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Si assiste ad un aumento graduale generalizzato del benessere.

Abbiamo quindi una crescita del ceto medio -> da cui deriva una società più complessa che comincia

ad articolarsi e cambiare la sua natura. E' meno omogenea, più differenziata.

La crescita del 5% annuo del PIL elimina gran parte della povertà e si creano ceto medio alto/basso,

seguono consumi differenziati in base al reddito che recheranno problemi soprattutto negli anni 70.

Anche le donne cominciano a lavorare. Le casalinghe diminuiscono. Un po' per ragioni di reddito,

perchè un solo stipendio per una famiglia non basta. Questo è un fatto culturalmente e

sociologicamente rilevante.

Quali sono le caratteristiche del modello di produzione?

Grandi fabbriche

o Salari bassi che consente la accumulazione investimenti

o Si producono in serie prodotti poco differenziati

o 1968

La situazione ESPLODE dal

I salari erano talmente bassi che non permettevano di accedere a grandi beni diventano per i

lavoratori inaccettabili. Questo il motivo per cui nasce il processo di sindacalizzazione.

Da lì la contestazione va avanti per tutti i grandi

1968 prima contestazione studentesca settori. Si parla di anni di primavera calda

1969 prima contestazione operaia.

Gli operai chiedono una maggiore quota di reddito quindi un maggior salario.

Non è pensabile che i lavoratori dipendenti non ottengano i frutti del progresso tecnico e

dell'incremento del PIL.

Gli anni ‘70 sono un periodo critico, valutato negativamente dall'esterno con atti di terrorismo (che

non hanno riguardato i lavoratori) e con grandissimi scioperi perché i sindacati avevano assunto

sempre più maggior potere.

In Italia inizialmente c'era la contrattazione nazionale quindi l'incremento salariale è legato ai

contratti nazionali che venivano generalmente calibrati sulle aziende più deboli.

La contrattazione nazionale viene mantenuta e continua ad essere calibrata sulle aziende più basse e

viene usata come minimo salariale.

Per le aziende invece più produttive la contrattazione salariale permette di distribuire gli extra profitti

aziendali ai lavoratori in misura maggiore rispetto quanto avviene con la contrattazione nazionale.

Gli incrementi salariali danno la spinta alla domanda interna.

I salari ora crescono in maniera maggiore rispetto alla produttività.

L'impresa per non perdere la propria ricchezza scarica questo aumento dei salari sui prezzi.

Ciò comporta un aumento dell'inflazione del 3%.

Negli anni 70 si assiste ad un malessere generale dettato da un cambiamento.

Il sistema produttivo non era più adeguato alle esigenze della domanda e al consumatore tipo. Infatti

l'aumento del reddito aveva creato un bisogno di differenziazione.

L'offerta invece era rimasta tarata sul vecchio modello. Non era riuscita a percepire subito questo

nuovo cambiamento provocando insoddisfazione.

La risposta del sistema economico sarà solo successiva.

Il sistema economico si DISINTEGRA:

Viene suddiviso in fabbriche più piccole e specializzate o in una fase o in una singola lavorazione del

processo produttivo. Ciò comporta un ciclo produttivo più corto meglio adattabile e flessibile ai

mutamenti della domanda.

Assistiamo al fenomeno dei distretti industriali, cioè di aggregazioni territoriali di imprese che

operavano i settori simili o monte o a valle.

000 imprese nate durante BOOM economico

1961-1971 600 000 – 625 000 +25 000 imprese nate durante la disintegrazione

1971-1981 625 000 – 750 000 +125

Negli anni ‘70 industria tocca il suo picco massimo raggiungendo il 38,7%.

Nel contempo si assiste ad un crollo dell'agricoltura e ad una crescita esponenziale del terziario.

Il terziario aumenta anche per via della scolarizzazione obbligatoria che comporta anche numerosi

servizi ad essa collegati. 24/02/15

→ Coase nel 1936 individua la ragione per cui le imprese si integrano o disintegrano: i costi di

transazione. Questo è il motivo per cui le imprese si smontano, cioè decentrano facendo ricorso al

mercato. Se i mercati funzionano bene, allora in essi le transazioni infatti avvengono ai costi minimi,

mi conviene pertanto utilizzare il mercato e disintegrarmi.

Si riconsidera il modello di Marshall perché aveva descritto ante litteram i distretti industriali perché

di fatto nell'Inghilterra del 700 c'erano già i distretti industriali, c'era il distretto cotoniero del

Lancashire.

Egli che sosteneva che i vantaggi della produzione su grande scala possono essere conseguiti o da

grandi fabbriche o con i distretti industriali (produzione suddivisa in piccoli stabilimenti)

Marshall aveva proprio teorizzato questo definendo i distretti la concentrazione localizzata in un'area

ristretta in cui si creano relazioni industriali che hanno una notevole forza economica.

Per ottenere questo, non bastano i prodotti ci vuole:

La produzione di beni strumentali

• Manodopera specializzata

• Creazione di atmosfera industriale per cui i segreti sono nell'aria, si tratta di una conoscenza e

• cultura tacita del prodotto e dei mercati

In ITALIA abbiamo:

es. il distretto meccanico. del tessile (carpi), dell'abbigliamento e posateria (val trompia)

Alcuni di essi sono molti piccoli, su altri settori in cui la domanda è più forte questi distretti hanno

invece grande dimensione.

es. carpi: grande distretto tessile che nasce sulla tradizione del lavoro a domicilio nel dopoguerra

(donne producevano maglie a domicilio)

Perchè si sono sviluppati solo in Italia?

Questo è legato ad alcuni fenomeni economici di grande portata del secolo:

♦ abbandono delle campagne in un brevissimo arco di tempo, anche per via dell'introduzione

delle macchine in agricoltura (piani verdi)

---> nonostante questo, molti distretti mantengono parte agricola, rendendo possibile

integrazione di reddito.

Le caratteristiche dei distretti:

− omogeneità sociale (non c'è confitto di classe che c'è invece nella grande fabbrica. ognuno ha

la possibilità di diventare ciò che desidera per via delle basse barriere all'entrata. Lo stipendio

è basso, ma è accettabile perché viene integrato con quello dell’agricoltura)

− uso manodopera espulsa dall'agricoltura

− non ci sono costi di entrata (non bisogna fare grossi investimenti di capitale)

− tecnologie leggere quindi molto spesso il progresso tecnico viene incorporato nelle macchine.

