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Introduzione

Per cultura si intende la conoscenza che ogni popolazione ha, sia nella pratica che nella teoria; l'antropologia culturale è, invece, quella branca dell'antropologia che insegna a pensare criticamente la propria società, ponendola in un quadro più generale di legami con altre società. La transnazionalità prevede l'uscita dai propri confini, degli spostamenti dal proprio territorio (deterritorizzazione, ovvero spostamento dallo spazio, migrazione); questo significa anche spostarsi con il proprio bagaglio culturale in un altro luogo, lasciando come sedimento il vissuto di una persona, che può comunque modificarsi. Ovviamente questa modificazione è sempre stata presente, solo che i problemi odierni sono ben differenti da quelli del passato, elemento fondamentale per il concetto di flessibilità della cultura, ricordando sempre di non poter modificare sé stessi per essere qualcun altro. La soluzione di un conflitto risiede, in ogni modo, nel dialogo.

Studio antropologico

Lo studio antropologico si basa sullo studio della diversità da un punto di vista culturale; questi studi hanno avuto inizio nell'800, e in seguito nacquero diverse branche specialistiche, anche perché per molto tempo l'antropologia è stata accusata di tuttologia. Il dibattito vero e proprio risale ai primi decenni del '900, quando lo studio avveniva su campo in relazione a piccoli gruppi umani, dal quale in seguito nascevano delle enciclopedie; lo scopo di questa tecnica di studio era dimostrare l'umanità e lo sviluppo di altre culture.

Il periodo di studio delle monografie fu molto interessante, ma cambiò a favore di quello delle équipe; il primo studio di questo genere in Italia avvenne in Puglia da Di Martino, che aveva studiato la Taranta come se fosse stata un vero e proprio rito. Con il cambio del metodo di studio applicato alle popolazioni si perse anche un po' il mito dell'antropologo solitario e coraggioso, che spesso si vantavano di essere gli unici europei sparsi per il mondo (falsità); essenzialmente il cambio fu dovuto alla volontà di rendere l'antropologia più scientifica. Ovviamente, nel quadro della comunicazione, fondamentale fu l'introduzione dei media, inserendo la tecnologia nella vita quotidiana.

Gestualità e comunicazione

La gestualità, in ugual modo, è molto importante nella comunicazione, e risulta essere, per lo più, non intenzionale; questi gesti vengono appresi inconsapevolmente durante l'apprendimento, ma rimangono ai confini dell'involontario. Koj BirkelSmith disse: "Noi dobbiamo vedere la nostra cultura non come la sola cultura che esiste al mondo, ma come una di tante, una parte di quella totalità che è il mondo. Questo è il compito dell'etnologia o antropologia culturale".

Etnologia

L'etnologia prende in considerazione le etnie presenti nel mondi ponendole anche in contrapposizione; è anche una scienza che sta scomparendo poiché sta confluendo nell'antropologia, che invece si basa sulla comparazione. Antropologia, Etnologia ed Etnografia (una società) costituiscono un unico trittico, di cui l'antropologia risulta essere il livello più generale. L'antropologia nasce nel XIX secolo, dunque contemporaneamente al colonialismo, alle grandi ricerche scientifiche e ai grandi viaggi geografici; veniva usata come strumento per comprendere le altre culture, spesso in realtà per soggiogare quelle ritenute inferiori, ma molte volte accadeva che gli antropologi diventassero loro difensori.

Colonialismo

In questo contesto possono essere inserite le figure dei missionari, di cui esistevano due tipi, ovvero quelli rispettosi delle altre culture e quelli religiosi, che avevano quindi il compito di trasmettere la parola di Cristo; nascevano quindi i primi conflitti, pur essendo esistito fin dall'antichità quello della contrapposizione tra "noi" e "voi". I colonialisti si sono trovati, quindi, a combattere contro coloro che avevano mandato a studiare le altre popolazioni; bisogna ricordare che nell'antichità il differente veniva visto da un punto di vista occidentale, ovvero come mostruoso, aggiungendo spesso ulteriori elementi, inventati, per supportare questa definizione, questo perché il differente è pauroso, e ampliare la loro mostruosità rende più semplice giustificare il loro addomesticamento.

