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Nel secondo motivo di ricorso torna il problema della prova della simulazione perché l’attrice dice

che può provare il negozio dissimulato perché esso è un patto successorio, quindi illecito.

Poi nel terzo motivo di ricorso emerge l’efficacia probatoria dell’atto pubblico, dicendo che il

pagamento del prezzo non era un fatto avvenuto in sua presenza.

Poi troviamo le varie definizioni di patti successori istitutivi, dispositivi e rinunciativi. E poi viene

citata la giurisprudenza che dice che la vendita o la donazione con riserva di usufrutto non

integrano un patto successorio, poiché la nuda proprietà passa subito.

 probabilmente è stata una donazione, ma anche fosse, non sarebbe comunque nulla perché

l’effetto principale si è prodotto inter vivos. 16/10/2015

Caso 3

Cass. 9467/2001 sull’istituzione di erede ex re certa.

Si tratta di un testamento olografo, quindi molto si gioca sull’interpretazione del testamento.

Per quanto riguarda il fatto, vi è un primo grado presso un pretore, secondo grado presso un

Tribunale ed il terzo grado la Cassazione.

Fatto. Vi è una badante che assiste un’anziana fino alla morte per 20 anni, nel momento in cui

l’anziana muore, nel testamento lascia in legato l’usufrutto della casa e una somma di denaro alla

lavoratrice probabilmente con l’idea di tacitare la sua pretesa alla retribuzione. Nel testamento si

lascia qualcosa anche a qualcun altro, alcuni cugini. La legataria cita in giudizio i cugini perché non

ritiene congrua retribuzione quanto ricevuto in legato, chiedendo di pagare quanto manca di

pagare della retribuzione. I cugini si rifiutano di pagare o comunque dicono di dover pagare meno

di quanto chiesto

A questa lavoratrice viene lasciata una somma di 10 mln di lire e il diritto di usufrutto sulla casa

dove si svolgeva l’attività lavorativa. La lavoratrice chiede una somma di molto superiore. Viene

accolta dal pretore la pretesa della lavoratrice, anche se in misura di molto inferiore.

Diritto. In prima battuta i resistenti eccepiscono di non essere eredi, bensì legatari in quanto gli

sono stati attribuiti beni determinati, quindi di non dover pagare i debiti ereditari. Il principio di fondo

è che gli eredi devono pagare i debiti ereditari senza limiti, mentre il legatario non paga i debiti

ereditari.

In subordine sostengono che ammesso che siano eredi, contestano l’esistenza del debito dicendo

che è vero che la defunta doveva ancora pagare la retribuzione, tuttavia è vero che ha lasciato i

due legati ed era un modo per pagare il debito, anche se con una prestazione diversa da quella

dedotta nel debito stesso (retribuzione), ma il nostro ordinamento conosce la datio in solutum che

ha determinati presupposti e non è disciplinato nelle successioni, quindi ci si chiede anche se

possa essere applicato in questo campo.

Per quanto riguarda la prescrizione, si tratta di prescrizione presuntiva. La prescrizione estintiva

funziona che il decorso del tempo nell’ambito del quale vi è stata inerzia del titolare del diritto, il

diritto si estingue; mentre eccepire la prescrizione presuntiva significa dire che laddove è trascorso

un certo tempo la legge presume che sia stato effettuato il pagamento senza bisogno di provarlo

(la causa estintiva è il pagamento, non il decorso del termine).

L’ultima difesa dei resistenti è che devono pagare di meno, contestando la valutazione

dell’usufrutto. Vi sono dei margini per la valutazione dell’usufrutto. Il legislatore ha concepito un

istituto perché visto che l’usufrutto è difficile da quantificare, si deve trovare il modo perché non si

litighi, la cautela sociniana (art. 550) nell’ambito della tutela dei legittimari.

