L'antropologia evoluzionistica e la riflessione sulle religioni e le società
Nell’autunno del 1799 venne fondata a Parigi la Società degli Osservatori dell’Uomo, su iniziativa di Louis-François Jauffret con l’intento di elaborare uno studio dell’uomo che si configurasse tanto come sapere empirico quanto come disciplina teorica. Tuttavia, occorre precisare che le prime forme di studio dell’uomo risalgono alla Grecia antica di Erodoto, il quale descriveva nel saggio Storie i costumi, le tradizioni, le religioni, le abitudini di moltissimi popoli dell’antichità, con cui in parte era venuto direttamente in contatto.
Con l’avvento degli ideali illuministi e positivisti, lo studio dell’uomo si affermò didatticamente grazie all’opera di filosofi quali Voltaire e Rousseau; quest’ultimo, in particolare, invitò i suoi colleghi pensatori a viaggiare prima di avventurarsi in speculazioni attorno la figura umana.
La pubblicazione dell’opera Costumi dei selvaggi americani aveva già decretato nel 1724 la nascita di una nuova disciplina quale l’etnologia che aveva come oggetto di studio l’origine e la diffusione dei popoli. In quest’opera, l’adozione di un metodo comparativo permise di stabilire che in tutti i popoli fosse presente l’idea di un essere superiore, decretando lo sviluppo del tema della religione, ampiamente affrontato dai successivi antropologi.
L'avvento della teoria evoluzionista
Sul finire del 1850 Charles Darwin, sulla base degli studi condotti relativi all’uomo e alla sua origine, elaborò una teoria evoluzionista che andò a contrapporsi alla teoria creazionista, secondo cui l’Universo ha un’origine divina da cui deriva la fissità delle specie viventi. Darwin sostenne, al contrario, che la storia naturale fosse in continua evoluzione secondo un processo di selezione naturale. Si decretò, così, l’avvento dell’antropologia evoluzionista.
L’antropologia evoluzionista indagava le motivazioni secondo cui i popoli che, nonostante vivessero in diverse parti del globo, presentavano credenze e pratiche simili. Gli antropologi evoluzionisti fondarono la loro teoria sulla convinzione che la storia dell'uomo si muovesse sulla linea di un progresso costante.
La storia della società umana
La storia della società umana era vista come il prodotto di una sequenza necessaria di stadi di sviluppo sempre più complessi, culminante nella società industriale di metà Ottocento. Le società contemporanee più semplici non avevano ancora raggiunto gli stadi culturali più elevati del progresso e potevano essere ritenute simili alle società più antiche. In questo quadro si cercava di dare spiegazione a comportamenti e usanze ritenuti altrimenti insensate: essi sarebbero sopravvivenze di precedenti stadi culturali.
In questo paradigma teorico, i popoli selvaggi sparsi sui vari continenti possono illustrare le condizioni di vita degli uomini preistorici, antenati della nostra civiltà. Le società non europee venivano viste come dei fossili viventi di stadi di evoluzione sorpassati dalla civiltà occidentale e che potevano essere studiati per gettare luce sul passato di quest'ultima.
Quest'approccio teorico implicava una contrapposizione alle teorie razziste che sostenevano vi fossero differenze razziali e biologiche tra i vari popoli. Per gli antropologi evoluzionisti la specie umana è unica e non vi sono differenze biologiche tra i vari gruppi per quanto riguarda le abilità mentali. Per questo è possibile per ogni gruppo sociale percorrere le tappe che lo avrebbero fatto progredire.
Il metodo comparativo
Alla base dell’antropologia evoluzionista vi era il principio secondo cui i criteri applicabili all’interpretazione di eventi biologici fossero allo stesso modo applicabili all’interpretazione di eventi socio-culturali. L’interpretazione di eventi socio-culturali avveniva con ordine attraverso la scomposizione dei tratti comuni di uno o più società – ovvero utilizzando il metodo comparativo che, analizzando le diverse culture sviluppatesi nel tempo e nello spazio, ne trae somiglianze ed elementi costanti invariabili al fine di costruire un sistema di classificazione generale dei fenomeni culturali.
