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A volte i morti vengono conservati per memoria: alcuni personaggi continuano a esercitare influenza

anche da morti, come Lenin, Mao, Padre Pio, e tanti altri. Esiste tuttora il culto del corpo e delle

reliquie: ci si vanta di conservare una certa parte del corpo di un certo santo, specialmente nella

cristianità, e ancora oggi. Questa parte diventa oggetto di venerazione, la parte vale per il tutto. Si

nota quindi l’importanza del corpo anche se morto: denota l’importanza della materialità nell’uomo.

Età, invecchiamento, lavoro

Ogni società umana ha osservato questo cambiamento. Ma come viene elaborato e vissuto?

L’età a cui pensiamo noi è calcolata e documentata: il calendario e gli orologi organizzano e

scandiscono il tempo, l’apparato burocratico registra le nascite, e quindi l’età a cui pensiamo è

quella anagrafica. Chi nasce in un villaggio sperduto o in una popolazione senza burocrazia può non

avere la nascita registrata, oppure la registrerà tardi, il che può dare a problemi logistici.

Comunque l’età anagrafica non è l’unica età: è un calcolo matematico, non dice tutto e non

corrisponde al grado di invecchiamento, che è invece stabilito dall’età biologica. Quest’ultima non

è calcolabile universalmente, poiché varia da individuo a individuo, e dice qual è l’indice di

invecchiamento del corpo: stile di vita, lavoro e genetica giocano ruoli fondamentali in questa età.

Esiste ancora l’età sociale, ovvero età o momenti dell’età che la società riconosce e a cui attribuisce

diritti e doveri. L’età sociale stabilisce il ruolo, le opportunità e i compiti dell’individuo: anche questa

età muta, come ci mostra la storia. Un esempio è la maggiore età: è una scelta arbitraria che varia

da Paese a Paese. Esistono età sociali diverse a seconda dell’ambito e dello Stato: a 50 anni si può

diventare Presidente della Repubblica italiana, a 21 anni negli USA si è maggiorenni… Ogni società

riflette e decide queste età, sono scelte ponderate ma comunque arbitrarie, il che non significa che

a 18 o 21 anni si diventi tutto a un tratto maturi.

Quindi:

• età anagrafica: quella burocratica, registrata dai documenti.

• età biologica: dato di invecchiamento del corpo, diverso per tutti.

• età sociale: fatta coincidere con varie tappe dell’età anagrafica, scelta dalle istituzioni per

doveri e diritti inerenti alla società.

Ma esistono anche distinzioni informali per definire varie fasce d’età: bambino, ragazzo, giovanotto,

adulto, anziano. Questi termini sono indicatori informali sono una semplice suddivisione a cui non

appartiene un’età definita. Questi parametri variano da individuo a individuo e da società a società:

“bambino di 14 anni” dipende dalle condizioni sociali e storiche. Ad esempio, 100 anni fa a 14 anni

si lavorava, e non si era definiti bambini, mentre oggi il concetto è mutato, e non si considera

nemmeno più un quattordicenne un bambino.

L’infanzia è la fase di gioco e dei primi apprendimenti. È ritenuta un’invenzione della seconda metà

del secolo scorso: l’immagine di infanzia è cambiata, si è formata da poco.

Quando non si è più bambini? Quando si diventa adulti? In occidente i bambini giocano, ma in altre

parti del mondo altri bambini della stessa età lavorano o sono schiavizzati. E occorre distinguere il

termine “lavoro”, che in italiano ha una sola accezione, mentre si nota di più la differenza in inglese,

in cui si hanno work e labour.

• Work è il lavoro salariato, in un processo produttivo esterno. È un lavoro alienato, distaccato

dalla famiglia, ed è una forma di sfruttamento non accettato se praticato da bambini, poiché

può togliere spazio all’istruzione, all’infanzia e alla vita. L’esempio del work è il lavoro di un

bambino orientale impiegato in una fabbrica di tappeti.

• Labour è il lavoro svolto da bambini all’interno di un contesto familiare. È un processo di

apprendimento professionale, ponderato, socialmente accettato e salubre poiché inserisce

il bambino nell’attività di famiglia, insegnandogli un mestiere senza pressioni esterne.

L’esempio del labour sono le attività svolte dai figli dei contadini, a cui viene insegnato il

mestiere in ritagli di tempo e non a tempo pieno.

In alcune società il sesso definisce il lavoro che si svolge: l’uomo zappa e la donna va a prendere

l’acqua con un vaso tenuto sulla testa; l’uomo caccia e la donna raccoglie. In molte società l’unico

ruolo della donna è quello produrre nuovi produttori (uomini). Ma esistono anche sistemi di classi

di età, ovvero istituzioni culturali e politiche che mettono in relazione età biologica ed età sociale,

creando una struttura che lega l’età degli uomini e le loro abilità a ruoli e status. Il sistema di classe

permette la redistribuzione delle forze fisiche: un anziano non lavora, è solo “colui che mangia”

(“anziano” in alcune lingue) ciò che i più giovani procurano alla collettività ( come fa oggi l’INPS).

In Giappone esistono termini che definiscono i rapporti sociali: senpai, kohai, doryo. Il più giovane

si rivolge al più anziano con senpai. Viceversa, il più anziano si rivolge al più giovane con kohai. Oggi

anche nella società lavorativa si usano questi termini: se uno è più giovane ma è di grado superiore,

uno più anziano ma di grado inferiore lo chiamerà senpai. Doryo è il termine dei pari, dei colleghi.

Riti di passaggio

Il rito di passaggio è un momento collettivo che segna la transizione

di un individuo da uno status a un altro. Un esempio si può fare con liminare

il matrimonio cristiano: l’uscita è quando si viene accompagnati rientro

uscita

verso all’altare dal genitore; il liminare è il rito celebrativo, in cui

non si è ancora definiti sposati; il rientro è l’uscita dalla chiesa a

braccetto con il coniuge, quindi il rientro all’interno della società,

ma come un membro con un nuovo status. Maturità, laurea,

militare, andare via di casa… alcuni sono collettivi, altri individuali.

Scontro generazionale e rivoluzione dei costumi

Nel secondo dopoguerra i giovani si propongono come categoria sociale, contrapponendosi ai

genitori. Non ci si veste come loro, si ascolta una musica diversa… Il movimento nasce in

concomitanza con la cultura popolare. Si vuole rappresentare una rottura con la generazione

precedente, ci si vuole differenziare dai genitori, i quali al contempo prendono le distanze dai propri

figli e dai giovani in generale. La continuità si spezza, si indebolisce il rito di passaggio: l’approvazione

si aveva dalla generazione precedente e ora mancava. Il distacco è autonomo, e c’era

autocelebrazione dei giovani all’interno del proprio gruppo. Era comunque un periodo in cui si stava

meglio, a livello economico e sociale, in Europa: la società giovanile era collettiva e volgeva

all’edonismo, all’introspezione, al singolo. Si sono smussate le rivalità, con il tempo, tra genitori e

figli, e oggi si è più comprensivi. Oggi a causa della crisi economica il distacco dal nucleo familiare è

più difficile o comunque dispendioso a livello economico.

I genitori di oggi sono quelli che rifiutavano i propri genitori, e oggi quindi non possono fare troppo

gli autoritari per non contraddirsi. L’allungamento della vita ha permesso la varietà di attività: ci

sono nuovi modelli di apprendimento, nuovi compiti, e i riti di passaggio si sono indeboliti.

Occorrono punti fermi per poter contrastare qualcosa: oggi c’è tanto miscuglio e si sono create delle

nuove forme di accettazione reciproca e di rituali. Una di queste è la creazione di partiti chiusi nel

localismo, come Lega Nord e Front National, nati come risposta al vuoto ideologico e concettuale

del dopo guerra fredda.

Malattia : “La medicina più diffusa è la preghiera, e dopo c’è l’aspirina.”

Esistono diverse concezioni di medicina: in Europa la medicina è meccanicistica: si ripara, si

sostituisce, o si guarisce una parte che ne ha bisogno. Invece in Asia la medicina è olistica: si prende

in considerazione il rapporto dell’individuo con il mondo, e si pensano le malattie come individuali

e concepite diversamente da ogni singolo.

Ancora una volta l’inglese ci permette di differenziare due accezioni della malattia: disease e illness.

• Disease: alterazione nel funzionamento del nostro organismo, identificata e diagnosticata

dal dottore, su cui la medicina meccanicistica è più concentrata.

• Illness: esperienza di dolore e sofferenza che l’individuo vive in prima persona, oggetto della

medicina olistica.

Nutrimento : “siamo ciò che mangiamo.” povertà

Non basta che una pianta o un animale siano commestibili per farli reddito molto denutrizione

basso

rientrare nella lista dei cibi. 2000 calorie sono la soglia minima

giornaliera per garantire il sostentamento del corpo, e ogni cultura perdita malattie

forza lavoro

ha la propria concezione per soddisfare tale bisogno.

