Filosofia del diritto
In un mondo chiamato “Pianolandia”, che è a due dimensioni e cioè si caratterizza in lunghezza e larghezza, vivono figure regolari e figure irregolari, le quali però vengono allontanate dal contesto sociale proprio a causa di questa loro irregolarità. Un quadrato, cioè una delle figure regolari, sogna un mondo ad una sola dimensione, chiamato “Linealandia”, in cui vi è una linea che si ritiene l'unico abitante di quel luogo, poiché essendo ad una sola dimensione, non vede gli altri. La linea, dunque, si proclama re del mondo. Il quadrato tenta di parlare con la linea, ma quest'ultima non lo vede, ma semplicemente lo percepisce come una voce ad essa interiore.
Successivamente, il quadrato riceve la visita di una sfera, cioè di un soggetto a tre dimensioni. La sfera porta il quadrato nel proprio mondo, poi lo lascia libero e lui torna nel mondo a due dimensioni, tenta di raccontare ciò che ha visto, ma viene incarcerato. Assistiamo qui ad un finale socratico: il significato di questo racconto metaforico consiste nel manifestarsi di pregiudizi diffusi. In particolare, la linea non è in grado di vedere il quadrato poiché esso, dal suo punto di vista, è un concetto astratto, un qualcosa che non si può rappresentare concretamente e che dunque non esiste. Ancora, il quadrato viene incarcerato poiché esso tenta di far ragionare i propri simili per concetti, in astratto, e non per oggetti, in concreto. Egli viene quindi emarginato poiché non viene capito, poiché viene considerato diverso e poiché narra realtà astratte, incomprensibili, inconcepibili. Solo Platone, nell'“Apologia di Socrate” rende possibile fare il salto dal pensare per oggetti al pensare per concetti.
Platone, "L'apologia di Socrate"
Platone è un filosofo il cui modo di pensare e ragionare è dinamico, a differenza del modo di ragionare dei presocratici che è postulatorio. Le sue opere sono divise in tetralogie; la prima è composta dall'“Eutifrone”, dall'“Apologia di Socrate”, dal “Critone” e dal “Fedone”. L'“Apologia di Socrate” è un'opera narrativa che delinea la figura di Socrate e che, in particolare, narra le vicende legate al processo subito da questo filosofo nel 399 a.C.
Socrate si confronta con i suoi tre accusatori:
- Meleto, che rappresenta i poeti
- Anito, che rappresenta i politici
- Licone, che rappresenta i tecnici della parola
L'elemento che accomuna questi tre personaggi è il fatto che tutti hanno a che fare con il Logos, cioè col linguaggio.
A Socrate vengono rivolte quattro accuse:
- Due remote (che servono a dare la definizione di confutazione):
- Specula sulle cose di sopra il cielo e di sotto la terra: le cose di sopra il cielo rappresentano la metafisica, cioè ciò che c'è oltre i fenomeni, oltre ciò che è manifesto; ciò che, secondo Aristotele, mediante la confutazione, consente la conoscenza. Le cose di sotto la terra, invece, costituiscono tutto ciò che non è un oggetto. Le cose di sopra il cielo e di sotto la terra sono quelle escluse dalla terra, che è il mondo dell'esperienza diretta, tattile e materiale.
- Rende forte il discorso debole: si fa ciò mediante la confutazione, cioè la negazione, cioè l'analisi di tutte le alternative che vengono escluse quando si avanza una pretesa.
Socrate inizia a difendersi da queste accuse remote sostenendo di non sapere nulla, sostenendo di non essere il sapiente che tutti credono. Questo accade poiché il suo amico Cherofonte, recatosi a Delfi, aveva interrogato l'oracolo chiedendo se ci fosse qualcuno più sapiente di Socrate e l'oracolo aveva risposto negativamente. Questo responso però non è una sentenza, un dato di fatto, come tutti ritengono, ma è un enigma, che va svelato, va compreso. Proprio per questo motivo, Socrate, che non si crede sapiente, decide di confutare l'oracolo interrogando coloro che generalmente vengono considerati sapienti, cioè i poeti, i politici e i tecnici della parola.
