Lezione I 02-03-2015
Vi è una differenza fra archivio e biblioteca. In biblioteca possiamo accedere a 14 anni di età. In archivio di stato per accedervi bisogna essere maggiorenni e accompagnati da docenti o da uno dei genitori in caso di minorenni. Vi sono delle normative quindi diverse perché se uno danneggia un documento d’archivio (che è unico) ne risponde il diretto interessato, al contrario della biblioteca dove i libri sono in numero illimitato. Questo è per un problema di conservazione e eventuali danneggiamenti.
Perché ci sono differenze di trattamento?
Come mai le biblioteche o i beni storici artistici, nel corso degli anni, hanno sempre fatto capo al Ministero Pubblica Istruzione; mentre gli archivi al Ministero degli Interno? Quest’ultimo non è un ministero culturale. Questo è fatto atipico.
Sono nel 1974 quando due statisti, uno fiorentino cioè Spadolini che trovò un forte appoggio in Aldo Moro propose la costituzione di un Ministero dei beni culturali; che fino ad allora non era mai esistito. Avevano i beni culturali ognuno documentato da una propria legge, ma non con un proprio ministero. Questi due personaggi crearono il ministero con grande entusiasmo. Nel ’74 tutti i beni culturali passarono a questo nuovo ministero fuorché gli archivi. In quanto Spadolini riteneva da uomo di cultura li riteneva qualcosa di differente.
Gli archivi che dipendevano dal ministero degli interni, erano considerati da tanti anni come beni culturali, ma il fatto che fossero sotto il ministero dell’interno è chiaro che si dava un valore prevalente al settore giuridico-amministrativo che al fattore culturale. Se per certi beni, come quelli artistici o archeologici, cambiava poco, in ambito archivistico cambiava molto, cioè a cosa dare importanza; se alla parte amministrativa giuridica o culturale-storica. Quindi dopo un momento di stallo i due personaggi trovarono la soluzione di passare nel ’74 gli altri beni culturali cioè quelli artistici, archeologici, biblioteconomici e monumentali.
In attesa quindi di decidere per gli archivi, Spadolini indì un referendum negli archivi di stato italiani in modo che gli archivisti si esprimessero. Dopo il referendum di pochissimo prevalse il passaggio al Ministero dei beni culturali; nel 1975. Gli archivisti dell’epoca fecero prevalere il concetto di archivio come bene culturale. Spadolini, infatti, fu il primo ministro dei beni culturali dopo un po’ si dimise perché capì che non si poteva andare avanti dopo delle scelte fatte dai suoi colleghi.
Introduzione successiva, anche, dei beni demo-etno antropologici, poi venne inserito lo sport, e anche del paesaggio (nel 2004). Alla fine degli anni ‘80 il ministero cambiò nome e divenne Ministro dei Beni e delle Attività Culturali perché venne inserita tutta la parte relativa agli altri settori (cinema, teatro, ecc.). Oggi si chiama Ministero per i beni culturali e delle Attività Culturali e del Turismo. Il problema è sempre stato uno cioè un ministero con problemi di pochi fondi e con ministri davvero inadeguati.
Ogni bene culturale, tuttavia, continuava a essere normato dalla sua legge, per arrivare a una normativa comune bisogna aspettare il testo unico (1999) il quale metteva insieme tutti i beni culturali e raggruppati all’interno di un'unica legge. Il testo, quando ha visto la luce, c’erano numerosi errori e per questo è stato in vigore pochissimo fino a quando nel febbraio 2004 compare il codice dei beni culturali e del paesaggio interno la legge del 1999, ma corretto. La legge che accomunano al suo interno i beni culturali l’abbiamo del febbraio del 2004. Questo codice riprende molti articoli che esistevano nelle leggi dei beni culturali precedenti. Abbiamo, ad oggi, una normativa molto ampia sui beni culturali. Ci sono articoli che riguardano i beni culturali e alcuni articoli solo per alcuni settori come quelli degli archivi.
Organizzazione della vita archivistica in Italia
Vediamo come in Italia è organizzata la vita archivistica. L’organizzazione è accettabile. Oggi alcuni archivi dipendono dal ministero dei beni culturali, ma la distribuzione su territorio nazionale è identica a quella precedente che li vedeva sotto il ministero degli interni. Quest’ultimo, che si trovava fra le sue competenze gli archivi, è sempre stato un ministero che se ne è sempre occupato e quindi molto attento all’organizzazione. La legge rivoluzionaria fatta dal ministero degli interni del (1409) del 1963. Il ministero degli interni con sede a Roma organizza il territorio nazionale dal punto di vista archivistico?
