Associazione mentale
Il fenomeno dell'associazione mentale è conosciuto fin dai tempi dell'antichità. Il metodo delle libere associazioni è stato elaborato solo a partire dalla fine del XIX secolo, principalmente da Freud. Consiste nell'esistenza di un legame tra una percezione e un ricordo, il quale ricordo conquista la coscienza perché collegato a quella percezione e perché veicola un affetto. Le associazioni mentali appartengono al discorso spontaneo e cosciente e il loro primo costituirsi è dovuto alla loro connessione con ciò che chiamiamo "memoria".
2500 anni fa, Aristotele teorizzava che le associazioni si istituiscono per somiglianza, per contrasto, per contiguità (nel tempo o nello spazio). Nel 1751, Hume scriveva "è evidente che esiste un principio di connessione tra i differenti pensieri della mente e che essi si introducono reciprocamente con un certo grado di metodicità e regolarità" inoltre "noteremo che nelle nostre fantasticherie più sfrenate e deliranti, e persino nei nostri sogni, l'immaginazione non s'è avventurata del tutto a caso e che si è conservata pur sempre una connessione tra le varie idee che si susseguivano l'una l'altra".
Richiesta di consultazione
Poiché le libere associazioni permettono di liberare qualcosa che ha a che fare con la memoria e l'affetto, è un po' come se permettessero di ricreare delle innervazioni. Nella clinica abbiamo avuto modo di sperimentare e di riconoscere che si creano delle connessioni. Quello che accade in un lavoro di cura dal punto di vista psicoanalitico è proprio cercare di prendere quel filo che si era interrotto, andare a ricostruire delle connessioni. Possiamo pensare a traumi che creano buchi nella memoria, che rendono in disequilibrio il nostro assetto psichico. La psiche soffre.
La persona che viene a chiederci una consultazione o un colloquio è perché c'è un disequilibrio. Se ci fosse stato un equilibrio, non sarebbe arrivata da noi. Chiaramente ci sono dimensioni esistenziali che per quella persona lì corrispondono ad un equilibrio; per noi non sarebbe assolutamente così. La persona che arriva da noi, ad orientamento psicoanalitico, a chiedere un colloquio, lo fa perché è in disequilibrio. Quando siamo in disequilibrio cerchiamo un appoggio. Non abbiamo nella mente un'idea di come bisogna stare per essere in equilibrio.
Una persona potrebbe suscitare in noi dolore o pietà e magari è in equilibrio; un'altra persona potrebbe suscitare in noi invidia, e magari conoscendola da dentro potremmo scoprire che sta malissimo. Per questo è fondamentale per noi sapere che la persona che è venuta da noi per una consultazione, è venuta spinta da un vissuto di sofferenza. Questo rende più difficile fare psicanalisi nelle istituzioni, perché in tal caso bisogna fare dei lavori di mediazione. Tante volte rimane il nostro assetto mentale di psicoanalista, ma senza che ci sia la possibilità di fare analisi.
Anche il lavoro di psicoanalista si basa su una possibilità di scelta, cioè per poter lavorare all'interno del formato classico di psicoanalisi devo trovarmi nella condizione in cui la persona è venuta da me a chiedere un'analisi e io devo poter lavorare con quella persona lì. Ci sono varie alchimie per cui scelgo di poter lavorare con una persona, così come è importante che la persona che chiede a me una consultazione abbia a che fare con un desiderio di relazione. Se la persona si trova in una situazione di grande disequilibrio, è chiaro che ci sta chiedendo innanzitutto di stare in piedi; ci sta facendo una richiesta concreta, anche se posso sentire che c'è una capacità di simbolizzazione e c'è una struttura con cui mi posso alleare per portare avanti un discorso di cura. In tal caso capisco che quelle risorse ci sono, ma capisco anche che c'è bisogno di un intervento farmacologico affinché quelle risorse si possano mobilitare.
Quella persona può essere a rischio per sé stessa o per gli altri e un sostegno farmacologico può aiutarla. La situazione è differente se siamo noi a sentirci inadeguati e ad aver paura di non essere in grado di far fronte ad una situazione di questo tipo, per cui pensiamo che sia necessario un sostegno farmacologico. Il gioco delle proiezioni e delle identificazioni proiettive, così come il transfert, prendono piede già a partire dalla chiamata della persona che richiede la consultazione. Se tutte queste cose si muovono già a partire dalla chiamata, quando ci vediamo se ne muovono chiaramente molte di più.
