Indice del corso di storia dell'arte
- P.L. Grof Ssa Orellaiudicia.s. 2016/2017
- Cucrezia Usatoa a b a tccademia lbertina di elle rti di orinor
- Viste 2a art & craft e i pre-raffaelliti
- L'esposizione a Parigi del 1925
- L'esposizione del 1923
- Fortunato Depero
- Gio Ponti
- La moda
- La secessione viennese
- La Wiener Werkstätte ed eutscher Werkbund
- Le scuole di arte e industria
- Il Bauhaus
- Corso propedeutico
- Laboratorio di ceramica
- Laboratorio di tessitoria
- Corso di pittura
- Laboratorio di scultura in legno e in pietra
- Laboratorio di tipografia, grafica e pubblicità
- Laboratorio di teatro
- La bellezza femminile
- Coco Chanel
- Grattacieli
- La produzione in vetro francese
- Mezzi di trasporto
- Folies Bergère
- Arti visive e tendenze déco
- Tamara de Lempicka
- Manifesti pubblicitari
- Alcune tematiche déco
La galleria di immagini è consultabile al seguente link: Link alla galleria
Bibliografia
La bibliografia è reperibile nel programma dell'insegnante:
- Appunti delle lezioni fondamentali;
- Art Déco. Gli anni ruggenti in Italia, Silvana Editoriale, Milano 2017;
- Tamara de Lempitcka, Abscondita, Milano 2016;
- Una monografia a scelta su Tamara de Lempitcka;
- Gio Ponti il fascino della ceramica, Silvana Editoriale, Milano 2011.
“L’Esprit Nouveau” è una citazione di Apollinaire del 1917 impiegata per il titolo di una rivista d’avanguardia, che venne fondata nel 1920. In essa comparirono, grazie a Jeanneret-Gris (che utilizzava come pseudonimo “Le Corbusier”) e ad Ozenfant, numerosi artisti che diverranno famosi, tra cui Hans Arp e Mondrian. In essa vennero pubblicate opere e scritti di artisti che ricercavano una composizione geometrica pura.
“Après le Cubisme” era un’altra rivista pubblicata da Le Corbusier e Ozenfant nel 1918. Questi ipotizzarono un panorama artistico che si divideva in due strade: quella della geometria e quella del colore.
Copertina della rivista “La Casa”
Nel 1908 nacque in Italia una rivista dal titolo “La Casa - Estetica, decoro e governo dell’abitazione moderna”; in essa venivano trattate tutte le tecniche per rendere la casa accogliente, funzionale e all’avanguardia. Dunque, l’Italia fu una delle prime nazioni ad interrogarsi sulle nuove necessità legate all’ambiente domestico: vi era la diffusa necessità di aggiornarlo al nuovo gusto estetico.
“Arte Pura e Decorativa” (1922) si occupava di artigianato in connubio con l’industria. Chi aveva intenzione di approfondire il tema, trovava quindi numerosi spunti e immagini in questo tipo di periodici. Essi si occupavano di unificare i gusti italiani, per creare una sorta di fusione culturale nonostante le divisioni evidenti presenti in quegli anni in Italia.
Ver Sacrum, primo numero (1898)
La prima cosa che possiamo notare è la forma della rivista: un quadrato perfetto, forma geometrica che abbiamo molto impiegata sia nella secessione viennese che nell’Art Déco. È stato scelto di raffigurare una quercia, un albero molto forte; proprio per questo motivo, il vaso in cui è contenuta esplode sotto la pressione delle sue possenti radici. Sulla sua chioma compaiono i simboli delle tre arti. La copertina rappresenta dunque una metafora per descrivere la forza dirompente della nuova arte viennese, che spezza gli schemi e guarda al futuro per crescere e svilupparsi in proprio. Il titolo vede ancora le sue origini nello jugendstil, e significa letteralmente “primavera sacra”. Segantini pubblicò su Ver Sacrum nel 1901, e dopo di lui lo fecero molti altri artisti. Anche in Italia infatti si divulgarono dei contenuti molto simili a quelli di Ver Sacrum, soprattutto attraverso le riviste “Domus” e “La Casa bella” (che diverrà successivamente soltanto “Casa bella”).
