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Storia Economica

Appunti tratti dalla lezione del professore Tito Menzani e dai libri:

”Dalla rivoluzione industriale all’integrazione europea” e ”Storia dell’impresa”

Class year 2021-22

INDICE-SOMMARIO

1 Evoluzione delle dimensioni e delle forme delle imprese 3

1.1 Dimensione e performance delle imprese in prospettiva storica . . . . . . . . . . . . . . . . . . 3

1.1.1 quota di occupazione assorbita da ciascuna impresa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 4

1.1.2 Due indicatori di performance; longevità e redditività . . . . . . . . . . . . . . . . . . 4

1.2 L’impresa famigliare . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 6

1.3 La grande impresa manageriale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 6

1.3.1 Monopolio naturale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7

1.3.2 Usa e grande impresa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7

2 Le altre forme d’impresa: gruppi di imprese, cooperative e distretti 10

2.1 I gruppi di imprese, gli “zaibatsu” e il modello asiatico. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 10

2.2 Le piccole-medie imprese . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 11

2.2.1 Forme flessibili di produzione; reti di imprese e distretti . . . . . . . . . . . . . . . 11

2.2.2 la meccanica strumentale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 13

2.2.3 Il quarto capitalismo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 15

2.3 Le imprese cooperative . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 15

2.3.1 Storia delle coop. sociali di tipo b . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 22

3 La gestione e il governo dell’impresa 23

3.1 L’Organizzazione dell’azienda . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 23

3.1.1 Modello mono-funzionale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 23

3.1.2 Modello plurifunzionale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 24

3.1.3 Modello multidivisionale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 24

3.1.4 L’organizzazione della grande impresa negli stati uniti . . . . . . . . . . . . . . . . . . 25

3.1.5 Il caso della Du Pont . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 26

3.1.6 Il caso della General Motors . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 26

3.1.7 L’imitazione europea . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 26

3.1.8 Holding, reti e gruppi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 27

3.2 Organizzazione del lavoro . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 27

3.2.1 Modello vittoriano . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 28

3.2.2 Taylorismo e fordismo. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 28

3.2.3 Il toyotismo e la produzione snella . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 30

3.3 L’impresa, il progresso tecnico e l’attività innovativa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 32

4 Il Marketing 33

4.1 L’evoluzione e la storia del marketing . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 33

4.1.1 Evoluzione della distribuzione commerciale. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 35

4.1.2 Le relazioni pubbliche . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 39

4.2 La contabilità . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 39

1 Luca Barbato

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4.2.1 Le origini della contabilità . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 40

4.2.2 Indici e flussi. Gli USA e la standard ratios analysis . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 41

5 L’impresa pubblica; ascesa e declino 43

5.1 Lo sviluppo delle imprese pubbliche . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 43

5.1.1 Le origini storiche del fenomeno . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 44

5.1.2 L’impresa di stato nelle economie pianificate . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 46

5.2 Il processo di privatizzazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 46

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List of Figures

1 Evoluzione delle dimensioni e delle forme delle imprese

La nostra economia è composta da realtà imprenditoriali differenti;

• distretti; contesti di medio-piccole dimensioni

• pubbliche

• Spa e SRL

• imprese cooperative

• molte altre

Vi sono dunque differenze, fino a qualche decennio fa (anni ’80) succedeva che chi si occupava di storia di

impresa considerava quasi esclusivamente la grande impresa manageriale (big corporation, azionisti che

costituiscono un consiglio di amministrazione che da input al management), ciò succedeva per due ordini di

ragioni:

1. carattere scientifico; la grande impresa è in generale sinonimo di successo. Vi è dunque un mag-

giore interesse nello studiare i fattori che consentono tale progresso (perchè consideriamo che le big

corporation non nascono già di grandi dimensioni)

• Influenza di Chandler; Chandler fu colui che codifica ed è uno dei primi a far presente l’interesse

nello studio delle grandi imprese, secondo il suo pensiero se si era in grado di studiare e compren-

dere le dinamiche delle grandi imprese si è anche capaci di comprendere le dinamiche di imprese

di piccole dimensioni.

