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Counseling nei contesti lavorativi

Informazioni generali

Prof.ssa: Gloria Guidetti
Manuale: slide + manuali di approfondimento consigliati: Stress e rischi psicosociali nelle organizzazioni (2011) Fraccaroli; il Mulino. Link

Il rientro al lavoro. Integrazione e occupabilità nei contesti professionali (2016) Argentero; Raffaello Cortina (cap. 1,2,3,4,7).

Esame scritto. Relazioni d'aiuto e counseling2.pptx

Domande esame

  • Dalla fine degli anni ’70 si è assistito a: Un aumento dei lavori che vengono definiti “immateriali, relazionali, di servizio”.
  • Il burnout: È una sindrome potenzialmente riscontrabile in tutti i tipi di lavoro.
  • Il modello di burnout proposto da Gil-Monte è un modello: Quadrimensionale definito da esaurimento emotivo, indolenza, entusiasmo per il lavoro e senso di colpa.
  • Secondo il modello Effort-Reward Imbalance di Siegrist, la condizione di rischio psicosociale per il benessere lavorativo è definito da: Una condizione di squilibrio tra sforzo e ricompensa e dal livello di iper-coinvolgimento nel proprio lavoro.
  • Le misure soggettive utilizzate nella valutazione dei rischi psicosociali comprendono: Strumenti qualitativi (interviste e focus group) e strumenti quantitativi (questionari).
  • Al fine di favorire il reinserimento di lavoratrice a seguito del periodo di maternità, è utile considerare il ruolo: Il ruolo coordinato di strategie di selezione, ottimizzazione e compensazione.
  • Gli interventi attuati per favorire il rientro e il reinserimento lavorativo possono essere definiti interventi di: Prevenzione terziaria.
  • Legislazione valutazione dei rischi: Legge 81/2008.
  • La relazione tra vita lavorativa e privata, secondo il modello di Geurst e Demerouti, può essere compresa considerando: Le influenze di conflitto e arricchimento che originano da entrambe le sfere lavorative e private.
  • Oltre ai rischi psicosociali, nella genesi dello stress è utile considerare anche il ruolo di: Età, genere, caratteristiche etniche e culturali e fattori disposizionali.
  • Secondo la prospettiva fisiologica, lo stress è: Una reazione aspecifica dell’organismo a qualsiasi sollecitazione agli stimoli esterni.
  • Secondo il modello di Cox, Griffiths e Gonzales (2000), i rischi psicosociali comprendono: Aspetti del contenuto e del contesto lavorativo.
  • Il modello Job Demands-Resources di Demerouti e coll.: Permette di valutare anche gli esiti positivi dell’esperienza lavorativa.

Lezione 11/10/20

Introduzione alla psicologia della salute occupazionale

Nuove professioni e nuove problematiche sociali – storia
Il lavoro dell’antichità viene inteso come abiezione morale: è faticoso, non è quasi mai remunerato, avvilisce chi vi è condannato fino all’abbrutimento e alla morte → lavoro = fatica (travailler, trabajar, trabalhar, travagghiari, da tripalium, strumento di lavoro per la ferratura dei cavalli e poi di tortura → termine che indica lavoro e sofferenza).

  • Medioevo: Il lavoro si trasforma lentamente da fatica e sofferenza a strumento di naturale obbedienza verso il creatore, come fonte di liberazione individuale (ora et labora).
  • Arti e mestieri (XII sec): Attività artigianali e proprietà di strumenti di lavoro (nascita delle botteghe e dei negozi (neg-ozi = negazioni dell’ozio): ora il lavoro è indispensabile, fonte di produttività e per questo rispettato. Possedere strumenti e tecnologie, saper svolgere un mestiere, costituisce un vantaggio.
  • XV-XVI sec: Il lavoro artigiano e manifatturiero, con l’introduzione delle tecnologie e maggiore energie, vengono via via sostituiti dai primi opifici (luoghi di lavoro dove gli artigiani, portatori di singoli mestieri si concentrano per lavorare con i propri strumenti di lavoro): gli strumenti non sono più di proprietà dei singoli lavoratori ma del detentore del capitale che fornisce loro il salario.
  • Prima rivoluzione industriale (XVIII sec): Il modello degli opifici acquista sempre più potere grazie all’utilizzo dell’energia a vapore. La percentuale di operai rispetto a chi vive e lavora nelle campagne è però ancora esiguo.
  • Seconda rivoluzione industriale (XIX-XX sec): Nascita della fabbrica fordista grazie all’utilizzo massiccio del motore a scoppio e dei carburanti fossili e nascita dell’operaio-massa: le macchine consentono una parcellizzazione del lavoro e dei compiti → all’operaio è richiesto di compiere gesti unici e ripetitivi con conseguente perdita del controllo sul ciclo produttivo e sul prodotto finale (catena di montaggio)
  • Dalla fine degli anni ’70 del secolo scorso: Progressiva diminuzione della popolazione attiva impiegata nell’industria manifatturiera e progressivo aumento dei lavori che vengono definiti <<immateriali, relazionali, di servizio>> nei quali non esistono più i mezzi di produzione classicamente intesi (macchinari) bensì esistono relazioni, idee, informazioni e rapporti tra esseri umani → Si assiste a una enfatizzazione degli aspetti psicologici e relazionali nell’ambito dei fattori di rischio lavorativo.