Ciò che oggi mangiamo è il risultato di una lunga domesticazione avvenuta nel Neolitico. Ma le

scelte culinarie sono legate ad abitudini o regole culturalmente costruite: coniglio e cavallo non sono

accettati come cibi nel Regno Unito; nel nord Europa i funghi non si mangiano…

Esistono dei tabu: è un divieto in senso lato di compiere una determinata azione. Il tabu era inteso,

originariamente, come il divieto di cibarsi dell’animale del totem. Il termine oggi si è esteso a come

lo conosciamo: è un divieto morale, spesso molto sentito, non legalmente sancito e talvolta di cui

nemmeno si sa spiegare il motivo.

Le scelte alimentari però non sono dettate solo dai tabu alimentari. I tabu derivano da regole o

dettami: sono spesso tabu religiosi. Ebrei e musulmani non mangiano i suini, gli induisti i bovini, e

in alcune filosofie orientali si adotta il vegetarianismo. Esistono inoltre alcune regole, come il

ramadan musulmano, la quaresima, il venerdì senza carne dei cristiani.

Infine, ci sono scelte di tipo ideologico, come il vegetarianismo o il veganismo nelle società

occidentali, praticati come scelte etiche, morali e individuali.

Gusto

: “una cosa non ci piace perché non la mangiamo”.

Tutti dobbiamo mangiare, ma non tutti lo fanno allo stesso modo. C’è prima l’aspetto simbolico

(bontà mentale) e poi dev’essere buono da mangiare. Se si vive in una società che quasi non riesce

a sfamarsi, si mangia tutto ciò che c’è di commestibile, anche gli insetti. Il gusto collettivo è il

prodotto di una costruzione culturale formatasi nel tempo, in base alle risorse più facilmente

reperibili. Si è abituati a certi gusti perché fin da piccoli si mangiano sempre certe cose.

Ci sono poi le preferenze personali, ovvero il gusto personale, differenti dal gusto sociale, ovvero

elementi accettati o inconcepibili all’interno di una società, come ad esempio il cavallo che nel

Regno Unito non si mangia. In inglese nella categoria pets, animali domestici, oltre a cane e gatto

compaiono coniglio e cavallo. Quest’ultimo è un simbolo culturale, aristocratico.

Esempi dell’influenza dei tabu e della religione sul mangiare:

Il maiale è diffuso fin dai tempi degli egizi e anche prima. Converte il 35% del suo peso in carne.

L’aumento continuo della popolazione richiese la ricerca di altro cibo, con conseguente difficoltà nel

trovare abbastanza terra coltivabile, a cui spesso seguiva il disboscamento. Il maiale in quelle culture

non era più utile per ragioni storiche ed ecologiche: il maiale è nostro concorrente, onnivoro come

l’uomo. Conveniva allevare capre e altri erbivori, che non erano in competizione con l’uomo. Allora

la religione, che da sempre agisce come strumento di controllo sociale, meglio dello Stato, pose un

limite per avvantaggiare lo sviluppo umano e far cessare il consumo e l’allevamento di maiale. Ma

quest’abitudine è ancora sentita oggi.

Similmente, il venerdì cristiano nega la possibilità di mangiare la carne, ma concede il pesce. Questo

perché il cristianesimo è nato in terra di pescatori, dove era più facile approvvigionarsi di pesce che

di carne.

Vacche sacre in India: la vacca è la miglior compagna dell’uomo, è simbolo e dispensatrice di

abbondanza, poiché fornisce latte e permette l’agricoltura con la sua forza-lavoro.

Il popolo prima di Cristo aveva smesso di mangiare la carne delle mucche; solo i più alti nelle caste

la mangiavano. Il pensiero di Buddha, il vegetarianismo, si diffuse velocemente nella classe

popolare: l’essere umano è dentro alla natura ed essendo tale non può cibarsi della mucca o di altri

animali. I bramani erano preoccupati: il loro continuare a cibarsi di carne era mal visto. Con la

diffusione dell’aratro era necessaria una maggiore forza lavoro, e quindi la necessità delle mucche

aumentava. A quel punto i bramani presero il caposaldo del buddismo e lo inserirono nell’induismo,

proibendo di mangiare la carne della mucca. Questo è un esempio di scelta politica che viene

rafforzata dalla religione: la creazione del tabu religioso porta a un totale rispetto del divieto, quindi

la mucca viene risparmiata e aiuta l’uomo.

Purezza e impur ezza : criteri e soglia della purezza.

La commestibilità spesso è legata alla purezza. Il cibo OGM è una variazione del concetto di purezza,

è un’alterazione dei principi naturali, e può esser considerato impuro.

Lo slow food è un concetto puro, c’è un legame tra piatto, pietanza e territorio, e c’è un processo di

narrazione intorno.

Esistono altre sigle, come DOC, DOP, IGP: sono il frutto di campagne politiche, risultato della ricerca

di una tradizione antica. L’obbiettivo è trasformare il cibo in un’esperienza.

Il cibo si è sempre mescolato: un piatto diventa tradizionale perché in quel posto l’hanno

trasformato. Ma il cibo ritenuto “tradizionale” è il risultato di un continuo mescolarsi, diffondersi e

ingresso di cibo all’interno di un contesto a cui non appartenevano: non sono affatto “tipici” di

quella zona.

Cibo e musica sono ottime metafore della cultura: li si pensa come entità solide e tipiche di certe

zone, quando in realtà quello che abbiamo oggi in tavola e quello che ascoltiamo è il risultato di un

continuo ricambio e rimescolamento.

Il cannibalismo è uno dei pochi concetti fortemente rifiutati, e per questo poco documentati. Non è

praticato, se non per certi rituali in alcune popolazioni, o in casi estremi di sopravvivenza.

Parentela, discendenza, matrimoni, relazioni

La parentela è un concetto universale, inventato dall’uomo come convenzione sociale. Solamente il

rapporto di filiazione è fisico e concreto. La parentela organizza le relazioni, è una delle prime forme

di organizzazione sociale creata dall’uomo, e ancora oggi ha importanza. È quindi un sistema di

relazioni e legami attraverso l’istituzione del matrimonio (e ciò che ne consegue).

Prima della parentela c’è la discendenza: ogni società ha dato risposte diverse alla parentela, così

come al matrimonio. Le unioni sono differenti a livello di concetti, cerimonie e doveri.

Il matrimonio, secondo la definizione istituzionale/standard, è l’unione tra uomo e donna, tale che

i figli di questa sono considerati prole legittima di entrambi i coniugi.

L’uomo (il “cucciolo” di uomo) ha un lungo cammino da fare prima di diventare autosufficiente. Il

matrimonio è quindi lungo per necessità, perché il figlio ha bisogno di tempo per rendersi

autonomo.

Oggi è cambiato l’approccio al modello classico: nella definizione classica di matrimonio si parla di

prole legittima, quindi di procreazione. Come si possono definire le unioni omosessuali?

Ci sono/ci sono stati vari tipi di matrimonio:

Matrimonio monogamico: unione tra marito e moglie. È uno dei possibili =

△ ◯

matrimoni, quello più diffuso poiché genera prole. È formato da una coppia, un

uomo ( ) e una donna ( ). Questi simboli sono convenzionali e per indicare

△ ◯

l’unione matrimoniale si usa il simbolo =.

Famiglia nucleare: coppia con un figlio o più, quindi con discendenze. Il simbolo =

△ ◯

per indicare la discendenza è una riga verticale (|) che parte dal simbolo

dell’unione e scende fino alla figura che indica il figlio ( ) o la figlia ( ). La famiglia

△ ◯ |

nucleare rappresentata qui a destra rappresenta un caso di crescita nulla (Ø, zero). ◯

La crescita pari si ha con due figli in una famiglia.

Prima di distinguere tra poliginia e poliandria bisogna chiarire il termine poligamia. Quest’ultimo è

il termine generico che indica un matrimonio in cui sono convolti almeno 3 individui. La poligamia è

conveniente dal punto di vista di trasmissione della specie, ma è ancora più conveniente nel caso

della poliginia: un uomo con più mogli può fare più figli contemporaneamente. Questo non è

possibile in un matrimonio poliandrico, poiché una donna permette una sola gravidanza alla volta.

= =

◯ △ ◯

Matrimonio poliginico: poiché più conveniente della poliandria, è più diffuso. Ma | |

qual è il rapporto tra le mogli? Questo varia da società a società. Ci può essere

rispetto o rivalità, e in genere la gerarchia è stabilita secondo l’età. ◯ △

= =

△ ◯ △

Matrimonio poliandrico: molto raro poiché, come visto, ne consegue un tasso

ridotto di filiazione. È diffuso nel Kerala, dove i mercenari sono assenti per lungo | |

periodo dal villaggio: è quindi necessario che una donna abbia più partner, così da ◯ △

garantire la filiazione in caso di non ritorno del mercenario.

Il matrimonio serve a:

determinare padre e madre legale della prole.

➢ determinare il controllo delle prestazioni sessuali del coniuge da parte dell’altro coniuge, o

➢ da parte della famiglia estesa.

determinare il controllo dei beni, dei figli, e dei beni dei figli.

➢ determinare il controllo della capacità lavorativa.

