Verismo
Il verismo ha il suo modello nel naturalismo i cui esponenti sono Zola e Flaubert. Sulla scia del naturalismo francese nasce questa corrente italiana che ha come rappresentanti Capuana, teorico del naturalismo, e Verga, scrittore. La generazione di Verga e Capuana è segnata dal Risorgimento e dall’Unità d’Italia. Sono due autori che nascono in Sicilia, terra della spedizione dei Mille, terra che ha vissuto l’Unità d’Italia nel suo momento di entusiasmo e di equivoco ideologico, terra che fornisce due degli scrittori maggiori del periodo.
Capuana e il naturalismo
Capuana esordisce con Giacinta con cui si fa iniziare la narrativa naturalista. È un romanzo del 1879 che narra la storia di una donna come dice il titolo (era tipico del naturalismo dare il titolo del romanzo a una donna o a un personaggio). Capuana unisce l’attenzione per il documento umano alla dedizione psicologica dei personaggi sulla scia della narrativa francese. Giacinta è la storia di una donna che viene stuprata da bambina, e quindi si porta questo marchio indelebile dato dalla società. Per cui da adulta si ribella e rifiuta di sposare il giovane che ama per non infangarlo. Sposa quindi un vecchio e prende questo giovane per amante. Questo giovane la lascerà e lei si suiciderà.
Il Marchese di Roccaverdina è una storia a fosche tinte. È la storia di un nobile che ha come amante una contadina, situazione molto frequente a quel tempo. Questa contadina viene data in moglie a un servitore con il patto che non ci siano rapporti tra i due. Il Marchese, roso dalla gelosia, pensa che questo servitore in realtà non rispetti i patti e lo uccide. Un assassinio che porterà il Marchese, che diventerà folle, a incolpare un servitore. Il tema della patologia attira l’attenzione di Capuana. Capuana scriverà altre opere dedicandosi al filone novellistico che presta attenzione alla psicologia femminile. È un novellatore che scrive molte novelle sulle donne e sulla loro psicologia. Apre l’attenzione alla narrativa incentrata sul personaggio femminile.
Verga e la scoperta del naturalismo
Verga non nasce naturalista ma come romantico. Legge i romanzi di Dumas e comincia a scrivere giovanissimo romanzi di carattere patriottico. All’arrivo di Garibaldi si entusiasma per la liberazione della Sicilia e dell’Unità d’Italia. Dirige anche dei giornali di tipo patriottico. Il primo romanzo che ha scritto si intitola Amore e Patria. Poi I Carbonari della Montagna che riguarda la lotta delle popolazioni della Calabria contro gli invasori francesi. Poi Una Peccatrice, trama di amore, passione e peccato.
Verga comincia la sua storia letteraria lasciando la Sicilia e trasferendosi a Firenze e Milano. A Milano entra a contatto con il movimento della Scapigliatura. Movimento molto vivace dal punto di vista anche politico perché nella loro vita e nel loro modo di proporre una figura intellettuale hanno una vita totalmente sregolata. Gli scapigliati non sono i classici borghesi inseriti nel contesto sociale e familiare, ma sono persone che vivono al di fuori delle strutture sociali e familiari e si danno all’assenzio e alle droghe. Gli scapigliati si oppongono all’idea del progresso borghese nata dalla nuova unione.
Il romanzo Fosca, scritto da Tarchetti, narra la storia di un amore passionale per una donna bruttissima, che di bello ha solo i capelli e gli occhi. In questi autori c’è l’attrazione e il fascino dell’orrido e del brutto, si ha il capovolgimento dei canoni ormai assodati del bello perché si può provare un amore travolgente anche per una donna bruttissima e repellente che ricorda la morte. Fosca è un alter-ego della morte. Tutto questo viene visto come una sorta di ribellione a quelli che sono gli stili romantici-classici.
L’incontro con gli scapigliati è importante per Verga che frequenta i salotti della Milano letteraria. Milano è un'esperienza importante in quanto capitale economica del paese, infatti entra a contatto con una società ricca di fermenti e meccanismi economici molto moderni. Questo gli fa capire che è finita l’epoca di Amore e Patria e nascono nuovi romanzi: Eva (1873), Tigre Reale e Eros.
In Eva c’è una prefazione che ci dice molto sull’esperienza milanese di Verga e sull’impatto con la modernità. La prefazione è un manifesto di poetica dove si dichiara per la prima volta di volersi attenere al vero. Ride delle signore borghesi che non vogliono far vedere il seno di fronte alla loro figlia però vanno a teatro con tutto il seno di fuori. Ride dell’uomo borghese che fa il buon padre e il buon marito ma che poi si lacera i guanti per quando applaude le ballerine, sogno erotico dei borghesi dell’epoca. Qui Verga denuncia l’ipocrisia borghese e l’antinomia tra coloro che soffrono, che lasciano il cuore e l’onore dove gli altri lasciano i quattrini. Questa borghesia in realtà è cinica, crudele e sprezzante del popolo che lo usa solo per i suoi piaceri. Infatti Eva è il romanzo dedicato all’amore per una ballerina e Tigre Reale a una femme fatale, cioè la donna Tigre che divora l’uomo.