Socrate interroga dunque i politici chiedendo conto della loro conoscenza, ma capisce che essi “Appaiono sapienti a tutti, soprattutto a se stessi, ma in realtà non lo sono”. In questo modo il filosofo si attira l'odio di tutta la categoria dei politici. Successivamente, interroga i poeti, i quali si sentono molto sapienti nella loro arte, non comprendendo però che ciò deriva loro da un'ispirazione divina, da un qualcosa di sconosciuto ed inspiegabile. Infine, interroga i tecnici della parola, i quali non solo ritengono di essere sapienti nella propria arte, ma anche in tutte le altre. A questo punto, Socrate viene definito da tutte e tre le categorie il più sapiente; coloro che vengono confutati credono che il confutante sia più sapiente di loro, così come aveva profetizzato l'oracolo. In realtà, il significato dell'enigma risiede nel fatto che il dio non intendeva affermare che Socrate fosse il più sapiente, ma si è servito del suo nome come di un esempio, per dire che, fra gli uomini, il più sapiente è colui che, come Socrate ha riconosciuto di non sapere nulla.
- Due recenti:
- Corrompe i giovani
- Prima linea di confutazione → iperbole: Meleto accusa Socrate di corrompere i giovani. Socrate, allora, gli chiede chi li educhi, ma il poeta risponde di sapere solo chi li peggiora, non chi li migliora, quindi si contraddice, dice contemporaneamente la pretesa e la sua negazione, dice A e non A insieme, cosa che non è possibile; non dice nulla di determinato, poiché per fare ciò dovrebbe confrontarsi con le alternative ed allontanarsi da esse. Alla fine Meleto risponde che chi migliora i giovani sono coloro che seguono i principi della polis. Ma Socrate non ha chiesto come, ma chi migliora i giovani. Allora Meleto risponde che sono i giudici a migliorarli, poi la Boulè, poi tutti i cittadini. Dal particolare, questo ragionamento si espande fino al generale, tanto da rendere indistinguibile fra i cittadini, chi educa i giovani e chi no.
- A questo punto Socrate introduce un'analogia: come non è possibile che tutti siano in grado di addestrare i cavalli, così non lo è che tutti i cittadini ateniesi possano educare i giovani.
- Seconda linea di confutazione → Socrate chiede a Meleto se è meglio stare coi migliori o coi peggiori e ovviamente il poeta opta per la prima ipotesi, poiché dai peggiori ci si aspetta sempre il male. Quindi, se Socrate insegnasse ai giovani ad essere peggiori, questi un giorno potrebbero fare del male anche a lui. Di conseguenza, se anche fosse vero che Socrate corrompe i giovani, egli lo fa involontariamente o per stoltezza.
- Non crede negli dei della polis ed introduce nuove divinità:
- Prima linea di confutazione: Socrate chiede a Meleto se l'accusa consiste nel credere che il Sole e la Luna siano oggetti concreti e non divinità. Meleto risponde affermativamente e Socrate gli fa notare che questo è il pensiero di Anassagora, non il suo e che sarebbe stupido da parte di Socrate spacciare le opere di Anassagora come sue, poiché la gente se ne accorgerebbe immediatamente. Platone cita Anassagora per rendergli omaggio ma anche per distaccarsene, poiché il fatto di pensare il Sole e la Luna come oggetti porta a ridurre il potere simbolico del linguaggio.
- Seconda linea di confutazione: emersione della contraddizione. Socrate riesce a dimostrare che Meleto sostiene una tesi contraddittoria: il poeta, infatti, accusa il filosofo di non credere negli dei ma nei demoni. Socrate, dunque, gli fa notare che i demoni sono dei o semi-dei, poiché sono figli degli dei. L'accusa di Meleto è contraddittoria: se Socrate crede nei demoni e i demoni sono dei, allora com'è possibile accusarlo di non credere negli dei?
- Corrompe i giovani
Tutte e quattro le linee di confutazione mirano a dimostrare la contraddittorietà di Meleto e sono formulate secondo un medesimo schema:
- Domanda di Socrate e risposta di Meleto
- Stipulazione delle premesse che portano a mostrare come non vi sia alcun corrispettivo tra le conclusioni e le premesse stesse
- Sviluppo: → intenzione e incompatibilità
Questa è la struttura della confutazione, Platone dà vita ad un elenchos dialettico, molto innovativo e molto diverso dall'elenchos classico di tipo attico, in cui l'accusa e la difesa si rivolgono alla Boulè, cioè ai giudici. Ognuna delle due parti prepara il proprio logos prima e fuori dal processo, i due logoi non si confondono fra di loro ed i giudici decidono in base alla coerenza interna, cioè alla forza del logos di allontanare da sé le contraddizioni ed in base alla forza persuasiva del discorso. Platone, invece, modifica la struttura di questo tipo di processo introducendo il confronto fra le parti: si passa da una condizione statica della confutazione ad una condizione dinamica. → Elenchos oppositivo, dialettico, i logoi si declinano come un dialogo.
