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Appunti del corso di Fondamenti di Psicoterapia Cognitiva e Comportamentale Appunti scolastici Premium

Appunti del corso di Fondamenti di Psicoterapia Cognitiva e Comportamentale basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Sanavio dell’università degli Studi di Padova - Unipd, facoltà di Psicologia, Corso di laurea magistrale in psicologia clinica

Esame di Fondamenti di Psicoterapia Cognitiva e Comportamentale docente Prof. E. Sanavio

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4. LA TERAPIA CONSISTE IN UNO SFORZO COLLABORATIVO FRA TERAPEUTA E PAZIENTE.

Nella psicoterapia cognitiva il ruolo del paziente è molto ampio. Potrebbe anche essere

considerato come il ruolo più importante, visto il ruolo attivo che si richiede.

La psicoterapia cognitiva vuole non essere psicoterapia di pazienti sul versante passivo, ma trovare

un equilibrio di sforzo collaborativo con un paziente quanto più attivo: non deve trattarsi di un

paziente che si mette nelle mani del dottore e che afferma di aspettarsi tanto da lui.

5. LA TERAPIA COGNITIVA SI SERVE PRINCIPALMENTE DEL METODO SOCRATICO.

Il termine utilizzato da Platone era metodo maieutico.

Socrate, al pari degli altri filosofi, non si occupa di psicoterapia ma di immortalità dell’anima, di

giustizia, della bellezza, di problemi filosofici e in quanto filosofi ne discutono tra di loro.

L’opera di Socrate principale è “I dialoghi”, di cui è egli stesso il protagonista.

In essa, non è un

Socrate non sostiene mai una tesi, si limita a porre domande al suo antagonista:

avvocato che fa una perorazione per il suo cliente, è un avvocato che smonta le argomentazioni

della controparte ponendo delle domande in cui mette in luce le contraddizioni e le assurdità cui

perviene l’argomentazione della controparte.

Non dice mai “hai sbagliato”, come fa in un certo senso Ellis; chiede piuttosto “E’ davvero questo il

tuo pensiero?”, dal momento che le persone difficilmente sostengono con piena consapevolezza

cose contraddittorie o cose che portino a conseguenze paradossali.

Di conseguenza, nel momento in cui queste si rendono conto delle contraddizioni, non possono far

altro che rettificare le loro affermazioni precedenti, precisandole meglio, e arrivare anche a

cambiare le convinzioni sottostanti.

Il metodo è quindi quello di far emergere le contraddizioni, le inesattezze che ci sono nelle

credenze disfunzionali. (“sono stupidaggini”), va detto

Il sistema di pensiero disfunzionale non va aggredito

semplicemente al paziente di rifletterci bene evidenziandone le conseguenze paradossali e

contraddittorie, ovvero facendogli notare il malfunzionamento del sistema di credenze in modo

che ci pensi il paziente stesso da solo a modificarle.

Non serve correggere il paziente, ma basta fargli osservare i punti deboli perché egli da solo

desidera correggersi: solitamente basta far notare alla persona che le sue convinzioni non sono

fondate sulle osservazioni, per attivare i suoi ragionamenti o mettere in atto dei piccoli

esperimenti per chiarirsi il problema, in quanto si ha di fronte una persona razionale, che vuole

aiutarsi e venire fuori dai suoi problemi.

6. LA TERAPIA COGNITIVA È STRUTTURATA E DIRETTIVA.

La terapia rogersiana o la psicoterapia psicoanalitica sono esempi di terapia non strutturata: ogni

seduta potrebbe sdoganarsi in modo imprevisto e diverso, essendo queste molto legate a quello

che succede nell’hic et hunc.

La terapia cognitiva, invece, in una prima fase:

- Si soffermerà sul pensiero automatico;

- Vedrà se sono riconoscibili distorsioni cognitive;

- Identificherà degli schemi particolarmente disfunzionali;

- Cercherà di e, se il caso fosse particolarmente semplice,

risalire alla convinzioni intermedie

potrebbe perfino risalire a delle credenze centrali.

È strutturata anche la singola seduta con un ordine del giorno preciso.

si desidera sia rispettato effettivamente l’ordine del

Anche il tempo dunque sarà monitorato:

giorno, in modo tale che ad ogni argomento previsto dall’ordine del giorno sia riservato il giusto

spazio. 15

Per Beck, il termine “seduta direttiva” lo porta inevitabilmente a contrapporsi a Rogers e ad altre

terapie non direttive.