Contrapposizione "noi/voi"

La contrapposizione del "noi"/"voi" è una dichiarazione di appartenenza a un gruppo (elemento universale); un individuo fa parte di più gruppi poiché la categoria del "noi" è molto flessibile, partendo dal concetto che la stessa identità lo sia, ma con un nucleo stabile. William Graham Sumner (1906) diceva che l'etnocentrismo è il termine con il quale si designa la convinzione per la quale il proprio gruppo è al centro di ogni cosa, e tutti gli altri sono classificati e valutati in rapporto a esso.

Etnocentrismo

È quindi un atteggiamento valutativo, in merito sia alle azioni che ai giudizi, secondo il quale i criteri, i principi, i valori, le norme della cultura, di un determinato gruppo sociale, etnicamente connotato, sono considerati dai suoi membri come qualitativamente più appropriati e umanamente autentici rispetto ai costumi di altri gruppi. L'etnocentrismo è una pratica comune a tutte le culture, creando problemi di base critici e comportando una mediazione necessaria su argomenti che possano essere accettati da entrambe le culture; risulta essere diverso dal razzismo, poiché questo si basa su considerazioni di tipo biologico, che oggi sta prendendo più la forma del razzismo culturale.

Identità e alterità

Tutti i gruppi umani tendono a considerarsi e a definirsi come "noi uomini" (o veri uomini) in contrapposizione con gli altri che sono passibili di non umanità; infatti, spesso, gli etnomini hanno proprio questo significato, come gli Inuit nell'Artico, i Thai in Thailandia, o i Khoi ei San in Africa Australe. Il rapporto con l'alterità culturale ha avuto inizio con i viaggiatori, con i missionari, con gli amministratori coloniali che interpretavano lo sconosciuto nei termini del conosciuto (ovvero il comportamento degli altri in relazione al proprio comportamento); l'antropologia mira più che altro alla descrizione, nel senso più ampio possibile, di che cosa significhi essere umani.

L'etnocentrismo

L'etnocentrismo è sempre attivo e declina una posizione di dominio verso l'alterità, si basa sull’esperienza personale e sulla valutazione personale. Il problema de “l’altro” si accentua specialmente quando questa alterità è presente anche nell’aspetto fisico (come le persone di colore o asiatiche); in questo senso la percezione è fondamentale, essendo legata alla nostra attività cerebrale, dipendente dalla cultura personale e dal lato emotivo che suscita l’altro (le emozioni possono variare a seconda della cultura della persona, non in qualità di sentito ma in quanto classificazione o sul piano del ruolo sociale).

Senso di appartenenza

Il senso di appartenenza è un sentimento presente in ogni persona come concetto di identità, concetto che tra l’altro viene molto sfruttato da un punto di vista del lessico, ma che in antropologia viene ricollegato alla cultura, come, del resto, anche i concetti di territorio e lingua. Quando una persona emigra, infatti, porta con sé un bagaglio culturale, che si modifica nell’atto dell’emigrazione, pur non perdendolo; in questo senso l’etnocentrismo è molto forte. L’etnocentrismo si presenta come un modo di classificare e quindi di organizzare e ordinare concettualmente l’universo dei gruppi umani, non attraverso una distribuzione di caratteristiche diverse, e tuttavia ugualmente umane tra le varie categorie, bensì attraverso una concentrazione delle caratteristiche propriamente umane nella categoria di “centro” e un’attribuzione di caratteri meno umani, se non addirittura disumani (come si nota in alcuni etnonimi).

Valutazione di umanità

Nel suo significato più pregnante l’etnocentrismo si presenta come valutazione di umanità, o come un’auto-attribuzione, una rivendicazione di umanità; le caratteristiche specifiche a cui fa riferimento sono riconducibili ai costumi che rendevano il gruppo di appartenenza relativamente omogeneo e che sono, allo stesso tempo, condizioni e prodotti delle interazioni in cui esso si realizza. L’appartenenza, quindi, è fondamentale poiché l’uomo si identifica nel gruppo in cui vive, da cui proviene; ma gruppi sociali diversi hanno regole diverse: l’habitus diventa proprio della persona e mostra l’appartenenza a un gruppo, la prima cosa è la lingua.

Antropologia e diversità

L’antropologia è quindi utile perché la conoscenza della diversità è la base della contrapposizione all’etnocentrismo, dal momento che “l’altro” è fonte di confronto e possibilità di arricchimento; la conoscenza antropologica serve a far comprendere che le proprie abitudini non sono quelle fondamentali o le uniche accettabile ma permette anche di criticare la propria cultura attraverso il confronto con gli altri. Bisogna anche dire che la diversità, specialmente quella linguistica, è legata alla praticità, come gli Inuit che hanno differenti modi di chiamare la neve poiché è loro necessario a orientarsi in un mare bianco.