Quindi il matrimonio è un’istituzione economica, poiché gestisce non solo i rapporti umani ma anche

quelli materiali.

Ci sono dei limiti di vario tipo al matrimonio:

esogamia: obbligo di doversi sposare con un partner esterno al proprio gruppo di

▪ appartenenza. È la tipologia più diffusa, ma i limiti possono variare da società a società. Il

partner deve essere quindi di altro lignaggio, di un altro clan, di un diverso territorio, o di

differente etnia.

endogamia: obbligo di doversi sposare con un partner all’interno dello stesso gruppo,

▪ territorio o casta. Un esempio è in India, dove il matrimonio deve avvenire all’interno della

stessa casta.

Lévi-Strauss dà una spiegazione alla nascita dell’esogamia, con la teoria delle alleanze. In una

situazione primordiale si avevano molte bande di cacciatori-raccoglitori in competizione, per quanto

riguardava controllo della caccia, gestione delle acque e del territorio in generale. Quindi, o si arriva

allo scontro, o si arriva alla conciliazione. Come ci si può conciliare? Con uno scambio di sorelle: ogni

banda avrà dei membri della propria famiglia, in questo caso donne, nell’altra banda. La donna era

quindi garanzia di pace in quanto assicurava che non ci sarebbero stati attacchi tra le due bande. È

paragonabile a un’alleanza politica, c’era il desiderio di stabilire rapporti al di fuori della famiglia e

del gruppo (clan), e avere un’assicurazione.

L’endogamia è giustificata da alcune società per mantenere dei privilegi o delle caratteristiche di un

certo tipo, all’interno di un gruppo ristretto. L’endogamia estrema però è proibita: l’incesto non è

approvato da nessun gruppo sociale, ma può verificarsi comunque. Qual è l’origine del tabu

dell’incesto? Nessuno l’ha ancora capito, anche se ci sono varie teorie. Sempre secondo Lévi-

Strauss, l’uomo ha cominciato il suo progresso e la sua differenziazione dal mondo animale quando

l’incesto ha smesso di essere praticato.

Endogamia preferenziale, “moglie e buoi dei paesi tuoi”: esistono matrimoni preferenziali, in cui

non c’è l’obbligo, ma l’invito trovare partner non troppo lontano, così da restare all’interno della

comunità per gestire meglio i “buoi”. I “buoi” sarebbero i beni di valore, come bestiame o terreno:

sposarsi tra simili aiuta la comprensione reciproca, e fa restare i beni nel luogo originario. Si nota

come ci sia sempre stato un po’ di timore a incontrarsi con il “diverso”.

Un’analisi della City londinese mostra come il comportamento dei lavoratori del luogo sia simile a

quello di una tribù: esiste un vestiario comune, un linguaggio tecnico condiviso, le occupazioni sono

tutte dello stesso settore… e la percentuale dei matrimoni all’interno della popolazione della City è

molto elevata.

La lingua comunque è un buon selettore nella scelta del partner: anche se si pratica l’esogamia, le

relazioni avvengono tra persone della stessa lingua, che funziona da strumento endogamico e

contribuisce a rafforzare il gruppo.

Esistono accordi tra due gruppi familiari quando avviene un matrimonio. Quest’ultimo infatti crea

una più estesa parentela sociale, distinta da quella biologica.

Ci sono distinzioni nella parentela: parenti collaterali (cosanguinei) e collaterali affini

affini (acquisiti).

Introduciamo un altro simbolo: un uomo o una donna, se considerati △ △

◯ ◯

=

punto di riferimento, si rappresentano con una figura piena, ed è detto |

ego. I parenti collaterali di ego sono quindi quelli di sangue (come i ◯

fratelli), mentre gli affini gli acquisiti (come un cognato).

In alcune società è importante anche la classificazione dei cugini per stabilire le relazioni:

Cugino parallelo: figlio o del fratello del padre, o della sorella della madre.

▪ Cugino incrociato: figlio o della sorella del padre, o del fratello della madre.

La dote è un piccolo patrimonio, denaro o materiale che sia, che la sposa porta con sé all’interno

del matrimonio. È ben diverso dal prezzo della sposa, che è ciò che il marito porta alla famiglia della

sposa. Questo è dato dal fatto che si debba compensare la perdita di forza-lavoro all’interno della

famiglia di origine della sposa. Non è che il padre della sposa venda la figlia: è una necessità che

permette di “pareggiare il bilancio” e che permetterà di far sposare un altro figlio. A quel punto il

padre cederà a sua volta quello che ha ricevuto, e così via.

“I figli sono la ricchezza”: se in una società senza aiuti o ammortizzatori sociali ci si separa, i figli in

restano al marito. In certi posti, comunque, un figlio è quasi a costo zero, ed era così anche in

occidente prima dello sviluppo della società industriale.

Dove si va ad abitare dopo il matrimonio? Ci sono varie opzioni in base alle società in cui ci si sposa.

Si può andare in un:

neolocale: si va in una nuova casa costruita apposta per l’occasione.

- bilocale: ci si alterna tra i parenti di uno e dell’altro.

- virilocale: si va dalla famiglia del marito.

- patriarcale: si va dal padre del marito.

- uxoricale: si va dalla famiglia della moglie.

- matriarcale: si va dalla madre della moglie

- avuncolare: si va dallo zio.

-

La discendenza definisce le relazioni tra le generazioni successive, quindi anche la gestione dei beni,

dell’eredità e dello status.

Discendenza patrilineare: di padre in figlio. Il modello mediterraneo prevede la suddivisione

❖ tra i figli, quindi la frammentazione dei beni. Il modello germanico però prevede che l’eredità

vada solo al primogenito, così da mantenere integro il bene.

Discendenza matrilineare: dallo zio materno. La madre trasmette la discendenza, ma i beni,

❖ come spesso accade, sono gestiti dall’uomo. Quindi si eredita dal fratello della propria

madre. Questa discendenza è spiegata dal fatto che la madre è una certezza, mentre si può

essere incerti sulla veridicità del padre. Nelle società a discendenza matrilineare c’è

differenza tra gli zii e ci sono terminologie differenti.

Discendenza bilineare: eredità da entrambi i genitori al figlio. È così in Italia per i beni (ma

❖ per i cognomi si ha discendenza patrilineare).

Clan patrilineare: linea teorica, in cui esista un antenato mitico. Il cognome viene trasmesso dal

padre, credendo che esista un antenato originario con tale cognome. Il cognome può essere una

professione o una caratteristica: esempi sono Smith, Schmidt, Ferrera, Ferrara, Herrera, che stavano

tutti a indicare la professione del fabbro.

Il lignaggio è un sottoinsieme del clan: è composto da persone che sanno di per certo la loro

discendenza, è quindi un segmento di clan di cui si conosce la storia o l’origine.

Esiste un rapporto informale, ma molto forte, comune a tutte le culture e società: la discendenza

che salta una generazione, ovvero il rapporto nonno-nipote. Il nonno è tendenzialmente più

tollerante del genitore: il genitore deve educare, ha il ruolo di insegnante, è più intransigente anche

perché deve formare la prole, che riceverà i beni. Il genitore diventa nonno dopo aver già svolto il

ruolo di educatore, e quindi assume un ruolo più pacifico e calmo.

Dal 1968, con la rivoluzione giovanile, si mette in discussione del ruolo del genitore: non è più visto

come un padrone autoritario. Oggi c’è un’altra declinazione del genitore: nella nostra società non è

più autoritario e c’è minor distanza. Il dislivello genitore-figlio è ormai quasi sparito.

La parentela è la grammatica della società, tiene insieme gli individui. Con il passare del tempo

nascono forme di politica, poi entità più grandi con le polis, insieme ad altri tipi di relazioni e

gerarchie, come chifferie e Stati. Ma tutto questo non esclude mai le relazioni familiari.

Sesso e genere

Nuove tendenze creano la necessità di nuove norme giuridiche: adozioni, famiglie allargate, etc…

Il sesso è il dato biologico, deciso dallo sviluppo dell’embrione. Non determina la cultura.

Non basta però avere certi attributi per essere maschio o femmina. Occorre una costruzione

culturale, e ogni società concepisce il genere in maniera differente.

Il parto e l’allattamento e lo svezzamento sono tratti naturali: la funzione materna nel primo anno

di vita è innegabile, ma perché deve essere la donna a continuare le funzioni successive? Ci sono

teorie psicologiche, ma il fatto non è completamente giustificabile. Fin dalle origini c’è stata una

divisione sociale e culturale delle mansioni: agli uomini spettava il lavoro fisico e la sfera politica

(intesa come attività pubblica), le donne erano invece relegate alla funzione domestica.

La costruzione storico-culturale era giustificabile secoli addietro per lo svolgimento del lavoro fisico

da parte dell’uomo; oggi tale divisione non è più accettabile perché la maggior parte dei lavori non

richiede sforzo fisico.

Ancora oggi c’è divisione e diversificazione nei giochi e nei regali dei bambini. La società si aspetta

qualcosa di divergente da parte dei due sessi: il genere è un dato culturale, e corrisponde a ciò che

la società si aspetta dall’individuo di un dato sesso.

