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Appunti corso Magna Grecia e Sicilia con immagini

Appunti di archeologia della Magna Grecia e della Sicilia basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof. Castoldi dell’università degli Studi di Milano - Unimi, facoltà di Lettere e filosofia, Corso di laurea magistrale in scienze dei beni culturali. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Archeologia della Magna Grecia e della Sicilia docente Prof. M. Castoldi

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Se parliamo di colonizzazione, la storia più antica della Grecia è caratterizzata dall'emigrazione alla

ricerca di nuove terre dove risiedere stabilmente. La prima ondata migratoria portò i greci sulle

coste della Ionia, attorno al 1000 a.C. La colonizzazione inizia dalle coste dell'attuale Turchia, dove

vengono fondate città che, in seguito, avranno una grande importanza storica. La seconda ondata

migratoria si colloca tra la metà dell’VIII sec e il VII sec, questa volta verso occidente, ossia verso

le coste dell'Italia meridionale e della Sicilia dove i greci approderanno grazie a rotte già conosciute

e utilizzate per ragioni commerciali durante il Medioevo ellenico; questa volta l'obiettivo è quello

di risiedere stabilmente.

Il termine colonizzazione è considerato un termine improprio, anche se ormai entrato a far parte del

gergo archeologico, ed è considerato tale perché attualmente, per colonia si intende un territorio

conquistato e sfruttato per le risorse, lontano dalla madrepatria ma dipendente da essa, mentre per il

mondo greco si tratta di gruppi di greci che, per i più svariati motivi, siano essi di necessità o di

origine politica, lasciano la loro città per fondarne un'altra che dipende solo culturalmente dalla

madrepatria, rimanendo indipendente sul piano politico ed istituzionale. Il termine greco αποικια

invece, significa lontano da casa, e deriva dal verbo , che significa andare lontano da

αποικιζω

casa.

Tucidide, nel V sec. racconta la storia della Grecia, concentrandosi in particolare sulla guerra del

Peloponneso e sul periodo antecedente: secondo Tucidide, dopo la guerra di Troia (i greci cercano

origini mitiche per la maggior parte delle vicende), il ritorno degli achei aveva provocato lo scoppio

di lotte politiche, motivo che spinge alcuni gruppi ad allontanarsi da casa per fondare altre città.

Erodoto dice che la Grecia aveva sempre avuto per compagna la povertà, cioè riconosce che la

Grecia, soprattutto al momento delle fondazioni, sia un paese impoverito, infatti anche Esiodo,

nell’VIII sec ricorda come il padre aveva lasciato Cuma Eolica per sfuggire alla povertà. Quindi è

evidente che sia per le lotte politiche che per la povertà, gruppi di greci si sentano costretti a

lasciare la Grecia alla ricerca di territori più fertili.

La Grecia dell’VIII sec era in mano alle famiglie aristocratiche, famiglie in cui vanno cercati gli

ecisti, ossia coloro che guidavano i gruppi; gli ecisti erano aristocratici in grado di armare una nave,

di preparare una spedizione con gli auspici della città; molto spesso si trattava di gruppi sociali non

ben voluti dalla società, e quindi il governo favoriva il loro allontanamento che spesso risolveva

disordini interni.

Sulla colonizzazione non si hanno fonti dirette, tranne quella di Esiodo, poiché tutti gli scrittori del

V­IV sec. raccontano una realtà diversa da quella che era la colonizzazione e tendono a creare

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un'aurea mitica a queste fondazioni, quando in realtà si trattava di una realtà più complessa perché i

coloni arrivavano a più ondate. precolonizzazione

La realtà più difficile da ricostruire è la prima fase della colonizzazione, la

(termine molto usato fino ad una ventina di anni fa, ma ora molto criticato), che a livello

cronologico precede la fondazione delle città e che è un movimento di carattere esplorativo e

commerciale di cui abbiamo testimonianza nei frammenti più antichi.

Essa si svolge tra gli ultimi decenni del IX e la prima metà dell' VIII sec., periodo in cui evolve la

forma artistica, passando da tipi più geometrici a forme più arrotondate e scene più complesse,

mentre in architettura vi sono edifici in mattoni crudi e legno, quindi si tratta di un'edilizia povera

che i greci porteranno nell'Italia meridionale.

Un esempio di questa architettura è il tempio a capanna di Eretria, in Eubea, da cui parte la prima

colonizzazione, infatti le colonie più antiche sono euboiche perché la prima fase di colonizzazione

parte proprio dall’Eubea, isola che costeggia l'Attica e la Beozia, fiorente anche nei secoli bui, cioè

il periodo che segue il crollo della potenza micenea; la civiltà parte sempre dalle isole perché è

gente che commercia, in più l’Eubea era un punto di passaggio tra l'oriente e l'occidente e quindi era

interessata da flussi culturali importanti.

I fossili di guida del periodo della precolonizzazione sono le ceramiche: si tratta del periodo in cui i

coloni arrivano alla spicciolata, con intenti commerciali e conoscitivi, valutano le risorse del

territorio e chiamano altri coloni. Questi coloni costituiscono un gruppo vario, eterogeneo, alla cui

guida si pongono degli aristocratici, gli unici in grado di armare una nave.

Una volta che i greci avevano fondato la città questa a sua volta poteva fondare delle sottocolonie,

cioè alcuni gruppi per motivi sociali, economici e politici si potevano allontanare dalla colonia

madre e fondarne un'altra, ad esempio Selinunte è una sottocolonia di Megara Iblea, Agrigento è

una sottocolonia di Gela. Magna Grecia

Ma perché questa zona prese il nome di (megas Ellas)? Molto discusso è quando

compare per la prima volta questo termine, se compare per la prima volta in Timeo o in Polibio, e se

è riferito alla ricchezza delle città o alle risorse e alla fertilità del territorio o alla presenza di grandi

scuole filosofiche, forse un po' per tutte queste cose; il nome Magna Grecia è riferito alle coste

dell'entroterra ionico ed è riferito anche alla grandezza culturale di questi territori, cioè ha

un'importanza più culturale e politica. micenei

I primi contatti tra il mondo egeo e l'Italia meridionale avvengono grazie ai (tarda età del

bronzo) che interagiscono con gli hittiti, gli egizi e le popolazioni dell'odierna Palestina; con il

termine micenei (da Micene, nell’Argolide), intendiamo quelle popolazioni che vivono sul

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continente greco nella tarda età del bronzo (XVI­XII sec) e che prendono il nome dalla città di

Micene, scavata da Schlieman, uno dei centri più affermati e che conosciamo meglio.

L’età del bronzo corrisponde in Italia alla cultura appenninica in Italia meridionale, alla cultura di

capo Graziano nelle Eolie e alla cultura di Castelluccio in Sicilia; la frequentazione micenea in

Italia è una conquista dell'archeologia perché attraverso gli scavi sono venuti alla luce frammenti di

vasi che hanno testimoniato la presenza dei micenei sulle coste dell'Italia meridionale, quindi essi

avevano già percorso le rotte dell'occidente.