Il metodo delle libere associazioni
Finora abbiamo detto che il metodo delle libere associazioni ha a che fare con la memoria perché permette di ricostruire delle parti di memoria grazie al fatto che sono legate con degli affetti. Quindi, già a partire dal primo colloquio noi ci chiediamo qual è la continuità temporale nella percezione di sé, che ha la persona che ho di fronte; questo perché la continuità ha a che fare con il disequilibrio e con la questione dell'appoggio. La persona che arriva da noi perché è in una condizione di disequilibrio, ci dirà che vuole ritornare a quando stava bene. A tal proposito noi sappiamo che a quel punto non ritornerà più perché sta attraversando un passaggio evolutivo esistenziale. Sentiamo e sosteniamo questo passaggio, da parte nostra.
La persona sta vivendo una situazione di crisi che sta vivendo come traumatica, ma noi sappiamo che è anche e soprattutto trasformativa. È trasformativa perché se non ci fosse stata quella situazione di crisi, la persona non avrebbe messo in discussione il suo equilibrio per arrivare ad un nuovo equilibrio più maturo. Possiamo ritrovare questo nel colloquio di consultazione, perché la persona ci racconterà come stava e come sta adesso. All'interno dei colloqui di consultazione, insieme alle informazioni anamnestiche, cerchiamo di costruire quale continuità nella percezione di sé ha quella persona. Ad esempio, cominciamo a capire che ci sono degli eventi traumatici, delle questioni dalle quali la persona sgattaiola via ecc.
Cominciamo già a vedere quali sono le aree di espressione in cui ha maggiore libertà. È fondamentale che la persona abbia una certa continuità riesca, ad esempio, a connettere degli eventi attuali con degli eventi passati. Un'altra questione importante è che il fatto di riuscire a riconoscersi anche nelle scelte sbagliate aiuta ad andare verso vie non razionali. In altri termini, per noi è importante andare a comprendere più profondamente il metodo che sta al di sotto dell'associazione, cioè quali linee più profonde sono intessute nella psiche di quella persona che mettono insieme gli eventi; l'affetto che lega due realtà che ci sembrano contrastanti.
Una persona che ha una buona capacità di riconoscere sé stessa nei vari episodi della sua vita e che riesce a farci comprendere il motivo per cui è lì, può avere una buona capacità nel pensiero e nella comunicazione, ma magari non c'è assolutamente facilità ad entrare in relazione con l'altro. Dobbiamo distinguere la capacità nel parlare di sé dalla capacità ad entrare in relazione con l'altro. È importante che noi stiamo in ascolto e in allerta, perché la capacità di parlare di sé e di riconoscersi denota una buona struttura con cui iniziare un lavoro, ma bisogna poi vedere quanto quella persona è disposta ad entrare in relazione e a fare entrare anche noi nel suo mondo.
Il laboratorio della psicoanalisi
Semi ci dice che per noi il laboratorio scientifico è proprio la nostra stanza d'analisi, e che le libere associazioni ci parlano di un fenomeno che riguarda proprio la realtà di tutti i giorni. Perché non potremmo pensare che anche in questi casi si parla di studi standardizzati e randomizzati, se si usa sempre lo stesso metodo da secoli con le persone? Siccome l'efficacia c'è, perché non potremmo parlarne? Diventa più complesso perché i risultati conseguiti a partire dallo stesso metodo sono tra loro diversi, dato che la varietà umana è ampissima. Il metodo rigoroso dà una cornice di lavoro ma dentro uno spazio di creatività. Il metodo di lavoro, se è rigoroso, può generare un ampio spazio di creatività.
Le regole del setting sono necessariamente difensive, soprattutto se ci troviamo a lavorare con delle persone fortemente in difficoltà; pensiamo, ad esempio, ad una situazione di equilibrio psichico primitivo. Queste persone hanno innanzitutto bisogno di sentire la certezza e la sicurezza del setting concreto, che deve essere rigoroso affinché si possa essere creativi all'interno di esso. Semi ci dice che nel metodo delle libere associazioni costruiamo insieme.