Il genere è l’immagine costruita che si ha di donna e uomo: le donne sono femminili e gli uomini

virili. Le caratteristiche però dipendono da una società all’altra: il genere è quindi il canone costruito

che la società si aspetta venga seguito dai due sessi. La deviazione dalla norma di genere può fare

storcere il naso anche a chi è più tollerante e abituato.

Esiste un terzo genere in alcune società, ed è indipendente dal sesso. Sono individui che si ritiene

abbiano poteri speciali, e spesso è un uomo che è stato cresciuto come se fosse di entrambi i sessi.

Alcuni esempi:

Berdache, figura intermedia, non omossessuale. È un genere riservato a pochi, che fa si che

- vengano educati diversamente.

Eunuco: sessualmente è maschio, ma gli vengono asportate le parti intime. Diventa quindi

- asessuato ed è il candidato ideale per essere il guardiano dell’harem.

I cantanti con voce bianca hanno subito castrazione per mantenere una voce non sviluppata.

-

Oggi la chirurgia permette di cambiare sesso, e quindi di ottenere le caratteristiche fisiche del

genere che si sente proprio. Ma si può anche non cambiare il sesso e usare solo dei travestimenti.

A livello giuridico però sono riconosciuti solo due generi, anche se in Germania è appena stato

approvato il terzo sesso nei documenti.

Il sesso è tradotto in genere dalla società, nonostante il sesso sia il dato biologico e il genere quello

culturale. Possono non coincidere, e quindi si può avere una discrepanza tra biologia e psicologia.

Gli appellativi volgari sono più diffusi per gli uomini perché la mancanza della di è vista come

sminuente, mentre per la donna non esiste la stessa quantità di insulti.

L’antropopoiesi è manipolazione del corpo da parte dell’uomo, e per estensione la creazione di

modelli e schemi da seguire, apprezzati, canonici. Ogni società e cultura modella gli individui

secondo i canoni che reputa corretti. Per antropopoiesi si può quindi intendere la modellazione dei

due sessi nella costruzione di due generi. La società modifica i corpi (abiti, tatuaggi, modificazioni),

e anche la sessualità viene costruita. Esistono delle sorte di “gabbie” da cui non si può uscire, ma

che non tutti accettano.

La lingua mostra molto bene le differenze: una cosa bella è una “figata”, una cosa stupida è una

“cazzata”… La concezione dell’uomo forte è contrapposta alla figura femminile debole: “non

piangere che sembri una femminuccia”, quando in realtà tutti piangono.

La rivendicazione della parità dei diritti degli anni ’70, secondo cui “il personale è politico”,

cominciava a ritenere che politica fosse anche in famiglia, e che ci dovesse essere un rapporto di

uguaglianza tra tutti gli individui. Serviva una rifondazione dell’integrazione tra i generi: fino a pochi

decenni fa alcuni fatti erano fuori discussione (delitto d’onore, aborto, divorzio…).

Tempo e spazio

Il tempo è una dimensione che non esiste in natura. Esiste quando lo si vuole misurare: è un

prodotto culturale. È misurabile in più modi e ci sono unità di misura che fanno riferimento a eventi

naturali. Ci si basa quindi sull’osservazione e sullo studio: ad esempio, giorno e notte sono legati alla

quantità di luce.

• Categorie formali: minuto, ora e giorno… Sono le categorie su cui si organizzano le attività,

misurate scientificamente.

• Categorie informali: per sempre, tra poco, un attimo… Sono soggettive e senza riferimenti

concreti.

Ci deve essere un appiglio che ritorna: il tempo è ciclico, ma è anche lineare poiché il 1996 c’è una

volta sola. Il tempo ha più dimensioni quindi, decise dall’uomo: quella ciclica e quella lineare. La

concezione è simile a una spirale.

L’idea dell’anno varia: è legato a evento scelto in modo arbitrario, ed è un dato culturale. Ad

esempio, nel Cristianesimo il calendario ortodosso e quello cattolico sono sfasati.

In alcune realtà il passato lontano rientra nel mito, e non è collocato nel tempo. Oggi noi possiamo

datare molti eventi del passato grazie alla scienza. Comunque la misurazione del tempo si raffina

con l’industrializzazione, poiché il tempo diventa sinonimo di denaro. Gli operai erano (e sono)

pagati sulla base delle ore di lavoro, e occorreva quindi misurare il tempo in modo preciso.

Nelle isole Trobriand il calendario si basa sul “verme annuale”. L’orologio annuale di questa tribù è

l’anellide marino che fa le uova una volta all’anno, con la luna piena. In questa società è la luna a

scandire il passare dei giorni e dei mesi. Il verme invece stabilisce l’anno: se il neonato verme non

appare, la festa non viene data e viene rinviata. Il mese quindi viene ripetuto. Si avrà un mese in più

che compenserà lo sfasamento dovuto alla non scientificità del loro calendario.

In Africa il mercato è un evento sociale, molto sentito. I mercati sono organizzati molto ciclicamente

e scandiscono il passare dei giorni.

Lo spazio è definito sulla base del tempo, ma è più tangibile.

Nel villaggio Dogan c’è una riproduzione in chiave metaforica del corpo: le costruzioni, viste dall’alto,

ripropongono un corpo. Alla testa corrispondono le case più importanti, quelle delle autorità, e così

via.

La distanza nasce come tempo. Quanto ci si mette ad andare in un luogo? Il sistema metrico è

venuto ben dopo questo interrogativo.

Il paesaggio non è uno spazio. Lo spazio diventa paesaggio quando l’uomo inizia ad attribuirgli

determinate caratteristiche. Il fiume è un corso d’acqua, ma diventa un elemento del paesaggio se

comincia a essere gestito dall’uomo.

Connecting people

Lingua

La lingua è comunicazione verbale, ma anche non verbale perché spesso viene accompagnata da

espressioni non linguistiche.

Ci sono circa 6000 lingue e 200 nazioni.

La lingua è ufficiale e appartiene a uno Stato. È un sistema di comunicazione, è un insieme di suoni

e simboli che esprime pensieri e sentimenti. Il dialetto è una variante non ufficiale, in genere una

variazione della lingua ufficiale secondo variazioni diatopiche, quindi variazioni geografiche e

regionali.

“La lingua è un dialetto con l’esercito”, nel senso che la lingua è ufficiale o nazionale perché assunta

da uno Stato e resa standard e norma con l’imposizione e l’insegnamento.

Il nostro apparato fonatorio potenzialmente può fare molti suoni, ma noi riusciamo a riprodurre

solo quelli che conosciamo. Facciamo fatica con gli altri. Si sviluppano le sonorità a cui siamo

sottoposti, quindi quelle della lingua madre.

Il 4% della popolazione mondiale parla il 60% delle lingue esistenti. In certe aree si concentrano

moltissime lingue: dove la natura è più complessa, c’è più diversità linguistica.

La lingua ci fa a parlare, ma non è l’unico sistema che si può usare per comunicare.

Un segnale (sirena, semaforo) è diverso da un’espressione linguistica, che invece:

spiega le cose nel dettaglio.

- fa riferimento a concetti astratti; noi, diversamente dagli animali, possiamo elaborare a

- livello simbolico.

permette di comunicare cose mai viste e sentimenti: abbiamo stabilito termini legati a

- esperienze e concetti astratti, come la paura e la gioia.

Sappiamo comunicare il concetto “elefante” senza mostrarlo o disegnarlo. Ognuno riesce a

elaborare il concetto a modo suo. La lingua crea il mondo: è il filtro attraverso il quale si guarda ciò

che ci circonda. La lingua è un codice arbitrario, che organizza se stessa e la realtà.

Gli studi di De Saussure lo hanno portato a definire la lingua in tre parti: langue (lingua inteso come

sistema di comunicazione, con regole e struttura), langage (facoltà di parlare), parole (realizzazione

linguistica individuale).

La modalità di comunicazione è costruita da ogni società: noi italiani gesticoliamo parlando, ma altre

società non lo fanno.

Il linguaggio dei gesti è strettamente culturale: i gesti sono usati maggiormente solo in certe parti

del mondo, ad esempio il Mediterraneo. Si gesticola per supportare o sostituire le parole.

Esistono anche le lingue per i non-udenti, che usano segni e gesti per comunicare.

Comportamento : codice di comunicazione. Ognuno si muove sul palcoscenico della vita e ci sono:

front-stage: ognuno recita se stesso (self) in pubblico; ci si comporta come si vuole che gli

- altri ci vedano.

back-stage: recitazione del me, comportamento che si ha da soli, in privato.

-

Spazio tra le persone : non è stabilito dalla legge. Le distanze sono variabili da società a società,

che si dividono in società del contatto e del non-contatto, ma all’interno di ogni società ci sono più

distanze: quella intima ovvero degli innamorati; quella personale ovvero quella con i parenti e gli

amici; quella pubblica ovvero quella nelle situazioni con estranei.

