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Appunti di Fenomenologia delle Arti Contemporanee

Appunti delle lezioni (Triennio), con le opere che sono state citate a lezione nonché un elenco dei libri e dei film consigliati dal docente basati su appunti personali delle lezioni del docente Luca Beatrice.

La bibliografia obbligatoria comprende tre testi a scelta tra i seguenti:
• Alastair Sooke, “Pop Art. Una storia a colori”, Einaudi 2016
• Arthur... Vedi di più

Esame di Fenomenologia delle arti contemporanee docente Prof. L. Beatrice

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Lezione 13

(12-01-2017)

Nel 1962 a New York si tenne la mostra “New Realism”, alla quale partecipò anche Mimmo Rotella.

Nell’esposizione erano presenti due principali esperienze: quella del Pop (che, in qualche misura,

era un modo per raffigurare la realtà, perlomeno quella americana) e quella del Nouveau Realisme

(una sorta di risposta all’arte Pop americana - vedi “Bed” di Raushenberg -).

Arman, “Mama mia”

Arman prende un violino e lo distrugge, riprendendo l’operazione di Cesar con le “Compressioni”.

Da parte di questi artisti appare chiaro il tentativo di trasformare degli oggetti per renderli

dinamici. The Living Theatre

Questi artisti arrivano invece dal Black Mountain College. L’idea di teatro in senso classico, ovvero

un luogo sofisticato dove andiamo vestiti bene e dove guardiamo degli attori che recitano un

copione, viene qui abbandonata. Non c’è più la divisione palcoscenico/platea; non siamo in un

luogo raffinato, e le persone non si siedono ad ascoltare qualcuno che parla.

In queste esperienze vengono spesso esibiti dei corpi nudi. Dobbiamo ricercare la motivazione di

questo gesto immedesimandoci nel pubblico: se una persona compie delle azioni da vestita, io

tengo a concentrarmi sui suoi gesti; se invece la persona si pone di fronte a me completamente

nuda, mi focalizzo esclusivamente sul suo corpo e sulla sua dimensione sessuale: scatta in noi un

istinto voyeuristico. La nostra tradizione pittorica presenta innumerevoli rappresentazioni di corpi

nudi, ma con la performance viene a mancare lo schermo della riproduzione su un supporto.

Allan Kaprow, happening

Esiste poi una sottocategoria della performance, ovvero l’happening; quest’ultimo tende ad avere

un maggiore coinvolgimento del pubblico, che diventa parte integrante dell’opera. L’happening di

Kaprow si compone di una partitura attentamente concepita, grazie alla quale il pubblico, per la

prima volta nell’arte del ventesimo secolo, viene coinvolto e manipolato interattivamente. Queste le

istruzioni fornite agli spettatori partecipanti: “La performance è divisa in sei parti... Ogni parte

contiene tre happenings che accadono immediatamente. L'inizio e la conclusione di ciascuna

performance saranno segnalati da una campana. Alla fine della performance verranno uditi due

colpi di campana... non ci sarà applauso dopo ogni insieme, ma potete applaudire dopo il sesto

insieme se lo desiderate.” Mentre John Cage incoraggiava il pubblico a partecipare con l’intento di

cedere il controllo autoriale dell’opera, negli happenings di Kaprow gli spettatori si trasformano in

vero e proprio materiale attraverso il quale l’artista può rappresentare la propria visione dell’arte e

del mondo.

Fluxus è stato un movimento artistico internazionale, costituitosi nel 1962 ma già operante sul

finire degli anni 1950. Gli artisti che vi parteciparono erano uniti dalla comune aspirazione a

superare la tradizionale divisione dei domini dell’estetica mediante uno sconfinamento dell’operare

artistico nel “flusso” della vita quotidiana, con la conseguente rivalutazione dei gesti più

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elementari. Proposero nuove forme espressive, che tendevano a coinvolgere in ugual misura artisti

e fruitori, secondo modalità non dissimili da quelle degli happenings e delle performances. L’opera

d’arte non deve avere confini; fare l’artista significa impiegare tecniche tradizionali, essere un

artista significa invece incarnare il concetto stesso di arte, “fare della propria vita un’opera d’arte”.

Non è più importante il fare, il produrre: gli artisti preferiscono essere invisibili ma lasciare tracce

più profonde e significative. L’arte non può e non deve essere rappresentazione dell’esistente (ad

esempio, il dipinto di un uomo che beve), se esiste già l’esistenza (io che bevo un bicchiere

d’acqua). Nam June Paik, “Zen for head”

Durante un festival, Nam mette in scena un testo musicale che non ha scritto lui, dopodiché

immerge testa, mani e cravatta in un secchio pieno di vernice e succo di pomodoro, per poi

impiegarli come una sorta di “pennello vivente” tracciando dei segni sulla tela. Una sorta di beffa

alla creazione artistica, verso gli artisti che utilizzano l’arte come mezzo spirituale. Nam impiega

inoltre un materiale deperibile: chi ha detto che l’opera deve essere eterna? Tutto è soggetto al

tempo, anche l’arte. Yoko Ono, “Cut piece”

L’opera è stata realizzata prima che Yoko Ono conoscesse John Lennon. Figlia di una famiglia

benestante con un ruolo importante a Tokyo, Yoko Ono scelse di essere un’artista, una delle poche

donne che già dagli anni ‘60 aveva un ruolo importante nel mondo dell’arte. In quest’opera, lei

sedeva sul palco invitando il pubblico a tagliarle i vestiti, un’azione che mirava a sottolineare la

violenza che potrebbe essere fatta su di un corpo che non oppone resistenza. Al di là della

componente sentimentale, spogliare una persona è un’azione molto complessa dal punto di vista

psicologico, specialmente se si tratta di due sconosciuti. L’imbarazzo può essere superato solo se

tutti quanti vengono coinvolti: è il pubblico che determina la perfetta riuscita dell’operazione.

Carolee Schneemann, “Eye body 36”, 1963 Carolee Schneemann, “Meat Joy”

Carolee Schneemann, “Interior scroll”, 1975

Negli anni ‘60 si assiste ad un sempre maggiore coinvolgimento delle donne nell’arte. La donna

inizia ad inserirsi nel mondo del cinema e della pubblicità. In arte, in questi anni le donne

impiegano spesso il proprio corpo perché è lo strumento più efficace per comunicare un messaggio.

Quel corpo tanto desiderato dagli uomini viene spesso reso sgradevole, se non repellente, per

opporsi alla visione sessista e possessiva dell’uomo. Le donne creano un “corpo politico”, spesso

incorrendo nella censura.

Carolee Schneemann fu una delle prime donne ad apparire nuda davanti ad un pubblico. “Meat

Joy” simula un’orgia durante la quale gli artisti si strofinano dei pezzi di carne sul corpo, ponendosi

ad una distanza minima dal pubblico. Non vi è nessun copione, la performance è principalmente

improvvisata. Con “Interior scroll”, invece, l’artista si sdraiò nuda su un tavolo e iniziò a dipingersi

il corpo con del fango. Il rituale non si concludeva fino a quando l’artista non rimuoveva

completamente un rotolo di carta dalla sua vagina, per poi leggerlo mano a mano che si srotolava.

Shigeko Kubota, “Vagina painting”

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Kubota si beffa invece dell’action painting mettendo un pennello sotto gli slip e dipingendo –

letteralmente – con l’organo genitale. Con questa operazione l’artista simboleggia inoltre il ciclo

mestruale, altro argomento tabù che provoca spesso repulsione da parte degli uomini.

Valie Export, “Action Pants: Genital panic”

Valie Export nel 1969 irrompe in un cinema pornografico indossando un vestito di pelle nera

aperto sul sesso, brandendo un mitra in mano. Sfilando tra le file del cinema, Valie Export ha

sfidato la concezione di donna-oggetto che gli uomini cercavano in un film porno. Appena si

spostava da una fila all’altra, gli uomini uscivano dalla sala in rigoroso silenzio.

La donna comincia così a rivendicare la sua libertà sessuale: vuoi un rapporto? Ho un mitra, te la

senti? Vuoi toccarmi il seno? Sei in pubblico, e sono con il mio ragazzo… Sei sicuro di volerci

provare? E via dicendo. Lezione 14

(18-01-2017)

Pensiamo alla situazione italiana alla fine del ‘900: ci troviamo nel pieno del boom economico, tra

la popolazione vi è un diffuso ottimismo – un periodo straordinario rispetto all’immediato

dopoguerra –. Questa situazione di benessere può essere notata anche nell’evoluzione della

produzione cinematografica: si passò da “Roma città aperta” di Rossellini a “Domenica d’Agosto”,

un film che parla della transumanza dei romani che andavano in spiaggia la domenica.

