METODO DEI GIURISTI ROMANI
Non abbiamo una descrizione della giurisprudenza e del metodo se
non per qualche pennellata dei giuristi. Questi sanno qual è il
metodo adoperato quindi non hanno interesse a spiegarlo e a dire
come operano.
La più complessa descrizione del metodo è dovuta ai retori,
interessati al profilo metodologico. Il più importante è M. T.
Brutus
Cicerone, che ne parla nel : fonte n. 1 “il ricordo dell’amico”
che è Servio, un giurista di cui ne parla il suo allievo Alfeno.
Alfeno vive a cavallo tra la fine della repubblica e il principato di
Ottaviano Augusto. res publica,
Servio è un giurista della fase finale delle è amico di
Cicerone ed entrambi hanno studiato retorica nella più grande
scuola dialettica del tempo, quella di “Molone di Rodi”.
In questa scuola andavano i figli delle famiglie che se lo potevano
permettere o quelli più bravi, per imparare la dialettica e allo scopo
retor,
di diventare un che sarebbe il moderno avvocato, colui che
operava in ambito criminale a favore o contro qualcuno, o
difendevano gli incriminati o si facevano accusatori.
Cicerone si specializza nella dialettica per imparare un metodo che
lo renda imbattibile come oratore, perché nei processi criminali in
questa fase la giuria è una giuria popolare, che non è fatta di esperti
di diritto (quello che si è un po’ mantenuto nella nostra Corte
d’Assise).
Servio invece studia retorica, o perchè qualcuno gliel’ha suggerito o
perché l’ha capito lui stesso che le modalità di interpretazione già
memorizzate ma che mancavano ancora di qualcosa erano state
interpretate da Mucio Scevola, il quale era pontifex maximus, infatti,
l’interpretatio iuris
prima che sorga la giurisprudenza laica, era
affidata al collegio dei pontefici.
I giuristi romani creano:
REGULE
REGULA
NORME
NORMA
Tratti dal linguaggio architettonico, infatti la regula ci da l’unità di
misura del comportamento: lecito, illecito, possibile, non possibile,
ecc.
Ma ogni comportamento ha una sua dimensione e una sua unità,
non baste dire che un comportamento è lecito o illecito.
C’è un collegamento tra norma e regula e l’interpretatio dei pontifex
1
maximus, e hanno tratto dalla loro esperienza una familiarità. Non si
può individuare il momento in cui da architetti sono diventati
interpreti dal diritto, ma questa cosa di utilizzare giusti strumenti
affinchè un ponte non cada è uguale alla logica necessaria per la
costruzione dell’ordinamento giuridico. Infatti i pontifex maximus
che regolavano i mores, regolano allora regule e norme morali ma
anche giuridiche in quella società.
IL NOMINALISMO ha un difetto perché nasconde la funzione
normativa del linguaggio. Il nostro linguaggio non identifica ciò che è
esistente ma crea qualcosa che fino a quel momento, non avendo un
nome , non veniva identificata (lo ritroviamo nell’antico testamento
quando si dice che attribuisce all’uomo e alla donna il potere di dare
un nome a tutte le cose) perché dare un nome significa connotare
quella cosa.
Infatti nel momento in cui si dà un nome si nominalizza.
Ma allora perché si passa dall’interpretazione dei pontefici
sacerdotali all’interpretazione laica con Cicerone e Servio? Anche se
loro stessi si definiscono sacerdoti del diritto e riconoscono che la
scientia iuris sia una vocazione, una scienza sacra.
La ragione sta nel fatto che essendo sacerdoti, nella loro solennità
non sentivano l’esigenza di una motivazione, l’iter logico, la
ragionevolezza, la ratio. E in una piccola società si accetta che il
pontifex maximus quando decida non dica la ratio. Però i manuali
dicono che da un certo momento Roma si amplia, si ampliano i
commerci, il traffico giuridico, e il popolo romano vuole una
motivazione, si ribellano a questa giurisprudenza pontificale e fanno
nascere dei giuristi laici che danno la motivazione su come sono
arrivati ad una decisione o da cui comunque si può individuare l’iter
logico seguito.
In realtà però i nostri testi ci dicono che già Mucio Scevola era
pontefice massimo e dava delle motivazioni, quindi rappresenta
l’anello di congiunzione tra il vecchio e il nuovo.