Scrittura

La scrittura è il tentativo di fissare suoni, concetti e idee su un supporto materiale. È stata inventata

due volte in modo autonomo nella storia dell’umanità, in zone distanti. I luoghi dove è stata

inventata sono il Medio Oriente e le Americhe. Poi la scrittura si è diffusa secondo il modello del

contagio: alcuni ritengono che si possa parlare di invenzione anche in Egitto e in Cina, ma è possibile

che in questi due casi ci siano stati contatti con i popoli che già avevano appreso a scrivere, e che

quindi la creazione della scrittura non sia stata completamente autonoma.

Sono tre i tipi di scrittura oggi:

1. Pittografica: disegno del concetto che si vuole esprimere.

2. Ideografica: a un segno corrisponde un concetto (arbitrario).

3. Alfabetica: a un segno corrisponde un suono (arbitrario).

L’oralità non è la scrittura, è un altro codice. È anche teatralità, quando si parla si recita. Oggi si parla

di nuova oralità, ovvero un linguaggio velocizzato, sempre più informale, tendente quasi all’oralità

anche se scritto (chat, mail). β B

Esempio di sviluppo del carattere: Capanne (bait) > verticale > beta > /b/

Creatività e arte

Le due cose sono spesso associate.

Arte: termine e categoria che corrisponde al gioco con la forma. È una trasformazione, una

rappresentazione.

Qual è il minimo comune denominatore che tiene unito il termine? C’è arte e arte, o c’è un solo tipo

di arte? È una categoria difficilmente determinabile.

In molte lingue il termine “arte” non esiste, poiché è un termine occidentale tipico delle lingue

indoeuropee. Noi occidentali abbiamo inserito nella categoria “arte” molti significati: creazione,

consapevolezza (anche se l’arte non sempre è tale), etc. Poi ci sono il gusto, l’abilità, la critica, la

vendita dell’arte.

La tendenza occidentale è di cercare di etichettare subito come “arte” qualcosa che invece non è

stato concepito come tale.

Un quadro famoso appartiene a un canone artistico e pittorico. In genere, così come affreschi e

sculture, erano commissionati da qualcuno per qualche motivo, e quindi per essere osservati e

contemplati. Il Giudizio Universale di Michelangelo era stato fatto per contemplare la grandezza

della Chiesa attraverso la visione. Quella era arte fatta per incutere timore ed essere bella e

contemplata. Questo è uno dei tanti modi di intuire l’arte.

In Oceania si fanno delle pagaie intagliate per motivi religiosi, di protezione. Quelle tavole sono oggi

esposte in alcuni musei, sebbene quell’”arte” fosse fatta per essere usata e non contemplata. La

stessa cosa è successa alle maschere africane: il loro scopo era di accompagnare nella danza, ma

anche queste sono state prese e messe in esposizione.

Qual è quindi la dignità di un oggetto non concepito come arte, e magari che non è nemmeno

considerato arte da noi occidentali? Al Louvre ci sono oggetti etnici a pochi passi da quadri e

sculture. Fondamentalmente c’è un problema di traduzione: l’arte occidentale è fatta per essere

ammirata, mentre questi oggetti “etnici” sono stati fatti diventare arte perché noi occidentali li

abbiamo messi in esposizione, poiché trovati di buon gusto e di bell’aspetto. Gli scultori africani e

oceanici producevano quegli oggetti all’interno di un contesto e di un canone musicale, sportivo o

religioso. Quell’oggetto andava ad abbellire e a dare un significato ulteriore a una certa attività.

Similarmente, da noi ci sono ballerini pagati per ammaliarci con i loro movimenti, mentre in Africa

ballano in molti per motivi religiosi e di cerimonia, quindi per un’utilità.

Serve contestualizzare, o si incontrano molti problemi di traduzione. Non c’è equivalenza tra le cose,

ma noi l’abbiamo imposta, come spiega il libro Primitivi Traditi. Quei “primitivi” vengono traditi,

non tradotti. Se si mette in mostra una maschera, indicando luogo di provenienza e ponendo un

testo di fianco, quell’oggetto diventa etnografico, poiché parla di una società differente. Se non si

mettono queste informazioni, l’unica chiave di lettura è l’estetica ed è quindi considerato come

arte.

Picasso si era ispirato a una maschera fang per le sue Demoiselles. Pur non sapendo nulla su

quell’oggetto, ci ha costruito qualcosa intorno. L’ispirazione e il rimaneggiamento di un oggetto è

un altro esempio di prelievo da altre culture; avviene un tradimento e nessuna traduzione.

Canoni, bellezza, musica

Il rapporto tra bellezza e arte classica è automatico in noi occidentali. È un bello che noi abbiamo

imparato a definire tale: a volte siamo straniti da oggetti di culture straniere, ma solo perché non

abbiamo la loro cultura e le loro chiavi di lettura. Lo stesso avviene nella musica che etichettiamo

come “non convenzionale”.

La nostra esperienza musicale si basa su una scala di 7 toni e 5 semitoni. La variazione minima che

cogliamo è quella del semitono. In quello spazio, nella scala indiana, ci sono molti più toni, che noi

non cogliamo, e che non ci piacerebbero nemmeno, sembrandoci assurdi.

È bello ciò che noi abbiamo imparato ad apprezzare: questo concetto è lo stesso del cibo. L’arte

segue un doppio binario: usa e crea i canoni,

tange quei stessi canoni, facendo dei salti.

Se i canoni non vengono rispettati in nessun modo, l’arte viene rifiutata, viene vista in malo modo.

Se invece c’è uno stravolgimento minore, che si attiene comunque al canone, è più facile che

quell’arte venga ancora considerata arte (ma può non avvenire).

L’arte si evolve perché qualcuno spezza i canoni, ma quanto si possono spezzare?

Un esempio è il Boléro di Ravel: la base e il ritmo sono arabeggianti, su 5 note. Era concepito come

balletto. Le recensioni alla prima furono molto aspre e lo rifiutarono, ma oggi è un pezzo celebre: in

quel momento aveva rotto troppo i canoni dell’epoca. In qualche modo bisogna innovare, ma

bisogna farlo all’interno del canone, o almeno partirci. L’innovazione quindi sta nel rinnovare e

giocare con quei canoni.

Ogni generazione ha gusti diversi, poiché sono prodotti dall’educazione. Il passaggio al neorealismo

fu una tendenza travolgente in confronto al passato, ha creato una nuova estetica e ha mutato

notevolmente stili e gusti.

Fellini ad esempio chiariva da subito che il film non era la realtà e che si potesse giocare con le

creazioni. La stessa cosa fece Brecht nel teatro epico, separandolo totalmente dalla realtà.

L’arte spesso non è bella, ma è arte perché entrata nel circolo artistico: spesso assume carattere

consumistico.

Con Warhol l’arte divenne popolare: la dipingeva e la creava in serie, vendendola al popolo. L’artista

definisce e gioca con il concetto d’arte e a Warhol è riuscito bene: ha svelato che esiste un prezzo e

una compravendita nell’arte.

L’arte è sempre o pagata cara o misera: molti artisti non videro mai il successo (e il valore

economico) dei loro pezzi.

Tipologie di arte, concetti e universalità

L’arte non ha un’idea universale, innanzitutto perché è una categoria culturale dell’occidente, e poi

perché, affinché un’opera sia “arte”, servono critici e gallerie.

La concezione di antichità come valore è un concetto europeo, che ad esempio in Africa non esiste.

La volontà di conservare resti e antichità è recente: prima si smantellava tutto e si ricostruiva altro,

spesso con pezzi presi da opere oggi considerate monumenti o importanti.

L’arte si divide in due tipi:

arte leggera: arte che si porta con se, nata con le popolazioni nomadi. Non necessità di

▪ trasporto e strumenti. Esempi sono il canto, la poesia, l’oralità, il ballo.

arte pesante: arte riflesso della sedentarietà del popolo, che ha a disposizione materiali.

▪ Sono quindi costruzioni e architetture di ogni tipo.

L’arte si differenzia anche in base a censo e ceto: esistono arte di corte e popolare. Mozart passò

dalla corte al popolo, distribuendo le sue doti a tutti dopo l’esclusività della corte, spezzando il

canone.

L’arte può essere celebrazione del potere: la Chiesa o i signori del Medioevo erano i pochi che

potevano permettersi la ricerca del ricordo e l’immortalità.

L’arte però veniva anche dal basso: si raccontano da sempre storie, problemi e vicende umane.

Anche i più modesti raccontano la cultura e le loro disgrazie, o ringraziano gli dei con opere

raffigurative o di eventi travolgenti.

L’Unesco è nata come un’agenzia delle Nazioni Unite per salvaguardare le opere artistiche, materiali

e i patrimoni naturalistici o culturali. Ci sono poi forme difficilmente tutelabili, come musica e canti:

per questi l’Unesco ha creato una categoria, l’intangibile. In Italia il canto a tenore sardo è tutelato,

grazie a un musicologo americano che è partito dalla salvaguardia dei canti degli afroamericani,

meritevoli di aver avviato il jazz e il loro tipico canto delle piantagioni.

Come si conserva la musica? Un tempo non si poteva registrare, o era molto dispendioso.