Dopo il fascismo e il referendum del ‘46, salì al governo la Democrazia Cristiana. Tuttavia, in quel

periodo era presente in Italia anche un Partito Comunista (PCI) estremamente forte, che prendeva

ordini direttamente da Mosca. Esemplari furono le vicende di Don Camillo e Peppone; il primo era

un parroco, il secondo un sindaco comunista. Ovviamente, fra i due vi furono numerosi scontri,

così come ve ne furono tra la DC e il PCI. Essi erano l’uno l’ombra dell’altro: la vecchia generazione

– tendenzialmente democristiana – contro gli studenti e gli operai comunisti.

Tra l’autunno del ‘67 e del ‘68 gli studenti scesero in piazza contro l’aumento delle tasse

universitarie; si stava tentando di trasformare la scuola in un ambiente elitario, per pochi, negando

deliberatamente il diritto allo studio. Contemporaneamente, gli operai manifestarono per la

riduzione dell’orario di lavoro. Il loro slogan era “lavorare meno, lavorare tutti”, poiché un

eccessivo carico di lavoro su di una sola persona comportava che ve ne fossero molte altre

disoccupate. Per la prima volta dall’inizio del dopoguerra, avvenne uno scontro generazionale: i

figli si rivoltavano contro i genitori che avevano vissuto – anche se solo in parte – la seconda guerra

mondiale.

In pieno ‘68 i conflitti esplosero inevitabilmente, ma i primi sintomi di questi disagi furono

espletati in forma estetica. I giovani si ribellarono inizialmente indossando dei vestiti diversi ed

anticonvenzionali. Emblema della rivoluzione estetica fu la “Summer of Love” tenutasi a San

Francisco, un movimento pacifista contro la guerra in Vietnam. Solo dopo la ribellione estetica

esplosero le grandi insurrezioni. Emblema di questa fase fu Pasolini: comunista, cattolico e

omosessuale, egli incarnava tutte le contraddizioni dell’epoca.

Nel ‘72 venne inoltre indetto il referendum abrogativo sul divorzio.

In tutto ciò, che ruolo ha giocato l’arte? Come poteva rappresentare uno scontro generazionale così

forte? La risposta è semplice: rompendo gli schemi, impiegando nuove tecniche e nuovi materiali.

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Nel 1967 nacque una nuova neoavanguardia, cioè l’arte povera. Essa venne fondata a Torino,

ovvero la realtà operaia italiana per eccellenza. L’arte non poteva più restare rinchiusa in una torre

d’avorio ad osservare le vicende dall’alto: era necessario scendere in campo. Tra i maggiori

esponenti dell’arte povera vi furono Mario Merz (che ebbe un’esperienza pittorica prima di aderire

al movimento), Penone, Boetti, Pascali (romano), Scunellis (greco, naturalizzato romano) e Fabro

(milanese).

Nel ’67 venne inoltre fondata la rivista d’arte contemporanea italiana “Flash art”, che proponeva

una cultura artistica militante. Germano Celant – storico e curatore d’arte – vi pubblicò infatti un

articolo intitolato “Appunti per una guerriglia”.

Carol Rama, “Appassionata” (1943)

Il corpo della donna è stato impiegato nella pubblicità nei modi più disparati, dal calendario Pirelli

alla cartolina di Playboy con Marylin Monroe del ‘52, pubblicato quando non era ancora famosa.

Per questo e per molti altri motivi, negli anni ‘60 le donne irrompono con il corpo agito sulla scena

artistica. Carol Rama, anticipatrice di molte tematiche femministe, realizzò già alla fine degli anni

‘30 dei quadri che avevano come il tema del sesso inteso non nella sua dimensione ludica, bensì

come atto violento e spesso legato alla malattia – riprendendo in parte i lavori di Frida Kahlo –.

Tuttavia, ella comunicava ancora attraverso la rappresentazione.

E gli uomini, che ruolo hanno giocato nella performance artistica? Sono stati sicuramente meno

numerosi gli artisti che hanno impiegato questa forma espressiva. Gli uomini sfruttano

maggiormente una vena comica, mentre le donne tendono più a un’arte aggressiva, a causa della

loro situazione. Qui vi sono gli esempi dei più importanti:

• Robert Morris. Egli rappresentò l’io con una partecipazione voyeuristica dello spettatore,

creando un gioco di parole tra “eye”, “occhio”, e “I”, “io”.

Robert Morris, “I box”

• Bruce Nauman. Realizzò dei brevi film si riprende mentre si applica vari colori sul viso e

sulla parte superiore del corpo. In qualche modo, questa operazione può comunque essere

considerata pittura, ma il supporto cambia drasticamente. Con “Self portrait as a fountain”

trasformò invece il suo corpo in un oggetto, citando Duchamp; per ideare l’opera, Nauman

si chiuse nel suo studio per diverse ore. Altro video da lui realizzato fu “Walking in an

exaggerated Manner” (’67 - ’68): con quest’opera non intendeva creare un rapporto diretto

con il pubblico, e nemmeno esibire un corpo nudo da osservare con puro spirito

voyeuristico.

Bruce Nauman, “Art makeup” Bruce Nauman, “Self portrait as a fountain”

• Dennis Oppenheim. La sua opera più importante fu “Parallel stress”, letteralmente “Sforzo

parallelo”. Essa si compone di due momenti, in cui l’artista ha affrontato il concetto di

resistenza e di durata. Nella prima fase, Oppenheim sospende per 10 minuti il proprio

corpo su due muri, aumentando di volta in volta la distanza: la fotografia è stata scattata nel

momento di maggior tensione. Nella seconda fase, invece, ha assunto la posizione per

un’ora. L’intento era quello di mostrare un tipo di sofferenza fisica sul proprio corpo.

Dennis Oppenheim, “Parallel stress”

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• Bas Jan Ader. Artista olandese che lavorò molto sul concetto di sparizione. Nel video “I am

too sad to tell you” riprese Buster Keaton, attore che fondò parte della sua originalità sulla

fusione tra serietà e risata. Come può l’artista convincerci della veridicità della sua tristezza

se non può dirci il motivo? La sua ultima performance, “In search of the miraculous”,

consistette invece in un viaggio in barca a vela dall’America all’Europa, nel quale è

scomparso per sempre.

Bas Jan Ader, “I am too sad to tell you”

• Giuseppe Penone. In “Rovesciare i propri occhi”, l’artista indossa delle lenti a contatto a

specchio, privandosi della vista ed esponendosi al pubblico. L’arte può non avere odore,

sapore, tatto o rumore, ma non possiamo privarci della vista per poterne fruire. “Le lenti a

contatto specchianti coprono l'iride e la pupilla; indossandole mi rendono cieco. Poste

sull'occhio, indicano il punto di divisione e di separazione da ciò che mi circonda. Sono

come la pelle un elemento di confine, l'interruzione di un canale di informazione che usa

come medium la luce. La loro caratteristica specchiante fa sì che l'informazione giunta al

mio occhio venga riflessa”. Rendendosi cieco, l'artista può finalmente vedere: egli ha

abbandonato il mondo esterno per rifugiarsi per sempre nell'interiorità.

Giuseppe Penone, “Rovesciare i propri occhi”

Lezione 15

(19-01-2017)

Nel momento in cui l’artista si trova sul palcoscenico ed ha l’attenzione del pubblico, ci si aspetta

da lui un gesto plateale. Tuttavia, abbiamo analizzato artisti che attraverso le loro opere hanno

compiuto dei gesti minimi, che andavano a sminuire quell’aura di miticità tipica dell’arte

precedente. Questi artisti disattendono le previsioni degli spettatori, creando una nuova forma

espressiva. Proprio in questi anni si iniziarono a considerare nuovi linguaggi nel mondo dell’arte: la

società stava accettando che l’arte può essere impalpabile, che spesso non resta subordinata a delle

regole, la prima delle quali vede l’inserimento dell’opera nel mondo del mercato. Dal momento in

cui una performance – solitamente – si esaurisce in sé stessa senza produrre nulla, gli artisti si

arricchirono attraverso canali che all’epoca non erano considerati artistici, come ad esempio la

fotografia. Essa non venne impiegata come risvolto formale della loro opera, bensì come pura

testimonianza dell’avvenimento della performance.

