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Appunti del corso di economia dei sistemi industriali 2

Preparazione per la prova orale A.A. 2021/2022

Prof. D. Campisi

A cura di Edoardo Gabrielli

Questi appunti si pongono l'obiettivo di supportare lo studente nella preparazione della prova orale del suddetto esame. Troverete dunque al suo interno, definizioni, concetti e spiegazioni dei diversi modelli affrontati a lezione in riferimento alle domande richieste nell'esame orale dell'A.A. 2021-22. Non troverete all'interno formule, dimostrazioni (non richieste) o spiegazioni di esercizi.

Introduzione

Dalla filosofia morale all'economia industriale

La filosofia morale

La filosofia morale è la disciplina che si occupa di formulare correttamente gli interrogativi che riguardano la vita morale e cercare risposte motivate e possibilmente sensate. Si tratta di un'indagine di tipo razionale che cerca di chiarire quali e quanti elementi interni o esterni alla persona concorrano alla realizzazione di un'azione, di una serie di azioni o di una storia di vita valutabili in base a una scala assiologica ai cui vertici superiore e inferiore si collocano il bene e il male. Il riferimento al bene è intrinseco alla filosofia morale e incontrovertibile. Lo statuto del bene e la sua definizione danno origine a una molteplicità di teorie morali. Esempi:

  • Il bene come raggiungimento della felicità
  • Possesso – utilità – piacere – fatto privato o fatto pubblico? – condivisa (la felicità come «merce favolosa») – contemplazione – azione – coincidenza tra ciò che si ha e ciò che si desidera – la gratitudine come traccia della felicità
  • Dovere e libertà umana: come si conciliano? – i doveri verso noi stessi – i doveri verso chi amiamo – i doveri nei confronti degli estranei – i doveri verso i nemici – obblighi – leggi – i doveri verso le generazioni a venire – i doveri nei confronti delle generazioni passate – è possibile comandare l'amore?

Etica

Dal greco èthos (carattere, costume, comportamento, consuetudine), è una branca della filosofia che studia i fondamenti razionali che permettono di assegnare ai comportamenti umani uno status deontologico, ovvero distinguerli in buoni, giusti, leciti, rispetto ai comportamenti ritenuti ingiusti, illeciti, sconvenienti o cattivi secondo un ideale modello comportamentale. Il lemma greco ethos, inoltre, è originariamente inteso come l'«abitare», il «trattenersi in un luogo», la necessità di pervenire a una «stabilità protetta».

Economia politica

Deriva dalle parole greche oikos (casa, famiglia, spazio privato), nomos (legge) e politikos (quello che riguarda la comunità). L'economia è, dunque, l'insieme delle regole che presiedono all'amministrazione della famiglia. L'attributo “politica” sta a indicare l'estensione di tali regole all'intera società. A lungo considerata una branca dell'etica, con la rivoluzione neoclassica, l'economia diventa scienza autonoma, volta a studiare i comportamenti dell'uomo come operatore economico che consuma, produce, svolge attività commerciali. Ad oggi, essa è la scienza morale e sociale che ha per oggetto lo studio delle attività umane finalizzate a conseguire il benessere materiale.