Lezione 2 – 16 ottobre
Colloqui di consultazione
Parleremo di colloquio in una prima fase, in una fase avanzata e in una fase conclusiva dell'analisi. Trasversalmente abbiamo sia le libere associazioni e l'attenzione fluttuante, sia la questione dell'analisi dei sogni. Trasversalmente alla fase che andiamo ad analizzare abbiamo un aspetto di continuità, cioè ci interessa sapere quanto i nostri pazienti si tengono a mente, in mente, nella mente, le questioni che sono state analizzate nelle diverse sedute. Ci sono delle questioni che riguardano il funzionamento della nostra mente, indipendentemente dall'obiettivo che ci poniamo, connesso alla questione della continuità. Per noi è molto importante capire se il nostro paziente tiene nella mente quello che è emerso nel colloquio precedente, perché ci interessa capire se la persona ha dato uno spazio dentro di sé a ciò che è avvenuto nel colloquio precedente. Questo ci serve per capire se c'è dall'altra parte una volontà di continuità.
Per noi sono importantissime le fantasie, il metodo delle libere associazioni, i sogni ecc. Inoltre, quelli che sono gli accadimenti successivi ai nostri incontri per noi hanno un'importanza e un significato, ma questo non significa che coincidano già con una verità che ho in mente. Daremo un senso a tutto ciò nel corso del colloquio. Se una persona ci parla di nuove questioni in ogni colloquio e nel tempo non ci porta mai niente di concreto o fantasmatico rispetto alle sedute precedenti, cominciamo a farci qualche domanda sulla continuità, sul senso di continuità di quella persona. Per noi è importante anche osservare che cosa ci rimane della seduta precedente, anche nello spazio della consultazione. Il nostro funzionamento ha proprio a che fare con il tenere in mente, che non è uno sforzo attivo e concreto. Ci sono persone che ci lasciano nella mente immagini, suoni, parole, odore, preoccupazioni; ci sono persone che non lasciano niente. Queste sono tutte evidenze che per noi hanno un senso. È importante che teniamo anche tutte le informazioni di questo tipo, oltre a quelle di tipo anamnestico, perché ci serviranno in un altro momento.
Ogni analista è analista a modo suo, ma quello che fa ogni analista è lavorare con un dispositivo interno che tiene in mente le persone, per poi dimenticarsele quando sono in seduta. Tutto questo lo fa, senza memoria né desiderio (Bion), ovvero senza una dimensione attiva della memoria e del desiderio. Da qualche parte di me le cose importanti che mi ha detto quella persona si imprimono. Magari, finita la seduta, se si è mosso qualcosa di importante posso cercare di mettere insieme il passaggio che è avvenuto con i passaggi delle sedute precedenti, così da capire come siamo arrivati fin lì. "Senza memoria né desiderio" significa senza la tensione a sostituirsi al paziente; io non lo trascino verso un obiettivo mio perché desidero che vada in quella direzione. Comunico affettivamente il mio essere in sintonia, ma non mi sostituisco. Quello che spesso facciamo è alzare il volume di alcune parti che la persona non vorrebbe ascoltare, perché solo nella misura in cui si possono sentire tutte le tonalità affettive e le parti che premono dentro di noi per poter dire la loro, possiamo raggiungere un'armonia dentro la nostra struttura.
Quando chiediamo una consultazione, vogliamo cambiare ma siamo terrorizzati dall'idea di cambiare. Quando le persone arrivano in consultazione è perché sono mutate delle condizioni esterne e hanno perso un modo di stare in equilibrio, per cui devono andare in una direzione necessaria di cambiamento. Ma cambiare è oneroso; devo tirare fuori le cose e decidere cosa tenere e cosa buttare, sapendo che in un'altra stagione di cambiamento dovrò rifarlo. So che finché sono vivo sarò in una dimensione di costante cambiamento, ma con l'idea che se ho fatto diventare miei gli strumenti intrapsichici, potrò affrontare con una maggiore solidità il prossimo cambiamento.