I progressivi cambiamenti che si sono andati formando nella relazione tra uomo e lavoro, prima con l’introduzione sempre più massiccia di macchinari e lavorazioni di materiali, e poi con la prevalenza, oggi più radicale, dei lavori <<immateriali>>, hanno comportato anche una trasformazione nella concezione che lega lavoro e salute.

  • Inizio XX sec: L’individuo al lavoro è visto come essere passivo che risponde a stimoli economici e al quale è richiesto un mero adattamento al sistema tecnologico e produttivo → Approccio Tayloristico dell’organizzazione scientifica del lavoro: il ciclo del lavoro è scomposto in elementi analitici, compiti semplici e standardizzati, progettati dal management; ai lavoratori è richiesto un mero adattamento al ciclo produttivo, sono addestrati per lavorare secondo le istruzioni ricevute e ottimizzare i tempi di produzione. In questo sistema sono ridotte al minimo le pause causando isolamento dei lavoratori da fonti di socializzazione, dove l’unica ricompensa è rappresentata dalla retribuzione e da premi in relazione al livello di produzione (cottimo).
  • Anni ’30-’40: Tutela della salute in relazioni a infortuni e malattie e che ha portato alla necessità di gestire i rischi presenti nei luoghi di lavoro → l’attenzione degli studi e degli interventi si limitava a valutare le condizioni di lavoro che potevano costituire un rischio di infortunio o malattia, cercando di correggerle (logica correttiva). L’intervento era centrato sull’individuo e orientato alla cura del danno fisico.
  • Si poneva attenzione soprattutto ai rischi <<tradizionali>>:
    • Primo fattore di rischio: Aspetti dell’ambiente fisico (rumore, areazione, temperatura, vibrazioni, radiazioni)
    • Secondo fattore di rischio: Rischi di tipo chimico (sostanze naturali o sintetiche, organiche o inorganiche quali fumi, gas, liquidi o sostanze solide) e biologico (virus, batteri, protozoi, parassiti).
    • Terzo fattore di rischio: Rischi legati alla fatica fisica (statica e dinamica), quali spostamento e movimentazione carichi, posture incongrue o anomale per periodi prolungati.
  • Dagli anni ’30 e ’40, con la nascita del movimento delle Relazioni Umane (Mayo, 1933), si comincia a comprendere l’importanza del fattore umano (studi presso la General Electrics e l’effetto Hawthrone) e dei possibili effetti che la routinizzazione e la dequalificazione, nonché i fenomeni di gruppo, potessero avere sul benessere del lavoratori in termini di alienazione, motivazione e produttività: gli esperimenti di Elton Mayo hanno permesso di osservare come siano i fattori psicosociali, quali la coesione di gruppo, il senso di appartenenza, la possibilità di avere maggior controllo sulle operazioni da svolgere, nonché in questo caso, anche la possibilità di essere al centro dell’attenzione dei ricercatori, a determinare il livello di produttività e di benessere, e dei comportamenti assunti dai lavoratori.
  • Negli anni ’50-’60 si comincia a parlare di interazione tra individuo e ambiente di lavoro → job design, formazione/addestramento e selezione dei dipendenti come interventi incentrati sulla cura del singolo ma con una prima attenzione alle conseguenze psicologiche (affaticamento, disturbi psicosomatici).
  • Solo negli anni ’70 si assiste a un cambiamento da un approccio centrato sulla cura a uno centrato sulla prevenzione → Health Protection (proteggere quante più persone possibili dalle minacce alla loro salute) e si comincia a consolidarsi l’attenzione verso il quarto fattore di rischio (o rischi psicosociali): tali rischi sono legati all’organizzazione del lavoro e attengono alle scelte organizzative, agli aspetti legati alla progettazione, alle organizzazioni e gestioni dei lavoro le cui peculiarità sono quelle di impattare sulla sfera psicologica della persona.
  • Anni ’80: Wellness e Health Protection → indurre le persone a fare scelte ragionate che migliorino la loro salute fisica e mentale. Si mira a cambiare i comportamenti delle persone con interventi di educazione alla salute attraverso formazione, partecipazione e coinvolgimento delle persone e si pone maggiore conoscenza e attenzione ai fattori organizzativi che minacciano la salute.