Analizzeremo adesso in che modo il corpo può essere utilizzato in maniera trasgressiva. Esistono

numerosi argomenti che l’arte non può (o meglio, non dovrebbe) rappresentare. Vi sono stati

diversi dipinti considerati trasgressivi nella storia dell’arte, alcuni dei quali abbiamo anche

analizzato. Tuttavia, per quanto violento possa essere, un dipinto resta una rappresentazione:

diverso è se viene mostrato lo stesso soggetto in una fotografia, o in un film. L’effetto finale è di

maggiore realismo, e dunque urta molto di più la nostra sensibilità. Tra i principali argomenti tabù

– e dunque, trasgressivi – che riguardano il corpo vi sono il sesso e la morte. Il corpo, inoltre, non è

soltanto “bello”, ma può essere anche urtante: esso è organico, produce scorie (nel caso della donna

il ciclo mestruale, il parto...). Performance di Hermann Nitsch

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Hermann Nitsch è una sorta di regista che dirige i suoi attori in maniera teatrale. Si rifece al

cosiddetto “Teatro della crudeltà”, espressione coniata da Artaud nel 1932 per identificare un

nuovo modo di fare teatro: uno spettacolo in cui fossero impiegati tutti i mezzi d’azione atti a

scuotere e sconvolgere lo spettatore, ottenendone la partecipazione incondizionata. Utilizzò spesso

il concetto di rimosso, e insieme ad altri artisti costituì il cosiddetto “azionismo viennese”: la

performance deve scioccare, turbare e sconvolgere. A questo scopo, Nitsch impiega spesso il

sangue, un elemento fortemente ancestrale che ci colpisce fortemente. Egli è tutt’oggi attivo, e già

negli anni ‘80 le performance consistevano nel versare sangue e interiora di animali sugli attori. In

“Azione 1” del ’62, Nitsch indossa una tunica sacerdotale e simula una sorta di crocifissione, mentre

gli veniva schizzato del sangue sul viso e sul corpo.

Otto Mühl, “Materialaktion” Otto Mühl, “Piss Action”

A differenza di Nitsch, Otto Mühl partecipò molto di più alle sue performance. “Piss Action” venne

eseguita nel ‘68 davanti ad un pubblico; la performance consisteva nell’urinare in bocca ad un suo

partner. In un’altra azione, aveva frustato pubblicamente un masochista.

Günter Brus, “Arte e rivoluzione”

Günter Brus si denudò completamente davanti ad un pubblico tenendo indosso solo i calzini.

Dopodiché, si tagliò il petto e la gamba, urinò in un bicchiere da cui bevve, defecò, si rotolò nei suoi

escrementi e si masturbò cantando l’inno nazionale viennese. L’azione condusse al suo arresto e ad

una sentenza di condanna a sei mesi di detenzione per vilipendio ai simboli dello stato. Brus, così

come gli altri artisti, assunse a pieno le responsabilità di un’azione così violenta, ma sembra quasi

che vi fosse una necessità diffusa che non poteva essere fermata: quella di scoprire i limiti, fin dove

si poteva arrivare. Günter Brus, “Autoritratto”

L’artista aveva inoltre camminato per Vienna completamente dipinto di bianco, con una striscia

nera che gli attraversava il corpo a simulare una mutilazione. Se è vero che è il contesto a generare

l’opera d’arte, qui accadde il contrario: l’artista irruppe in un ambito non artistico per creare un

trauma, un disturbo e – anche in questo caso – venne cacciato via. Qual è quindi il limite dell’arte?

Quanto può essere giustificato un atto artistico? Quanto hanno queste performance di

esibizionistico? Rudolf Schwarzkogler

Rudolf Schwarzkogler ci parla invece della sofferenza, della privazione, dell’automutilazione. Le

uniche testimonianze delle sue azioni sono delle fotografie, decisamente riduttive rispetto alle vere

e proprie azioni, ma non per questo meno abbacinanti. Il materiale con il quale martirizzò il suo

corpo era materiale angosciante, che evoca dimensioni frustranti e asfissianti. Si bendava con garza

bianca, si mutilava, simulava processi di autocastrazione, coinvolgeva spesso materiali chirurgici

come attrezzi o lettino da operazioni, tubi di gomma trasparente e alambicchi, fili elettrici, ma

anche pesci bendati sul suo corpo, tamponi in gola, ferite sanguinanti, teste bendate e sassi,

tubicini e lamette da barba. L'ambiente era rigorosamente sterile e bianco, per osannare il rosso del

sangue. La leggenda lo vuole suicidatosi in pubblico a seguito di una prova di castrazione, o ancora,

toltosi la vita strappandosi la pelle lembo dopo lembo. In realtà, Rudolf Schwarzkogler muore

suicida nel 1969, gettandosi, o cadendo, dalla finestra della sua camera da letto.

Ana Mendieta, “Rape scene”

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In “Rape scene”, Ana Mendieta invitò dei suoi amici e conoscenti a casa sua, che la trovarono legata

ad un tavolo nuda dalla vita in giù. Ella si era ispirata ad un fatto di cronaca, e realizzò questa opera

contro il silenzio omertoso che può esser fatto su di uno stupro.

Gina Pane, “Death control”

Gina Pane basò tutta la sua arte sul rapporto con la morte, alla quale dobbiamo abituarci. Praticò

sul suo corpo diverse lesioni e automutilazioni. Nelle sue performance si vestiva sempre di bianco,

e chiedeva al pubblico una partecipazione. Lezione 16

(25-01-2017)

Tutti noi, nostro malgrado, nella nostra vita incontriamo dei momenti che ci provocano dolore.

Fisica o psicologica, la sofferenza è una delle tante prove che siamo costretti ad affrontare. Molti

artisti, come abbiamo visto, hanno quindi ragionato sul corpo quale veicolo di dolore.

Il fatto che si impiegasse un “corpo-contro”, un corpo che si opponeva alle convenzioni, significava

anche procurarsi sofferenza fisica. Spesso gli artisti chiesero al proprio corpo di superare i limiti, o

di spingersi al confine.

La California ha una visione del mondo molto diversa da quella del resto degli USA. Se New York

viene facilmente influenzata dell’Europa – ed è quindi più “aperta” internazionalmente –, la

California è sicuramente più chiusa in se stessa. Negli anni ‘60 si tenne proprio qui la cosiddetta

“Summer of Love”, un’estate in cui l'affluenza di migliaia di giovani in cerca di pace, amore e libertà

fece della città di San Francisco l'epicentro di una rivoluzione sociale e culturale senza precedenti.

A New York, invece, nel ‘69 vi fu il grande Festival di Woodstock, una sorta di grande manifesto

culturale di quegli anni. Vi partecipò anche Janis Joplin, mentre i Beatles declinarono l’invito

temendo di poterne trarre una cattiva pubblicità. Pochi giorni dopo questo felice evento, vi furono

due terribili stragi: quella di Bel Air e quella di Altamont. La prima fu guidata da Charles Manson,

che insieme ai suoi seguaci (conosciuti come “la famiglia Manson”), massacrò sette persone. Tra le

vittime vi fu anche l'attrice Sharon Tate, all'epoca in attesa di un figlio del regista Roman Polanski.

Gli assassini utilizzarono il sangue delle vittime per scrivere messaggi sui muri, dicendo di aver

seguito le istruzioni ascoltate nella canzone dei Beatles “Helter Skelter”. Al concerto dei Rolling

Stones di Altamont, invece, si era deciso di affidare il servizio di sicurezza agli Hell’s Angels, che

presero in maniera piuttosto seria il loro compito. Meredith Hunter, un diciottenne afroamericano,

fu infatti accoltellato a morte a pochi metri dal palco, dopo aver estratto una pistola in mezzo al

pubblico. Chris Burden, “Shot”

Chris Burden fu un artista californiano – nello specifico di Los Angeles –, e dunque

sostanzialmente diverso da molti altri artisti americani. Egli portò alle estreme conseguenze la

tematica della sofferenza del corpo, inserendovi anche una forte componente di violenza. Nella

performance “Shot”, si fece sparare a breve distanza in un braccio: questo gesto apparentemente

folle, portò il corpo alla resistenza estrema, trasformandolo nel massimo veicolo del dolore.

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Chris Burden, “Trans-fixed”

Appoggiato al paraurti posteriore di un Maggiolino Wolkswagen, Burden si stese sul baule dell'auto

a torso nudo, e allargando le braccia imitando una sorta di crocifissione. Dopo essersi fatto

inchiodare il palmo delle mani, per due minuti il motore dell'auto andò a massima velocità. Burden

interpretò così il ruolo di martire moderno della nuova società consumistica, rappresentato

appunto dalle macchine nella cultura californiana delle autostrade.

Glibert & George, “The singing sculpture”

Dichiaratamente gay, Gilbert & George si presentarono al pubblico vestiti come dei perfetti

gentleman inglesi, con il viso dipinto di argento, mentre cantavano ripetutamente una canzone.

Valie Export, “Aus der mappe der hundigkeit” (1968)

Valie Export nel ’68 sfilò per le strade di Vienna portando al guinzaglio il suo fidanzato, Peter

Weibel, causando disagio e confusione fra i passanti. Quest’azione, documentata da un video e da

alcune fotografie, era finalizzata a rivelare il rapporto tra i sessi come un gioco di potere, portando

la liberazione delle donne dall'oppressione maschile ai suoi massimi estremi.

Valie Export, “Eros/ion”

“Prima mi rotolo su dei vetri rotti, poi su una lastra di vetro, e infine su un foglio di carta. I segni

sulla pelle prodotti dalle schegge di vetro lasciano informali tracce pittoriche su quello di carta.”