− aree non di malessere sociale perché il cambiamento radicale è avvenuto senza fratture sociali

Cos'è ciò che dà successo ai distretti?

la presenza di molti attori diversificati, di molte competenze diversificate. (es. attori

 finanziari, professionisti)

compattezza tra gli attori

 rinnovo sistematico del prodotto

 controllare e conservare una quota di mercato

 capacità di apertura internazionale

 Agricoltura Industria Terziario

1951 43.9% 29.4% 26.7%

1961 29.7% 34.9% 35.4%

1971 18.5% 38.7% 42.8%

1981 12.1% 33.2% 54.8%

1991 7.9% 33.1% 59%

2001 5.6% 27.8% 65.6%

2011 4% 24.9% 67.6% 25/02/2015

NB: nei distretti industriali si ha prevalentemente un lavoro di cooperazione che si basa sul capitale

sociale (su persone che tra di loro si conoscono o direttamente o indirettamente).

Non si opera in un mercato anonimo ma in un mercato ben conosciuto.

→ motivo per cui questi funzionano

C’è l'esigenza di differenziazione molto forte perché questa mostra anche le differenze di reddito delle

persone. →

Non va più bene la fabbrica, è necessario qualcosa di più flessibile e adattabile sistema si

disintegra a livello territoriale fioritura distretto industriale.

LEGGE SABATINI (1965): favoriva l'acquisto delle macchine utensili. Ci si rese conto che il

progresso tecnico era incorporato nelle macchine perciò si dava del credito agevolato (abbattimento

del tasso di interesse) per l'acquisto di macchine utensili.

Questo ha fatto sì che tutti i medi e piccoli imprenditori abbiano potuto attingere a questo progresso

→ →

tecnico acquistando le macchine numerosi automatismi riduzione della manodopera e riduzione

del peso del sindacato.

I sindacati avevano assunto sempre più maggior potere, ma questo fenomeno ha una data di fine: 14

1980.

ottobre

La Fiat annuncia una serie di licenziamenti all’interno della fabbrica. Il sindacato, in maniera molto

radicale, blocca i cancelli della fiat. Tutti i cancelli della fabbrica di Mirafiori vengono bloccati da

picchetti operai, che impediscono a chiunque di entrare, anche con forme di violenza.

a Fiat risponde dicendo di non pagare gli stipendi (linea di lotta molto dura tra le parti).

L

Il clima di tensione procede per 40 giorni.

Il 14 ottobre, dopo più di un mese di sciopero viene convocata un'assemblea dal "Coordinamento dei

capi e quadri FIAT" presso il Teatro Nuovo di Torino. Dopo l'assemblea, un corteo di diverse migliaia

di persone, che si ingrossa sempre di più man mano che procede, percorre silenziosamente le vie

cittadine. A questa marcia aderiscono 40 000 persone, tanto che diviene famosa con il nome di marcia

dei quarantamila.

Di fronte a questa manifestazione anti sindacalista, il governo interviene per salvare i sindacati ma di

fatto i sindacati sono costretti al compromesso che verrà chiuso il 17 ottobre.

Il lavoro riprende e la Fiat nel giro di due anni annuncia una nuova ondata di miglia di licenziamenti

(circa 10 000 persone)

Inoltre in tale contesto, inflazione aumenta, aumentano i salari che comportano un ulteriore aumento

dell'inflazione.

Si parla di meccanismo della scala mobile (c'era un adeguamento automatico tra l'inflazione e salari)

Inoltre nel 1979 c'era stata anche la crisi petrolifera che ha portato brusco rialzo del prezzo del

petrolio nel mercato internazionale del prezzo del petrolio a seguito della rivoluzione

iraniana del 1979, Ciò ha generato ulteriore inflazione.

Il governo allora decide di fare un referendum per decidere sul meccanismo della scala mobile.

Il sindacato, che in questo referendum è a favore di questo meccanismo, perde.

La maggioranza dei cittadini italiani infatti chiede la rimozione della scala mobile (fermando la

spirale inflazionistica e ritornando così ad un periodo di stabilità)

da quel momento in poi il sindacato da lupo, divenne solo un agnello.

Emerge un ulteriore elemento di cambiamento che indebolisce ulteriormente il potere del sindacato.

la Volvo aveva adottato dei processi di modifica di organizzazione del lavoro che portava al

superamento della catene di montaggio.

Anche in italia il sindacato aveva cominciato a pensare di cambiare organizzazione del lavoro anche

in Fiat.

Questo pensiero però arriva troppo tardi, quando ormai già nella Silicon Valley avevano inventato i

chips (semiconduttori che avevano grande capacità di memoria di calcolo, che consentivano di fare

quindi migliaia di operazione).

Questo fenomeno della capacità di memoria e di calcolo diventa parte del sistema produttivo

→ si passa da lavorazione meccaniche a lavorazioni tecnologiche

→ inizia il processo di downsizing dettato dalla rivoluzione informatica.

Quali cambiamenti comporta qursta rivluzione informatica?

Il primo impatto di questa rivoluzione è stato sull'organizzazione, numerose fasi del processo

o vengono automatizzate attraverso l'uso di macchine o di personal computer.

Il secondo elemento di cambiamento è stato il ridimensionamento dell'industria di base

o (siderurgia,petrolchimica ecc). Tali settori cambiano perché si rompe il legame tra crescita

economica e utilizzo di materie prime. Le nuove tecnologie consentono il risparmio di

numerose materie prime.

Elemento molto importante in Italia perché forte importatore di materie prime.

Altro elemento: lo spostamento del valore aggiunto da produzione tangibile a intangibili. è

o ovvio che le persone che producevano beni tangibili non sono gli stessi che produrranno beni

intagibili (serviranno persone diverse e maggiormente specializzate minore intensità di

manodopera. Quersto è un dato enorme che ha effetti straordinari sul mercato del lavoro)

NEW ECONOMY 1990

S

uccessivamente seguono gli anni della (dall’inizio degli anni alla metà

del primo decennio del nuovo secolo ) caratterizzati da un intreccio di rivoluzione informatica,

sviluppo delle reti di telecomunicazione e internet che si sommano alla finanza (sono sempre necessari

dei fondi di venture capital) →

Le imprese si sono trovate a gestire un problema sociale enorme difficile mettere un impiegato che

lavorava alla catena di montaggio a lavorare in un sistema del genere

Le caratteristiche della New Economy:

× crescente presenza sul mercato di prodotti con elevati contenuti di conoscenza

finanza (venture capital o borsa)

× nuovi lavori, mestieri nuovi legati all'informatica e alla trasformazione della società

× importanza dei servizi sociali che fanno crescere l'importanza del terziario ( del PIL nel

2/3

terziario)

× perde peso il commercio al dettaglio perchè cresce la grande distribuzione, perchè la

produttività

× fenomeni di delocalizzazione e le attività di labour intesive finiscono all'estero (romania,

bulgaria, serbia in cui i costi del lavoro sono minori)

Cambia anche il mercato perchè diventa sempre più necessario:

◊ dal punto di vista produttivo, a fronte della segmentazione, riuscire ad avere economie di

scala su mercati ristretti.

