Appunti di etruscologia
Origine e sviluppo di una disciplina archeologica
L'etruscologia è una scienza archeologica piuttosto recente, tuttavia l’interesse per questa civiltà affonda le sue radici nel tempo più antico. I primi ammiratori e collezionisti, coloro che per primi hanno apprezzato le esperienze di artigianato artistico ma anche le conoscenze degli etruschi, sono stati i romani. I rapporti tra il mondo etrusco e quello romano affondano fin dalla fondazione di Roma. La componente etrusca ha molto influito all’interno delle prime fasi della formazione di Roma. Gli ultimi tre re etruschi (Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo), e gli eventi successivi con l’intromissione a Roma della figura di Porsenna, che effettivamente dominò a Roma per alcuni anni al termine del periodo monarchico. Questo rapporto parte dalla fondazione di Roma, va avanti e prosegue nel corso del tempo. È un rapporto stretto che poi diventa culturale, commerciale e storico politico quando Roma si trova ad espandersi verso sud ma anche verso nord e l’Etruria, e affronta in senso non sempre bellico il problema delle varie città d’Etruria, e lo affronterà in modo diverso a seconda del periodo e della città.
C’è poi il dopo, quindi ad esempio una sorta di ibridazione delle prassi rituali a Roma, all’interno dei rituali romani nella sfera religiosa. I rituali e anche alcune classi sacerdotali romane hanno uno stretto rapporto con le classi sacerdotali etrusche, ad esempio il collegio dell’aruspice che è una figura sacerdotale in Etruria che passa poi all’interno dei gruppi sacerdotali romani. Si hanno anche aneddoti di alcuni imperatori che in certe situazioni ricorrono ai presagi fatti dagli aruspici che erano di formazione etrusca. Oggetto come il fegato di Piacenza, un modellino di fegato in bronzo diviso in caselle in cui ogni casella era iscritto il nome di una divinità, era usato per insegnare agli aruspici le pratiche dell’epatoscopia, cioè l’indagine delle viscere degli animali e in particolare del fegato. Si data al II-I secolo a.C., quindi è un oggetto molto tardo quando la componente romana ormai prevale su quella etrusca, anche nell’Etruria padana dove è stato trovato questo fegato.
I romani sono molto legati al mondo etrusco, e amano circondarsi nelle case patrizie di oggetti provenienti dall’Etruria e spesso più antichi, sono gli oggetti che i romani trovavano soprattutto all’interno delle tombe etrusche. Ci sono vari luoghi comuni quando parliamo degli etruschi. Di solito si dice che sia un popolo misterioso perché non sappiamo la loro lingua, e perché le loro tombe sono depredate dai clandestini e dai tombaroli. Questo luogo comune dei tombaroli in Etruria si è sviluppato perché effettivamente c’è stato un lungo periodo a partire dalla fine del ‘700, per tutto l’800 e fino al ‘900 e ai giorni nostri, in cui il commercio di antichità etrusche portato avanti dai clandestini è stato un fatto rilevante, soprattutto nella seconda metà dell’800-inizi del ‘900. Tuttavia i primi tombaroli clandestini che violano le tombe etrusche sono i romani stessi, alla ricerca soprattutto di ori e di bronzi, che riutilizzano, rivendono, collezionano. Bronzetti etruschi ritrovati all’interno di stipi votive, di V secolo a.C.- fine VI, erano bronzetti citati dalle fonti e che venivano esposti e collezionati dai patrizi romani.
Tuttavia questo interesse per gli etruschi cala con il periodo tardo antico e alto medievale. In realtà soprattutto in Etruria l’uomo si è sempre confrontato con i cimeli di questa civiltà. Ad esempio è possibile che ad un agricoltore che arando un campo, in cui sottoterra c’era un abitato o una tomba, capita di imbattersi in un reperto di epoca etrusca, quindi si deve confrontare con questo oggetto del quale riesce a capire, nonostante non abbia gli strumenti, essere un manufatto antico. Per quanto non ne abbiamo notizia è sicuro che questo rapporto tra l’uomo medievale e il mondo etrusco doveva esistere, a livello di cimeli. Le testimonianze le abbiamo comunque, ad esempio si può avere un’urna etrusca riutilizzata come contenitore per le ceneri di un santo, posta nella chiesa di San Clemente a Volterra. È un’urnetta ellenistica semplice, etrusca, che poi ha funzionato come contenitore per reliquie. Altri esempi, ad Artimino vicino a Firenze alla pieve di San Leonardo, all’interno della facciata dell’abside e dei lati della chiesa sono state inserite delle urne e coperchi di urne ellenistiche. Sono oggetti che avevano un particolare significato e che vengono riutilizzati per abbellire altri monumenti. Ci sono tantissimi altri esempi in tutta l’Etruria, il riutilizzo di materiale archeologico sia romano che etrusco è una consuetudine di questi periodi, soprattutto medievale e successivamente rinascimentale.