Le più antiche testimonianze della frequentazione micenea sono frammenti ceramici del XVI­XV

sec che provengono dalla Grecia continentale e che sono stati trovati nelle isole Eolie e Flegree

(frammenti antichi sono stati rinvenuti anche nella Sicilia meridionale) e questo vuol dire che la

rotta più frequentata era quella più lontana. Questi navigatori che percorrevano le rotte del Tirreno

non portavano solo ceramica che poi diventava un bene esotico e prezioso, ma anche tecnologie

nuove, fatto che ha agito in modo dinamico sulle popolazioni locali: possiamo citare, ad esempio,

un ambiente a volta che è stato interpretato come una stufa termale a Lipari la cui costruzione è

confrontabile con quelle delle tholos micenee, e questo dimostra l'arrivo non solo dell'artigianato

(ceramica), ma anche delle nuove tecniche.

Ma perché i micenei si muovono verso occidente? Per cercare nuove materie prime perché la storia

è sempre evoluzione, quindi per la necessità di cercare nuove vie e materiali; infatti lungo il

Mediterraneo passa la via dell'ambra che andava dal Baltico all'Adriatico (l'ambra era considerata

dagli antichi magica cioè si pensava avesse delle virtù guaritrici), lungo il Tirreno vi era la via dello

stagno, importante per il bronzo, che andava fino all'attuale Cornovaglia. Il Mediterraneo era quindi

molto frequentato per il commercio di materiali lavorati, preziosi, per quello dei materiali da

lavorare, della ceramica e di manodopera, cioè gli schiavi.

La prima attestazione di presenza micenea sono frammenti del XVI e XV sec dalle isole Lipari; non

esiste una città micenea, infatti essi si appoggiavano ai centri indigeni pretesi sul mare,

particolarmente sviluppati che potevano apprezzare nuovi prodotti.

Tutte le coste dell'Italia meridionale sono interessate da ritrovamenti micenei fino all'interno: essi si

erano fermati alle coste, ma la ceramica, diventando un bene prezioso, poteva finire in varie parti

dell'Italia. La presenza dei greci in età storica su queste rotte sarà molto più ridotta perché i micenei

avevano un interesse commerciale, non erano interessati allo sfruttamento agricolo del territorio, ma

a mantenere buoni contatti con gli indigeni, mentre i greci di età storica volevano abitarvi; l'arrivo

dei micenei provocò lo sviluppo dei centri costieri.

4 Broglio di Trebisacce

Il sito di è stato scavato dal Peroni, uno dei maggiori preistorici e si trova in

Calabria, lungo la costa ionica; le popolazioni indigene risiedevano sulle alture prospicienti la costa,

mentre i greci, che si volevano impadronire del territorio, fonderanno le loro città in pianura.

Il sito di Broglio ha restituito molta ceramica di origine micenea, ma sulla base dell'analisi delle

argille si è notato che solo una piccola parte di questa ceramica fu portata dai micenei, mentre la

maggior parte venne prodotta in loco e ciò significa che i micenei hanno avuto il tempo di insegnare

la loro tecnica di lavorazione agli indigeni.

A Broglio non venne trovata sola ceramica figulina decorata con motivi di derivazione micenea, ma

anche un altro tipo di ceramica che deriva dalla ceramica minia (un tipo di ceramica grigia) che

caratterizzava il mondo egeo; a Broglio è stato rinvenuto anche un magazzino sotto scavato dove vi

erano grossi contenitori che servivano per contenere il vino, il grano, l'olio, testimonianza della

ricchezza dell'abitato; questi dolia appartengono a una produzione altamente specializzata perché

per fare questo tipo di contenitore occorre una certa abilità; la ceramica micenea di tipo minio fa

pensare all'arrivo non solo sporadico dei micenei.

Thapsos

Il sito di in Sicilia è importante perché qui forse i micenei si mescolarono all'elemento

indigeno, infatti si tratta di una piccola penisola che si protende sul mare, occupata dall'abitato

dell'età del bronzo costituito da capanne tonde, forma abitativa tipica.

L’abitato ha due fasi, la prima del XIV sec con capanne circolari con muri di pietra a secco, la

seconda del XIII sec, caratterizzata da ambienti rettangolari disposti intorno a un cortile

acciottolato, che si sovrappongono e inglobano le capanne circolari; queste strutture fanno pensare a

gruppi non locali, egei che si sono stabiliti per un certo periodo in questa abitato e hanno sentito

l'esigenza di costruire nuovi ambienti più consoni alla loro tradizione. Questo villaggio siculo

divenne poi una sorta di emporio, cioè il punto d'arrivo di navi dei micenei che qui si stabiliscono in

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accordo con le popolazioni indigene, quindi l'attività di arrivo delle merci e di ridistribuzione

nell'entroterra era gestita dai micenei con il favore delle comunità locali.

A Thapsos della tombe a camera hanno restituito delle ceramiche locali, maltesi, cipriote e da qui

vediamo come arrivavano mercanti da tutto l’Egeo.

Altri centri esplorati negli ultimi anni sono i centri dell'agrigentino dove vediamo gli abitati di

capanne circolari tipiche della fase locale alle quali si sovrappongono ambienti rettangolari per

l'esigenza di adattare l'abitato a nuove esigenze più complesse.

Questa frequentazione agrigentina è dovuta al fatto che una delle rotte più frequentate era quella che

portava in Sardegna, che si trovava lungo la via dei metalli: nel 1200 venne distrutta Ugarit, punto

dove venivano smerciati i pani di stagno, quindi acquista più importanza la rotta occidentale; nel

1200 si assiste al crollo della potenza micenea, ma non tutto il mondo egeo ne risente, come l'isola

dell’Eubea; in più le rotte micenee non si sono mai perse per cui la frequentazione dell'occidente

non venne mai meno. La presenza micenea non era quindi stabile e non mirava ad esserlo, ma aveva

un carattere commerciale; c'erano dei piccoli nuclei forse stagionali che interagivano con questi

villaggi indigeni che usufruivano dell'arrivo di queste popolazioni in quanto portavano nuove merci

e tecniche; nel 1200 vi è il crollo della potenza micenea, ma i greci di età storica si innesteranno su

queste rotte.

Navigazione e commercio

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I greci conoscevano bene le rotte per l'oriente e l'occidente, mentre le zone a loro oscure erano tipo

l'attuale golfo di Genova, che venne colonizzato solo successivamente e, arrivando in occidente, i

greci dell’VIII sec si scontreranno con le popolazioni italiche.

Il Mediterraneo era un mare chiuso e navigabile e le antiche tecniche di navigazione si basavano

sulla capacità di saper cogliere e interpretare gli elementi naturali: Esiodo (egli vive nell'ultimo

quarto dell’VIII sec, quindi è circa contemporaneo al periodo della colonizzazione), nelle “Opere e i

giorni”, da una serie di consigli al fratello sulla navigazione anche se ricorda che l'unico viaggio da

lui compiuto in mare è quello dalla Beozia all’Eubea, per partecipare a una gara poetica durante i

giochi funebri in onore di Anfidamante.