◊ dal punto di vista commerciale, bisogna avere economia di scala su mercati globali.

Grossi impatti sulla struttura industriale: i distretti sono costretti a rinnovare il controllo della

tecnologia per sopravvivere, non servono più macchine automatiche ma macchine elettroniche che

hanno grandi costi per cui in parte il problema viene risolto esternalizzando.

Abbiamo una struttura industriale piramidale, nella quale abbiamo una grande base di piccole e

piccolissime imprese (4 milioni in italia) che producono piccoli volumi.

Abbiamo un ceto medio limitato e concentrato in pochi settori come ad esempio siderurgia, tessile,

avvimamento. [si parla di quarto capitalismo per indicare le imprese di media dimensione con un

fatturato superiore ai 50 milioni di euro]

Infine, abbiamo un elitè ristrettissima di grandi di imprese.

In Italia, le 20 grandissime imprese sono:

1. ENI

2. FIAT

3. ENEL (non è più monopolista ma ha mantenuto i vantaggi del monopolio)

4. TELECOM ITALIA

5. GSE (gestori dei servizi elettrici)

6. FINMECCANICA

7. BENETTON HOLDING (abbigliamento, ristorazione veloce, immobiliare e agricoltura)

8. POSTE ITALIANE

9. EDISON

10. ESSO

11. FERROVIE DELLO STATO

12. ERG (petrolio)

13. ESSELUNGA

14. RIVA FIRE

15. ILVA

16. WIND

17. FINIVEST

18. A2A

19. PESENTI (produttore di cemento italiano)

20. SARAS (petrolio) 2/03/15

Per quanto riguarda la struttura industriale italiana possiamo dire che è anomala come struttura

organizzativa (mancano, per esempio, dei colossi industriali che possono fare da driver) ma questo

non significa che non sia efficiente.

In Italia, infatti, è preferibile una piccola impresa:

⋅ per ragioni sindacali

⋅ per via del minor peso fiscale, in imprese di piccole dimensioni è più facile evasione fiscale

Perchè questa struttura?

• Ci sono fattori culturali endogeni dell'imprenditore: gli italiani sono dei solisti, piuttosto che

lavorare in team preferiscono rapporti informali.

• Ci sono poi fattori esogeni: il fisco penalizza le imprese di più grande dimensioni.

• CI sono infine fattori strutturali: piccole imprese sono molto penalizzate da finanziamento;

riescono difficilmente ad ottenere finanziamenti (in pochi mettono capitale di rischio e questa

componente è generalmente legata al patrimonio dell'imprenditore).

Una struttura che ha punti di forza e di debolezza:

In esse il tasso di crescita non può superare il tasso di accumulazione, però d’altra parte, è un punto di

forza perchè dà forte capacità di sopravvivenza.

Questo fenomeno ha radici profonde:

Negli anni ‘50 quando è partito lo sviluppo indutriale di capitale non ce n'era, gli italiani erano

diffidenti nei confronti degli intermediari finanziari e della Borsa (poche sono le aziende quotate),

c'era poco venture capital (capitale di rischio che i privati possono utilizzare per investire in imprese

che reputano avere alte probabilità di crescita. Non c'era capitale di rischio a disposizione che investa

nelle idee dei giovani)

⇒ questo ha fatto sì che le imprese italiane restassero imprese di piccole dimensioni

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CONFRONTO tra il modello di sviluppo italiano con quello degli altri paesi.

UK: il peso della manifattura è molto ridotto e i governi, sia conservatori che labouristi, non si sono

preoccupati di salvare le imprese perchè gli inglesi credono molto negli animal spirits (politica

liberista incentrata sul mercato: teoria darwiniana di sopravvivenza).

Nonostante ciò, l’Inghilterra è una delle più grandi piazze finanziarie -> è sviluppatissimo il terziario

finanziario.

E' il paese dove sono nati i sindacati [TRADE UNION] ma essi hanno perso potere, sono quasi

scomparsi perchè non sono riusciti a difendere nè il manifatturiero nè il settore minerario.

GERMANIA: economia tedesca è molto prospera e stabile.

Struttura industriale dell'ovest della Germania, che poi ha trovato diffusione in tutto il Paese, è una

struttura proprietaria particolare perchè le grandi imprese sono controllate da istutizioni finanziarie,

statali e regionali e altre imprese (capitalismo renano).

D’altra parte però questo è un sistema poco scalabile.

FRANCIA: molto nazionalista ed elitario.

Esistono le grandi scuole (grandè ècole) in cui cresce l'elite intellettuale, politica, economica. E’ da

esse che esce la classe dirigente. Si creano che creano fenomeni di osmosi tra gli allievi di queste

scuole.

Inoltre, il modello francese è forte perchè ha sempre una "stampella" pubblica su cui poggiarsi -> il

settore pubblico ha un ruolo rilevante di pilotaggio.

il modello che prevale è quello tedesco, non per niente la Germania è l’unica in surplus.

A partire dagli anni ‘80 e anche ‘90, il panorama industriale cambia molto in seguito a due scelte

politiche del Regno Unito che sono state poi adottate nel resto d'Europa:

1. Privatizzazioni

2. Nazionalizzazioni

In che cosa sono consistiti?

Per quanto riguarda le PRIVATIZZAZIONI:

Negli anni, il settore pubblico aveva acquisito o gli era stato affidato un ruolo di imprenditore dando

origine ad imprese pubbliche che operavano in molti settori (prevalentemente nei servizi: energia

elettrica, gas, acqua, telecomunicazioni).

In Italia c'era il sistema delle partecipazioni statali (lo stato partecipava con il capitale di rischio ->

non era di totale proprietà pubblica)

Questa partecipazione pubblica consentiva di investire anche in settori capital intensive ceh altrimenti

ai soli privati sarebbero stati inaccessibili.

Ad esempio, in Italia viene fondata ENI (1953) sotto la presidenza di Mattei che ha capito che il

settore energetico era un settore chiave per lo sviluppo e ha capito che era necessario essere

indipendenti dalle grandi compagnie petrolifere estere (sette sorelle), per questo motivo investe in

Algeria e anche in Iran.

Un pezzo rilevante dell'industria italiana era a partecipazione pubblica.