Nel caso in cui la psicoterapia vada male, la responsabilità viene infatti attribuita al terapeuta;

non vale il discorso comune alle psicoterapie dell’epoca che colpevolizzavano il paziente per i

fallimenti, attribuendogli ad esempio scarsa motivazione.

La responsabilità anche in questo caso è attribuita al terapeuta che, appurata la scarsa

motivazione, dovrebbe scegliere degli obiettivi non troppo elevati e decidere consapevolmente di

iniziare la terapia con la persona che ha di fronte.

L’essere direttivo si colloca all’interno di uno scenario però ben condiviso: per evitare fallimenti,

l’ideale è ragionare fin dall’inizio sugli obiettivi che non solo sono condivisi, ma anche

ragionevolmente posti.

L’interattività significa rispetto della reciprocità, tale per cui il paziente può esprimere preferenze

di argomento, ma all’interno di uno scenario condiviso in cui comunque la responsabilità che le

cose vadano male o bene rimane al terapeuta, sulla carta direttivo e capace di limitare dei

discorsi fuorvianti o prematuri.

7. LA TERAPIA COGNITIVA È CENTRATA SUL PROBLEMA.

L’alternativa è la terapia rogersiana centrata sul paziente.

Centrata sul paziente significa che non esistono obiettivi specifici, ma esiste un obiettivo unico

ossia il miglioramento del paziente.

La psicoterapia breve implica di scegliere il/i problema/i e quindi degli obiettivi circoscritti.

8. LA TERAPIA COGNITIVA È BASATA SUL MODELLO EDUCATIVO.

L’obiettivo non è risolvere il problema soltanto, l’obiettivo è più ambizioso e consiste nello

scoprire come si fa a risolvere il problema.

L’obiettivo non è risolvere il problema per la psicoterapia, non è come dare le pillole; l’obiettivo è

capire perché si entra nella depressione e come si esce dalla depressione.

Di conseguenza consiste anche nel saper stare attenti a non ricadere di nuovo nella depressione e,

al primo insorgere di qualche sintomo, mettere in atto qualcosa di utile per non sprofondare

nuovamente nella patologia.

L’atteggiamento educativo presuppone che il paziente sappia gestire i problemi di umore che lo

riguardano, ben consapevole non solo di come funzionino, ma anche di come fronteggiarli.

Per gli psicoterapeuti è

non basta aiutare la persona a risolvere direttamente il suo problema:

meglio impiegare qualche seduta in più su di un problema al fine che la domanda non si ripresenti

e il paziente abbia sviluppato dei sistemi di soluzione e li possa sperimentare tutti.

9. LA TEORIA E LE TECNICHE DI TERAPIA COGNITIVA SI BASANO SUL METODO INDUTTIVO.

Metodo induttivo significa risalire dal basso, dall’esperienza, dall’osservazione.

In questo caso vi è una differenza rispetto ad Ellis.

Nel metodo induttivo non ci si avvale dell’autorità, non

non vengono scomodate delle statistiche,

si discute, al pari di Ellis, dell’infondatezza o irrazionalità di un’idea, ma si escogitano con il

paziente dei metodi per andare a vedere nella realtà se quel convincimento è fondato o meno.

16

10. GLI HOMEWORK (COMPITI A CASA) SONO UNA CARATTERISTICA FONDAMENTALE DELLA

TERAPIA COGNITIVA.

La psicoterapia cognitiva richiede una seduta di un’ora, un’ora e mezza ogni settimana/ogni due

settimane e i compiti a casa consistono in un paio d’ore tutti i giorni.

La seduta si conclude con l’assegnazione dei compiti a casa, un lavoro utile da fare nel corso

dell’intervallo tra una e l’altra seduta.

Richiede quindi un grosso lavoro da parte del paziente, in quanto è richiesto di dedicare parecchio

tempo a fare registrazioni, a mettere in atto del metodo induttivo per mettere in discussione

qualche schema disfunzionale.

Questi compiti a casa sono una parte essenziale della terapia stessa, in cui non basta andare alle

sedute. La psicoterapia cognitiva è spostata quindi sul lavoro del paziente e lo psicoterapeuta è il

consulente, la guida di un allenamento che la persona fa su se stessa.