2. ordine pratico; se devo studiare la storia economica devo studiare le fonti, e queste sono da ricercare

generalmente negli archivi, sono le grandi imprese a lasciare maggiori tracce di sé.

Un’altra ragione pratica è che la ricerca richiede grossi investimenti di denaro e quindi in genere (o

almeno era cosı̀ in passato) le realtà che si potevano permettere di studiare e ricercare erano le grandi

realtà e non quelle piccole che avevano difficoltà a chiudere il bilancio in pareggio.

Successivamente, però, negli anni ’80 gli storici e in generale gli studiosi d’impresa hanno incominciato a

mutare il loro modo di accostare l’impresa; inizia cosı̀ il relativismo storico: cioè un approccio che porta

a differenziare il pensiero storico economico, riferendosi alla storia di impresa si fa infatti presente che non

è detto che ciò che succede nella Big Corporation succeda sicuramente nelle piccole realtà.

Inoltre, vengono sempre di più a crearsi studi che vanno a sottolineare differenze di carattere geografico e

territoriale; sicuramente lo studio delle Big Corporation americane esprimono contesti, abitudini e culture

differenti da quelle per esempio francesi, in particolare cresce l’interesse all’analisi delle realtà giapponesi

visto il successo che stava avendo sui mercati internazionali.

1.1 Dimensione e performance delle imprese in prospettiva storica

La dimensione quantitativa, la misurazione è un elemento che soltanto nell’ultimo quarto di secolo si è fatta

strada nella disciplina; dimensioni, ranking, longevità e indicatori di performance delle imprese o dei sistemi

nazionali d’impresa sono divenuti a poco a poco strumenti e oggetti di analisi per lo storico d’impresa. Si

comincia cosı̀ ad avere una serie di considerazioni che determinano un ”avanzamento”, secondo lo storico

Leslie Hannah ”l’economia è come se fosse un bosco”; per conoscere la ”foresta” vanno studiate anche

le piccole, medie imprese non si possono studiare solo le ”grandi piante” perché queste sono chiaramente

differenti dalle piccole.

I criteri utilizzati al fine di distinguere la differenza tra piccole-grandi imprese sono;

• Numero di lavoratori Page 3

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• Fatturato

• Un altro metodo è quello del raking, metodo utilizzato solitamente per le grandi imprese; si classifi-

cano le imprese (per esempio; le prime 100) e si stila una classifica, le imprese che vi rientrano sono

classificabili dunque come Grandi imprese

Tuttavia, non esiste un criterio universale, talvolta nemmeno nazionale; dunque gli studi possono portare a

differenti risultati a seconda del criterio utilizzato e diviene dunque difficile comprendere le dimensioni reali

di un’impresa; grande, medie o piccole?.

1.1.1 quota di occupazione assorbita da ciascuna impresa

Un indicatore però particolarmente utile è rappresentato dalla quota di occupazione assorbita da ciascuna

impresa, i dati quindi seppur non precisi sono capaci in linea generale di dare dei risultati comparabili e in

particolare da tali risultati siamo capaci di affermare che nei primi decenni del 900, in Giappone e soprattutto

in Italia sono le piccole imprese a dare lavoro, altre considerazioni è che le grandi imprese sono capaci di

occupare al massimo 1/3 dei lavoratori totali.

1.1.2 Due indicatori di performance; longevità e redditività

In genere la dimensione è un elemento di strategia dell’impresa; se io produco ho dei costi fissi che si abbattono

quanto più produco quella merce e la riesco a vendere nel mercato, quindi più cresco e più abbatto i costi

fissi, tale fenomeno è chiamato economia di scala.

Viceversa vi sono una serie di produzioni specializzate che appartengono alle piccole imprese che sono quelle

che prima degli anni ’80 erano trascurate; sappiamo, però che le dimensioni delle imprese dipende anche

dal contesto istituzionale in cui si sviluppa quella realtà, anche gli elementi costituzionali (per esempio

determinate leggi) possono influenzare la realtà industriale (per esempio, storicamente in Italia si sono

sempre favorite le piccole imprese mentre in USA le grandi imprese).