L’art. 588 è la definizione di erede e legatario. Vi è una definizione residuale, per cui quello che

non è istituzione di erede è legato. Al comma 2 si parla dell’istituzione ex re certa per cui

l’indicazione di beni determinati non esclude che sia istituzione di erede quando il testatore li

intende come quota.

L’art. 756 parla dell’esenzione del legatario dal pagamento dei debiti.

Vi è la tendenza a individuare sempre un erede e il fatto che la successione sia regolata tutta da

un testamento spinge a considerare le attribuzioni come istituzioni ex re certa. Quindi le

affermazioni dei cugini potrebbero essere ribaltati. Forse loro affermano che la testatrice abbia

fatto testamento è per renderli legatari, altrimenti in base alla successione legittima sarebbero stati

comunque eredi.

Si dice poi che se fosse istituzione di erede, anche il lascito della domestica lo sarebbe, quindi

anche lei dovrebbe essere tenuta a pagare i debiti ereditari pro quota, quindi ridurrebbe quanto i

cugini dovrebbero pagare. Tuttavia l’elemento della parentela induce a ritenere istituzione di erede

l’attribuzione ai cugini.

La Cassazione ritiene infondato il motivo. Si precisa che serve un’indagine oggettiva sul contenuto

dell’atto e un’indagine soggettiva interpretando il testamento.

Costoro vengono poi considerati eredi ex re certa, a differenza dell’attrice. La Cassazione cita un

suo precedente dove si dice che il lascito di usufrutto non è stato considerato come lascito di erede

ex re certa.

Al secondo motivo si tratta della datio in solutum. All’art. 1197 prestazione in luogo

dell’adempimento si dice che il debitore può liberarsi eseguendo una prestazione diversa da quella

dovuta solo se il creditore è d’accordo. Considerando la datio in solutum un contratto, potrebbe

essere considerato un contratto reale che si perfeziona nel momento della consegna, non c’è datio

in solutum finchè non c’è l’effettivo pagamento; ciò lo differenzia dalla novazione.

Viene citato un passo del testamento e l’idea di fondo sembra quello della datio in solutum.

Astrattamente è configurabile anche nella materia successione, a patto che se ne rispettino i

requisiti. Il requisito fondamentale è l’accordo tra le parti: il debitore è il de cuius, il creditore è il

legatario. Il de cuius manifesta la volontà con il lascito , mentre il legatario vi aderisce nel momento

in cui non rinuncia al legato.

L’incontro di volontà deve contenere da parte del legatario la rinuncia a volere qualcosa di più,

perché in questo modo si estingue completamente l’obbligazione.

Nel libro V in materia di lavoro l’art. 2113 dice che il prestatore di lavoro non può rinunciare alla

retribuzione. L’art. 634 reca la regola sabiniana che riguarda condizioni impossibili o illecite che nel

testamento si considerano non apposte. Queste condizioni sono viziate ma non viziano; regola

contraria a ciò che vale per il contratto.

Nella datio in solutum è insita la rinuncia a chiedere qualcosa di più, tuttavia in questo campo la

rinuncia sarebbe invalida, perché la condizione va contro norme imperative, quindi si ha per non

apposta, tuttavia la datio in solutum presuppone quella condizione.

Sarebbe diverso il caso in cui la disposizione testamentaria fosse concepita in modo diverso “so

che ti devo una somma ma ti lascio questo”, si lascia qualcosa senza voler tacitare alcunché. In

questo secondo caso nulla esclude che il legatario decida di rinunciare a quanto gli spetta in più

rispetto al legato. Tuttavia in questo caso non vi è la condizione della rinuncia, è il legatario che pur

potendo far il contrario rinuncia. Tuttavia ai sensi dell’art. 2113 sarebbe comunque invalida e si

applicherebbe direttamente (non solo come base per poter dire che la condizione è illecita). Il

comma 2, art. 2113, dice che l’impugnazione va chiesta a pena di decadenza entro 6 mesi dalla

data della rinuncia, quindi la nullità viene sanata altrimenti, mentre nel caso dell’applicazione

dell’art. 634 non vi è alcuna sanatoria. Nel nostro caso si rientra nella prima ipotesi, per cui si

applica l’art. 634.