Nel momento in cui congelo una musica o una danza, quell’espressione artistica non ha più modo

di evolversi e rimane cristallizzata.

Ma qual è il criterio di “patrimonio universale dell’umanità”? L’arte è quindi di tutti? Ci sono molte

rivendicazioni e molte richieste di restituzione, specialmente da parte dei paesi emergenti che

rivorrebbero il loro patrimonio artistico, sottratto loro durante l’epoca coloniale.

Perché concepiamo un oggetto come arte, e perché come universale? Perché un particolare oggetto

ha un’aura, qualcosa che lo fa percepire come al di fuori della nostra capacità. Tale aura può essere

al di fuori della cultura e della concezione tradizionale.

Fece molto scalpore la distruzione da parte dei talebani degli enormi Buddha: per assurdo fece più

indignare questa devastazione artistica che la negazione dei diritti umani e gli assassinii. Lo stesso è

successo con l’Isis a Palmira e nei vari musei distrutti: percepiamo più universale l’arte che gli

uomini; l’arte passa al di sopra di tutto. Questo perché l’arte tocca un po’ tutti.

Le arti pesanti come i monumenti sono segni lasciati sul territorio, simbolo di potere (o di

contropotere) che vuole essere ricordato. Questi non sono segni universali, ma locali: l’occidente

moderno si è costruito il concetto di universalità, ed è un concetto recente come quello di “restauro

e conservazione” e di “antichità = valore”.

Arte e artigianato e autenticità

La produzione è duplicata: c’è artigianato, che crea oggetti per i locali, ma anche per i turisti, che

diventa souvenir. Lo stesso oggetto viene prodotto per due motivi e per due destinatari diversi. Il

turista vuole qualcosa di tipico, preconfezionato; il locale vuole qualcosa di cui ha bisogno: è più

moderno di quanto si pensi, è elaborato e vario, e ha gusti che noi non riteniamo abbia. Quale dei

due oggetti, uguali ma per due scopi diversi, è considerato “arte”, e quale “artigianato”?

L’autenticità viene spesso messa in scena: il locale capisce che cosa vuole il turista e glielo fa avere.

All’americano in Italia interessa Pulcinella o Pino Daniele? Pulcinella, che noi nemmeno quasi

concepiamo.

Rottura dell’arte contemporanea

L’arte classica è dialettica e comunicativa, è il simbolo della grandezza. Doveva far gioire gli

analfabeti, doveva avere una manualità particolare e degli elementi sostanziali.

L’arte contemporanea è un’arte per e da interpretare, in cui spesso manualità e abilità possono non

servire: a volte è provocatoria e non confortante, e ancor più spesso arriva dal basso, come la street

art, la danza e l’hip-hop.

L’arte oggi è più ampia perché il termine e le accezioni semantiche sono maggiori. C’è una continua

rinnovazione, infinite modalità e significati. Qual è il nesso tra arte e la società che la produce?

Oggi si parla di “arte globale”, ed è il “problema” degli architetti come Piano o Calatrava. Non c’è

più un legame stretto con il territorio. Una volta Brunelleschi inseriva nel territorio qualcosa di

proprio, oggi invece l’arte può stare ovunque. Il Pompidou è una provocazione in un quartiere

antico: rompe esteticamente e contrasta culturalmente, così come la piramide di vetro dal Louvre.

L’architettura si modella, si esporta, non c’è più specificità o tipicità: è uguale da Milano a Londra.

Si è creata la nozione del non luogo, ovvero un luogo che non intrattiene rapporti con l’ambiente

circostante. C’è quindi una logica comune che non segue il territorio in cui si sviluppa: è

l’hiltonizzazione del mondo, ovvero la diffusione di un modello unico e costante in più parti del

mondo. Lo stile è omologato e snaturato.

Gli anni ’60 e la rivoluzione

Negli anni ’60 gli artisti che passano alla storia sono quelli che più hanno giocato con il canone, che

l’hanno modificato e rinnovato. Viene rimesso in gioco l’insieme: l’artista gioca tra mantenimento e

rottura. Se rompe troppo, non viene compreso e viene disprezzato e criticato.

Spezzare e mettere in discussione le regole coinvolge anche il campo dei diritti: la lotta contro la

guerra in Vietnam è di quegli anni, e cominciò perché fu il primo conflitto che si poteva vivere in

diretta. Cambiava la coscienza popolare, specialmente quella giovanile. Il giornalismo era diretto e

la denuncia era quasi automatica in molti, che si indignavano davanti a una guerra assurda.

Sempre intorno a quegli anni si sviluppano i movimenti per i diritti dei neri: i Black Panther

contestarono alle olimpiadi, Cassius Clay/Mohammed Alì si mosse per i diritti e contro la guerra,

Jesse Owens ben prima si fece notare alle olimpiadi di Berlino (1936)…

La società del consumo stava prendendo piede: il decennio tra anni ‘60 e ’70 è quello in cui la

ricchezza si diffuse maggiormente. In questa società l’arte entrò nel mondo consumista: l’arte

accompagnava i giovani verso un rinascimento artistico-creativo, fatto di sperimentazioni e rinnovo.

In ogni campo artistico c’è una spinta a inventare e cambiare: Hippie, Beatles, minigonne e prime

mode.

La prima rottura musicale è rappresentata dal rock, che divise le generazioni, sebbene ci fossero

sempre aspetti di continuità. I versi erano spesso provocatori e sessuali, i colori si accesero e le mode

cambiarono, determinando una rottura e la definizione di nuovi stili.

E i cambiamenti nella musica ci furono per merito della contaminazione africana.

Bob Dylan è il protagonista del rock statunitense, sebbene questo genere nacque nel Regno Unito.

A pari passo dei Beatles, si sviluppa Dylan, che ha una grande capacità di assorbire la cultura del

tempo. Diventa una pietra miliare dal punto di vista testuale e molti giovani si sentono

rappresentati: Dylan traduce in canzone il sentore della gioventù in ribellione contro i canoni e la

generazione precedente. La canzone diventa un qualcosa con cui parlare a un pubblico.

Ma a un concerto viene chiamato “Giuda” e viene fischiato. Come mai, sebbene fosse l’idolo delle

masse giovanili? Perché Dylan è diventato famoso come autore folk, ovvero popolare, con

performance musicali fatte dall’unione di chitarra e fisarmonica. Ricorda quindi il country, l’opposto

del rock: Dylan si era imposto come uno che aveva stravolto la canzone, inserendo il linguaggio della

strada e un messaggio.

Per Platone si doveva assolutamente evitare di introdurre rivoluzioni della musica, poiché l’antico

ha più importanza del giovane e le nuove idee musicali possono traviare la gioventù.

Popolare

La cultura popolare è:

• un elenco di tratti culturali, caratterizzati dall’antichità, cioè dal fatto di esser sopravvissuti

da precedenti e più arretrate fasi della storia e dell’evoluzione.

• un insieme di cose che si sottraggono alla modernità e che permangono nelle aree e tra i ceti

sociali più arretrati.

Secondo Theodor Adorno, la musica popolare è fatta di generi standardizzati, con strutture semplici

e ripetitive. Secondo Gramsci, “popolare” dipende dagli usi che la società fa di uno strumento,

quindi dipende dal contesto storico, e può essere mutevole.

Le canzoni popolari sono senza autore perché antiche e tramandate oralmente. Una può avere tante

varianti perché è stata riadattata a vari contesti: popolare quindi è la presa e il rimodellamento di

un qualcosa di conosciuto.

Dylan riprende Lord Randal, una ballata antica: la trasforma e parla della crisi nucleare, missilistica,

e della guerra in generale.

Patriot Game è invece una ballata irlandese, usata da questi contro gli inglesi, nel ‘700: il

protagonista deve combattere contro il nemico inglese. Dylan riprende struttura, metrica e musica:

parla però di come Dio venga usato dagli americani e di come questi giustifichino ogni cosa con il

loro Dio. Dylan quindi dimostra una continua innovazione: è improbabile che le canzoni popolari

fossero sempre mantenute uguali, una modifica è alla base del concetto di popolare.

Tradizione

: L’invenzione della tradizione, Ranger e Hobsbawm.

Siamo sicuri che la tradizione sia qualcosa di originale, locale, antico? Un esempio: il kilt, un

gonnellino di stoffa tartan. Il kilt come indumento nasce tra i pastori irlandesi. Era fatto di una lana

grezza e incolore. Arriva in Scozia solo nel ‘600, nelle zone montuose. Nel 1880 il re della Gran

Bretagna è in visita ufficiale e Walter Scott organizza la festa per riceverlo: come avrebbe potuto far

girare l’anima agli inglesi, lui che era un po’ contro? Volle provocare facendo vestire tutti da

montanari con il loro gonnellino. Il kilt viene quindi prodotto per l’occasione da un amico di Scott: a

quadretti colorati con un colore scelto al momento. Ha successo, ma come costume tradizionale

scozzese, sebbene il capo fosse irlandese e la stoffa fosse belga. Lo si può veramente definire locale?