La mostra “Arts & Crafts” del 1888
Un gruppo di creativi intorno al 1850 fondò un’associazione dal nome “Arti e Mestieri” (in inglese, “Art & Crafts”). Questo gruppo all’avanguardia pose le basi per i futuri sviluppi di quello che sarebbe stato poi conosciuto come “Art Déco”. La principale differenza sta nel totale disinteresse, se non addirittura disprezzo, da parte di Art & Crafts nei confronti dell’industria. Veniva infatti privilegiata la dimensione dell’artigianato, poiché l’idea di base era quella di creare un design unico (e quindi, non in serie), al fine di produrre degli oggetti di una qualità tale da poter essere trasmessi in eredità. L’artigianato doveva essere colto, di grande valore sia artistico che materico.
Date queste premesse, appare ovvio come questa produzione fosse riservata ad un pubblico di nicchia, essendo piuttosto costosa. Altra idea alla base del gruppo era il recupero della tradizione medioevale (tendenza che verrà successivamente riproposta da Gropius nel Bauhaus). Con essa, venne anche recuperata l’idea delle corporazioni, ovvero gruppi di artigiani dello stesso settore che si univano al fine di collaborare fra loro. Art & Crafts fu fondata dall’artista William Morris, con la collaborazione del gruppo dei preraffaelliti e dell’architetto Voysey. Queste personalità contribuirono tutte alla produzione dei manufatti, improntandoli in base alla loro formazione artistica e creando un connubio di più discipline e stili. La loro prima mostra fu nel 1888, e nella locandina appaiono un artigiano (a destra) ed un artista (a sinistra) nell’atto di stringersi la mano: in questo modo, Art & Crafts si presentò al grande pubblico come l’incontro tra artigianato ed arte.
Design tessili di Art & Crafts
Morris visse in una famiglia facoltosa, fu un creativo nello spirito che portò avanti fino alla fine le sue volontà. Tutta la matrice del suo lavoro partiva dall’analisi e dallo studio della natura; fiori, foglie e motivi vegetali venivano così trasposti sui tessuti in forme geometrizzate. I colori impiegati, altri grandi protagonisti di Art & Crafts, tendevano spesso al verde e/o al blu. Risulta poi evidente il ruolo fondamentale giocato dal disegno. Le decorazioni spaziavano dalle più semplici alle più impegnative, pur risultando sempre di grande raffinatezza ed eleganza.
Red House di Morris e Webb
Questa fu la dimora che Morris si fece costruire dopo essersi sposato con la musa dei preraffaelliti, Jane Burden. Essa venne concepita come una dimora gotica in tipico stile inglese: realizzata interamente in mattoni, presentava delle finestre piccole (per mantenere la casa calda), tetti molto scoscesi e ricordava molto le forme di un castello.
Interni della Red House
Ritratto di Morris per la moglie: la casa era costruita sulla strada che anticamente portava a Canterbury. Al suo interno, quindi, vi erano numerosi quadretti nei quali venivano raffigurate delle scene che facevano riferimento a questi racconti e alle vicende di Re Artù. Tuttavia, Morris si stufò velocemente dell’abitazione, poiché era troppo lontana dal lavoro. Come se non bastasse, sua moglie morì di overdose di oppio. In seguito a questo sfortunato evento, Morris le dedicò un bellissimo ritratto in stile preraffaellita.
Influenze e opere preraffaellite
Dante Gabriel Rossetti, “Dantis Amor”: in quest’opera sono presenti diversi elementi che verranno ripresi da Klimt (riferimenti simbolici, cromatici, spirituali…) e da Art & Crafts.
Burne Jones, “Love among the ruins”: qui vi è invece la celebrazione dell’amore in una situazione quasi tragica; una coppia si abbraccia teneramente sulla base di un capitello (quasi come fossero delle statue), mentre ai loro piedi compaiono dei pezzi di colonne classiche ormai distrutte.
Dante Gabriel Rossetti, “Lady Lilith”: qui viene rappresentato il tipo di bellezza femminile prediletto dai preraffaelliti: lunghi capelli rossi, labbra scarlatte, pelle pallida... Nelle loro opere vi è spesso, inoltre, un connubio tra la tentazione sensuale e la spiritualità.
Casa Cuseni a Taormina
In Sicilia, a Taormina, vi è una struttura dove sono tutt’oggi custodite delle decorazioni originali di Art & Crafts. L’esterno si presenta piuttosto sobrio, con un giardino mediterraneo all’interno del quale vi sono delle piante di agrumi. L’interno, invece, è in stile pienamente Art & Crafts.
