Il termine metodo e la visione classica del metodo
La prima accezione di 'metodo' che si incontra in quasi tutti i dizionari è la più vicina al significato scientifico: metodo come strada per raggiungere un certo fine (strada con la quale). Cartesio è il primo nella tradizione filosofica occidentale a proclamare il ruolo centrale nell'attività intellettuale: "regole certe e facili che, da chiunque strettamente osservate, gli renderanno impossibile rendere il falso per vero; senza consumare inutilmente alcuno sforzo della mente, ma aumentando sempre gradatamente il suo sapere, lo condurranno alla conoscenza vera di tutto ciò che sarà capace di conoscere".
Francesco Bacone, inoltre, aveva sottolineato come questo metodo fosse alla portata di tutti: "Il nostro metodo di ricerca mette quasi alla pari tutti gli ingegni, perché lascia poco spazio alle capacità individuali, ma le lega con regole solidissime e con dimostrazioni".
Nonostante Cartesio e Bacone fossero rispettivamente razionalista ed empirista, si osservano dei punti in comune:
- Il metodo ha delle regole facili da seguire, automatiche e alla portata di tutti
- Non sono richieste, anzi bandite, speciali conoscenze, capacità e iniziative personali, perché le regole sono cogenti per tutti.
Con l'avvento delle scienze fisiche, l'idea di un metodo matematico universale, applicabile in tutti i campi della conoscenza scientifica, assume connotati pitagorico-platonici. Diviene sempre più esplicita l'idea che la verità e la certezza siano coniugabili, cioè che si possa descrivere la realtà senza rinunciare alla certezza che la matematica può garantire: si sviluppa così l'empirismo logico.
La più recente di queste liste di operazioni che abbia una qualche pretesa di completezza è stata stilata da Theodorson nel 1970: definizione del problema; quadro teorico; ipotesi; procedura di raccolta dei dati; raccolta dei dati; analisi dei dati e verifica dell'ipotesi; conclusioni.
Il metodo ipotetico-deduttivo è stato elaborato dalla riflessione filosofica sulla fisica dal Seicento in poi. La convinzione che sia l'unico metodo possibile per la scienza ha prevalso a lungo anche nelle scienze umane (fino alla metà del Novecento); in epistemologia, la tesi dell'unità del metodo scientifico è stata affermata anche di recente, sia pure in forma più cauta.
Critiche alla visione classica
"La metodologia delle scienze sociali è divenuta una cinghia di trasmissione che distribuisce ai sociologi il 'metodo scientifico', cioè le idee di quegli autori che passano per esperti sul tema". La vivacità di un'affermazione come questa si spiega con il riferirsi a un periodo storicamente vicino in cui l'orientamento scientista dominava nelle scienze umane: si sosteneva non solo che la scienza ha un solo metodo, ma che si tratta di quel certo metodo, santificato dal successo delle scienze fisiche (repulsione per l'incertezza).
Si segnala inoltre il pericolo che una particolare serie di procedure, identificata con il 'metodo scientifico', diventi un fine in sé e che, come in tutti i rituali, l'attenzione passi dal contenuto alla forma. Anche se raramente codificata per esteso, nella coscienza collettiva dei ricercatori in scienze umane sopravvive l'idea latente che esista un solo metodo scientifico, quello della fisica dell'Ottocento. Sono in parecchi a sottolineare il fatto che il metodo è soprattutto una scelta tra modi alternativi di procedere: la questione metodologica viene considerata una scelta delle tecniche; si consideri tuttavia che dover scegliere la tecnica adatta a un caso specifico non significa affatto doversi limitare a quella tecnica.
Il metodo è qualcosa di molto più complesso di una semplice sequenza unidimensionale di passi. Osserva Polanyi: "Senza dubbio lo scienziato procede in modo metodico. Ma il suo metodo è come le massime di un'arte che egli applica in modo originale ai suoi problemi".
In conclusione, la visione cartesiano-baconiana del metodo, che ancora qualche decennio fa era praticamente incontestata, ora solleva perplessità. Al punto che si parla di paradosso del metodo: la scienza si caratterizza per il suo metodo, ma una caratterizzazione precisa del metodo distrugge la scienza.