Il sociologo e filosofo sociale inglese Herbert Spencer formulò una legge generale del mutamento evolutivo secondo la quale tutti i fenomeni manifesterebbero una tendenza a passare da uno stato di omogeneità incoerente a uno stato di eterogeneità coerente, cioè una tendenza all'incremento della differenziazione. In breve, Spencer sostenne che il mutamento di un’idea o di una cosa avvenisse secondo un processo che va dal semplice al complesso, dall’indifferenziato al differenziato, seguendo un criterio logico e non temporale.
Antropologia evoluzionista nell'età vittoriana
Edward B. Tylor (1832-1917)
La Gran Bretagna della regina Vittoria può essere considerata dell’antropologia moderna. Durante gli anni del suo Regno (1837-1901), la Gran Bretagna visse un periodo di notevole progresso economico, politico e socio-culturale. L’antropologia che si sviluppò nella Gran Bretagna vittoriana fu una scienza ottimista, definita anche scienza del riformatore, in quanto l’antropologia poteva fornire un contributo utile a un’umanità bisognosa di riforme socio-culturali.
L’opera di Tylor Cultura primitiva, pubblicata nel 1871, è uno studio dedicato allo sviluppo delle idee religiose dallo stadio primitivo allo stadio moderno. Nell’opera vi è la prima definizione antropologica di cultura, che Tylor fa coincidere con il concetto di civiltà, quale insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l’arte, la morale e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro di una società.
Secondo Tylor la cultura la si ritrova ovunque, così anche come gli elementi che ne determinano l’insieme complesso; la cultura, in particolare, non è connaturata bensì è acquisita dall’uomo in quanto membro di una società. Tylor spostò, così, l’uso del termine cultura da un contesto individuale ad uno collettivo, dal singolo uomo all’intera umanità. Il concetto di cultura è alla base dell’antropologia evoluzionista in quanto insieme complesso, ovvero somma di più elementi. Tylor non si pose il problema di come questi interagissero tra loro bensì ritenne che gli insiemi fossero scomponibili nei loro elementi.
La scomponibilità delle culture nei loro elementi costitutivi consentiva di estrarre dalle varie culture quell’elemento che, presente in tutte le culture prese in esame, consentiva di determinare la sequenza dello sviluppo dell’elemento prescelto. Tylor riteneva che vi fossero popoli superiori e popoli inferiori, nel senso che la storia del genere umano poteva essere rappresentata attraverso una linea ascendente la quale, da forme organizzazione sociale semplice conduceva a forme di vita associate complesse.
In Anthropology, opera del 1881, Tylor sostenne che i popoli selvaggi sparsi nei vari continenti fossero i rappresentati degli stadi precedenti della storia umana e che, come tali potevano ben illustrare le condizioni di vita degli uomini preistorici. Tra i temi di riflessione dei primi antropologi vi furono la religione e la parentela. Parlando di religione, Tylor adottò il termine animismo, ovvero la credenza nelle anime e negli esseri spirituali. Tylor dimostrò che l’origine dell’animismo fosse correlata all’esperienza del sogno da cui i nostri progenitori avevano tratto la convinzione che i fenomeni di sdoppiamento della personalità e delle apparizioni erano dovute all’esistenza di un doppio.
Questo doppio, o anima, poteva condurre in esistenza indipendente dal corpo sia durante la vita che dopo la morte. Per Tylor l’animismo costituiva nella sua forma originaria una presenza ininterrotta dalla filosofia del selvaggio alla filosofia del moderno professore di teologia. Con l’accumularsi delle conoscenze questa credenza, all’inizio estesa a tutti gli esseri viventi, andò restringendosi sino a riguardare esclusivamente il cristiano civilizzato, possessore di una singola anima.
Altro importante concetto dell’antropologia evoluzionista fu quello di sopravvivenza, che secondo Tylor coincideva con una credenza, un’idea, il cui significato originario era perito da secoli, ma che continuava a sopravvivere in quanto esistita in precedenza. Secondo gli evoluzionisti, l’antropologia era un viaggio, soprattutto intellettuale attraverso le culture. Il loro scopo era quello di tracciare tendenze, stadi, sequenze di sviluppo delle istituzioni e delle idee che avevano distinto la storia della cultura.
Caratteristica primaria dell’antropologia evoluzionista fu l’adozione del metodo comparativo. L’evoluzione culturale immaginata dagli antropologi non prevedeva tutti i popoli della Terra, poiché lo sviluppo culturale si fondava sul principio delle possibilità divergenti.