Vito Acconci, “Seedbled” (1972) Vito Acconci, “Trademark”

Per tutta la durata della mostra alla galleria Sonnanbed di New York, Vito Acconci si sdraiò sotto

una piattaforma sopraelevata, masturbandosi a tempo con i passi degli spettatori. Attraverso un

microfono, diceva inoltre ad alta voce tutte le sue fantasie a proposito di chi passava in quell’istante

davanti alla performance. In “Trademark”, si morse invece tutte le parti del corpo raggiungibili

dalla bocca, così da lasciare un'impronta che veniva poi ricoperta di colore.

Barry Le Va, “Velocity Piece”

Barry Le Va – artista che giocò più volte sulla distruzione – durante una performance corse avanti e

indietro in una stanza, toccando le due pareti opposte fino ad essere completamente privo di

energie. Pierre Molinier, “Éperon d’amour”

Finora abbiamo parlato solo di due sessi, ma è da tenere in conto anche l’esperienza di quegli artisti

che non rientrano in questa standardizzazione. Prendiamo dunque l’esempio di Pierre Molinier,

artista che in “Éperon d’amour” (dal francese, “Sperone d’amore”) si ritrasse in una serie di scatti

fotografici mentre assumeva degli atteggiamenti transgender, indossando un paio di tacchi a spillo

– che, tra l’altro, rimandano al fetish – sui quali era stato montato un fallo di gomma.

Vito Acconci, “Conversion” (1971) Urs Luthi, “Self portrait”

In “Conversion”, Acconci sperimentò sul proprio corpo la possibilità di apparire come una donna:

si bruciò i peli sul petto con una candela, e nascose il pene tra le gambe cercando di simulare

atteggiamenti tipicamente femminili. L'azione terminò con l'artista che fece sparire il suo pene

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nella bocca della sua assistente. Urs Luthi, invece, realizzò degli scatti insieme alla sua compagna,

dove mise di profilo i loro volti al fine di creare un’unità armonica, androgina, quasi senza sesso.

Sono inoltre proprio questi gli anni in cui David Bowie debuttò con “Ziggy Stardust”, esplorando

anch’egli le possibilità di un corpo sessualmente ambivalente.

Lezione 17

(26-01-2017)

Francesco Bonami curò nel 2003 a Firenze l’esposizione “The Fourth Sex”. Il quarto sesso è quello

degli adolescenti, considerando mascolinità, femminilità e omosessualità come il primo, il secondo

e il terzo. Nella mostra, la riflessione verteva sull'importanza sempre maggiore che gli adolescenti

hanno in una società come la nostra, in cui il superamento dei concetti di identità sessuale e di

identità anagrafica riflette in modo violento e contraddittorio i cambiamenti sociali in atto. Anche il

fotografo Larry Clark lavorò su questi temi.

Adrian Piper, “Mythic being”

Lei fu una donna che realizzò molte performance per strada; ciò consentiva di avere molteplici

reazioni da parte dei passanti. Sceglieva sempre dei luoghi pubblici per coinvolgere le persone.

L’irrompere del diverso nella vita quotidiana può spesso causare dei problemi: lei, ricercando

l’effetto sorpresa, si vestì come un uomo di etnia non definita, e sfilò per le strade. Altro motivo

ricorrente delle sue performance era il tentativo di dare fastidio: metteva delle registrazioni di rutti

in biblioteca, si vestiva con odori sgradevoli in metro all’ora di punta...

Bob Morris, “Senza titolo” (1974) Disegno di Tom of Finland

Bob Morris realizzò come advertising per la sua mostra un’immagine di sottomissione masochista,

con allusione al nazismo grazie al caschetto e gli occhiali, rievocando inoltre i Village People. Tom

‘O Finland, invece, realizzò dei disegni in merito al tema gay.

Linda Benglins comprò una pagina di pubblicità su Art Forum, in cui appariva in atteggiamenti di

genere: virile su una macchina, o sottomessa come una pin-up. In questo modo, ridicolizzava il

sessismo. Luigi Ontani, “Tableau Vivant”

Luigi Ontani lavorò su se stesso in una visione dandy e edonistica. Interpretava sempre dei

personaggi, realizzando delle “performance” ma non dal vivo; il suo era un lavoro di costruzione

scenica che si manifestava attraverso la fotografia. Lavorò anche molto sulla figura di San

Sebastiano, simbolo della cultura gay. Hannah Wilke

Vi è una sorta di autobiografismo nelle opere di Hannah Wilke. Ella si ritrae in delle fotografie che

la vedono nuda, oggetto di seduzione. Realizzò dal letto di ospedale le sue ultime opere, prima di

morire di cancro terminale, mostrando il suo corpo gonfio di cortisone, o il suo volto senza capelli,

o, ancora, impiegando i capelli caduti per creare dei collage.

John Coplans

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Coplans realizzò dei particolari del suo corpo invecchiato, in bianco e nero. Un corpo privo di abiti

e di volto, un corpo spoglio di ogni indicazione. Affermava un’identità “tabù” nella società

occidentale, esibendo non un corpo giovane, bensì vecchio.

Ci siamo confrontati finora con una fisicità quasi urtante, abbiamo visto il dolore, le ferite e il

disgusto. Ma possiamo parlare anche di corpi immateriali, di evocazione del corpo.

Piero Manzoni, “Fiato d’artista”

Il nostro corpo non è solo esteriorità, ma anche interiorità. Nel ’59, Manzoni espone 45 palloncini

riempiti del suo respiro. Con il passare degli anni i palloncini sgonfiano, afflosciandosi sulla base di

legno, creando una sindone, laica, contemporanea.

Piero Manzoni, “Merda d’artista”

Ne realizzò 90 e le mise in vendita: 30g di merda equivalevano a 30g d’oro. Da un lato, Manzoni si

beffava del proprio status di artista, dall’altro mostrava la volontà da parte del pubblico di

accaparrarsi un pezzo del corpo dell’artista.

Bruce Nauman, “From hand to mouth” Terry Fox, “Levitation”

Nauman, per parlare della sparizione del corpo, ne isolò un frammento. Terry Fox, invece, rimase

disteso per 6 ore su di una zolla di terra; lasciò entrare il pubblico una volta che lui se ne era

andato, facendo percepire l’assenza e non più la presenza dell’artista.

Richard Long, “A Line Made By Walking”

La Land Art è stato un fenomeno principalmente americano, nazione che offre spazi sterminati.

Ciononostante, Richard Long è un artista inglese che lavora in Inghilterra. L’opera “A Line Made

By Walking” mostra un’attività solitaria, di cui noi abbiamo conoscenza solo attraverso le

fotografie, essendo un lavoro effimero.

Ana Mendieta, serie “Siluetas”

Ana Mendieta limitò l’analisi alla misura del suo corpo, che divenne così un prolungamento della

natura – e, a sua volta, la natura un prolungamento del suo corpo –. Fu un lavoro legato inoltre alla

fertilità, al corpo femminile in grado di “creare” esseri viventi, così come lo è la natura.

Francesca Woodman

Francesca Woodman realizzò una serie di fotografie in cui il corpo sparisce in una casa

abbandonata. Si nascondeva, sottraendosi allo sguardo dello spettatore e annullando il suo sguardo

voyeuristico. È un corpo che ha perso la sua sensualità, un corpo sfinito che ha a che fare con il mal

di vivere. Di fatti, si suicidò quando aveva appena 24 anni.

Lezione 18

(01-02-2017)

Yayoi Kusama è un’artista giapponese tutt’oggi vivente (88 anni), che crebbe in una famiglia

abbiente e, sin da quando era giovane ne patì l’ambiente chiuso e oppressivo, in cui sembrava

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impossibile che una donna potesse diventare un’artista. Scrisse dunque a Georgia O'Keeffe, una

pittrice americana degli anni ‘50. Quest’ultima la invitò in America e Kusama, senza dire nulla ai

suoi genitori, andò a New York. Inizialmente soffrì molto a causa di diversi problemi economici, ma

nel giro di non molto tempo entrò nel mondo dell’arte (anche grazie ad una relazione con Joseph

Cornell e all’aiuto di Andy Warhol). Diventò famosa per un videoclip girato con l’ex cantante dei

Genesis, in cui comparivano le sue opere. Intorno al ’67, iniziò a realizzare delle performance legate

alla realtà politica di quegli anni: destabilizzava l’ordine pubblico ricoprendo di pallini delle

persone nude, messe a girare per la città. Nei suoi happening lei non partecipava mai, aveva una

sorta di “sessuofobia” legata all’educazione impartitale dalla famiglia. I suoi lavori successivi

furono quasi delle installazioni. Verso la vecchiaia, decise di sua spontanea volontà di andare a

vivere in un ospedale psichiatrico.