Antropologia culturale

L’Antropologia culturale è l’esplorazione della differenza umana nello spazio più che nel tempo; è lo studio della cultura e della società, spiegando differenze e somiglianze. Lo spazio risulta più rilevante del tempo perché, pur essendo la storia fondamentale, in questo caso sono di rilievo le differenze nel territorio e i loro cambiamenti.

Studi antropologici

Nei primi studi antropologici, dopo che l’antropologo era vissuto a stretto contatto con il gruppo sul quale avveniva la ricerca, una volta tornato in patria scriveva una relazione in merito alla propria esperienza; importante era il momento di distacco dalla società con la quale si era convissuti poiché il distacco meglio permette il pensiero autonomo, e quindi maggiore precisione nella valutazione dell’altro. Altrettanto importante è il momento della valutazione, rivalutata in seguito alla nascita dell’Antropologia Interpretativa; i momenti fondamentali di questo metodo di studio erano la descrizione, l’analisi, l’interpretazione e la comparazione.

Metodi di approccio

L’Antropologia consta due metodi differenti di approccio, quali quello etnografico, basato su incontri diretti e lavoro su campo (fieldwork), e quello antropologico, basato su comparazioni transnazionali. Gli antropologi cercano di descrivere le attività umane perché si riconosca che le vite umane sono complicati intrecci di relazioni tra i diversi ambiti della conoscenza, ossia delle traduzioni di credenze e pratiche nella vita quotidiana o straordinaria, delle credenze e così via.

L’uomo e il livello sociale

La condizione umana non è pensabile se non in termini di organizzazione sociale, è impossibile pensare l’uomo singolo e solo: l’antropologia pensa l’uomo solo al plurale (ogni pensiero dell’uomo è sociale). I primi studi realizzati su uomini tribali dimostravano una differenziazione a livello organizzativo, ma è sempre stata presente la necessità di far parte di un gruppo sociale, di vivere insieme ad altre persone.

Studio delle società

Quindi, l’Antropologia studia gli uomini nei contesti delle società, le realizzazioni tra i vari strati sociali; un insieme di conoscenze che possono essere spiegate anche da un singolo, quale l’antropologo, che interpreta ciò che vede attraverso le proprie categorie sociali, andando comunque a influenzare il giudizio in merito alle società studiate, poiché diverse dalla propria. È ovviamente semplice condurre un tipo di studio che si basi sulle differenze delle società, come per esempio con l’Oriente; durante il periodo dei domini si è notato che, comunque, una società, come poteva essere quella orientale, cercava di non essere dominata da un’altra società, ma tendeva comunque ad assimilare le caratteristiche dell’altra attraverso una selezione, elementi che comunque non mettevano in pericolo il loro retaggio culturale.

Sincretismo e sopravvivenza

Essenzialmente, la sopravvivenza richiede al più debole di modificarsi. Esempio più recente è il comportamento di un gruppo di emigranti che pur modificando il luogo in cui vivere rimane molto attaccato al proprio retaggio, pur modificando alcune caratteristiche e assumendo quelle della società ospitante; avviene quindi un sincretismo, ovvero l’unione di due credenze che ne crea una terza. Le lingue pidgin, per esempio, nascono dalla sincrasi di due lingue, creandone una nuova, a scopo comunicativo, spesso per motivazioni commerciali.

Cambiamento delle culture

A livello antropologico, al giorno d’oggi, l’oggetto di studio è rappresentato dal cambiamento delle culture e dai modi che queste hanno per preservare le proprie caratteristiche; i livelli dello studio antropologico sono due, ovvero quello particolare, del dettaglio e delle specificità culturali, e quello universale, gli elementi che accomunano tutti gli esseri umani dovunque essi vivano. Esempio del primo livello potrebbe essere una città, mentre del secondo una società, che in seguito può anche essere messa a confronto con altre.