Quando arriva una persona, potrebbe non sapere che lavoriamo con le libere associazioni e in senso psicoanalitico. Allora è importante che nella prima fase del colloquio psicoanalitico esplicitiamo come lavoriamo; dobbiamo condividere con i nostri pazienti il modo con cui lavoreremo insieme. La psicoanalisi è un esercizio razionale, perché io tengo a mente e connetto l'aspetto cognitivo con quello affettivo, ma non ha a che fare con la razionalizzazione. "Razionale" significa che la psicanalisi si basa su un metodo, rigoroso e scientifico. È scientifico perché la tecnica della psicanalisi è stata elaborata in continuo divenire in uno dei laboratori più onesti e veri di cui possiamo fare esperienza: la stanza d'analisi. Per laboratorio si intende un ambiente, degli strumenti, un luogo dove si fa esperienza, dove si formano delle ipotesi che poi si verificano (ipotesi-metodo-risultati). In tal senso, la stanza di analisi come laboratorio sperimentale stride con la questione del risultato come guarigione.
La guarigione ha a che fare con elementi imperscrutabili. Una stanza di analisi è un laboratorio e Freud, da rigorosissimo scienziato qual era, ha proprio utilizzato la sua stanza per riuscire a costituire un metodo che potesse portare a dei risultati, dove per risultati intendiamo il "poter fare il meglio che posso con quello che sono". Quindi per la psicanalisi il risultato non è la verità in assoluto, perché di verità non ce n'è una. Alla psicanalisi interessa la verità esistenziale di quella specifica persona, che possa aiutarla ad essere più consapevole di quello che è. Il risultato non è sempre lo stesso per tutti, anche se riguarda tutti nelle varie declinazioni di cui una persona è formata.
Abbiamo un laboratorio che ha uno spazio rigorosamente ben definito, un metodo ben consolidato. E nella misura in cui si riesce a lavorare analiticamente, abbiamo una buona consapevolezza e possiamo fidarci che a quel risultato le persone ci arriveranno. Per funzionare, il metodo deve diventare analitico, nel senso che non basta mettere una persona tre volte alla settimana su un lettino per poter fare un'analisi. Il metodo analitico, per poter funzionare ha bisogno di tutta una serie di elementi che hanno a che fare con le libere associazioni, con l'insight, con le difese, con le pulsioni ecc. Se tutti questi aspetti non si mettono in movimento non posso dire che sto facendo un'analisi.
Dall'ipnosi al metodo psi delle libere associazioni
- Ipnosi: Freud (1889) apprende la tecnica dell'ipnosi praticata da Bernheim. Nell'Autobiografia spiega di utilizzare questa tecnica non per lo scopo ipnotico in sé, ma per interrogare il paziente sulla genesi dei suoi sintomi, su cui da sveglio non è in grado di raccontare alcunché, o molto poco. L'approccio freudiano a certi tipi di patologia psichica avviene a partire da disturbi della coscienza presenti in persone che appaiono di facile suggestionabilità, cioè persone in cui si può provocare facilmente un effetto tramite le parole dell'analista. Generalmente si pensa che l'ipnosi permetta di suggestionare gli individui, ma paradossalmente si tratta di un metodo che evita la suggestione delle parole e delle forme del discorso cosciente sulla coscienza altrui. Anzi, proprio in quanto evita la suggestione delle parole sulla coscienza bypassandola, crea una scissione tra ciò che si ricorda quando si è presenti a sé stessi e al mondo e ciò che si ricorda quando non si è presenti a sé stessi e al mondo. Concezione dualista dell'individuo: si presuppone una coscienza relativamente distaccata dal "resto" e la malattia come qualcosa che attacca la coscienza.
- Catarsi: Con il metodo catartico si mette in primo piano il perché e il come la coscienza abbia evitato o non abbia potuto prendere atto di certe attività psichiche. A differenza del metodo ipnotico, possiamo dire che con la catarsi si fa un passo avanti, in quanto il metodo catartico implica una concezione monistica e olistica dell'individuo, per cui esiste un continuum psichico che è stato alterato e che non è composto dalla sola coscienza. Individuo concepito in un modo più complesso, riconoscendone le fragilità e le discontinuità all'interno di un'idea di continuità.
Com'è arrivato Freud ad elaborare questo metodo? È arrivato partendo dall'ipnosi e dalla consapevolezza dei suoi limiti. Era passato attraverso quell'esperienza perché era interessato a capire cosa succede quando stiamo in uno stato di coscienza alterato. Il passaggio che ha fatto è stato quello di riconoscere un limite nell'ipnosi: il fatto di bypassare la consapevolezza del paziente.
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