Una parte era settore siderurgico. Si avvia un piano siderurgico e si costruiscono 4 poli siderurgici in

modo da rendere l'Italia autosufficiente su un manufatto (acciaio, petrolio, gas) che è necessario per lo

sviluppo industriale.

Però questo sistema è invecchiato, le imprese pubbliche e lo Stato perdono troppi soldi

Tatcher avvia riforme di privatizzazioni e liberalizzazione. Lo stato così si occupa solo della pubblica

amministrazione.

Come sono avvenute le privatizzazioni?

FRANCIA: si privatizza ma viene favorita la creazione di un nocciolo duro all'interno del gruppo

degli azionisti. Tra questi, c’è un gruppo di azionisti "amici del governo" che tengono almeno il 15-

20% delle azioni in modo tale da mantenere comunque il controllo dell’impresa. Questi azionisti sono

scelti dal governo in modo da controllare e assicurare continuità.

Si ha una politica colbertista.

UK: Si privatizza tutto. In Inghilterra tutto ciò che era pubblico, viene privatizzato. Si privatizza tutto

(persino le carceri). Il governo conserva potere eccezionali che usa come garanzia 2/03/15

ITALIA: Studioso Colli, che ha riflettuto sui cambiamenti che hanno riguardato il sistema industriale

italiano, ha individuato un segmento che ha delle caratteristiche particolari, che viene chiamato il

QUARTO CAPITALISMO. Questo sarebbe il capitalismo familiare delle piccole medie imprese.

Possiamo notare che è molto cambiato lo scenario industriale. Abbiamo completamente smantellato

la presenza pubblica nel settore industriale che era stata ingente nei periodi precedenti (avevamo

numerose imprese a partecipazione pubblica tra cui ricordiamo IRI, ENI, EFI, EGAM). Abbiamo

assistito ad un processo di cessione a privati di quelle che erano imprese pubbliche.

es. DALMINE (oggi TENARIS) era un impresa pubblica, che ora è in mano alla famiglia Rocca.

Era una azienda pubblica che apparteneva alle partecipazioni statali, ancora nel fascismo era sotto

controllo dello Stato.

Nel 1923 alla Dalmine era arrivato signor Rocca che, partendo da ruolo di semplice tirocinante, era

riuscito a diventare direttore generale (amministratore delegato)

Con la fine della guerra mondiale, con la fine del fascismo egli non poteva mantenere la direzione

dell'azienda, doveva farsi epurare.

Gli fu concesso di andare all'estero. Fu seguito da 40 famiglie di persone della Dalmine che si

recarono in Argentina e già durante il primo anno di permanenza nel paese latinoamericano pose le

basi delle prime attività di Techint. Questa arrivò ad acquistare la più importante azienda siderurgica

USA, diventando il più grande produttore siderurgico delle Americhe.

Con gli anni ‘90 e le privatizzazione, la famiglia Rocca riacquista la Dalmine.

Alcune privatizzazioni, come questa, furono molto felici.

Per altre invece non si può dire lo stesso (vedi ILVA).

Questo caso ci riaggancia al quarto capitalismo. Abbiamo detto che, ad un certo punto, si sviluppa in

Italia il quarto capitalismo, diverso dal capitalismo dei periodi precedenti.

Ci sono imprenditori nuovi che non fanno parte del vecchio mondo industriale. Le migliori

espressioni sono appunto: Rocca, Brembo, Benetton, Mapei.

→ un capitalismo di famiglie che hanno conseguito grandi successi in termini di crescita delle

esportazioni e di capacità competitiva sui mercati internazionali.

Si parla di quarto capitalismo per distinguerle dal:

• capitalismo originario (primo capitalismo), costituito dai grandi gruppi privati creati dalle famiglie che hanno

dominato la fase iniziale del Novecento italiano

• capitalismo pubblico (secondo capitalismo), nato all’inizio degli anni con l’IRI

• capitalismo dei distretti industriali (terzo capitalismo) caratterizzato da reti di imprese di piccole dimensioni,

territorialmente circoscritte e specializzate in un particolare tipo di produzione.

Il successo del quarto capitalismo è riconducibile alla capacità di combinare la flessibilità produttiva delle piccole

imprese alla proiezione su scala internazionale delle grandi multinazionali. Pur rimanendo all’interno della

tradizionale specializzazione produttiva queste imprese hanno saputo conquistare delle posizioni di vantaggio

es. Mapei (1936): sigla di materiali autarchici (fascismo) per edilizia e industria.

Nasce a Milano per fare coloranti e intonaci.

Successivamente dopo il periodo del fascismo, cambia nome e la A assume significato di ausiliari

diventa un impresa nota a livello internazionale.

Le caratteristiche di queste aziende sono:

− specializzate

− innovative

− internazionalizzate

− capitalismo familiare che non va in Borsa, questo pone dei limiti alla crescita.

ECONOMIA INDUSTRIALE

L’ è un campo di ricerca con un forte impriting anglosassone, ha

cominciato ad essere studiato negli Stati Uniti e in Inghilterra nella prima metà del secolo scorso.

Per lungo tempo, in particolar modo negli Stati Uniti, si sono contrapposte due scuole di pensiero:

più antica è la scuola di Harvard, con influenze Keynes, che ha un approccio più empirico, più

o concreto dello studio del mercato.

Cercava di studiare, anche attraverso l’analisi di casi, il funzionamento dei mercati

→ p aradigma struttura-comportamenti-risultati

Nel 1970 si diffonde invece il pensiero della scuola di Chigaco legato alla rivoluzione

o liberista di Tatcher. Ha un approccio molto più teorico allo studio del sistema industriale e

cerca la conferma circa la verità dei modelli microeconomici di concorrenza perfetta.

L'approccio di Harvard è il seguente:

Quando studiamo un sistema industriale italiano, noi ci concentriamo su 3 elementi principali:

1. Struttura

2. Comportamenti

3. Risultati economici

STRUTTURA

Concentrazione del mercato.

o Intendendo la numerosità e diseguaglianza tra le imprese (numero e dimensione delle

imprese)

→ primo dato è calcolare indice di concentrazione, solo così capiamo la morfologia di un

settore.

Si guarda al numero di venditori e potenziali acquirenti ossia mercato della domanda e

dell'offerta (monopolio, oligopolio)

La presenza di economie di scala.

o Che rapporto esiste tra ec di scala e concentrazione? Rapporto diretto.

Maggiore è la presenza di ec di scala, più il settore è concentrato.

Barriere all'entrata.

o Esistono degli ostacoli all'entrata in alcuni settori = brevetti e royalties.