Adam Smith

Osserviamo la profonda connessione tra le due discipline; connessione che non era estranea ai grandi padri dell'economia. Uno dei padri, il principale, della scienza economica è Adam Smith, teorico del liberalismo classico e professore di Filosofia morale all'Università di Glasgow. Nella sua opera "Ricerche sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni" (1776) fornisce un chiaro quadro delle forze che determinano la prosperità delle nazioni, delle politiche economiche volte alla crescita e allo sviluppo, e della modalità con cui l'impegno dei singoli per raggiungere il massimo vantaggio personale, indipendentemente dalle volontà individuali, si traduce in un aumento del benessere comune, giungendo al massimo coordinamento nel mercato. Alla base della ricchezza delle Nazioni sta la libera iniziativa di uomini privati che aspirano alla felicità; quest'ambizione innesca un insieme di dinamiche che attivano delle energie capaci di far fiorire il progresso, riversandosi, con effetto benefico su tutta la società. Lo Stato non deve vincolare la libera iniziativa poiché l'economia è in grado di autoregolarsi attraverso il mercato, dunque il rapporto tra domanda e offerta che tendono naturalmente a equilibrarsi. Ogni intervento dello Stato rischia di ostacolare le leggi naturali dell'economia. Fino al 1776 l'economia non aveva conquistato una propria autonomia come specifico ambito di studio “era considerata il luogo dell'egoismo e pertanto veniva socialmente controllata, guardata con sospetto e tollerata come un male necessario.” Gli scritti di Smith hanno una particolare importanza perché in essi, per la prima volta, l'economia si svincola dall'etica, dando inizio a un processo che porterà alla sua autonomia, nonché all'emergere della figura dell'Homo oeconomicus, guidato dalla ragione e non più da valori morali. Inoltre, afferma che il rapporto tra i membri di una società non debba essere obbligatoriamente basato sull'affetto, per il bene della stessa; in realtà, è sufficiente che lo scambio tra essi sfoci in un vantaggio reciproco. In un’altra sua opera, "Teoria dei Sentimenti Morali", Smith appare ancora legato ai valori relazionali e ai principi di giustizia, mettendo in luce come l'attenzione per l'altro sia un elemento ineluttabile della natura umana; dunque, in quanto tale, essa è fondamentale per la comprensione delle scelte individuali, in particolare quelle economiche. "Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro desinare, ma dalla considerazione che questi hanno per il proprio interesse personale. Non ci rivolgiamo alla loro umanità ma al loro egoismo, e ad essi parliamo dei loro vantaggi e non delle nostre necessità". Con questa frase Adam Smith asserisce l'importanza dei rapporti economici inseriti in una rete di reciprocità.

La legge di Say

Prende il nome da Jean-Baptiste Say (1767-1832), per la quale «l'offerta crea la sua domanda», nella formulazione più sintetica. Say però ispirò John Stuart Mill, secondo cui le crisi sono semplici cicli economici. Secondo John Stuart Mill, il ciclo, contiene in sé l'idea di un normale alternarsi di fasi di slancio e fasi di caduta del processo di produzione. La legge di Say fu criticata aspramente da Karl Marx e successivamente da John Maynard Keynes, che la videro come causa della mancata spiegazione del manifestarsi delle crisi economiche da parte degli studiosi dell'economia classica. La nuova spiegazione data da Say fu originalmente accolta persino da Marx; il quale però riconobbe nel capitalismo una tendenza alla sovrapproduzione. Questa tendenza è dovuta ad un contrasto fra i due obbiettivi della produzione: quello naturale di soddisfare i bisogni umani e quello capitalistico di produrre profitto. Tale contrasto, dice Marx, nel breve periodo, genera il ciclo economico, nella prospettiva più lontana porterà alla crisi definitiva del capitalismo (attraverso la caduta del saggio di profitto). Dunque Marx pone una scomoda alternativa: o le crisi sono fluttuazioni, superate dal mercato, oppure si tratta della crisi finale. Quello che manca in lui sono proprio le crisi strutturali, che richiedono l'intervento dello stato per essere superate.

Teoria keynesiana

Fu nel contesto della grande depressione e di una diffusa e seria disoccupazione, chiusura di aziende, fallimenti societari, fino alla difficoltà nel reperire generi di prima necessità, che l'economista inglese John Maynard Keynes sviluppò la sua teoria, secondo cui la tipica condizione del sistema economico non è l'equilibrio di piena occupazione (come ipotizzato nella “teoria di Say”, che postulava che fenomeni di distaccamento dalla situazione di pieno lavoro ed occupazione fossero solo di passaggio), ma la “sottoccupazione”. Keynes affrontò la crisi degli anni Trenta come crisi strutturale e la superò favorendo una gigantesca redistribuzione della ricchezza. Ciò permise un forte aumento del tenore di vita e della scolarità, e un conseguente aumento senza precedenti della produttività dei ceti popolari (crescita del capitale umano). Keynes però non pensava alle sue politiche come alla soluzione definitiva del problema. In questi specifici momenti è importante allora accrescere la spesa pubblica anche correndo il rischio di incorrere in un deficit spending, ovvero in un aumento del deficit pubblico, poiché in seguito si verificherà una condizione di disavanzo: lo Stato avrà più spese che entrate e per fronteggiarle dovrà ricorrere a dei prestiti, i “titoli del debito pubblico”, presso gli istituiti bancari. Dando dimostrazione del fatto che l'economia possa dunque, di fatto, rimanere bloccata in un equilibrio di “sottoccupazione”, Keynes sottopose all'attenzione degli esperti della sua epoca una vera e propria sfida, ovvero quella di accettare il paradosso in base al quale il mercato possa venir portato in una condizione di equilibrio dai prezzi dei beni al consumo. Di conseguenza uno Stato può trovarsi nella condizione di dover generare un deficit per poter mantenere l'occupazione piena della popolazione. Keynes riteneva, infatti, che le risorse disponibili per i cittadini e la domanda fossero in realtà sempre inferiori all'offerta effettiva, in considerazione del fatto che i consumi non aumentassero mai in maniera proporzionale all'aumento del reddito.