Ci sono anche degli esempi che sono eclatanti e voluti, costruiti ad hoc, come la facciata di palazzo Bucelli a Montepulciano, località nella Valdichiana, in cui sono state recuperate moltissime urne e si sviluppa soprattutto in epoca ellenistica, come testimonia la facciata del palazzo Bucelli. Bucelli era un collezionista di antichità etrusche, nell’800 decide di rimodernare la facciata di questo palazzo costruendo una base con uno pseudo bugnato in cui ogni bugna è realizzata con un’urna etrusca. Sulla cornice di alcune urne sono presenti anche delle iscrizioni, perché in periodo ellenistico le urne etrusche vengono fornite del nome del defunto, incise sulla cornice dell’urna. C’è anche un’urna al centro in cui il nome non è in etrusco ma in latino. Questo perché tra la fine del II e il I secolo a.C. la lingua e lo scrivere etrusco cede il posto alla lingua latina che diventa la lingua ufficiale anche in Etruria, in conseguenza all’avvenuta romanizzazione delle città etrusche. L’etrusco poi si perde rapidamente. Quindi sono gli stessi etruschi a non scrivere e parlare più l’etrusco ma accettano questa nuova lingua. Questo determina anche un fenomeno particolare ed esclusivo nel mondo antico che riguarda l’Etruria, il fatto di come questa lingua si perde rapidamente nel giro di due generazioni. L’imperatore Claudio, a pochissima distanza di tempo dalla fine della civiltà etrusca, di vantava di essere uno dei pochi eruditi a conoscere ancora l’etrusco e saperlo leggere e tradurre.
Gli etruschi furono anche oggetto d’interesse da parte di un eccentrico personaggio che vive nella seconda metà del XV secolo, Annio da Viterbo. Egli era un frate erudito che ha le sue teorie sull’origine degli etruschi e dei romani, fa discendere gli etruschi direttamente da Noè. Scrive tutte queste teorie in un trattato, “Antiquitatum variarum volumina”, in cui sulla base di queste teorie crea anche dei falsi, cioè delle testimonianze archeologiche false per giustificare le sue teorie. Aneddoto di quando papa Alessandro, trovandosi in prossimità di Volsinii, viene accolto da questo frate che lo porta a vedere una tomba al cui interno sono presenti una serie di sarcofagi che emozionano il papa, ma molto probabilmente questi sarcofagi non erano una vera e propria tomba ma qualcosa di artefatto utilizzando dei reperti che erano stati trovati lì vicino.
La figura di Annio da Viterbo è una spia di questo nuovo rinato interesse per gli etruschi che coincide con il rinascimento, che noi vediamo anche in altre cose e in un modo diverso da quello di Annio da Viterbo. C’è un recupero della tradizione sicuramente romana e greca mediata dal mondo romano, ma anche etrusca. Capitello del tempio Malatestiano a Rimini, il cui architetto è Leon Battista Alberti che vive nella metà del XV secolo, riprende nello stile un modello di capitello che era etrusco ellenistico. Leon Battista Alberti riprende modelli che erano venuti in luce o si conoscevano dall’Etruria. Un altro capitello è dalla tomba Campanari nella necropoli dell’Osteria di Vulci, caratterizzati da queste protomi di teste umane all’incrocio delle volute. La trasposizione e il richiamo non si vede semplicemente nelle decorazioni e negli elementi architettonici ma anche ad esempio nelle piante e negli stili degli edifici, nelle proporzioni si riprende il modello del tempio tuscanico per la creazione di alcune chiese. Il tempio tuscanico è tipico dell’Etruria e poi viene adottato successivamente anche dal mondo romano, e differente dal tempio greco anche per una questione di proporzioni in conseguenza anche dei materiali utilizzati che non sono la pietra come invece avveniva nei templi greci.
Questo rapporto con il mondo etrusco da parte del mondo scientifico erudito che attraversa i secoli a partire dal rinascimento, ha un filo conduttore che continua con altri esempi. Si ha un tentativo di ricostruzione del leggendario mausoleo di Porsenna, fatto da Antonio da San Gallo, un architetto di fama e spessore che si cimenta nella ricostruzione di un monumento etrusco. Porsenna era un tiranno di Chiusi e Orvieto che viene nella seconda metà del VI secolo a.C., e che va in soccorso di Tarquinio il Superbo quando viene cacciato da Roma, come ci racconta l’annalistica romana, e poi sfrutta la situazione per tenere Roma sotto il suo dominio per circa 5 anni.
