi enunciato ne deriva le sue condizioni di verità sulla base della sua struttura sintattica e dei significati delle espressioni atomiche che lo compongono.
Secondo il principio di composizionalità, il significato di un enunciato è funzione dei significati delle espressioni atomiche che lo compongono e della sua struttura sintattica. Questo permette di avere un modo univoco per determinare il significato delle espressioni complesse. Una teoria semantica con tale struttura rispetta il principio di composizionalità, di cui abbiamo bisogno perché il numero di enunciati complessi che si possono formare è potenzialmente infinito e le risorse computazionali della nostra mente sono limitate. Siamo in grado di comprendere enunciati sempre nuovi che non abbiamo mai incontrato in passato (anche atomici) e lo facciamo in modo sistematico.
Caratteristiche principali delle lingue
- Produttività: capacità di costruire/comprendere enunciati nuovi.
- Sistematicità: con cui facciamo ciò.
Per rendere conto di questi dobbiamo imporre un principio di composizionalità e quindi una teoria semantica composta da queste due parti. Se fosse composta da una lista di assiomi, uno per enunciato atomico, non renderebbe conto di questi due aspetti che caratterizzano la nostra competenza linguistica e semantica. Ciò presupporrebbe una forma di innatismo contro-intuitivo, una lunghissima lista di assiomi.
Esempi di applicazione della teoria semantica
Usiamo il nome proprio per riferirci a un certo individuo. Il sintagma verbale serve per riferirsi alla proprietà di essere genovese, per predicare una proprietà. L’enunciato è vero ↔ l’individuo a cui ci riferiamo col nome proprio possiede la proprietà alla quale ci riferiamo col sintagma verbale.
Principio generale e assiomi semantici
Se avessimo un assioma semantico che specifica a quale individuo si riferisce il nome proprio “Massimiliano” e uno che specifica a quale proprietà si riferisce il sintagma verbale “è genovese” saremmo in grado di derivare il bicondizionale che specifica la condizione di verità dell’enunciato.
Il principio generale enuncia: dato un qualsiasi enunciato formato da un nome proprio e da un sintagma verbale, esso è vero se e solo se l’individuo che è il riferimento del nome proprio soddisfa la proprietà che è il riferimento del sintagma verbale.
La proprietà si può intendere come una funzione caratteristica di un insieme: dato un insieme α, f (x)= 1 ↔ x ∈ α; αf (x)= 1 ↔ x ∈ α: f (x)= vero ↔ x ∈ α; αf (x)= 0 ↔ x ∉ α: f (x)= falso ↔ x ∉ α.
La proprietà di essere genovese può essere intesa come la funzione caratteristica dell’insieme degli individui che sono genovesi. Essa è la funzione che restituisce il vero se l’oggetto preso in argomento è genovese (appartiene all’insieme dei genovesi) e il falso se non lo è (non appartiene all’insieme dei genovesi). Il sintagma verbale si riferisce alla proprietà di essere genovese, ovvero all’insieme dei genovesi {x: x è genovese}. A questo punto si può riformulare il principio generale: dato un qualsiasi enunciato formato da un nome proprio e da un sintagma verbale, esso è vero se e solo se l’individuo che è il riferimento del nome proprio soddisfa la proprietà che è il riferimento del sintagma verbale appartiene all’insieme che è riferimento del sintagma verbale.
Per derivare le condizioni di verità dell’enunciato: “Stefano è un matematico”, occorre:
- Farne l’analisi sintattica: nome proprio + sintagma verbale.
- Servono degli assiomi semantici per il nome proprio e per il sintagma verbale: “Stefano” si riferisce a Stefano o “è un matematico” si riferisce a {x: x è un matematico}, ovvero all’insieme degli individui che sono matematici.
- Serve un principio generale che consenta di usare gli assiomi per completare il bicondizionale: “Stefano è un matematico” è vero se e solo se...
- Usare le informazioni date dagli assiomi semantici + quelle date dal principio generale per derivare le condizioni di verità dell’enunciato: “Stefano è un matematico” è vero se e solo se il riferimento del nome “Stefano” appartiene al riferimento del sintagma verbale “è un matematico”.
- Controllo con gli assiomi e ottengo: “Stefano è un matematico” è vero se e solo se Stefano appartiene a {x: x è un matematico} = se e solo se Stefano è un matematico (appartiene a un certo insieme). Ottengo un bicondizionale che sul lato destro indica le condizioni che devono sussistere affinché l’enunciato sia vero.
La teoria semantica permette di derivare bicondizionali come questo per ogni enunciato che riusciamo a costruire usando una certa lingua.
