Lorenzo Ghiberti (1378-1455)
John Pope Hennessy:
«Lorenzo Ghiberti è un artista rinascimentale se visto nel contesto gotico ed è un artista gotico se visto nel
contesto rinascimentale».
• Artista cerniera tra Gotico e primo
Rinascimento.
• Prima figura di artista umanista.
Porta nord del battistero di Firenze (1403-
1420)
• Iscrizione con firma «OPVS LAVRENTII
→
FLORENTINI» Opera di Lorenzo Fiorentino
• ritratto Ghiberti quando
iniziò a realizzare
questa porta era
un giovane di 25
anni e il lavoro
durò 22 anni. Egli
raffigura la
propria testa
all’interno della
porta e si
raffigura come un
giovane. La cosa interessante è che si raffigura
come un artista, lo capiamo dal copricapo, che lo
definisce automaticamente per un uomo del
Quattrocento come un artista.
Nanni di banco, predella del gruppo dei
Quattro Santi Coronati di Nanni di Banco,
–
Orsanmichele a Firenze, 1409 circa 1416/17
Se guardiamo il gruppo della predella che si
trova nella facciata di Orsanmichele che dà sulla
via principale, un rilievo interessante che è più o
meno contemporaneo ai primi anni della stesura
della porta. Questo rilievo mostra gli artisti al scolpendo un’opera, modellando, facendo una
lavoro che stanno realizzando delle opere, che stanno
scanalatura ad una colonna e così via. Hanno dei copricapi che sono molto simili a quello di Ghiberti: una
specie di turbante che serviva per coprire i capelli dalla polvere del marmo, quindi un copricapo tipico di
quel periodo.
Quando Ghiberti
si raffigura come
un giovane
venticinquenne
nella prima porta
si raffigura con il
tratto caratteristico
di un artista, vuole
che così gli altri
leggano lui stesso
come un artista.
Porta del paradiso (1424-1452)
La seconda porta che Ghiberti realizza è la più importante del
battistero, perché è quella situata ad est, ovvero quella di fronte alla
cattedrale. Viene chiamata Porta del paradiso perché il paradiso è lo
spazio che collega il battistero alla chiesa, quindi è quella fascia di
spazio che collega il luogo in cui le anime entrano nella chiesa con il
molto più ampie, c’è
battesimo. Vi sono dieci formelle rettangolari, stata
un’evoluzione rispetto al modo precedente, e vi sono raffigurate scene
dell’Antico Testamento. Anche qui Ghiberti
rappresenta se stesso
sempre nel punto centrale,
come nella porta
precedente. In questo caso
non si rappresenta più
come un artista, ormai è
talmente noto come artista
da raffigurarsi come un
uomo ricco e colto e non
ha bisogno di avere quel tratto distintivo, ovvero il turbante,
che lo caratterizza come un artista, perché ormai è un artista
ricco e affermato. Ghiberti inoltre mette accanto a sé il figlio,
addirittura dunque propone una discendenza di bottega.
Commentari
I commentari di Ghiberti sono molto importanti perché rappresentano il primo scritto umanistico in cui un
artista si autorappresenta. Si tratta di scritti che non sono completi, il terzo commentario in particolare si
presenta come ad una specie di collazione di testi non esageratamente elaborata.
I commentari sono divisi in tre parti molto distinte tra loro:
STORIA DELL’ARTE ANTICA: DESCRIZIONE DELL’ETÀ DELL’ORO.
1) La descrizione di quello
che, sulla scia di quel sentimento di meraviglia, adesione ed amore per la classicità, viene
età dell’oro,
considerata da Ghiberti o dagli umanisti quattrocenteschi fiorentini in particolare
ovvero l’età classica. Quindi il primo commentario è destinato a descrivere quali sono gli artisti
classici più importanti. Già qui si vede un elemento fortemente colto di Ghiberti e dei suoi scritti.
Ghiberti dopo l’antichità salta il medioevo
2) RACCOLTA VITA DEI PITTORI. e passa direttamente
agli artisti del Trecento fiorentino, fino ad arrivare come ultima biografia a se stesso, quella che è la
prima autobiografia moderna d’artista.
RACCOLTA COGNIZIONI SULL’OTTICA.
3) Una raccolta sulla visione e la prospettiva; Ghiberti si
presenta come ad un artista che interessato a quello che sarà l’elemento più importante dell’arte
fiorentina, ovvero la prospettiva, cioè l’introduzione di calcoli matematici nella
quattrocentesca
visione dell’arte. Ricorda inoltre l’esperimento del Brunelleschi con le tavole prospettiche.