La disciplina di riferimento per le prescrizioni presuntive sono gli artt. 2955 e 2956. In questi casi

qui si può presumere che vi sia stato il pagamento, salvo prova contraria. L’art. 2959 dice che

l’eccezione è rigettata se chi chiede la prescrizione presuntiva è rigettata se chi la oppone ha

comunque ammesso in giudizio che l'obbligazione non è stata estinta. 23/10/2015

Caso n.4

Chiamata all’eredità.

Vincenzo Giovanni

Luciana Ugo Olga Ada

Vincenzo Giovanni

Alberto

Olga e Ada chiedono di dichiarare aperta la successione e che si proceda alla divisione dei terreni.

Questo presuppone il fatto che si sia eredi.

Il Tribunale dà ragione ai convenuti ritenendo intervenuto l’usucapione.

In secondo grado gli attori hanno torto ma per una motivazione diversa, infatti viene accolta

l’eccezione di prescrizione del diritto di accettare l’eredità. La prescrizione opera solo su eccezione

di parte, però quella di prescrizione è un’eccezione di merito, ma preliminare a tutte le altre

eccezioni di merito. Si può ipotizzare che in primo grado l’eccezione di prescrizione fosse stata

rigettata, mentre in secondo grado è stata ritenuta fondata.

Con il terzo motivo si esamina il discorso della prescrizione. I ricorrenti dicono che non essendo

stata sollevata l’eccezione in Appello doveva intendersi rinunciata, mentre la Cassazione dice che

era stata riproposta in comparsa di risposta. In questo caso si tratta di eccezione processuale

perché riguarda il problema processuale se l’eccezione è stata sollevata oppure no.

Il secondo motivo riguarda la prescrizione dal punto di vista sostanziale.

L’art. 480 è quello che dice che il diritto di accettare l’eredità si prescrive in 10 anni dall’apertura

della successione. L’art. 737 riguarda invece la collazione: i figli, i discendenti e il coniuge (soggetti

tenuti alla collazione) che concorrono alla successione devono conferire tutto quanto ricevuto in

donazione dal defunto, salvo dispensa. L’art. 713, primo articolo sulla divisione dice che i coeredi

possono sempre chiedere la divisione (non c’è scritto che è imprescrittibile, ma questo è il senso).

Quindi i ricorrenti dicono di chiedere la divisione, che sarebbe imprescrittibile, che quindi non

andasse considerato l’art. 480 sul diritto di accettare l’eredità. Tuttavia sono i coeredi a poter

sempre chiedere la divisione. Si diventa eredi solo dopo l’accettazione dell’eredità, solo in questa

fase si può pretendere la divisione senza alcun termine. Nella fase della delazione non si è invece

eredi, si è solo chiamati, quindi si applica l’art. 480.

Vi è una tripartizione tra accettazione espressa, tacita e legale. La tendenza giurisprudenziale è

quella di usare la delazione come sinonimo di vocazione.

L’altro motivo di ricorso riguarda l’usucapione. La base normativa è l’art. 1146 che deve essere

messo in relazione con l’art. 460. L’art. 1146 dice che il possesso continua nell’erede con effetto

dall’apertura della successione (successio possessionis), anche senza contatto materiale, con tutti

gli effetti che ne derivano.

Il successore a titolo particolare non ha continuazione automatica, ma può unire il possesso a

quello del dante causa per goderne degli effetti.

L’art. 460 è relativo alla chiamata o delazione. Il comma 1 indica il potere di esercitare le azioni

possessorie senza bisogno di materiale apprensione, non si dice però che il chiamato è

possessore. Allora è possessore oppure il codice lo dice perché è eccezionalmente titolare delle

azioni possessorie pur non essendo possessore?