Riassunto della seduta

Nel corso della seduta vengono analizzate le credenze proprie della paziente e come questa ha

condotto i rapporti interpersonali lungo la sua vita, dal rapporto con la madre fino a quello con il

compagno, motivo principale per cui lei ora richiede aiuto. La terapia si svolge attraverso un

dialogo simmetrico tra paziente e terapeuta, all’interno del quale quest’ultimo cerca di cogliere

quelli che sono i pensieri e le doverizzazioni più frequenti della paziente e di fare in modo, con

domande molto specifiche, che questa progredisca nell’analisi dei suoi pensieri fino a confutarli. Il

terapeuta si pone come assistente e non come guida, non indica la strada più corretta alla

paziente ma lascia che questa ricerchi le soluzioni e gli errori logici che mal supportano i propri

pensieri. Alla paziente viene rivolta fiducia e sostegno, motivandola e incitandola a proseguire nel

racconto dei suoi problemi, attraverso una serie di riassunti e domande riflessive che comunicano

alla paziente ascolto e interesse da parte del terapeuta, che ancora una volta non è tanto

interessato a indottrinarla e servirle le soluzioni più adatte ai suoi problemi, ma ad accompagnarla

verso un risultato comune.

L’ALCOLISMO

L’alcool è una A

sostanza tossica della quale non è possibile indicare una quantità non dannosa.

parità di dose assunta, i livelli di alcolemia possono a loro volta variare in funzione dei diversi

fattori (età, sesso, abitudine al bere, ingestione di cibo o tipo di bevanda).

Il consumo viene abitualmente espresso in termini di “grammi di alcol ingerito”, di “unità alcolica”

o di “bicchieri standard”.

[Q.tà di bevanda(ml)xGradaz. Alcolica(%)x0,8(densità alcol)]/100= gr.alcol

I livelli soglia giornalieri per un consumo di alcol moderato o a basso rischio sono equivalenti a

24gr al giorno per gli uomini e 12gr per le donne.

Come si diventa dipendenti?

La dipendenza si sviluppa mediante un modello dell’apprendimento: bere un prodotto alcolico

provoca degli effetti inizialmente percepiti come positivi di calma, piacere gustativo, rilassamento,

rallentamento del ritmo cardiaco, vasodilatazione ed elevato tono dell’umore.

L’alcol inoltre si associa fortemente a caratteristiche come l’ambiente, la sensazione di festa, la

temperatura esterna e della bevanda, l’ora del giorno, il colore della bevanda.

Secondo poi meccanismi di apprendimento operante, l’alcol viene utilizzato come una medicina

dal momento che l’individuo ha associato la bevanda alle sensazioni positive che questa può

inizialmente provocare. 17

Ci si avvicina alla dipendenza nel momento in cui il paziente utilizza la bevanda per diminuire

una sofferenza di tipo psicologico.

Infine, secondo il modello vicariante, non è necessario fare esperienza diretta ma è sufficiente

osservare il comportamento altrui per imparare quale sia l’effetto dell’alcol, inserendolo all’interno

di strategie disfunzionali di coping e di risoluzione di problemi.

Il modello cognitivo, poi, traduce il modello comportamentale in pensieri che confermano le

anticipazioni positive dell’assunzione di alcol e le attese di sollievo, credenze associate ad una

Il tutto

diminuzione del dolore e della sofferenza, una diminuzione della percezione del rischio.

accorpato a idee permissive che aiutano il soggetto a minimizzare i sensi di colpa successivi al

comportamento di assunzione della sostanza.

Consumo normale o patologico

Il termine dipendenza è associato ai consumi abusivi di alcol o droghe illecite che comportano

una dipendenza fisica:

- Consumo regolare e quotidiano;

- Tolleranza: bisogno di dosi sempre più elevate per ottenere gli stessi risultati;

- Sindrome di astinenza.

IL DISTURBO D’ANSIA GENERALIZZATA NELLA CBT

Nel DSM 5 si definisce come ansia e preoccupazione (attesa apprensiva) eccessive, che si

manifestano per la maggior parte dei giorni per almeno 6 mesi, relative ad una quantità di

eventi o attività come prestazioni lavorative o scolastiche.