Novelle e denuncia sociale
Vita dei Campi e Novelle Rusticane sono tutte e due raccolte di novelle. Libertà, da Novelle Rusticane, è una novella importante di denuncia e polemica sociale. Verga ha vissuto il risorgimento con grande passione e vede l’arrivo di Garibaldi come la liberazione della Sicilia. Questa novella racconta un episodio reale avvenuto durante la spedizione dei Mille a Bronte dove, quando sbarcarono i garibaldini, ci fu una vera e propria sommossa. In Sicilia vigeva il latifondo e le condizioni dei contadini erano particolarmente disastrate. Per loro l’arrivo dei garibaldini significava libertà, ovvero il possesso della terra che loro coltivano. La sommossa dei contadini termina con la dura repressione di Bixio che fa fucilare, senza processo, alcuni capi della rivolta. Tutti gli altri finiranno in prigione e verranno condannati a pene molto pesanti.
La novella presenta una forte carica espressiva quando si racconta della rivolta/sommossa. Verga vuole documentare il fattore umano. La ribellione diventa una forza quasi naturale, qualcosa che non si può fermare, nemmeno i soldati perché una volta cominciato a spargere sangue è il sangue stesso che li eccita. È un qualcosa che va portata avanti e conclusa. Un grande maestro a cui guardare per la rivolta della folla è Manzoni, ma in Verga si ha l’espressionismo con cui viene descritta la rivolta. Non c’è invece la capacità di mediazione ideologica presente in Manzoni, c’è un pessimismo e una disperazione ideologia, non c’è il riscatto religioso.
Poi c’è un cambio totale di racconto, dalla parte descrittiva (ribellione) alla parte in cui si racconta la repressione. Verga descrive e basta, l’autore fa parlare gli altri senza intervenire in prima persona con la propria voce. Le figure che mette in movimento sono le donne che accompagnano i loro mariti o i loro figli e che restano in città per poter vedere i loro uomini. Mentre gli uomini si trovano in prigione nel paese tutto è tornato come prima, è come se tutto questo spargimento di sangue fosse stato inutile. Il senso della parola chiave che intitola il racconto è che la Libertà in realtà non esiste, è solo un’illusione. La libertà portata dai garibaldini era solo una mistificazione e un inganno. Verga che vedeva l’arrivo dei garibaldini come l’innovazione, la svolta e il momento alto del patriottismo ora lo vede come momento della repressione, dell’inganno e della mistificazione.
Federico de Roberto
Federico de Roberto, nasce a Napoli nel 1861, figlio di un ufficiale siciliano e di una nobile napoletana. Il padre muore presto e la madre ritorna in Sicilia, a Catania insieme al figlio. De Roberto studia a Catania che sarà la sua città. Comincia a pubblicare una raccolta di novelle intitolata “Documenti Umani” del 1888, mettendosi sulla scia del naturalismo e del verismo. Il suo maestro riconosciuto, adorato e idolatrato è Verga. De Roberto si metterà nella posizione di allievo di fronte al suo grande maestro Verga, più anziano di lui. Inoltre a Verga dedicherà molti saggi in quanto saggista critico.
La formazione di questi scrittori siciliani avverrà anche al di fuori della Sicilia: a Roma, Milano e Firenze. Catania è per De Roberto è un nido, la casa materna sarà considerata come un rifugio ma anche claustrofobica, una prigione ossessiva. La figura della madre segnerà l’intera esistenza dello scrittore. De Roberto non si sposerà mai, avrà solo delle relazioni amorose rigorosamente con donne sposate. Questo rapporto tormentoso con la madre, che non voleva che lui lasciasse la Sicilia, gli impediva di farsi una sua famiglia. È un rapporto per lui tormentato a cui si sottoponeva con un certo masochismo, era un rapporto ambiguo. La madre si ammala e sarà proprio De Roberto ad accudirla fino al giorno in cui lei morirà. Alla fine morirà anche lo scrittore.
De Roberto è un uomo molto schivo, riservato e chiuso che aveva come maestri Verga e Leopardi. Guarda molto alla letteratura francese e guarda a scrittori come Flaubert (naturalismo) e Paul Bouget (rappresenta la corrente psicologica dell’analisi interiore del personaggio). De Roberto negli ultimi anni aderisce al nazionalismo e all’interventismo e morirà a Catania nel 1927.
Il suo primo romanzo importante è il primo della trilogia dedicata a una famiglia aristocratica siciliana, gli Uzeda. Il primo romanzo della trilogia è intitolato L’Illusione (1891). L’idea del ciclo è di tipo naturalistico che viene dal ciclo...