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Antropologia culturale

Antropologia culturale, o sociale, o etnologia: è lo studio delle relazioni umane. L’antropologia sarebbe, in teoria, un’analisi più scientifica. Non si cercano più le distinzioni tra razze, ma si cerca di comprendere i rapporti tra uomini, tra uomini e oggetti, etc…

L’antropologia culturale non riguarda solo gli aspetti fisici, ma anche quelli ideali, concettuali, interpersonali. È una disciplina sociale e umanistica: c’è stato un avvicinamento tra antropologia culturale e antropologia fisica. C’è vicinanza e influenza reciproca, non c’è una totale disgiunzione. Comunque, gli aspetti relazionali sono quelli che principalmente interessano all’antropologia culturale.

Etnografia e antropologia

Etnografia non è sinonimo di antropologia culturale/sociale o etnologia: è una pratica, è la registrazione dei dati acquisiti sul campo, è la fase di annotazione e trasposizione che serve poi per lavorare, magari con una comparazione di questi dati con altri. È la descrizione di ciò che si osserva e si apprende sul campo, e si usa un metodo induttivo: dall’elemento si arriva al generale.

Antropologia culturale, antropologia sociale ed etnologia sono circa la stessa cosa: l’antropologia si è sviluppata in epoca coloniale, serviva a chi amministrava le colonie. Ci sono vari approcci:

  • Nel Regno Unito l’antropologia culturale è detta antropologia sociale, perché si occupa delle strutture politiche, economiche, parentali. È molto pragmatica.
  • Negli Stati Uniti si pone più l’attenzione sugli aspetti culturali, ed è quindi detta antropologia culturale.
  • In Francia la chiamano ethnologie, per non chiamarla all’inglese, ma sono vicini all’ottica statunitense.
  • In Italia abbiamo adottato tutte e tre le terminologie perché non c’è stato uno sviluppo come gli altri paesi.

Il concetto di cultura

Antropologia culturale: qualunque sia l’approccio, il tema centrale della ricerca è la cultura. Bisogna capire cosa vuol dire cultura: in Italia ha due accezioni.

  • Di tipo storico: Eco era un uomo di cultura, cosa significa? Eco ha studiato, letto, è capace, è superiore ad altri individui; la sua cultura è appresa dai libri, appannaggio di pochi.
  • Nelle scienze sociali: la cultura è altro, è qualcosa che tutti gli individui hanno. Cade quindi l’accezione secondo la quale la cultura è ricavata dallo studio, quindi ottenuta da pochi che possono permetterselo.

Pico della Mirandola ha un’intuizione: la cultura è qualcosa che tutti gli individui hanno. Pico interpreta la Genesi biblica in maniera originale: Dio creò tutte le cose, poi gli animali, e affida loro un destino: ogni specie ha così il proprio destino segnato.

Dio deve creare altro però alla fine, l’uomo. L’intuizione di Pico sta nel fatto che ad Adamo Dio non dà un luogo, non dà oggetti. Non siamo dotati di molto, l’uomo è quindi l’unico animale non specializzato. Tutti gli animali funzionano autonomamente, mentre gli uomini no. L’uomo è caratterizzato dall’incompletezza, ha un vantaggio/svantaggio. La non specializzazione permette di diventare più cose, l’uomo può modellarsi e vivere liberamente. L’uomo può elaborare pensieri e parole, ma ha qualcosa di più che lo distingue. Non è qualcosa che si acquisisce dai libri come nella prima accezione: la cultura è un insieme di regole e abitudini sviluppate dall’uomo per vivere. In questo senso di cultura, tutti ce l’hanno, è innata, ci fa sopravvivere.

La cultura è qualcosa che l’uomo indossa per poter abitare nel mondo. Edward Tylor, nel 1871, fornisce una buona definizione di cultura: nel significato etnologico, la cultura è un insieme che comprende conoscenze, credenze, arte, morale, legge, costume, e ogni capacità e usanza acquisita dall’uomo come appartenente a una società. È acquisita stando con gli altri, con le relazioni umane. Non si nasce con una cultura, ma la si acquisisce grazie alle relazioni umane.

L’uomo ha bisogno di molto più tempo per acquisire questa cultura, e il risultato dell’apprendimento si basa sulla comunità in cui cresce e vive. La cultura è un percorso che acquisiamo tutti, non è un di più, ma è ciò che ci distingue dagli animali e ci permette l’adattamento alla vita. Secondo Ruth, l’uomo è tenuto insieme dalla cultura.