Egli quindi dice che il periodo ideale per navigare è da metà luglio a metà settembre (è più facile

navigare in estate) e dice che morire in mezzo al mare è terribile perché così si rimaneva in sepolti.

La navigazione quindi si basava sulla conoscenza delle correnti, dei venti e delle coste, in quanto

l’Egeo era puntellato di isolette e queste conoscenze derivavano solo dall'esperienza, perché i

portolani non compaiono fino al XIII sec. Quindi un buon capitano doveva conoscere le correnti, i

venti perché i remi venivano utilizzati solo in prossimità della costa; potevano esserci degli

scandagli primitivi ma un buon capitano doveva conoscere bene le coste e le distanze che erano

valutate in giorni di navigazione.

Importanti erano anche i punti di riferimento per qui abbiamo una toponomastica che indica

particolari aspetti del territorio come ad esempio le rocce bianche (leucade), erano importanti punti

di riferimento; i miti di Scilla e Cariddi erano dovuti al fatto che passare lo stretto di Messina era

particolarmente difficoltoso, come capo Malea era un punto particolarmente difficoltoso; quindi il

naufragio doveva essere all'ordine del giorno.

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Un’idea di come potevano essere le navi, ce la danno i vasi geometrici, infatti durante l'età del ferro

la Grecia ha una forma artistica geometrica i cui vasi più antichi hanno solo elementi geometrici,

ma dalla metà dell’VIII sec si inserisce l'elemento figurato con però del geometrismo che nel corso

del tempo si perde. Su questi vasi vediamo come le navi più veloci erano le pentecontere lunghe che

potevano avere 50 rematori e anche più ordini di rematori e potevano essere utilizzate come navi da

guerra; le navi da carico erano più grandi e meno veloci e contenevano più merci e avevano meno

rematori: sul cratere di Aristonothos vediamo una famosa scena di battaglia tra un gruppo di armati

su una nave veloce e un gruppo di armati su una nave da carico, infatti la pirateria era un fatto

comune all'epoca, era una forma di controllo del territorio; poi abbiamo raffigurazioni di navi del V

sec.

Queste esperienze di navigazione venivano tramandate oralmente ma da un certo momento abbiamo

delle tradizioni scritte, i peripli, che descrivevano lo stato delle coste; il primo periplo è quello di

Scilace di Carianda un avvenThuriero del VI sec che aveva lavorato anche per Dario I, re di Persia e

che si era spinto fino all'India; di quest'opera abbiamo una redazione del IV sec. Sulla costa

meridionale della Turchia è stata trovata una nave di Ilu Barum del XIV sec, una nave da carico con

varie merci.

Un problema molto studiato è come si svolgevano i commerci: i primi che si avventurarono furono

gli aristocratici, poi si formò la figura del commerciante di professione cui gli aristocratici

affidavano le proprie merci; si indaga molto sugli empori che sono importanti perché studiarli

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permette di conoscere le modalità del commercio che avveniva con il benestare della popolazione

locale; nel VII libro dell’Iliade vediamo come ai capi achei il vino veniva dato in omaggio mentre

gli altri achei dovevano comprarlo attraverso il baratto.

Per lo studio dei commerci è importante studiare i carichi delle navi affondate: presso l'isola del

Giglio è stata trovata una nave naufragata con anfore che contenevano vino, resina e olive,

ceramiche di varia provenienza e lingotti di rame; la ceramica ha fatto ipotizzare una rotta dal

Peloponneso all'Etruria e la nave apparteneva a un commerciante che commerciava per conto

proprio; la varietà delle merci permette di ricostruire gli scali dove si vendevano le merci e se ne

compravano altre per poi ripartire (Erodoto ricorda un commercio in Libia).

Pitecusa

Pitecusa e Cuma sono le due colonie più antiche in Italia meridionale; Pitecusa significa “isola delle

scimmie” ed evoca il carattere marginale di questo lontano avamposto, situato in un territorio

selvaggio simile a quello popolato dalle scimmie.

Pitecusa si trovava sulla via del Tirreno ed era il punto più lontano che gli esploratori potevano

raggiungere; si tratta di un'isola prossima alla costa ma anche abbastanza isolata e quindi più

facilmente difendibile con un terreno molto fertile. Gli euboici conoscevano bene le potenzialità

dell'isola che presentava qualità idonee alla vita, quindi presero possesso dell'isola che permetteva

di entrare in contatto con le popolazioni della penisola e crearvi delle colonie.

Pitecusa era più un emporio che una colonia: era un'isola vulcanica dove vi era il monte Epaneo e

quindi era interessata da eruzioni vulcaniche che si sono succedute fino al 1202 a.C. che però non

disturbarono un abitato greco; sin dal loro arrivo i greci occuparono l'intero territorio dell'isola,

mediante una serie di insediamenti; l’isola è abitata dall'epoca neolitica e nell'età del bronzo la vita

si concentrò a nord, cioè a Lacco Ameno e a Casamiccola dove vi era un villaggio neolitico in cui

sono stati trovati frammenti di ceramica micenea, quindi è un sito dove i micenei hanno fatto sosta.

Durante l'età del ferro la vita si concentrò a Casamiccola e si tratta dell'insediamento più antico in

assoluto dell'Italia meridionale risalente al 760­770 a.C., cioè il secondo quarto dell’VIII sec.

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Inoltre i greci, quando arrivano qui, trovano una località libera, cioè i greci arrivano e si insediano a

Lacco Ameno perché era una località disabitata e interessante perché vi è un'ansa che forma un

porto naturale e in più parte della costa si protende sul mare, tutte caratteristiche adatte per un

insediamento.

Le fonti per Pitecusa sono Strabone, una geografo e Livio, uno storico, che per scrivere le loro

opere attingevano a fonti anteriori: Strabone racconta che Pitecusa venne fondata da coloni di

Eretria e Calcide, ma dice che Cuma è la più antica colonia greca in Italia; Livio invece dice che i

calcidesi, prima di fondare Cuma, si stabilirono nell'isola di Pitecusa.

Strabone quindi non attribuisce il nome di colonia a Pitecusa dove è stata trovata della ceramica più

antiche rispetto a quella di Cuma, quindi è più antica Pitecusa.

Gli scavi furono condotti dal 1952 da un

archeologo tedesco, Buckner, che ha scavato

l'insediamento sul monte Vico, su cui vi era

l’acropoli, l'area della collina di mezza via che era

la zona abitata e l'area di San Montano adibita a

necropoli.

Gli scavi hanno testimoniato che l'abitato di

Pitecusa aveva della caratteristiche più emporiche

che di una vera e propria colonia perché sono

state trovate tracce di lavorazione artigianale

(Pitecusa era famosa per la lavorazione dell'oro) e

i segni della presenza di elementi fenici che

vivevano con i greci e di elementi indigeni: si

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trattava quindi di una comunità aperta in cui confluivano anche elementi orientali, un emporio che

commerciava.

L’isola era rinomata per la fertilità della terra, per la produzione di oreficerie e per la produzione di

vasi.

