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Appunti di Diritto penale 1 (a.a. 2015/2016) - prof. Severino P.

Rielaborazione di appunti presi durante il corso di Diritto penale 1 esercitazioni comprese.

Indice:
15.09.2015 - Struttura del reato
Elementi strutturali del reato

17.09.15 - Principi costituzionali

22.09.2015 - Principi costituzionali
Principio di legalità
1. Principio della riserva di legge
2. Principio della determinatezza e/o tassatività... Vedi di più

Esame di Diritto penale I docente Prof. P. Severino

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ESTRATTO DOCUMENTO

Appunti

M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

Il consenso deve essere manifestato. Il consenso può essere dato in maniera espressa, per

iscritto o orale a seconda dei casi.

Legittima difesa

Il brocardo latino è vim vi repellere licet (è lecito rispondere alla forza con la forza). L’art. 52,

primo comma, c.p. statuisce: «Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato

costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di

un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa». Questa reazione è

indispensabile per salvare l’interesse aggredito. Anche qui abbiamo il bilanciamento degli

interessi tra l’aggressore e l’aggredito, tra i quali prevarrà l’interesse dell’aggredito che reagisce

a un’aggressione. L’art. 52 c.p. ha subito una importante riforma che ha aggiunto i commi

secondo e terzo (legge n. 59/2006). La disciplina originaria prevedeva solo il primo comma. Sia

la reazione che l’aggressione devono sottostare a certe condizioni perché si possa ritenere

integrata la scriminante della legittima difesa.

Requisiti dell’aggressione

Oggetto dell’aggressione è un diritto, il quale non è specificato: potrebbe essere un diritto

• della persona, un diritto patrimoniale, ecc. Proprio perché non è specificato, si ritiene che vi

rientri anche il diritto di proprietà.

Non è necessaria una violenza: il codice parla di un’offesa e anche un atteggiamento passivo

• potrebbe essere un’offesa (p.e. una persona che non mi consenta di entrare in casa mia).

La minaccia deve essere ingiusta. Non serve che sia un tentativo di reato perché l’offesa sia

• ingiusta. Può essere addirittura provocata dall’aggredito. La minaccia del diritto è ingiusta

anche se è stata provocata dall’aggredito stesso. P.e., una coppia sposata in cui la moglie

viene colta con l’amante. L’amante della moglie si può difendere dal marito che lo vuole

ammazzare, la provocazione (cioè il fatto che ne fosse l’amante) non rileva. Altro è il caso

della rissa. Qui c’è un’offesa reciproca. In questo caso tutti agiscono per offendere e non per

difendersi, quindi mai nella rissa si potrà imputare la legittima difesa. Nei requisiti

dell’aggressione, quindi, non rientra la rissa.

L’aggressione deve provocare un pericolo attuale al diritto del soggetto. Per attualità del

• pericolo si intende che il pericolo deve essere presente nel momento in cui si reagisce. Non

basterebbe un pericolo eventuale e futuro, bensì il pericolo deve essere imminente e

presente. Allo stesso modo, un pericolo già passato non giustifica un comportamento di

reazione in termini di legittima difesa. È il caso di chi sta sparando ma prima di colpire

l’aggredito finisce palesemente i colpi in canna. Se l’aggredito gli sparasse poi in testa, non

varrebbe la legittima difesa, perché il pericolo di vita non era più attuale. In questo caso la

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M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

valutazione è facile ex post, ma bisogna mettersi nella condizione di valutare ex ante la

situazione con la testa di chi stava lì facendo o subendo un’aggressione.

Requisiti della reazione

La reazione deve essere necessaria per salvare il diritto proprio o altrui minacciato. Questo è

• il requisito astratto. In concreto, poi, il giudice valuterà caso per caso in base alla situazione

la valutazione sulla necessarietà della reazione fatta dall’aggredito.

La proporzionalità della difesa rispetto all’offesa (si incorrerà, in caso contrario, a eccesso di

• legittima difesa), ossia fra il diritto minacciato e l’offesa, sempre valutando ex ante la

conoscibilità del soggetto offeso. P.e. il proprietario di un fondo agricolo che veda un ragazzo

che sta rubando dell’uva e gli spari agisce in eccesso di legittima difesa. L’alternativa che

lede meno gli interessi dell’aggressore è sempre valutata positivamente relativamente alla

proporzionalità. In merito al problema della fuga in rapporto con la legittima difesa, ovvero se

si possa applicare tale causa di giustificazione al soggetto che poteva evitare l’offesa

fuggendo, la dottrina prevalente risponde positivamente quando, in base al criterio del

bilanciamento degli interessi, la fuga esporrebbe i beni personali (p.e., il pericolo di infarto

per il cardiopatico) o di terzi (p.e., il rischio di investire i passanti con una fuga in macchina) a

lesioni uguali o superiori alla lesione che provocherebbe all’aggressore difendendosi.

La legge n. 59/2006 ha previsto il caso della legittima difesa domiciliare, meglio

‣ conosciuta come autotutela in un privato domicilio o in un luogo ad esso equiparato. L’art.

52, secondo comma, c.p. afferma: «Nei casi previsti dall’articolo 614, primo e secondo

comma, sussiste il rapporto di proporzione di cui al primo comma del presente articolo se

taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un’arma legittimamente

detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere: a) la propria o la altrui incolumità; b) i

beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d’aggressione». Il legislatore

ha voluto introdurre una presunzione di proporzionalità: l’utilizzo dell’arma legalmente

detenuta è proporzionato se mirato a difendere la propria o altrui incolumità personale ma

anche i beni propri o altrui, ma solo quando non vi è desistenza e vi è pericolo

d’aggressione. Anche una persona che non sia il proprietario di casa è tutelato da questa

norma, purché l’arma sia legale e quella persona abbia il porto d’armi. L’art. 52, terzo

comma, c.p. estende il concetto di domicilio: «La disposizione di cui al secondo comma si

applica anche nel caso in cui il fatto sia avvenuto all’interno di ogni altro luogo ove venga

esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale».

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M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

Stato di necessità

È una causa di giustificazione molto simile alla legittima difesa. L’art. 54, primo comma, c.p.

stabilisce che: «Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla

necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da

lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al

pericolo» È il caso di due naufraghi che cercano di salvarsi su una zattera che può reggere solo

una persona. Entra qui lo stato di necessità come scriminante. Il diritto leso non è il diritto

dell’aggressore, ma di un terzo estraneo all’aggressione del mio diritto. Questo soggetto non ha

provocato la situazione di pericolo. Io, per salvare me stesso, lascio affogare l’altra persona e

non risponderò per aver violato l’incolumità personale di un altro soggetto: necessitas non habet

legem. Normalmente la causa del pericolo è una forza della natura. Nulla vieta che la causa del

pericolo sia un uomo e quindi un’aggressione. Addirittura, legittima difesa e stato di necessità

potrebbero concorrere come cause di giustificazione. P.e., dopo aver sparato a una gamba a

una persona che mi punta una pistola addosso per rubarmi la borsa, per scappare mi infilo nella

prima porta che trovo sulla strada, violando il domicilio di una signora. Non risponderò del reato

di violazione di domicilio, perché questa è avvenuta a causa del mio stato di necessità e non

risponderò di danno all’incolumità personale del soggetto che mi aveva aggredito. Si parla di

danno grave alla persona, quindi non più di diritti patrimoniali. L’art. 54, secondo comma, c.p.

recita: «Questa disposizione non si applica a chi ha un particolare dovere giuridico di esporsi al

pericolo». È il caso di un vigile del fuoco o del capitale di una nave, i quali hanno l’obbligo

giuridico di salvare gli altri prima che se stessi.

I requisiti sono:

• l’esistenza di una situazione di pericolo attuale: l’oggetto del pericolo è un grave danno alla

persona. Questa è una grande differenza rispetto alla legittima difesa. La gravità verrà

valutata caso per caso. Il pericolo non deve essere in nessun modo provocato o causato

volontariamente dall’agente;

• l’azione lesiva in conseguenza della violazione di un diritto: posta questa situazione di

pericolo, io devo commettere questo fatto, il quale è assolutamente necessario (non

altrimenti evitabile) per salvarmi;

• la proporzionalità: l’azione lesiva deve essere proporzionata al pericolo. Anche qui la

proporzionalità va valutata caso per caso. Qui la proporzionalità vale ancora di più, perché

non si va a ledere il diritto di qualcuno che mi ha aggredito, bensì di un terzo estraneo e

innocente, che non ha provocato il pericolo da cui voglio salvarmi. Nel bilanciamento degli

interessi, il diritto che vado a ledere dovrà quindi essere minore del diritto che cerco di

salvare dalla situazione di pericolo. 39 Appunti

M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

Cause di giustificazione non codificate

(Domanda d’esame)

Quando viene chiesto il divieto di analogia, le cause di giustificazione non codificate sono

l’elemento che viene chiesto in automatico. Esse sono:

• informazioni commerciali;

• trattamento medico-chirurgico;

• attività sportiva pericolosa. P.e., è il caso di un pugile che uccide il proprio avversario. Se le

regole del gioco sono rispettate, si estende per analogia il consenso dell’avente diritto di cui

all’art. 50 c.p.

L’analogia in bonam partem non cozza con l’art. 12 delle preleggi. Per le cause di

giustificazione, difatti è possibile estendere analogicamente. 20.10.2015 - Principi costituzionali

Principio di colpevolezza

Principio costituzionale di colpevolezza vuol dire che un soggetto risponde di un reato non solo

se lo ha materialmente commesso, ma se lo ha commesso almeno con colpa. Quindi, la

referibilità soggettiva di un fatto che è reato deve essere l’elemento dolo o colpa. L’iter

esplicativo parte dalla importantissima sentenza n. 364/1988 della Corte costituzionale

(domanda d’esame relativamente all’elemento soggettivo del reato). L’occasione della

pronuncia di questa sentenza è la rimessione di due ordinanze di fronte alla Corte

costituzionale che eccepivano l’incostituzionalità dell’art. 5 c.p., il quale diceva — perché la

sentenza n. 364/1988 è una sentenza additiva che dà una ulteriore specificazione del principio

— che «Nessuno può invocare a propria scusa l’ignoranza della legge penale». Questo era il

fondamento di una legislazione autoritaria, per cui la legge è data per conosciuta, e quindi

l’infrazione della legge, anche laddove non conosciuta, se ricorrono gli elementi del reato, non

impedisce la dichiarazione di responsabilità del soggetto. Fino alla pronuncia della sentenza n.

364/1988 la norma era di una categoricità assoluta.

I casi portati di fronte alla Corte costituzionale erano entrambi dei casi di contravvenzione.

Il primo caso era relativo a una contravvenzione in materia edilizia: alcuni soggetti avevano

eseguito dei lavori di bonifica di notevole portata sui terreni di loro proprietà senza richiedere

l’apposita licenza. Delle contravvenzioni si risponde sia che siano commesse con dolo che con

colpa ex art. 42 c.p. La difesa di questi soggetti era imperniata sulla c.d. buona fede, nel senso

che i lavori che avevano effettuato erano esclusivamente lavori di carattere agricolo di bonifica e

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M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

che non c’era alcun intento edificatorio, che avrebbe comportato la necessità della licenza. Il

giudice a quo rimette la questione di costituzionalità dell’art. 5 c.p. alla Corte costituzionale,

ritenendo che sia iniquo attribuire a un soggetto una responsabilità penale nel momento in cui il

soggetto non conosce la norma in questione e agisce in completa buona fede, perché le opere

che andava realizzando erano di carattere agricolo. La seconda ordinanza di remissione

riguarda un soggetto che aveva un bar il quale era stato imputato per la contravvenzione

dell’art. 666 c.p. — la cui rubrica dice “Spettacoli e intrattenimenti senza licenza” — perché

aveva installato nel suo bar una radio e un videogioco senza chiedere la licenza necessaria,

rispettivamente perché non riteneva che fosse fosse necessario e sulla base di rassicurazioni di

pubblici ufficiali.

Entrambe le ordinanze di remissione, dunque, si fondano sulla eccezione di incostituzionalità

dell’art. 5 c.p., perché in entrambi i casi non era stata presa in considerazione la buona fede

degli imputati e quindi si metteva di fronte alla Corte costituzionale il giudizio di costituzionalità

dell’art. 5 c.p. soprattutto alla luce dell’art. 27 Cost. La Corte costituzionale coglie l’opportunità

per dare un’interpretazione dell’art. 27 Cost. L’art. 27, primo comma, Cost. dice che: «La

responsabilità penale è personale». Cosa vuol dire questa norma? La prima lettura dice che

ognuno risponde del fatto proprio, cioè non si risponde penalmente del fatto commesso da altri.

Se avessero scritto responsabilità per fatto proprio vi sarebbero stati contenuti sia l’elemento

oggettivo che quello soggettivo. Ma questo comma, secondo la Corte costituzionale, va letto

alla luce del terzo comma, cioè vanno interpretati insieme: «Le pene non possono consistere in

trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato».

Quindi la funzione rieducativa della pena non è la funzione esclusiva della pena, la quale ha

altre finalità, come ad esempio la funzione di dissuadere tutti i consociati dal perpetrare dei

reati, ma la funzione precipua è quella della rieducazione. La funzione rieducativa della pena

sta a significare che il soggetto condannato che subisce una pena deve essere rieducato, e

deve essere rieducato solo chi si è posto volontariamente contro i valori della società espressi

dalla Costituzione e dalla legge penale e quindi chi abbia espresso ostilità o quantomeno

indifferenza rispetto a questi valori, altrimenti non si rieduca una persona che è incorsa in

illegittimità, si rieduca colui che è rimproverabile. La rimproverabilità di una condotta è il

presupposto della colpevolezza e della applicazione di una pena, perché soltanto una condotta

rimproverabile è una condotta sanzionabile e del quale castigo il soggetto può capire anche la

valenza positiva: mi viene attribuita una pena perché ho violato i valori dell’ordinamento o

consapevolmente o per negligenza o imperizia. Questa affermazione comporta che il soggetto,

per essere punito, deve aver commesso almeno con colpa il fatto. La Corte costituzionale dice

che anche per quello che riguarda la conoscenza della legge penale bisogna distinguere se per

caso la mancata conoscenza non sia imputabile al soggetto, perché in quel caso non vi è

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nemmeno colpa. Quindi, la Corte costituzionale aggiunge all’art. 5 c.p. la previsione che

nessuno può invocare a propria scusa l’ignoranza della legge penale salvo che si tratti di

ignoranza inevitabile e quindi ecco che fa rilevare che l’ignoranza o l’errore sulla legge penale

che non siano dovuti a colpa rilevano ai fini della non applicabilità della norma penale al

soggetto stesso. L’art. 5 c.p. si può inserire quindi nell’errore di diritto (mancata conoscenza di

una norma).

La Corte costituzionale, una volta affermata la necessità che la norma debba essere conosciuta

o ignorata per colpa perché si possa ritenere il soggetto responsabile, mette dei limiti. Un primo

limite riguarda i delitti naturali, cioè le fattispecie che ci sono sempre: p.e. omicidio, lesioni, furto,

ecc.

La Corte costituzionale suggerisce anche dei parametri alla stregua dei quali stabilire se si tratti

di ignoranza evitabile o di ignoranza inevitabile in cui sarebbe incorsa la generalità dei

consociati. I criteri non possono mai essere dei criteri soggettivi, ma oggettivi o misti. I criteri

oggettivi riguardano ad esempio i casi in cui una legge non sia stata pubblicata o in cui vi sia

una assoluta oscurità del testo. In questo ultimo caso l’oscurità del testo va valutata anche alla

stregua di colui che avanza questo tipo di giustificazione, perché è da rapportarsi alle

conoscenze del soggetto, ma anche alla stregua dell’orientamento della giurisprudenza, e cioè

verificando se le sentenze siano tutte omogenee o dicano cose contrastanti. Tra i criteri misti

vi è ad esempio il caso di un soggetto che aveva avuto dei processi simili ed era stato assolto:

se per lo stesso fatto sono stato imputato e poi assolto perché il fatto non sussiste, ho fatto

affidamento che anche ripetendo quella condotta il fatto non sia reato. Altro criterio misto

riguarda il caso in cui il soggetto abbia ricevuto delle assicurazioni da parte degli uffici

competenti della liceità della propria condotta. I criteri che espone la Corte costituzionale non

hanno carattere tassativo. Ciò che però sottolinea la Corte costituzionale è che tali criteri non

possono avere puro carattere soggettivo.

