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Rapporto con le lingue e insegnamento

“Chi insegna una lingua deve essere consapevole del rapporto che ha avuto con le lingue che ha studiato”.

Questionario preliminare

Conoscere una lingua

1) Che cosa significa conoscere una lingua?

  • Conoscerne la grammatica e il vocabolario
  • Conoscerne come usarla per comunicare con successo
  • Saper leggere e scrivere in quella lingua
  • Conoscerne la cultura
  • Altro

La grammatica da sola non basta. La grammatica in qualsiasi lingua, soprattutto quando si parla di lingua viva, non può essere il punto di partenza. Nessuno ha imparato la propria lingua materna partendo dalla grammatica, perché invece dobbiamo imparare altre lingue partendo dalla grammatica? Non ha un senso, per molte ragioni, anche solo pensando all’esperienza di acquisizione della lingua materna. Attenzione a non confondere la grammatica (la lingua) con la meta-grammatica (il discorso sulla lingua): il saper usare la lingua è la competenza grammaticale; il saper parlare sulla lingua è la competenza meta-grammaticale, cioè la riflessione guidata sulle strutture della propria lingua materna.

Se si proviene da un’altra lingua/cultura il discorso meta-grammaticale non è interessante, ma soprattutto non è utile e lo è ancor meno quanto più piccoli sono i destinatari della lezione. Facciamo un esempio: che cosa e come vi hanno insegnato l’inglese alla scuola primaria? Principalmente il lessico: i colori, i parenti, gli animali, le parti del corpo. Come vi hanno insegnato queste poche nozioni prevalentemente legate al lessico e molto limitate in fatto di campi semantici? Con canzoni, liste da imparare a memoria. Questo è efficace? Decisamente no.

Viene insegnato quel poco che viene insegnato e male per una motivazione molto banale: è più facile insegnare grammatica (poche regole), che insegnare la lingua. Quanto detto per l’inglese, vale anche per l’italiano L2. Non si può ridurre l’insegnamento di una lingua all’insegnamento della sua grammatica: questo è il primo mito da sfatare. Questo non significa, però, che la grammatica non serva, tutto sta nel metterla al posto giusto, nel modo e nel momento giusto.

Imparare le lingue

2) Studiare le lingue, in genere, per te è soprattutto:

  • Brutto
  • Utile
  • Inutile
  • Difficile
  • Noioso
  • Divertente e stimolante
  • Altro
  • Mnemonico

Per un bambino che arriva in Italia quale di queste risposte potrebbe essere più utile dare? Divertente: se ci si diverte si impara meglio, se ci si annoia non si impara niente e mai. C’è, sì, una necessità dell’imparare l’italiano da parte di quel bambino, ma la necessità, da sola, è una motivazione sicuramente più forte del dovere, perché il dovere è totalmente estrinseca come motivazione. L’unica motivazione che si autorigenera è, però, quella del piacere.

In secondo luogo, l’insegnamento di una lingua deve essere utile, ma l’utilità è proporzionale a ciò che viene insegnato, a quello che serve e di cui ha bisogno il bambino straniero in classe. Esistono due tipi di lingua: la lingua della comunicazione quotidiana, per giocare, guardare i cartoni animati; la lingua complessa delle diverse discipline scolastiche, senza limitare l’attenzione al lessico. Insegnare per interagire nel quotidiano è una cosa, insegnare ai fini dello studio è un’altra cosa. La scuola italiana insegna spesso la prima cosa, ma si aspetta la seconda, si aspetta cioè che il bambino che interagisce con successo coi compagni, riesca anche a seguire i contenuti delle diverse materie.

Chi nella scuola dovrebbe farsi carico dell’insegnamento dell’italiano L2? Nessuno, tutti gli insegnanti devono farsi carico sia della lingua di base, sia della lingua relativa alle discipline insegnate.

Esperienze personali nell’insegnamento delle lingue

3) L’insegnamento delle lingue straniere per te è stato principalmente:

  • Brutto
  • Utile
  • Inutile
  • Difficile
  • Noioso
  • Divertente e stimolante
  • Altro

Migliorare una lingua conosciuta

4) Per migliorare una lingua, che conoscete bene escluso l’italiano, su cosa vorreste o dovreste lavorare in modo particolare?

  • Fluenza
  • Grammatica e vocabolario
  • Pronuncia e intonazione
  • Accuratezza
  • Modi di dire e forme idiomatiche
  • Altro

Attese nei confronti degli insegnanti

5) Che cosa ti aspetteresti che faccia in classe un insegnante di lingue?