Essa comporta uno che interferisce con l’appetito, il desiderio

stato di attivazione neurovegetativa

sessuale e abbassa in generale tutto ciò che è piacevole, spingendo l’individuo a fare qualcosa per

garantire il suo adattamento.

L’individuo ha serie difficoltà nel controllare la preoccupazione.

L’ansia e la preoccupazione sono associati a sintomi come:

- Irrequietezza;

- Facile affaticamento;

- Difficoltà a concentrarsi e vuoti di memoria;

- Irritabilità;

- Tensione muscolare;

- Alterazioni del sonno.

Ha forti somiglianze con il disturbo d’ansia sociale, sebbene le manifestazioni siano più

generalizzate e non limitate a situazioni di interazione sociale.

Il disturbo provoca e

condotte di evitamento attivo, comportamenti precauzionali eccessivi

ripetute richieste di rassicurazione.

Thomas Borkovec – Il worry

Attivo sul concetto di worry, a cui approdò dopo una lunga attività di ricerca sull’insonnia e sulle

intrusioni cognitive nell’insonnia. Si traduce come “preoccupazione” o “rimuginazione”, un lavoro

della mente incessante e continuo, una catena di pensieri e immagini gravata da emozioni

È ormai assodato che il worry tende a preferire l’aspetto

negative e relativamente incontrollabile.

verbale piuttosto che immaginativo delle conseguenze ipotizzate, più carico emotivamente.

Il processo di worry rappresenta un tentativo di impegnarsi in un problem solving mentale su una

questione dall’esito incerto. 18

Il fenomeno è originariamente un processo adattivo connesso alla funzione di sopravvivenza: ha

Diventa patologico se

l’effetto di mantenere alti livelli di vigilanza in vista di un possibile danno.

incontrollabile e interferente con le attività quotidiane.

È elemento cruciale del GAD ma può trovarsi in molti altri disturbi.

Ladouceur e Freeston – Intolleranza dell’incertezza

Le persone che si preoccupano eccessivamente sono “intolleranti all’incertezza” e ritengono di

dover necessariamente continuare a rimuginare fino a che non escono dall’incertezza.

Attentional Bias

I teorici si soffermarono su distorsioni di carattere cognitivo, legate all’attenzione: il deficit

attenzionale non è solamente un prodotto del deficit, ma gioca anche un ruolo fondamentale nella

sua causa e mantenimento.

Ipotesi dell’ipervigilanza

Eysenck sostiene l’esistenza di bias attentivi che segnalano una minaccia o un pericolo

(vulnerabilità cognitiva – ansia di tratto).

Da questo ne deriva una sovrastima della probabilità e della gravità degli eventi spiacevoli

anticipati.

Ruolo dei segnali di sicurezza

A complemento del ruolo delle minacce percepite va considerato il ruolo dei segnali di sicurezza.

Difficoltà terapeutiche

- Alcuni pazienti possono essere eccessivamente dipendenti dal senso di sicurezza fornito

loro da familiari ed amici intimi;

- Terapia e terapeuta possono essere visti come fonti di rassicurazione addizionale;

Modello di Wells

Distingue la fase iniziale della preoccupazione da quella del mantenimento: l’inizio può essere

relativamente involontario, ma il proseguimento è generalmente soggetto ad un controllo

volontario. (prima fase) (seconda

Vi è uno spostamento d’enfasi dal contenuto alla mancanza di controllo

fase). Nella mancanza di controllo è rilevante la valutazione che il paziente fa rispetto all’attività

delle sue preoccupazioni (metacognizione, meta-preoccupazioni).

Le credenze positive si classificano come le più pericolose, latenti, implicite e di difficile

identificazione (“rimuginando riuscirò a gestire meglio la situazione”, “pensandoci e

preoccupandomi possono evitare che accadano cose terribili”).

Wells definiva le preoccupazioni anche come comportamenti protettivi, preoccuparsi è un modo

per essere sempre pronti ad affrontare l’evento.

Strategie contro la preoccupazione

- impegno in altre attività;

Distrazione:

- “Non ci devo pensare”.

Soppressione:

Entrambe forniscono sollievo a breve termine ma aumentano successivamente la frequenza e

l’intensità della preoccupazione. Hanno inoltre un effetto secondario potente di demoralizzazione

dal momento che alimentano l’incontrollabilità della situazione in cui è protagonista il soggetto.