La Corte costituzionale, con questa importante sentenza, limita la portata della presunzione di

conoscenza della norma penale che diventa una presunzione relativa che ammette prova

contraria. In una sentenza successiva, la sentenza n. 1085/1988, la Corte costituzionale (che

non ha mai convinto la Minerva) ribadisce l’interpretazione dell’art. 27 Cost. Il caso che era

stato rimesso alla Corte costituzionale era una eccezione di incostituzionalità dell’art. 626, n. 1),

c.p. relativo a uno dei c.d. furti minori — perché hanno una pena inferiore al furto semplice —,

nel momento in cui non ammetteva la possibilità del tentativo: «Si applica la reclusione fino a un

anno ovvero la multa fino a 206 euro, e il delitto è punibile a querela della persona offesa [i

delitti punibili a querela sono quelli in cui l’azione penale non inizia se non c’è la querela di parte

e sono quelli in cui è la vittima che decide se far iniziare il procedimento o meno. Questi sono i

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reati minori e anche quei reati che riguardano la vita intima della persona]: 1) se il colpevole ha

agito al solo scopo di fare uso momentaneo della cosa sottratta, e questa, dopo l’uso

momentaneo, è stata immediatamente restituita». P.e. chi ruba la macchina di qualcuno, fa un

giro e poi la riporta. Si chiama furto d’uso. Il giudice a quo rimette alla Corte costituzionale la

questione eccependo la costituzionalità della norma nel momento in cui gli imputati, in

precedenza condannati per altri furti d’uso, dopo aver rubato una macchina per l’ennesima volta

erano stati fermati dai carabinieri prima della restituzione e imputati per furto semplice

consumato, giustificando questa rimessione sul fatto che in quel caso mancava la restituzione e

non si poteva più parlare di furto d’uso ma di furto consumato. Il giudice a quo riteneva quindi

l’art. 626, n. 1), c.p. incostituzionale perché applica a un soggetto una pena per un fatto che non

ha commesso e che non voleva commettere. Il giudice afferma che il tentativo di furto d’uso non

era configurabile in quanto era configurabile solo finché non avviene l’impossessamento,

perché il momento consumativo del furto è l’impossessamento, non la semplice sottrazione. La

Corte costituzionale dice che la restituzione non rappresenta l’evento del reato, ma è la

mancata restituzione che rappresenta l’evento del reato, quindi la restituzione è sempre

elemento della condotta, la quale consiste prima nella sottrazione e nell’impossessamento e

che si prolunga con la restituzione, che è l’elemento che permette la degradazione della gravità

del fatto. La Corte costituzionale attribuisce alla mancata restituzione l’evento del reato. La

Corte costituzionale sottolinea però che occorre tenere conto della possibilità che la mancata

restituzione sia provocata da caso fortuito o da forza maggiore. Quindi, non è che la mancata

restituzione faccia trasformare la fattispecie sempre e automaticamente in ipotesi di furto

semplice ex art. 624 c.p., ma va considerata l’ipotesi che sia dovuta a caso fortuito o a forza

maggiore e in questo caso l’ipotesi di reato che si configura è l’ipotesi attenuata di cui all’art.

626, n. 1) c.p. Il caso fortuito interrompe il nesso causale e la forza maggiore fa venir meno

l’elemento soggettivo.

Responsabilità oggettiva significa rispondere di un fatto sulla sola base del nesso di causalità:

aver causato un evento significa rispondere di quell’evento a prescindere dall’elemento

soggettivo. I casi di responsabilità oggettiva nel nostro codice sono molti. Nel momento in cui

l’art. 27 Cost. viene interpretato nel senso che un fatto mi può essere addebitato solo se c’è

almeno colpa, siamo di fronte a un conflitto e alla necessità di interpretazione delle norme che

prevedono la responsabilità oggettiva. La prima di queste norme è l’art. 116 c.p., il quale

riguarda il c.d. concorso anomalo. L’art. 116, primo comma, c.p. prevede: «Quando il reato

commesso sia diverso da quello voluto da taluno dei concorrenti, anche questi ne risponde, se

l’evento è conseguenza della sua azione od omissione». Il secondo comma continua: «Se il

reato commesso è più grave di quello voluto, la pena è diminuita riguardo a chi volle il reato

meno grave». Più persone si accordano per commettere un determinato reato, uno dei

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M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

concorrenti ne commette un altro, ne risponde anche il concorrente anche se non l’ha voluto,

purché l’evento sia conseguenza della sua azione od omissione, cioè sulla base del semplice

nesso causale. P.e. due soggetti si accordano per commettere un furto in un appartamento, uno

rimane sotto a fare il palo e l’altro sale per rubare ma violenta una ragazza che trova

nell’appartamento. In base all’art. 116 c.p., il concorrente risponderà anche della violenza

sessuale, perché agevolava la condotta dell’altro. Questa era un’ipotesi paradossale, che

richiede un intervento della Corte costituzionale molto precedente rispetto alla sentenza n.

364/1988, ossia la sentenza n. 42/1965, in cui la Corte costituzionale dà un’interpretazione in

senso costituzionale di questa norma — la quale altrimenti avrebbe portato all’imputazione per

fatto altrui — dicendo che la norma non è incostituzionale se intesa nel senso che anche il

soggetto che non ha voluto il reato ne risponde, se conseguenza della sua azione od

omissione, solamente se ciò che si è realizzato è uno sviluppo logicamente prevedibile di ciò su

cui c’era stato l’accordo. Era logicamente prevedibile lo sviluppo della violenza sessuale rispetto

al furto? No. Però, se p.e. il ladro che sale è anche armato e il furto trascende in rapina, quello

è uno sviluppo logicamente prevedibile, se il concorrente sa che l’altro è armato. La tendenza

della dottrina è quella di considerare la prevedibilità in concreto, non solo in astratto, perché è

solo così che si può valutare l’effettiva volontà del concorrente, il quantum di rimproverabilità.

Altri casi di responsabilità oggettiva del codice erano le circostanze, le quali sono delle

situazioni che possono aggravare o attenuare la pena, ossia gli elementi accidentali dei reati.

P.e., un furto di grande valore è un furto aggravato, il quale prevede una pena maggiore. Le

circostanze, fino alla legge n. 19/1990 si verificavano oggettivamente, sia le circostanze

aggravanti che le circostanze attenuanti, a prescindere dalla conoscenza e dalla conoscibilità

delle circostanze da parte del soggetto. Attualmente si applicano oggettivamente le circostanze

attenuanti, perché favorevoli al reo. Fino alla legge n. 19/1990 anche le circostanze aggravanti

si applicavano oggettivamente, con evidente vulnus del principio di colpevolezza. Per

rispondere al principio di colpevolezza, però, le circostanze aggravanti dovevano essere

conosciute o quantomeno conoscibili dal soggetto. Proprio in seguito alla sentenza n. 364/1988

e all’affermazione a livello alto della giurisdizione del principio di colpevolezza, il legislatore

emanò la legge n. 19/1990 proprio per l’affermazione del principio di colpevolezza. Questa però

è stata l’unica vera modifica dell’ordinamento relativamente alla pronuncia della Corte

costituzionale sul principio di colpevolezza. Tutti gli altri interventi mancati sugli altri casi di

responsabilità oggettiva comportano enormi problemi interpretativi. Sulla base della legge n.

19/1990, il nuovo art. 59, secondo comma, c.p. dice che: «Le circostanze che aggravano la

pena sono valutate a carico dell’agente soltanto se da lui conosciute ovvero ignorate per colpa

o ritenute inesistenti per errore determinato da colpa». Dunque, le circostanze aggravanti si

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applicano solo se conosciute o conoscibili. Le circostanze attenuanti si applicano

oggettivamente, le circostanze aggravanti si applicano soggettivamente.

Altro caso di responsabilità oggettiva riguarda il delitto preterintenzionale. La preterintenzione è

definita nell’art. 43 c.p. come una terza ipotesi di responsabilità dal punto di vista soggettivo

oltre al dolo e alla colpa. Il delitto preterintenzionale è oltre l’intenzione e sia ha, quindi, quando

si provoca un evento più grave di quello voluto. Nel codice penale c’è solo un’ipotesi di delitto

preterintenzionale, ossia l’omicidio preterintenzionale di cui all’art. 584 c.p.: «Chiunque, con atti

diretti a commettere uno dei delitti preveduti dagli articoli 581 e 582, cagiona la morte di un

uomo, è punito con la reclusione da dieci a diciotto anni». Il contenuto della volontà è quello di

percosse o lesioni. Si cagiona, però, la morte di un uomo, e qui la responsabilità è solo sulla

base del nesso di causalità. Il delitto preterintenzionale è un caso di dolo misto a responsabilità

oggettiva. Ma come si interpreta questa norma alla luce del principio di colpevolezza? Non si sa

come risolvere il problema, perché bisognerebbe dire, e qui è la difficoltà — da un punto di vista

del buon senso — di concepirlo, che il legislatore dice che non bisogna ledere né percuotere

ma che, se si fa, si deve fare con molta prudenza, per evitare di cagionare la morte. I parametri

di diligenza e prudenza sono tagliati su attività lecite. Per parlare di colpa nel delitto

preterintenzionale si dovrebbero applicare i parametri identificativi della colpa e

dell’accertamento della stessa al caso di un’attività illecita. La giurisprudenza si attesta, quindi,

sul connotato puro e semplice della prevedibilità: l’evento più grave viene accollato al soggetto

se è prevedibile, e quindi limita, nei requisiti di copertura come atto di colpevolezza al criterio

della prevedibilità. Esercitazione - Principi costituzionali

Tutte le sentenze successive alla sentenza Franzese hanno fatto riferimento a questa sentenza,

anche se molte volte non l’hanno applicata nel modo giusto.

La cosa importante della sentenza Franzese è, sì, di ancorare la teoria della conditio sine qua

non a una legge di copertura, perché altrimenti il giudice discrezionalmente dovrebbe rilevare la

la percentuale o la probabilità del verificarsi dell’evento, e cioè di integrare la teoria della

conditio sine qua non con la teoria della sussunzione dell’evento sotto leggi scientifiche, ma il

passaggio fondamentale è quello che ls legge scientifica di copertura va verificata sulla base

delle circostanze concrete del fatto. Dunque, il giudice non è più autorizzato a dedurre

solamente dalla legge scientifica il nesso causale. Inoltre, secondo la sentenza Franzese, la

legge di copertura può avere anche una percentuale molto più bassa rispetto al 100% richiesto

dalla teoria della certezza, perché non è tanto importante la probabilità statistica dell’evento, ma

è importante che vi sia la certezza a livello probatorio che effettivamente quella condotta è stata

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M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

causa dell’evento, e questa certezza la si può avere soltanto verificando il fatto e scartando tutti

i fattori alternativi che possono essere causa dell’evento.

Relativamente al caso concreto all’esame della Corte di cassazione, essa non poteva occuparsi

del merito, ma poteva valutare se le motivazioni addotte a sostegno della condanna o

dell’assoluzione (in quel caso della condanna) fossero coerente, giustificate, e in linea con

quanto le sezioni unite hanno detto.

Dunque, la sentenza Franzese dispone l’accertamento biascio del nesso causale:

• individuazione della legge di copertura;

• verifica probatoria della legge di copertura, cioè se la legge di copertura si può applicare al

caso concreto in esclusione di fattori causali alternativi.

Sentenza della Corte di cassazione, sez. IV, n.13.939/2008

I reati omissivi propri sono tipizzati dal legislatore: omissione di soccorso, omissione di referto,

ecc. Sono caratterizzati dalla mancanza dell’evento.

I reati omissivi impropri, che sono la maggioranza dei reati omissivi, come per il tentativo, non

sono tipizzati, ma derivano dal combinato disposto della norma incriminatrice speciale e dalla

norma che prevede la possibilità di condotta omissiva, e cioè l’art. 40, secondo comma, c.p.:

«Non impedire l’evento che si aveva l’obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo». Solo

i reati a forma libera possono combinarsi con l’art. 40, secondo comma, c.p.

Caso: si imputa di omicidio colposo una donna per la morte del proprio figlio. La madre distratta

dalle chiacchiere con i parenti non si accorge che il figlio va in piscina. Il bambino annega anche

perché il gestore dello stabilimento non aveva predisposto delle misure di sicurezza tali da

evitare l’evento. In primo grado viene condannata per abbandono del minore. In secondo grado

la corte d’appello ha riqualificato il fatto in omicidio colposo e la condanna. Anche la Corte di

cassazione ribadisce la condanna.

Imputata è solo la madre, perché l’obbligo giuridico grava solo sulla madre. Uno dei motivi di

ricorso della difesa è la causa sopravvenuta, e cioè la mancanza di bagnini.

22.10.2015 - Principi costituzionali

Segue: principio di colpevolezza

Il principio di colpevolezza viene pronunciato mentre la Corte costituzionale si pronuncia sulla

legittimità dell’art. 5 c.p. Questa pronuncia è basata, da un lato, sul principio liberal-garantista

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M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

della certezza del diritto e, dall’altro, sul dovere di formazione del cittadino riguardo alle norme

dell’ordinamento. Affermando questo principio, la Corte costituzionale sottolinea il concetto della

rimproverabilità del soggetto: il cittadino, alla luce dell’art. 27 Cost. e soprattutto del terzo

comma, laddove si parla di rieducazione, in tanto può essere assoggettato a pena in quanto la

sua condotta sia rimproverabile, e una condotta può essere rimproverabile quando il soggetto o

ne ha consapevolezza, perché ha volontariamente infranto i principi e i valori dell’ordinamento,

o perché per indifferenza incolpevole li ha comunque lesi. Da ciò deriva che nel campo penale

un soggetto risponde di un reato non semplicemente se l’ha materialmente commesso, ma se

l’ha commesso almeno con colpa. La Corte costituzionale, in due sentenze del 1988 ha ribadito

questo principio: si risponde penalmente quando almeno la colpa abbia investito gli elementi più

significativi della fattispecie. Dopo questa affermazione sorge il grosso problema della

compatibilità di molti casi di responsabilità oggettiva col principio affermato dalla Corte

costituzionale, perché la responsabilità oggettiva consiste nel fatto attribuito a un soggetto

solamente in base all’esistenza del nesso causale. Dell’evento si risponde, se si verifica, solo in

base al nesso causale, quindi senza andare a vedere se è stato commesso con dolo o con

colpa. La responsabilità oggettiva trova sistemazione nell’art. 42 c.p. dove si dice che «La legge

determina i casi nei quali l’evento è posto altrimenti a carico dell’agente, come conseguenza

della sua azione od omissione». Quell’altrimenti vuol dire che siamo fuori dal dolo, dalla colpa e

dalla preterintenzione. Del resto, anche il delitto preterintenzionale, per quanto riguarda l’evento

effettivamente commesso, che è più grave di quello voluto, è posto a carico del soggetto a titolo

di responsabilità oggettiva. La preterintenzione quindi è una responsabilità di dolo misto a

responsabilità oggettiva, perché l’evento voluto, ossia le lesioni o percosse, c’è, ma il fatto va al

di là del voluto, perché si realizza un evento più grave, che viene accollato al soggetto sulla

base del semplice nesso causale, il quale si accerta attraverso il giudizio controfattuale: se

quella condotta non fosse stata operata e l’evento non si sarebbe realizzato, quella condotta è

causativa dell’evento.