Il metodo viene insegnato da Mucio e Servio, ma quest’ultimo nota
che non è sufficiente e si necessita di una scientia iuris che si
innesta attraverso la retorica e la dialettica greca.
FONTE BRUT. 41.152
Cicerone ci descrive il metodo utilizzato da Servio. Dice che Mucio
sia il più grande giurista, ha avuto una grande tecnica interpretativa.
Invece Servio applicando la retorica ha trasformato tale tecnica in
un’ars. 2
Chi governa ha bisogno di un giurista che sia la bocca che tramuta la
legge, un abile ripetitore della volontà del sovrano→ è chiaro che sia
un’aspirazione irrealizzabile, infatti l’interpretazione è
un’interpretazione creatrice del diritto. Ma è anche vero che si può
restringere l’ambito di libertà del giurista, renderlo solo un tecnico.
Quinto Mucio è l’esempio del tecnico del diritto, ma non chiedergli
una flessibilità, un’adattabilità, ed è questa la differenza, perché la
retorica è flessibilità è l’emblema dell’adattabilità.
Cicerone dice che Q. Mucio aveva una splendida tecnica, ma solo
tecnica, invece Servio applica gli studi del Molone di Rodi
all’interpretatio iuris un’ars.
trasformandola in
Tutte le riforme infatti hanno cercato di trasformare gli studi giuridici
in tecnica.
Perché Cicerone ci dice che Servio è così bravo?
Cicerone è troppo furbo per lodare se stesso e quindi lo fa lodando
Servio, è un sillogismo di una semplicità palese→ sono coetanei
hanno studiato dallo stesso maestro, hanno applicato la stessa
tecnica allo stesso modo. Grazie a questo artificio abbiamo la
descrizione perfetta di quale sia il giurista perfetto.
Questo testo di Cicerone strutturalmente si divide in due parti
logiche:
La prima → da rem a interpretando
La seconda→ fino alla fine
Abbiamo quindi due livelli:
Necessario e orizzontale: operazioni che un giurista dovrebbe
sempre fare nell’interpretazione
Eventuale e verticale:
rem universam…
“ ” l’operazione della partitio richiede che quando
venga posta una certa questione si scindano gli elementi costitutivi
della fattispecie, della res si faccia quindi una partitio.
“latente…” qui abbiamo la definitio che serve a togliere dalle
pieghe del discorso ciò che è nascosto. Definitio è composto da “de
+ fines”= fissare i confini.
“Obscuram…” abbiamo l’interpretatio, che non è solo
interpretazione ma spianare il cammino oscuro.
ambigua…
“ ” Comincia qui la seconda parte.
Bisogna individuare le cose ambigue, distinguere le cose e infine
creare quella regola che possa essere definita vera o falsa e che
quindi possa o non passa essere applicata ad una certa realtà, poste
determinate premesse. 14 marzo 2019
3
Non è un testo giuridico ma un testo tratto da fonti letterarie quindi
da fonte indirette del diritto romano. Quello che ci interessa è vedere
quegli elementi che ci consentono di capire quale fosse il sistema di
interpretazione dei giuristi romani. I due capisaldi del diritto romano:
creazione del sistema
- metodo induttivo della risoluzione delle controversie: dal
- particolare (caso specifico) alla creazione della regola generale.
Giurisprudenza normativa come nuova fonte del diritto, il giudice
quale legislatore ordinario: la nostra giurisprudenza si arroga una
funzione costituzionale. I romani avrebbero detto essere funzionale
alla realtà, la decodificazione è un dato di fatto, il legislatore non
riesce a saldare la realtà alla regolamentazione giuridica.
Brutus 41,152.
Il testo che stiamo esaminando è tratto dal (Non
concentrarsi sulla traduzione, non è una questione di filologia
l’esame. Identificare la quaestio juris e perché quella regola è stata
data.)
Cicerone non era un giurista ma conosceva il diritto. Ci descrive tutta
la metodologia serviana, ma perché? Cicerone loda Servio perché è il
modo indiretto di un retore di lodare sè stesso perché se Servio è
diventato il più grande giurista del mondo, questo implica che
Cicerone fosse il più grande retore del mondo, dato che entrambi
avevano studiato a Rodi nella stessa università le stesse cose.