Tali conoscenze derivano dallo studio dei disturbi del sonno, in particolare l’insonnia.

Cambiamenti necessari per modellare le preoccupazioni sono la graduale esposizione ai problemi

e la tolleranza dell’incertezza. In quest’ultimo caso è bene che la persona inizi a decidere in

condizioni di incertezza. 19

L’ATTACCO DI PANICO NELLA CBT

Periodo breve e circoscritto nel corso del quale il soggetto subisce una serie di manifestazioni

sintomatologiche di attivazione neurovegetativa che si sviluppano in modo estremamente

rapido, associate a una sensazione di forte paura.

Gli attacchi di panico questo, secondo l’ipotesi

tendono a verificarsi in situazioni agorafobiche:

etologica, sembra dovuto alla minaccia che significa per molte specie animali l’allontanamento dal

proprio territorio.

Possono verificarsi anche attacchi di panico notturni, caratterizzati da particolare sensibilità per le

sensazioni di attivazione anche nel sonno, che vanno però necessariamente distinti dagli incubi.

Sembra che l’iperventilazione da sola sia insufficiente per indurre un attacco, è necessaria

l’interpretazione catastrofica delle sensazioni associate.

Il disturbo si ha nel momento in cui gli attacchi di panico sono ricorrenti, inaspettati ed associati ad

ansia anticipatoria per l’attacco.

Il decorso è cronico, con oscillazioni sintomatologiche.

Esistono sovrapposizioni con l’ipocondria (ansia per la salute): tuttavia, nel caso del panico, la

malattia temuta è imminente, mentre nell’ansia per la salute è immaginata a lungo termine.

Secondo dei meccanismi di condizionamento enterocettivo (Razan, 1961), le sensazioni corporee

diventano stimoli condizionati di risposte condizionate di panico.

Tale ipotesi ebbe poco seguito e fu presto rimpiazzata dall’ipotesi del falso allarme di

soffocamento di Klein, basata su un’ipersensibilità di una classe di recettori specifici per le

variazioni della quantità di CO2 nell’aria.

Modello cognitivo (Barlow e Clark)

Gli attacchi di panico sono dovuti all’erronea interpretazione catastrofica di determinate

sensazioni, somatiche o mentali.

Clark ipotizza che esistano individui vulnerabili al panico perché hanno una tendenza stabile ad

interpretare in modo errato sintomi fisici. Un terzo dei pazienti hanno immagini intrusivi

catastrofiche, non necessariamente presenti a livello di coscienza: persino il solo leggere una serie

di affermazioni può portare alcuni individui vicino al panico.

Si instaura una triade di SENSAZIONI, PENSIERI e ANSIA O PANICO.

Il soggetto può mettere in atto comportamenti di evitamento che allontanano il rischio di

sperimentare attacchi futuri di panico, tuttavia mantenendolo nel tempo.

Stimoli interni:

- Sensazioni associate ad ansia;

- Ipoglicemia;

- Bruschi cambiamenti posturali;

- Aumento della frequenza respiratoria;

- Sforzo intenso;

- Ebbrezza;

- Assunzione di caffeina o stimolanti;

- Astinenza da alcool;

- Collera;

- Stanchezza;

- Rilassamento indesisderato o post-orgasmico;

- Confusione ed ottundimento mentale. 20

Stimoli sensoriali di origine esterna

- Condizioni illuminatorie: tremolio delle lampade a fluorescenza aumenta la frequenza

cardiaca e può dare disagio;

- Conflitto sensoriale tra sensazioni del sistema visivo, vestibolare e somatosensoriale

(instabilità e vertigini);

- Condizioni meteorologiche umide o calde.

Non-fearful panic disorder

Questi pazienti hanno sperimentato attacchi che rientrano nei criteri diagnostici del panico, ma

non hanno sperimentato paura di perdere il controllo, di impazzire o di morire. Sono stimati tra il

15-40% della pratica medica.

Trattamento del disturbo di panico

Se trattato dopo molto tempo la risoluzione è complicata dalla probabile comorbidità con

l’agorafobia.