Se parliamo di usucapione ci si arriva perché le pretese successorie non hanno retto. Gli attori

dicono che essendo coeredi, il possesso continua anche per loro quindi anche se i presupposti

dell’usucapione si sono verificati, si sono verificati anche per loro, quindi sarebbero comproprietari

per usucapione.

Il ragionamento delle ricorrenti sarebbe stato fondato, tuttavia manca la premessa successoria: le

ricorrenti non sono eredi. Si aderisce non alla tesi di Trabucchi (seguendo l’istituto francese della

saisine) per cui vi è automatismo per quanto riguarda al passaggio del possesso, per cui il

possesso sarebbe già in capo al chiamato; questa tesi è smentita sia dalla relazione al re, e dalla

stessa formulazione della legge, quindi il chiamato non è possessore, infatti l’art. 1146 dice che

possessore è solo l’erede.

Nella sentenza si dice “nulla per le spese”. Le attrici in questo caso sbagliano totalmente la causa,

dovrebbero perdere in toto secondo il ragionamento della corte, non sembrano esserci motivi per

la compensazione. Tuttavia coloro che vincono e che sono controricorrenti, in cassazione

depositano il loro controricorso oltre un termine perentorio, quindi commettono un errore

processuale, per questo devono sostenere le proprie spese.

Ci sono qui due massime di diritto: il punto sull’accettazione dell’eredità e il legame con la

divisione; e la distinzione tra chiamato all’eredità dal punto di vista dell’applicazione degli artt. 1146

e 460. 30/10/2015

Caso 5

Vi è una sentenza che dà tutta la ragione a una parte, non c’è un minimo spiraglio per gli attori,

tuttavia le spese vengono compensate (e non seguono la soccombenza). La compensazione delle

spese sembra una piccola ammissione, nonostante la scelta di conservazione della Cassazione.

Si tratta di capire come funziona la prescrizione in generale e quale sia la ratio della prescrizione .

Per alcuni la prescrizione è una sanzione per l’inerzia del titolare del diritto; per altri è invece

un’esigenza di ordine pubblico che dopo un certo tempo non si possa più litigare. Altre

giustificazioni addotte è quella del potere oscurante del tempo (quando passa il tempo ci si

dimentica delle cose) che introduce il piano probatorio, le prove nel tempo si sarebbero potute

disperdere.

Questa sentenza ha contenuti giuridici molto rilevanti e complicati in punto di diritto.

Un soggetto viene dichiarato morto presunto (che in sostanza vale come la morte naturale). Poiché

non c’è alcun testamento si apre la successione legittima. I successibili legittimi sono stati i fratelli

del de cuius o i figli dei fratelli. Passano 15 anni e si scopre un testamento olografo in cui si

istituisce erede universale un soggetto estraneo alla famiglia, già deceduto, lasciando come erede

universale altro soggetto estraneo, che agisce, chiedendo di poter ottenere i beni che compongono

la successione del de cuius.

Il problema concreto è semplice: l’attore, A.G., vuole accettare un’eredità a distanza di più di 10

anni dall’apertura della successione.

Sul profilo giuridico siccome vi è il principio che la successione testamentaria prevale su quella

legittima, A.G. ritiene di dover essere preferito agli eredi legittimi. Si deve capire se l’ignoranza di

essere chiamati per testamento valga per sostenere che non sia decorso il termine di prescrizione.

Il ricorrente sostiene che il diritto possa essere fatto valere dal giorno di scoperta del testamento.

La disciplina speciale è l’art. 480 c.c. Si dice che il termine decorre dall’apertura della successione,

non si dice genericamente “il giorno in cui il diritto può essere fatto valere”. In caso di istituzione

condizionale, dal giorno in cui si verifica l’evento dedotto in condizione; in questo caso in pendenza

di condizione non vi è l’efficacia fintanto che essa non si avvera. Costui è in impossibilità giuridica

finchè non si verifica la condizione (c’è comunque chi contesta, dicendo che può accettare subito

ma gli effetti si producano all’avverarsi della condizione).