L'economia industriale

Si sviluppa nella prima metà del ventesimo secolo soprattutto nei paesi anglosassoni a partire dagli Stati Uniti d'America. Oggetto di studio sono le politiche di prezzo e quantità in situazioni oligopolistiche e la misurazione del potere di mercato, il potere delle imprese di influenzare il prezzo del prodotto o dei prodotti che vendono. L'accento sulle situazioni monopolistiche e oligopolistiche derivava dalla presenza di una consolidata politica contro le concentrazioni industriali. Nella seconda metà del secolo scorso, gli studi di economia industriale subiscono un radicale mutamento di prospettiva, attribuibile al ruolo definitorio della teoria dei giochi. Oggi la disciplina enfatizza lo studio della concorrenza tra poche imprese, soffermandosi su: le diversità delle strategie delle imprese stesse, gli strumenti utilizzati per la loro attuazione e le conseguenze sull'equilibrio del mercato. Nella seconda metà del secolo scorso, gli studi di economia industriale subiscono un radicale mutamento di prospettiva, attribuibile al ruolo definitorio della teoria dei giochi. Oggi la disciplina enfatizza lo studio della concorrenza tra poche imprese, soffermandosi su: le diversità delle strategie delle imprese stesse, gli strumenti utilizzati per la loro attuazione e le conseguenze sull'equilibrio del mercato. Gli economisti industriali si occupano di imprese, in industrie concorrenziali e non concorrenziali ed analizzano le politiche delle imprese rivali e nei confronti dei clienti. Pur integrando, tutti loro, modelli teorici ed evidenza empirica, fanno riferimento a tre, scuole rivali.

La scuola di Harvard

Secondo l'approccio tradizionale, dominante fino agli anni '70, denominato S struttura – C comportamento - P performance, la strategia dell'impresa è dettata dalla struttura di mercato, e l'impresa si adatta all'ambiente. Di conseguenza, forme di mercato non concorrenziali sono destinate a realizzare performance inferiori alla concorrenza e quindi devono essere limitate attraverso l'attuazione di politiche antitrust.

La scuola di Chicago

Nega, invece, l'esistenza di rilevanti e permanenti barriere all'entrata: l'esercizio del potere di mercato è solo temporaneo dal momento che la libertà d'entrata è sempre in grado di eliminare i monopoli, a meno che lo Stato stesso non ne blocchi l'entrata. La presenza di condizioni di mercato non concorrenziali è dovuta all'interferenza dello stato stesso: per favorire le performance delle imprese è necessario, quindi, che lo stato si metta da parte e lasci che le forze del mercato operino liberamente. Il riferimento è la concorrenza perfetta, da garantire con la libertà di entrata.