Negli anni ’70 venivano messe in atto delle procedure di rilassamento ed esposizioni controllate e

Successivamente i terapeuti iniziarono a lavorare sulle

graduate agli stimoli fobici. strategie di

(autoaffermazioni, respirazione diaframmatica, tecnica del sacchetto).

coping del paziente

Tra gli anni ’80 e ’90 si sviluppano delle terapie di identificazione e modifica delle cognizioni

sempre con molta attenzione all’esposizione ed ai

disfunzionali con ristrutturazione cognitiva,

possibili effetti agorafobici interferenti.

Tutt’ora praticato è il Modello di Clark:

- Auto-monitoraggio degli eventuali attacchi per raccogliere informazioni e operare un

processo di riattribuzione degli stessi;

- Identificazione e modifica di cognizioni disfunzionali focali che ruotano attorno

all’attacco;

- Esercizi di respirazione diaframmatica;

- Esposizione propriocettiva: mettere di fronte al paziente i sintomi dell’attacco di panico.

Attraverso un processo di abituazione, il paziente impara ad avere meno paura di tremori,

giramenti di testa, etc.;

- Esercizi di esposizione situazionale;

- Monitoraggio e riduzione dei comportamenti protettivi;

- Enfasi sugli attacchi inaspettati e sulle sensazioni interne.

Il trattamento è solitamente breve e di grande successo; vi possono però essere dei fallimenti in

caso di un disturbo evitante di personalità o di “overvalued ideation”, per persone che

mantengono una serie di credenze illogiche e intense che non si riescono ad intaccare in alcun

modo, nemmeno a dispetto dell’evidenza empirica.

Fra le variabili critiche si inseriscono:

- La collaborazione del partner

La terapia farmacologica prevede imipramina (TCA), alprazolam (BDZ ad alta potenza) e SSRI. 21

AGORAFOBIA NELLA CBT

Nel trattamento è necessario fare in modo che non si sviluppi mai un attacco di panico. Il

problema è questo è

impedire che si creino le caratteristiche di evitamento tipiche del disturbo:

spesso iatrogeno, creato dal paziente stesso, dalla gente che lo circonda o addirittura dal sistema

assistenziale che ingloba il soggetto all’interno di una bolla protettiva che non fa altro che

esacerbare i sintomi.

Secondo i criteri del DSM-V, richiede paura o ansia relative a due o più delle seguenti situazioni:

1. Utilizzo dei trasporti pubblici (aerei, treni, autobus);

2. Trovarsi in spazi aperti;

3. Trovarsi in spazi chiusi;

4. Stare in fila oppure tra la folla;

5. Essere fuori casa da soli.

L’individuo teme o evita queste situazioni a causa di pensieri legati al fatto che potrebbe essere

difficile fuggire oppure che potrebbe non essere disponibile soccorso nell’eventualità che si

sviluppino sintomi simili al panico o invalidanti.

Le situazioni vengono evitate attivamente e richiedono la presenza di un accompagnatore, o

oltre ad essere

vengono sopportate con paura o ansia intense, sproporzionate rispetto al reale

posto dalla situazione agorafobica e al contesto socioculturale.

pericolo

La paura, l’ansia e l’evitamento causano disagio clinicamente significativo, sono persistenti e

durano tipicamente 6 mesi o più.

L’ereditabilità del disturbo è la più alta tra tutte le fobie (61%).

La gravità di quadro agorafobico è rappresentata dal rapporto tra la quantità di azioni che il

soggetto può fare rispetto a quella per cui necessita di un supporto, nel tempo e nello spazio.

Il mondo del paziente agorafobico viene suddiviso radicalmente tra luoghi sicuri e luoghi

pericolosi.

Tra le difficoltà terapeutiche:

- Eccessiva persistenza dei comportamenti di evitamento;

- Efficacia di trattamenti che non prevedono l’esposizione allo stimolo duraturo;

- In una minoranza di casi sorge a seguito di eventi che non provocano paura, come nel caso

di un lutto recente. L’insorgenza dopo una perdita viene spiegata in termini di mancanza di

senso di sicurezza, in associazione con ansia generalizzata e stili di comportamento

dipendente.

Necessario per contrastare l’agorafobia è la costruzione di un senso di sicurezza, lungo due

variabili di affidabilità e prevedibilità.