Il comma 3, art. 480 dice che il termine non corre per i chiamati ulteriori se vi è stata accettazione

dei primi chiamati e successivamente il loro acquisto è venuto meno. L’idea di fondo è che il

termine corre anche per i chiamati ulteriori. Emerge da qui un po’ l’idea che la prescrizione debba

correre in modo rigoroso e le ipotesi in cui non corre sono limitatissime. Poiché l’art. 2935 dice che

la prescrizione decorre dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere, l’attore dice che non

poteva esercitare il diritto, quindi vi sarebbe sospensione della prescrizione: allungare il termine

per tutto il tempo in cui vi è un certo impedimento, in questo caso allungare il termine finchè questa

persona era ignorante. Vengono poi richiamate le norme sulla trascrizione (artt. 2648 e 2660): non

si poteva accettare e non si poteva trascrivere (solo una precisazione con riguardo all’aspetto

pubblicitario del fatto che il ricorrente non poteva accettare). Il discorso da fare sarebbe quello

degli impedimenti di fatto o di diritto.

L’art. 2935 dice che la prescrizione comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto

valere: ma la possibilità è giuridica o di fatto? L’art. 2935 non chiarisce. Tuttavia leggendo gli artt.

2941 e 2942 che parlano delle cause di sospensione della prescrizione. Sono elencate tante

ipotesi specifiche di impedimenti di fatto, cioè di situazioni in cui dal punto di vista giuridico si può

esercitare, ma di fatto è nella difficoltà o nell’impossibilità di esercitarlo. Vi è un ipotesi di

sospensione per ignoranza al n.8, art. 2941, che rileva solo nel caso del dolo del debitore (letto a

contrario significa che l’ignoranza in altri casi non rileva). L’idea su cui è basato il nostro sistema

sembra che l’art. 2935 si riferisca alla possibilità giuridica, i casi di impossibilità di fatto sono solo

quelli tassativamente indicati nelle cause di sospensione. L’art. 480 parla di 10 anni dall’apertura

della successione.

Non è condivisibile è che questo impedimento che è di fatto, viene scambiato per impedimento

giuridico.

La giustificazione invocata dalla Cassazione è la certezza del diritto, che sarebbe la ratio della

prescrizione, ma il ricorrente dice che non è scritto da nessuna parte che quella sia la ratio della

prescrizione.

Alla fine si sostiene l’impostazione tradizionale per cui l’impossibilità di fatto non rileva, quindi il

fatto che il testamento non fosse conosciuto non rileva.

Vi è una domanda subordinata, per cui la prima non fosse accettata dice che le norme sono

illegittime per disparità tra colui che ha un’impossibilità giuridica e chi ha un’impossibilità di fatto

perché solo per i primi la prescrizione non corre. La QLC per la Cassazione è manifestamente

infondata.

L’art. 483 dice che non può essere impugnata l’accettazione per errore e si dice che se si scopre

un testamento di cui non si aveva notizia al momento dell’accettazione l’erede non deve soddisfare

i legati otre al valore dell’eredità o della quota di legittima. Il comma 2 copre l’ipotesi in cui si apre

una successione senza testamento e in forza della successione legittima c’è qualcuno che è erede

e si scopre poi un testamento che istituisce erede chi è già stato chiamato e ha già accettato in

forza della successione legittima. Si potrebbe pensare che sorga un nuovo diritto di accettare in

forza della chiamata testamentaria, ma non è così. L’erede che ha accettato rimane tale anche se

la successione è testamentaria con il limite che i legati vanno pagati nel limite dell’eredità e della

porzione legittima.

Il diritto ad accettare l’eredità è unico ed è unica anche la sua prescrizione ancorata all’apertura

della successione.