Sulla collina di mezza via, dove operavano artigiani specializzati nella lavorazione dei metalli, è

stato scalato un nucleo di insediamento con case abitate e qui vi è un talamo,cioè un ambiente

absidato che ricorda il palazzo­heroon di Eretria (X sec) che corrisponde alla descrizione della

reggia di Menelao di cui parla Omero nell’Iliade. Queste case erano più modeste perché non vi era

un capo o un sovrano, c'erano delle istituzioni ma non ci sono stati tramandati i nomi degli ecisti, né

corredi funebri particolarmente ricchi, quindi si trattava di una società uniforme fatta di mercanti,

artigiani, marinari e così via.

Le case hanno un basamento di muretti di pietra a secco su cui si impostava l'alzato in mattoni

crudi; nell'area della collina di mezza via negli anni 50 fu scavata la stipe dei cavalli che fu

considerata un'offerta a Hera protettrice anche dei marinai dei navigatori, infatti si trovano Heraion

in prossimità del mare o delle foci dei fiumi; la stipe è una fossa in cui venivano ritualmente

seppelliti gli ex voto, cioè oggetti dedicati alla divinità tra cui modellini e statuette, quindi le stipi

sono importanti perché ci danno testimonianza del culto. In questa stipe sono stati trovati modellini

di carri e di navi, statuette, vasi e ossa umane combuste; i materiali della stipe sono antichi e vanno

dalla fine dell’VIII sec all’inizio del VI sec e il fatto che ci siano i modellini come ex voto è tipico.

Circa le ossa è evidente che, siccome probabilmente all'inizio del VI sec, per organizzare meglio

questa stipe (le stipi venivano organizzate quando le offerte si accumulavano a tal punto sull'altare

da riempirlo per cui questi oggetti venivano sepolti ritualmente), scavando, gli antichi avevano

trovato delle antiche sepolture a cremazione, di due individui, un bambino e un adulto che vennero

riseppelliti ritualmente per placare questa profanazione, in questa stipe con altri oggetti di culto e il

fatto che la stipe è stata trovata vicino al porto l’fatta ricollegare al culto di Hera, protettrice dei

marinai e dei coloni.

Un altro punto importante dove si scavò

dagli anni 90 è l’abitato sul promontorio

di punta Chiarito (tutta l'isola è comunque

interessata da abitati), dove nel 1994­95

venne scoperto un villaggio di capanne

impiantato poco dopo la metà dell’VIII

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sec e restaurate per un eruzione nel VII sec, ma alla metà del VI sec le capanne vennero seppellite

da un'alluvione che le ha sigillate.

In una capanna sono stati trovati i vasi così come erano messi durante la vita quotidiana: si tratta di

una capanna con muretti a secco e dei buchi per i paletti posti a ridosso delle pareti lungo il

perimetro della casa e questa ricorda una capanna di Eretria dell’VIII sec perché ha la stessa tecnica

primitiva.

L’ingresso era sul lato lungo e la capanna era

divisa in due parti, un ambiente con il focolare,

mentre l'altro era adibito a deposito per le derrate;

essa era piccola, di 7 x 4 m, ma il focolare non

era pericoloso; in più quasi tutte le attività erano

svolte fuori. Oltre al focolare vi erano il telaio e

degli ami da pesca (questo ricorda il passo di

Esiodo), molti vasi accanto al focolare e questo

ha fatto pensare che il letto fosse su un soppalco.

La capanna era ovale con le pareti curve coperte

da frasche, vi era l'apertura su uno dei lati per far

uscire il fumo e il resto del tetto era di tegole;

all'interno vi era l'ambiente dispensa, quello per

vivere e il soppalco per il letto; il fatto di avere trovato ami e oggetti simili ha fatto pensare a un

ambiente di rematori.

La necropoli di Ischia informa sulle relazioni commerciali di questa società: vi era ceramica

protocorinzia di importazione, importante perché è la ceramica parallela, come periodo, a quella

della colonizzazione, quindi la troviamo in tutte le colonie ed è un elemento datante; lo scavo della

necropoli della valle di San Montano ha quindi dato molte informazioni.

Qui è testimoniato il rito della cremazione, infatti gli adulti venivano cremati sul rogo con degli

oggetti personali e del corredo e questa massa di ceneri veniva portata nella necropoli, veniva messa

in un affossamento scavato che veniva ricoperto da un cumulo di pietre. In una tomba si trova

un’oinochoe (la brocca del vino), non bruciata perché serviva per i riti di sepoltura e questo ricorda i

funerali di Patroclo nell’Iliade.

Il rito dell'inumazione era riservato ai bambini, ai fanciulli e agli individui di rango subalterno che

erano posti in una cassa di legno con delle pietre sul coperchio mentre i neonati venivano deposti in

un'anfora (rito dell’encytrismos); nei corredi si trovano oggetti personali, strumenti da lavoro in

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alcuni casi e vasi integri o bruciati. Le necropoli erano divise in appezzamenti familiari e le tombe

erano successive, cioè si appoggiavano a quella principale: quindi forse vi era un'autorità che

soprintendeva alla vita di questa società, che dava agli appezzamenti del territorio e regolava

l'ordine della necropoli; le tombe sono del ceto medio, ma ci sono delle differenze perché alcune

tombe hanno ornamenti di tipo indigeno. Si trattava di donne che si facevano seppellire con i loro

costumi e i loro ornamenti personali che ci hanno fatto riconoscere le donne indigene con cui si

legavano i greci. Circa i corredi tombali: la tomba 195 è del

periodo tardo geometrico secondo, cioè l'ultimo

quarto dell’VIII sec e qui vediamo vasi

protocorinzi di importazione, vasi per unguenti

con l'imboccatura stretta, un’oinochoe, una coppa

(kotile o schifos), e un'anforetta locale di forma

particolare fatta con la ceramica locale e con una

decorazione locale: si tratta di un corredo con

vasi di importazione e locali che testimoniano

come si tratti di una comunità aperta.

coppa di Nestore,

Importante è la che era il re di

Pilo in Messenia, ed era un capo anziano, trovata

a Pitecusa nella tomba di un fanciullo

appartenente a una grande famiglia aristocratica: qui venne trovata questa coppa tardo geometrica

rodia con un'iscrizione in euboico che recita “Bella è per bere la coppa di Nestore, ma chi berrà da

questa coppa verrà preso dal desiderio di Afrodite dalla bella corona”; su questa coppa, che veniva

passata di mano in mano durante il simposio, vi è quindi un'iscrizione conviviale; inoltre viene

citata la coppa di Nestore e ciò significa che era già conosciuta l’Iliade e che la coppa di Nestore era

famosa, infatti nel libro II dell’Iliade vi è l'episodio di Nestore e Macaone che si ritirano nella loro

tenda e vengono raggiunti da Patroclo: nel frattempo arriva la schiava Ecamene che apparecchia la

tavola per bere e prepara una bevanda energetica in questa coppa bellissima rimasta proverbiale

(Iliade, XI, 218).