Negli anni ’60, si tenne a Parigi un’esposizione artistica per i 25 anni dall’Art Déco. In quel periodo si cominciò a guardare al Déco con una certa distanza, tentando di decodificarlo ed elaborando delle teorie in merito. Nel 2003 a Londra vi fu un’altra mostra che riportò l’attenzione su questo fenomeno artistico, alla quale ne seguirono diverse in tutta Europa. Il termine Art Déco venne coniato proprio con la mostra degli anni ’60: “Art Déco” era l’abbreviazione di “Arts Décoratifs“, e faceva riferimento alla produzione artistica degli anni ’20-‘30. Tuttavia, già nel 1925 c’era stata una “Exposition Internationale des Arts Décoratifs et industriels modernes”.
Locandina della mostra del 1925
Ogni settore della pubblicità venne curato nei minimi dettagli. Uno dei manifesti era un connubio di stile liberty e di quella che diverrà la nuova tendenza déco. In esso vi era la compresenza di decorazioni floreali e di una tipografia semplice, con molto spazio fra i vari caratteri. Sempre al fine di incentivare l’affluenza all’Expo, vi erano delle riduzioni sui trasporti per chi si recava a Parigi a vedere la mostra, e vennero persino creati dei francobolli per l’occasione. Il proclama della mostra affermava: “Aperta a tutti gli industriali i cui prodotti siano artistici nel carattere e mostrino chiaramente una tendenza moderna”.
L’esposizione contò circa 150 padiglioni di 25 nazioni diverse, tranne gli Stati Uniti e la Germania che non poterono partecipare per via di un disguido. I padiglioni furono costruiti per l’occasione: le forme degli edifici ribadivano le geometrie, erano solitamente di colore bianco (verrà usato moltissimo il marmo di Carrara) spesso accostato all’oro o al nero. Era inoltre frequente che venissero inseriti degli elementi che risalivano all’architettura greca. Tipica era poi una grande decorazione in vetro all’entrata, solitamente meno schematica del resto dell’architettura. Tutte queste tematiche evidenziano i caratteri principali dello stile Déco. All’interno della mostra vi erano concerti, esibizioni particolari... ogni giorno accadeva qualcosa di incredibile e stupefacente.
Esposizione di artigianato europeo
Tutti i paesi d’Europa tentarono di esibire il loro artigianato più celebre. La Francia puntava inoltre sull’aspetto industriale, poiché far andare di pari passo industria e artigianato era fondamentale per poter emergere come una grande potenza. Nel padiglione del Louvre vi erano delle modelle che posavano in vetrina, indossando i vestiti dei maggiori stilisti del tempo. All’interno, invece, vi era la compresenza tra la modernità dell’epoca e lo stile liberty o classico. Sèvres, invece, monumentalizzò i vasi di fiori esterni rendendoli architettonici. Produsse anche numerosi vasi da interni di grande bellezza ed eleganza, in cui era tipico l’impiego dei lapislazzuli.
Vasi di Paul Milet per Sèvres
La Gran Bretagna propose degli interni con delle decorazioni in stoffa, materiale di cui era sempre stata regina indiscussa.
Fontana raffigurata in un manifesto del 1925
Uno dei manifesti della mostra era disposto su tre fasce: una conteneva le informazioni, un’altra aveva una decorazione floreale (tipica dell’art nouveau) ridotta a puro elemento geometrico, mentre la terza raffigurava una fontana. Quest’ultima era composta da una cascata di linee bianche, e la sua forma ricorda moltissimo quella del grattacielo del Chrysler, che venne infatti costruito in quegli anni. È dunque probabile che chi progettò l’edificio si ispirò alla mostra o a questo manifesto.
Il padiglione italiano all’esposizione di Parigi
Il padiglione italiano, se confrontato con gli altri piuttosto avveniristici, risulta nettamente diverso a causa della sua classicità: l’ingresso aveva delle colonne con capitelli ionici, con elementi tratti dalla tradizione greca. Esso venne ideato da Armando Brasini, un personaggio curioso che firmò numerosi progetti tra cui quello del ponte Flaminio e della Basilica del Sacro Cuore immacolato di Maria. Nel 1929 gli venne conferito il titolo di Accademico d’Italia (il che è degno di nota, poiché Brasini non si laureò mai in architettura). Le sue costruzioni rimandavano spesso all’antichità greca, egizia o italiana.