  • Che insegni la grammatica
  • Che parli la lingua straniera tutto il tempo
  • Che ti faccia interagire in quella lingua
  • Che usi film e musica e altri materiali autentici

Statisticamente nei corsi di lingua, l’80% del tempo viene utilizzato dall’insegnante di lingua per parlare, di questo 80%, statisticamente, non più del 20% è parlato nella lingua che si sta insegnando.

Mettetevi nei panni di un bambino straniero che viene catapultato da una lingua/cultura ad un’altra e che a scuola sente parlare solo in italiano: si viene a creare uno shock culturale.

Lo stereotipo è di per sé uno strumento di conoscenza: il problema è che ad un certo punto, lo stereotipo va trasformato in un sociotipo, deve cioè essere superato, applicando le aspettative e conoscenze pregresse rispetto ad una situazione ad una realtà nuova.

La lingua non può prescindere dalla sua cultura: non si può insegnare una lingua senza insegnarne la cultura e viceversa. Si crea una diversa visione del mondo: la lingua che parliamo, come lingua materna, determina la nostra percezione della realtà, perché la realtà esiste in funzione di come la possiamo descrivere. Lingua e cultura vanno sempre di pari passo. Come futuri insegnanti di italiano L2, tutto questo significa che non si può dare nulla per scontato e per ovvio, ma è importante mettersi sempre in discussione. Il punto di partenza per insegnare italiano L2 è quello di fare piazza pulita di tutte le convinzioni che si ha, sia dal punto di vista linguistico, sia dal punto di vista culturale, tabula rasa: quello che ci si aspetta da un bambino italiano, non ce lo si può aspettare da un bambino straniero.

L’acquisizione della L2 è favorita dal mantenimento della L1. Privare il bambino dalla propria lingua materna, o comunque indebolire la lingua materna impedendo ai genitori di parlare quella lingua, rallenta il processo di acquisizione della L2: questa teoria si chiama teoria dell’interdipendenza linguistica. Non ci sono lingue sfigate e lingue nobili, ci sono lingue e basta, sempre di bilinguismo si tratta. Il negare l’esistenza dell’altra lingua, qualunque essa sia, arreca un danno gravissimo all’alunno, ed è anche eticamente sbagliato, poiché ogni lingua ha una sua cultura.

Cane e gatto comunicano in maniera diversa perché hanno modi diversi di dimostrare il loro linguaggio. Se crescono insieme fin da piccoli, diventano bilingue. Anche gli animali hanno un linguaggio ben preciso. La differenza tra il linguaggio animale e quello umano sta nel fatto che l’umano articola la parola, le lingue possono esprimere tutto ciò che è esprimibile. Quindi potenzialmente il linguaggio è chiuso, limitato, è un codice chiuso, mentre la lingua è un codice aperto che può continuamente trasmettere informazioni e concetti in relazione a ciò che cambia, cosa che nessun linguaggio è in grado di fare.

Uno scimpanzé allevato come un bambino riuscirà ad avere una capacità massima di sviluppare il linguaggio, non in senso articolatorio ma in termini di possibilità espressive, cioè di farsi capire, è paragonabile a quella di un bambino di tre anni.

Il concetto di linguaggio va messo in relazione a quello che Chomsky definisce come facoltà del linguaggio. La facoltà del linguaggio è la capacità innata degli esseri umani di apprendere una lingua, indipendentemente da quale essa sia. Noi nasciamo geneticamente predisposti ad imparare la lingua. Dobbiamo quindi considerare il linguaggio sia come manifestazione esteriore, osservabile della comunicazione e la disciplina che fa oggetto di studio del linguaggio è la linguistica, ma anche inteso anche come facoltà innata per poter apprendere le lingue e le discipline che studiano il linguaggio in questi termini sono la psicolinguistica e la neurolinguistica. Queste contribuiscono a determinare l’epistemologia della glottodidattica. Le lingue, prima ancora di essere strumenti per la comunicazione verbale, sono strumenti per veicolare le culture che le hanno prodotte. Anche tutte le scienze che si occupano della cultura, anche in senso antropologico, confluiscono nelle competenze di glottodidattica.