Per valutare le performance dell’impresa (quindi capaci di comparare l’impresa con altre nel mercato), per

fare ciò vi sono 5 approcci possibili;

• Approccio mainstream; quello che va per la maggiore. Si parte dal concetto che l’obiettivo dell’imprenditore

è quello di massimizzare il profitto, la comparazione avviene attraverso il bilancio aziendale, ossia

quel documento fondamentale per una lettura economica dell’impresa e che segue determinati criteri

standard (quantomeno a livello nazionale). Il bilancio è capace di generare tramite semplici operazioni

indici patrimoniali/finanziari che aiutano nella comprensione effettiva dell’andamento aziendale.

Il Bilancio aziendale permette inoltre una comparazione temporale, è, cioè, possibile comparare

l’andamento aziendale dell’anno corrente con quelli passati per arrivare a fornire dati quanto più precisi

possibili.

• Approccio istituzionalista; l’efficacia dell’impresa invece viene valutata in primo luogo in base alla

sua capacità di ridurre i costi di transazione e di minimizzare i conflitti principale/agente, cioè, di

posizionarsi efficientemente all’interno del mercato. Si tratta di un approccio diverso da quella della

massimizzazione del profitto, va più ad interessarsi all’interesse degli stakeholders.

• Approccio evolutivo; l’impresa di successo è quella che sopravvive, si basa dunque sulla longevità

aziendale, dunque sulla sua capacità di superare le mutevoli condizioni del mercato.

• Approccio del management strategico; si tratta di una capacità aziendale di interagire con il contesto

esterno; la struttura del settore dove questa si trova ad operare.

• Approccisociologici; Dove l’impresa è valutata di successo se è capace di raggiungere periodicamente

gli obiettivi che si è prefissato, si tratta dunque di perseguire livelli alti di efficacia.

Youssef Cassis, studioso e professore alla London School, ha tentato di mettere insieme tali approcci e creare

un modello di tipo matematico dove la valutazione del comportamento aziendale è diviso in cinque

categorie; Page 4

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1. dimensione; misurabile con diversi criteri come per esempio quello delle quote di occupazione e pro-

duzione.

2. rendimento; calcolato sulla base di indici di redditività (già menzionati), permette di fornire la mis-

urazione più diretta ma tuttavia la loro ricostruzione per lunghi periodi presenta difficoltà nel reperi-

mento dei dati necessari.

3. sopravvivenza o longevità; costituisce un’interessante modalità di misurazione indiretta ma è distorta

nel momento in cui l’azienda viene venduta; se osserviamo gli interessi degli stakeholder, una cessione

aziendale diviene più interessante piuttosto che una politica di pura sopravvivenza.

4. competitività; comporta ulteriori stime quantitative (quote di mercato, produttività)

5. etica e reputazione; implicano, invece, una serie di valutazioni di carattere qualitativo (impatto ambi-

entale, creazione di nuove opportunità di lavoro)

Quello di Cassis è in realtà un modello particolarmente complesso che in quanto cerca di unire più modelli

in un unico risulta praticamente inutilizzato.

Gli studi comparati finora disponibili in materia di performance aziendale, dato che si tratta di un campo

di ricerca sviluppatosi essenzialmente nell’ultimo decennio, hanno preso in esame esclusivamente aziende di

grandi dimensioni sulla base delle uniche due variabili di cui è stato possibile ricostruire l’andamento per

periodi sufficientemente prolungati; sopravvivenza e profittabilità.

Lo spunto per tali studi è derivato dalle ricerche di Alfred Chandler ed in particolare dalla sua pubbli-

cazione ”Scale and Scope”; nel quale mette a confronto, presentando un ranking delle 200 maggiori imprese

di Stati Uniti, Germania e Gran Bretagna nel corso del XX secolo. Le economie di scala si è già spiegato

cosa sono, ma Chandler fece presente che le big corporation presentano anche economie di scopo; nel

momento in cui sono capace di sfruttare materie che andrebbero sprecate sono capace ulteriormente di mas-

simizzare il profitto, si creano dunque una sinergia di due modelli di ”business” dove si ottimizza l’uso

delle risorse. L’osservazione di Chandler è dunque che le strutture materiali e le competenze umane or-

ganizzate all’interno dell’impresa, non solo contribuiscono ad assicurare la continua crescita dell’impresa ma

influenzano lo sviluppo dei settori e delle nazioni interessati da tale fenomeno; sono alla base della crescita

industriale che permette a Germania e Stati Uniti di divenire le potenze produttive e competitive più forti