(anche se Servio si era dedicato all’ars juris.)
Nel testo che andremo ad esaminare si ritrova la visione di un
mondo. “Rem universa..“: in questo testo si trovano due livelli:
1) orizzontale, naturale;
2) verticale, eventuale
Nel primo livello, ovvero quello orizzontale si rinvengono le prime
tre operazioni che l’interprete deve compiere quando si trova a
dover analizzare una quaestio:
1) Partitio: la parte che va davanti al giudice o quella che va
davanti all’avvocato, al notaio ecc in qualunque ambito chi vi
narra la questione non è consapevole e preparata,
di questi racconti informi è necessario individuare gli elementi
essenziali perché la massa di parole informi può da se individuare
almeno tre interpretazioni possibili e diverse: il significato delle
parole per la parte, per te, e il significato comune.
Ridurre in parti (Partitio) la res universa, è una segmentazione
logica, non pratica, sono io che devo individuare gli elementi che
compongono quella che mi è stata presentata come una res
universa. 4
2) Definitio: non è solo dare la definizione,
(es. il contratto simulato è quel contratto che non produce effetto tra
le parti. Questa è la definizione ma qui dice qualcosa di più)
Richiama il senso etimologico, definire significa determinare i precisi
confini della fattispecie, cosa vi è dentro una fattispecie e cosa c’è
fuori.
A cosa serve? A esplicare ciò che è latens, ovvero individuare ciò che
si nasconde dietro le pieghe del discorso. Trovare ciò che non si
voleva dire perché ci si vergognava, trovare tutto quello che la parte
voleva dire.
3) Interpretatio: operazione caratteristica dello scienziato e
tecnico del diritto. Il legislatore vuole siate degli esecutori. Nella
visione di Cicerone l’interpretazione è un explanare le cose che
sono oscure, perché sta ragionando nei termini dell’intellegere.
Operazione di rendere chiaro il cammino che per sua natura
sarebbe oscuro, non limpido, c’è sempre una difficoltà.
Senza compiere queste tre operazioni non capirò mai bene cosa è
accaduto.
Nel secondo livello che si dice essere eventuale, tanto eventuale
nella pratica non è, in quanto vi è sempre collegata l’ultima parte,
ovvero l’interpretatio.
“obscuram..” Punto dolens dell’interpretazione
Perché l’ambiguità e l’oscurità, l’ambiguità si caratterizza per
l’oscurità, tetto numero 2 “le controversie e i conflitti nascono
dall’oscurità”
Il diritto vive di uno strumentario che è il Vangelo di Giovanni. Le
parole sono gli strumenti che ci consentono di giocare con la realtà.
Le parole sono strumenti umani e tutti gli strumenti umani
conservano in se una ambiguità, e le parole in massimo grado
conservano in se un’ambiguità. Ciò che è stato scritto ha più
significati. (Es. Si parla della “domus”, ho l’idea connaturata di cosa
sia)
La prima operazione di fronte all’oscurità è rilevarla, guardarla
chiaramente, identificando tutti i suoi elementi. Operazione classica
per i giuristi è la distinctio. Un giurista nella sua risposta vi dirà che
se le cose fossero così la risposta sarebbe stata questa, se fossero
andate in un altro modo la soluzione sarebbe stata un’altra, se
fossero andate in questo altro modo la soluzione sarebbe stata
ancora un’altra.
Perché i giuristi romani fanno la distinzione? Perché devono fornire
fattispecie astratte e generali perché la fattispecie è solo
l’occasione. 5
Ma la distinctio non è solo questo: distinguere deriva dal verbo greco
“stizzo”, lo stigma era la marchiatura a fuoco degli schiavi fuggiti.
“Extremo avere regulam” il giurista alla fine definisce la regola
per stabilire ciò che è vero e ciò che è falso. La verità connotata alla
regula, nel senso che giudicheremo corretta o meno la regola in
omaggio alla società di quel tempo. Ciò significa che la stessa può
decadere per il mutare della società. Una regola che può essere vera
e diventare falsa, e il contrario perché il diritto è uno strumento
umano, non è calato dal cielo. 15 marzo 2019
Cicerone una un formulario sintetico e completo.