James G. Frazer (1854-1941)
La discussione sull’evoluzione della cultura si rivolse alla tematiche della religione, del rito e della magia primitiva. L’idea di un progressivo sviluppo della razionalità umana stimolò Frazer a collegare il pensiero magico con quello religioso e quest’ultimo a quello razionale. Nel 1890 pubblicò la prima versione dell’opera Il Ramo d’oro – Studio sulla magia e la religione, in cui sosteneva che la pratica della magia, intesa come controllo sulla natura, corrispondeva a una fase di sviluppo dell’intelletto umano caratterizzata dalla confusione e dall’ignoranza.
Nel momento in cui alcuni uomini tentarono di accattivarsi il favore delle forze della natura nasceva la religione; il sacerdote assunse, in questo momento, il compito di intermediare tra l’uomo e l’entità superiore. Quando gli uomini si accorsero che nulla gli dei potevano nella risoluzione dei problemi umani, si sviluppò il pensiero razionale. Frazer riconosce, inoltre, la differenza tra racconto e mito e tra rito e mito. Il mito intendeva assumere una connotazione sacra, mentre il racconto intendeva apparire plausibile. Il rito e il mito partecipavano alla stessa dimensione simbolica.
Nell’opera Il Ramo d’oro – Studio sulla magia e la religione Frazer sostiene che il concetto di magia si basi su due leggi fondamentali:
- Legge di similarità: il mago deduce di poter raggiungere l’effetto desiderato semplicemente imitando, partendo dal presupposto che il simile genera il simile, ovvero che l’effetto somigli alla causa. In questo caso si parla di magia imitativa o magia omeopatica;
- Legge di contatto o di contagio: il mago sostiene che qualsiasi azione compiuta su un oggetto influenzerà allo stesso modo la persona con cui l’oggetto è stato in contatto, partendo dal presupposto che le cose che sono venute in contatto anche solo una volta continueranno a influenzarsi a distanza, anche quando il contatto fisico sarà interrotto. In questo caso si parla di magia contagiosa.
Il mago ritiene che le leggi di similarità e contatto possano applicarsi universalmente:
- Se si considera la magia come un sistema di leggi naturali, ovvero che determinano la sequenza degli eventi in tutto il mondo, si parla di magia teorica;
- Se si considera la magia come un insieme di precetti che gli esseri umani osservano per raggiungere gli scopi, si parla di magia pratica.
Nella sua opera Frazer intendeva la storia come una successione di fasi, dominate da credenze che richiamano l’oscuro mondo dell’intelletto primitivo, arcaico e selvaggio.
«La ragione nascosta»: Durkheim, Mauss e Lévi-Strauss
Antropologia francese – Émilie Durkheim (1858-1917)
In Francia lo studio delle società primitive si sviluppò XIX secolo, in rapporto di dipendenza dalla sociologia, derivata dalla filosofia positiva di Auguste Comte. Comte aveva focalizzato la sua riflessione sul tema della normatività sociale, ossia dell’equilibrio e dell’ordine sociale come frutto dell’applicazione di un sapere positivo che fosse strumento di gestione della società. Tuttavia il pensiero positivo di Comte si rivelò inefficace nel comprendere i fenomeni sociali della Francia ottocentesca. Intervenne in tal proposito Émilie Durkheim che fu alla guida della scuola sociologica.
Allontanandosi da Comte, per il quale i sentimenti comuni erano attivi solo all’interno di una società dominata dal pensiero positivo, Durkheim individuò il principale di questi sentimenti, la coscienza collettiva, che egli definì come l’insieme delle credenze e dei sentimenti comuni alla media dei membri di una stessa società. Il concetto di coscienza collettiva era applicabile a tutte le società, in quanto ogni società ne possedeva una; ciò rendeva le società comparabili. La stessa sociologia era, secondo Durkheim, un sapere comparativo e, dunque, equivalente.