La QLC dice che l’art. 480 sarebbe più giusto sia interpretata nel senso che la prescrizione decorra

dalla scoperta del testamento. Ma la legge dice che parte dall’apertura della successione.

Caso 6

Cass. 6070/2012. C’è un incidente in cui ci sono due macchine coinvolte: due conducenti e un

trasportato, che fa causa a entrambi i conducenti, responsabili entrambi e tenuti solidalmente a

pagare il risarcimento. Si instaura anche un giudizio penale per lesioni colpose aggravate in cui il

danneggiato ottiene anche una condanna generica civile. Il problema è anche che nel frattempo

muoiono entrambi i conducenti. Vengono convenuti gli eredi di costoro.

Vi sono 5 motivi della decisione. Partendo dall’ultima doglianza, non la esaminiamo, perché è una

questione puramente processuale legata al fatto che il ricorso per Cassazione dovrebbe essere

autosufficiente.

Prima doglianza: i convenuti rinunciano formalmente all’eredità. Questi soggetti dopo aver

rinunciato all’eredità, si costituiscono in giudizio qualificandosi come eredi (che sarebbe

un’accettazione espressa). Vi è una rinuncia all’eredità solenne ma la rinuncia non è un atto che

può essere revocato, anche da un’accettazione tacita (art. 525). Rinuncia all’eredità – accettazione

espressa o tacita nell’atto processuale – di nuovo una rinuncia, tuttavia l’accettazione è

irrevocabile (semel heres, semper heres).

Seconda doglianza: vi è una sentenza penale di condanna per lesioni gravissime colpose con

condanna generica al risarcimento del danno. Nel frattempo interviene una causa di estinzione del

reato, cioè un’amnistia, che estingue il reato. Si scontrano due previsioni: art. 2947, comma 1 per

cui il diritto al risarcimento del danno da fatto illecito si prescrive in 5 anni dal giorno del fatto

(termine e dies a quo diversi da quelli ordinari). L’interpretazione più conforme al sistema è che il

Legislatore specifica il criterio generale in una materia particolare, nel senso che il diritto sorge

giuridicamente al momento del fatto. Il giorno in cui il fatto si è verificato è il giorno in cui il

danneggiato ha consapevolezza del danno e di chi lo ha causato. Questo orientamento è ormai

diritto vivente. Per il risarcimento del danno derivante da circolazione di veicoli la prescrizione è

due anni. Poi si dice che se c’è reato vale la prescrizione penale, ma se il reato si è estinto il diritto

al risarcimento di prescrive nel termine dei commi precedenti dalla data della estinzione del reato.

Tuttavia viene in rilievo un’altra norma, dal momento che vi è una sentenza di condanna, l’art.

2953 che dice che i diritti per cui la legge stabilisce una prescrizione più breve, nel momento in cui

vi è una sentenza passata in giudicato si prescrive in 10 anni. Secondo la Cassazione

(orientamento consolidato) prevale l’art. 2953, favorendo il danneggiato.

Quarta doglianza: c’è un problema sugli interessi e la quantificazione del danno non patrimoniale.

La tendenza ormai affermata è di fare riferimento alle tabelle del Tribunale di Milano, se non

vengono prese in considerazione, la sentenza è viziata.

Terza doglianza: accade che vi sono condebitori solidali e delle assicurazioni che intervengono

come debitrici. Vi sono più condebitori solidali ma solo uno che paga. Il fatto che vi sia un accordo

tra un solo debitore e creditore, libera anche gli altri? La norma di riferimento è l’art. 1304 sulla

transazione in cui si dice che la transazione con uno vale non anche per gli altri salvo che

dichiarino di volerne profittare. La sentenza dice poi che anche se la norma non lo dice, la

possibilità di adesione all’accordo non deve essere preclusa dal creditore.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei servizi giuridici
SSD:
Università: Verona - Univr
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher MartyVr92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto delle successioni e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Verona - Univr o del prof Tescaro Mauro.

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