Meleto è l'unico che parla fra i tre accusatori, Anito viene solo nominato. Egli rappresenta i politici e quindi il potere; pensa che Socrate non sarebbe dovuto entrare nel processo e che, una volta entrato, non può uscirne indenne; suggerisce di accettare la confutazione come postulato. Se si fa ciò occorre dunque far tacere la confutazione. L'errore di Meleto è pensare che l'accusa parta da lui quando in realtà è ispirato da altri. Anito, invece, è il vero ispiratore del processo.
Il ragionare di Socrate è ispirato da Apollo, il dio della ragione, dell'armonia, dell'ordine, è lui che vuole la forza del contrasto, che corrisponde alla missione di Socrate. Egli infatti parla di una strana energia che lo muove, un daimon, di cui si possono dare due interpretazioni: o Socrate anticipa la concezione cristiana o, ancora meglio, si tratta di una voce negativa, che lo frena, che lo confuta: “c'è una voce che mi parla dentro e che mi distoglie da ciò che sto per fare”.
Questa voce si dirige nei confronti dei giudici e questa dimensione dell’andare verso i giudici attraverso quest’attività di confutazione genera un esito ben preciso che Platone ha suddiviso in due momenti:
- Primo esito votazione: condanna. Socrate viene considerato colpevole. La Boulè è costituita da 500 giudici: come testimonia Diogene Laerzio, 280 di questi votano contro Socrate, 220 a favore di Socrate. Ci sono quindi solo 30 voti di scarto, che non sono tanti. Proprio questi impediscono che Meleto vada indenne. Ci vogliono 2/3 dei voti affinché lui sia assolto. È come se fossero stati condannati entrambi, sia Meleto che Socrate. Socrate si presenta come un dono di un Dio.
- A questo punto, dopo la votazione dei giudici, il colpevole ha il diritto di proporre la pena che reputa di meritare ed i giudici, con una seconda votazione, scelgono tra questa proposta e quella fatta dall'accusatore, cioè da Meleto, che in questo caso è la pena di morte. Socrate, dunque, suggerisce che dovrebbe essere mantenuto nel Pritaneo, un edificio ai piedi dell'Acropoli dove sono conservate le leggi di Solone e vengono ospitati a spese pubbliche i personaggi benemeriti della città. Socrate ritiene che questa sia la pena migliore per lui, non di certo il carcere o una multa o l'esilio, che lo porterebbe a viaggiare di città in città, ma non farebbe mai cessare la sua attività confutatoria, il suo interrogarsi e interrogare ispirati dal Dio. Infatti, non bisogna accettare i dogmi perché occorre sempre operare in termini confutatori, che non significa distruttivi. Non bisogna accettare i postulati poetici, politici o dei tecnici della parola, ma è bene chiedere prova di tali postulati confutandoli, cioè innescando un meccanismo processuale secondo un elenchos platonico.
- Secondo esito votazione: pena. Socrate viene condannato a morte. Socrate accetta con serenità la pena e profetizza ai cittadini ateniesi che lo stanno uccidendo un castigo molto più grave di quello che ora loro stanno infliggendo a lui: secondo il filosofo, infatti, essi, condannandolo a morte, pensano di liberarsi dall'obbligo di rendere conto di sé, ma Socrate li avverte che succederà tutto il contrario.
- In seguito, egli afferma che durante il processo la voce profetica a lui familiare, quella del dio, non si è fatta sentire, non ha esercitato il contrasto, forse a dire che questo era il volere del dio Apollo, dio della razionalità, cioè che si parli della confutazione ma anche che se ne faccia la prova confutatoria. Socrate non teme la morte, poiché essa o coincide con il nulla e dopo che si è morti non si ha più alcuna sensazione, oppure consiste in una sorta di cambiamento e di trasmigrazione dell'anima da questa sede in un'altra.
