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I principali soggetti della macroeconomia

La macroeconomia si occupa del livello generale dei prezzi, della consistenza complessiva delle risorse e quindi degli aggregati. La gestione della moneta ha un ruolo rilevante nella macroeconomia.

Soggetti principali

  • Le famiglie: percepiscono un reddito che spendono per consumi più o meno durevoli (e per investimenti edilizi), pagano le imposte e risparmiano. Il reddito complessivo delle famiglie finisce in imposte, consumi e risparmi.
  • Le imprese: retribuiscono i servizi produttivi, pagano le imposte ed effettuano un investimento (cioè acquistano beni di investimento). Insieme, le famiglie e le imprese formano il ‘settore privato’.
  • La pubblica amministrazione: riscuote le imposte, effettua spese per i consumi e gli investimenti pubblici, effettua dei trasferimenti (ad es. pensioni e sussidi di disoccupazione).
  • Il resto del mondo: effettua importazioni ed esportazioni di beni e servizi.

I tre macro settori sono quello privato, quello pubblico e quello estero. La macroeconomia misura tutte queste variabili attraverso la contabilità nazionale. Inoltre, deve capire come si determinano queste variabili, che si chiamano variabili di flusso (ovvero che si misurano in un certo periodo di tempo). Si distinguono dalle variabili di stock (quelle che si misurano in un certo istante).

Variabili di flusso

Con riferimento a un periodo di tempo (un trimestre, un anno) possiamo misurare (variabili di flusso):

  • Il valore aggregato della produzione (Pil).
  • Il complesso dei redditi percepiti (reddito nazionale): non ci può essere reddito senza produzione.

Queste due grandezze rappresentano le due facce della stessa medaglia e sono uguali.

Y= reddito nazionale

Yd= reddito disponibile per le famiglie (noi paghiamo contributi previdenziali e imposte)

Yd= Y - imposte - contributi + trasferimenti

T= imposte + contributi - trasferimenti (T sono le imposte nette)

T è un prelievo fiscale al netto dei trasferimenti, esprime in modo netto il flusso di reddito dal settore privato al settore pubblico. Le pubbliche amministrazioni devono pagare i trasferimenti (pensioni). Le imposte servono alle pubbliche amministrazioni per finanziare la spesa di beni e servizi, servono per coprire il disavanzo previdenziale. Se i trasferimenti superano i contributi si attinge alle imposte, ma a quel punto non si coprono più le spese dei servizi, quindi aumentano le imposte oppure le pubbliche amministrazioni si indebitano nei confronti degli investitori.

Scomposizione del reddito

Il reddito nazionale (Y) può essere scomposto in:

  • Reddito disponibile delle famiglie (Yd)
  • (Imposte + oneri previdenziali – trasferimenti) (T)

Il reddito disponibile delle famiglie è destinato a:

  • Consumo (C)
  • Risparmio (S)

Dal reddito complessivo si tolgono le imposte e gli oneri previdenziali, poi si aggiungono i trasferimenti. Si ottiene quindi il reddito disponibile delle famiglie.

Reddito complessivo= imposte nette (T) + reddito disponibile.

Yd= Y - T

Y= Yd + T

Yd= C + S

Y= C + S + T

S= saving (risparmio)

L’ultima equazione esprime il fatto che il reddito può essere consumato, risparmiato, o andare nelle mani della pubblica amministrazione sotto forma di imposte nette.

Scomposizione del PIL

Il Pil può essere scomposto in:

  • Consumo privato (C)
  • Investimento privato (I)
  • Spesa pubblica per consumi ed investimenti (G)
  • Saldo fra esportazioni e importazioni (NX)

PIL= C + I + G + NX

NX= esportazioni - importazioni

Y= PIL

C + I + G + NX = C + S + T

I - S + G - T + NX = 0

I - S = (C + I) - (C + S) questa è la differenza tra la spesa del settore privato e il reddito disponibile del settore privato, quindi (I - S) rappresenta il disavanzo del settore privato. All’interno del settore privato, le famiglie sono tipicamente in avanzo (più redditi che spese) e le imprese sono in disavanzo (a causa delle spese di investimento).

(G - T) rappresenta il disavanzo del settore pubblico.

NX è il disavanzo del settore estero. Se la differenza tra esportazioni e importazioni è un numero negativo, allora c’è un avanzo, se invece è un numero positivo allora c’è un disavanzo. Se un microlettore è in avanzo ce n’è necessariamente uno in disavanzo, si compensano a vicenda.