Tutti i casi di responsabilità oggettiva previsti dal codice pongono un problema interpretativo

importante, che non è sempre facilmente risolubile.

La categoria dei delitti aggravati dall’evento è accomunata dal fatto che tali delitti sono delle

fattispecie in cui è prevista un’ipotesi di reato con una sua pena e poi sono previsti degli eventi

aggravanti nella stessa norma. È il caso dell’art. 572 c.p., il quale contempla i maltrattamenti

contro familiari o conviventi e prevede un aggravamento della pena. La caratteristica di questi

delitti aggravati dall’evento è che l’evento non deve essere voluto né a titolo di dolo diretto né a

titolo di dolo eventuale, perché altrimenti si risponderebbe di un altro reato. Questo tipo di reati

entra in conflitto col principio di colpevolezza. C’è chi considera gli eventi aggravanti come

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M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

circostanze aggravanti. Così facendo, si risolve forse il problema dell’attribuibilità soggettiva,

perché le circostanze devono essere conosciute o conoscibili, per cui, trasformando la

conoscibilità in possibilità di prevedere, si potrebbe risolvere il problema della responsabilità

oggettiva. Ma una cosa è la conoscibilità e un’altra è la prevedibilità. La conoscibilità rimanda

alla possibilità di conoscenza, la prevedibilità rimanda a qualcosa che riguarda il futuro

derivante dalla propria condotta.

L’art. 586 c.p. riguarda di nuovo un’ipotesi di divergenza tra voluto e realizzato. Per il legislatore

il problema non si poneva, perché questi erano casi di responsabilità oggettiva. «Quando da un

fatto preveduto come delitto doloso deriva, quale conseguenza non voluta dal colpevole, la

morte o la lesione di una persona, si applicano le disposizioni dell’articolo 83, ma le pene

stabilite negli articoli 589 e 590 sono aumentate». Questa norma tratta il caso in cui la morte o

le lesioni non volute siano conseguenza di un altro delitto. È il caso dello spaccio di

stupefacenti. Lo spacciatore è responsabile o no della morte derivante dalla droga che lui ha

venduto? L’art. 586 c.p. stabilisce che, sì, è responsabile, in quanto lo spaccio di stupefacenti è

un delitto doloso. Quando una norma dice che la pena è aumentata ma non specifica di quanto

vuol dire che l’aumento è fino a un terzo, perché se fosse indeterminato violerebbe il principio di

legalità (perché?).

La Corte di cassazione si trova, nella sentenza n. 29.676/2009, a dover interpretare l’art. 586

c.p. alla luce del principio di colpevolezza. La Corte di cassazione espone tutte le possibilità.

Essa afferma che la norma parlerebbe di responsabilità oggettiva, ma questa va rigettata in

quanto in contrasto col principio di colpevolezza. Continua asserendo che ci si potrebbe

ancorare al principio dell’accollabilità in astratto secondo cui si accolla l’evento più grave se era

in astratto prevedibile. Prevedibile in astratto, però, vuol dire comunque ricadere nella

responsabilità oggettiva, perché non c’è nulla che riporti l’evento a quel soggetto. La soluzione

della Corte di cassazione è quella della prevedibilità in concreto, che è più affine al concetto di

colpa. Questa valutazione va fatta mediante un giudizio di prognosi postuma (cioè ex ante) da

svolgersi in concreto secondo il punto di vista di un omologo agente modello, ossia di un agente

determinato mentalmente come coscienzioso e avveduto che si trovi nella concreta situazione e

nel concreto ruolo sociale dell’agente reale. L’agente deve aver valutato l’evento concretamente

come prevedibile. L’evento non sarà prevedibile tutte le volte che intervengano circostanze

imprevedibili non conosciute e non conoscibili dall’autore, come per esempio la cessione della

droga a terzo.

Il grande problema rimane rendere compatibili i casi di responsabilità oggettiva col principio di

colpevolezza, problema che, nonostante gli sforzi della giurisprudenza, non ha ancora trovato

risoluzione. 48 Appunti

M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

Principio di offensività

Il principio di offensività è strettamente legato al principio di materialità, e cioè nullum crimen

sine actione. Questo significa che il diritto penale punisce una condotta, un fatto concretamente

verificabile e non è un diritto penale di cogitazione. Anche un minimo di colpevolezza e di

responsabilità dal punto di vista oggettivo, è richiesta. L’omissione è verificabile alla luce della

condotta che si sarebbe dovuta tenere.

Il principio di offensività si esprime con la formula nullum crimen sine iniuria. Il reato deve

consistere nella lesione o nella messa in pericolo di un bene meritevole di tutela. La

caratteristica della norma penale è quella della sussidiarietà (il diritto penale è l’extrema ratio) e

della frammentarietà (la tutela penale riguarda solo i beni più rilevanti).

Quando possiamo parlare di carenza di offensività? Ne possiamo parlare in due sensi:

mancanza di offensività a livello della norma: la norma reprime una condotta in astratto che

• non è effettivamente lesiva di un bene giuridico;

mancanza di offensività del caso concreto: nel fatto concreto ci può essere una carenza di

• offensività, perché la condotta non è tale da rappresentare quella lesione di un certo rilievo

per cui si può dire che il fatto è offensivo.

Il principio dell’offensività non è espressamente costituzionalizzato. Esso, però, è riconosciuto

dalla Corte costituzionale.

La dottrina si è sforzata di ricondurlo ad alcuni articoli della Costituzione, p.e. all’art. 13 Cost., il

quale afferma che la libertà è il più fondamentale dei valori, per cui è chiaro che la privazione

della libertà può avvenire solamente in presenza di una violazione davvero importante della

legge penale.

Parte della dottrina lo riconduce all’art. 25, secondo comma, Cost., in cui si distingue tra pene e

misure di sicurezza, per cui la pena deriva dalla lesione o dalla messa in pericolo di un bene

meritevole di tutela, mentre la misura di sicurezza è rapportata alla pericolosità del soggetto e

ha una finalità preventiva. Da questa doppia finalità si deduce che il reato è un fatto tipico,

offensivo e colpevole.

Nonostante la difficoltà di ancorare il principio di offensività a una precisa norma della

Costituzione, questo principio ha una fondamentale importanza.

Due sono gli aspetti del principio di offensività.

Nel caso dei c.d. reati senza offesa, una norma è carente di offensività di per sé. Un esempio

possono essere i reati di c.d. pericolo astratto, ossia i reati in cui si descrive una condotta che si

assume pericolosa, per cui c’è una presunzione della pericolosità della condotta. Essi si

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M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

distinguono dai casi di pericolo concreto, perché in questo caso il pericolo va accertato. L’art.

423, primo comma, c.p. descrive un reato a forma libera: «Chiunque cagiona un incendio è

punito con la reclusione da tre a sette anni». Esso è anche un reato di pericolo astratto, perché

non spiega cosa sia un incendio. È stata la giurisprudenza che ha indicato i caratteri che deve

avere l’incendio per rientrare nella fattispecie di cui all’art. 423 c.p. Il secondo comma stabilisce:

«La disposizione precedente si applica anche nel caso d’incendio della cosa propria, se dal

fatto deriva pericolo per l’incolumità pubblica». Questo è un reato di pericolo concreto.

I reati ostacolo sono, p.e., i reati ambientali che puniscono l’impresa che versa nelle acque rifiuti

della produzione senza autorizzazione, a prescindere dal fatto che quello che versa non è

velenoso. Ciò che è punito è la mancanza della autorizzazione. Questo tipo di reato si chiama

reato di ostacolo in quanto ostacola un possibile danno maggiore.

Quasi sempre queste anticipazioni di tutela servono a evitare danni più gravi. È accettabile che

una norma descriva un reato senza offesa? La sentenza n. 360/1995 della Corte costituzionale

ha ribadito la legittimità della norma sulla coltivazione degli stupefacenti, sebbene non

distinguesse (distingua?) tra quantità minima e piantagione perché la coltivazione in quanto tale

comporta un pericolo.

Il principio di offensività, se costituzionalizzato, comporterebbe che tutte le norme dovrebbero

rispondere a questo principio e rappresentare, dunque, una concreta lesione o messa in

pericolo del bene meritevole di tutela, ma ciò facendo si eliminerebbe la possibilità di creare

delle fattispecie di reati senza offesa che invece possono essere in molti casi utili.

È invece possibile cassare delle norme per mancanza di offensività. È quanto avvenuto nei

confronti dei c.d. reati di sospetto. È il caso degli artt. 707-708 c.p.

27.10.2015 - Principi costituzionali

Segue: principio di offensività

Il reato, per essere punito, deve essere un fatto colpevole e offensivo, ossia deve ledere o porre

in pericolo dei beni che sono meritevoli di tutela penale. Il principio di offensività non è

espressamente previsto nella Costituzione. Gli artt. 25 e 27 Cost. esprimono rispettivamente: il

principio di legalità; il principio di colpevolezza e la funzione della pena.

Il principio di offensività ha due valenze: è un principio di canone della legislazione, nel senso

che la norma non deve essere carente di offensività, ossia deve indicare un fatto che sia

offensivo; è un canone interpretativo. La legge sugli stupefacenti è una norma di pericolo

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M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

astratto, perché non va dimostrato in concreto il pericolo. È stata depenalizzata la detenzione

per uso personale. È stata depenalizzata la coltivazione per uso personale. Ci sono casi in cui

non è presente l’offensività. Ecco perché non è previsto il principio di offensività a livello

costituzionale, ossia al fine di poter prevedere reati di pericolo astratto. La Corte costituzionale

non è intervenuta in questi casi, non ritenendo le norme incostituzionali.

La Corte costituzionale ha ritenuto di intervenire su una norma in quanto carente di offensività in

relazione a delle norme che non reprimono una condotta, ma reprimono il modo di essere di

una persona. Il modo di essere di una persona non deve rilevare ai fini dell’applicazione di

sanzione penale, perché si ricade nel concetto di colpa d’autore. La pena per il modo di essere

di una persona non è costituzionale.

Gli artt. 707-708 c.p. sono articoli sulla prevenzione dei delitti contro il patrimonio. Sono

rapportati al fatto che un soggetto abbia precedenti specifici e si trovi in determinate sanzioni.

L’art. 708 c.p. stabilisce: «Chiunque, trovandosi nelle condizioni personali indicate nell’articolo

precedente, è colto in possesso di denaro o di oggetti di valore, o di altre cose non confacenti al

suo stato, e dei quali non giustifichi la provenienza, è punito con l’arresto da tre mesi ad un

anno» e cioè ti punisco perché porti addosso dei valori che non sono confacenti al tuo stato.

Questa norma è stata considerata interamente incostituzionale con la sentenza della Corte

costituzionale n. 370/1996. Non c’è nessun fatto nel portare addosso del denaro che qualcuno

non ritiene confacente al proprio stato. Si tratta di mero sospetto, è una semplice presunzione di

pericolosità.

L’art. 707 c.p. reca: «Chiunque, essendo stato condannato per delitti determinati da motivi di

lucro, o per contravvenzioni concernenti la prevenzione di delitti contro il patrimonio, o per

mendicità o essendo ammonito o sottoposto a una misura di sicurezza personale a una

cauzione di buona condotta, è colto in possesso di chiavi alterate o contraffatte, ovvero di chiavi

genuine o di strumenti atti ad aprire o a sforzare serrature, dei quali non giustifichi l’attuale

destinazione, è punito con l’arresto da sei mesi a due anni». Questa norma ha come

presupposto il fatto che il soggetto sia pregiudicato per precedenti delitti contro il patrimonio.

Anche qui c’è un pregiudizio. Anche questa norma è stata portata davanti alla Corte

costituzionale, la quale ha dato una interpretazione: la norma non è incostituzionale se

interpretata nel senso che quella situazione di portare gli arnesi configura la fattispecie

contravvenzionale nel caso in cui ci siano degli elementi ulteriori, ossia c’è bisogno di qualche

elemento prodromico a un’azione criminosa, perché altrimenti la norma comporterebbe la

sanzione nei confronti di una persona solo a causa dei suoi precedenti.

L’art. 670 c.p. è stato espressamente abrogato per la mancata offensività, in quanto

incriminante della mendicità non invasiva, la quale è stata ritenuta non offensiva.

51 Appunti

M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

Lo strumento di valutazione dell’offensività, fino a qualche mese fa, era l’art. 49, secondo

comma, c.p., che disciplina il reato impossibile: «La punibilità è altresì esclusa quando, per la

inidoneità dell’azione o per l’inesistenza dell’oggetto di essa, è impossibile l’evento dannoso o

pericoloso». Il giudice può, però, a causa della pericolosità del soggetto, applicare una misura

di sicurezza. Su questa norma si è fondata una teoria molto importante: la concezione

realistica dell’illecito. Secondo questa teoria, sull’art. 49, secondo comma, c.p. si fondava il

principio di offensività, perché l’azione inidonea è l’azione inoffensiva e quindi, se l’azione è

inoffensiva, il soggetto non è punibile. Siccome il soggetto può presentare una sua pericolosità,

il giudice può prevedere misure di sicurezza. L’art. 49, secondo comma, c.p. può essere

utilizzato, come dice la Corte costituzionale, ad esempio nel caso delle norme di pericolo

astratto. Ma nel caso concreto, la detenzione di una piantina può essere ritenuta condotta

inidonea a mettere in pericolo il bene protetto, ai sensi dell’art. 49, secondo comma, c.p. Per i

reati di pericolo astratto, la Corte di Cassazione e la Corte costituzionale hanno dato dei canoni

di interpretazione per evitare che una condotta sia ritenuta inidonea. Ad esempio nel caso di

associazione per delinquere, la Corte di cassazione ha reso concreta la fattispecie esplicando i

requisiti della territorialità, della gerarchizzazione, ecc.

L’art. 56 c.p. parla del tentativo. Il tentativo si applica solo ai delitti. L’art. 56, primo comma, c.p.

afferma: «Chi compie atti idonei, diretti in modo non equivoco a commettere un delitto, risponde

di delitto tentato, se l’azione non si compie o l’evento non si verifica». L’art. 49 c.p. parla del

reato impossibile, per cui l’interpretazione di reato impossibile come copione negativo del

tentativo non ha senso. Tizio spara a Caio ma il colpo viene deviato prima di arrivare a Caio. È

un tentativo e l’idoneità va valutata ex ante rispetto alla conclusione della condotta, mentre non

può essere ritenuto un reato impossibile. Nel caso di reato impossibile, l’idoneità va valutata ex

post, alla fine della condotta. Si valuta ad esempio che Caio era già morto nel momento in cui

Tizio spara il colpo. Possiamo assolutamente aderire alla concezione realistica dell’illecito e dire

che a livello interpretativo del fatto si può ricorrere all’art. 49 c.p.: il giudice deve dire che quel

fatto è in astratto punito ma che non è punibile per determinati motivi.

Il reato impossibile è uno dei due quasi-reati, insieme all’art. 115 c.p., che prevede il caso di più

soggetti che si accordano per commettere un delitto o, in caso di istigazione a commettere un

delitto, quando il reato non viene commesso: manca, oltre che l’offensività, la materialità del

fatto. Ecco perché si chiamano quasi-reati, e cioè perché possono comportare l’applicazione di

misure di sicurezza pur non essendoci materialità e offensività del fatto.

Erri De Luca era imputato di istigazione a delinquere. L’art. 414 c.p. è un esempio di pericolo

concreto: «Chiunque pubblicamente istiga a commettere uno o più reati è punito, per il solo

fatto dell’istigazione […]». La giurisprudenza ha dato un contenuto di concretezza a questa

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M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

norma, dicendo che in tanto è punibile in quanto la condotta sia idonea alla potenzialità che poi

altri commettano delitti. Bisogna dimostrare l’idoneità istigatoria. Nel caso di Erri De Luca, lui

aveva rilasciato un’intervista all’Huffington Post e questa intervista era stata ripresa da vari

media. Il punto era se le parole di Erri De Luca “la TAV va sabotata” rappresentassero

istigazione a delinquere. L’art. 420 c.p. riguarda l’attentato a impianti di pubblica utilità:

«Chiunque commette un fatto diretto a danneggiare o distruggere impianti di pubblica utilità è

punito, salvo che il fatto costituisca più grave reato, con la reclusione da uno a quattro anni». Va

dimostrata la pericolosità ex ante in concreto. Non basta la direzione, ma ci vuole anche la

pericolosità. La condotta tenuta era effettivamente idonea a istigare a delinquere? È

l’espressione di un pensiero rispetto alla vicenda. L’assoluzione sulla base che il fatto non

sussiste dimostra che il giudice ha ritenuto che mancassero gli elementi soggettivi e oggettivi

affinché il fatto potesse essere penalmente rilevante.