In Ghiberti torna l’idea della parabola: l’antichità è arrivata all’età dell’oro, poi c’è stato il decadimento del
medioevo e ora con il Trecento si sta salendo; ponendosi come ultimo, Ghiberti pone se stesso in questa
ha due valori il richiamare l’antichità, da un lato far sapere a tutti quanto si è colti,
scia ascendente. Quindi il
primo commentario cita continuamente Plinio, Vitruvio, Cicerone e altri testi classici, questo per dimostrare
dall’altro lato citare l’arte
di sapere il latino e i testi, di essere dunque un intellettuale a tutti gli effetti; il
anche l’arte del Trecento sia un’arte
classica implica che parabolica e quindi che il suo ruolo sia centrale, è
come se Ghiberti elogiasse se stesso in modo enorme attraverso semplicemente la composizione dei
commentari. Nel terzo commentario Ghiberti vuole dimostrare di essere aggiornato sugli artisti che in quel
momento erano più all’avanguardia, per esempio il suo rivale Brunelleschi, di cui cita anche alcune
esperienze ottiche e matematiche come esperienze appunto legate alla percezione ottica, al modo in cui
l’occhio vede, agli inganni che si possono produrre utilizzando una serie di espedienti prospettici per
trasformare un elemento che è in due dimensioni in tre.
Lorenzo Ghiberti nasce a Firenze nel 1378 e muore a Firenze nel 1455. I commentari vengono scritti
nell’ultima fase della sua vita, quindi sono uno scritto già maturo. Viene educato nella bottega del patrigno
orafo Bartolo di Michele, infatti Ghiberti si firmò Lorenzo di Bartolo fino al 1444, quando riprese il nome
del legittimo marito della madre Fiore (Lorenzo di Cione).
La parte interessante della vita di Ghiberti è legata alle due porte del Battistero di Firenze, in particolare alla
vittoria del concorso per la realizzazione della porta nord del Battistero di Firenze. Quando inizia il bando,
agli inizi del Quattrocento, Ghiberti si trovava fuori Firenze perché era coinvolto in una committenza a
l’artista torna a Firenze e partecipa a questo bando, legato alla precedente porta sud che
Pesaro. Nel 1401 l’ideatore delle formelle del Campanile di Giotto e un
era stata realizzata da Andrea Pisano nel 1329-36,
artista direttamente legato a Giotto. Questa nuova porta doveva mettersi in relazione con quella realizzata
da Andrea Pisano anche dal punto di vista formale. Questo concorso era molto importante perché
implicava un lavoro ventennale, chi sarebbe riuscito ad ottenerlo avrebbe avuto un ruolo importantissimo a
Firenze. Partecipano molti artisti importanti, di cui sette artisti orafi:
Filippo Brunelleschi;
Lorenzo Ghiberti (fino ad allora sconosciuto);
Jacopo della Quercia;
Francesco di Valdambrino;
Simone da Colle;
Niccolò di Luca Spinelli da Arezzo;
Niccolò di Pietro Lamberti.
Il contrasto avviene soprattutto tra Brunelleschi e Ghiberti. Il concorso implicava per superare la gara la
creazione di una formella di prova in bronzo con il tema del Sacrificio di Isacco. La formella doveva
essere inscritta entro un quadrilobo, così come erano le formelle della porta di Andrea Pisano, e tratta
dall’Antico Testamento, anche se invece poi la porta aveva come tema il Nuovo Testamento.
Il concorso ha un esito complesso e dalle fonti risulta controverso, ma sappiamo sicuramente che hanno
molto successo le due formelle di Ghiberti e Brunelleschi, conservate oggi al Museo del Bargello. Esse
sono indicative proprio del trapasso tra il gotico e il rinascimento: da un lato c’è un forte sperimentalismo di
idee classiche; dall’altra c’è una straordinaria sensibilità
Brunelleschi, che si apre quindi alle innovative
gotica di Ghiberti che però rimane indietro da un certo punto di vista, anche se poi vincerà.
Nei suoi commentari Ghiberti, trattando della propria autobiografia, dà molto spazio a questo momento
unanime, dice: “Universalmente mi
della gara e ne celebra la vittoria con grande enfasi, per lui la vittoria è
fu conceduta la gloria senza alcuna exceptione”.
Antonio Manetti invece, nella biografia di Brunelleschi (ripresa anche dal Vasari), ricorda la grande
indecisione dei giudici che finirono per attribuire la vittoria ex
aequo. Fu Brunelleschi poi che si rifiutò di lavorare insieme al
Ghiberti per la troppa differenza di stile, la biografia dice:
“Filippo non volle mai consentire se l’opera non era tutta sopra
di lui”.