VALUTAZIONE DELLE BALBUZIE

Alterazione della normale fluenza e della cadenza dell’eloquio inappropriate per l’età del

soggetto e le abilità linguistiche, persistono nel tempo e sono caratterizzate dal frequente e

marcato verificarsi di uno o più di seguenti elementi:

- Ripetizione di suoni e sillabe;

- Prolungamento di suoni;

- Interruzioni di parole;

- Blocchi udibili o silenti;

- Circonlocuzioni;

- Parole pronunciate con eccessiva tensione fisica;

- Ripetizione di intere parole monosillabiche. 22

La balbuzie l’attitudine

può essere impattante o meno all’interno della vita del soggetto:

comunicativa va oltre la percezione del disturbo.

L’età media di insorgenza della balbuzie è intorno ai 33 mesi.

Frequentemente vi è comorbidità con altri disturbi, per il 62% delle volte.

Secondo l’OMS, la balbuzie è un disordine nel ritmo della parola, nel quale il paziente sa con

precisione ciò che vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non è in grado di dirlo a causa di arresti,

ripetizioni e/o prolungamenti di un suono che hanno carattere di involontarietà.

Come caratteristiche overt vi sono i comportamenti verbali che causano al loro volta reazioni

e, a livello più profondo, da

emotive negative nel parlante cognizioni negative sulla propria

rinunce o deleghe comunicative

verbalità che possono indurre il soggetto a evitamenti,

(caratteristiche covert).

Caratteristiche covert:

- Eccessiva tensione muscolare;

- Reazioni visibili o udibili che accompagnano le disfluenze;

- sforzo per nascondere comportamenti overt;

- Atteggiamento di evitamento comunicativo.

L’ansia rappresenta una delle più frequenti concomitanti psicologiche della balbuzie, con una

maggiore comorbidità con l’ansia sociale in età evolutiva e adulta (timore di una valutazione

negativa, minaccia sociale e comportamenti di evitamento dei contesti comunicativi).

Secondo l’approccio CBT la balbuzie è un comportamento appreso per condizionamento classico e

L’ambiente esterno reagisce alle disfulenze del

mantenuto per condizionamento operante.

bambino con Tutte le volte che

critiche e rimproveri che genereranno in lui sentimenti di ansia.

balbetta riceve disapprovazione dall’ambiente e questa continua associazione porta a risposta

condizionata di ansia. L’evitamento successivo dei comportamenti che provocano ansia porta a

peggioramento del disturbo.

Secondo Ellis la balbuzie è dovuta alla presenza di come:

distorsioni cognitive

- Doverizzazioni;

- Catastrofizzazioni;

- Mancanza di controllo;

- Giudizi totali su di sè.

Il paziente è portato ad attuare rinunce comunicative per alleviare momentaneamente lo stato

d’ansia. Contemporaneamente ogni evitamento genera un senso di bassa autoefficacia verso le

proprie possibilità e porta il paziente a perpetuare gli evitamenti.

È importante fornire al paziente balbuziente strategie che gli permettano di confutare i pensieri

e

irrazionali modificare le distorsioni cognitive al fine di affrontare le situazioni comunicative con

una minore tensione emotiva e fisica.

Studi di brain imaging definiscono la balbuzie come un problema di timing tra l'accesso lessicale

dell'emisfero sinistro e l’atto motorio coordinato dall’emisfero destro.

Valutazione del bambino prescolare

- Intervista strutturata con i genitori;

- Valutazione della fluenza verbale,

- Valutazione dell’interazione comunicativa tra genitori/bambino in attività di gioco;

- Valutazione dell’attitudine comunicativa del bambino. 23

Valutazione del bambino scolare

- Intervista strutturata con i genitori e con il bambino;

- Valutazione della fluenza verbale;

- Valutazione dell’attitudine comunicativa;

- Valutazione della motivazione al trattamento e delle aspettative;

- Valutazione linguistica;

- Eventuale valutazione cognitiva e di personalità;

- stesura del piano di trattamento.

Valutazione dell'adulto

- Intervista strutturata;

- Valutazione della fluenza verbale in differenti contesti comunicativi;

- Valutazione dell’attitudine comunicativa;

- Questionari di personalità (CBA, SIB, LCB Scale);

- stesura di un profilo con eventuale piano di trattamento.

Interventi di CBT

Comprendono strategie che includono tecniche operanti, di condizionamento classico e

apprendimento sociale.