Si assiste dunque a uno spostamento dalla prevenzione degli infortuni e delle malattie alla conservazione attiva della salute → Approccio alla promozione della salute, in sintonia con la concezione di salute sostenuta dall’OMS:

  • 1946: La salute non è solo mera assenza di malattia, ma l’insieme di benessere psicofisico e sociale
  • 1978 (dichiarazione di Alma Ata): La salute è la condizione che rende possibile svolgere un’attività lavorativa
  • 1986 (Carta di Ottawa): La salute è un concetto positivo che amplifica le risorse sociali e personali, così come le capacità fisiche.

Concezione di salute e malattia

Modelli dicotomici: Salute vs Malattia
Modello biomedico: In cui la salute è intesa come assenza di malattia e la malattia è definita dalla cospicua presenza di segni e sintomi patologici. L’individuo è portatore di patologie che ne minano lo stato di salute ed è richiesto l’intervento esterno dell’esperto. Salute e malattia sono quindi entità discrete.

Modello continuum benessere-malessere: In questa concezione, salute e malattia si muovono da un estremo rappresentato da un alto livello di benessere e un altro estremo rappresentato dalla mancanza di salute. Il benessere è uno stato positivo che può essere perseguito oltrepassando un punto centrale, neutrale, muovendo verso l’estremo positivo del continuum in cui è possibile migliorare i livelli di salute e benessere fisico e mentale. Al contrario, oltrepassando il punto centrale nella direzione opposta, verso l’estremo negativo del continuum, si incontra la disabilità e malattia, attraversando diversi livelli decrementali di abilità e condizioni funzionali.

A differenza di un modello clinico più arcaico, nel modello del continuum benessere-malessere il trattamento non si limita a contrastare segni, sintomi e disabilità, ma persegue positivamente il miglioramento della salute, privilegiando strumenti educativi e di coinvolgimento diretto delle persone.

Evoluzione della prevenzione

Sia i modelli bio-medici che del continuum benessere-malessere si sviluppano in parallelo all’evoluzione del panorama epidemiologico del secolo scorso:

  • Una prima fase di lenta fuoriuscita da una netta prevalenza di malattie legate alla malnutrizione e alla condizione di povertà e marginalità sociale della maggior parte della popolazione; questa fase è caratterizzata da interventi tesi ad assicurare la diffusione di una maggiore igiene di base a tutti i livelli sociali, condizioni di vita più sostenibili, da un regime alimentare sufficiente per i più ampi strati sociali. Sono essenzialmente questi interventi a ridurre i tassi di mortalità, soprattutto nell’età infantili e anziane.
  • Una fase intermedia in cui prevalgono le pandemie (ad esempio le grandi epidemie influenzali) e le malattie batteriche e virali; è in questa fase che si collocano le grandi campagne preventive.

Il modello bio-psico-sociale → La terza fase è invece caratterizzata da una consapevolezza nuova: l’inscindibilità del continuum benessere-malessere. Il livello del funzionamento ottimale umano non lo si può individuare partendo dalla misura delle malattie (illness), o delle salute (healths) ma dall’integrazione adattiva del loro rapporto (Bertini, 2001). Lo strumento operativo che si aggiunge e ricomprende quelli del trattamento e della prevenzione è ora quello di promozione della salute. Ciò determina uno slittamento di enfasi dagli indicatori negativi (sintomi) a indicatori positivi di salute profondamente intrecciati al concetto di sviluppo e di crescita personale e sociale. Corrisponde alla fase attuale, segnata dalla prevalenza di malattie cardiovascolari, neoplasie e malattie con decorso prevalentemente cronico. Si tratta di un modello sistemico ed ecologico per il quale ogni condizione di salute o di malattia è il risultato dell’interazione tra fattori biologici, psicologici e sociali (Engel, 1977, 1980).