Insegnare lingua è un insegnante e di conseguenza deve avere delle competenze in ambito psicopedagogico. Comincia così a configurarsi una sorta di un quadro di tutte le competenze che come insegnanti di lingua dovreste sviluppare. Ci sono competenze di carattere linguistico, in cui linguistico non vuole dire solamente morfosintattico, ma anche fonetica e fonologia. La lingua non è solamente articolazione di strutture, di suoni, di accostamenti di parole, è determinata dalla cultura che la produce. Quindi l’insegnante deve avere delle competenze culturali riguardo alla lingua che insegna come modi di porsi nel quotidiano, elementi basici della cultura (come ordinare un caffè, come si fa un caffè, ...), cioè un insieme di strategie che un gruppo di individui escogita ed impiega per rispondere ai bisogni di natura, materiali e astratti. Le religioni cercano di dare risposta alla morte, su questo vengono costruite delle articolazioni linguistiche. (Amleto recitato, non tutto) L’insegnamento della lingua non può essere ridotto all’insegnamento di qualche struttura, ma comprende tutta una serie di competenze che fanno da sfondo.

Uno degli aspetti che spesso viene trascurato quando si insegna agli stranieri è quello della pronuncia. Molto spesso si sente dire che quando i bambini sono piccoli non ci si deve concentrare sulla pronuncia perché ci si può concentrare dopo: sbagliato. La pronuncia dovrebbe essere il primo aspetto ad essere insegnato di tutti gli aspetti di qualsiasi lingua straniera. Ci sono circa 6000 lingue in tutto il mondo, solo il 30% di queste ha una lingua scritta mentre le altre sono solo in forma orale. Nell’acquisizione della lingua materna, si passano 4/5/6 anni senza saper scrivere, riuscendo a interagire senza alcun problema con chi ci sta intorno. Mentre il parlato è un fatto connaturato alla lingua, la scrittura è un tratto molto più convenzionale e sofisticato ed è chiaro che tra le attività che si sviluppano prima nella lingua materna.

Il parlato precede lo scritto. Quindi non si può pensare di insegnare una lingua partendo dalla forma scritta. Vale soprattutto se i destinatari non sono alfabetizzati in alcuna lingua o se hanno un alfabeto dal nostro quindi sono analfabeti rispetto al nostro alfabeto. Ci sono lingue a-alfabetiche come il cinese che prevede ideogrammi. Quindi la scrittura è importante, ma non può essere la priorità. Ciò significa che la dimensione orale nelle prime fasi di accostamento alla lingua deve precedere a lingua scritta. Gli input errati che si danno all’inizio sono quelli più difficili da sistemare più tardi. Meglio partire con un input migliore possibile, piuttosto che partire con uno approssimativo. Tanto più piccoli sono, più hanno bisogno che il modello che gli si offre sia verosimile.

I madrelingua italiani non parlano italiano standard. Il nostro italiano assume dei tratti dialettali, soprattutto dal punto di vista prosodico e fonetico, anche senza essere dialettofoni.

“non si possono insegnare le lingue, si possono solo creare le condizioni affinché queste vengano apprese” diceva Wilhelm von Humboldt. Gli insegnanti devono mettere gli studenti nella condizione di imparare, come fanno i genitori con i figli. Insegnare è un fatto formale, l’acquisizione è un fatto spontaneo. Noi dobbiamo creare in classe le condizioni per cui avvenga l’acquisizione.

Glottodidattica = disciplina che si occupa dello studio di processi e metodologie che portano all’acquisizione delle lingue. (per lui insegnare le lingue=creare le condizioni per l’acquisizione). La glottodidattica è una scienza molle. Le scienze che hanno come oggetto di studio l’essere umano non abbiamo ogni volta si procede in maniera diversa perché la risposta dell’umano è singolare. Se fosse una scienza dura, avremmo un risultato sempre uguale.

Dobbiamo tenere conto che chi è di fronte a noi non sia sempre la stessa persona ma dobbiamo tenere conto della sua dimensione individuale. È una scienza teorico pratica. Le scienze teoriche (es. Filosofia, matematica), scienze teorico pratica (ingegneria) prendono informazioni da scienze teoriche per applicarle in situazione pratica e creare qualcosa di pratico. La glottodidattica è una disciplina teorico pratica perché si avvale di teorie anche da altre discipline ma con uno scopo preciso, quello di creare le condizioni affinché la lingua venga acquisita.

Un insegnante di lingua dovrebbe avere delle competenze che toccano moltissimi ambiti disciplinari. Pertanto è una scienza interdisciplinare.

Quando si acquisisce una lingua si è competenti o conoscenti di essa? Si dovrebbe essere competenti perché sennò si rischia di rimanere nella sfera teorica della lingua. Conoscere in teoria una lingua serve a poco. (Lui sa sei lingue e la grammatica islandese).