Differenziazione del prodotto cioè individuazione di prodotti sempre nuovi per avere

o apprezzamento sul mercato maggiore.

Questa differenziazione si scontra con le economie di scala -> un impresa decide allora di fare

o bene omogenei o differenziati a seconda della propensione della clientela.

con questo mix di elementi si comincia a capire come è strutturato il mercato.

COMPORTAMENTI

♦ politiche di prezzo: decido che prezzo applicare, in che segmento mi voglio collocare -> è una

delle cause di differenziazione

♦ politiche di prodotto e di marca: scelta sui prodotti, sulla gamma di prodotti,

♦ pubblicità da effettuare.

♦ si studiano le fusioni e le acquisizioni che riguarda il comportamento ma anche la struttura

♦ se esistono ostacoli all'uscita come ad esempio costi di smantellamento

♦ ricerca e sviluppo

♦ comportamenti strategici = comportamenti anti competitivi (collusivi)

RISULTATI ECONOMICI:

alla fine dell'analisi, è necessario valutare la performance.

Valuteremo:

◊ profittabilità

◊ crescita

◊ livello di progresso tecnico (capacità di innovazione; es. numero di brevetti)

◊ qualità dei servizi e dei prodotti

◊ equità nella distribuzione delle risorse

In sintesi: 4/03/2015

! CONCETTO DI POTERE ECONOMICO.

Per gli economisti è un concetto molto preciso.

Nelle scienze sociali, il concetto fondamentale è quello del potere che equivale a quello che per i fisici

è l'energia. Non è sempre facile individuare le forme di potere.

Perrout sottolineava un aspetto molto preoccupante del potere Le imprese cercano di consolidare il

economico dicendo "allorché i mercanti più potenti si alleano potere di mercato spesso ricorrendo a

ai principi (governi) per imporre delle regole del gioco a loro comportamenti abusivi. Inoltre chi ha

favorevoli, non servono al mercato ma se ne servono" potere di mercato spesso, ha la capacità di

cambiare a suo vantaggio sia le strutture

→ concetto di potere è spesso legato all'abuso di potere di mercato che il loro risultato. Ha una

capacità di agire sulle strutture sociali,

"ogni cosa diventa oggetto sia di negoziazione che di politiche, istituzionali e sulle stesse regole

legislazione" del gioco.

→ dal potere di mercato deriva un potere fuori mercato

(un’influenza) [es. un impresa in una piccola città esercita una

gramde influenza]

CONCENTRAZIONE ci consente di calcolare il potere economico.

Meglio, la concentrazione ci consente di studiare la struttura industriale, di una nazione o di un'area

geografica ristretta.

E' un modo per conoscere la realtà di un struttura economica, le sue modifiche e evidenziare le

relazioni che esistono tra i vari elementi che compongono lo scenario economico.

Studiamo allora:

Numerosità e diseguaglianza delle imprese e delle unità locali (stabilimenti o sedi).

o Si capisce se l'impresa è realtà unitaria o se è un azienda che ha più stabilimenti, più unità

produtive

Dimensioni medie delle imprese

o Distribuzione delle imprese dentro i settori industriali e aree geografiche.

o

Abbiamo diversi concetti di concentrazione:

1) concentrazione globale (valore molto aggregato, poco significativo)

2) concentrazione relativa a specifici settori industriali

3) concentrazione tecnica con riferimento alle singole unità locali

4) concentrazione economica con riferimento alle imprese

5) concentrazione finanziaria (fenomeni di fusione e diseguaglianza nel controllo dei capitali)

6) concentrazione territoriale

7) indicatori dinamici (i valori elencati possono essere studiati nel tempo per vederne le

variazioni. indici di concentrazione dinamica tengono conto della modifiche del numero di

imprese nel tempo.)

La concentrazione può essere vista da diversi punti:

- occupati

- fatturato

- valore aggiunto

- capitale investito

- quote di mercato

Delle volte dei dati mancano, non sempre abbiamo tutti i dati necessari.

es. si fatica a conoscere il valore aggiunto (= quota della ricchezza che crea).

Inoltre a seconda della grandezza che utilizziamo, abbiamo dei risultati diversi. La concentrazione

misurata in termini di addetti è inferiore rispetto a quella misurata in termini di capitale e fatturato.

Dobbiamo tenere presente che quasi sempre si sottostima la concentrazione economica reale, perché

non sono noti i rapporti che esistono tra le diverse imprese.

Avendo questi dati, si possono produrre molti indicatori per conoscere il settore e capire così i livelli

di efficienza delle varie imprese:

× capitale su fatturato, quanto un settore è capital intensive.

× capitale per addetto

Abbiamo poi ulteriori indici che aiutano ad approfondimento dei dati statistici bruti, tra cui:

• dimensioni caratteristica (numero di addetti mediano)

• curve cumulative (di % dell'occupazione)

• curva di Lorenz

• indicatore di Gini

Molto spesso si calcolano gli indici di concentrazione correlati ad una variabile. Essi sono più

semplici, rapidi tra essi abbiamo:

il rate concentration o concentrazione aggregata (indici di concetrazione delle prime imprese

o 2,3,4,100 imprese)

l'altro indicatore è quello che misura quante sono le imprese/gli addetti che ci vogliono per

o fare l'x% del settore.

NB: quanto più è concentrato un settore, tanto maggiore è il potere di mercato.

NB: la concentrazione territoriale può essere la stessa, ma di fatto, se il mercato si suddivide in

mercati locali, il valore cambia.

Va posta attenzione ai sottomercati: il dato nazionale d'impresa può variare se si considerano i diversi

sottomercati.

quanto piu è aggregato il dato, tanto meno è significativo infatti si può sottovalutare il grado di

monopolio del mercato.

Altro aspetto: oggi è necesario ragionare anche a livello sovranazionale (UE).

Analisi a livello di prodotto

geografico

Il grado di concentrazione industriale è inversamente correlato alla dimensione del mercato

 interno.

Maggiore è il numero di unità produttive, più elevata è concentrazione

 Se studiamo la concentrazione a livello nazionale (misurata non solo a livello generale, ma

 anche a livello di graduatoria dei settori industriali) tende ad essere simile tra paesi simili [ +

economie di scala - internazionalizzazione complica le cose]

Come si fa un ANALISI DI SETTORE?