. Per Chandler dunque i migliori indicatori per valutare il successo di un’impresa sono la sua longevità e

la sua permanenza ai vertici del sistema economico (fa infatti presente che per tutto il ’900 non vi è stato

particolare ricambio nel ranking stilato)

Due studiosi, Louça e Mendoça, però hanno fatto una ricerca delle 200 più grandi imprese USA, esteso

sino alla fine del secolo scorso ed osservano che ciò che caratterizza maggiormente il campione nella lunga

durata è la turbolenza piuttosto che la continuità (ciò è dovuto in particolare all’ascesa delle nuove tecnologie

informatiche e comunicative); vi sono, infatti, soltanto 28 imprese (che hanno tutte origine nell’800 ) fra le

543 imprese che figurano almeno una volta nel campione compaiono nel top ranking in tutti e sei gli anni

considerati, mentre 267 compare solo una volta.

Da ciò possiamo trarre una conclusione; vi è difficoltà nel generalizzare, infatti la natura dinamica delle

imprese difficilmente permette di trarre conclusioni, esse evolvono e reagiscono in maniera differente a seconda

del settore di appartenenza, a seconda della loro capacità di apprendimento.

Ulteriori ricerche a conferma di ciò appena detto sono state condotte in Italia da Giannetti e Vasta;

in questo caso lo studio riguarda le 200 maggiori imprese italiane; dove si è riscontrato, applicando una

metodologia simile a quella di Louça e Mendoça, un ancor piu elevato livello di turbolenza; solo 8 fra le

grandi imprese permangono nel top ranking nell’arco temporale 1913-2001.

Ricerche sempre più di natura ”matematica” hanno condotto ad ulteriori studi tenuti da Carreras e

Tafunell, i quali prendono in considerazioni i Tassi di redditività (ROE)(l’indice di redditività del capitale

proprio) delle maggiori imprese delle nazioni più fiorenti europei; UK, Gran Bretagna, Germania, Spagna.

Tali studi, in realtà erano privi di senso, presentavano , infatti, delle problematiche; I bilanci non erano

standardalizzati in Europa (armonizzazione che avverrà come sappiamo dalla prima parte del corso, nel ’78

in quasi tutta l’Europa con la IV direttiva CEE (nel 93 in Italia)) la legislazione era differente da nazione a

nazione e dunque i dati presi in considerazione risultavano privi di senso Page 5

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1.2 L’impresa famigliare

1.3 La grande impresa manageriale

La grande impresa nasce negli Stati Uniti e poi si diffonde nel resto del mondo, tale fenomeno rientra in

quel fenomeno più completo che abbiamo definito Americanizzazione e che abbiamo collocato nel periodo

successivo alla Seconda Guerra Mondiale; si tratta di un processo di carattere imitativo che dovrebbe in

teoria rafforzare tale modello, tuttavia ciò non succede per due principali teorie:

• post-industriale; una volta vi era l’agricoltura capace di dare reddito e occupazione, capace di trainare

il PIL mondiale.

• neo-industriale (quella più acclarata dal punto di vista scientifico); con la rivoluzione industriale vi è

un avanzata e crescita del settore manifatturiero, divenendo quello trainante del prodotto interno lordo.

Vi è però poi una crisi del settore industriale che viene sostituito dal settore terziario (quello dei servizi).

Il modello neo-industriale aggiunge alcuni elementi essenziali; nel settore industriale, manifatturiero si

affermano sempre di più le automazioni quindi dove vi erano le fabbriche l’occupazione veniva spesso

sostituito dalle macchine.

Inoltre, è stato spesso fenomeno di esternalizzazione: vi è stata la creazione di realtà industriali

capaci di assorbire altre realtà, creando ulteriormente

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/12 Storia economica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Luca21B di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Menzani Tito.
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