Di questo personaggio si hanno notizie varie, la più famosa riguarda la sua tomba, si dice che questo tiranno si sarebbe fatto costruire questo imponente mausoleo largo circa 90 metri con 5 torri e con all’interno un labirinto, al centro del quale una camera funeraria piena di tesori. Le fonti latine che raccontano del mausoleo sono conosciute in questo periodo e suscitano la fantasia di questi architetti e artisti che si cimentano in queste ricostruzioni. Antonio da San Gallo è uno dei primi, egli è molto interessato alle antichità etrusche, è uno dei primi disegnatori di monumenti etruschi. Bozzetto che si riferisce alla porta Marzia, una porta etrusco romana inglobata all’interno delle mura paoline di Perugia. Antonio da San Gallo va anche a Tarquinia, a lui si deve il rilievo e la prima pianta delle mura di Tarquinia, che a quel tempo si chiamava Corneto in quanto Tarquinia è il nome etrusco che viene poi recuperato successivamente. A Corneto esisteva la cosiddetta civita, un colle distaccato da Corneto medievale, ed era l’antica Tarquinia dove esistevano ancor delle mura. Antonio da San Gallo è il primo che rileva il circuito murario di Tarquinia, con un interesse abbastanza vicino a quello archeologico di oggi. Altri esempi di altri eruditi, architetti e storici dell’arte che si cimentano nella ricostruzione del mausoleo di Porsenna, come Giovanni Battista da San Gallo, Francesco Inghirami che paragona il mausoleo di Porsenna al sepolcro di Aliatte, in Asia minore, e al cosiddetto sepolcro degli Orazi e Curiazi a Roma perché ha questi pinnacoli, e ricordano la descrizione del mausoleo fatta da Varrone. Altri esempi sono la ricostruzione quasi spaziale di Luigi Tramontani e di Canina. Si racconta che queste torri erano dotate di una sorta di disco in bronzo da cui uscivano dei campanelli che suonavano al vento, quindi anche questo stimola la fantasia che genera questi disegni e ricostruzioni abbastanza iperboliche.
La suggestione esercitata da questo mausoleo è continuata anche ai giorni nostri, Chiusi è una città al centro dell’Etruria, a partire dall’800 si eseguono scavi in un grande tumolo periferico di Chiusi, il tumolo di Poggio Gaiella, che è una collina che viene lavorata con all’interno degli ipogei, delle tombe scavate. Quando viene scoperta questa tomba rotonda di grandi dimensioni, un ambiente sotterraneo con un plinto centrale, si pensa sia la scoperta del mausoleo, perché all’interno degli ipogei c’è una fitta rete di cunicoli e quindi sembrerebbe il mitico labirinto che doveva trovarsi all’interno del mausoleo. In realtà oggi sappiamo che questi cunicoli sono quelli fatti dai tombaroli, che in questa regione erano particolarmente favoriti dal terreno; essi trovavano una tomba, un ambiente ipogeo, e poi sapendo che gli etruschi costruivano le tombe piuttosto vicine le une alle altre nelle necropoli, non ritornano nella superficie ma sfondano direttamente le pareti delle tombe per andare a cercare altre tombe intorno, rimanendo sottoterra.
La carta geografica dell’Etruria ci consente anche di definire qual è il territorio dell’Etruria. Non corrisponde solo alla Toscana, l’Etruria è una regione che comprende buona parte della Toscana, quindi la parte posta a sud dell’Arno, e la parte settentrionale del Lazio. Oggi molte città importanti etrusche, come Veio, Cerveteri, Tarquinia, Vulci, sono in territorio laziale. Anche la Maremma laziale fa parte dell’antica Etruria. In senso geografico l’Etruria è una regione compresa tra il corso del fiume Arno a nord, il corso del Tevere ad est e a sud est, e il mar Tirreno a ovest. Sorta di triangolo che include la quasi totalità delle città etrusche. Per quanto riguarda il confine settentrionale, quello rappresentato dall’Arno, esso cambia nel corso dei secoli, dal IX al I secolo a.C., il periodo in cui si sviluppa, progredisce e poi finisce la civiltà etrusca, cambia a seconda delle epoche, è un territorio un po’ osmotico con i liguri, che abitavano le montagne dell’Appennino. È anche un territorio osmotico perché mette in comunicazione l’Etruria propria con l’altro Etruria ovvero quella padana che ruota intorno alla città principale di Bologna. Poi c’era anche un altro pezzo di Etruria che è quella campana, che si trovava a sud di Roma. Quindi il Latium Vetus era una regione compresa tra il corso del Tevere e l’area di Capua, Nola in Campania. La Campania intorno a Napoli era in realtà una campagna etrusca.