1. Definire i confini del settore, tipologia della produzione e dei processi produttivi, effetturare

segmentazione

2. Raccogliere dati relativi alla dinamica della produzione, fatturato, valore aggiunto, capitale e

investimenti

3. Analizzare la dinamica della domanda sia nazionale che estera per capire se il settore è in

declino (domanda apparente= produzione + imp - exp)

4. Focalizzarsi sulla struttura del settore e analizzare:

numero di imprese e unità locali, la loro dimensione media

o localizzazione geografica e grado di concentrazione

o strutture finanziaria e modalità di finanziamento

o struttura dei processi produttivi (economie di scala, dotazione tecninca [caratteristiche

o ed età del macchinario e degli impianti])

grado di integrazione verticale o orizzontale

o indicatore di efficienza (

o capitale per addetto, prodotto per adetto, capitale per prodotto ->

confrontandoli con indicatori di altri paesi)

processi di diffusione del progresso tecnico

o facilità o difficoltà di entrata

o rete distributiva (metodi e canali di distribuzione)

o metodi di previsione della domanda

o politiche pubbliche di sostegno (es. norme agevolative)

o 09/03/2015

Si parla spesso di:

× Concentrazione/fusione orizzontale: se avviene tra imprese che operano nello stesso segmento

di mercato (per aumentare il potere di mercato)

× Concentrazione/fusione verticale: se avviene tra imprese che operano in fase diverse del ciclo

produttivo

× Fusioni conglomerali: se si tratta di fusioni che danno origine ai conglomerati. Si parla di

conglomerati quando ci sono imprese che acquisiscono attività economiche

merceologicamente diverse dalle loro.

Tutto questo era molto diffuso in passato ed era legato ad esigenze finanziarie oppure per

esigenze di differenziazione e quindi di riduzione del rischio (ci si collocava su mercati

diversi).

Non sempre hanno successo in quanto, spesso, mercati diversi richiedono competenze diverse

e moltre volte non si avevano le risorse umane per gestire questo tipo di processi.

Se esaminiamo la storia dei sistemi industriali dell’ultimo secolo, si nota che esistono delle FASI di

intensificazione, di coagulo, di molti fenomeni di fusione e acquisizione.

Gli Stati Uniti sono stati la guida del sistema industriale.

Le fusioni vanno a ondate.

STIGLER, un economista della scuola di Chigaco, individua 4 grandi ondate di fusioni:

1. L’ondata delle fusioni verso il monopolio

Avviene tra il 1898 e il 1902 in quel periodo in cui gli USA stavano inglobando nuovi stati, in

seguito allo sviluppo delle ferrovie e delle comunicazioni possibilità di raggiungere stati

più lontani (connettere mercati territorialmente più distanti).

In quel periodo ci fu anche il BOOM della borsa americana (che rappresentava un’importante

fonte di capitale).

Nel 1890 era stata approvata in America la prima normativa antitrust (sherman act) per

limitare i monopoli e i cartelli che, in questa fase, diventa particolarmente attuale.

2. L’ondata delle fusioni verso l’oligopolio

Avviene dopo la prima Guerra Mondiale, negli anni ’20, in connessione alla grande crisi che

coinvolge negli Stati Uniti. Si forma così il ceto medio: si creano imprese più piccole che

consolidano il potere di mercato. Si allargano i mercati, le imprese vogliono essere presenti su

scala più ampia.

3. L’ondata delle fusioni conglomerali

Avviene negli anni ’60 nascono le imprese conglomerate. Ciò dà origine a un fenomeno

diverso: le prime due ondate presentavano fusioni orizzontali (operano nello stesso segmento

merceologico) o verticali (integrazione di imprese che operano in diverse fasi dello stesso

ciclo produttivo). In genere le fusioni sono di questo tipo. Negli anni ’60 non avvengono

fusioni di questo tipo, ma sono fusioni conglomerali che danno origine all’impresa

perchè

conglomerata si ritiene che esistono dei forti vantaggi di scala a livello centrale

nell'ampliare aggregando attività economiche di tipo diverso. La caratteristica di queste

imprese è che sono imprese che acquistano altre imprese che operano con merceologie e in

mercati differenti. In Italia una fusione di questo tipo fu la fusione tra Montecatini (impresa

chimica) e la Edison (azienda che produceva energia elettrica), ma fu fallimentare. Queste

imprese conglomerate non hanno grande successo.

4. C’è stata una quarta ondata negli anni ’80 di tipo verticale e orizzontale legata ai processi di

internazionalizzazione e globalizzazione.

Motivazioni di queste fusioni:

♦ Aumentare il livello di efficienza economica (attraverso la fusione si potrebbe raggiungere la

dimensione ottima minima che consente di ridurre i costi di gestione)

♦ Miglioramento del management (si tratta di uno snellimento dell'organico, quindi di una

riduzione della manodopera) →

♦ motivo per cui spesso è

Aumento del potere di mercato (specie per le fusioni omogenee)

necessaria autorizzazione antitrust

♦ Ragioni fiscali

♦ Aumento dell'influenza politica

Tattiche difensive per non farsi acquisire:

− Ridurre l'appetibilità dell'impresa oggetto di acquisizione vendendo, ad esempio, dei

pezzi d'impresa che per me sono poco importanti ma per l'acquirente sono fondamentali

− Porre vincoli →

es. tecnica della terra bruciata vendo attività di particolare valore

→ il

mi creo i paracadute d'oro management si tutela con iperliquidazione

pillole avvelenate nel caso in cui la società venga acquisita deve offrire le proprie

azioni agli azionisti originari ad un prezzo conveniente per ridurre la quota del nuovo

proprietario

− Ricerca di acquirente alternativo

Modalità di fusione:

a) MERGER = fusione che avviene in maniera concordata e pacifica. Avviene quando le

imprese scoprono delle sinergie, le società si incontrano, decidono di fondare una nuova

entità.

b) TAKEOVER BID = scalare: è una scalata ostile. Voglio acquisire qualcosa e il

management non vuole, perché ci sono visioni diverse sulla strategia dell’impresa.

Bid vuol dire offerta. In italiano si parla infatti di offerta pubblica d’acquisto. Questo

meccanismo è spesso usato nei paesi anglosassoni, poco in Italia.

Questo perchè l’opa è un modo per acquistare un azienda con un azionariato diffuso.

In Italia le imprese con un azionariato diffuso sono poche (le PMI non si quotano in Borsa)

Es. La prima opa italiana è stata nel 1971 con Bastogi, che costruiva strade ferrate nel centro

Italia. Essa deteneva pacchetti di controllo dei grandi gruppi italiani: c’era il rischio molto

elevato di controllo da parte di gruppi esteri.

Sindana fece la prima opa su Bastogi. Egli si dice fosse il banchiere della mafia. Sapeva che

con un’opa ostile si poteva assumere il controllo del gruppo. Egli lanciò un’opa rivolgendosi a

due grandi professori e a due banche tedesche.