Nel 1897 pubblicò Il suicidio: studio sociologico. Secondo Durkheim nel fenomeno del suicidio sono presenti costanti che si basano sullo sviluppo della società; i suicidi aumentano in periodi di profonde trasformazioni sociali ed economiche. Sono il risultato di delusioni inerenti ad attese non pervenute. Durkheim individua tre forme di suicidio:
- Il suicidio egoistico si verifica a causa di una carenza di integrazione sociale. Durkheim aveva analizzato le categorie di persone che si suicidano, e aveva notato che in presenza di legami sociali forti il tasso di suicidio è notevolmente ridotto, se non assente. Secondo Durkheim dunque, il suicidio di tipo egoistico è causato dalla solitudine con la quale l'individuo non integrato si trova a dover affrontare i problemi quotidiani.
- Il suicidio altruistico si ha quando la persona è troppo inserita nel tessuto sociale, al punto da suicidarsi per soddisfare l'imperativo sociale.
- Il suicidio anomico, tipico delle società moderne, sembra collegare il tasso dei suicidi con il ciclo economico: il numero dei suicidi aumenta nei periodi di sovrabbondanza come in quelli di depressione economica.
Nell’opera La divisione del lavoro sociale del 1893, Durkheim individuò due tipi di solidarietà vigenti tra i membri di una società a seconda del grado di intensità con cui la coscienza collettiva si manifesta. Così, dove la vita sociale occupa ogni spazio della vita del singolo determinandone le scelte e i sentimenti, la coscienza collettiva riflette l’esistenza di una solidarietà meccanica che lega loro i singoli individui; mentre nelle società dove prevale la tendenza del singolo individuo a differenziarsi dal gruppo, e, dunque, dove la coscienza collettiva occupa spazi ristretti, domina una solidarietà organica.
Nell’opera Le forme elementari della vita religiosa del 1912, Durkheim tentò di elaborare una teoria generale della religione e della società attraverso l’individuazione di quegli elementi che entrano a far parte di tutti i sistemi religiosi e sociali. Per Durkheim il fenomeno religioso costituiva un fatto sociologicamente universale. Le religioni erano comparabili tra loro in quanto alla base di tutti i sistemi di fede e di tutti i culti deve esserci necessariamente un certo numero di rappresentazioni fondamentali che rivestono ovunque lo stesso significato oggettivo e le stesse funzioni.
La religione allo stato originario era presente nelle società più semplici. Durkheim considerava il toteismo come il sistema religioso più semplice in cui agivano rappresentazioni che erano le proiezioni del gruppo sociale sul piano ideale. L’unità del gruppo e la solidarietà tra i suoi membri spingevano gli individui a idealizzare la propria unione, che si trova, così rappresentata in un simbolo – totem – e nel culto a questo attribuito. Secondo Durkheim gli esseri umani adoravano e rispettavano la società attraverso il culto dei totem. La religione andava, così, a costituire un fenomeno unitario attraverso cui la società si imponeva con le sue regole sugli individui. Ciò che era venerato attraverso il rito era, così, la società.
L’opera Le forme elementari della vita religiosa segnò un momento decisivo della riflessione etno-sociologica in quanto fenomeni come la religione, le istituzioni e le norme furono considerate fatti sociali, ovvero l’insieme di azioni e di rappresentazioni identificabili sulla base del potere che essi avevano di esercitare una costrizione sugli individui; questi avevano una vita autonoma ed è ciò che determinava dall’esterno il comportamento di una società.
L'etno-sociologia francese – Marcel Mauss (1872-1950)
Marcel Mauss fu l’ultimo grande allievo, nonché nipote, di Durkheim; egli fu promotore della ricerca etnografica e a lui si deve la riflessione sociologica francese sulle società primitive. Il lavoro di Mauss spazió dallo studio della magia e della religione allo studio dell’idea di persona; dai lavori sulle forme di classificazione della realtà sociale e naturale a quelli sulla moneta. L’opera Su qualche forma primitiva di classificazione si proponeva di mostrare come la classificazione dell’universo naturale non dovesse essere considerata come l’effetto di un’attitudine spontanea della mente umana. Gli esseri umani non raggruppano istintivamente in categoria oggetti ed esseri umani che fanno parte della loro esperienza bensì raggruppano avendo in mente la ripartizione degli esseri umani in gruppi sociali.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Appunti di Antropologia culturale
-
Appunti di Antropologia culturale
-
Appunti di Antropologia culturale
-
Antropologia culturale - Appunti