Quando gli venne commissionato il padiglione, dovette lavorare fianco a fianco dell’architetta Margherita Sarfatti. Di origine veneta, il suo cognome da nubile era Grassini; ella tenne insieme le fila dell’arte italiana, nonostante venga spesso ricordata solo come l’amante del duce. È degno di nota, infatti, che con l’introduzione delle leggi razziali fu costretta fuggire, e Mussolini non mosse un solo dito per farla restare.
Giacomo Balla, “Genio futurista”
L’intento di Margherita era quello di riproporre i capolavori italiani in terra francese: se all’estero tutti invidiavano l’Italia per le sue opere classiche, perché non riproporle a Parigi? Tuttavia, il suo progetto prevedeva anche l’integrazione di elementi della classicità italiana con la modernità dell’arte del tempo. Margherita portò quindi all’esposizione artisti che facevano sentire la loro voce attraverso la ribellione, tra cui Giacomo Balla. Egli espose all’interno del padiglione italiano una sorta di arazzo (un grande tessuto dipinto di 3x4 metri) che rappresentava il “Genio futurista”.
Questo grande lavoro, con i suoi colori, elogia la bandiera italiana; gli azzurri rimandano invece al cielo, a un’aria di serenità dopo la guerra. Il futurismo inneggiava infatti alla guerra, “regina e genitrice di tutte le cose” e “sola igiene del mondo”); quando rimasero amareggiati dai risultati dal fascismo, i futuristi furono costretti a riconsiderare la loro arte. Tutta la costruzione è formata da dei triangoli che fanno risaltare la figura centrale, un uomo stilizzato. Se poi guardiamo meglio le braccia, notiamo che ricordano una “M”: questo è un chiaro omaggio a Marinetti, fondatore del Futurismo. Dalla figura centrale si diramano dei raggi che irradiano l’intera composizione.
Se quindi all’esterno dell’edificio ci troviamo di fronte al classico, all’interno ammiriamo un’opera appartenente ad una corrente di pensiero moderna. Gli interni erano inoltre classicheggianti, sottolineando ulteriormente il contrasto con le opere futuriste. Altro elemento che contribuiva a enfatizzare il connubio di antichità e modernità erano i colori: estremamente saturi nelle opere di Balla, tenui e delicati nei marmi architettonici.
Giacomo Balla, “Fiori futuristi”
Giacomo Balla e Fortunato Depero “Balli Plastici” Tra le tante opere che espose Balla, vi furono anche i “Fiori futuristi”. Il Déco si ispirò a molte di quelle che sono state le innovazioni futuriste, come si può notare dalle forme geometriche e lineari impiegate. Anche osservando il manifesto di “Balli plastici” ci rendiamo conto che il rigorismo geometrico e la semplicità di Balla hanno molto in comune con le forme del Déco.
L’esposizione del 1925 aveva avuto una sorta di “prima messa in scena” a Monza nel 1923, con un’esposizione che aveva come tema il connubio di arte e industria. La Biennale delle arti decorative ("Mostra internazionale di arte decorativa") era originariamente organizzata nell'ambito dell'ISIA, per esporre quanto si era andato creando nel biennio dagli allievi dell'Istituto, ma fu però subito aperta ai contributi artistici internazionali. La mostra presentava ancora delle caratteristiche “rozze”, ma vi erano già diversi elementi di modernità che vennero ripresi dall’Art Déco.
Manifesto della riduzione ferroviaria per la mostra di Monza del 1923 Anche qui, come nella mostra del ‘25, vi furono numerosi sconti per chi si muoveva in treno. In un manifesto per le riduzioni ferroviarie, il simbolo di Monza si trasforma in un oggetto artistico.
Manifesti di Giovanni Guerrini per la mostra di Arti Decorative
Per questi manifesti esisteva un concorso, in cui venivano dettate regole e temi che andavano rispettati; uno degli artisti che vinse diversi concorsi fu Giovanni Guerrini. Tra i molti, ve ne fu uno dal titolo “Fontana”. In concomitanza con l’Expo del 1925 vi fu, sempre a Monza, una mostra di arti decorative, a cui Guerrini dedicò numerosi manifesti.
Guerrini, Poster “Riviera Romagnola - Spiaggia di Cesenatico” La cittadina di Cesenatico all’epoca aveva delle ville meravigliose, nonché numerosi alberghi, molti dei quali vennero edificati in stile Déco.
Sala Ravasi e Sala Depero, Biennale di Monza La mostra era allestita come una fiera, in cui le varie sale apparivano come delle stanze abitative: l’effetto era paradossale.
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