Nella riforma del processo minorile era prevista la c.d. irrilevanza del fatto: se il giudice valuta il

fatto irrilevante, lo fa sulla base dei requisiti della tenuità del danno o del pericolo, della

occasionalità del fatto. Il giudice può pronunciare la sospensione della condanna e mettere alla

prova il soggetto. A seguito della buona condotta il fatto può essere cancellato. Un simile

provvedimento può essere preso anche dal giudice di pace, il quale ha competenza sulle ipotesi

tassative di reato meno gravi (ingiuria, furti punibili a querela dell’offeso, percosse, lesioni

personali, omissione di soccorso, ecc.). Il giudice può dichiarare di non perseguire il fatto per

esiguità/tenuità del danno, occasionalità del comportamento e requisiti di carattere soggettivo

(se l’imputato non ha precedenti penali ed è una mamma, ecc.).

Nell’aprile 2015 è stato inserito l’art. 131bis che applica questi principi anche ai reati la cui pena

sia inferiore ai cinque anni. Siamo in presenza di una causa di non punibilità e di diritto penale

sostanziale, e c’è la retroattività perché è una norma più favorevole.

L’art. 131bis, primo comma, c.p. afferma: «Nei reati per i quali è prevista la pena detentiva non

superiore nel massimo a cinque anni, ovvero la pena pecuniaria, sola o congiunta alla predetta

pena, la punibilità è esclusa quando, per le modalità della condotta e per l’esiguità del danno o

del pericolo, valutate ai sensi dell’articolo 133, primo comma, l’offesa è di particolare tenuità e il

comportamento risulta non abituale». I requisiti sono, ai sensi dell’art. 131bis, primo comma,

c.p.: modalità della condotta, esiguità del danno o del pericolo e non abitualità del

comportamento (ossia occasionalità). L’art. 133, primo comma, c.p. indica tutti i parametri che il

giudice deve tenere presenti per la determinazione in concreto della pena fra il minimo e il

massimo e si divide in due parti: parametri relativi al reato (natura, specie, mezzi, oggetto,

tempo luogo e modalità dell’azione gravità del danno, intensità del dolo o grado della colpa) e

parametri relativi al reo. «Nell’esercizio del potere discrezionale indicato nell’articolo

53 Appunti

M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

precedente, il giudice deve tener conto della gravità del reato, desunta: 1) dalla natura, dalla

specie, dai mezzi, dall’oggetto, dal tempo, dal luogo e da ogni altra modalità dell’azione; 2) dalla

gravità del danno o del pericolo cagionato alla persona offesa dal reato; 3) dalla intensità del

dolo o dal grado della colpa». Non si applica l’art. 131bis, primo comma, c.p., ai sensi dell’art.

131bis, secondo comma, c.p., se l’autore ha agito per motivi abietti o futili (i quali sono

un’aggravante del reato, ai sensi dell’art. 61 c.p.) o quando ci sono situazioni particolari di

sevizie, ecc.: «L’offesa non può essere ritenuta di particolare tenuità, ai sensi del primo comma,

quando l’autore ha agito per motivi abietti o futili, o con crudeltà, anche in danno di animali, o ha

adoperato sevizie o, ancora, ha profittato delle condizioni di minorata difesa della vittima, anche

in riferimento all’età della stessa ovvero quando la condotta ha cagionato o da essa sono

derivate, quali conseguenze non volute, la morte o le lesioni gravissime di una persona». Ai

sensi dell’art. 131bis, terzo comma, c.p. «Il comportamento è abituale nel caso in cui l’autore sia

stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza ovvero abbia commesso più

reati della stessa indole, anche se ciascun fatto, isolatamente considerato, sia di particolare

tenuità, nonché nel caso in cui si tratti di reati che abbiano ad oggetto condotte plurime, abituali

e reiterate». I reati della stessa indole sono previsti dall’art. 101 c.p. e sono considerati

un’aggravante pesante: «Agli effetti della legge penale, sono considerati reati della stessa

indole non soltanto quelli che violano una stessa disposizione di legge, ma anche quelli che,

pure essendo preveduti da disposizioni diverse di questo codice ovvero da leggi diverse,

nondimeno, per la natura dei fatti che li costituiscono o dei motivi che li determinarono,

presentano, nei casi concreti caratteri fondamentali comuni». È il caso della truffa e del falso,

accomunati dalla volontarietà dell’inganno. L’art. 131bis c.p. ha l’intento di ridurre i processi.

Quando la legge è stata varata c’è stato molto scalpore sull’entità della pena: cinque anni. I

reati più gravi però sono puniti con più di cinque anni, per cui sono fuori da questa possibilità.

Fattispecie di attuazione dell’art. 131bis c.p.: caso di un maltrattamento di un cane, tentato furto

in supermercato, truffa e sostituzione di persona.

28.10.2015 - Esercitazione - Struttura del reato

L’orientamento prevalente della giurisprudenza relativamente al delitto di omicidio

preterintenzionale maschera molto la responsabilità oggettiva perché, pur dicendo che vi è un

unico elemento soggettivo e che quindi il dolo è insito nella condotta di lesioni e di percosse,

attribuisce semplicemente l’evento ulteriore (morte) sulla base del nesso causale. Questa

sentenza è così tutta focalizzata sull’accertamento dell’esistenza o meno del nesso causale.

La sentenza della corte d’assise di due condanne riguarda un episodio violento.

54 Appunti

M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

Caso: Tizio presume che sia Caio a sfondare il parabrezza, la fidanzata di Tizio sa che questo

Caio si trova nell’appartamento del suo dirimpettaio e, trovando la porta aperta, affronta Caio

sul fatto relativo al parabrezza. Caio, munito di mazza da baseball dice di essere stato lui e

minaccia la donna, che inizia a gridare. Tizio sente le urla e va in soccorso della fidanzata. Caio

e un suo amico picchiano Tizio procurandogli molteplici fratture. La difesa degli imputati

sostiene che Caio si sia presentato con un piccone per cui Tizio e l’amico si sono dovuti

difendere con le mazze da baseball. Tizio e l’amico sono stati condannati a quattro anni e sei

mesi. 29.10.2015 - Struttura del reato

Funzione della pena

Il fondamento della pena si rinviene in vari approcci.

La teoria più risalente è quella della retribuzione: il bene si compensa con il male, il male si

ripara affliggendo una pena. La pena quindi si irroga in concreto a seguito del reato commesso.

La pena deve essere determinata, proporzionata al male commesso.

Un’altra teoria che invece attiene più alla morale è la teoria dell’emenda, per cui si commina

una pena come punizione.

È insito nella pena il carattere della prevenzione generale. La teoria della prevenzione

generale vuol dire sottolineare l’aspetto deterrente della minaccia della pena. Nel momento in

cui il legislatore emana una legge penale e commina una sanzione penale, questa sanzione

dovrebbe avere un effetto dissuasivo nei confronti dei consociati.

L’ultimo carattere è quello della prevenzione speciale. Prevenzione speciale significa che la

pena deve anche tenere conto del soggetto che in concreto ha infranto la legge e quindi il

legislatore deve applicargli una pena affinché quel soggetto non ricada più nel reato.

Le pene non possono essere contrarie al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione.

Dunque, i principi che regolano la pena sono:

• il principio di legalità ex art. 25, secondo comma, c.p.;

• la tassatività delle pene, nel senso che le pene devono essere espressamente previste;

irretroattività delle pene;

• la proporzionalità delle pene, nel senso che il giudice, nell’uso dei poteri che gli sono dati

dall’art. 132 c.p., osservando tutti i parametri dell’art. 133 c.p., deve ritagliare la sanzione più

adeguata al caso. 55 Appunti

M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

Il nostro ordinamento riconosce sia le pene che le misure di sicurezza, rispettivamente

rapportate al reato commesso e alla pericolosità del soggetto. I presupposti dell’applicazione

della pena sono che il soggetto abbia commesso il reato, che non esistano scriminanti né cause

soggettive di esclusione del reato, e che il soggetto sia imputabile. I presupposti per

l’applicazione di una misura di sicurezza sono che il soggetto abbia commesso un reato —

tranne nei due casi di quasi-reato (reato impossibile e istigazione a commettere un reato) — e

la pericolosità del soggetto.

Questa dicotomia tra pene e misure di sicurezza è una novità nel codice Rocco. L’esigenza di

considerare accanto alle pene anche le misure di sicurezza nasce da un importantissimo

dibattito tra la scuola classica e la scuola positiva. Quest’ultima, che fondava le sue radici nel

positivismo e nel determinismo, aveva una concezione originale. Esponente principale della

scuola positiva è Ferri, il quale riteneva che il soggetto non fosse libero di agire ma determinato

dalle sue condizioni personali, familiari, dell’ambiente, per cui non vi era una libera scelta nel

delinquere, bensì un inesorabile condizionamento dell’azione da parte di fattori esterni. Ciò

portava alla conseguenza che la pena, nella ideologia della scuola positiva, doveva essere

indeterminata nel massimo, perché la cessazione della pena era condizionata dal venir meno

della pericolosità del soggetto. Quindi, nella scuola positiva si riteneva che il soggetto che

delinque sia pericoloso, per cui la pena si deve applicare per un tempo indeterminato e cesserà

ove cessi la pericolosità del soggetto. Questa concezione non poteva essere presa in

considerazione e si arrivò al compromesso di mettere accanto alle pene le misure di sicurezza.

La Costituzione, in relazione alla funzione della pena, dice di nuovo che la pena deve tendere

alla rieducazione. Dicendo questo, accetta il finalismo rieducativo, per cui la rieducazione

diventa una delle funzioni della pena, senza che vengano meno le altre funzioni della pena

(retribuzione, prevenzione generale e speciale).

Accanto alle pene principali, negli ultimi tempi sono state previste nuove pene alternative o

sostitutive.

Con la legge n. 689/1981 sono entrate in vigore delle pene sostitutive:

• la semi-detenzione, la quale sostituisce pene detentive fino a due anni. Si passano dieci ore

all’interno della prigione, mentre il resto della giornata è libero;

• la libertà controllata, la quale sostituisce pene in concreto di durata fino a un anno. Sono

previste alcune restrizioni, come il divieto di lasciare il comune, l’obbligo di presentarsi

all’ufficio di polizia giudiziaria, ecc.;

• la pena pecuniaria sostitutiva, la quale sostituisce le pene fino a sei mesi di reclusione.

56 Appunti

M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

Non c’è più la conversione della pena pecuniaria non adempiuta in pena detentiva, bensì la

pena pecuniaria si trasforma in lavoro socialmente utile.

Il processo termina con l’applicazione della sanzione sostitutiva.

Accanto alle sanzioni sostitutive, vi sono le c.d. sanzioni alternative alla detenzione. Queste

sono applicate nella fase dell’esecuzione: il soggetto è stato condannato, ma, in seguito alla

ricorrenza di determinati requisiti, gli si applicano delle misure alternative alla detenzione.

Queste sono:

• l’affidamento in prova ai servizi sociali. Quando la pena da applicarsi concretamente non sia

superiore a tre anni, il giudice di sorveglianza, può decidere di applicare l’affidamento in

prova ai servizi sociali se il reo abbia dimostrato di essere adatto a tale istituto. Questo

istituto è simile alla probation;

• la semi-libertà. Mentre nella semi-detenzione il soggetto è libero ma deve passare dieci ore

in carcere ma poi può fare ciò che vuole, nella semi-libertà, che può essere applicata quando

il soggetto abbia scontato almeno metà della pena, il presupposto è che il soggetto rimanga

in carcere e che possa fare lavoro all’esterno sotto la sorveglianza di personale penitenziario;

• la detenzione domiciliare;

• la liberazione anticipata: sconto di pena di 90 giorni l’anno.

Elemento soggettivo nelle contravvenzioni

L’art. 42, quarto comma, c.p. stabilisce: «Nelle contravvenzioni ciascun risponde della propria

azione od omissione cosciente e volontaria, sia essa dolosa o colposa». Il giudice deve

accertare che la contravvenzione sia commessa almeno con colpa. È necessario un

accertamento, ma per la maggior parte dei profili è relativamente importante. Questo comma va

letto insieme all’art. 43, secondo comma, c.p., che reca: «La distinzione tra reato doloso e reato

colposo, stabilita da questo articolo per i delitti, si applica altresì alle contravvenzioni,

ogniqualvolta per queste la legge penale faccia dipendere da tale distinzione un qualsiasi effetto

giuridico». Se ci sono dei motivi per i quali va distinto se la realizzazione della contravvenzione

sia avvenuta per dolo o per colpa, il giudice lo deve accertare, perché ci sono contravvenzioni

che possono essere solo dolose, come nel caso dell’art. 661 c.p. rubricato “Abuso della

credulità popolare”, in cui la condotta è dolosa. Ci sono invece casi in cui la contravvenzione

deve essere necessariamente colposa, altrimenti si tratterebbe di un delitto. È il caso dell’art.

712 c.p. rubricato “Acquisto di cose di sospetta provenienza”.

57 Appunti

M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

Cause soggettive di esclusione del reato

Le cause oggettive di esclusione del reato sono le cause di giustificazione, sia quelle codificate

che quelle non codificate, ricostruite tramite analogia. Bisogna trovare il fondamento di liceità,

grazie al quale si elimina l’antigiuridicità del fatto.

Le cause soggettive di esclusione del reato escludono invece la colpevolezza psicologica o

normativa, cioè escludono il nesso psichico.

Incoscienza indipendente dalla volontà

L’elemento base dell’elemento soggettivo è la suitas, cioè la coscienza e volontà dell’atto, che si

può considerare appartenente tanto all’elemento oggettivo che all’elemento soggettivo perché

in tanto un azione rileva a livello penale in quanto sia un’azione cosciente e volontaria. Se una

persona viene colpita da un malore mentre guida e, a causa del malore, investe una persona,

viene meno il nesso psichico, perché non c’è alcuna riferibilità soggettiva dell’evento che è

accaduto rispetto al soggetto agente.

Forza maggiore

La forza maggiore non è riferibile al soggetto perché esclude il nesso psichico (nel caso fortuito

invece viene meno il nesso causale), in quanto la causalità c’è (p.e. nel caso dell’operaio che

cadendo dall’impalcatura colpisca un passante e lo uccida), ma manca la riferibilità soggettiva.

Costringimento fisico

L’art. 46, primo comma, c.p. reca: «Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato da

altri costretto, mediante violenza fisica, alla quale non poteva resistere o comunque sottrarsi».

Il secondo comma conclude: «In tal caso, del fatto commesso dalla persona costretta risponde

l’autore della violenza».

Il costringimento psichico, invece, è contemplato nell’art. 54, terzo comma, c.p., ossia nello

stato di necessità: «La disposizione della prima parte di questo articolo si applica anche se lo

stato i necessità è determinato dall’altrui minaccia; ma, in tal caso, del fatto commesso dalla

persona minacciata risponde chi l’ha costretta a commetterlo». Qui si ha quindi la responsabilità

per fatto proprio nei confronti di chi esercita un costringimento psichico.

Errore-motivo

Riguarda la fase dell’ideazione e determina il formarsi di una volontà viziata.

Voglio una cosa diversa da quella che penso di voler realizzare, perché apprendo male quello

che mi si presenta. Si ha qui una falsa rappresentazione della realtà.