Marina Abramovič (anche lei tutt’oggi attiva, ha recentemente raggiunto i 70 anni) crebbe nella ex

Jugoslavia, in una famiglia molto vicina al regime di Tito. Cominciò il suo percorso artistico

insieme a degli studenti, coi quali cercò di creare un nuovo tipo di linguaggio pittorico. All’epoca,

stranamente, vi fu una certa tolleranza da parte del regime, che si limitò a considerare queste forme

di pittura un’arte “non ufficiale”. A 29 anni andò ad Amsterdam, dove conobbe un uomo che le

avrebbe fatto da guida: Ulay. Quel giorno notarono moltissime affinità: stesso modo di legare i

capelli, erano nati nello stesso giorno... Non ci volle molto tempo prima che i due si innamorassero.

Non riuscì mai a diventare madre, e nel 2016 rilasciò un’affermazione piuttosto controversa per il

suo personaggio: “è giusto che una donna, se vuole avere una carriera, non faccia figli”. Ebbe

diversi rapporti fallimentari con gli uomini; due furono le sue storie d’amore importanti, entrambe

durate 12 anni per poi sfasciarsi. Con Ulay realizzò performances straordinarie; l’ultima, “Lovers”,

venne creata per simboleggiare la fine del loro amore. Dopo la fine del loro rapporto, ebbero molte

difficoltà per quel che concerne i diritti delle opere.

La seconda relazione importante la ebbe con Paolo Canovari, un artista vent’anni più giovane di lei

con cui si sposò. I due andarono a vivere ad Amsterdam e a New York.

I segni di cedimento iniziarono a manifestarsi quando lui partecipò ad una biennale, dove venne

considerato dal pubblico come uno che viveva a spese di una grande artista come Marina. Dopo 12

anni, lui volle cercare di capire se gli era data ancora la possibilità di esprimere un suo percorso

indipendente dalla fama della moglie, e quindi si lasciarono.

Marina mise spesso in luce il rapporto conflittuale che ebbe con la madre attraverso la sua arte.

Vita e arte, in alcuni casi, possono essere estremamente vicini; se la tua arte è il tuo corpo,

sicuramente è questo il caso. Marina Abramovič, “Rhythm 10”

Fu una delle sue prime performance, ed era così agitata da temere un attacco di emicrania (fa

spesso riferimento allo stress psicofisico che le danno le sue performances). Per quest’azione,

Marina Abramovič srotolò per terra un grande foglio di carta bianca spessa, con sopra due

registratori e dieci coltelli di varie misure. Prendendo un coltello alla volta eseguì il gioco russo

consistente nel dirigere colpi di coltello tra le dita aperte della mano. Ogni volta che si tagliava,

doveva prenderne uno nuovo, registrando l'operazione. Terminati i coltelli, ascoltò la registrazione,

mentre tentava di emulare i vecchi movimenti, cercando di replicare gli errori. Una volta finito,

lasciò tutto esposto, facendo andare le due registrazioni.

Marina Abramovič, “Rhythm 4”

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Dopo aver vinto le sue paure, si esibì nuda, iniziando a mettere a dura prova il suo corpo. Veniva

ripresa da una telecamera che la mostrava mentre poneva la testa sopra un ventilatore industriale,

inalando l’aria che veniva emanata: svenne più volte. Il messaggio che voleva comunicare,

probabilmente, era: fin dove devo arrivare per poter avere l’attenzione di cui ho bisogno?

Marina Abramovič, “Thomas Lips”

L’artista si presentò nuda, seduta a un tavolo. Mangiò un chilo di miele e bevve un bicchiere di vino

rosso (alimenti che lei odiava), rompendo il calice con la mano e tagliandosi. Disegnò poi un

pentacolo capovolto, con al centro una fotografia appesa al muro che ritraeva Thomas Lips. Prese

un rasoio e si incise un altro pentacolo, questa volta sullo stomaco, tenendo come centro

l’ombelico, prostrandosi davanti alla fotografia. Si diresse sul davanti della scena, si inginocchiò e

flagellò con una frusta. Si stese su una serie di blocchi di ghiaccio disposti a forma di croce, mentre

una stufa elettrica appesa sopra di lei impediva al sangue di coagularsi. Dopo mezz’ora, la

performer Valie Export chiese l’aiuto dei presenti per togliere Marina da quel supplizio e portarla in

ospedale. Il pezzo, che venne nuovamente inscenato nel 1993 e nel 2005, era diventato

un’aggressione senza sconti al proprio corpo e alle proprie radici: il vino rosso rimandava

all’eucarestia, la stella al comunismo, i tagli erano particolarmente pericolosi perché Marina

soffriva di emofilia. Da questo momento di protratto svilimento e annullamento il pubblico aveva

deciso di salvarla: l’amore era ricambiato.

Marina Abramovič, “Artist must be beautiful”

In questo video, Marina Abramovič siede nuda mentre si spazzola i capelli – strappandoseli – per

circa un’ora, ripetendo il titolo dell’opera come fosse un mantra.

Marina Abramovič, “The artist is present”

Per questa performance, Marina passò tre mesi, ogni giorno, seduta quasi immobile per 7 ore, a

guardare per un minuto gli occhi di chi, di fronte a lei, voleva mettersi in gioco. Ulay si presentò tra

il pubblico, dopo diversi mesi in cui non si erano più visti; lei si mise a piangere, muovendosi per la

prima e unica volta. Finito il suo minuto di tempo, Ulay se ne andò. Tuttavia, la versione romanzata

di questa storia (quella nella quale Marina non sapeva niente di questo arrivo), è falsa: il Moma

aveva pagato il viaggio sia ad Ulay che alla sua nuova fidanzata sotto richiesta di Marina, la

sorpresa consisteva solo nel fatto che non si aspettava che si sarebbe seduto davanti a lei.

Lezione 19

(02-02-2017)

Si iniziò a parlare di mercato dell’arte in senso “intensivo” soltanto negli anni ‘80, anche se il

fenomeno era già cominciato negli anni ‘60. Ogni opera d’arte tangibile può essere definita

abbastanza facilmente attraverso un valore economico. Ma un happening, una performance... come

può essere quantificato il valore di un’opera impalpabile? Come facevano, dunque, a vivere i

performer? Innanzi tutto, nel momento in cui un artista importante viene invitato ad una mostra, il

museo si fa carico di tutte le spese, e solitamente lo fa nel migliore dei modi (hotel a cinque stelle,

viaggi in prima classe...). Ma quando Marina e Ulay, agli albori della loro carriera, discussero di

come commercializzare il loro lavoro, la questione era più complicata. Il loro lavoro venne

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documentato da alcuni fotografi, per cui, per un po’ di tempo, vissero quasi esclusivamente del

ricavo della vendita delle foto.

Il modo di procedere di Marina e Ulay nasceva con un buon margine di casualità. Dati alcuni

elementi fissi nella loro arte (i limiti del corpo, il nudo...) si trovavano a decidere di volta in volta

cosa fare. Trassero dall’ipnosi molte ispirazioni per i loro lavori. Lavorare in coppia comportava

inoltre uno “spostamento dell’asse narcisistico” che poteva essere tipico di diversi performer; cosa

c’è di più narcisistico di mostrarsi nudi davanti a un pubblico, essendo soggetti ad uno sguardo

voyeuristico? Marina Abramovič e Ulay, “Relation in space”

Ispirandosi ad un moto perpetuo, con “Relation in space” Marina e Ulay si scontrano

ripetutamente l’uno contro l’altro; prima piano, sfiorandosi appena, fino ad arrivare a degli urti

molto forti (Marina cadde più volte). Erano nudi per produrre un suono, una musicalità da questi

incontri/scontri. Marina Abramovič e Ulay, “Imponderabilia” (1977)

“Se non ci fossero artisti, non ci sarebbero musei. Così, noi divenimmo parte del museo. […] Siamo

in piedi, nudi, sull’ingresso principale del Museo, una di fronte all’altro. Il pubblico che entra nel

Museo deve oltrepassare, mettendosi di traverso, il piccolo spazio tra di noi. E ogni persona che

passa deve scegliere chi di noi due affrontare”. La performance avrebbe dovuto durare tre ore, ma

venne poi interrotta a metà da due giovani agenti di polizia, ai quali vennero segnalati dei

“comportamenti osceni” all’interno della mostra.

Marina Abramovič e Ulay, “Rest energy”

In una stanza bianca, Marina impugnava un arco che però le serviva solo da sostegno: non era lei a

tenderlo, bensì Ulay, che controllava la freccia appuntita puntata verso il cuore di lei. Nient’altro

che la rappresentazione degli estremi livelli di fiducia e vulnerabilità che caratterizzano qualunque

relazione significativa. Entrambi si tagliarono i capelli per l’occasione, e si tratta di una delle poche

performances in cui erano vestiti, al fine di essere il più “neutri” possibili.

Marina Abramovič e Ulay, “The lovers”

Nel 1988, quando sentivano che la loro relazione stava arrivando alla fine, decisero di compiere un

ultimo atto simbolico, prima di separarsi. Partirono insieme per la Cina per percorrere la Muraglia

Cinese in solitario, dai due estremi opposti: lui dal deserto del Gobi e lei dal Mar Giallo, una

camminata di 2.500 chilometri, per poi incontrarsi nel centro del percorso, abbracciarsi e dirsi

addio.