Metodo e metodologia
Una conseguenza inevitabile del fatto che l'orientamento a lungo prevalente nella filosofia delle scienze umane riduceva il metodo a una sequenza fissa di passi e procedure è stata il passaggio del termine 'metodo' a designare estensivamente non solo un modo particolare di compiere quei passi (metodo sperimentale o ipotetico-deduttivo), ma anche ciascun singolo passo, e persino gli strumenti che permettono di compiere i vari passi (le tecniche).
L'impiego dei termini metodo/metodi nel senso di 'tecnica/tecniche' è ricorrente negli autori più orientati nella ricerca empirica, che vengono più spesso a contatto con gli strumenti operativi. Viene abusato anche il termine 'metodologia', che dovrebbe designare la riflessione sul metodo. Ma nella ricerca sociale americana, i cui cultori hanno quasi tutti una conoscenza assai tenue delle radici greche del linguaggio scientifico, si è da tempo diffusa l'abitudine (esportata poi in Europa) di chiamare 'metodologia' la singola tecnica, ovvero come "limitata porzione del suo oggetto di studio".
La contrapposizione descrittivo/prescrittivo collima piuttosto bene con la distinzione fra i due significati che il termine 'metodologo' ha nel linguaggio corrente della ricerca sociale, significati che corrispondono ai due ruoli del metodologo professionista. Quando studia e insegna, il metodologo deve avere un orientamento descrittivo, cioè deve essere aperto ad apprendere dalle esperienze di ricerca altrui valutandole senza preconcetti, e disposto a riferire quanto ha appreso. Quando mette le proprie competenze, capacità ed esperienza al servizio di una ricerca, sua o di altri, il metodologo non può che essere prescrittivo, in quanto deve dare indicazioni su cosa sia opportuno fare in ciascuna situazione specifica, su quali strumenti usare e come usarli.
Le tecniche
Anche il termine 'tecnica' deriva dal greco e designa una capacità artistica domestica, ovvero trasmissibile da padre a figlio (e non quella individuale e irripetibile del genio). Secondo Gallino "La tecnica è un complesso più o meno codificato di norme e modi di procedere riconosciuto da una collettività, trasmesso o trasmissibile per apprendimento, elaborato allo scopo di svolgere una data attività manuale o intellettuale di carattere ricorrente".
In un secondo significato, una tecnica si serve delle conoscenze acquisite dalle scienze sulla realtà per modificare questo o quell'aspetto della realtà stessa. In un terzo significato, sono le scienze a servirsi delle tecniche per conoscere meglio questo o quell'aspetto della realtà.
Le tecniche che interessano in questa sede sono strumentali ai fini conoscitivi delle varie scienze. Sono "le specifiche procedure usate in una data scienza, o per un particolare genere di indagine entro una scienza".
Nella ricerca, talvolta la natura del committente, o più genericamente il clima politico-culturale, pongono limiti alla libertà di approfondimento in questa o quella direzione (fondi, collaboratori, risorse, conoscenze personali, scadenze). Talaltra la natura del problema investigato pone limiti etici alla gamma di tecniche che si possono usare. Compito del ricercatore-metodologo è scegliere via via il percorso, tenendo conto della natura dei sentieri esistenti, del tempo e delle risorse disponibili, prendendo sempre decisioni. L'essenziale del concetto di metodo sta nella scelta delle tecniche da applicare a quello specifico problema, nella capacità di modificare e adattare tecniche esistenti, nella capacità di immaginare percorsi nuovi che - se si dimostrano efficaci, si affermano e si diffondono - diventeranno altre tecniche.
I risultati di una ricerca dipendono in grandissima misura dal complesso di scelte che il ricercatore-metodologo ha fatto lungo tutto il tragitto. Per questo motivo, nel rapporto di ricerca si dovrebbe dare ampio spazio al resoconto e alla giustificazione delle scelte operate, valutando per quanto possibile il loro impatto sui risultati. In questo convergono vari fattori:
- Oggettivismo del ricercatore, che non sempre è consapevole di quanto i suoi risultati dipendano dalle scelte fatte piuttosto che dalle situazioni reali.
- Il fatto che in genere il pubblico vuole conoscere il risultato e non il modo in cui questo risultato è stato raggiunto.
- Il fatto che i responsabili di case editrici e riviste condividono in larga misura l'oggettivismo di autori e pubblico, e il fattismo del pubblico e in ogni caso ne devono tenere conto.