58 Appunti

M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

Errore di diritto

L’errore di diritto su norma penale non rileva nel caso dell’ignoranza della legge penale, salvo

che si tratti di ignoranza/errore inevitabile. Il soggetto può provare di essere occorso in un

errore assolutamente incolpevole, perché l’errore è generalizzabile, quando p.e. abbia avuto

delle sentenze di assoluzione per casi analoghi o abbia avuto pareri da funzionari pubblici o si

sia basato sugli orientamenti giurisprudenziali prevalenti, oppure in presenza di una norma

penale oscura. L’errore di diritto penale rileva qualora si tratti di ignoranza incolpevole.

Errore di fatto

L’errore di fatto è contemplato nell’art. 47 c.p., il quale al primo comma stabilisce: «L’errore di

fatto che costituisce il reato esclude la punibilità dell’agente. Nondimeno, se si tratta di errore

determinato da colpa, la punibilità non è esclusa, quando il fatto è preveduto dalla legge come

delitto colposo». Dunque, l’errore esclude il dolo a condizione che si tratti di un errore su un

elemento essenziale del reato e che sia un errore incolpevole. Se l’errore è colpevole, il

soggetto risponde a titolo di colpa se il reato è previsto a titolo di colpa.

Dunque, l’errore di fatto, se incolpevole, esclude la responsabilità. Quindi se prendo una cosa

altrui convinto di star prendendo una cosa mia, commettendo un errore su un elemento

essenziale del fatto (nel reato di furto è necessario che io prenda una cosa altrui), anche se

fosse colpevole, non ne risponderei, perché il furto colposo non è previsto come tale, ma,

trattandosi di errore, non posso risponderne a titolo di dolo.

Errore extrapenale

L’art. 47, terzo comma, c.p. stabilisce: «L’errore su una legge diversa dalla legge penale

esclude la punibilità, quando ha cagionato un errore sul fatto che costituisce il reato».

Questo sarebbe un errore di diritto sul fatto, è un errore su una legge extrapenale che diventa

un errore di fatto.

La Corte di cassazione, non avendo capito in cosa consista l’errore extrapenale, ha trovato un

escamotage dicendo che la legge extrapenale che integra il precetto va considerata come legge

penale e, quindi, questo tipo di errore non avviene quasi mai se non in rari casi (che non

vengono elencati). Quindi la Corte di cassazione esprime un’interpretazione abrogante di

questa tipologia di errore.

Teoria della Minerva: questo comma è stato messo dal legislatore del 1930 per temperare il

rigore dell’art. 5 c.p. e cioè per dare rilievo a un possibile errore di diritto che non sia

direttamente da riferirsi alla norma penale. 59 Appunti

M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

Errore-inabilità (aberratio)

L’errore-motivo si differenzia dall’errore-inabilità, che è l’errore nella fase esecutiva. P.e. A

prende la mira ma invece di sparare a A spara a B.

L’errore-inabilità configura il reato aberrante (v. infra).

Errore-motivo ed errore-inabilità si equivalgono come conseguenze.

L’errore che esclude la punibilità di un reato non esclude la punibilità per un reato diverso che

prescinda dall’errore. 3.11.2015 - Struttura del reato

Delitto preterintenzionale

È un delitto che va oltre l’intenzione. Il codice prevede un unico caso di delitto

preterintenzionale, ossia l’omicidio preterintenzionale. Si tratta di un delitto doloso fino a un

certo punto, anzi con una direzione intenzionale netta, perché la norma parla di atti volti a

ledere e percuotere e considera il fatto che da questi atti derivi un evento più grave, ossia la

morte. Si tratta quindi dell’ipotesi in cui l’evento non sia voluto.

Bisogna scomporre il delitto preterintenzionale in due parti.

Una parte è governata dalle regole del dolo: incontro una persona e la colpisco

• volontariamente. C’è il dolo pieno.

La persona, per evitare il mio pugno, cade dalle scale e muore. Questo fatto si basa anzitutto

• sul nesso causale.

Sono state quelle percosse la causa della morte? Se c’è un nesso causale siamo in clima di

omicidio preterintenzionale. Occorre qualcosa di più? Stando alla dottrina tradizionale, questa

era un’ipotesi di responsabilità oggettiva, ossia basata soltanto sull’evento, senza la necessità

di un apporto anche minimo dell’elemento soggettivo. Finché non c’è stata la sentenza della

Corte costituzionale n. 364/1988 sulla necessità di un’ipotesi minima di colpevolezza non si è

detto nulla. È la dottrina tradizionale in linea col il principio di colpevolezza, che richiede un

minimo di rimproverabilità? Qui siamo in un delitto che sembra stare tutto nell’elemento

oggettivo, siamo in un’ipotesi di responsabilità oggettiva. Non viene richiesto che ci sia né dolo

né colpa. Le risposte che dà la dottrina per salvare la lettura della responsabilità oggettiva non

vanno bene. L’ultima risposta dice che non c’è una colpa generica per l’omicidio, ma c’è una

colpa specifica, ossia una violazione di una legge. Abbiamo quindi un’ipotesi paragonabile alla

colpa per violazione di legge, perché chi ha causato la morte l’ha fatto a causa della sua

60 Appunti

M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

violazione di una legge. Questa teoria è sbagliata, in quanto bisogna vedere se la norma di

prevenzione mirava a tutelare quel bene rispetto a quel tipo di comportamento, cioè se il

comportamento realizzato rientrava nell’ambito di quella norma. Così non è nel delitto

preterintenzionale. Anzitutto la norma penale non ha carattere preventivo, ma sanzionatorio.

Inoltre, anche nell’ipotesi in cui con una vera e propria fictio iuris si voglia dare alla norma

penale una funzione preventiva, comunque quell’evento non rientra nella sfera di prevenzione

della norma. Rimarrebbe solo da dire che questa norma è incostituzionale nella lettura che ne

ha dato la Corte costituzionale, a meno che non applichiamo quel parametro dell’art. 5 c.p.

anche al delitto preterintenzionale, escludendo cioè dall’ambito della responsabilità del soggetto

l’evento in quanto prevedibile ed evitabile.

Forme di manifestazione del reato

Parlare di forme di manifestazione del reato vuol dire che già abbiamo gli elementi costitutivi del

reato: una condotta, un evento, un nesso causale e un elemento psicologico.

Il reato non sempre si manifesta nello stesso modo. Può manifestarsi in maniera più lieve o più

grave di come descritto del codice penale, oppure in una forma consumata o in una forma

tentata, oppure in un ripetersi di reati, oppure in una forma plurisoggettiva.

Circostanze aggravanti e attenuanti

Le circostanze aggravanti e attenuanti sono degli elementi che stanno intorno ad un reato già

esistente. Queste circostanze danno luogo all’aggravamento o all’attenuazione della pena.

Il codice, però, non stabilisce una pena precisa; ha, al contrario, dei minimi e dei massimi molto

ampi. Poi si trova una norma che dice che una determinata manifestazione del reato lo rende

aggravato. Come faccio a calcolare l’aggravante, una volta decisa la pena base?

Le aggravanti generali sono individuate negli artt. 61-62 c.p.

La prima operazione è rilevare quale sia la pena in concreto. Come fa il giudice a decidere dalla

pena edittale (p.e. da 1 a 5 anni) quale applicare? Il parametro di legge è l’art. 133 c.p. Il primo

comma stabilisce: «Nell’esercizio del potere discrezionale indicato nell’articolo precedente, il

giudice deve tener conto della gravità del reato». Il giudice ha, quindi, un potere discrezionale.

La gravità del reato è desunta «1. dalla natura, dalla specie, dai mezzi, dall’oggetto, dal tempo,

dal luogo o da ogni altra modalità dell’azione; 2) dalla gravità del danno o del pericolo cagionato

alla persona offesa dal reato; 3) dalla intensità del dolo o dal grado della colpa».

L’art. 133, secondo comma stabilisce che «Il giudice deve tener conto, altresì, della capacità a

delinquere del colpevole, desunta: 1) dai motivi a delinquere e dal carattere del reo; 2) dai

precedenti penali e giudiziari e, in genere, dalla condotta e dalla vita del reo, antecedenti al

61 Appunti

M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

reato; 3) dalla condotta contemporanea o susseguente al reato; 4) dalle condizioni di vita

individuale, familiare e sociale del reo». I motivi a delinquere non sono mai elementi costitutivi

del reato, salvo che siano espressamente previsti dalla norma (p.e. fini mafiosi, fini terroristici),

ma possono contare al fine della misurazione della pena.

Il giudice, quindi, valutando tutti questi elementi dell’art. 133 c.p., stabilirà la pena base, senza

però superare i minimi e i massimi edittali, come stabilito dall’art. 132 c.p. L’art. 132, primo

comma, c.p. afferma: «Nei limiti fissati dalla legge, il giudice applica la pena discrezionalmente;

esso deve indicare i motivi che giustificano l’uso di tale potere discrezionale». L’art. 132,

secondo comma, c.p. continua: «Nell’aumento o nella diminuzione della pena non si possono

oltrepassare i limiti stabiliti per ciascuna specie di pena, salvi i casi espressamente determinati

dalla legge».

A questo punto, il giudice va a vedere se sussistono circostanze aggravanti e le applica sulla

pena base. Quando ricorre una circostanza aggravante o attenuante, il giudice può scavalcare i

massimi o i minimi edittali.

Nel caso in cui sussistano più aggravanti o più attenuanti, il giudice deve semplicemente

compiere un’operazione matematica: deve aggiungere o togliere le aggravanti o le attenuanti.

Se trova circostanze aggravanti e circostanze attenuanti il giudizio che deve fare si chiama

giudizio di equivalenza o di prevalenza delle circostanze. Non deve più fare un’operazione

matematica, ma un’operazione di tipo qualitativo, per stabilire se le circostanze di un segno

siano prevalenti o equivalenti rispetto alle circostanze dell’altro senso. Se sono prevalenti le une

o le altre, applica solo le prevalenti: giudizio di prevalenza. Se le aggravanti e le attenuanti

sono ritenute qualitativamente equivalenti, applica soltanto la pena base: giudizio di

equivalenza. Ma come fa a giudicare se sono prevalenti o equivalenti? Non deve fare la

somma, cioè non deve vedere se numericamente sono più le aggravanti o le attenuanti, ma

vedere la qualità delle circostanze aggravanti o attenuanti e valutare la loro incisione sul bene

giuridico tutelato. Il giudice ovviamente dovrà motivare il proprio giudizio.

Nell’ambito delle circostanze aggravanti e attenuanti è prevista una distinzione fra circostanze

aggravanti e attenuanti comuni, previste nella parte generale del codice, e circostanze

aggravanti e attenuanti specifiche di un determinato reato, contenute nella parte specifica del

codice.

Le circostanze attenuanti generiche non sono specificate dal legislatore: il legislatore dice al

giudice di prenderle in considerazione. L’individuazione delle attenuanti generiche crea dei

problemi. Le attenuanti generiche sono previste all’art. 62bis c.p., il quale, al primo comma,

afferma: «Il giudice, indipendentemente dalle circostanze previste nell’articolo 62, può prendere

62 Appunti

M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

in considerazione altre circostanze diverse, qualora le ritenga tali da giustificare una

diminuzione della pena. Esse sono considerate in ogni caso, ai fini dell’applicazione di questo

capo, come una sola circostanza, la quale può anche concorrere con una o più delle

circostanze indicate nel predetto articolo 62». Le circostanze generiche sono solo attenuanti,

per il principio di tassatività e di divieto di analogia in malam partem. Anche per le circostanze

attenuanti generiche valgono i giudizi di equivalenza e prevalenza.

Le circostanze attenuanti comuni sono previste dall’art. 62 c.p.: «Attenuano il reato, quando

non ne sono elementi costitutivi o circostanze attenuanti speciali, le circostanze seguenti: 1)

l’aver agito per motivi di particolare valore morale o sociale; 2) l’aver agito in stato di ira,

determinato da un fatto ingiusto altrui; 3) l’avere agito per suggestione di una folla in tumulto,

quando non si tratta di riunioni o assembramenti vietati dalla legge o dall’Autorità, e il colpevole

non è delinquente o contravventore abituale o professionale o delinquente per tendenza; 4)

l’avere nei delitti contro il patrimonio, o che comunque offendono il patrimonio, cagionato alla

persona offesa dal reato un danno patrimoniale di speciale tenuità, ovvero, nei delitti determinati

da motivi di lucro, l’avere agito per conseguire o l’avere comunque conseguito un lucro di

speciale tenuità, quando anche l’evento dannoso o pericoloso sia di speciale tenuità; 5) l’essere

concorso a determinare l’evento, insieme con la azione o l’omissione del colpevole, il fatto

doloso della persona offesa; 6) l’avere, prima del giudizio, riparato interamente il danno,

mediante il risarcimento di esso, e, quando sia possibile, mediante le restituzioni; o l’essersi

prima del giudizio e fuori del caso preveduto nell’ultimo capoverso dell’articolo 56, adoperato

spontaneamente ed efficacemente per elidere o attenuare le conseguenze dannose o

pericolose del reato». Esse sono così specifiche che è difficile che un giudice applichi

circostanze attenuanti generiche. Le circostanze attenuanti generiche possono essere utilizzate

quando il giudice ritiene le circostanze di cui all’art. 133 c.p. così importanti da voler applicare

anche delle attenuanti (p.e. il comportamento particolarmente trasparente dell’imputato durante

il processo). Questo gli consentirà di andare sotto i minimi edittali della pena.

La colpa con previsione potrebbe portare il giudice a considerarla un’aggravante ex art. 61, n.

3), c.p.

L’art. 61 c.p. contiene le circostanze aggravanti comuni: «Aggravano il reato, quando non ne

sono elementi costitutivi o circostanze aggravanti speciali, le circostanze seguenti: 1) l’avere

agito per motivi abietti o futili; 2) l’aver commesso il reato per eseguirne od occultarne un altro,

ovvero per conseguire o assicurare a sé o ad altri il prodotto o il profitto o il prezzo ovvero la

impunità di un altro reato; 3) l’avere, nei delitti colposi, agito nonostante la previsione

dell’evento; 4) l’avere adoperato sevizie, o l’aver agito con crudeltà verso le persone; 5) l’avere

profittato di circostanze di tempo, di luogo o di persona, anche in riferimento all’età, tali da

63 Appunti

M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

ostacolare la pubblica o privata difesa; 6) l’avere il colpevole commesso il reato durante il tempo

in cui si è sottratto volontariamente alla esecuzione di un mandato o di un ordine di arresto o di

cattura o di carcerazione, spedito per un precedente reato; 7) l’avere, nei delitti contro il

patrimonio, o che comunque offendono il patrimonio, ovvero nei delitti determinati da motivi di

lucro, cagionato alla persona offesa dal reato un danno patrimoniale di rilevante gravità; 8)

l’avere aggravato o tentato di aggravare le conseguenze del delitto commesso; 9) l’aver

commesso il fatto con abuso dei poteri, o con violazione dei doveri inerenti a una pubblica

funzione o a un pubblico servizio, ovvero alla qualità di ministro di un culto; 10) l’avere

commesso il fatto contro un pubblico ufficiale o una persona incaricata di un pubblico servizio, o

rivestita della qualità di ministro del culto cattolico o di un culto ammesso nello Stato, ovvero

contro un agente diplomatico o consolare di uno Stato estero, nell’atto o a causa

dell’adempimento delle funzioni o del servizio; 11) l’avere commesso il fatto con abuso di

autorità o di relazioni domestiche, ovvero con abuso di relazioni di ufficio, di prestazione

d’opera, di coabitazione, o di ospitalità; 11bis) l’avere il colpevole commesso il fatto mentre si

trova illegalmente sul territorio nazionale; 11ter) l’aver commesso un delitto contro la persona ai

danni di un soggetto minore all’interno o nelle adiacenze di istituti di istruzione o di formazione;

11quater) l’avere il colpevole commesso un delitto non colposo durante il periodo in cui era

ammesso ad una misura alternativa alla detenzione in carcere; 11quinquies) l’avere, nei delitti

non colposi contro la vita e l’incolumità individuale, contro la libertà personale nonché nel delitto

di cui all’art. 572 del c.p., commesso il fatto in presenza o in danno di un minore di anni diciotto

ovvero in danno di persona in stato di gravidanza».