In una tomba del circolo A di Micene è stata trovata una coppa che ricorda la descrizione di Omero

nell’Iliade; questa coppa di Pitecusa è più modesta e testimonia la conoscenza dei poemi omerici

che erano tramandati oralmente; il fatto che la coppa sia stata trovata in una tomba di un fanciullo

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non stupisce perché spesso il fanciullo veniva sepolto con gli oggetti che avrebbe usato se fosse

diventato adulto.

La tomba 1181 ha un corredo del protocorinzio medio (700­650 aC) con coppe, lekitoi, aryballoi,

un corredo da simposio e da culto; in questa necropoli sono stati trovati gli scarabei del gruppo delle

suonatore di lira di importazione lidia, in più vi era ceramica di tradizione locale e lekitoi di tipo

fenicio.

Pitecusa fu importante nell’VIII sec, poi tenderà a perdere la sua importanza commerciale e politica

con la fondazione di Cuma per cui Pitecusa entrò nell'orbita di Cuma; Pitecusa non coniò mai una

moneta, comunque fu abitata fino al I sec aC ed era famosa per le terrecotte architettoniche; venne

occupata intorno al 420 a.C. da una popolazione di stirpe osca, ma venne poi riconquistata dagli

abitanti di Neapolis che preservarono la cultura greca.

Cuma

Cuma si trova invece sulla terraferma, situata in una posizione strategica e svolge fin dall'inizio

della sua esistenza un ruolo di primo piano nello sviluppo dei rapporti di scambio e di interazione

culturale tra il mondo greco, il Lazio e l'Etruria; nel V secolo vede ridimensionato il suo ruolo nel

basso Tirreno a causa di potenze emergenti come Siracusa e Napoli e nel 421 a.C. viene conquistata

dai campani.

Da Strabone sappiamo che Cuma venne fondata da due ecisti, Ippocles di Cuma (o Eolica o quella

nell’Eubea) e Megaszenes di Calcide (Eretria non è nominata perché in quel momento era

impegnata in una guerra): si tratta di nomi parlanti perché Megaszenes vuol dire il grande mentre

Ippocles viene da cavallo e il fatto di avere un cavallo è da aristocratico (nell’Iliade Ettore è detto

domatore di cavalli), quindi si tratta di nomi di aristocratici.

Per la città arcaica di Cuma abbiamo poco perché la città sannitica e poi quella romana si impostano

sulla Cuma greca; del periodo greco meglio conosciamo la necropoli. La città greca è conosciuta da

frammenti ceramici e sull'acropoli sono stati trovati resti di un battuto pavimentale di un focolare di

VII­VI sec; questa zona divenne però luogo di villeggiatura, dove vi erano le grandi ville dei

romani; la Cuma romana è molto vasta con l'acropoli dove vi era il tempio di Apollo e delle

principali divinità, di cui abbiamo tracce labili.

Cuma venne fondata tra il 750 e il 725 a.C. (metà VIII sec): mentre a Pitecusa, quando i greci

arrivano trovano un'area libera, la zona di Cuma era abitata da una popolazione indigena potente

perché sono state trovate tombe ricche con armi e ceramiche greche; la tomba 3 presenta un corredo

indigeno con una coppa greca che attesta il fenomeno della precolonizzazione.

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Quindi qui l'arrivo dei greci non è pacifico, infatti a partire dall'arrivo dei greci spariscono le

necropoli degli indigeni che vennero spinti nell'entroterra o vengano assoggettati; qui i greci

avevano per restare ed essi vengono sepolti in tombe principesche: le tombe 6­8 hanno

caratteristiche particolari perché sono state trovate delle ciste di pietra nelle quali veniva posto il

defunto cremato, quindi le ossa del defunto venivano poste in questo lebete di bronzo; in più ci sono

vasi di metallo prezioso, ornamenti in bronzo e armi; a Cuma vediamo quindi la presenza della

classe aristocratica che ha il potere.

Le tombe di Cuma sono state paragonata alle tombe di Eretria dell'età del ferro, quindi

contemporanee alla colonizzazione: si tratta di tombe a cista litica in cui le ossa del defunto e le

armi venivano conservate in un calderone di bronzo dove veniva bollita la carne, coperto da altro

calderone o da un coperchio di piombo (gli aristocratici dell’Eretria erano gli ippobotai); nell’Iliade

vengono raccontati i funerali di Patroclo e analogamente nelle tombe di Eretria sono state trovate

tracce di tessuto.

A Cuma la realtà archeologica e storica è diversa da quella di Pitecusa perché qui i greci arrivano

per risiedere e commerciare e in più era una comunità aperta e libera, mentre a Cuma fondano una

città ( ) con due ecisti che eliminano le popolazioni indigene e in più a Cuma vediamo una

κτισις

forma di precolonizzazione.

L’arrivo dei greci lungo l'arco ionico

L’arco ionico è la fascia costiera dell'Italia meridionale, una zona importante oggetto di scambi

intensi, uno dei territori privilegiati per lo studio della prima fase della colonizzazione e delle prime

città perché ci sono città importanti.

Le poleis che si insediano in questa parte dell'Italia meridionale sono Sibari, nella Calabria

settentrionale, fondata attorno al 720­710 a.C. (quindi l'ultimo venticinquennio dell’VIII sec),

Crotone, fondata alla fine dell’VIII sec; si tratta di colonie achee, cioè i coloni venivano dall’Acaia,

una regione piuttosto povera del Peloponneso meridionale.

Taranto venne fondata nel 706 a.C., alla fine dell’VIII sec ed è l'unica colonia laconica (la Laconia

è una regione centrale del Peloponneso meridionale); Siris è un centro importante, una colonia di

Colofone, una città dell'entroterra di Samo, sulla costa ionica i cui abitanti sono spinti a migrare dal

re della Lidia Gige che vuole conquistare la costa, quindi alla metà del VII sec essi lasciano la loro

patria d'origine e fondano Siris attorno al 650 a.C. in una zona interessata da una grande

frequentazione precoloniale.

Attorno al 640­630 a.C. viene fondata Metaponto: quindi vediamo come a più andate arrivano i

greci che sono intenzionati a risiedere in un territorio abitato da popolazioni bellicose e meno

15

organizzate; si tratta comunque di una zona interessata dalla frequentazione a scopo commerciale

dei micenei e che quindi ha avuto nell'età del bronzo uno sviluppo maggiore, micenei che hanno

lasciato testimonianze notevoli soprattutto a livello di corredi funerari.

Le fonti greche ricordano anche i siti di Pandosia (cioè che tutto da), un centro importante,

prosperoso forse identificabile con Santa Maria d’Anglona nella valle dell’Argri; Temesa, citata nei

poemi omerici che era probabilmente in Calabria, dove venivano lavorati i metalli; quando le fonti

citano questi centri di cui non sono rimaste tracce, gli archeologi cercano di identificare questi siti,

ma non si sa se sono centri realmente esistiti o mitici.