La nuova economia industriale

Afferma che le barriere all'entrata dipendono anche dal comportamento strategico delle imprese presenti che possono prevenire l'ingresso di concorrenti potenziali. In un mercato privo di barriere all'entrata istituzionali e di rilevanti costi fissi non recuperabili, basta la minaccia (credibile) di un possibile competitore a far abbassare i prezzi sicché anche un numero limitato di imprese può far sì che il prezzo eguagli il costo marginale: un mercato contendibile, quindi, in cui la sola forza della concorrenza potenziale è sufficiente a produrre la stessa performance di un mercato concorrenziale. Dopo Adam Smith e prima di John Nash non esistevano spiegazioni formali che andassero oltre le spiegazioni psicologiche sul comportamento dei singoli e l'equilibrio fra domanda ed offerta ottenuto attraverso l'incantesimo della mano invisibile. Oggi la cogenza e l'attualità della liberalizzazione dei servizi pubblici e delle reti, la rilevanza economica delle attività coinvolte, la strategicità in termini di indipendenza nazionale hanno allargato la cerchia di studiosi che spaziano dai diversi settori che fanno capo all'ingegneria, agli studi statistici, dalle scienze politiche a quelle giuridiche. In tale contesto concentreremo le nostre energie ad un argomento specifico, ma non limitato: lo studio dei comportamenti strategici atti a comprendere le politiche di fissazione del prezzo e della quantità in situazioni oligopolistiche. Il mercato oligopolistico è un mercato nel quale sono presenti solo poche imprese, ciascuna delle quali, con le sue scelte, può esercitare un impatto sensibile sul profitto degli altri venditori. L'oligopolio è un tipo di concorrenza imperfetta, nel quale pochi venditori vendono prodotti simili (petrolio, palle da tennis). Si distingue dalla concorrenza monopolistica, nella quale molte imprese vendono prodotti simili ma non identici (CD, videogiochi, auto). Molto spesso le imprese oligopolistiche adottano un comportamento strategico: agiscono in base alle mosse compiute dagli avversari per “rubare” quote di mercato. Per questo, spesso, in mancanza di accordi per cooperare, producono esiti negativi per tutte (riduzione dei margini di profitto).

La "teoria dei giochi"

Ha studiato il comportamento strategico tipico di queste imprese. Esempio di “gioco non cooperativo” è il dilemma del prigioniero. Supponiamo che Bonnie e Clyde siano arrestati. Al momento dell'arresto hanno addosso armi illegali per il cui l'importo della condanna è 1 anno. Vengono interrogati in stanze diverse contemporaneamente. Il magistrato propone a ciascuno un patto: se confessa e denuncia il complice, gli verrà condonato il reato di porto d'armi e verrà liberato. Al complice verranno dati 20 anni. Se entrambi confessano, la condanna è 8 anni (parziale condono per avere confessato). La strategia consistente nel confessare è detta strategia dominante. A entrambi conviene non conoscendo la scelta dell'altro. Se potessero comunicare potrebbero cooperare e scegliere la strategia dell'omertà. Per questo spesso le imprese oligopolistiche stabiliscono accordi espliciti o segreti (detti “di cartello” o “trust”), per cooperare e mantenere così alti i profitti.

Parte 1 – Strutture di mercato

Concorrenza

Condizioni:

  • Numerosi produttori
  • Bene omogeneo
  • Produttori incapaci di imporre il prezzo
  • Non esistono barriere all'entrata
  • Informazione perfetta

Sotto queste condizioni la geometria del mercato assume la forma della concorrenza perfetta in cui la curva di domanda coincide con la curva del ricavo marginale e con la curva di ricavo medio. Nel lungo periodo il massimo profitto corrisponde al profitto nullo per le imprese.

Monopolio

Condizioni:

  • Presenza di alte barriere all'entrata
  • Una sola impresa fronteggia l'intera domanda di mercato
  • I consumatori decidono se acquistare o meno il prodotto

La domanda di mercato coincide con la curva dei ricavi medi dell'unico produttore. Il livello della produzione che massimizza il profitto è individuato nel punto di intersezione tra la curva del ricavo marginale e la curva del costo marginale. I monopoli possono esistere sia per motivazioni di natura storica quindi di tipo legislativo sia per motivazioni di natura economica in cui i comportamenti dell'impresa già presente nel mercato ostacolano impediscono l'entrata di nuove imprese. È curioso il caso dei monopoli naturali: Un’industria è detta monopolio naturale se, in corrispondenza dell'intervallo di produzione rilevante, la funzione di costo è subadditiva (un'impresa ha da sola la capacità di soddisfare la domanda al costo più basso possibile). Per intervenire sulla struttura di un monopolio naturale si potrà intervenire modellando interventi atti a favorire l'ingresso di competitori. Un percorso alternativo è quello di favorire la contendibilità.

Oligopolio

È una forma ibrida di mercato caratterizzato dall'interazione di poche imprese, ciascuna delle quali può influenzare sensibilmente il profitto delle altre. L'oligopolio è un tipo di concorrenza imperfetta, nel quale pochi venditori vendono prodotti simili.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher edo_gabr di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia dei sistemi industriali 2 e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma Tor Vergata o del prof Campisi Domenico.
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