Succede così che anche autori molto scrupolosi finiscono per confinare in un'appendice le informazioni sulle procedure seguite e sui motivi di tali scelte, augurandosi che "chi vorrà sapere di più su ciò che è stato effettivamente fatto dal ricercatore e sul modo in cui è stato fatto disporrà di pazienza pari alla curiosità". Il fatto che le tecniche non abbiano la natura impalpabile del metodo ma siano risorse tangibili e disponibili non implica una loro minore nobiltà o rilevanza per il lavoro scientifico: solo un impiego competente delle tecniche può dare risultati attendibili.
Specularmente, ha un atteggiamento errato chi feticizza una o più tecniche, cioè diventa magari bravo nell'applicarle, ma le considera soltanto come oggetti ready-made, privi di spessore e di storia. Sembra che Simmel descriva la situazione attuale: alcuni 'metodologi' sono in realtà specialisti di alcune tecniche, e le applicano a tutti i problemi cognitivi sui quali fanno ricerca senza curarsi della loro pertinenza. Per questo talvolta creano risultati privi di senso. Si può supporre che la super-specializzazione vada di pari passo con la tendenza al consumo di massa, dato che hanno due caratteristiche in comune: la propensione a orientarsi verso il prodotto nuovo abbandonando il vecchio indipendentemente dai pregi relativi; la propensione ad orientarsi verso prodotti sempre più artificiali e mirabolanti.
Esiste inoltre un'opinione generale che nelle scienze sociali le tecniche di elaborazione matematico-statistica dei dati siano attualmente molto più sviluppate delle tecniche di raccolta delle informazioni o di presentazione grafica dei risultati. La cosa è paradossale, dato che "nelle scienze naturali -che sono il modello di questi cultori dell'analisi dei dati- alla fase di misurazione si attribuisce la massima importanza". Pare quindi una ricerca di legittimazione scientifica analoga a quella delle scienze della natura. Ad esempio, la crescente propensione ad utilizzare procedure computer-intensive piuttosto che field-intensive può agire come fattore sia per forza propria sia per via dell'imitazione delle scienze fisico-naturali, dove le simulazioni al calcolatore hanno un ruolo sempre più importante; non si dimentichi inoltre che è per i ricercatori un modo di semplificare il lavoro di raccolta dei dati, che richiede investimenti di tempo e di denaro.
Galilei e il metodo sperimentale
Secondo la visione aristotelica – condivisa da molti filosofi ellenisti e arabi e da tutta la Scolastica medioevale – compito della scienza era identificare la natura in ogni specie di oggetto della conoscenza, distinguendo ciò che in esso è essenziale e fisso (la sostanza) da ciò che è accidentale e variabile.
Per Galilei, compito della scienza è formulare, controllare e decidere asserti che descrivano le relazioni matematiche che intercorrono tra le proprietà quantificabili dagli oggetti. Questi asserti devono essere controllati e decisi in modo impersonale, cioè senza alcun contributo delle conoscenze e delle valutazioni dei singoli scienziati.
Gli oggetti della conoscenza perdono interesse in sé, e interessano solo come portatori di stati su proprietà: quello che interessa sono le relazioni tra queste proprietà. Lo scienziato deve sapere interrogare abilmente la natura e penetrare i suoi segreti, eliminando tutti gli ostacoli che potrebbero danneggiare la nitidezza della relazione matematica.
Galilei concepì così le basi del metodo sperimentale, sviluppato dai suoi seguaci; Galilei può inoltre essere considerato uno dei padri della visione nomotetica della scienza, in quanto le relazioni matematiche che cercava tra coppie di proprietà fisiche valevano in qualunque tempo e luogo.
Un esperimento si ottiene quando si osservano gli effetti che variazioni controllate di una proprietà operativa hanno su un'altra proprietà sperimentale, mentre si mantengono costanti tutte le altre proprietà che potrebbero influenzare la seconda: si interviene quindi in modo da impedire, per tutta la durata dell'esperimento, variazioni negli stati delle proprietà che potrebbero offuscare la relazione tra operativa e sperimentale.