Qual è il regime dell’elemento psicologico rispetto alle circostanze? C’è un regime di

applicazione oggettiva della circostanza attenuante previsto dall’art. 59, primo comma, c.p.

L’art. 59, secondo comma, c.p. prevede invece che le aggravanti devono essere conosciute o

ignorate per colpa o ritenute inesistenti per errore determinato da colpa. L’art. 59, terzo comma,

c.p. prevede che «Se l’agente ritiene per errore che esistano circostanze aggravanti o

attenuanti, queste non sono valutate contro o a favore di lui». L’art. 59, quarto comma, c.p.

stabilisce che: «Se l’agente ritiene per errore che esistano circostanze di esclusione della pena,

queste sono sempre valutate a favore di lui. Tuttavia, se si tratta di errore determinato da colpa,

la punibilità non è esclusa, quando il fatto è preveduto dalla legge come delitto colposo».

C’è un regime particolare per quanto riguarda l’errore sulla persona offesa ex art. 60 c.p.

L’art. 60, primo comma, c.p. stabilisce che: «Nel caso di errore sulla persona offesa da un reato,

non sono poste a carico dell’agente le circostanze aggravanti, che riguardano le condizioni o

qualità della persona offesa, o i rapporti tra offeso e colpevole». Nel caso in cui l’agente per

errore uccida una persona minore di 18 anni volendone invece uccidere un’altra maggiorenne,

64 Appunti

M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

non gli si applicherà l’aggravante. L’art. 60, secondo comma, c.p. prevede: «Sono invece

valutate a suo favore le circostanze attenuanti, erroneamente supposte, che concernono le

condizioni, le qualità o i rapporti predetti». L’art. 60, terzo comma, c.p. stabilisce: «Le

disposizioni di questo articolo non si applicano se si tratta di circostanze che riguardano l’età o

altre condizioni o qualità, fisiche o psichiche, della persona offesa». (L’esempio fatto allora non

è sbagliato??)

Per quanto riguarda i limiti al concorso di circostanze, l’art. 68, primo comma, c.p. stabilisce:

«Salvo quanto è disposto nell’articolo 15, quando una circostanza aggravante, comprende in sé

un’altra circostanza aggravante, ovvero una circostanza attenuante comprende in sé un’altra

circostanza attenuante, è valutata a carico o a favore del colpevole soltanto la circostanza

aggravante o la circostanza attenuante, la quale importa, rispettivamente, il maggiore aumento

o la maggiore diminuzione di pena». Si applica la norma che ha un maggiore effetto sull’entità

della pena, secondo il principio di specialità. Il secondo comma stabilisce: «Se le circostanze

aggravanti o attenuanti importano lo stesso aumento o la stessa diminuzione di pena si applica

un solo aumento o una sola diminuzione di pena».

L’art. 70 c.p. fa una distinzione tra circostanze oggettive e soggettive. Il primo comma stabilisce:

«Agli effetti della legge penale:

• «1) sono circostanze oggettive quelle che concernono la natura, la specie, i mezzi,

l’oggetto, il tempo, il luogo e ogni altra modalità dell’azione, la gravità del danno o del

pericolo, ovvero le condizioni o le qualità personali dell’offeso;

• «2) sono circostanze soggettive quelle che concernono la intensità del dolo o il grado della

colpa, o le condizioni e le qualità personali del colpevole, o i rapporti fra il colpevole e

l’offeso, ovvero che sono inerenti alla persona del colpevole».

L’art. 70, secondo comma, c.p. conclude: «Le circostanze inerenti alla persona del colpevole

riguardano la imputabilità e la recidiva».

Dunque, le circostanze oggettive si estendono a tutti i concorrenti del reato, mentre le

circostanze soggettive si applicano soltanto nei confronti del soggetto riguardo al quale

operano. Esercitazione - Struttura del reato

Caso attuale di cronaca relativo alla legittima difesa.

Verso l’1.30 il proprietario di casa si sveglia a causa di rumori e si trova faccia a faccia col ladro.

Gli spara e lo uccide. Spara poi altri colpi in aria per spaventare altri ladri. Si ha eccesso

colposo di legittima difesa, in quanto vi è stata una sproporzione tra offesa e difesa. Le

65 Appunti

M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

disposizioni che si applicano sono quelle per omicidio colposo: l’imputazione era per omicidio

colposo. Si è poi scoperto che il ladro non era armato e il proprietario di casa è stato imputato

per omicidio volontario, cioè si partirà da una pena non inferiore ai 21 anni.

Caso in esame.

Sentenza della Corte di cassazione, sez. I penale, n. 28.802/2014.

L’imputato di omicidio volontario è stato condannato; è stato scelto il giudizio abbreviato che ha

consentito all’imputato di avere una riduzione della pena di un terzo. In secondo grado è stata

ridotta ancora la pena fino a 6 anni e 2 mesi.

Il caso è stato riconosciuto da entrambe le sentenze nello stesso modo. Ignoti, dopo aver

scavalcato il cancello e smontato la serratura della porta d’accesso, si sono introdotti

nell’abitazione e si sono portati al primo piano, dove erano situate le camere da letto. Era

entrato in funzione il sistema d’allarme e l’imputato si era alzato per effettuare un controllo. Una

persona in soggiorno lo abbaglia con una torcia. Nell’altra mano aveva un oggetto non

individuato. L’imputato prontamente si ritira nella camera da letto e chiude la porta con un ferro.

In camera prende il fucile da caccia legittimamente detenuto, si affaccia e vede che i ladri sono

fuoriusciti dall’abitazione, sono nel garage e stanno per rubare una macchina, spara all’altezza

del parabrezza della macchina e uccide uno dei ladri. Si sposta, va in un altro balcone e spara

un colpo in aria.

I motivi di ricorso della difesa sono vari.

Il primo motivo riguarda l’illogicità della corte d’assise d’appello che afferma non sussistano i

presupposti della legittima difesa, o meglio del pericolo alla propria persona. L’art. 52, secondo

comma, c.p. stabilisce: «Nei casi previsti dall’articolo 614, primo e secondo comma, sussiste il

rapporto di proporzione di cui al primo comma del presente articolo se taluno legittimamente

presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo

al fine di difendere: a) la propria o la altrui incolumità: b) i beni propri o altrui, quando non vi è

desistenza e vi è pericolo d’aggressione» Il secondo comma non è una legittima difesa

autonoma rispetto al primo comma, ma devono sussistere i requisiti previsti nel primo comma,

ossia il pericolo attuale e la necessità di difendere un diritto proprio o altrui. La presunzione di

proporzionalità del secondo comma, quindi, sussiste solo se ci sono dei requisiti:

• l’attualità del pericolo;

• la necessità di reagire in quel modo;

• nel caso della lettera b), quando non vi è desistenza e vi è pericolo di aggressione (della

persona, non dei beni). 66 Appunti

M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

La Corte di cassazione ritiene che i ladri si stavano dando alla fuga e non vi era pericolo

d’aggressione. Secondo la difesa vi era un pericolo d’aggressione.

Un altro motivo riguarda il racconto degli eventi. In un primo momento l’imputato aveva

raccontato lo svolgimento dei fatti così come avvenuti e lucidamente. Successivamente

l’imputato sostiene di essere inciampato mentre usciva dal balcone. Inoltre, la difesa parla

anche di stress acuto del soggetto che in quel momento ha agito quasi inconsapevolmente.

Il terzo motivo della difesa consiste nell’affermazione della violazione dell’art. 52 c.p.: secondo il

ricorrente non vi era altra possibilità per impedire la fuga dei ladri con la propria macchina.

La difesa afferma anche la legittima difesa putativa, sulla base dell’art. 59, quarto comma, c.p. e

quindi di un’erronea supposizione del pericolo di aggressione.

Il difensore ha presentato anche motivi nuovi.

La Corte di cassazione ha rigettato tutti i motivi della difesa. 5.11.2015 - Struttura del reato

Tentativo

La figura del diritto tentato è disciplinata dall’art. 56 c.p. È un delitto che da una parte ha come

confine il delitto consumato — bisogna vedere cosa non si è realizzato — e dall’altra parte, cioè

del requisito minimo, deve avere dei requisiti che lo facciano diventare delitto tentato.

I criteri possono essere tanti. Il codice Zanardelli adottava la distinzione tra atti preparatori e atti

esecutivi considerando gli atti preparatori non sufficienti a qualificare il fatto come delitto tentato.

Ma la distinzione tra atti preparatori e atti esecutivi è puramente soggettiva. Il nostro codice ha

abbandonato questo criterio e lo ha sostituito con i criteri della univocità degli atti e della

idoneità degli atti: il nostro codice vede come requisito minimo la sussistenza di atti idonei,

diretti in modo non equivoco a commettere un delitto.

La delimitazione del tentativo rispetto al delitto consumato dipende dal fatto che non si sono

realizzati tutti gli elementi costitutivi della fattispecie: o l’azione non si è compiuta o l’evento non

si è verificato (requisito massimo). Se l’azione si è compiuta e l’evento si è verificato siamo di

fronte al delitto compiuto.

L’art. 56, primo comma, c.p. dice che «Chi compie atti idonei, diretti in modo non equivoco a

commettere un delitto, risponde di delitto tentato, se l’azione non si compie o l’evento non si

verifica». L’art. 56 c.p. ha sia la delimitazione verso il basso che verso l’alto.

L’idoneità degli atti va parametrata col criterio di adeguatezza: gli atti devono essere adeguati a

causare l’evento. Il criterio che ha elaborato la giurisprudenza è quello del giudizio della

67 Appunti

M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

prognosi postuma. Prognosi postuma vuol dire che il giudice, il quale valuta il fatto ex post,

dovrebbe tornare indietro in una macchina del tempo e mettersi nella stessa situazione in cui il

soggetto agente ha commesso il fatto e valutare se l’azione o omissione fosse adeguata a

causare l’evento. il concetto di idoneità è oggettivo e il criterio della prognosi postuma è su base

statistica.

L’univocità degli atti è anch’esso un criterio oggettivo, in quanto è un requisito degli atti, i quali

hanno una matrice oggettiva. È il contenuto degli atti che deve dimostrare se quegli stessi atti

potessero portare all’unico risultato che è quello vietato dalla norma ovvero se potessero

portare a più risultati diversi di quelli previsti dalla norma. L’acquisto della rivoltella diventa un

atto univoco se ho preso appuntamento col mio nemico e ho sparato, anche se non l’ho colpito.

L’univocità mi porterà anche a valutare la volontà del reo, ma riguarda in primo luogo la qualità

dell’atto.

Il requisito minimo di delimitazione è quindi l’idoneità e univocità dell’atto.

Il requisito massimo, e quindi di limitazione del delitto tentato rispetto al delitto consumato, si

distingue in:

• tentativo incompiuto: quando l’azione non si consuma;

• tentativo compiuto: quando l’evento non si è compiuto.

Il tentativo non è applicabile a tutte le forme di reato. Ci sono esclusioni ontologiche ed

esclusioni giuridiche.

La prima peculiarità della norma è che parla di delitto e non di contravvenzione, e nemmeno di

reato, che comprende sia il delitto che la contravvenzione. Solo i delitti sono punibili anche se

non compiuti, anche se semplicemente tentati. La prima esclusione riguarda dunque le

contravvenzioni, perché il legislatore ha espressamente previsto la punibilità per tentativo solo

per i delitti e non anche per le contravvenzioni. Naturalisticamente si potrebbe anche avere una

contravvenzione che non si compie, ma è un dato giuridico che mi impedisce di valutare una

contravvenzione come tentata.

Vi sono delle categorie di reati che escludono la configurabilità come tentativo per il contrasto

tra la struttura della fattispecie e la struttura del tentativo. Nella categoria dei reati omissivi

propri (condotta omissiva senza evento successivo), la mancanza dell’evento non può essere

mai presa in considerazione come delitto tentato. Il limite alto del reato omissivo proprio sta

prima dell’evento. Il reato omissivo improprio è configurabile come tentato, nella forma del

tentativo compiuto: p.e. il tentativo della mamma di lasciar morire il figlio (tentativo di

infanticidio).

Il tentativo è schiacciato tra l’adempimento e l’inadempimento.

68 Appunti

M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

Secondo la maggior parte della dottrina, il delitto tentato non è configurabile neanche

relativamente al delitto colposo. Questo lo si ricava da una nota di intenzionalità: se l’atto deve

essere univocamente diretto verso la realizzazione di un obiettivo, questo non avviene se

l’evento si realizza a causa di negligenza.

Secondo gran parte della dottrina e della giurisprudenza il tentativo non è configurabile neppure

nei reati abituali, ossia i reati che richiedono nella loro consumazione un reiterarsi di azioni. Una

sola azione non è sufficiente a configurare il reato. La figura dei maltrattamenti in famiglia si ha

per una reiterata abituale condotta di maltrattamento. Si chiamerebbe solo percosse se non

fosse reiterata.

Il tentativo comporta una diminuzione di pena rispetto al reato compiuto. L’art. 56, secondo

comma, c.p. stabilisce quali possono essere le ingiunzioni della pena: «Il colpevole del delitto

tentato è punito: con la reclusione non inferiore a dodici anni, se la pena stabilita è l’ergastolo;

e, negli altri casi, con la pena stabilita per il delitto, diminuita da un terzo a due terzi».

L’art. 56, terzo comma, c.p. contempla la resistenza volontaria: «Se il colpevole

volontariamente desiste dall’azione, soggiace soltanto alla pena per gli atti compiuti, qualora

questi costituiscano per sé un reato diverso». Se desisto dall’azione del colpire una persona ma

gli atti hanno comunque provocato una lesione al soggetto, verrò punita per le lievi lesioni o

percosse. Il termine volontario non equivale a spontaneo. Qui ciò che si apprezza è

semplicemente il fatto che le conseguenze lesive sono minori, quindi non importano le ragioni

della desistenza ai fini della configurabilità della desistenza volontaria, ma verranno valutati dal

giudice per la scelta della pena.

L’art. 56, quarto comma, c.p. contempla il recesso attivo: «Se volontariamente impedisce

l’evento, soggiace alla pena stabilita per il delitto tentato, diminuita da un terzo alla metà».

L’espressione volontariamente include anche le ipotesi di non spontaneità, ma qui il soggetto fa

qualcosa per impedire che l’evento si verifichi ed impedisce l’evento. La pena è diminuita per

questo attivarsi del soggetto.

L’art. 49, secondo comma, c.p. riguarda, invece, il reato impossibile: «La punibilità è […]

esclusa quando, per la inidoneità dell’azione o per la inesistenza dell’oggetto di essa, è

impossibile l’evento dannoso o pericoloso». Questa norma ha molti elementi in comune col

tentativo. Secondo alcuni sarebbe il rovescio del tentativo, perché il reato impossibile richiede

l’inidoneità dell’azione e non rende punibile l’azione realizzata, mentre nel tentativo abbiamo

un’azione punibile perché idonea. Questa interpretazione è sbagliata per una serie di motivi.

L’inidoneità degli atti è diversa dall’inidoneità di un’azione. Inoltre è un evento che non si potrà

mai realizzare: il reato impossibile presuppone l’inesistenza della vittima del reato, mentre il

tentativo presuppone la momentanea assenza della vittima. P.e., se colpisco un’abitazione

69 Appunti

M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

immaginando che la persona sia lì come sempre, se la persona non è lì sarò in presenza di un

tentativo. Un esempio di reato impossibile è il falso innocuo: manca l’anima del reato. Sulla

base del principio di inoffensività del fatto configurato come reato, questo non può essere

ritenuto reato. Nel reato impossibile manca il contrasto sostanziale con il bene giuridico tutelato,

che deve essere sempre o danneggiato o messo in pericolo. 10.11.2015 - Struttura del reato

Concorso di persone nel reato

Il reato si può manifestare nella forma di esecuzione plurisoggettiva, se il reato viene realizzato

da più soggetti che si sono messi d’accordo.