Marina Abramovič, “Cleaning the Mirror” Marina Abramovič, “Balkan Baroque”

Negli anni ’90, Marina venne toccata dalla guerra in Jugoslavia in maniera evidente. Realizzò

quindi una serie di opere con le quali cercò di manifestare il suo dolore per la guerra. In “Cleaning

the Mirror”, Marina pulì energicamente il suo specchio (uno scheletro), seguendone con le dita i

contorni, indagandone i vuoti. L’azione venne ripresa in tempo reale da diverse telecamere che

inquadravano parti del corpo divise in sezioni, e anche il suono ebbe una parte fondamentale: il

rumore della spazzola, il ritmo del respiro e della fatica, lo scricchiolare delle ossa per circa tre ore

di performance live. 37

Ma fu con la performance Balkan Baroque che poté esibire a pieno il suo dolore. Essa si svolse per 6

ore al giorno per 4 giorni, e fu svolta in uno scantinato buio dove si potevano vedere solamente tre

installazioni video, tre sculture in rame contenenti acqua e la stessa Abramovič seduta al centro

della sala. Le immagini video proiettate mostravano su due pareti i genitori dell'artista: da un lato il

padre – con una pistola in mano – e di fronte la madre. Entrambi compivano dei gesti: alzavano le

mani in segno di resa, lui sollevava la pistola, entrambi si coprivano gli occhi con le mani… Sulla

terza installazione video (che si trovava in mezzo alle altre due) c'era Marina Abramovič. Qui

l'artista si presentò in due vesti differenti: nella prima con addosso un camice bianco, raccontava

come nei Balcani fossero stati creati i Ratti-Lupo, questi animali che quando sono messi in

situazioni insostenibili iniziano a sterminarsi l'un l'altro. Nella seconda parte, l'artista si svestiva

del camice bianco e con una sottoveste nera iniziava a ballare e cantare melodie folcloristiche Serbe

sventolando una sciarpa rossa.

Al centro della sala vi era Marina Abramovič in persona, seduta su 1500 ossa di bovino con addosso

un camice bianco sporco di sangue che, con una spazzola in ferro, acqua e sapone, lavava una ad

una le ossa di bovino. Durante questo lavoro di pulizia intonava canti della sua giovinezza in

Serbia.

Con questo lavoro di pulizia Marina Abramovič volle denunciare la guerra nell'ex Jugoslavia, i gesti

con cui raschiava e puliva le ossa simboleggiano la pulizia. Con il racconto sui Ratti-Lupo, creò

invece un'analogia con gli esseri umani, specialmente con i popoli balcanici. Il cacciatore di ratti

rappresenta lo stato, che prende il suo cittadino e lo affama portandolo alla disperazione;

dopodiché, aizza l'uno contro l'altro i suoi popoli, che per sopravvivere si trasformano in assassini.

Con questa performance, Marina Abramovič vinse il Leone d’Oro di Venezia.

Lezione 20

(08-02-2017)

Negli anni ‘70 i giovani erano troppo presi politicamente per pensare a divertirsi, ma questa

situazione si rovesciò negli anni ‘80. Il successo planetario dei Bee Gees “Stayin’ Alive” incarnava

infatti le nuove tendenze giovanili. In questi anni, le discoteche si affollano di corpi, che

esprimevano la loro sessualità attraverso il ballo.

Cambiò radicalmente anche il tipo di rapporto che le persone avevano con il proprio corpo. Negli

anni ’60, per “modificarlo”, bastava indossare vestiti diversi: se volevi comunicare qualcosa a chi ti

circondava, bastava vestirsi secondo schemi prefissati (sono di destra = scollo a V, camicia bianca e

pantaloni stretti; sono di sinistra = pantaloni a coste, maglioni a collo alto e Clarks). Con gli anni

’80, invece, si introdussero le modifiche corporee; se prima la chirurgia estetica e i tatuaggi erano

visti come “demoniaci”, iniziarono in questi anni a diffondersi. Se poi guardiamo la concezione che

ne abbiamo oggi, capiamo ulteriormente quanto la nostra considerazione del corpo sia cambiata: ai

nostri giorni, un tatuaggio non deve nemmeno più necessariamente avere un significato.

L’introduzione della chirurgia estetica è invece da ricercare nella diffusione del mito dell’eterna

giovinezza, cosicché le persone iniziarono ad “ingannare” il proprio corpo per eliminare i segni del

tempo (vedi Berlusconi).

Nel 1992 si tenne al Castello di Rivoli una mostra dal titolo “Posthuman”, curata da Jeffrey Deitch,

che prese spunto dalle modifiche corporee di Madonna e di Michael Jackson. La costante ricerca

della perfezione del corpo e il miglioramento della tecnologia applicata all’ambito chirurgico,

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portarono ad una ricerca spasmodica di sistemi per combattere l’avanzare del tempo e per

rincorrere i modelli imposti dai media. Manipolazioni genetiche, interventi chirurgici per il

miglioramento del proprio corpo, terapie anti-invecchiamento… Gli artisti presenti in questa

occasione posero in questione proprio l’eccessiva attenzione per la realtà virtuale imposta dai

media, attraverso opere che svelavano tutte le nevrosi della società contemporanea.

Yuppie = Termine inglese diffusosi negli anni ’80 che designava un giovane professionista

“rampante” che abbracciava la comunità economica capitalista, e trovava in essa piena

realizzazione. Lo yuppie, inoltre, solitamente aveva molta cura del proprio corpo: andava in

palestra, si vestiva di marca...

Precedentemente la visione di natura voyeuristica/erotica veniva mortificata attraverso delle

mutilazioni. In questi anni, fu fenomeno comune tra molti artisti quello di impiegare i corpi

degli altri. Utilizzare il corpo altrui significa anche avere uno spirito profondamente sadico, per

certi versi; ci si impossessa del corpo di qualcun altro, lo si dirige sotto pagamento.

Vanessa Beecroft è un’artista italiana nata nel ‘69. All’inizio degli anni ’90 studia all’Accademia di

Brera, e viene immediatamente riconosciuta come una delle migliori studentesse. Realizzò la sua

prima performance chiedendo alle sue compagne di Accademia di indossare delle parrucche rosse,

di vestirsi tutte allo stesso modo e di… non fare nulla. Non dovevano dialogare con lo spettatore,

non dovevano fare nulla di che; dovevano semplicemente esporsi al suo sguardo.

“In genere cerco di minimizzare il loro abbigliamento per enfatizzarne l’anatomia. A volte gli

accessori sono riferimenti che aiutano a collegare il gruppo con il contesto in cui la performance ha

luogo. Di solito sono leggermente ironici… Espongo degli elementi che coesistono in

contraddizione tra loro (la loro bellezza, il loro riferimento al passato, la loro immediata realtà, la

loro volgarità, la loro purezza, la loro compattezza come gruppo, il loro isolamento all’interno del

gruppo). Non sono sicura in quale direzione mi porterà il mio lavoro”.

Vanessa Beecroft, disegni dal “Diary Food”

Vanessa Beecroft lavorò molto sulle ossessioni femminili: corpo, bellezza, identità. Nella sua prima

mostra a Milano del 1993, l’artista presentava il suo diario alimentare “Despair” dove aveva

catalogato i cibi mangiati negli ultimi otto anni dividendoli cromaticamente. Vanessa soffriva di

anoressia, e quando il medico le suggerì di annotare in un diario tutti gli alimenti che mangiava e

quelli che invece le davano fastidio, lei realizzò – accanto alle annotazioni – diversi disegni.

Lavori giovanili di Vanessa Beecroft

Il suo successo fu immediato: se inizialmente chiedeva solo alle sue amiche di prestarsi

gratuitamente per le sue performances, nel giro di poco tempo poté permettersi di pagare delle

persone. Iniziò quindi a fare casting di modelle alte, eteree, su cui poteva lavorare come meglio

credeva. Inizialmente fece indossare loro della biancheria intima ordinaria, con un taglio di capelli

uguale per tutte le modelle. Il passo successivo fu quello di farle depilare completamente, di esibirle

nude, magari dipinte dello stesso colore. Con questa operazione torniamo quindi ad un corpo

femminile bello, che ha un suo erotismo; tuttavia, queste donne non fanno nulla se non presentarsi

come delle sculture. Vanessa Beecroft, “VB39”

Per le sue performances ha utilizzato quasi esclusivamente delle donne, tranne in pochi casi: uno di

questi fu quello in cui vestì degli uomini da marines.

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Performance di Vanessa Beecroft al Castello di Rivoli

Per questa performance tenutasi al Castello di Rivoli, Davide Escabin (lo chef del rinomato

ristorante del Kombal Zero) collaborò con Vanessa per realizzare un banchetto a tema cromatico.