Realizzando un esperimento in questa forma ideale, lo scienziato può scoprire la forma pura della relazione tra la proprietà operativa e la sperimentale, e inoltre determinare la direzione di questa relazione: sostenere cioè che la proprietà operativa ha un'influenza causale sulla sperimentale.
Gli oggetti di molte scienze fisiche possiedono una caratteristica che non hanno gli oggetti delle scienze umane: sono fungibili. Questa caratteristica permette di estendere al di là del caso specifico il risultato di un esperimento su oggetti di altro tipo, generalizzandone i risultati a tutti gli oggetti considerati del medesimo tipo. Nell'esperimento ideale si interviene su un unico oggetto, considerato tipico, e quindi rappresentativo di tutti gli oggetti della sua specie. Si possono registrare in due vettori tutte le informazioni rilevanti per stabilire una relazione matematica: in un vettore ponendo gli stati sulla proprietà operativa in una serie di punti nel tempo; nell'altro gli stati sulla proprietà sperimentale negli stessi punti del tempo. La proprietà operativa sarà sull'ascissa, la proprietà sperimentale sull'ordinata di un diagramma a coordinate cartesiane che genera una curva/retta data dalla relazione matematica.
I limiti del modello sperimentale
Il modello sperimentale ha un limite teorico e vari limiti pratici. Il limite teorico consiste nel fatto che non si può mai escludere con sicurezza che proprietà non incluse nel modello perché ritenute non influenti invece influenzino la proprietà sperimentale: le proprietà sono idealmente infinite.
I limiti pratici consistono nel fatto che non sempre è tecnicamente possibile controllare alla perfezione le variazioni che produciamo nella proprietà operativa, e spesso non è possibile neutralizzare perfettamente l'influenza delle proprietà che si vorrebbero mantenere effettivamente costanti. Inoltre, non sempre si può escludere che la proprietà sperimentale reagisca influenzando a sua volta la proprietà operativa, in modo che la relazione che si considera uni-direzionale sia in realtà bi-direzionale.
Il metodo sperimentale è particolarmente adeguato a indagare relazioni monocausali, tipicamente diacroniche, ma non è adatto a indagare relazioni funzionali, tipicamente sincroniche. Non è adeguato neppure per investigare sistemi complessi di relazioni causali, quando c'è una fitta rete di interazioni fra molte proprietà che esercitano influenze diverse in combinazioni diverse. Ancor meno adeguato è il metodo sperimentale quando le proprietà si riferiscono a soggetti animati che hanno personalità e volontà, e che non reagiscono in modo uniforme a un trattamento sperimentale.
Questi limiti del metodo sperimentale non hanno impedito che fosse un fattore decisivo nello sviluppo di varie scienze fisiche; ma ne impediscono un'applicazione significativa nelle scienze umane. Pochi studiosi di scienze umane credono seriamente che si possa isolare la forma matematica della relazione tra gli stati di tutti i possibili individui sulla proprietà operativa e gli stati degli stessi individui sulla proprietà sperimentale eliminando tutte le influenze, ovviamente diverse da individuo a individuo, esercitate dalle innumerevoli altre proprietà esistenti nel mondo umano e sociale: il risultato è infatti relativo e non estendibile.
Nelle scienze umane non si può pensare seriamente che i soggetti e le situazioni siano fungibili, e che quindi si possa studiare un individuo, gruppo, istituzione o una società in una certa situazione estendendo i risultati a tutti gli altri individui, a tutti gli altri gruppi, a tutte le altre istituzioni o società in tutte le altre possibili situazioni.
Il metodo dell'associazione
Le tecniche di analisi dei dati applicate un tempo erano elementari: nelle scienze umane non c'era alcuna unità di misura specifica; le uniche variabili quantitative a disposizione erano i risultati di conteggi. Lo sforzo di edificazione di un sistema di misura delle proprietà fisiche ebbe un eco tanto in economia quanto in psicologia, disciplina che stava tentando di separarsi dalla riflessione filosofica e di acquisire status scientifico.
Prima della fine del ventesimo secolo la psicologia, e per estensione le altre scienze umane, disponevano di un ventaglio di tecniche per quantificare, almeno in modo approssimativo, proprietà come valori, atteggiamenti e opinioni, trasformandole in variabili quantitative. La maggior parte dei metodologi e dei ricercatori empirici privilegiava le variabili.
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