Profilo dell’ambiguità→ vi è un collegamento quasi necessario tra
oscurità e ambiguità, perché da quest’ultima nasce qualunque tipo
di conflitto giuridico. Ciò che è ambiguo ed è generato dall’oscurità,
cioè dal fatto che gli strumenti umani siano fallaci, perché spesso il
linguaggio scritto, verbale, può avere più significati. il De
I testi retorici ci propongono degli esempi di ambiguità, come
invenzione , in cui Cicerone ci dice cosa deve fare un retore per
sciogliere un’ambiguità (non lo faremo, al massimo ci da una
traduzione sul moodle per capire di cosa parla). Siccome noi siamo
iper
in un’epoca di specializzazione, siamo indotti ad analizzare il
singolo tassello e perdiamo un po’ di vista il quadro complessivo.
Cicerone invece in questo testo diceva che non si doveva
estrapolare la parola dal testo, bisognava considerarla nel contesto
in cui era inserita, altrimenti risultava ancora più ambigua→ NON
decontestualizzare la frase, ma inserirla nel contesto.
Ci vengono presentati esempi di ambiguità, non solo da Cicerone ma
anche da Quintiliano, e si tratta di esempi del diritto, questo perché
secondo Miglietta, con questo si vuole significare che l’ambito e lo
spirito umano in cui c’è un’incidenza maggiore e una produzione
maggiore di effetti distorti o distorsivi dell’ambiguità è l’ambito del
diritto.
Nel diritto la dove la soluzione sia data senza usare la giusta
terminologia, il giurista rischia di dare una regola iniqua, perché non
avendo risolto l’ambiguità può essere una regola che ha visto solo
un lato delle cose. Il diritto parla di regula e norma, ci devono essere
almeno due dimensioni, spaziale e temporale, quindi ci si deve
muovere con una capacità di analisi complessiva. Quindi una
soluzione che sia data sulla base di una ambiguità non
completamente sciolta fa si che la regula abbia un’incidenza non
solo in guerra con la realtà testuale, ma in virtù del fatto che la
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regola deve essere generale ed astratta valida per tutti i casi simili,
è chiaro che ha ancheuna grande incidenza sulla realtà.
Quindi loro parlano di esempi del diritto per due motivi:
1. Perché scrivono per educare retori che andranno nei processi,
soprattutto criminali
2. Perché l’ambito su cui più pesantemente può incidere
l’ambiguità è lambito del diritto
inst. or. Unde controversia illa:
Cfr. Quint., 7.9.8 [e cfr. 7.9.11]:
‘testamento quidam iussit poni statuam auream hastam tenentem’.
Quaeritur, statua hastam tenens aurea esse debeat, an hasta esse
aurea in statua alterius materiae?
Nel testamento un tale: aveva inserito una
TRADUZIONE:
clausola a carico degli eredi di dedicargli una statua d’oro
lasta tenente.
COMMENTO: Perché si chiedeva al giurista, se fosse la statua che
dovesse tenere un’asta d’oro o se fosse un’asta d’oro che dovesse
essere tenuta da una statua.
L’ambiguità qui è nella posizione dei termini stessi, perchè
quest’area che collega asta ad statua può riferirsi sia all’una che
all’altra.
Quintiliano non ci offre una soluzione anche perché è difficile.
Ci vuole un criterio per interpretare quest’ambiguità che nel caso del
testamento ciò avviene attraverso:
Favor testamenti→ contestualizzando l’espressione nelle cose
che il de cuius aveva nella villa
Mens testatans→ ricostruendo la volontà implicitamente.
De Invenzione “ut in
Nel paragrafo 118 del Cicerone al passo:
hac lege – nihil enim prohibet fictam exempli loco ponere, quo
facilius res intellegatur” dice che farà subito l’esempio di una norma
di legge che si inventa per fare un esempio di scioglimento
dell’ambiguità.
Questa legge inventata da Cicerone dice che la prostituta non può
portare una corona d’oro, perché non la portano neanche le matrone
per bene, nella Roma repubblicana c’è una certa modestia. Ma in
ogni caso alla prostituta non è consentito perché non è una donna
per bene, ed è una mancanza di rispetto per una certa cultura.
Nell’antichità solo le prostitute andavano in giro
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