L’area è stata quindi caratterizzata da un'intensa frequentazione precoloniale: uno dei centri che ha

restituito materiale precoloniale è Otranto che si trova nel punto più stretto fra le coste dell'odierna

Albania e dell'Italia meridionale; i greci dalle isole attraverso il piccolo cabotaggio potevano

costeggiare le coste e arrivare a Otranto dove sono stati trovati scarichi ceramici importanti di

importazione, provenienti dalle coste albanesi, dall’Eubea, da Corinto e anche di produzione locale

fabbricate dalle popolazioni locali; iapigi è il nome delle popolazioni tramandato dalle fonti greche

posteriori di V sec che si appoggiano a scrittori precedenti di cui non abbiamo più niente.

A Otranto quindi dalla fine del IX e l'inizio dell’VIII sec arriva ceramica greca di importazione (ma

vi è anche quella locale) che si chiama matt­painted perché nell’VIII sec la decorazione è

geometrica quindi i vasi sono decorati con motivi geometrici all'interno dei quali si inseriscono altri

motivi.

Queste popolazioni si dividono in Dauni (nella zona del Gargano), Peuceti e Messapi (di questo

periodo non si conoscono delle tombe), che hanno una ceramica matt­painted opaca perché rispetto

alla ceramica greca che ha un colore brillante, quella locale ha un colore più opaco con la

decorazione prevalentemente geometrica. A Otranto è stato importante trovare negli stessi strati sia

ceramica di importazione ben datata che quella locale, il che ha permesso di datarla in associazione.

La Basilicata è caratterizzata da fiumi importanti nell'antichità perché sono vie di commercio perché

si addentrano nelle valli ed erano navigabili e guadabili; quindi i fiumi erano vie che portavano la

civiltà perché attraverso di essi i gruppi di coloni si spingono nell'entroterra da una parte e all'altra.

Dalle fonti sappiamo che la Basilicata e la parte settentrionale della Puglia erano abitate dagli

Enotri, nome legato al vino per cui le fonti parlano di popolazioni autoctone dell'Italia meridionale.

Sono state scavate le zone della valle di Thuri e di Sorigliano e le necropoli che hanno restituito

molte ceramiche tra cui un’olla decorata con un motivo “a tenda” della metà dell’VIII sec; questo

motivo era stato interpretato da uno studioso ai primi del 900 come una tenda a strisce, in realtà

forse è un motivo più campestre abbinato al motivo dell'uccello palustre, quindi sarebbe legato

16

all'acqua e al fluire dell'acqua; qui compare anche come decorazione una scena di compianto

funebre dove le figure hanno un impianto geometrico e sollevano le mani per il compianto e questo

testimonia la perizia tecnica raggiunta dagli artigiani.

I personaggi della metà dell’VIII sec si fanno seppellire con le loro armi: questo indica società

ricche, stratificate con dei capi che si fanno seppellire con corredi ricchi; queste popolazioni erano

anche in contatto con il mondo egeo; gli enotri si seppelliscono in tombe a tumulo con il cadavere

rannicchiato (sono state scavate molte necropoli con corredi ricchi).

Sibari venne fondata attorno al 720­710 a.C. ed è un centro che ha dato modo di studiare il periodo

della precolonizzazione, uno dei centri maggiori interessato dalla frequentazione enotria e dalla

precolonizzazione.

Nel sito di Francavilla marittima che corona la pianta costiera sono stati scavati a più riprese un

abitato con fondi di capanna riferibili alle popolazioni locali e grandi necropoli con rannicchiati con

corredi ricchi; esso è stato scavato da un equipe di olandesi che ha avanzato l'ipotesi che, siccome

un fondo di capanna aveva un telaio e delle offerte come fibule in bronzo e statuette, essa fosse una

sorta di santuario, di casa delle tessitrici; in più è stato trovato un focolare, un escara, una sorta di

altare focolare, quindi si è ipotizzato che si trattasse di una capanna santuario dedicata a una divinità

femminile.

Anche alla fine dell’VIII sec­l'inizio del VII sec in questo sito continuano le offerte di ex voto per

questa divinità femminile; quindi al culto indigeno si sovrappone quello greco (è stato anche

identificato il sito di Francavilla con Logoria, una mitica città ricordata nelle fonti).

Ma qual era il rapporto tra i greci e gli indigeni? All’inizio si pensava che l'arrivo dei greci fosse

stato bellicoso, adesso si è scoperto che la situazione era più complessa, infatti si deve pensare a una

convivenza iniziale con l'elemento indigeno e a una progressiva conquista dei territori da parte dei

greci per cui l'elemento indigeno man mano scompare.

A Francavilla gli olandesi propongono una fase di convivenza e di continuazione del culto

femminile; circa l’approccio tra greci e indigeni a Sibari, qui i greci arrivano e prendono possesso

del territorio ma rispettando il mondo indigeno.

Siris è una colonia colofonica fondata intorno al 640­650 a.C., mentre alla fine del VII sec venne

fondata Metaponto: nella fase che precede la fondazione della colonia nel metapontino questo

territorio è un sito privilegiato in cui vediamo che i greci arrivano e si mescolano alla popolazione

locale.

È stata trovata nella località Andrisani, in quella che sarà Metaponto nella prima metà del VII sec,

una capanna; infatti una serie di affossamenti costituiscono il piano di una capanna e vediamo delle

17

capanne costituite da una serie di fosse scavate nel terreno vergine: si tratta di un modo di abitare

indigeno perché il fondo di capanna è indigeno, però i vasi che contiene la capanna sono greci con

decorazioni di tipo geometrico databili alla prima metà del VII sec.

In questo terreno quindi andò a vivere un piccolo gruppo di greci che si insediano nel sito prima

della fondazione della città; tra Metaponto e Siris vi erano quindi dei siti indigeni, infatti mentre i

greci si stabiliscono lungo la costa, gli indigeni sono nell'entroterra.

La collina dell'Incoronata è un sito importante perché è emblematico di questa frequentazione

precoloniale; si tratta di una zona di bassa collina abitata dagli enotri e si chiama dell'Incoronata

greca perché sono stati rinvenuti un villaggio enotrio e un abitato greco con le necropoli (gli

indigeni si fanno seppellire con le loro armi e con corredi ricchi).

Nella seconda metà del 900 scavi sistematici hanno permesso di ordinare i materiali che

provenivano da fuori della Magna Grecia e hanno restituito tracce dell'abitato enotrio; un vaso

biconico con decorazioni a tenda e una coppa corinzia della metà dell'VIII secolo sono di

importazione prrcoloniale; in più vi è della ceramica bicroma che permette la datazione della

ceramica locale.

Siamo tra l'VIII e il VII secolo, periodo in realtà alto cronologicamente per cui non abbiamo grandi

monumenti, ma solo delle strutture in negativo, cioè fondi di capanne e fosse di scarico che

venivano scavate per vari motivi, per contenere le derrate, come fornaci per la cottura (quindi sono

state trovate piene di materiali di risulta), secondo il modo di abitare enotrio.