Un altro elemento importante nella lettura del paesaggio etrusco sono i tumuli. A parte alcune rare evidenze di tumuli che si riferiscono al periodo megalitico dell’età del rame che sono più comuni in Europa che nell’area mediterranea, la realizzazione architettonica del tumulo è in realtà una caratteristica propria della civiltà etrusca. È una realizzazione che per prima interessa il paesaggio. Finché si costruiscono case o tombe a fossa o pozzetto nessuno da fuori vede questi segni, il tumulo invece è qualcosa che si eleva sul piano di campagna, è visibile da lontano, quindi diventa un segno nel paesaggio. Gli etruschi sono quindi i primi a caratterizzare il paesaggio. Questo non lo faranno solo con le loro costruzioni come i tumuli ma lo faranno anche con altre attività, ad esempio si stima che in alcune aree dell’Etruria gli etruschi abbiano effettuato un disboscamento selvaggio per procurarsi legna per fare soprattutto carbone, e questo ha comportato fra VI e IV secolo a.C. un incredibile aumento dei depositi dell’apporto di materiale solido da parte dei fiumi, e che abbia causato nel corso del IV secolo l’insabbiamento di vari porti dell’Etruria, quindi una modifica sostanziale del paesaggio, un primitivo dissesto idrogeologico. È con gli etruschi che il paesaggio inizia ad essere modificato antropicamente in modo consistente e molto visibile.
Il tumulo di Castellina in Chianti è molto grande, circa 60 metri, presenta all’interno 4 ipogei disposti a croce, simmetrici l’uno all’altro, questo tumulo che è conosciuto da sempre è probabilmente quello che ispira un disegno attribuito a Leonardo da Vinci, un progetto per la costruzione di un mausoleo. Oltre allo schema delle camere che ripropone dal punto di vista planimetrico la pianta di una tomba etrusca, quindi un corridoio con una camera centrale, un pilastro centrale e due celle laterali che si aprono sul corridoio, riprende anche la tecnica costruttiva delle pareti verticali costruite a lastre sovrapposte con delle banchine e poi una copertura con la tecnica cosiddetta dell’aggetto. Queste scoperte del mondo etrusco influenzano il mondo moderno.
La chimera era molto rappresentata dagli etruschi, soprattutto nell’epoca più antica e nel periodo orientalizzante. La chimera di Arezzo, un bronzo di V secolo a.C. tardo arcaico, è così famosa perché oltre ad essere uno dei grandi bronzi che ci sono giunti dal mondo antico, venne adottata dai Medici per diventare uno dei simboli della potenza medicea sulla Toscana e sull’Etruria medicea. Questo tornava tutto a vantaggio dei Medici, che estendono i loro domini allargandosi fino ai confini della Toscana odierna, quindi corrispondevano più o meno alle terre in cui erano stati gli etruschi. Quindi adottano gli etruschi, e di essi fra i vari reperti che entreranno a far parte delle collezioni medicee, la chimera diventerà il simbolo della potenza medicea, perché è un bronzo particolare anche per come è fatto. È una fiera, una sorta di leone che sta in posizione come se stesse per spiccare un balzo, quindi trasmette l’idea di energia e potenza, ha le fauci aperte quindi pronte a sbranare, era un’immagine di potenza e di forza che si adattava al messaggio dei medici. Cosimo I che acquista la chimera e la inserisce nelle sue collezioni si innamora di questo bronzo, sarà lui stesso uno dei primi a ripulire questo bronzo, diventa uno dei suoi simboli. Cosimo I si fa infatti chiamare Magnus Dux Etruriae invece di “granduca di Toscana”, come una sorta di filo che si riallaccia alla civiltà etrusca. La chimera venne trovata intorno alla metà del ‘500 ad Arezzo, in una stipe votiva, una fossa (termine tecnico: favista) che era stata realizzata presso la porta San Lorentino ad Arezzo. Da Arezzo proviene anche un altro dei grandi bronzi che è la Minerva, più tarda della chimera, datata tra il IV e III secolo a.C., che è stata di recente oggetto di un restauro filologico che ha tolto le parti che erano state aggiunte dopo la scoperta di questo.
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