Offrì una piccola cifra e aderirono i piccoli azionisti non e grandi. L’opa fallì ma Sindona

acquistò tutte le azioni depositate dai piccoli azionisti. 10/03/2015

DIFFERENZIAZIONE

Guardando la matrice hardvardiana struttura-comportamenti-risultati, ci siamo focalizzati sul primo

dei tre elementi, analizzando la concentrazione.

Ora è un ulteriore elemento della struttura, è la differenziazione. Viene annoverata tra gli elementi

della struttura, in quanto è parte del modo di fare industria.

Ha un impatto molto rilevante, in quanto attraverso la differenziazione si ottiene fidelizzazione.

Per capirne l'importanza pensiamo al mercato delle commodities, dove, di fatto, i prodotti non variano

tra di loro (non sono differenziati) e la scelta del consumatore si esprime in base al prezzo.

La gran parte dei prodotti presenti sul mercato, però, possiede caratteristiche che lo differenziano dai

prodotti della concorrenza (prodotti simili). Si parla allora di prodotti differenziato.

Quali sono elementi della differenziazione?

◊ caratteristiche intrinseche del prodotto (design, qualità)

◊ condizioni di vendita (es. rate)

◊ condizioni di assistenza e garanzia (per i beni durevoli)

Si tratta di tanti piccoli cambiamenti che, alcune volte, sono inconsistenti dal punto di vista del

prodotto ma consistenti nella psicologia dei consumatori.

Infatti la differenziazione dipende da consumatore:

• La differenziazione cerca di incidere a fondo sulla psicologia e sulle scelte del consumatore.

→ Le imprese seguono questa strada perché la differenziazione consente di fidelizzare il

cliente.

La differenziazione fa si che la clientela si segmenti:

• un produttore che fa un prodotto a prezzo più alto, attira i consumatori che ritengono che le

qualità di quel prodotto siano superiori a quelli di un altro prodotto dello stesso produttore.

→ Un produttore fa almeno due prodotti: uno a fascia alta, l'altro a fascia bassa (si ha una

gamma molto ampia e ceca di attirare diversi consumatori)

La differenziazione consenti di ottenere margini di profitto più elevato:

• A fronte di un prodotto differenziato è possibile applicare un plus di prezzo

La differenziazione irrigidisce la curva di domanda:

• La curva di domanda diventa meno elastica, come nel seguente caso:

Il consumatore diventa meno

sensibile al prezzo e l’impresa

acquista un certo potere rispetto al

consumatore, modifica il prezzo al

rialzo senza che questo comporti

una fuga di consumatori.

→ per impresa è importante perché sa i margini entro cui modificare i prezzi.

E’ evidente che non tutti i prodotti possono essere differenziati:

Un prodotto è indifferenziato quando le unità fisiche del prodotto non possono essere considerate

individualmente.

Se esistono differenze obiettive intrinseche del prodotto dai prodotti simili, allora il prodotto è

differenziato.

Siccome la differenziazione dà dei vantaggi straordinari in termini di prezzi, anche i beni che

tradizionalmente non erano differenziati, oggi le imprese tendono a differenziarli. (es. latte)

I beni industriali sono diversi ma non sono differenziati, solo i beni di consumo sono differenziati.

La differenziazione dà alle imprese una certa indipendenza nella fissazione del prezzo. tuttavia

questo non significa che il livello dei prezzi di quei prodotti sia notevolmente diverso rispetto agli

altri (i prezzi sono abbastanza allineati)

→ importante la costruzione di immagine del prodotto perché è questa che consente di convincere

i consumatori ad acquistare il prodotto differenziato.

Se il grado di differenziazione tende ad essere simile, tutte le imprese tendono ad usare la stessa

tecnica:

la forza della concorrenza atomistica e la forza della concorrenza oligopolistica tenderanno a

rendere i prezzi che troviamo sul mercato abbastanza simili (allineamento dei prezzi dei prodotti

che tendono comunque ad essere differenziati)

effetto della differenziazione è marginale nel lungo periodo.

Le conseguenze della differenziazione:

Nel mercato si crea una stratificazione del prezzo (prodotti pubblicizzati prezzo più alto,

• prodotti poco pubblicizzati hanno un prezzo più basso)

Nel mercato si crea segmentazione. Perchè? Ci sono consumatori molto consapevoli della

• qualità (quality conscious) che sono disposti a pagare di più, mentre ci sono consumatori che

sono più price conscious.

Creazione di mercati oligopolistici. Le particolarità del prodotto, catturano il consumatore e il

• mercato si trasforma da concorrenziale a mercato oligopolistico.

Questo ha un effetto che dura nel tempo.

h

Diverse strutture:

oligopoli con imprese marginali

 oligopolio con grandi imprese ma con una frangia di piccole/medie imprese:

 nucleo di pochi grandi oligopoli e una corona di piccole imprese che si rivolgono ad un

mercato di nicchia.

Una situazione di mercato stabile emerge purché gli elementi della differenziazione del

prodotto non siano molto eleveti e le piccole imprese si accontentino di quote di mercato non

crescenti.

Esiste una certa correlazione tra differenziazione e concentrazione. La differenziazione incide sulla

concentrazione, ma non è detto che esista una corrispondenza univoca tra alta differenziazione e alta

concentrazione esiste una buona correlazione ma non assoluta. 11/03/2015

ECONOMIE DI SCALA

Definizione:

• riduzione dei costi unitari medi del bene prodotto e venduto legati all'aumento della dimensione

dell'impresa o della linea produttiva.

• riduzione dei costi unitari medi nel passaggio da una entità produttiva minore ad una di maggiori

dimensioni aumentando la dimensione produttiva o scala produttiva dell'impresa diminuiscono

i costi di produzione.

• è un risparmio sul costo di produzione reso possibile dal mutamento dell'ordine di grandezza dei

volumi produttivi.

La presenza di questo effetto è il risultato di una modifica nella combinazione dei fattori produttivi

(opportunità diverse di un impianto) che genera, appunto, risparmio.

Come mai si determinano risparmi?

⋅ Esistono delle componenti del costo di produzione che non variano, o variano meno che

proporzionalmente rispetto all'aumento del volume produttivo.

⋅ Il maggior volume produttivo spesso ha come conseguenza quella di adottare processi

produttivi diversi (diverso mix di fattori produttivi), caratterizzati da una struttura di costo

inferiore

→ qui emergono le economie di scala più significative

Elementi che determinano i vantaggi di scala:

× USO DI ATTREZZATURE, APPARECCHIATURE, MACCHINE INDIVISIBILI

Per passare da un singolo pezzo ad un numero significativo di pezzi ho bisogno di un

apparato produttivo complesso ma siccome attrezzature e speciali capacità si trovano in unità

indivisibili, vengono sprecati se vengono utilizzati per volumi prodottivi inferiori.