Condizionamento classico:

- Desensibilizzazione sistematica: immaginare situazioni comunicative ansiogene, ordinate

gerarchicamente, e successiva esposizione neutralizzata attraverso rilassamento

muscolare;

- Time out: al paziente viene chiesto di interrompere la produzione verbale balbettata,

restare in silenzio per diversi secondi, e poi ripetere la parola verbale;

- Rinforzo della fluenza verbale: episodi di balbuzie ignorati, frasi fluenti rinforzate con

apprezzamenti verbali;

- Lodi e punizioni: condizionamento operante, uso di rinforzi sociali;

- Pratica negativa;

- Token economy: tecniche finalizzate a rendere l’eloquio più fluente.

Tecniche cognitivo-comportamentali:

- Ristrutturazione cognitiva: modificare le distorsioni cognitive e ridurre la malattitudine del

paziente verso il proprio stile comunicativo;

- Individuazione di pensieri intrusivi negativi;

- Stop del pensiero;

- Osservazioni vicarie: incrementare le attitudini ottimistiche del soggetto;

- Biofeedback abbinato a un programma di prevenzione delle ricadute basate sul modello

dell’autoefficacia di Bandura. 24

MINDFULNESS

Kabat-Zinn (1990) – “Porre attenzione in un modo particolare: intenzionalmente, al momento

presente, in modo non giudicante, non critico e di accettazione”.

Sviluppare abilità di monitoraggio sul vagare della mente e riportarla sul momento presente.

Tra origine dalla meditazione Vipassana (consapevolezza per esperienza, insight, chiara visione).

Modello a due componenti (Bishop, 2004)

1. Attenzione (focalizzarsi dell’esperienza su determinati aspetti della realtà – switching) e

consapevolezza (esperienza soggettiva di fenomeni interni ed esterni, accesso di input

sensoriali e non);

2. Accettazione (essere aperti all’esperienza della realtà del momento presente).

La mindfulness come autoregolazione dell’attenzione, si può considerare un’abilità metacognitiva.

Repetitive tought Il pensiero ripetitivo viene considerato un

Modalità di pensiero automatico e ripetitivo.

denominatore comune sia del worry che della ruminazione. Mantenendo l’attenzione sul qui ed

ora la mindfulness impedirebbe queste forme di pensiero.

Si tratta di un costrutto postulato con poca validità:

- Apertura all’esperienza: dimensione di personalità fisiologica;

- Absorption: dimensione di suscettibilità ipnotica ed esperienza di alterazione della

coscienza;

- Flow: esperienze di flusso, assorbimento totale e perdita del senso del tempo, attvità che

catalizzano completamente le risorse;

- Mindfulness e attitudine alla mindfulness (stato/tratto);

MBSR

Programma standardizzato di meditazione allo scopo di integrare la meditazione Vipassiana con la

pratica contemporanea clinica e psicologica. È stato inizialmente validato su una popolazione di

pazienti medici gravi. È un programma di gruppo in 8 sedute settimanali più una giornata

È richiesta pratica quotidiana a casa in proprio.

intensiva.

Si è dimostrato utile per stress, dolore, qualità della vita, sintomi d’ansia e d’umore.

1. (esercizio di mindfulness strutturato):

Pratica formale

a. Body scan: 45 minuti in cui la persona, seduta comodamente, passa in rassegna il

proprio corpo;

b. Hatha Yoga: mindfulness abbinata a movimenti di stretching;

c. Sitting meditation: orientata al corpo e al respiro, sensazioni esterne;

d. Walking meditation.

mindfulness nella vita quotidiana, si basa sulla

2. Pratica informale: consapevolezza degli

eventi piacevoli e spiacevoli, dal respiro ad attività di routine e comunicazioni

interpersonali.

Nella clinica non psicoterapeutica

- Dolore;

- Psoriasi;

Uno studio non controllato su pazienti con dolore cronico ha mostrato una riduzione nella

percezione del dolore cronico durata sei mesi. Il miglioramento nei sintomi di disagio emotivo

perdura nei quattro anni successivi al training. 25


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in psicologia clinica
SSD:
Università: Padova - Unipd
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher fede_bompi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fondamenti di Psicoterapia Cognitiva e Comportamentale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Padova - Unipd o del prof Sanavio Ezio.

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