Da un lato del tavolo vi erano donne di una certa età appartenenti all’aristocrazia torinese, vestite;

dall’altro, invece, delle giovani ragazze nude. Secondo una sorta di rito, tutte le “invitate”

mangiarono dei piatti in ordine di colore, in rigoroso silenzio.

Vanessa Beecroft, “VB 53” (2004)

“VB 53” è stato il suo lavoro più complesso, che andava a riprendere il lavoro con la terra di Ana

Mendieta. La terra è inoltre un riferimento alla land art. “Le modelle cercheranno di stare in piedi il

più a lungo possibile, ma poi potranno anche cadere e sporcarsi di terra. La performance

contrappone la purezza dei corpi femminili, la loro nudità, con il colore sporco della terra e la sua

materia.” Lezione 21

(09-02-2017)

Negli anni ‘80 si radicalizzò l’idea che il corpo bello ha un prezzo. Si diffuse il fenomeno delle

modelle, completamente diverse da quelle degli anni ‘60: alte, magrissime, androgine, con poco

seno ma molto fascino. Vanessa Beecroft si rifaceva a questa idea di corpo, ma non è l’unico modo

in cui esso può essere concepito. Il corpo può anche essere qualcosa che non ci aspettiamo,

qualcosa di ingombrante. Esistono corpi che non sfilerebbero mai sulla passerella, che non

rientrerebbero mai in un sistema produttivo.

In contemporanea a questi fenomeni, la politica dovette iniziare ad intervenire su argomenti

globali, e non più territoriali come poteva essere, ad esempio, una manifestazione contro un

ministro. Questo, si ripercosse anche sul mondo dell’arte.

• Santiago Sierra. Decise di trasferirsi a Città del Messico, un luogo in cui il divario tra poveri

e ricchi è tutt’oggi molto ampio. Cominciò a realizzare tutta una serie di performance che,

per quanto possano sembrare diverse da quelle di Vanessa Beecroft, avevano qualcosa in

comune: il fatto di prendersi il corpo di un altro, pagandolo. La differenza era

principalmente che, nel caso di Sierra, i corpi erano quelli delle persone ai margini della

società, magari anche disoccupate.

Lavorò ad esempio con delle prostitute eroinomani: le pagò per tatuarsi una linea di 165 cm sulla

schiena. Un segno irreversibile ed essenzialmente inutile, privo di finalità pratica.

Un altro lavoro consistette nel pagare dei disoccupati per stare seduti sotto una scatola di cartone;

in questo modo, chi passava di fianco all’opera, ad un certo punto si rendeva conto che sotto le

scatole c’era qualcuno. In un altro ancora, pose delle persone a tenere sollevati dei blocchi. Altro

tema che introdusse fu quello delle azioni di sabotaggio: mette un camion a bloccare una strada

trafficata, prese un pezzo di asfalto e lo espose in una galleria…

• Tracey Emin. La caduta del muro di Berlino causò una sorta di spaesamento concettuale:

erano crollate le grandi ideologie (ad esempio, l’occidente contrapposto all’oriente). La

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conseguenza artistica fu quella di lavorare sulla mancanza di sicurezze, sul fallimento. In

questo lavoro, Tracey Emin trascorse due settimane all’interno di una galleria, cercando di

superare un blocco creativo durato 6 anni. Realizzò dei dipinti alla maniera di Schiele,

divenendo modella e artista allo stesso tempo.

Tracey Emin, “Exorcism of the Last Painting I Ever Made” (1974)

Vi fu in questi anni una tendenza degli artisti a parlare di se stessi, delle proprie debolezze e

sofferenze. In un’altra performance, Emin espose il suo letto e il suo comodino, con sopra

antidepressivi, preservativi, strisce di coca, vodka... Espose anche una tenda da campeggio,

all’interno della quale sono scritti i nomi delle persone – uomini e donne – con cui è stata dentro.

• Sofie Caal. Fotografa che immortalò i letti sfatti dei clienti di un hotel.

• Oleg Kulik. In una sua performance, girò per la strada atteggiandosi in tutto e per tutto ad

un cane: abbaiava, si faceva portare al guinzaglio...

• Paul McCarthy. Realizzò una “macchina che crea feci” per formare degli hot dog, con un

forte riferimento ai fast food americani. È un artista che lavora sul ribrezzo, sul fastidio. In

“Santa Chocolate Shop”, una ragazza mangiò del cioccolato per poi vomitarlo, a

simboleggiare l’eccessivo consumo di cibo ed i conseguenti sensi di colpa. Tutti i suoi lavori,

tra l’altro, sono realizzati senza cura, quasi con disprezzo: se ci vuole raccontare di un

mondo che fa schifo, un mondo che produce scorie, perché la sua arte dovrebbe essere

raffinata? Paul McCarthy, “Santa Chocolate Shop”

• Andres Serrano. Conosciuto soprattutto per l’immagine controversa di “Piss Christ”, nella

quale immerse un crocefisso nell’urina e ne realizza un book fotografico.

Nel 1991-1992, Serrano decise invece di mostrare la morte da vicino, facendo parlare gli

occhi, le bocche, i corpi dei cadaveri. Pertanto, ottiene il permesso di lavorare sui cadaveri,

per ognuno dei quali c’è un lungo lavoro di preparazione, volto intanto a renderli

irriconoscibili mostrandone solo qualche dettaglio. Serrano, però, lavora anche molto sulle

luci, rendendo fortissimo il contrasto tra il fondo scuro e le immagini che da questo sfondo

emergono con prepotenza, assumendo un modus operandi quasi caravaggesco. Molti dei

corpi mostrati sono avvolti da drappi preziosi dai colori intensi.

Andres Serrano, “Piss Christ” Andres Serrano, “The morgue”

• Elke Krystufek. Una donna con una coscienza sessuale molto forte, che sfruttò anche al fine

di creare disagio. Pose il suo corpo in situazioni di trasandatezza, utilizzando il sesso in

maniera disturbante. Il titolo “Satisfaction” riprende l’album dei Rolling Stones; durante la

performance, si masturba davanti al pubblico con un vibratore, dopo essersi fatta un bagno.

Elke Krystufek, “Satisfaction”

Lezione 22

(15-02-2017)

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• Matthew Barney. Scelse di esprimersi principalmente attraverso un tipo di cinema non

troppo diverso da quello a cui noi siamo abituati. Realizzò dei veri e propri film (alcuni della

durata di 6h), tra cui una serie una serie di cinque lungometraggi dal titolo “Cremaster”

(dall’inglese “crimastere”, un muscolo posto sotto i testicoli): la narrazione è estremamente

lenta, e vi sono numerosi simboli difficili da decodificare. Le sue opere sono sempre

complesse; per questi film, in particolare, la realizzazione necessitò di 15 anni di lavoro.

Matthew Barney è sempre molto attento ai dettagli: disegna gli abiti, studia i luoghi di

registrazione... È quindi necessario porsi un quesito: questo è cinema in senso stretto o è

arte? Il fatto che alcuni suoi film durino sei ore sposta la sua produzione al di fuori del

campo del cinema comune, ma i suoi film venivano proiettati nelle sale cinematografiche.

Bisogna inoltre tenere conto della tendenza di molti artisti a considerare il cinema come

strumento artistico. Matthew Barney, “Cremaster”

• Steve McQueen. Da non confondere con l’omonimo attore. Uscì dal mondo dell’arte legato

ai musei per diventare un regista hollywoodiano. A differenza di Matthew Barney, egli cercò

di inserire i suoi film in un processo produttivo. È stato il primo regista di colore a vincere

un Oscar con il film “12 anni schiavo”. Nel film “Hunger”, McQueen richiese all’attore

protagonista una fisicità straordinaria, facendogli perdere moltissimi kg. “Shame” è stato un

altro film in cui venne richiesto all’attore un totale transfert nel personaggio interpretato.

• Mona Hatoum. Artista pakistana che realizzò l’installazione “Corps étranger” (dal francese,

corpo estraneo”), un cilindro bianco all’interno del quale si poteva entrare. Sul pavimento

venivano proiettate delle parti interne del corpo dell’artista: una gastroscopia, l’intestino e

l’apparato riproduttore. La sonda riemergeva solo per pochi istanti mostrando dettagli

sgradevoli (peli, imperfezioni) o esageratamente ingrandite (l’occhio).

Mona Hatoum, “Corps étranger”

• Cindy Shermann. Nella serie “Untitled film stills” si travestì modificando i tratti del suo

volto, fino a diventare un’icona del cinema, per diventare altro da sé.

• Orlan. Della stessa generazione di Marina Abramovič, realizzò la performance “Le basier de

l’artiste”: introducendo 5 franchi nella fessura sopra il capezzolo, si poteva baciare l’artista.