La diffusione della cultura

All’epoca dell’Homo Sapiens, i nostri antenati sono usciti dall’Africa, e il cammino dell’uomo l’ha portato gradualmente su ogni continente. La diffusione dell’uomo sul pianeta è stata lenta e ogni stanziamento in luoghi diversi ha come risultato una cultura differente e delle diversità con altri gruppi umani. Le differenze culturali sono quindi il risultato dei diversi adattamenti ai climi e all’ambiente. La cultura, anche se diversa, ci accomuna, perché tutti possiamo capire certi concetti.

Max Weber disse che l’uomo è un animale sospeso tra ragnatele ch’egli stesso ha tessuto. L’uomo è imbrigliato nei suoi stessi pensieri e problemi. Ci sono momenti abitudinari e di rottura, come le rivoluzioni (che siano industriali, politiche, linguistiche…). Le culture non sono statiche, ma sono multiculturali e in continuo movimento. Ogni cultura è il risultato di miliardi di scambi culturali. La cultura è sempre pronta a ricevere dall’esterno: non è un prodotto finito, è un cantiere che prende di qua e di là, non è mai compiuta.

Per anni si è provato a definire l’uomo per differenze. Si avevano definizioni non complete o poi smentite da nuove scoperte.

Leroy, ne Il gesto e la parola, reputa che il rapporto cervello-utensili sia stato un processo dialettico, che ha permesso una continua miglioria dell’utensile e l’ampliamento del cervello. Lo sviluppo di un utensile permetteva un continuo incremento cerebrale: il bastone è una protesi, un allungamento, un miglioramento della capacità. Permette quindi all’uomo di aumentare e migliorare il proprio rapporto con lo spazio e con l’ambiente: il cervello si amplia perché a ogni utensile/invenzione si matura sempre un po’ di più, e la massa cerebrale cresce. E di nuovo, si escogitano nuovi utensili e invenzioni, che portano ad un ulteriore ampliamento cognitivo, etc...

L’arco è stato il più grande miglioramento della gestione dello spazio: un solo strumento permetteva di raggiungere un obbiettivo senza muoversi. L’uomo si è adattato all’ambiente in cui si è installato e sviluppato: gli adattamenti del corpo umano sono detti polimorfismi.

Il metodo in antropologia

Nella antropologia sono necessari degli approcci e vari metodi, ma non ne esistono di codificati. Secondo Evans Pritchard è quasi impossibile spiegare il metodo. L’antropologo ha a che fare con le persone, e può lavorare solo se instaura un rapporto favorevole. L’antropologo non è neutro: ci sono aspetti da cui non si può prescindere, tipo il contesto storico-politico, il sesso e la nazionalità, e conta anche il carattere.

Sono due i metodi di ricerca:

  • Quantitativo: per grandi numeri, non utile all’antropologo.
  • Qualitativo: andare in giro e chiedere alle persone per scoprire quello che si vuol sapere.

Ci sono delle dinamiche relazionali che vanno evitate: la troppa vicinanza può far male, è meglio restare distaccati o alcune informazioni potrebbero non esser veicolate. Le variabili sono troppe per poter stabilire un metodo, ma se ne possono elencare alcune.

Visione olistica, totalizzante, che caratterizza l’approccio antropologico. Qualunque sia il tema da studiare, non si possono non tenere conto dei temi che circondano l’oggetto. Occorre analizzare vari aspetti anche se devo analizzarne uno solo. Si parte dal nodo di una rete, poi si comprende tutta la struttura, per tornare poi al nodo iniziale. Nessun aspetto della società è disgiunto dagli altri: l’elemento deve essere inquadrato in un insieme più ampio, insieme ad altri elementi di contorno, che rendono il primo elemento ben chiaro.

La cultura è più lunga da riadattare della struttura: i cambiamenti, per essere accettati culturalmente, hanno bisogno di tempo. Le infrastrutture portano cambiamento, ma non è immediato. Un esempio è l’Apartheid: il mutamento socio-politico non è ancora ben assimilato dalla cultura. Un altro esempio è il concetto di normalità e diversità: chi ha studiato 30 anni fa era a contatto con persone simili a sé, che si somigliavano, e oggi non è abituato alla diversità. Oggi un bambino è già a contatto con la multicultura e quando crescerà sarà per lui normale interagire con persone apparentemente diverse da lui.