Per il principio di tassatività, se non ci fossero gli artt. 110 ss. c.p. tutti quelli che non hanno

realizzato l’azione tipica dell’omicidio (la coltellata) non potrebbero rispondere del reato.

La prima funzione dell’art. 110 c.p. è incriminatrice, una funzione tipicizzante di comportamenti

che di per sé non avrebbero realizzato la tipicità del fatto. L’art. 110 c.p. consente di punire

anche i concorrenti, cioè coloro che non avendo realizzato l’azione tipica hanno contribuito al

realizzarsi del reato, e dunque devono essere puniti: «Quando più persone concorrono nel

medesimo reato, ciascuna di esse soggiace alla pena per questo stabilita, salve le disposizioni

degli articoli seguenti». Se più persone concorrono nello stesso reato, tutte rispondono per lo

stesso reato. È un principio che amplia molto la punibilità, senza distinzione di ruoli,

differentemente da altri ordinamenti. Però poi, il codice, con un sistema di attenuanti e di

aggravanti, misura la pena sulla base del ruolo svolto da ciascun agente. Il principio generale,

però, è che tutti rispondono del reato.

Quali sono gli estremi oltre i quali c’è tipicizzazione e al di sotto dei quali non c’è tipicizzazione?

Quali sono gli elementi di tipicizzazione del concorso di reato? La risposta non ce la dà il

codice.

Requisiti del concorso di persone

• Perché ci sia concorso di persone nel reato anzitutto c’è bisogno che ci siano più persone.

Concorso di persone tutte punibili e/o imputabili o si può applicare la disciplina del concorso

di persone anche tra una persona punibile e/o imputabile e una non punibile e/o non

imputabile? La seconda. Nel sistema delle circostanze aggravanti, si ha un’aggravante del

concorso di persone nel reato quando il concorso avvenga con una persona non imputabile.

Quindi più persone anche non imputabili e non punibili.

• Quand’è che le condotte sfociano in condotte concorsuali e quando rimangono fuori dal tema

dell’esecuzione? La pianificazione di un reato non è reato finché almeno uno dei concorrenti

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M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

non abbia realizzato o atti idonei volti in modo non equivoco alla realizzazione di un reato

(reato tentato) o un reato consumato. Il secondo requisito, dunque, riguarda l’esecuzione

della azione tipica o di un tentativo dell’azione tipica da parte di almeno di uno dei

concorrenti.

• Il terzo requisito è l’elemento psicologico. L’art. 110 c.p. richiede il dolo del soggetto agente

— mentre l’art. 113 c.p. riguarda la colpa. Non c’è bisogno della consapevolezza dell’intero

piano. Il piano non rientra nel minimum necessario perché ci sia il reato. Basta che io mi

inserisca in un gruppo di persone sapendo che una di loro realizzerà l’azione tipica. Questa

consapevolezza mi basterà per concorrere nel reato.

I requisiti del concorso sono abbastanza labili e poco predeterminati dal legislatore.

Se ci sono questi elementi, siamo in pieno art. 110 c.p.

Negli artt. 111 c.p. ss. si cominciano a trattare le circostanze aggravanti e attenuanti la pena.

L’art. 111, primo comma, c.p. stabilisce che: «Chi ha determinato a commettere un reato una

persona non imputabile, ovvero non punibile a cagione di una condizione o qualità personale,

risponde del reato ea questo commesso, e la pena è aumentata. Se si tratta di delitti per i quali

è previsto l’arresto in flagranza, la pena è aumentata da un terzo alla metà». La pena viene

aumentata in capo al soggetto che abbia indotto una persona non imputabile o non punibile a

commettere un reato.

L’art. 112 c.p. riguarda le circostanze aggravanti. L’art. 112, primo comma, numero 1), c.p. ha

una funzione di disciplina nell’ipotesi in cui il concorso sia di più persone. Perché ci sia

concorso bastano due persone, ma l’aggravante scatta quando ci siano cinque o più persone.

L’art. 112, primo comma, c.p. recita: «La pena da infliggere per il reato commesso è aumentata:

1) se il numero delle persone, che sono concorse nel reato, è di cinque o più, salvo che la legge

disponga altrimenti; 2) per chi, anche fuori dei casi preveduti dai due numeri seguenti, ha

promosso od organizzato la cooperazione nel reato, ovvero diretto l’attività delle persone che

sono concorse nel reato medesimo; 3) per chi, nell’esercizio della sua autorità, direzione o

vigilanza, ha determinato a commettere il reato persone ad esso soggette; 4) per chi, fuori del

caso preveduto dall’articolo 111, ha determinato a commettere il reato un minore di anni 18 o

una persona in stato di infermità o di deficienza psichica, ovvero si è comunque avvalso degli

stessi o con gli stessi ha partecipato nella commissione di un delitto per il quale è previsto

l’arresto in flagranza» L’art. 112, numero 4), c.p. riguarda persone che abbiano capacità limitate.

L’art. 112, secondo comma, c.p. afferma: «La pena è aumentata fino alla metà per chi si è

avvalso di persona non imputabile o non punibile, a cagione di una condizione o qualità

personale, o con la stessa ha partecipato nella commissione di un delitto per il quale è previsto

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M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

l’arresto in flagranza». L’art. 112, terzo comma, c.p. stabilisce che: «Se chi ha determinato altri a

commettere il reato o si è avvalso di altri o con questi ha partecipato nella commissione del

delitto ne è il genitore esercente la responsabilità genitoriale, nel caso previsto dal numero 4 del

primo comma la pena è aumentata fino alla metà e in quello previsto dal secondo comma la

pena è aumentata fino a due terzi». L’art. 112, quarto comma, c.p. conclude: «Gli aggravamenti

di pena stabiliti nei numeri 1, 2 e 3 di questo articolo si applicano anche se taluno dei partecipi

al fatto non è imputabile o non è punibile».

L’art. 114 c.p. prevede le circostanze attenuanti. L’art. 114, primo comma, c.p. stabilisce: «Il

giudice, qualora ritenga che l’opera prestata da taluna delle persone che sono concorse nel

reato a norma degli articoli 110 e 113 abbia avuto minima importanza nella preparazione o

nell’esecuzione del reato, può diminuire la pena». Il secondo comma continua: «Tale

disposizione non si applica nei casi indicati nell’articolo 112». Il terzo comma conclude: «La

pena può altresì essere diminuita per chi è stato determinato a commettere il reato o a

cooperare nel reato, quando concorrono le condizioni stabilite nei numeri 3 e 4 del primo

comma e nel terzo comma dell’articolo 112».

L’art. 115 c.p. riguarda l’accordo per commettere un reato. L’art. 115, primo comma, c.p.

stabilisce che: «Salvo che la legge disponga altrimenti, qualora due o più persone si accordino

allo scopo di commettere un reato, e questo non sia commesso, nessuna di esse è punibile per

il solo fatto dell’accordo». L’art. 115, secondo comma, c.p. stabilisce: «Nondimeno, nel caso di

accordo per commettere un delitto, il giudice può applicare una misura di sicurezza».

Normalmente c’è bisogno di un fatto che sia considerato reato per applicare una pena e anche

una misura di sicurezza. Questo è un caso eccezionale nel quale, pur non essendo l’accordo

punibile con la tipica sanzione penale, manifesta una pericolosità dei soggetti, pericolosità per

la quale si può applicare una misura di sicurezza. La stessa cosa accade nell’istigazione a

commettere un reato ex art. 115, terzo-quarto comma, c.p.: «Le stesse disposizioni si applicano

nel caso di istigazione a commettere un reato, se la istigazione è stata accolta, ma il reato non

è stato commesso» e «Qualora la istigazione non sia stata accolta, e si sia trattato d’istigazione

a un delitto, l’istigatore può essere sottoposto a misure di sicurezza». Si tratta delle uniche due

ipotesi di c.d. quasi-reato — oltre al reato impossibile — (domanda d’esame), le quali

comportano l’applicazione delle misure di sicurezza in mancanza di reato. La misura di

sicurezza è volta a prevenire la commissione di reati.

Altra norma importantissima è l’art. 116 c.p. (domanda d’esame) relativo al reato diverso da

quello voluto da taluno dei concorrenti, il c.d. concorso anomalo. L’art. 116, primo comma, c.p.

stabilisce che: «Qualora il reato commesso sia diverso da quello voluto da taluno dei

concorrenti, anche questi ne risponde, se l’evento è conseguenza della sua azione od

72 Appunti

M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

omissione». A che titolo il soggetto risponde del reato commesso, che era diverso da quello

voluto? Vado a commettere un furto e invece il mio complice commette una rapina (usa violenza

per non essere seguito), dopo avermi assicurato che si commetterà solo un furto. Io che ero a

casa dopo aver pianificato il furto come rispondo? L’art. 116 c.p. dice che se ero a casa

tranquillo del fatto che tu avresti realizzato solo un furto, rispondo della rapina se l’evento è

conseguenza della azione od omissione di colui che non voleva il reato diverso che si sia

verificato, cioè quando c’è un nesso causale tra l’azione e l’evento, tra la mia condotta di palo e

il furto o rapina che avviene successivamente, tra la mia azione di ideatore del piano e il furto

trasformatosi poi in rapina che avviene successivamente. Basta questo. Mi trovo in una classica

ipotesi di responsabilità oggettiva. Il presupposto è che l’evento non sia voluto da uno dei

concorrenti, perché se fosse voluto mi troverei in pieno art. 110 c.p. L’elemento psicologico,

nell’art. 116 c.p. sta fuori dalla fattispecie e l’evento viene addebitato a titolo di responsabilità

oggettiva, cioè solo sulla base del nesso causale. Questo, sulla base della sentenza della Corte

costituzionale n. 364/1988 sull’art. 5 c.p., non è possibile. Viene sollevata l’eccezione di

legittimità costituzionale dell’art. 116 c.p., che avrebbe potuto far cadere, come contrarie all’art.

27 Cost., tutte le forme di responsabilità oggettiva residuate nel nostro codice penale. La Corte

costituzionale ha risposto che l’art. 116 c.p. è costituzionalmente legittimo nella misura in cui

quella disposizione venga interpretata anche come prevedibilità soggettiva dell’evento, cioè

se per il palo era prevedibile che quella persona avrebbe opposto resistenza e l’altra avrebbe

reagito uccidendola. Se era prevedibile, il palo risponde anche di concorso nell’omicidio. Questo

criterio della prevedibilità viene espressamente inserito dalla Corte costituzionale come

requisito costituzionale della fattispecie. La giurisprudenza poi ha tenuto conto delle indicazioni

della Corte costituzionale, giudicando cioè sempre tenendo conto che ci fosse la prevedibilità

soggettiva? (domanda d’esame) La giurisprudenza non lo ha mai fatto, perché la Corte di

cassazione ha confuso il requisito di prevedibilità soggettiva (che deriva dalle possibilità di

conoscenza che ha il soggetto) col requisito di prevedibilità oggettiva (la prevedibilità su base

statistica) che è invece tipico del nesso causale e che non aggiunge niente alla responsabilità

oggettiva. Se so che la persona con cui sto progettando di commettere un reato è uno

stupratore, il criterio di prevedibilità soggettiva fa sì che io risponda anche dello stupro, mentre il

criterio di prevedibilità oggettiva esclude la responsabilità del concorrente perché la violenza

carnale è un fattore eccezionale. Ciononostante, la giurisprudenza ancora parametra i limiti

dell’art. 116 c.p. sulla base della prevedibilità oggettiva e addirittura sulla teoria della conditio

sine qua non, la quale porta sempre alla responsabilità del complice per un reato non voluto.

L’art. 117 c.p. (domanda d’esame) riguarda il mutamento del titolo del reato per taluno dei

concorrenti e stabilisce: «Se per le condizioni o le qualità personali del colpevole, o per i

rapporti tra il colpevole e l’offeso, muta il titolo del reato per taluno di coloro che vi sono

73 Appunti

M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

concorsi, anche gli altri rispondono dello stesso reato. Nondimeno, se questo è più grave, il

giudice può, rispetto a coloro per i quali non sussistono le condizioni, le qualità o i rapporti

predetti, diminuire la pena». L’art. 117 c.p. si applica solo nella misura in cui il concorrente non

conosce le condizioni o le qualità personali del complice. Il presupposto dell’art. 117 c.p. è che

io non conosca questa speciale condizione o qualità personale della persona colpevole.

Rispondo o meno del reato proprio che tu hai realizzato dopo che ti ho istigato a farlo? Non so

che sei un pubblico ufficiale nell’esercizio delle tue funzioni e ti dico di svuotare la cassa

dell’ospedale pubblico nel quale lavori. In questo caso ne rispondo o non ne rispondo a

seconda che vi sia o non vi sia mutamento del titolo del reato, cioè a seconda che la presenza o

assenza del soggetto qualificato cambi o escluda la responsabilità del soggetto non qualificato.

Un esempio tipico è l’appropriazione indebita che può compiere ciascuno e il peculato per

appropriazione che può essere compiuto solo da un pubblico ufficiale. C’è un mutamento del

titolo e rispondo anche io di quel reato. Un altro esempio è il reato di corruzione: la corruzione è

un reato esclusivo del pubblico ufficiale. Non esiste una condotta di corruzione rilevante per il

privato che concorra con un pubblico ufficiale non sapendo che egli sia un pubblico ufficiale.

Non ho mutamento del titolo del reato e quindi non rispondo ai sensi dell’art. 117 c.p. I

presupposti dell’art. 117 c.p. sono tanti. Esercitazione - Struttura del reato

L’art. 116 c.p. riguarda il concorso anomalo di persone.

Tre persone: un palo e due persone che devono effettuare la rapina. Uno dei due rapinatori

spara e uccide un cassiere. Il palo si trova a rispondere di omicidio, reato che non ha voluto, e

ne risponde in quanto «l’evento è conseguenza della sua azione od omissione». Sembra che ci

sia una attribuzione di responsabilità solo sulla base del nesso causale, cioè responsabilità

oggettiva. La sentenza n. 42/1965 della Corte costituzionale afferma che l’art. 116 c.p. contrasta

con l’art. 27 Cost. Il giudice a quo rimette la questione alla Corte costituzionale per due motivi:

a) contrasto con l’art. 27 Cost.; b) la responsabilità ex art. 116 c.p. sarebbe una responsabilità

ascritta per un fatto non proprio (non c’è alcun collegamento tra il proprio comportamento e la

realizzazione del fatto illecito). La sentenza n. 364/1988 interpreta l’art. 27 Cost. nel senso che

ci deve essere almeno una rimproverabilità e quindi una colpa dell’agente. Nel 1965 la Corte

costituzionale ha ritenuto che nell’art. 116 c.p. ci fosse la presenza anche di un elemento

soggettivo. Questo elemento soggettivo che si richiede è una rappresentazione da parte

dell’agente dell’evento diverso come uno sviluppo logicamente prevedibile di quello voluto.

Questo nesso psichico è una rappresentazione da parte dell’agente di uno sviluppo logico che

può essere previsto precedentemente. È un’interpretazione “correttiva” resa ancora più

74 Appunti

M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

necessaria nel 1988 per l’interpretazione stringente dell’art. 27 Cost. La Corte costituzionale nel

1965 afferma che non è compito della Corte costituzionale delimitare in cosa consista questo

coefficiente di colpevolezza. Antolisei non vede nell’art. 116 c.p. l’elemento soggettivo e

riconosce quindi nella fattispecie un caso di responsabilità oggettiva. Antolisei risolve la

questione, laddove vi siano fattori eccezionali, sulla base della teoria della causalità umana: il

palo non ne risponde perché i fattori eccezionali interrompono il nesso di causalità. Dal 1965 in

poi la giurisprudenza della Corte di cassazione ha addebitato il reato diverso laddove si sia

preveduto logicamente l’evento diverso.