Questa legge stabilisce che ogni capoluogo di provincia deve avere un archivio di stato. C’erano già gli archivi di stato, ma erano quelli degli stati preunitari e dopo l’unità d’Italia erano diventati archivi dello stato perché avevano la documentazione dello Stato. La legge del ’63 è rivoluzionaria perché dice che in ogni capoluogo di provincia ci deve essere un archivio di stato. Siamo nel ’63, quindi con un’organizzazione statale molto diversa dove si aveva uno stato molto statale quindi con soggetti che operavano molto più sulle province rispetto ad oggi. Gli archivi di stato devono occuparsi di tutti i soggetti pubblici statali presenti in quel territorio provinciale.
Ad esempio, l’archivio di stato di Imperia si deve occupare dei soggetti pubblici e statali presenti in quel territorio provinciale dello stato che sono: la prefettura (rappresentante dello stato in provincia), dove gli archivisti di Imperia vanno a fare l’attività di sorveglianza presso i soggetti pubblici e statali della propria provincia. Si parla di sorveglianza perché è un rapporto fra due soggetti che hanno la stessa natura giuridica, infatti l’archivio di stato è dello stato e la prefettura è un organo dello stato. Si devono occupare degli archivi della questura, gli archivi dei tribunali, il catasto (ad oggi non sono più statali sono pubblici, ma non statali).
Perché esercitavano questa attività? Perché nel ’63 decise di fare questo? Perché c’era il problema della conservazione di questi archivi; è chiaro che la prefettura non fosse così sensibile alla conservazione del suo archivio. Il creare un archivio di stato perciò ha lo scopo di concentrare al suo interno i soggetti statali che ha lo scopo di conservarli al suo interno. Questa innovazione aveva lo scopo di conservazione degli archivi a livello territoriale. Quindi gli archivi di stato andavano a controllare come erano tenuti gli archivi. Questa innovazione si trova con l’innovazione del ’63.
L’organizzazione prevedeva, anche, una sovrintendenza archivistica in ogni capoluogo di regione, ad esempio, Firenze ha sede anche di sovraintendenza archivistica. Qui venivano chiariti ancora di più quali erano i loro compiti la sovraintendenza archivistica che ha sede nei capoluoghi di regione si occupa dei soggetti pubblici e non statali cioè i comuni, province e regioni.
Inoltre dovevano tutelare anche gli archivi dei soggetti privati dichiarato di notevole interesse storico (articolo 13 del 2004 del codice). La sovraintendenza svolgeva l’attività di vigilanza dichiarati di notevole interesse storico cioè una famiglia o un individuo dichiarato di interesse storico.
Lezione II 03-03-2015
La legge del 2004 abroga del tutto il testo del ’99. Il decreto numero 1409 del ’63 non è abrogato, ma solo alcuni articoli, ma non in toto. Questo come già detto ha rivoluzionato l’archivi italiani. Quando l’archivio supera i 40 anni deve essere spostato il materiale/versato nell’archivio di stato non a caso definiti archivi di concentrazione.
Sempre la legge del ’63 afferma che le città che non sono capoluogo di provincia devono avere un archivio di stato, ma che hanno avuto una storia importante. Il legislatore ha deciso che queste particolare città devono avere un sezione di archivio di stato. (Es: Prato dal ’63 ha avuto una sezione di archivio di stato che dipendeva da Firenze, con la nomina di Prato a capoluogo di provincia anche l’archivio è diventato indipendente - Pescia ha una sua sezione di archivio di stato che dipende da Pistoia - Pontremoli dove abbiamo l’archivio di stato che dipende da Massa).
Sempre la legge del ’63 rinvigoriva stabilisce, inoltre, che le sovraintendenze presenti in ogni capoluogo di regione. Alcune regioni però non hanno la sovraintendenza archivistica come la Val d’Aosta facendo capo al Piemonte. Le regioni a statuto speciale come la Sicilia hanno organizzato diversamente il discorso della vigilanza sia sulle biblioteche che sugli archivi dove abbiamo un'unica sovraintendenza che coinvolge tutti i settori, non dividendoli in archeologici, artistici, ecc. Le sovraintendenze si occupano di archivi dei soggetti pubblici non statali (es: regioni, ospedali). Queste sovraintendenze si occupano anche degli archivi privati dichiarati di interesse storico. (Articolo 13 del codice dei beni culturali del 2004). Sono archivi notificati.