All’Incoronata nell'VIII secolo vi sono gli indigeni e nel corso dei secoli in questo abitato enotrio

arrivano imponenti quantità di materiali greci finché l'ultima fase dell'abitato risale al 640­30 a.C.

infatti i greci tendono a grecizzare l’abitato che ormai attorno al 640 a.C. è greco. La realtà

fotografata scavando è l'ultima fase dell'abitato dove troviamo ambienti definiti magazzini ( ),

οικοι

pieni di vasi greci.

Quindi nel sito dell'Incoronata finivano molte merci come anfore laconiche, corinzie, greco

orientali, euboiche, a sos, quindi forse era un emporio dove l'elemento greca arrivava e si mescolava

con quello indigeno; sono stati trovati molti diaframmi di fornaci che hanno fatto pensare che molte

ceramiche venivano prodotte in situ. Nell’Incoronata abbiamo anche macine per il grano perché si

tratta di un sito dove i greci risiedevano stabilmente, bacili, pentole, un luterion, cioè un vaso per le

abluzioni, cioè per lavarsi le mani.

I muretti di pietra a secco costituiscono la testimonianza della presenza di questi che avevano

οικοι

un ambiente interrato per contenere i vasi mentre l'alzato era in materiali deperibili; all'interno di

questi ,di queste case greche che si è datano al VII secolo, sono stati trovati vasi indigeni.

οικοι

18

Quest’insediamento si data al VII secolo per le ceramiche, quindi queste case si riempiono di

materiali greci associati alla ceramica protoorinzia; l'arrivo massiccio di merci greche dal VII secolo

finisce nel 640 a.C. quando viene fondata la città di Metaponto.

All’interno di queste case greche sono stati trovati oltre i materiali greci di tipo coloniale anche

materiali indigeni interessanti come una coppetta a impasto matt­painted, quindi vediamo come gli

indigeni imitano prodotti e forme greche, perciò dobbiamo pensare che all'Incoronata greci e

indigeni nel VII sec convivessero, mentre nell'VIII secolo vi erano solo gli indigeni con qualche

oggetto greco; nel VII sec i greci arrivano con uno scopo esplorativo e convivono con gli indigeni,

ma alla fine del VII sec i greci fondano Metaponto impadronendosi anche politicamente del

territorio e l’Incoronata scompare. Siris Polieion

Un altro sito importante è quello di (la città di Policoro), fondata su una collina

perpendicolare alla costa: qui è stata trovata un'abbondanza di ceramica coloniale e la necropoli;

sulla collina vi erano fosse con poco materiale indigeno e molti oggetti di importazione greca.

Nella contrada delle Maranelle è stata trovata una necropoli della prima metà del VII secolo con

tombe greche a incinerazione e tombe indigene a rannicchiati e i due seppellimenti sono

contemporanei, ciò significa che i greci e gli indigeni vivevano assieme.

Un altro centro importante per questa fase è l’Amastuola un abitato iapigeo dell’VIII secolo cui si

sovrappone alla fine del primo quarto del VII sec, l’abitato greco; Taranto era già stata fondata

quindi nel corso del VII secolo l'elemento greco si espande nell'entroterra e si sostituisce a quello

indigeno.

A l’Amastuola vi è una necropoli solo greca; qui la fase iapigea è testimoniata dalla ceramica matt­

painted e da una serie di , cioè case rettangolari che si sovrappongono alle capanne iapigee e

οικοι

che contengono ceramica coloniale di questa prima fase (esse sono di 3,60 per 2,70 m).

L’arrivo dei greci in Sicilia

Per la Sicilia abbiamo una fonte importante che ne parla, Tucidide, uno storico che nasce ad Atene

nel 460 a.C., che fu stratega nel 424 a.C., nel periodo in cui Atene combattè contro Sparta, guerra

che si concluse con la sconfitta di Atene e dopo la battaglia di Amfipoli Tucidide venne esiliato in

Tracia dove morì di morte violenta. Le sue “Storie” raccontano la guerra del Peloponneso (egli

viene considerato il primo storico dell'antichità) e sono importanti perché alla fine del V secolo, tra

il 415­412 a.C. gli ateniesi compirono una disastrosa spedizione in Sicilia, infatti vennero sconfitti a

Siracusa e rinchiusi nelle latomie.

19

Tucidide quindi fa una lunga digressione sulla Sicilia perché deve raccontare questa spedizione e la

distruzione della flotta ateniese a Siracusa; Tucidide ricava i dati da Antioco di Siracusa uno storico

contemporaneo di cui non ci è rimasto più nulla se non le citazioni di Tucidide.

Egli da una cronologia relativa delle colonie, mettendo in relazione la fondazione delle varie

colonie; questa cronologia può essere trasformata in assoluta grazie al processo di elaborazione e

alle associazioni cronologiche; gli scavi archeologici hanno testimoniato che le informazioni di

Tucidide sono valide; poi abbiamo altri storici che, basandosi su fonti contemporanei, ci danno dati

un po' diversi, ma queste differenze sono dovute al fatto che alcune date si riferiscono a quando le

colonie sono diventate vere e proprie poleis, intese come organismo autonomo a livello

internazionale.

Tucidide parla di popolazioni mitiche come i Lestrigoni o i Ciclopi, sia di popolazioni riconosciute

a livello storico archeologico: egli riconosce come autoctoni i sicani che abitavano la parte

occidentale dell'isola e dice che da essi l'isola prese del nome di Sicania, mentre prima era chiamata

Trinacria; ma delle popolazioni che vivevano nell'Italia continentale passarono in Sicilia, qui

vinsero i sicani che scacciarono nella parte occidentale e fecero sì che l'isola si chiamasse Sicilia.

Quindi nella parte orientale arrivano i siculi e Tucidide dice che all'arrivo dei greci parte delle

popolazioni indigene erano ancora esistenti, ma vengono spinte nell'entroterra e sulle coste si

stabilirono i greci (barbaro è un termine per indicare una popolazione che parla un'altra lingua, che

fa bababa e quindi barbaro); vi erano anche i fenici che commerciavano.

Gli indigeni dell'entroterra vengono progressivamente ellenizzati, infatti il ceto aristocratico adotta

usi e costumi greci; in più Tucidide da informazioni sulle colonie greche della Sicilia:

Quindi Siracusa viene messa in relazione con Naxos per cui basta capire l'anno di fondazione di

Naxos per risalire a quello di Siracusa; con Tucidide è quindi possibile stabilire delle date precise

confermate dalla cronologia dalla ceramica protocorinzia.

20

Il villaggio di Butero si trova nell'entroterra di Gela, infatti gli indigeni si arroccano su alture

prospicienti alla costa; i sicani costituivano un gruppo gerarchizzato di individui con un ceto

emergente, ma cmq meno dinamico di quello dei siculi perché ancora ancorato all'età del bronzo,

cioè si continuano le tradizioni dell’età del bronzo.

La parte orientale era invece vivace grazie ai siculi che arrivano dal continente, in più tutta la parte

orientale meridionale della Sicilia venne coinvolta nel traffico miceneo per il commercio dei

metalli, quindi si tratta di un'area che aveva già avuto un impulso nell'età del bronzo, ma si assiste

alla sovrapposizione ai siti indigeni di quelli micenei prima e di quelli greci poi.