Caso.

Corte di cassazione, sez. I penale, sentenza n. 22.312/2010

Luigi aveva avuto un’accesa discussione con la vittima all’ingresso di una discoteca perché si

era opposto a che la vittima entrasse in discoteca. Luigi incontra la vittima dopo la chiusura del

locale e dà l’incarico a un buttafuori di dargli una lezione punitiva (due schiaffi). Il buttafuori

chiama un suo collega col quale picchia duramente la vittima e la butta dal balcone

cagionandogli ferite mortali. L’imputazione è di omicidio volontario.

I grado di giudizio: condanna

II grado di giudizio: assoluzione

Corte di cassazione: il procuratore generale ha fatto ricorso in cassazione per illogicità di

applicazione della norma sul concorso anomalo, perché il soggetto poteva concretamente

prevedere l’omicidio rispetto ai due schiaffi. Nell’istruttoria era emerso che Luigi conoscesse il

buttafuori come una persona dedita alla violenza. Inoltre, il mandante aveva percepito che

quella sera il buttafuori aveva bevuto molto. Il mandante aveva anche capito che qualcosa non

andava rispetto al reato di percosse nel momento in cui il buttafuori aveva chiamato un collega.

La difesa ritiene inammissibile questo ricorso per la rilettura. In realtà erano le motivazione a

essere sbagliate. La Corte di cassazione rimanda a un’altra sezione della Corte d’assise

d’appello la questione sottolineando alcuni fattori che non erano stati considerati dalla Corte

d’assise.

Tre requisiti del concorso anomalo:

• l’adesione dell’agente al reato inizialmente concordato;

• la commissione da parte di altro concorrente di reato diverso o più grave;

• il nesso causale. 75 Appunti

M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

La Corte di cassazione contesta un difetto di motivazione della sentenza impugnata: non sono

stati valutati nelle motivazioni la personalità irruenta e violenta del buttafuori, la sua potenzialità

lesiva, il suo ruolo, il fatto che avesse bevuto, il contesto in cui si è svolta la situazione. La Corte

di cassazione annulla la sentenza assolutiva della Corte d’assise, rimanda il giudizio a una

sezione diversa della Corte d’assise d’appello sottolineando di fare attenzione a questi fattori.

Sentenza n. 22.339/2009 12.11.2015 - Struttura del reato

Segue: concorso di persone nel reato

Si ha mutamento del titolo del reato quando un reato comune, cioè che può essere commesso

da chiunque, si trasforma in reato proprio per l’esistenza di una particolare qualità del soggetto

attivo. Questa è l’ipotesi dell’art. 117 c.p.

Requisiti.

Ci sono alcuni reati propri che non hanno il corrispondente reato comune. In queste figure di

• reato proprio non vi è la possibilità di mutamento del titolo del reato, perché non c’è un reato

comune che possa trasformarsi in reato proprio. Un abuso di ufficio lo può commettere solo il

pubblico ufficiale. Nell’abuso d’ufficio non ci può essere mutamento del titolo del reato; c’è

solo il reato proprio esclusivo del pubblico ufficiale. Ci sono invece reati che hanno sia il reato

comune che il reato proprio. È il caso dell’appropriazione indebita (reato comune) rispetto al

peculato (reato proprio). Qui si realizza il mutamento del titolo, ma questo è solo il primo dei

requisiti necessari perché operi l’art. 117 c.p.

Il secondo requisito è che il soggetto comune che concorre con un soggetto proprio che abbia

una determinata qualifica non sia a conoscenza della qualità dell’altro soggetto e dunque pensi

di star commettendo un reato comune, perché se conoscesse la qualifica del soggetto proprio si

tratterebbe dell’ipotesi di concorso doloso di persone nel reato disciplinata dall’art. 110 c.p. e

quindi risponderebbe del reato di peculato. L’art. 117 c.p. dice invece che se io non conosco la

qualifica del soggetto attivo del reato, io rispondo ai sensi dell’art. 117 c.p. solo se c’è

mutamento del titolo del reato, cioè se c’è un reato comune che si trasformi in un reato proprio.

Vengo punito pur non conoscendo la qualifica del soggetto proprio, perché comunque la

condotta alla quale concorro costituiva comunque per me il reato di appropriazione indebita. Se

invece non c’è il reato comune, io non rispondo del reato proprio se sono un soggetto comune,

quindi la condotta che io tengo di concorso col soggetto che abbia una determinata qualità che

io ignoro non è illecita. 76 Appunti

M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

L’art. 113 c.p. riguarda la cooperazione nel delitto colposo. Questa norma è poco trattata

perché intanto è difficile comprendere il concorso colposo, in quanto di solito ci si occupa di

concorso doloso (diverso dal concorso — ossia convergenza — di cause di reati colposi: p.e.

più automobilisti distratti che danno luogo a un incidente). L’art. 113 c.p. è la trasposizione nel

concorso del concetto di colpa. L’essenza della colpa sta nel non aver preveduto un evento che

era evitabile. La caratteristica del concorso colposo è quella di non aver preveduto e quindi di

non aver evitato la condotta di un altro soggetto che a sua volta non aveva previsto e quindi non

ha evitato l’evento. È il caso di un evento di strage. Nella strage della diga di Longarone l’errore

è stato ricostruire la diga in quel luogo senza evitare un evento prevedibile che era la frana della

montagna lì sopra che provocò poi l’esondazione. C’era stato un concorso di colpe, una catena

di negligenze. È la negligenza rispetto alla condotta altrui a sua volta negligente (colpa

mediata). L’art. 113 c.p. consente di far rispondere del reato anche chi non ha messo in atto

l’azione tipica, in quanto questi soggetti hanno concorso al comportamento colposo.

C’è poi il concorso doloso della condotta colposa. P.e. se istigo dolosamente qualcuno ad

accelerare alla guida e questi investe dei passanti (omicidio colposo). In questo caso entrambi

rispondono di reato colposo.

Concorso di reati

È l’ipotesi di una persona che commetta più reati.

Il concorso di reati può assumere sostanzialmente due forme basilari:

• una forma in cui vi è un concorso materiale di reati: un soggetto, con più condotte, realizza

più reati (più furti, più appropriazioni indebite, più rapine). L’unico elemento che riunisce

queste fattispecie, che mantengono per tutto il resto una piena autonomia, è l’unicità del

soggetto agente;

• una forma in cui vi è un concorso formale di reati: abbiamo un solo soggetto che, con

un’unica azione, commette più reati. Abbiamo la possibilità che ci siano più atti, ma l’azione è

unica e con un’unica azione si compiono più eventi. P.e. nel compimento del

danneggiamento doloso di un’autovettura so che ci sono passanti in quell’area e, accettando

il rischio, sparo e colpisco un passante. Quindi i reati sono due: il danneggiamento

dell’autovettura e la lesione o l’omicidio di un passante.

Sulla pena da comminare ci sono più teorie:

• criterio di somma materiale (cumulo materiale): una teoria dice che bisogna semplicemente

sommare le pene per i reati commessi. Il legislatore accetta questo criterio per il concorso

materiale. L’agente merita più pene perché ha svolto più azioni, commettendo più reati;

77 Appunti

M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

• criterio di sommatoria giuridica (cumulo giuridico): punisco questi reati con una pena base

più aggiunte di pena per tutti gli altri reati commessi. Il legislatore accetta questo criterio per il

concorso formale (un’unica azione che dà luogo a più reati). Con un unico atto, l’agente

violerà più norme: si applica la pena del reato più grave aumentata di una certa quota.

Originariamente la disciplina vedeva una differenza tra:

‣ concorso formale omogeneo: violazione della stessa disposizione di legge. In questo caso

si applicava il criterio del cumulo giuridico;

‣ concorso formale eterogeneo: violazione di più disposizioni di legge. In questo caso si

applicava il criterio del cumulo materiale.

Questo regime è stato ritenuto illegittimo da un punto di vista costituzionale (v. infra) e oggi il

regime è tutto quello del cumulo giuridico.

• criterio dell’assorbimento: cioè dell’assorbimento nella pena del reato più grave della pena

del reato meno grave. Il nostro codice nega il dell’assorbimento.

Reato continuato

L’art. 41, primo comma, c.p. prevede l’ipotesi in cui ci sono più reati con più azioni od omissioni.

Un soggetto che con più azioni od omissioni commette più reati. Si chiama reato continuato

perché nella prospettiva del legislatore più reati sono legati dal medesimo disegno criminoso.

Abbiamo un reato continuato quando un soggetto con più azioni od omissioni violi più volte la

stessa o diverse disposizioni di legge e queste violazioni e condotte siano legate tra loro dal

medesimo disegno criminoso. Poiché il regime di pena del reato continuato è molto favorevole

rispetto al concorso di reati, in quanto al reato continuato si applica il regime del cumulo

giuridico mentre al concorso materiale di reati si applica il regime di cumulo materiale, è

importante capire cosa sia questo disegno criminoso.

Il medesimo disegno criminoso non è semplicemente il medesimo fine. Inoltre, l’aver commesso

più reati legati tra loro da un fine unico costituisce un’aggravante. (E allora perché si applica il

cumulo giuridico?)

Anzitutto, perché ci sia medesimo disegno criminoso occorre una programmazione generica

• che includa in sé i vari reati. L’esempio più chiaro di programmazione generica è il

programma di uccidere tutti i componenti di una famiglia per entrare in possesso dell’eredità.

L’altro elemento è visto non più dal punto di vista generale ma dal punto di vista specifico di

• ciascun reato: occorre che i singoli reati si incardinino in questa programmazione generica,

cioè i vari reati non devono stare fuori dalla programmazione generale fatta all’inizio

dell’attività criminosa. Se nello sterminio della famiglia ci metto dentro anche un omicidio

colposo con la mia vettura ovvero un omicidio doloso di qualcuno che non c’entri nulla con la

78 Appunti

M.D.A. Diritto penale 1 - Severino

mia famiglia, questo reato non ci entrerà nulla col disegno criminoso di uccidere i miei

familiari per ottenere l’intera eredità. Tutto ciò che è fuori dal disegno criminoso non sarà più

parte del reato continuato e vi si applicheranno le pene sulla base del cumulo materiale.

Dunque, si aggiunge al cumulo giuridico del reato continuato il cumulo materiale delle pene

per tutti i reati che non rientrano nel medesimo disegno criminoso.

Qual è la ratio del reato continuato? Il problema è che la giurisprudenza ha esteso tantissimo

l’applicazione del reato continuato svuotando di significato la figura giuridica del reato

continuato, sulla supposizione che si tratti di un’unità della condotta antigiuridica.

Misure di sicurezza

La misura di sicurezza è una misura contenitiva della libertà personale, una misura che tende a

dare sicurezza ai consociati rispetto al comportamento dei soggetti che, non essendo imputabili,

sono soggetti alle misure di sicurezza. Ma la misura di sicurezza ha anche una funzione

rieducativa.

Il soggetto, per essere sottoposto a misure di sicurezza deve:

aver commesso un reato, salvo che esista un’ipotesi di quasi-reato (istigazione non accolta,

• reato impossibile), ipotesi nelle quali l’agente non è soggetto a una pena ma è assoggettabile

a misure di sicurezza;

essere socialmente pericoloso. La pericolosità sociale è un grado più elevato della capacità

• penale. La capacità penale è la capacità che ogni soggetto ha di commettere un reato: tutti

sono capaci di commettere un reato. Non tutti, però, hanno una prognosi di futura

commissione del reato. Il soggetto socialmente pericoloso è un soggetto rispetto al quale

esiste in termini prognostici la possibilità che commetta un nuovo reato. Dunque, a questa

persona, proprio per la sua pericolosità sociale, va applicata una misura di sicurezza.

La caratteristica delle misure di sicurezza è che non hanno una durata massima predefinita,

perché il soggetto uscirà dalla misura di sicurezza solo quando sarà terminata la sua

pericolosità sociale.

Imputabilità

Cosa succede nel caso della commissione di un reato da parte di soggetti che non sono

imputabili? Essi sono soggetti alle misure di sicurezza.

L’ipotesi più ampia di presupposto per l’applicazione di una misura di sicurezza anziché di una

pena è il caso delle persone non imputabili. 79


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DESCRIZIONE APPUNTO

Rielaborazione di appunti presi durante il corso di Diritto penale 1 esercitazioni comprese.

Indice:
15.09.2015 - Struttura del reato
Elementi strutturali del reato

17.09.15 - Principi costituzionali

22.09.2015 - Principi costituzionali
Principio di legalità
1. Principio della riserva di legge
2. Principio della determinatezza e/o tassatività della fattispecie
3. Principio di irretroattività della legge penale

24.09.2015 - Principi costituzionali
4. Divieto di analogia

29.09.2015 - Struttura del reato
Elemento oggettivo del reato
Condotta
Evento

30.09.2015 - Esercitazione - Principi costituzionali

1.10.2015 - Struttura del reato
Segue: elemento oggettivo del reato
Evento
Nesso causale
Teoria della conditio sine qua non
Teoria della causalità adeguata
Teoria della causalità umana o della esclusione dei fattori eccezionali non prevedibili

6.10.2015 - Struttura del reato
Nesso causale

7.10.2015 - Esercitazione - Principi costituzionali

8.10.2015 - Struttura del reato
Elemento psicologico del reato
Dolo

13.10.2015 - Struttura del reato
Colpa
Colpa generica
Negligenza
Imprudenza
Imperizia
Colpa specifica
Inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline
Cause di giustificazione
Esercitazione - Principi costituzionali

15.10.2015 - Struttura del reato
Segue: cause di giustificazione = cause di esclusione del reato
Adempimento di un dovere
Esercizio di un diritto
Uso legittimo delle armi Consenso dell’avente diritto Legittima difesa
Requisiti dell’aggressione
Requisiti della reazione
Stato di necessità
Cause di giustificazione non codificate

20.10.2015 - Principi costituzionali
Principio di colpevolezza
Esercitazione - Principi costituzionali

22.10.2015 - Principi costituzionali
Segue: principio di colpevolezza Principio di offensività

27.10.2015 - Principi costituzionali
Segue: principio di offensività

28.10.2015 - Esercitazione - Struttura del reato

29.10.2015 - Struttura del reato
Funzione della pena
Elemento soggettivo nelle contravvenzioni Cause soggettive di esclusione del reato
Incoscienza indipendente dalla volontà Forza maggiore
Costringimento fisico
Errore-motivo
Errore di diritto Errore di fatto Errore extrapenale
Errore-inabilità (aberratio)

3.11.2015 - Struttura del reato
Delitto preterintenzionale
Forme di manifestazione del reato
Circostanze aggravanti e attenuanti
Esercitazione - Struttura del reato

5.11.2015 - Struttura del reato
Tentativo

10.11.2015 - Struttura del reato
Concorso di persone nel reato
Requisiti del concorso di persone
Esercitazione - Struttura del reato

12.11.2015 - Struttura del reato
Segue: concorso di persone nel reato Concorso di reati
Reato continuato
Misure di sicurezza Imputabilità

17.11.2015 - Conferenza
Dallo Sceicco al Califfo, da al-Qaeda all’Isis: evoluzione della minaccia terroristica globale
Esercitazione - Processo penale

19.11.2015 - Struttura del reato
Segue: imputabilità
Cause che escludono o diminuiscono l’imputabilità

24.11.2015 - Conferenza
La diabolica pretesa di farsi Stato
Risposte al fenomeno

26.11.2015 - Struttura del reato
Errore
Errore sulla persona
Aberratio ictus
Aberratio delicti
Esercitazione

1.12.2015 - Struttura del reato
Recidiva
Prescrizione

3.12.2015 - Domande d’esame
Domande d’esame


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher mrt.dng di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto penale I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Guido Carli - Luiss o del prof Severino Paola.

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