La tradizione se la costruisce ogni popolo, così come si costruisce il passato a seconda delle

esperienze vissute. In quel momento serviva essere diversi dagli inglesi e si creò qualcosa che

potesse diventare tradizione per dar fastidio.

La storia è il racconto del passato

La tradizione è l’invenzione che legittima il nostro presente per giustificare qualcosa del passato.

Cancellazione e rimodifica della storia: la storia è quello che si scrive dopo i vari eventi accaduti. Il

proprio passato si seleziona, si costruisce una certa immagine, e si cerca di mostrarsi come buoni.

La tradizione quindi è un aggancio al passato, viene metabolizzata e riadattata. L’assimilazione è

necessaria al presente, perché la tradizione è tale solo se viene salvata e se certi elementi vengono

ignorati.

Bob Dylan e John Lennon oggi sono considerati tradizione anglofona, sebbene i loro prodotti siano

frutto di mescolanza, trasformazione e unione.

L’uomo, così come hanno fatto questi due artisti, ha sempre rinnovato e creato una tradizione.

L’origine dell’uomo

Nel 1532 Pizarro cattura l’imperatore inca e sconfigge un esercito notevolmente più grande. Perché

non è sbarcato Atahualpa in Spagna, per catturare Carlo V? “Perché voi bianchi avete così tanto

cargo?” Questa domanda fu posta da un uomo della Guinea a Diamond, autore di Armi, acciaio e

malattie, per domandargli “perché siete così potenti?”.

Un culto millenaristico polinesiano prevede che esista una fine del mondo. La Polinesia colonizzata

è sbalordita dalle navi occidentali, poiché loro usavano misere barchette. Nel loro popolo nasce

quindi la leggenda che gli antenati polinesiani sarebbero arrivati su un grande cargo sottratto ai

bianchi, così che potessero scacciare i colonizzatori. Cargo è simbolo di potere e forza.

Diamond parla degli eurasiatici, considerandoli un gruppo unico dal punto di vista territoriale ed

evolutivo. Si pone una domanda: perché proprio il mondo eurasiatico è quello potente? Perché non

è stato Atahualpa a sbarcare in Europa?

In Nuova Guinea la gente si misura con la forza e l’astuzia, quindi capacità di fuggire e sconfiggere

l’avversario. In Europa la selezione avveniva con la peste e con altre malattie.

Andando indietro nella storia, si può individuare la linea di partenza dell’umanità, localizzata circa

13000 anni fa: il Neolitico. In quel periodo tutte le società erano allo stesso punto, alla stessa linea

di partenza: l’uomo era ancora allo stato di caccia-raccolta, il sistema di approvvigionamento più

antico, ma che ancora esiste in qualche parte del mondo. L’uomo aveva quindi effettuato una

divisione dei compiti: al maschio spettava cacciare, alla donna raccogliere. L’uomo è quindi un

parassita, poiché si nutre di ciò che trova dopo una ricerca. La sopravvivenza allora dipendeva da

ciò che si riusciva a reperire, e la sopravvivenza era permessa da quei piccoli gruppi di cacciatori-

raccoglitori, basati su parentela e che si consideravano egualitari, dove tutto si condivideva.

La dieta del cacciatore-raccoglitore era molto ricca, si alternavano vitamine e proteine, meglio di

sicuro dell’agricoltore (che poi in seguito divenne anche allevatore), che però aveva una sola coltura.

Perché quindi le società stanziatesi in posti diversi hanno avuto sviluppi diversi?

La discendenza dalle scimmie, in tempi molto lunghi, ha portato a una rigida selezione a numerosi

fallimenti. Ci sono state moltissime diramazioni nelle specie umane, ma alcune sono fallite perché

inadatte, o non del tutto adatte, alla vita.

Sapiens e Neanderthal: il Sapiens era più adatto, si pensa che l’uomo di Neanderthal sia stato

sterminato dal Sapiens.

L’uomo in cammino: la storia dell’uomo è cominciata dai piedi, è tutta una storia di migrazioni e

spostamenti. Siamo partiti dalla depressione di Afar, e poi ci siamo diffusi ovunque. In media una

banda di cacciatori-raccoglitori percorre 6/7 km al giorno. Quando le risorse cominciano a

scarseggiare, poiché il tasso di prelievo è maggiore di quello di riproduzione vegetale e animale,

occorre spostarsi, il che comporta forte concorrenza con altre bande. Qualcuno quindi pende verso

nord, altri verso est, altri verso ovest. In migliaia di anni si attraversano piane, deserti, aree impervie,

finché non si raggiungono tutte le zone più abbordabili. Le isole, specialmente quelle più lontane

dalla terraferma, sono le ultime a essere colonizzate.

L’uomo, partendo da Afar, si è avviato verso il Medio Oriente. Da lì si è quindi sparso in tutto il globo,

con tempistiche e velocità diverse, anche diramandosi.

Ma il cammino pone problemi di vario tipo: ci sono ambienti, animali, piante, pericoli e climi diversi

da quelli a cui si era abituati. Gli adattamenti alle differenze ambientali comportano mutamenti di

tipo somatico e genetici: si perde il colore nero, si soffre il freddo, si soffre la mancanza dei raggi

UV, che comporta il rachitismo… Il fisico quindi si adatta: si sviluppa un naso largo e un corpo più

stretto nei climi più caldi, e un naso più stretto e un corpo più largo nei climi più freddi.

Sedentarizzazione

La Mezzaluna Fertile è conosciuta per assiri e babilonesi: quelli che arrivano lì e ci si stanziano lo

fanno grazie allo sviluppo di una nuova attività: l’agricoltura.

Sono varie le teorie (o scenari) più accreditate per la nascita dell’agricoltura, e una è quella delle

latrine. Qualcuno ha intuito che dove si defecava, dopo del tempo, nascevano piante di ciò che si

mangiava. Questo individuo ha quindi colto che forse, mettendo il frutto o i semi sotto la terra, e

concimando, si potevano avere nuove piante. Allora si poteva smettere di cercare il cibo e

cominciare a produrlo.

Il processo di selezione, non naturale ma artificiale poiché compiuto dai nostri antenati, è fatto

secondo criteri estetici e di gusto: è più probabile che una mela buona e grande dia frutti più buoni

e grandi. Questo processo porta quindi a una continua selezione e a un perpetuo miglioramento

della produzione: questo processo di selezione è detto domesticazione.

I neolitici hanno “inventato” l’OGM, ovvero hanno praticato una selezione progressiva delle specie

migliori e più gustose. Proprio nel Neolitico è stato domesticato tutto quello che mangiamo e

alleviamo oggi: dipendiamo da tutto ciò che hanno fatto i nostri antenati in quei secoli. Hanno scelto

di coltivare le piante che rendevano di più e hanno smesso di mangiare altro: la dieta del cacciatore-

raccoglitore era ben più ricca, e se oggi abbiamo problemi comuni di digestione è perché

l’agricoltore ha ridotto notevolmente la sua dieta, e il suo indice di sopportazione ad altri cibi è

sceso.

Manca quindi il bisogno di spostarsi, e si sviluppa la sedentarietà. Si investe quindi sulla costruzione,

sulla riparazione, e su ogni processo che può far aumentare l’efficienza della produzione.

Con la domesticazione si ha più quantità da mangiare di quel che serve, e quindi nasce il bisogno di

stoccare, conservare ciò che si è prodotto. Ma questa abbondanza si riflette in un aumento

demografico: dove c’è più ricchezza si può garantire il sostentamento di più persone. L’agricoltura

quindi innesta un circolo vizioso e autorigenerante che porta all’aumento demografico e a un

seguente incremento produttivo.

I campi però attirano gli erbivori, e si cominciano a costruire recinti e protezioni. Qualcuno però,

genialmente, anziché chiudere i campi con i recinti, li usa per rinchiudere e confinare gli animali.

La domesticazione è un processo che rende domestico l’individuo, ma il figlio che genera questo

non sarà domesticato e toccherà quindi domesticarlo. La capra ormai, così come cani e gatti, è

domesticata, dopo un lungo processo di convivenza con l’uomo: l’abitudine di servire l’uomo ha

portato la capra a vederlo come il suo capobranco.

La Mezzaluna Fertile aveva in natura due terzi delle specie domesticabili. Questo capitale selvatico

è stato fondamentale per lo sviluppo più veloce dell’Eurasia, che ha portato quindi alla conquista

spagnola delle Americhe.

Dei 14 animali domesticabili sul globo, 13 erano in Eurasia: al di fuori, c’era solo il lama. Quindi gli

eurasiatici avevano la fortuna di avere tutto a loro disposizione, pronto a essere sfruttato e

domesticato.

L’allevamento è quindi una conseguenza della agricoltura: ma perché l’uomo ha fallito con 134 delle

148 specie animali potenzialmente utili? Diamond parla de “la zebra e il principio di Anna Karenina”:

 Un carnivoro non è conveniente da allevare perché necessita di troppo cibo.

 Un animale longevo non è conveniente perché non è utile prima di tot anni.

 Alcuni animali non si riproducono in cattività.

 Un animale di cattivo carattere non è domesticabile e può far danni.