Ghiberti realizza la formella del Sacrificio di Isacco producendo
due fasce verticali nette come due grandi colonne connesse da
uno sperone roccioso più scuro di sapore arcaico che le divide.
Lo sfondo scuro produce un violento chiaroscuro. Abbiamo un
angelo che arriva simbolicamente a fermare la figura di Isacco
che è contenuta secondo delle linee molto eleganti e contenute,
il tutto è molto composto con un sapere arcaico. Non è
presente alcuna novità principale.
La formella del Brunelleschi invece è molto più classica e
innovativa, per certi versi più semplice però straordinariamente
più avanzata rispetto al gusto delle linee e al modellato
tipicamente ancora gotico di Ghiberti. Innanzitutto, Brunelleschi
sceglie di disporre in fasce orizzontali e sceglie di dare
un’esposizione spaziale che dà una profondità in tre dimensioni,
c’è una divisione verticale e una orizzontale. La struttura è
piramidale, in basso vi sono due figure curve che conducono
una linea direttamente sul punto focale di tutta la figurazione,
ovvero il gesto drammatico in cui l’angelo entra in contatto con
Abramo e gli ferma la mano che sta per uccidere il figlio,
dunque il punto focale è proprio quell’unione tra angelo e uomo
che è completamente diverso
dalla posa di prima, molto più
tradizionale senza un forte patos.
Vi è un’impressionante armonia
con il vuoto che fa spiccare le
figure ed inoltre è presente una
citazione classica molto importante, quella dello spinario. La figura chinata
a sinistra che si sta togliendo una spina dal piede è infatti la citazione di
un’opera classica importantissima oggi diffusa in molte copie, la più
importante si trova ai Musei Capitolini a Roma ed è un bronzo da una posa
curiosa molto interessante per gli artisti, infatti verrà molto copiato anche in
seguito. Da vero umanista Brunelleschi fa una citazione che solo pochi
potevano capire, ma a quei pochi mostrava tutta la sua abilità. come Lorenzo di “Bartolo”; quindi
Il 30 novembre del 1403 Ghiberti firmò il contratto di allogazione
intraprese questa impresa memorabile e faticosa di tenere sotto di sé tantissimi operai per la realizzazione
di questa porta, terminata dopo ventidue anni e che quindi presuppone una maturazione all’interno dello
dell’artista.
stile
Autobiografia: I porta nord (1403-1424)
Ghiberti dell’opera sottolinea il costo (ventidue migliaia di fiorini, una cifra molto alta, anche se bisogna
considerare anche il costo del bronzo e delle dorature), poi il peso e infine cosa rappresenta e in quanti
quanto riguarda la sua partecipazione gli elementi che sottolinea sono l’amore
parti è divisa. Per e la
il “grandissimo
diligenza, cioè la capacità di sapere tutte le tecniche, e poi ingegno e disciplina”.
Autobiografia: II porta est «del paradiso» (1424-1452)
• Nel primo caso Ghiberti non è nessuno, deve fare una gara, deve imporsi, deve seguire il modello dei
pannelli quadrilobati; mentre qui ormai è diventato un uomo famoso e può decidere come vuole, dunque è
cambiato tantissimo il suo ruolo.
• I pannelli erano molto grandi.
• Ripete le stesse cose.
• Fa un discorso di prospettiva, dicendo che ha cercato di vedere più piccole le persone che devono stare
lontane e più grandi quelle che devono stare vicine ingannando l’occhio e per dare tre dimensioni.
Ghiberti non era solo un orafo, ma nella sua bottega realizzava anche sculture in bronzo, vetrate e anche
oggetti preziosi e molto piccoli, come tabernacoli, reliquiari e cose di questo tipo.
Durante il corso della sua vita diventa ricchissimo, soprattutto grazie a queste due ultraventennali
commesse che riceve per le porte del battistero di Firenze, riceve inoltre altissimi pagamenti, come
duecento fiorini annui personali per le porte. Grazie a queste ricchezze riesce a comprare nel 1427 una
casa a Firenze, una vigna, dei terreni nel contado e vari luoghi per 700 fiorini; diventa un possedente
terriero, una cosa piuttosto rara per un artista. Il testamento che Ghiberti lascia nel 1455 oggi è perduto, ma
lo trascrisse nel Seicento segnalando che l’artista aveva
il biografo Filippo Baldinucci «masserizie, intagli
di bronzo e marmo, libri»; dunque aveva una vera e propria collezione di sculture, non di calchi in gesso,
una cosa molto rara che voleva significare l’importanza di Ghiberti. Ma soprattutto sono i libri che segnano
davvero il trapasso della condizione sociale dell’artista, da un semplice artista ad un artista/uomo
colto/letterato, come lui voleva ed arriva ad essere, dimostrandolo nei commentari.