L’antropologo deve imparare a convivere con un individuo, ma se si cala troppo nella realtà di questo, rischia di fallire nel proprio intento. Occorre un certo distacco, uno sguardo da lontano, per cogliere le diversità. Si deve familiarizzare ma non abbracciare totalmente il diverso durante lo studio.

Relativismo culturale ed etnocentrismo

Relativismo culturale: quando mi trovo di fronte a un’espressione diversa da quelle a cui sono abituato ho due scelte: negare o interrogarmi. Serve partire dal presupposto che la diversità ha una logica, una motivazione. Il relativismo culturale è l’atteggiamento secondo il quale ogni espressione culturale deve essere spiegata all’interno del quadro simbolico della società che la produce.

Etnocentrismo: malattia che colpisce tutti. Si tende a definire il diverso in modo negativo. Ad esempio, “barbaro", nell’antica Grecia, indicava qualcuno che non parlava il greco; a loro però bastava che questo barbaro imparasse la lingua per considerarlo proprio pari. Altro esempio, il nome di molti popoli significa “uomini”, come se gli altri non fossero uomini. La tendenza è di pensarsi buoni e ritenere chi è diverso non buono. Ogni società costruisce il proprio straniero: come si fa a dire chi o cos’è uno straniero? Qual è il processo che mi fa definire straniero qualcuno? Occorre prima definire noi stessi per poter dire che qualcuno è straniero.

Approcci etico ed emico

Ci sono due punti di vista, o approcci: etico ed emico.

  • Etico: punto di vista dell’osservatore esterno, che spesso è altro rispetto alla comunità in cui studia.
  • Emico: punto di vista della società in oggetto, che percepisce i fatti con prospettiva interna.

Esempi:

  • Tabu del maiale per ebrei e musulmani: il punto di vista etico è quello dello studioso che ha studiato e ne parla da esterno. Se si chiede a ebrei e musulmani cosa ne pensano, ti dicono che è sbagliato mangiarli, senza spiegazioni, e il loro è il punto di vista emico.
  • “Totò è napoletano”: punto di vista etico. Dato oggettivo, condiviso da tutti. “Totò è terrone”: punto di vista emico. Dato soggettivo, non condiviso da tutti.

Origini dell’antropologia

Origini dell’antropologia: sono varie le prospettive e le correnti con cui gli studiosi hanno lavorato:

  • Evoluzionismo sociale
  • Diffusionismo e scuola americana culturale
  • Scuola sociologica francese
  • Funzionalismo (biologico)
  • Struttural-funzionalismo
  • Approccio processuale; Scuola di Manchester
  • Strutturalismo
  • Antropologia marxista
  • Materialismo culturale
  • Ecologia culturale
  • Interpretativismo
  • Postmodernismo

L’antropologia culturale, moderna o etnologia che dir si voglia, nasce a fine ‘800, in epoca vittoriana, quindi di massima espansione dell’impero britannico. Gli inglesi fanno i conti con la diversità, sono abituati a frequentare il diverso. Per finalità di curiosità o di trasmissione, si cominciavano ad analizzare ad annotare usi e costumi delle società viste e visitate. Inizialmente mancava la finalità, c’era curiosità. Si accumularono quindi una serie di informazioni, che non furono mai analizzate. Erodoto fu uno dei primi a parlare del desiderio di testimoniare e analizzare, di curiosare nella diversità, ma non si può definire un antropologo.

Molti cominciarono a interessarsi a quei dati in modo più scientifico. Non era più solo cronaca: si tentava di analizzare quei dati. Si iniziava a prendere in considerazione il fatto che l’umanità fosse fatta di tante sfaccettature.

James Frazer, ne Il ramo d’oro, raccoglie miti, riti e racconti da tutto il mondo. Compara il tutto con le più antiche culture (greca e latina) e ricerca delle somiglianze che colleghino l’umanità. Frazer, così come Morgan e Tylor, lavorava su materiale di seconda mano: la disciplina dell’antropologia nacque quindi come curiosità verso l’altro e queste documentazioni. Gli antropologi nel senso odierno del termine sono “sociologi nomadi”, che varcano i propri confini. I primi tre antropologi sono detti “da poltrona”.