I vantaggi perciò sono associati ad una produzione ampia

× SPECIALIZZAZIONE DEL LAVORO E DEI MACCHINARI

Un volume più ampio di produzione consente un incremento nella specializzazione del lavoro

e del macchinario.

× RISERVE DI ATTREZZATURE E DI LAVORO

Un impianto più grande può consentire di mantenere delle riserve di attrezzature e di lavoro

per fronteggiare i guasti.

Es. se si rompe una macchina, e sono una grande impresa mi conviene tendere un

manutentore a tempo pieno, se invece ho un piccola impresa questo non conviene

× Le attrezzature ausiliarie possono essere aumentate proporzionalmente ad un costo minore di

quello che comporterebbe un investimento del capitale

× Lo sfruttamento di queste opportunità, man mano che l'impianto diventa più grande,

determina costi di produzione più bassi poichè il costo medio per unità di prodotto minore

Le economie di scala non vanno all'infinito, ogni tanto entrano in gioco delle DISECONOMIE DI

SCALA:

Quando si parla di economie/diseconomie di scala, abbiamo una dimensione ottima minima (DOM)

attorno alla quale la produzione dell'impresa si attesterà.

DOM: è quella dimensione alla quale le opportunità delle ec. di scala sono completamente raggiunte e

la curva dei costi unitari è orizzontale.

I costi restano minimi per quantità che possono essere anche molto ampie, poi a un certo punto le

possibilità di scala si esauriscono, quindi la curva tende a risalire.

Le opportunità delle economie di

scala si situano tra la DOM e il punto

in un cui la curva dei costi unitari non

è più orizzontale ma si impenna.

Oltre si parla di DISECONOMIE DI

SCALA.

Considerando la DOM, la situazione nei vari settori è diversa:

Talvolta si raggiunge per livelli produttivi relativamente piccoli (dipende dal prodotto, dal mercato,

dalla differenziazione dei prodotti) bisogna esaminarla sempre nei contesti della vita reale

dell'impresa

Esiste una relazione tra scala e dimensione di mercato. In alcuni settori la scala è importante (es.

elettrodomestici), per altri invece no.

es. DOM nel settore siderurgico una volta era 2/300 mila tonnellate di acciaio, oggi 10 milioni di

tonnellate -> motivo per cui si sono spostate nei paesi emergenti (INDIA, GIAPPONE) e il setore

siderurgico italiano ha conosciuto un declino.

La scala di produzione incide sulla concentrazione di mercato: la DOM è correlata alla struttura del

settore. →

Più ampia è la DOM, meno impianti di produzione ci sono maggiore è la concentrazione. Settori

con forti economie di scala tendono ad essere molto concentrati.

L'esistenza di una DOM grande spinge le imprese o a chiudere o a fondersi

es. settore automobilismo tende sempre di più alla concentrazione. la DOM è 5 milioni di auto, che

Fiat non aveva -> fusione con Chrysler

3 tipologie di economie di scala :

economie di scala di prodotto specifico

• economie di scala di impianto specifico

• economie di scala di impresa a pluralità di impianti

Abbiamo finora parlato di stabilimenti, ma esistono economie di scala a livello di prodotto:

possiamo avere vantaggi di scala specializzandoci a produrre determinati prodotti.

Ci sono anche le economie di scala a pluralità di impianti che dà vantaggi:

nel management (può ottimizzare il numero di manager che ha)

 nei costi di trasporto nel trasferire ai vari mercati (legato al fatto che il costo di trasporto del

 singolo bene è molto elevato)

derivanti da acquisti su larga scala perché il prezzo di acquisto degli input tende a decrescere

È evidente che se anche in teoria si può aumentare la scala, nella realtà ci sono vincoli che vanno

tenuti presente.

Molto spesso la crescita di un prodotto è vincolata dal fatto che questo prodotto si deve rapportare con

un altro prodotto.

es. CONCORDE aereo supersonico francese che non ha avuto successo -> mancanza di piste di

atterraggio.

! PENROSE ha scritto un libro sulla teoria della crescita dell'impresa.

L’economista sostiene che la crescita è legata in primo luogo alla crescita dei mercati ma è

ovviamente è anche legata al passaggio da una scala produttiva all'altra.

"molto spesso l'espansione della scala produttiva nel bp è ostacolata dall'i ncapacità del management

di superare con successo i problemi di pianificazione e gestione dovuti all'aumento della dimensione"

→ esiste quindi un limite umano

"nel mp l'innovazione può far aumentare la scala"

Se studiamo la scala, vedremo che c'è un processo continuo di miglioramento della performace

(spostamento verso destra della DOM -> fascio di curve)

In un mercato in cui la scala è importante, a livello locale ci sono mercati di nicchia locali (non

particolarmente attrattivo per la grande impresa)

→ si creano spazi interstiziali in cui sopravvivono imprese che non hanno la DOM (possono vivere

e prosperare ms subiscono sempre il rischio di un possibile inserimento della grande impresa)

16/03/2015

Quali elementi possono incidere sulle economie di scala?

• Costi di trasporto

• Progresso tecnologico

• Promozione delle vendite

ECONOMIE DI SCALA E COSTI DI TRASPORTO .

Aumentando i volumi produttivi molto spesso è necessario ampliare il bacino di utenza e raggiungere

clienti che stanno più lontano maggiori costi legati al trasporto.

Questi costi di trasporto sono molto variabili, ci sono degli elementi che incidono:

1. Rapporto tra grandezza dell'impianto e grandezza del mercato servito .

Se il mercato è locale, i costi di trasporto incidono marginalmente. Man mano che il mercato

si amplia, i costi possono aumentare. Questo dipende anche molto dal tipo di prodotto

trasportato.

2. Caratteristiche del sistema dei prezzi vigente in quel settore

I costi aumentano all'aumentare della produzione se non possono essere trasferiti sui

consumatori. Se i costi non possono essere trasferiti, il produttore deve accollarsi il costo di

trasporto nel servire i mercati più lontani.

Se invece possono essere scaricati sul consumatore, in termini di aumento del prezzo, allora

in questo caso non è un problema per l’impresa (il consumatore che paga per i costi

addizionali, non l'impresa).

3. Struttura geografica dei costi di trasporto .


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Corso di laurea: Corso di laurea in Economia
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