Nell’antica mitologia greca, Esculapio aveva due figlie: una si chiamava Igea e l’altra Panacea. Mentre quest’ultima rappresentava l’impegno continuo di ricerca e di “cura” nei confronti della malattia in tutte le sue forme (il bastone), la prima era conosciuta come la dea della salute e della prevenzione (il serpente che, con il cambiamento di pelle, porta al cambiamento).

“Lo sguardo acuto di Panacea ha dominato la storia della medicina moderna e continua a illuminare il suo percorso, con grande giovamento di tutti. Non è certo in discussione lo sviluppo continuo delle sue arti. In discussione oggi è l’opportunità del suo procedere senza l’aiuto dell’altra figlia di Esculabio”.

Il modello bio-psico-sociale ha quindi riportato l’attenzione ai temi non più solo della cura e del trattamento, ma anche a quelli della promozione, dove fondamentali non sono più solo le dimensioni oggettive e quantitativamente misurabili, ma dove entrano a pieno titolo anche le dimensioni soggettive e la loro interrelazione con i fattori fisici e sociali.

La salute è un completo stato di benessere fisico, mentale e sociale e non solo mera assenza di malattia (OMS, 1946).

Il benessere come stato soggettivo psicologico e il benessere sociale

L’approccio bio-psico-sociale permette quindi di spostare il focus da un paradigma medico riduzionista (salute = assenza di malattia) e riparativo (cura) a uno olistico, sistemico e proattivo incentrato sulla possibilità di intervento per costruire qualità positive e potenziare le risorse individuali.

Lo studio del benessere soggettivo (o psicologico) si può identificare storicamente in due principali correnti:

  • Edonico: Stato interno piacevole, caratterizzato da emozioni positive e assenza di emozioni negative → è quindi definito da una valutazione cognitiva del proprio grado di soddisfazione per la vita e di felicità;
  • Eudaimonico: È il risultato di un percorso di acquisizione di competenze e dello sviluppo di potenzialità, crescita e perseguimento degli obiettivi → in questa prospettiva il benessere si realizza all’interno di un processo di mutua interazione tra individuo e contesto sociale.

In questa prospettiva Ryff individua 6 dimensioni che alimentano il benessere psicologico:

  • Autonomia
  • Controllo ambientale
  • Crescita personale
  • Relazioni positive con gli altri
  • Scopo nella vita
  • Accettazione di sé

Ryff e Deci (2000) hanno proposto una nuova teoria in chiave eudaimonica, la Teoria dell’Autodeterminazione, secondo la quale la realizzazione di sé è un aspetto centrale del benessere individuale e determinata dalla possibilità di soddisfare tre bisogni psicologici di base:

  • Autonomia
  • Competenza
  • Relazionalità

Da qui deriva la possibilità di esperire livelli motivazionali intrinseci e interiorizzati: l’autodeterminazione è svincolata da rinforzi o bisogni esterni, sebbene sia promossa dalle risorse dell’ambiente sociale.

Il benessere sociale
Questa prospettiva, integrando quella precedente, propone una concezione di benessere che vada oltre la valutazione cognitiva di soddisfazione e dalla presenza di emozioni positive, considerando la dimensione sociale del benessere definita da:

  • Integrazione sociale: qualità delle relazioni con la propria comunità (avere qualcosa in comune)
  • Contributo sociale: sentimento di essere un membro attivo e vitale nella comunità
  • Accettazione sociale: sentimento di fiducia che si nutre nei confronti degli altri
  • Attualizzazione sociale: valutazione delle potenzialità delle istituzioni sociali e fiducia in esse
  • Coerenza sociale: percezione della qualità del mondo sociale, interesse verso culture, norme e valori sociali.

È a partire da queste evoluzioni che anche la psicologia delle organizzazioni comincia a far propri concezioni di salute più complessi, spostando il focus dalla prevenzione alla promozione della salute, dal disagio al benessere e dal singolo al contesto.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Glp01 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Relazioni d'aiuto e counseling nei contesti educativi e lavorativi e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Gabriele D'Annunzio di Chieti e Pescara o del prof Guidetti Gloria.
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