Le discipline da cui pesca la glottodidattica sono le scienze del linguaggio e della comunicazione, le scienze dell'educazione e della formazione, le scienze tecnologiche e le scienze della cultura e della società.

Scienze del linguaggio e della comunicazione

Si deve riflettere in maniera scientifica su:

  • La natura della comunicazione e della lingua: i principali temi sono la comunicazione e gli eventi comunicativi: le lingue non esistono se non ci sono persone che le parlano, che le usano o che le scrivono. Quando le persone usano le lingue in un contesto reale, devono rispettare delle regole precise di carattere sociale, culturale e convenzionale.
  • Nozioni di grammatica: non intesa solo come morfologia, sintassi e fonologia ma anche il lessico ha un ruolo importante (Le parole non si dispongono a caso ma si combinano tra loro secondo vincoli molto stringenti.) Grammatica testuale: i testi hanno una struttura molto precisa che rimanda alla concezione culturale che sta dietro alla lingua in cui sono scritti. Regola grammaticale? Aspetti convenzionali che vanno trattati come tali. Es. “a me mi”, “se lo sapevo te lo dicevo” formulazioni che dicono i parlanti. Si devono insegnare queste cose? Se in un testo normale è giusto correggere “se lo sapevo, te lo dicevo”, se viene usato all’interno del gioco con i compagni. Alcune coniugazioni dei verbi possono essere tenuti validi all'interno di un contesto specifico. Ad esempio se tra bambini durante il gioco dicono “facciamo che io ero”. Qui c’è l’uso dell’imperfetto ludico. Importante è mettere gli studenti stranieri in condizione prima di esprimere concetti che dovrebbero aspettare molto di più per poter esprimere. Il condizionale viene molto dopo rispetto all’imperfetto. Ma se io insegno che l’imperfetto può essere usato per creare un’istanza di cortesia, io li metto molto prima in condizione di essere pragmaticamente efficace. A determinare la struttura della lingua è il parlante, non la scrittura. L'importante è farsi capire.
  • Ci sono aspetti della lingua che si visualizzano prima di altri. Quello che si fossilizza prima di tutti è quello fonetico. I primi elementi di fonetizzazione si acquisiscono tre mesi prima di nascere. Il feto riconosce la lingua già al sesto mese. Il feto riconosce la struttura melodica della lingua. La pronuncia è difficile da cambiare se è stata insegnata male, ma altri aspetti sono invece sempre in continua evoluzione come ad esempio il lessico. Insegnare l’imperfetto come condizionale non deve portare al non insegnamento del condizionale. La dimensione che deve prevalere come obiettivo quando si insegna una lingua è quella della pragmatica intenzionale. Quella dell’accuratezza grammaticale arriva dopo. Bisogna sopperire alla necessità primaria. La lingua deve essere soprattutto utile e usabile. I criteri con i quali si identifica ciò che è utile e ciò che è usabile sono tre: 1. Si insegna prima ciò che è più diffuso di ciò che lo è meno. 2. Si insegna prima ciò che è utile che ciò che lo è meno. Questo criterio dipende dal che ambito stiamo insegnando. 3. Non è detto che si debba prima insegnare ciò che è facile da ciò che è difficile. Insegnare delle strutture complesse ma che vengono usate diffusamente (“venga avanti”), rende gratificante l’acquisizione da parte del soggetto perché trovano una corrispondenza nella realtà. Chi la impara, non la analizza grammaticalmente ma la impara.
  • Questi tre criteri sono quelli attraverso cui andare ad individuare il sillabo, cioè l’elenco dei contenuti da proporre in classe. Non è universale ma varia in base ai bisogni dei propri allievi, dalla conoscenza linguistica dei nostri allievi. Regola quindi non vuol dire dogma. Le lingue sono degli organismi viventi e, per tanto che sono vive, cambiano. Quelli che le determinano sono i parlanti. Sono attive e vive perché cambiano continuamente. Quando la variazione si stabilizza, allora diventa un cambiamento.
  • Lingua e società: nozioni di sociolinguistica e pragmalinguistica
  • La competenza comunicativa: natura delle varie abilità linguistiche, delle funzioni e degli atti comunicativi
  • La nozione di interlingua e gli strumenti principali per l’error analysis
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher emadicarlo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Didattica dell'italiano come seconda lingua e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Padova o del prof Santipolo Matteo.
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