Evoluzione dell'antropologia

Se l’antropologia ha, all’inizio, e a lungo, fissato lo sguardo sulle società più distanti geograficamente dal ricercatore, con l’idea che “lo sguardo da lontano” (Lévi-Strauss) fosse una delle condizioni dell’oggettività, questa decisione non costituisce più il tratto principale della disciplina che, da molti decenni, ha puntato il suo interesse sui soggetti vicini indagati con quello che è chiamato uno “sguardo ravvicinato” o antropologia della contemporaneità (che punta sulle differenze).

Concetto di cultura

Il concetto di cultura si è oggi modificato fino a essere inteso come qualcosa di non completamente condiviso, ovvero come la differenza tra chi sa e chi non sa usare il computer (ovvero un gap generazionale, oggi molto importanti), che è una differenza specialmente a livello comunicativo. Il punto di vista rappresenta le idee e i comportamenti espressi dagli esseri umani in tempi e luoghi distanti tra loro.

Riflessioni antropologiche

L’antropologia è quindi l’insieme delle riflessioni che sono state condotte intorno a tale comportamenti e idee; si fonda sulle molteplicità delle differenze elaborate dagli uomini per dare senso alla vita del mondo. Importanti risulta quindi essere l’autarchia e la consapevolezza dei propri limiti.

Evoluzionismo e antropologia

Alla fine dell’800 gli evoluzionisti cercarono di trovare un percorso che fosse stato simile per tutti gli uomini, trovando una somiglianza comune in quanto tutti esseri umani. Insomma, si capisce che lo sguardo antropologico insegna a dubitare di ciò che si ritiene indubitabile, indica che la potenzialità umana fornisce modi alternativi per organizzare la vita e di esperienze di mondo. Le letture antropologiche educano a mettere in dubbio i principi invalsi e ci rendono disponibili al cambiamento.

Ricerca sul campo

Si fa ricerca sul campo per scoprire come altri popoli producono il loro mondo e per riflettere su come lo produciamo noi. Infatti, chi va su campo non studia solamente quello che vede, ma, inevitabilmente, studia anche i propri metodo; la società risponde alle domande che tutti si pongono, e, per aprire dei dialoghi tra più culture, si cercano punti in comune.

Kluckhohn e Herzfeld

Kluckhohn disse, nel 1964, che “un aspetto fondamentale dell’antropologia era l’esperienza, che è interpretata da ogni persona nei termini del proprio sistema di riferimento, dalle norme sociali del proprio gruppo e tutti questi fattori influenzano la percezione e le valutazioni, cosicché non esiste una sola scala di valori da applicare a tutte le società”. Herzfeld disse nel 2003 che “conoscere una cultura “altra” significa conoscere anche la propria, perché lo sforzo di sradicare i presupposti dalle norme sociali e morali implica un’alienazione, nel senso critico, da tutto ciò che si dà per scontato nella vita; non sempre per metterlo sotto tiro, ma per riconoscere la sua relatività culturale e storica”.

Riflessioni di Kluckhon

Kluckhon appoggiava questa tesi, infatti sosteneva che “lo studio dei cosiddetti primitivi ci aiuta a conoscere meglio noi stessi; noi non siamo generalmente consapevoli della lente tutta speciale attraverso la quale vediamo la vita. Lo specialista di scienze umane deve saperne tanto sull’occhio che guarda quanto sull’oggetto guardato. L’antropologia pone davanti all’uomo uno specchio immenso nel quale egli può guardare nella sua infinita diversità”.

Alterità

L’introduzione di questi due della diversità intesa solo in ambito culturale e non esistenziale era sicuramente un elemento innovativo. Quando si parla di alterità non si parla di un’essenza, una qualità intrinseca che certe culture, o popolazioni, portano, infatti deve essere considerata come una categoria inventata, una nozione relativa e congiunturale: si è “altro” solo agli occhi di qualcuno. La categoria dell’”altro” non ha anche a che fare con una definizione sostanziale, ma è sempre inserita in una relazione, generalmente di dominazione-subordinazione. Il senso di appartenenza si mostra proprio nell’incontro con qualcuno di diverso.

Visioni antropologiche e Margaret Mead

Margaret Mead

Margaret Mead, allieva di Franz Boas, segna dei grandi cambiamenti: è la prima antropologa donna che fa ricerca sul campo ed è la prima volta che si esce dagli Stati Uniti, perché questo paese aveva la diversità "a casa" perché c'erano gli indiani d'America su cui sono stati fatti i primi studi.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Muriko95 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Combi Mariella.
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