Esempio

I - S = -10 (è in avanzo)

G - T = 10 (è in disavanzo)

NX= 0 (pareggio)

L’intermediazione finanziaria fa sì che venga colmato il disavanzo del settore pubblico. Nel settore privato c’è un eccesso di risparmio, quindi il reddito viene trasferito al settore pubblico. Attraverso due canali di intermediazione finanziaria si fa il trasferimento:

  • Mercati finanziari (i risparmiatori netti hanno accesso ai diritti)
  • Sistema bancario (canale indiretto)

L’identità fondamentale della contabilità del reddito nazionale mette in relazione i saldi dei macro settori.

Consideriamo il caso di un’economia debole come l’Italia: un incremento di disavanzo del settore pubblico comporta una riduzione di risparmio disponibile per gli investimenti privati? Consideriamo il caso di un’economia forte come gli USA: è caratterizzata da un forte eccesso di investimento privato rispetto al risparmio privato. La quota di PIL risparmiata è più bassa rispetto a quella del Giappone e di altri paesi.

Se I - S è positivo e G - T è positivo (settore privato e pubblico in disavanzo), NX deve essere negativo per compensare. Il settore essere deve finanziare questi disavanzi. L’Italia non è in grado di fare questo.

Il PIL visto da più vicino

Il Pil è il valore complessivo (stimato) dei beni e servizi prodotti. Il valore del Pil ha significato solo in senso comparativo (ad es. rispetto alla popolazione o al debito pubblico; ma soprattutto rispetto al Pil di altri paesi e rispetto al Pil di altri ‘anni’). Per estrarne un significato reale bisogna effettuare comparazioni. Il Pil NON è un indicatore della ricchezza né un indicatore del benessere. La ricchezza indica quanto capitale, edifici, tecnologia, risorse, istruzione ha un paese, mentre il Pil è il flusso di produzione che si realizza attraverso questa ricchezza. Il benessere percepito da parte delle persone aumenta all’aumentare del Pil fino a un certo punto, poi cessa di aumentare.

Parlando del Pil facciamo un riferimento immediato ai beni e servizi che vengono prodotti ma li riduciamo al loro valore in euro, sommando tutti questi valori otteniamo il Pil. Il Pil viene stimato, il calcolo si fa attraverso una stima basata su campione, in Italia viene aggiornata ogni trimestre.

Dividendo il Pil per la misura del lavoro e confrontandolo tra paesi abbiamo un indice della produttività. Dividendo il Pil per la popolazione abbiamo un indicatore di benessere possibile per la popolazione. Una serie di dati ordinati in senso cronologico si chiama serie storica. Non interessa il valore in assoluto ma i tassi di variazione del Pil nel corso del tempo, interessano le proporzioni tra i vari Pil dei diversi anni.

In che proporzioni varia il Pil nel corso del tempo? Consideriamo quindi una serie storica del Pil italiano. Possiamo innanzitutto trasformarla in numeri indice. Prendiamo il Pil del 2010 come termine di paragone. Poniamo pari a 100 il Pil del 2010. Passiamo quindi dal Pil a prezzi correnti al Pil espresso in numeri indice. Se 100 è il Pil del 2010 basta fare la proporzione per trovare il Pil dei diversi anni. L’anno che scegliamo si chiama anno base.

Il numero indice del 2011 rispetto al 2010 è pari a 102,1. Possiamo capire che il Pil è aumentato, ma questo valore (+2,1%) mischia due aspetti, ovvero:

  • Variazioni di prezzo
  • Variazioni di quantità prodotta

L’indice di Pil può aumentare in parte per uno di questi due fattori, in parte per l’altro. Bisogna separare la componente di prezzo dalla componente di quantità nelle variazioni del Pil nel corso del tempo.

Il Pil a prezzi costanti si contrappone al Pil a prezzi correnti. Le variazioni di Pil a prezzi correnti contengono entrambi i fenomeni mischiati tra loro, mentre il Pil a prezzi costanti contiene esclusivamente le variazioni di quantità. Possiamo ottenere così dei dati sulla crescita ‘reale’ del Pil.

Per calcolare il Pil a prezzi costanti si ricalcola il Pil dei vari anni applicando i prezzi dell’anno base. Il Pil viene usato per fare confronti nel tempo, dopo averlo trasformato in numero indice. Il numero indice del Pil è un rapporto con al denominatore il Pil dell’anno base e al numeratore il Pil dall’anno che ci interessa. Tutto questo è moltiplicato per 100.

Numero indice del Pil(t) a base Pil(0)= Bisogna separare la componente di prezzo e quella di quantità per avere la reale variazione di Pil. Calcoliamo quale sarebbe stato il Pil se nei vari anni i prezzi fossero rimasti fissi al livello dell’anno base, e se fosse quindi variata solo la quantità.