In questi ultimi anni regioni, come la Sardegna, sono state fatte 8 province nuove ha complicato ulteriormente il problema archivi, infatti in questo caso il ministero dei beni culturali ha detto stop. Ogni soggetto ha un suo archivio, in quanto soggetto individuo nel momento in cui si rapporta con l’esterno ha un archivio. Affinché nasca un archivio devo avere un soggetto che si rivolge dall’esterno dal qual riceve input. Produrre giorno per giorno un documento si va a sedimentare la memoria di quel soggetto e quindi un archivio; naturalmente è più visibile in un soggetto pubblico questo processo. Questo vale anche per un privato nel momento in cui un privato si rivolge verso l’esterno, dove si va a sedimentare la documentazione; incrementando il mio archivio. Importante in tutto ciò è che il soggetto si relazioni con l’esterno, altrimenti una lettere privata rimane fattore fine a se stesso. L’archivio deve essere una cosa che riguarda rapporti con terzi.
I comuni hanno delle competenze che le espletano attraverso i loro uffici, per rispondere non solo alle esigenze del cittadino, ma anche per tenere aggiornato un sistema abbastanza complesso. Il soggetto produce documentazione e ne riceve in grande quantità. Il soggetto comune, ha un’idea di chi li scrive e chi li chiede documentazione, può arrivare qualsiasi documentazione al comune? Il comune non può scegliere la documentazione che gli arriva. Da qui si ricava la differenza fra gli archivi e gli altri beni culturali. Il fatto, infatti, che possa arrivare ogni tipo di documento senza intermediazioni; si evince che un archivio, che è un complesso di documenti che nascono e sedimentano la vita dell’archivio e nascono in maniera del tutto involontaria e naturale.
Quindi significa che non applico la mia volontà di soggetto di poter decidere sulla documentazione che mi arriva. La documentazione in archivistica nasce perciò in maniera del tutto involontaria, il soggetto produttore non posso metterci la mia volontà. Al contrario la biblioteca non nasce in maniera involontaria, è in base alla volontà del singolo e agli interessi del singolo. Notiamo che sono due beni differenti. In archivistica quindi non si applica la volontà, quindi abbiamo un archivio quando non si applica la volontà. Al contrario la raccolta dipende dal singolo soggetto e dalla sua volontà.
Nel 1937 Giorgio Cencetti (teorico dell’archivistica) afferma che l’archivio è inteso come un universum severum - Universalità delle cose; l’archivio si distingue da tutti gli altri beni dal vincolo che lega ogni documento fra se. Il vincolo è come un filo, nesso invisibile che lega ogni documento a se. Affinché abbia un archivio bisogna avere un archivio bisogna avere un vincolo che deve a sua volta essere originario, involontario (non si può applicare la volontà) e necessario (se non è originario e involontario io non ho un archivio, ma una raccolta). In quanto se non ha questo vincolo non ho un archivio.
Le grandi famiglie o grandi personalità che hanno il proprio archivio è probabile che vendono parti di archivio in varie parti del mondo. Successivamente si cerca di ricomporli talvolta la procedura viene fatta dalla stessa famiglia, ma quanto l’archivio coinvolge paesi esteri viene coinvolto anche il ministero dei beni culturali. Anche se spesso non si ricompone l’intero archivio anzi spesso facendo l’inventario ci accorgiamo che non è l’archivio completo; abbiamo perciò, in questo caso, un archivio apparente. Si parla di archivio apparente solo nei casi di grosse lacune, bisogna che siano lacune non circoscritte che vadano a inficiare sull’archivio stesso.
Lezione III 04-03-2015
Differenziazioni fra archivi e beni culturali
Se negli altri casi parliamo di raccolta, dove abbiamo la volontà dello studioso di allestire un museo che seguono delle regole precise. Per quanto riguarda le biblioteche si divino in umanistiche, scientifiche, per ragazzi; dove quindi sono raccolte mirate. Negli archivi, invece, questo non si può fare dove è quello che ricevi che poi andrai a comporre l’archivio. Tutti i documenti che fanno parte del proprio archivio sono legati da una concezione comune che è un vincolo che fa sì che la consultazione archivistica, che deriva da un mezzo di corredo (es: inventario), i quali vengono redatti con metodi particolari.