“L'apologia” si conclude con un discorso per i giudici che hanno assolto Socrate e con uno per quelli che lo hanno condannato. Il filosofo indirizza ai primi una preghiera: egli chiede di punire i suoi figli, quando essi avranno raggiunto la pubertà, infastidendoli allo stesso modo in cui lui ha infastidito i giudici stessi, cioè confutandoli. Se essi faranno ciò, Socrate e i suoi figli otterranno giustizia. Questo vuole forse dire che ora egli non ha avuto qualcosa di giusto. Chi si comporta più socraticamente con Socrate sono coloro che lo condannano, poiché quelli che lo assolvono accettano acriticamente la confutazione come un postulato. Sembra che dal punto di vista di chi lo assolve ci sia una mancanza che forse verrà sopperita con una generazione futura (figli di Socrate).
Riflessioni su “L'Apologia”
Socrate è come la torpedine perché quando ti afferra ti dà una scossa e ti costringe a render conto di te. “Conoscere se stessi” significa agire in termini socratici, far venir fuori da sé ciò che contrasta le proprie abitudini, solo attraverso la confutazione è possibile determinare qualcosa di esterno a sé. Rappresentando le alternative e mostrandole a se stessi si crea un movimento di domande e risposte che fa emergere la contraddizione, che permette di creare un'immagine di se stessi. La prima cosa che capita a ciascuno è infatti l'avere un’idea di sé, che però ognuno accetta come un dogma, è una pretesa che viene posta di fronte a se stessi. Si è poco disposti a confrontare questa pretesa con la sua negazione, ma solo rendendo conto a qualcuno di sé permette di far emergere ciò che si è veramente.
All'inizio dell'“Apologia” Socrate non sa quali impressioni i discorsi degli accusatori abbiano fatto agli ateniesi, ma sa che egli ha creduto di non essere più se stesso. Il filosofo dunque si interroga sulla propria identità, è come se la confutazione chiedesse conto di sé, avesse coscienza di sé.
Dal testo emergono tre parti: Meleto (A), Socrate (NON-A), e poi un terzo elemento, che è il giudice. Platone scrive “Verso i giudici di Atene”, ma “L'Apologia” sembra rivolgersi a noi, sembra che il terzo sia chiunque legge l’apologia. Chi la legge deve confutarla, postularla, problematizzarla.
“L'Apologia” racchiude due dimensioni, una emotiva e una razionale. L'aspetto dogmatico è innescato dalla parte emotiva, mentre l'aspetto problematizzante è innescato dalla parte razionale; l'attività di contrasto fra di essi è generativa. Se veniamo infatti catturati dalla dimensione dogmatica accettiamo Socrate come se si trattasse di un grande eroe, di un profeta. Ma poi egli ci fa fare un salto che corrisponde all’esito di questa attività di contrasto e che ci permette di elevarci dall'accettazione dogmatica delle pretese di razionalità. La prova di negazione ci dischiude la via per “le cose di sopra il cielo e di sotto la terra”.
Platone, "Critone"
Il “Critone” è in continuità temporale rispetto a “L'Apologia”. Critone è un amico molto facoltoso di Socrate che va a trovare il filosofo in carcere e gli propone di farlo scappare corrompendo le guardie e, a tal fine, gli presenta le sue ragioni:
- L’opinione dei più, cioè la doxa
- La discendenza
- Critone rimarrebbe “orfano”
- Danaro: la cifra per liberarlo non è alta, non è esosa
- Farsa: se Socrate morisse, trasformerebbe la sua causa giudiziaria in una scena da teatro, sarebbe un atto da buffoni. C’è qui l’indicazione della natura dell’Apologia, dove ad un certo punto la confutazione deve tacere, deve arrivare ad un punto di svolta.
Queste cinque ragioni presentate da Critone costituiscono il primo livello del dialogo, quello cioè del Logos. La struttura di questo dialogo potrebbe essere processuale, potrebbe trattarsi di un elenchos dialettico. La confutazione si compone del domandare. Socrate, infatti, chiede a Critone di fornirgli le ragioni della sua pretesa e una volta ottenute, egli le contrasta. Socrate ritiene la possibilità di fuggire una cosa ingiusta perché è contro le leggi. Come Socrate è simbolo dell’attività di confutazione, l’Apologia è simbolo del dialogo e del confronto tra il Logos e la doxa, tra il pensiero critico e l’accettazione passiva delle opinioni e delle convenzioni sociali.
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