Tasso di crescita all’anno t (si considera sempre il Pil a prezzi costanti): Confrontando i dati sul Pil nominale (o a prezzi correnti) con quelli sul Pil reale (o a prezzi costanti) ricaviamo il valore dell’infezione dovuta all’aumento di prezzi. (da moltiplicare per100)

Gli indici di prezzo

Tutti gli indici di prezzo sono delle medie e vengono calcolati sulla base di un paniere di beni, ossia un elenco di quantità di beni da prendere in considerazione q1, q2…qn. Questo paniere viene valutato ai prezzi correnti e ai prezzi di un anno base. Il paniere pesa le variazioni di prezzo dei vari beni, la quantità rimane costante. L’indice di prezzo è il rapporto tra i due valori moltiplicato per 100. L’inflazione è calcolata con un indice dei prezzi al consumo (in Europa è l’Indice Armonizzato dei Prezzi al Consumo). La BCE ha il compito di stabilizzare il tasso d’inflazione media. I vari indici di prezzo si differenziano con riguardo alla formazione del paniere (ad esempio del deflatore del Pil il paniere rappresenta il complesso dei beni e servizi per usi finali; nell’indice dei prezzi al consumo, il paniere rappresenta i consumi medi).

PIL effettivo e PIL potenziale

Date le risorse disponibili, il Pil a prezzi costanti ha un massimo valore potenziale. L’ipotetico Pil (a prezzi costanti) che verrebbe prodotto in un certo anno se tutte le risorse fossero utilizzate ad un grado ‘normale’, si chiama Pil potenziale. L’Italia si trova in una situazione anormale: il Pil reale è inferiore al Pil potenziale quindi c’è una disoccupazione particolarmente elevata. La domanda e l’offerta di lavoro non si incrociano istantaneamente, quindi in vari momenti ci sarà un certo numero di disoccupati. La differenza tra Pil effettivo e Pil potenziale si chiama gap del Pil o divario del Pil o output gap (e viene normalmente espresso in rapporto al Pil potenziale). Ci sono quindi due ordini di fattori che concorrono a determinare il Pil effettivo (a prezzi costanti):

  • Fattori che determinano il Pil potenziale (formazione di capitale, quantità e qualità della forza lavoro, efficienza dei mercati, …)
  • Fattori che determinano il gap del Pil (fase congiunturale della domanda, competitività, stabilità finanziaria, …)

Nel 2010 il Pil effettivo è stato del 2,3% minore del Pil potenziale. I fattori che determinano il Pil potenziale sono le risorse che si formano con l’accumulazione di capitale fisico e umano, e la loro allocazione. In fasi di espansione dell’economia particolarmente pronunciate, ovvero di boom economico, le imprese cercano più lavoro di quello disponibile, quindi il tasso di disoccupazione è portato al di sotto del livello normale. In questo caso il Gap del Pil è positivo, ma c’è rischio di inflazione. Le fasi con Gap positivo durano meno di quelle con Gap negativo.

Il calcolo del PIL

Consideriamo i vari settori del sistema economico. Se sommassimo il valore di tutte le merci prodotte conteremmo più volte alcuni beni e servizi, che sono detti intermedi. Ci sono beni il cui valore è già compreso in altri beni (considerando uno stesso anno). Nel Pil dobbiamo conteggiare solo il valore dei beni e servizi finali (per consumo, investimento ed esportazioni nette) che comprende già, una sola volta, il valore dei beni e servizi intermedi.

Definizione. I beni e servizi intermedi sono beni e servizi prodotti da un’impresa e interamente consumati nella produzione nel periodo preso in considerazione.

Ad es. la farina prodotta nel 2014 e utilizzata nello stesso anno dai panifici è un bene intermedio; ma la farina acquistata dai panifici nel 2014 e utilizzata nel 2015 costituisce un investimento netto nell’anno 2014; la farina acquistata dalle famiglie costituisce un consumo finale. La consulenza di un libero professionista ad un’impresa è un servizio intermedio, mentre le prestazioni ad un privato sono un consumo finale.

Il Pil non è genericamente il valore di ciò che si produce in un certo periodo di tempo, ma è il valore dei beni e servizi finali prodotti dalle imprese residenti in un certo territorio, nell’unità di tempo. L’aggettivo interno si riferisce al fatto che il Pil fa riferimento alla territorialità, ad esempio se un’impresa estera opera in Italia contribuisce al Pil italiano, mentre se un’impresa italiana opera all’estero contribuisce al Pil estero. C’è poi anche il Pil nazionale, che si calcola in base alla nazionalità dell’impresa che opera. La distinzione tra beni finali e beni intermedi è concettualmente chiara, ma non è direttamente utilizzabile a fini statistici.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ilaria.ballato di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di economia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Padova o del prof Opocher Arrigo.
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