Orlan portò inoltre avanti un processo di trasformazione del proprio volto, per farlo

diventare un viso senza età. La performance diventa l’operazione stessa: essa viene filmata

ed esposta in una mostra. Con “L’origin de la guerre” citò invece Courbet, mostrando un

organo genitale maschile come “l’origine della guerra”. Con Orlan, l’artista ritornò a

lavorare su se stessa e non sugli altri.

• Laura Aguilar. Una delle poche artiste che non ha un corpo “bello” in modo convenzionale,

ma che lo sfrutta comunque come soggetto artistico.

• Catherine Opie. Altra artista con un corpo anticonvenzionale. Lesbica militante, realizzò

una sorta di “Madre col bambino” pur non avendo figli.

• Marc Quinn. Per realizzare il suo “autoritratto” raccolse in cinque mesi 4,5 litri del proprio

sangue, che equivalgono circa alla quantità totale del sangue che circola nel nostro corpo.

Con esso, riempì un calco del suo viso e lo congelò, esponendolo in mostra. Quando verrà

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staccata la spina del refrigeratore, la scultura si imputridirà, divenendo una metafora del

ciclo della vita. Marc Quinn, “Self”

• Charles Ray. Realizzò una scultura in fibra di vetro che rappresenta otto volte l’artista

mentre mima atti sessuali senza penetrazione, oppure atti di masturbazione.

Charles Ray, “Oh! Charley, Charley, Charley”

• Regina Josè Galindo. Con questa artista torniamo all’arte politica. Nel 2003, quando il

generale Rios Montt si candidò alle elezioni presidenziali, si vestì di nero a lutto, riempì un

catino di sangue e vi immerse ripetutamente i piedi nudi, camminando dalla Corte

Costituzionale al Palazzo Nazionale, lasciando rosse impronte di sangue a denunciarne

l’orrore. Realizzò anche “Himenoplastia”, performance sul tema della verginità come

imposizione istituzionale, con cui l’artista ha vinto il Leone d’Oro della cinquantunesima

Biennale d’Arte di Venezia rappresentando un intervento di ricostruzione del proprio imene

proiettato in video.

“¿Quién puede borrar las huellas?” Regina Josè Galindo “Himenoplastia”

Lezione 23

(16-02-2017)

Julien Schnabel debuttò negli anni 90 con “Basquiat” e realizzò successivamente altri lavori grazie

ai quali vince diversi premi, tra cui “Lo scafandro e la farfalla” e “Before night falls”, pur essendo

nato come pittore. Nell’89 nasce il www, e nel ‘92 - ‘93 tutti iniziarono ad avere un computer;

nacque un tipo di cultura informatica che prima era pressoché sconosciuta. Il fenomeno ebbe delle

ripercussioni sia in arte che nel cinema; basti pensare a “Johnny Mnemonic” di Robert Longo, film

cyberpunk, ovvero un sottogenere della fantascienza. Si parla di cyberpunk quando un’opera di

genere fantasy riguarda internet o il cyberspazio; esso unisce la cultura alternativa del punk alla

diffusione delle nuove tecnologie. Un antenato del cyborg può essere, ad esempio, il mostro di

Frankestein: l’uomo che si sostituisce a Dio è in grado di plasmare un essere umano, senza che sia

necessario l’incontro tra un uomo e una donna. La fantascienza, che era sempre stata considerata

un sottogenere letterario, ebbe in questi anni un grande incremento, anche grazi al celebre film

“Blade Runner”. Il concetto di artificialità si diffuse ampiamente, quindi, in questi anni.

• Societas Raffaello Sanzio. Il corpo viene inserito in una drammaturgia complessa, in cui la

tecnologia entra in campo in maniera evidente (anche attraverso lo strumento del video). Il

leader del gruppo fu Romeo Castellucci; insieme, fecero un lavoro sui testi classici,

rivisitandoli.

• La fura dels Baus. Uno dei protagonisti di questo gruppo si distaccò e iniziò a fare

performance: il suo nome è Marceli Antunez Roca. Egli creò una struttura cibernetica

attorno al proprio corpo, con cui cercava di sondare i propri limiti.

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• Stelarc. Artista australiano che, anch’egli, testò i limiti del corpo in maniera estremamente

fisica. Si faceva uncinare la pelle in più punti, per potersi sospendere in aria. Commissionò

inoltre ad un gruppo di ingegneri una mano robotica da poter utilizzare come terzo braccio.

• Leigh Bowery. Era un ragazzo australiano molto grasso, che perse i capelli da giovane.

Realizzò delle performance pur non definendosi un artista, utilizzando il proprio corpo

come una sorta di tela. Divenne inoltre animatore di una delle maggiori discoteche gay di

Londra. Bowery ci trascina in un mondo colorato e divertente, dove indossa abiti particolari

che si cuciva da solo. Entrò in contatto con Lucian Freud, nipote di Sigmund Freud, che gli

dedicò diversi ritratti (anche se non era semplice farsi ritrarre da lui). Morì a 30 anni di

AIDS. Leigh Bowery che posa per Lucian Freud

• Joel Peter Witkin. Fu un fotografo “dark”, che ritraeva soggetti particolari, magari sgraditi

alla società, se non disturbanti. I corpi da lui esibiti presentano delle differenze evidenti

rispetto a quelli considerati normali.

• Gino De Dominicis. Artista controverso, che tentava di creare dei quadrati nell’acqua

anziché cerchi, lanciando dei sassi. Espose inoltre un ragazzo disabile in una mostra.

Il corso si conclude con una domanda: è quest’ultima opera, in particolare, considerabile arte?

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• MOSTRE •

ANDY WARHOL | POP SOCIETY

Visita effettuata giovedì 1° dicembre 2016.

Come si comporterebbe oggi Andy Warhol? Probabilmente avrebbe Instagram, e pubblicherebbe i

suoi film lì. I mezzi di comunicazione impiegati da noi giornalmente hanno molto a che fare con le

sue idee; Warhol è morto, ma – in qualche modo – è ancora vivo grazie ad una società plasmata da

lui e dalle sue convinzioni.

La mostra è divisa in cinque sezioni: le icone, i ritratti, l’advertising, i disegni (anni ‘50 - ’80) e le

Polaroid.

Le icone

Vi sono in questa sezione numerose tele e prints – ovvero serigrafie su carta –.

• Due self-portraits da Pittsburgh, la città in cui si è formato. In uno di essi si nota come vi sia

una ripresa del colore materico dopo l’incontro con Basquiat.

• Mao Tse Tung, 1972. Anno in cui i capi di stato di Usa (all’epoca, Nixon) e Cina si

incontrarono a Pechino e poi a Washington. All’epoca si adottò la “diplomazia del ping-

pong”, ovvero uno scambio di visite tra giocatori di ping-pong di Stati Uniti e Repubblica

Popolare Cinese; l’evento costituì un momento di distensione nelle relazioni tra Cina e Stati

Uniti d’America. Warhol tratta il soggetto di Mao come Marilyn, elevandolo a icona e allo

stesso tempo de-mitizzandolo.

• 4 Marilyn in bianco e nero. Le più famose sono del ‘67.

• Jacqueline Kennedy. Sequenze del funerale (Warhol adotta spesso la narrazione attraverso

le sequenze all’interno della stessa opera).

• Il dollaro. Una passante un giorno disse “Andy, devi dipingere quello che ti piace di più”, ed

ecco spiegata l’opera in cui dipinse il simbolo “$”.

• Triple Raushenberg.

• Knife. Anni ‘80.

• Ladies & Gentlemen.

• Shoes. Anni ‘50. Forse un fetish?

• Nudi maschili. Anni ‘80.

• Skull. Riprese la vanitas dalla storia dell’arte (una delle poche incursioni nella storia

dell’arte praticate da Warhol).

• Lenin e la falce con il martello. Dopo essere stato accusato di essere comunista per aver

dipinto queste opere, realizzò “Skull” per rappresentare il fascismo.

• Flowers.

• Cows.

• Campbell’s Soup Can.

• Piss painting.

• Chocolate painting. 45


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti delle lezioni (Triennio), con le opere che sono state citate a lezione nonché un elenco dei libri e dei film consigliati dal docente basati su appunti personali delle lezioni del docente Luca Beatrice.

La bibliografia obbligatoria comprende tre testi a scelta tra i seguenti:
• Alastair Sooke, “Pop Art. Una storia a colori”, Einaudi 2016
• Arthur Danto, “Andy Warhol”, Einaudi 2010
• Luca Beatrice, “POP. l’invenzione dell’artista come star”, Rizzoli 2012
• Sally O’Reilly, “Il corpo nell’arte contemporanea”, Einaudi 2011
• Marina Abramovic, “Attraversare i muri”, Bompiani 2016
• Hal Foster, “Pop Art”, postmedia books, 2016
• “Warhol Factory Shore”
• “Il corpo dell’artista”, 2006


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in pedagogia e didattica dell'arte
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Wakiwa di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fenomenologia delle arti contemporanee e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Accademia di Belle Arti di Torino - Accademia Albertina o del prof Beatrice Luca.

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