Nel ‘700 (secolo di grande sviluppo e di fermenti culturali) abbiamo un momento particolare nell’economia mondiale, infatti, viene pubblicata per la prima volta l’Enciclopedia Universale. Questa viene subito dopo pochi anni pubblicata a Lucca dalla famiglia Iodati, sperando di guadagnarci, ma in realtà si rivelerà un progetto economico fallimentare. Tutto lo scibile umano è lì raccolto ed è raccolto per materia. Questo concetto di organizzazione per materia viene adottato per tutti i beni culturali, il problema è che questo criterio viene adottato per il riordino di archivi (notevole problema visto che gli archivi non nascono per materia). Gli archivi in disordine vengono riordinati per materia; la definizione precisa è per principio di pertinenza. Questo principio si basa sul riordino per materia degli archivi. Questo principio causa notevoli problemi.
Un altro principio che si affaccia nel ‘700 è in seguito alla rivoluzione francese dove le grande casate da sempre beneficenti di privilegi. L’archivi quindi di grande casate si pongano mano a licenze per queste casate che siano politiche o cattoliche per dimostrare la provenienza di questi privilegi. Gli archivi vengono riordinati per materia. Quindi, ancora oggi, ci troviamo di fronte a archivi riordinati per materia. Il riordinare per materia significa, in un archivio privato, il rimettere insieme i documenti che riguardavano lo stesso affare relativo all’attività della famiglia. Negli archivi pubblici, che erano numerosi anche all’epoca, e con l’applicazione della pertinenza si creò molti danni, in quanto, si prendeva vari materiali di più produttori indipendenti (comune e tribunale con del materiale su di un ponte) e si mette tutto il materiale insieme. Quindi ogni soggetto produttore gli si annulla la sua soggettività. Questo processo è perdurato per lungo tempo, ma alla fine ci si accorse che non si riusciva a trovare più niente.
Quindi si cominciò a praticare il rispetto del fondo di ogni archivio, dove ogni produttore ha il suo archivio e questo non può essere alterato con altri. Questa situazione va avanti per qualche anno, ma a livello europeo c’è una grossa disputa sulla situazione archivistica dell’Europa. Nel 1819 all’Accademia di Berlino si convoca una riunione sugli archivi europei e si comincia a fare sempre più forte la voce di chi sosteneva che questo modo di riordinare fosse errato. Comincia perciò a prendere piede un altro principio quello di provenienza. Questo afferma che per ogni soggetto produttore e quindi per ogni archivio deve essere rispettata la sua territorialità. Anche se è un principio banale in realtà, rispetta l’archivio nella sua posizione geografica senza spostarlo. (Es: archivi spostati dall’Italia preunitari in Austria; gli austriaci non sanno come gestirlo questo archivio, quindi diventano archivi persi). Questo è il principio che regolamenta ancora oggi gli archivi dove non si può spostare l’archivio da dove è nato (es: archivio del Vasari).
Quando si mette in vendita un bene culturale (vale sia anche per gli altri beni) il ministero dei beni culturali ha sempre diritto di prelazione, il quale stabilisce, che il compratore deve fare un atto notarile e questo atto diventa valido solo dopo 60 giorni, in modo che il ministero possa vagliare l’atto e poi eventualmente decidere se comprarlo lui o no. Il diritto di prelazione talvolta può essere un’arma a doppio taglio, in quanto se il proprietario vende a poco la probabilità che lo compra il ministero è altissima.
La dottrina archivistica ha uno scossone perché ad un certo momento, anni di metà ‘800, con i primi fermenti che porteranno all’unità d’Italia, si sviluppano fortemente quelli aspetti legati alla cultura e tradizione del nostro territorio e al non disperderlo. Negli stati preunitari quindi si fa avanti il concetto di preservare i nostri archivi. Negli stati preunitari abbiamo dei sovraintendenti archivistici che cominciano a occuparsi dell’organizzazione degli archivi. Il sovraintendente archivistico toscano è un personaggio di cultura cioè Francesco Bonaini, analizza la situazione archivistica toscana e comincia a teorizzare un suo metodo, dove comprende che bisogna avvalersi di persone competenti e giovani. Bonaini quindi, nomina direttore dell’archivio di stato di Lucca un giovanissimo cioè Salvatore Gongi (aveva scritto nu
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