Predicati e principio generale
Il predicato è ciò che rimane se da un enunciato atomico togliamo tutti i nomi propri (sintagma verbale), per esempio: “Mario è biondo”, dove “è biondo” è un predicato a un posto.
- Predicati a un posto: si può aggiungere un solo nome alla volta per costruire un enunciato con esso. Ha come riferimento una proprietà, un insieme.
- Predicati a 2 posti: “Massimiliano vive a Genova” (…vive a…) Ha come riferimento una relazione diadica, ovvero un insieme di coppie ordinate: <x, y> ({<x, y>: x vive a y}). “Vivere a” ha un riferimento che soddisfa la condizione: il primo membro della coppia vive nel secondo membro.
- Predicati a 3 posti: “Massimiliano viaggia in treno da Rimini a Genova” (…viaggia in treno da…a…) Ha come riferimento una relazione triadica, ovvero un insieme di triple ordinate: <x, y, z> ({<x, y, z>: x viaggia in treno da y a z}).
Il riferimento di un predicato è un insieme di n-uple. Con queste nozioni si può formulare nuovamente il principio generale: dato un enunciato formato da n nomi propri e da un predicato a n posti, esso è vero se e solo se la n-upla formata dai riferimenti dei nomi propri appartiene all’insieme che è il riferimento del predicato a n posti.
Applicazione della teoria semantica
Principio generale per gli enunciati atomici (per un linguaggio formato solo da nomi propri e predicati a n posti): Un enunciato atomico formato da n nomi propri (t1 ... tn) e da un predicato a n posti (P) è vero se e solo se la n-upla formata dai riferimenti dei nomi propri appartiene al riferimento del predicato a n posti: <rif(t1) ... rif(tn)> ∈ rif(P).
Assiomi:
- Riferimento di “Massimiliano” = Massimiliano
- Riferimento di “è genovese” = {x: x è genovese}
“Massimiliano è genovese” è vero se e solo se il riferimento di “Massimiliano” appartiene al riferimento del predicato “è genovese” (dal principio generale). Controllando le informazioni date dagli assiomi ottengo che “Massimiliano è genovese” è vero se e solo se Massimiliano appartiene a {x: x è genovese} (dal bicondizionale precedente + assiomi semantici). Quindi, “Massimiliano è genovese” è vero e solo se Massimiliano è genovese.
Negazione e connettivi enunciativi
- Negazione: non (¬)
- Congiunzione: e (∧)
- Disgiunzione: o (v)
- Condizionale: se...allora (→)
- Bicondizionale: se e solo se (↔)
Negazione
“Massimiliano non è genovese”: “non: Massimiliano è genovese” è vero se e solo se “Massimiliano è genovese” è falso (= non è vero). La tavola di verità della negazione è:
| p | ¬p |
|---|---|
| V | F |
| F | V |
La negazione è falsa se l’enunciato di partenza è vero e viceversa. È una funzione che ribalta il valore di verità dell’enunciato negato.
Congiunzione
“Massimiliano è genovese e Mario è genovese” è vero se e solo se “Massimiliano è genovese” è vero e “Mario è genovese” è vero. La congiunzione è vera se entrambi i congiunti sono veri e falsa in tutti gli altri casi.
| p | q | p ∧ q |
|---|---|---|
| V | V | V |
| F | F | F |
| V | F | F |
| F | V | F |
Disgiunzione
“Massimiliano è genovese o Mario è genovese” è vero se e solo se “Massimiliano è genovese” è vero oppure “Mario è genovese” è vero. La disgiunzione è vera se almeno uno dei due disgiunti è vero e falsa solo nel caso in cui sono entrambi falsi. Si parla del vel, ovvero della disgiunzione inclusiva.
| p | q | p v q |
|---|---|---|
| V | V | V |
| V | F | V |
| F | V | V |
| F | F | F |
Condizionale
“Se piove allora la partita non si gioca” è falso se piove e la partita si gioca. Il condizionale è formato da antecedente e conseguente: Se p (antecedente) allora q (conseguente). Esso è falso se l’antecedente è vero e il conseguente è falso, mentre è vero in tutti gli altri casi. Un condizionale con antecedente falso è sempre vero. Se la condizione espressa dall’antecedente non sussiste, ciò che è espresso dal conseguente non ha più rilevanza e il condizionale è vero per default, in modo non informativo.
| p | q | p → q |
|---|---|---|
| V | V | V |
| F | F | V |
| V | F | F |
| F | V | V |
Bicondizionale
“Piove se e solo se la partita si gioca” è vero se entrambi gli enunciati sono veri o entrambi falsi.
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