Evoluzionismo sociale

La prima corrente è quella dell’evoluzionismo sociale, o civiltà culturale, inteso come evoluzione unilineare. Secondo Morgan ci sono tre gradi dell’evoluzione umana: la classificazione del genere umano è quindi fatta in base al grado di evoluzione raggiunto. Darwin, biologo, dopo le sue scoperte capì che qualcuno voleva applicare le sue scoperte sulle società umane, e non sulle specie animali e vegetali. Lo scienziato cercò di non farsi fraintendere ma non ci riuscì. Le specie animali e umane sono regolate dalle leggi della natura, ma anche dal caos, dalle relazioni e dal caso (specialmente quelle umane).

Nonostante gli studiosi abbiano tutti abolito la convenzione evoluzionistica, è quella che l’uomo standard concepisce. La teoria di Morgan era prevedibile, dal suo punto di vista: era inglese, e il suo Stato governava il mondo. Comunque va tenuto conto che anche i “selvaggi” vengano classificati come umani. C’è la presa di coscienza del fatto che l’umano, come specie, ha più stadi di evoluzione sociale. Queste differenze sono solo ritardi nella storia: col tempo un “selvaggio” sarebbe diventato “barbaro” e infine “civile”. La loro emancipazione era possibile, bastava solo tempo.

Il pregio di questa teoria è che tutti potessero entrare nello stadio della civiltà; il difetto si trova nella presunzione che tutti sarebbero diventati come noi. Questa teoria legittimava il colonialismo: si verificava il tentativo di portare la “civiltà” alle popolazioni non civili. Si parlava di fardello dell’uomo bianco, il cui compito era di civilizzare i selvaggi.

L’evoluzionismo sociale è un modello etnocentrista: misura il livello della civiltà in base alla forza militare. Ma come si può calcolare la civiltà, e in base a cosa? Alla tecnologia?

Esiste il concetto di sviluppo: il concetto evoluzionista è troppo forte e si confondono società avanzata e cultura. Se parliamo di evoluzione è difficile scollegare il tutto da Darwin; se parliamo di società in trasformazione, possiamo parlare di evoluzione, involuzione, ma non è un concetto unilaterale: esistono infatti diverse direzioni nell’evoluzionismo. Questa prima concezione evoluzionista è dura da superare ancora oggi: è stato il primo passo compiuto nell’antropologia, ed era inevitabile vista l’epoca.

Diffusionismo e scuola americana culturale

Diffusionismo: concezione nata da geografi e in ambiente tedesco. Non ha avuto successo ma questo pensiero venne adottato da molti senza che lo riconoscessero. Il diffusionismo prevede che non è che esistano barbari e selvaggi: nella storia, a seconda del periodo, ci sono punti di irradiazione di aree culturali. Per varie condizioni (posizione, contatto, economia, politica) un popolo o una cultura sono più potenti e rilevanti di altri, e possono influire su altri popoli meno forti e periferici.

È una visione più dinamica, di cui esempi possono essere l’antica Grecia e Roma: momenti in cui qualche area influenza tutti quelli che stanno intorno. Ci sono quindi aree con tratti comuni. Questa corrente si occupa di analizzare gli elementi che contribuiscono a determinare un insieme culturalmente omogeneo.

La scuola americana: origine tedesca, di ebrei in fuga. Risente dell’influenza tedesca e della sua area culturale. La scuola americana si chiama da subito culturale, c’è un focus sui tratti culturali, gli elementi che accomunano. Cosa ci fa identificare dalle culture diverse? Gli americani puntano a una forte collaborazione con la psicologia: come si forma un modello culturale? Qual è il rapporto tra individuo e trasmissione della cultura? Si effettua l’analisi dei percorsi che portano alla formazione, alla cultura; così facendo si possono capire le sfaccettature delle altre società.

Scuola sociologica francese

La scuola sociologica francese: la cultura precede la società, determinata da una coscienza collettiva, superiore a quella del singolo. Durkheim si preoccupa molto della cultura; elabora dei modelli, della solidarietà:

  • Solidarietà meccanica: discendenza, legame non scelto, tradizione, incapacità di cambiare
  • Solidarietà organica: principio di scelta

L’affinamento della scuola francese avviene con Mauss e i fatti sociali totali da lui elaborati, ovvero eventi o aspetti di una società attraverso i quali si possono leggere altri aspetti di quella società. Gli aspetti più evidenti sono in relazione con altri aspetti meno rilevanti. Alcuni aspetti in qualche modo vanno a toccare...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher steeeegtfo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Genova o del prof Aime Marco.
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