Commentari
I commentari non ci giungono per stampa, ma scritti e per un unico esemplare conosciuto che oggi è
conservato alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Questo manoscritto è appartenuto a metà
membro molto importante dell’Accademia
Cinquecento ad un altro importante autore, Cosimo Bartoli,
di Cosimo de’ Medici e traduttore dal latino al volgare di testi come l’Institutiones
fiorentina geometricae
di Albrecht Dürer e il De re aedificatoria di Leon Battista Alberti. Bartoli è importante perché traducendo
queste opere introduce nel volgare italiano tutta una serie di termini tecnico-scientifici che fanno sì che il
Cosimo de’ Medici
fiorentino diventasse una lingua ricchissima di vocaboli. pensava che il potere dei
Medici nel Cinquecento fosse determinato dalla potenza culturale che arrivava a Firenze, esprimendola
attraverso le opere d’arte e l’Accademia
soprattutto la lingua; fiorentina è la prima accademia di potere
centrale, pagata da un principe perché promuovesse il volgare fiorentino. Cosimo de’ Medici cioè si rende
conto che facendo fare tante traduzioni dal latino al volgare fiorentino si sarebbe arricchito tantissimo il
lessico fiorentino e avrebbe prodotto così il fatto che noi oggi parliamo un italiano che in realtà sarebbe
dialetto fiorentino.
era un amico di Cosimo Bartoli e consulta l’esemplare che possiede, utilizzandolo come fonte per il
Vasari
Trecento, anche se non ne dà un giudizio positivo.
Non sappiamo ancora se davvero quello che noi abbiamo sia stato strutturato da Ghiberti oppure siano
soltanto degli appunti non strutturati, una sorta di zibaldone. Le prime parti sono meglio strutturate rispetto
al terzo commentario che appare non rielaborato. Certamente, però, la struttura complessiva è stata molto
meditata da Ghiberti.
Ruolo esemplare dell’antichità. Il primo commentario aiuta a costruire questo mito della classicità
un tratto comune del Rinascimento. L’antichità viene
che avevano gli umanisti e che poi costituirà
vista come un’età dell’oro dove l’arte era meravigliosa, anche se non si possiede quasi nulla di
antico, però dalle letture dei testi si crede fermamente alle grandi pitture di Apelle e alle opere degli
altri grandi artisti. Quindi quello dell’antichità è un tema particolarmente importante per essere
accettato tra gli intellettuali del tempo, i quali tutti la venerano in questo periodo a Firenze.
Il primo commentario anche se scritto in volgare è un derivato diretto da Plinio, però il ruolo
esemplare dell’antichità si coglie non solo da questo fatto, ma anche dal fatto che Ghiberti fosse un
collezionista di oggetti antichi, scrive di antichità e cerca pezzi antichi. Vasari a riguardo del
le cose di sua mano, lasciò agl’eredi molte anticaglie di marmo
collezionismo di Ghiberti dice: «oltre
e di bronzo, come il letto di Policleto che era cosa rarissima, una gamba di bronzo grande
quanto è il vivo, et alcune teste di femine e di maschi, con certi vasi stati da lui fatti condurre di
Grecia con non piccola spesa. Lasciò parimente alcuni torsi di figure et altre cose molte, le quali
tutte furono insieme con la facultà di Lorenzo mandate male, e parte vendute a messer Giovanni
Gaddi, allora cherico di Camera, e fra esse fu il detto letto di Policleto e l’altre cose migliori». Egli
dunque possedeva oggetti frammentari dell’antichità, il primo collezionismo di questo periodo infatti
prevede opere di varia natura frammentarie, che non vengono neanche restaurate.
Artisti moderni come oggetti di storia. Si aggiunge un altro fatto importantissimo, gli artisti
moderni, cioè quelli immediatamente precedenti a Ghiberti, sono così importanti da essere oggetti
di storia, dunque assistiamo al primo passaggio delle biografie di artisti.
Trattatista di un aspetto artistico: ottica e «perspectiva naturalis». Il terzo elemento è la
trattatistica di tipo scientif
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Appunti della prima parte del corso di istituzioni di storia della critica d'arte
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Appunti Istituzioni della storia della critica d'arte
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Appunti - Storia della critica d'arte
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