 Alcuni animali hanno la tendenza al panico.

L’animale deve crescere in fretta.

✓ L’animale deve essere erbivoro (o al massimo onnivoro).

✓ L’animale deve avere una struttura gerarchica in cui l’uomo può inserirsi e fare il capobranco.

Il principio di Anna Karenina quindi prevede che un animale con molte caratteristiche positive, ma

con anche solo una negativa, non è più un buon candidato da allevare.

Il potere contadino quindi prevede un’evoluzione della società:

• più cibo permette l’aumento demografico, e quindi un vantaggio numerico rispetto ad altre

società.

• più cibo significa dover escogitare un modo per stoccarlo: la creazione di magazzini implica

la sedentarizzazione.

• la sedentarizzazione comporta una maggiore organizzazione, e permette ad alcuni di uscire

dalla catena produttiva e di specializzarsi in campi diversi da quello agroalimentare (che sia

artigianale o gestionale).

• alla sedentarizzazione segue la creazione di gerarchie, affrancate dalla produzione, che

regolano i tributi e la ridistribuzione delle risorse.

• la specializzazione è il risultato quindi dell’abbondanza di risorse: non è necessario che tutti

coltivino e allevino, e quindi alcuni individui possono specializzarsi per diventare fabbri,

muratori, tessitori, e così via. Ci si divide i compiti e la complessità produttiva aumenta.

Se c’è più cibo, tutti possono nutrirsi, si vive meglio e di più, e più figli sopravvivono. La popolazione

aumenta, c’è la necessità di aumentare la produzione, a cui segue l’aumento di disponibilità di

risorse e quindi l’aumento della popolazione, e così via. L’uomo è all’interno di questa spirale da

millenni.

Lo Stato

La società comincia a crescere e serve gestirsi: come nascono le organizzazioni politiche e sociali?

Una teoria prevede che sia stata la gestione dell’acqua a unire i popoli in Stati.

Si pensi ai grandi imperi: sono legati a tre punti specifici sulla terra:

impero egizio > Egitto: racchiuso tra Nilo, Mar Rosso, Sahara e Mar Mediterraneo.

▪ regni di sumeri, assiri e babilonesi > Mesopotamia: racchiusa tra Tigri ed Eufrate, deserto e

▪ pianura alluvionale.

impero inca > Perù: racchiuso tra oceano, catena montuosa e Amazzonia.

Tutte e tre le aree erano circoscritte. Quei confini non erano facilmente varcabili: o si incontravano

natura selvaggia, o altre popolazioni. Perché i primi grandi imperi nascono in questi contesti

ambientali?

Le gerarchie nascono dove è più difficile procurarsi le cose necessarie per vivere. Al contrario, in una

foresta non si sviluppano strutture sociali/gerarchiche perché tutti possono reperire tutto: cibo,

acqua, medicinali...

A un certo punto, a forza di uscire dagli iniziali confini per espandere la terra coltivabile, trovo

ostacoli insormontabili o altre popolazioni. Dove vado? Cosa posso fare per sfamare quelli che

nascono a causa della spirale produttiva? Se mi allargo nei deserti o in zone impervie non posso

garantire la produzione.

Devo gestire l’acqua: è un bene comune, necessario, e non è sufficiente gestire ognuno il proprio

villaggio: c’è da spartirsi l’acqua. Per spostare l’acqua in un impero mi serve la burocrazia, e quindi

si sviluppa a partire da questo bisogno.

Nasce l’idea dello Stato: tutti in uno stesso territorio devono gestirsi la risorsa più preziosa in modo

efficiente. Come si può spiegare ai contadini che ho incontrato o che ho già sottomesso che

dobbiamo regolarci nella gestione idrica? Uso principi che hanno sviluppato tutti gli uomini: la

religione. Il capo dello Stato quindi deve assumere funzione divina per far capire ai sudditi che c’era

una certa cosa da fare e da accettare.

Che cosa distingue lo Stato? La forza e la violenza: lo Stato ha la forza, perché può permettersi di

pagare qualcuno per non lavorare e per introdurlo al combattimento. Quindi serve che ci sia

abbastanza produzione per prendere degli individui e addestrarli senza perdere capacità di

produzione agricola.

Lo Stato nascerebbe dalla necessità di gestire le risorse d’acqua, e nasce di conseguenza dove è più

complesso distribuirsela. Dove non c’era (e dove non c’è) tale difficoltà, lo Stato non si sviluppa.

La scrittura e le invenzioni

La scrittura è una conseguenza di questo sviluppo burocratico/gerarchico: si è sicuri che la scrittura

sia stata inventata autonomamente due volte nella storia: dai sumeri nel 3000 aC e dagli indiani del

Mesoamerica nel 600 aC. Queste due invenzioni sono sicuramente non collegate perché i due popoli

non possono essere entrati in contatto e contagiarsi.

Si potrebbe aggiungere anche gli egizi alla lista degli inventori della scrittura, poiché nel 3000 aC

scrivevano, ma può esserci stato un contagio da parte dei sumeri. Anche i cinesi cominciarono a

scrivere nel 1300 aC, ma di nuovo potrebbe esserci stato un contatto con i popoli mediorientali.

La scrittura è una delle innovazioni che nascono in seguito alla specializzazione: è figlia della

burocrazia, che deve gestire numeri, commerci, etc… Chi sa scrivere comanda, ed è per questo che

lo scriba era l’unico capace a scrivere.

Diamond intitola un capitolo con ironia: “l’invenzione, madre della necessità”.

Molte invenzioni sono nate senza che si sapesse bene come utilizzarle. La ruota fu inventata due

volte, di nuovo in Eurasia e in Mesoamerica, ma in Mesoamerica non c’erano animali che potessero

essere domesticati e utilizzati per il traino, quindi non fu mai usata come mezzo di trasporto lì.

A volte si crea la necessità dopo l’invenzione: Edison creò il disco e il suo lettore, e mai avrebbe

pensato/voluto che si usasse per la musica. Lui pensava alla divulgazione scientifica: la sua

invenzione non seguì il suo intento, ma permise lo sviluppo di un impero musicale enorme.

L’invenzione, se non incontra i vantaggi del contesto, non ha impatto.

Grandi spazi e grandi assi

L’Eurasia è quindi il territorio più avvantaggiato: ha maggior numero di piante, ha maggior numero

di animali domesticabili, ed è uno dei primi luoghi raggiunti dalla specie umana in cammino.

Ma il vantaggio più grande è dato proprio dalla forma del territorio: l’asse del continente è

orizzontale (ovest/est). Al contrario, Africa e Americhe sono sviluppate su assi verticali (nord/sud).

In Eurasia quindi il contesto climatico è più o meno sempre lo stesso: varia meno rispetto agli altri

continenti. L’uomo si sposta più facilmente perché il clima è simile; i semi che vengono portati in

giro nascono con più facilità poiché incontrano climi a cui sono abituati…

Il grande vantaggio dell’Eurasia è quindi ambientale e climatico: l’asse orizzontale quindi permette

un più facile cammino e una più rapida diffusione dell’agricoltura, quindi maggiori insediamenti e

maggiori popolazioni. Il che si traduce in molteplicità di scambi e contatti con altri gruppi umani, e

di conseguenza in un più veloce progresso.

Tutto questo forma quindi un vantaggio di tempo, a favore degli eurasiatici: questi fattori hanno

determinato quindi perché gli europei sono sbarcati in America e non viceversa.

Malattie

Uno dei vantaggi dell’Eurasia era il maggior numero di animali domesticabili. Un’altra caratteristica

ha aiutato gli europei a conquistare gli indiani d’America, e sono le malattie.

“Il dono fatale del bestiame”: gli animali portano carne, pelli, latte… ma anche malattie. I primi

allevatori hanno contratto batteri di malattie animali, che si sono diffusi poi nella popolazione. I

molti scambi in Eurasia hanno sparso le malattie, e la maggiore densità (causata dall’agricoltura) ha

permesso un contagio veloce e su larga scala. I sedentari alla lunga si sono immunizzati, e le malattie

hanno cominciato a circolare e in varie forme, più o meno letali.

Le malattie hanno prima sterminato i cacciatori-raccoglitori che avevano contatti con le popolazioni

sedentarie. I primi, vivendo in piccoli gruppi e non essendo immunizzati, erano più facili da

contagiare, e vennero infatti sterminati dalle epidemie portate dai sedentari immunizzati.

Secoli dopo, le malattie hanno contagiato anche gli indiani d’America: prima che Pizarro

conquistasse l’impero di Atahualpa, altri coloni europei avevano già contagiato e sterminato milioni

di indigeni.

Lo sbarco di Pizarro è stato molto più facile del previsto grazie al vantaggio accumulato dalle

popolazioni dell’Eurasia: grazie alla scrittura, gli spagnoli conoscevano già ciò che stavano andando

a conquistare e l’apparato burocratico degli indigeni. Gli Inca, vedendo grandi navi con uomini


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Docente: Aime Marco
Università: Genova - Unige
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher steeeegtfo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Genova - Unige o del prof Aime Marco.

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