Siracusa è una colonia di Corinto fondata sull'isola di Ortigia, un isolotto che si protende verso il

mare con la possibilità di avere buoni porti (si tratta di una posizione strategica); Tucidide da molte

informazioni sulle sottocolonie fondate da Siracusa perché le colonie creano il proprio territorio di

influenza politica e militare e poi possono fondare altre colonie.

Sant'Angelo Muxaro è un'altura occupata dai sicani e in una tomba è stata trovata una patera di

tradizione egea; siti indigeni si trovano nell'entroterra siracusano famoso per una tomba a grotticella

(l’arte italica era caratterizzata dal geometrismo).

Anche per la Sicilia è al centro del dibattito il rapporto tra i greci e gli indigeni: qui non si assiste

all'arrivo massiccio di merci precoloniali che caratterizza i siti indigeni dell’Apulia, infatti nella

necropoli di Villasmondo (secondo quarto dell’VIII secolo), nei corredi troviamo vasellame

indigeno dei siculi decorato con motivi geometrici e coppe di importazione; quindi si assiste a quel

fenomeno di arrivo dei mercanti esploratori e poi all'arrivo massiccio dei greci per la fondazione

delle colonie (le paste vitree provengono dalla fenicia); i materiali sono allora indicativi dei primi

contatti precoloniali tra i greci e gli indigeni.

Al centro del dibattito è anche il problema dei matrimoni misti perché nelle necropoli greche si

trovano tombe femminili con fibule locali, indigene; questa è una realtà restituita solo

dall'archeologia perché mentre le fonti greche non ne fanno cenno, gli scavi hanno invece

testimoniato queste unioni, questi rapporti di buon vicinato con gli indigeni, infatti nelle tombe più

antiche vi sono oggetti indigeni, quindi l'elemento indigeno per le tre fasi convive con quello greco.

Il nome Zankle per Messina deriva dalla forma a falce del porto; Naxos è la più antica colonia

calcidese, Megara Iblea è una colonia di Megara che 100anni dopo fonderà Selinunte (ogni colonia

che viene fondata poi avrà vita propria); Siracusa è una colonia di Corinto, Gela è rodio­cretese.

Selinunte si trovava al confine con le colonie fenice, quindi diventerà molto ricca, ma alla fine del

V secolo Cartagine distruggerà Selinunte, Agrigento e Gela, ma i cartaginesi verranno fermati a

Siracusa dal tiranno Dionisio I e verranno definitivamente sconfitti dai romani, quando l’isola

21

entrerà nella loro sfera d'influenza. Nel 734 a.C. viene fondata Naxos dai calcidesi e alcuni abitanti

dell'isola di Naxos e Tucidide quando ne parla, parla anche di un altare di Apollo archegheta, cioè

fondatore; infatti quando i naxoi arrivano su quest'isola protesa sul mare per prima cosa impiantano

l'altare di Apollo.

Su tutta l'area della città classica sono stati trovati nuclei più antichi, come a Zankle che diventerà

Messina quando venne conquistata dal tiranno di Reggio; le testimonianze più antiche sono strutture

povere con muretti di pietra a secco, delle fosse scavate per motivi a loro chiari, ma noi sconosciuti

e poi trovati riempiti di materiale di risulta; qui si trovano strati arcaici con ceramiche locali e di

importazione.

Megara Iblea

Megara Iblea è una delle colonie più antiche fondata attorno al 729­28 a.C., cioè alla fine dell'VIII

secolo, che ha restituito uno degli impianti urbanistici più antichi; infatti le colonie della Magna

Grecia e della Sicilia erano note nell'antichità per gli impianti urbanistici regolari perché al

contrario di altre città come Atene che si sviluppa dall'età micenea e continua a crescere su se

stessa, provocando così un impianto urbanistico caotico, queste città possono sperimentare la forma

urbanistica regolare, proverbiale nell'antichità.

Megara Iblea si trova nella parte sud orientale della Sicilia presso l'odierna città di Augusta: essa

venne fondata su questo vasto pianoro delimitato da due fiumi, prospiciente alla costa in un sito

fertilissimo e favorevole all'insediamento di gruppi umani; anche per Megara Iblea abbiamo

Tucidide che ce ne parla:

La fondazione di Megara Iblea è emblematica perché prima i coloni venuti da Megara Nisea si

insediarono in una località chiamata Trotilon, sul fiume Pantachios, ma non potendo fermarsi qui,

chiesero ospitalità agli abitanti della vicina Leontini e per un po’ convissero col loro, ma poi

vennero cacciati e si rifugiarono a Tapsos dove l’ecista, Lamide, morì; quindi entrarono in contatto

con il re locale dei siculi, Iblon, che cedette loro la terra e questi diedero alla città il nome del re

siculo a testimonianza del legame tra greci e indigeni.

22

La città sorge su un vasto pianoro e le date tramandate per questa fondazione da Tucidide sono il

729­28 a.C., mentre il 750, data e antica, viene da Diodoro Siculo, uno storico che vive in età

augustea; queste date sono state confermate dagli scavi archeologici perché si assiste alla prima fase

di arrivo della ceramica greca e poi vi è la vera e propria . La città divenne molto potente

κτισις

tanto che alla fine del VII secolo fondò Selinunte, ma venne distrutta in modo radicale alla fine del

primo ventennio del V secolo (483­482 a.C.), ad opera di Gerone, tiranno di Siracusa, membro del

famoso di Gela che all'inizio del V sec vi aveva preso il potere: il popolo venne venduto

γηνος

come schiavo, mentre i pacheis, i cittadini, che vennero trasferiti a Siracusa.

Questo fatto della deportazione della popolazione fu abbastanza frequente nella storia della Sicilia

ad opera dei tiranni; Megara Iblea rimase deserta fino alla spedizione ateniese in Sicilia quando

diventò un fortino di Siracusa; dal 340 a.C. venne ricolonizzata quando la Sicilia, alla metà del IV

secolo era distrutta da continue guerre con i cartaginesi tanto le città diventavano sempre più povere

per cui venne mandato da Corinto, Timoleonte a rifondare alcune città.

La città mantenne il suo tessuto urbano arcaico con piccole modifiche e lo spazio per l’agorà si

ridusse fino a occupare metà dell'area precedente; è stata scavata la zona dell’agorà, cioè la piazza

antica che venne invasa da edifici costruiti in età ellenistica, infatti la città ellenistica si restrinse a

una piccola parte del pianoro; venne poi distrutta dai romani e sopravvisse circa in età romana.

L’area urbana venne cinta da una fortificazione non molti anni dopo la fondazione; nel IV sec si

assiste alla fortificazione della città per cui la cinta venne rifatta.

Dalla ricostruzione vediamo che l'impianto urbanistico regolare della città è un po’ anomalo perché

si tratta di vari impianti stradali che si incrociano ad angolo, quindi ogni impianto stradale ha un

orientamento diverso: ci sono strade larghe 5 m intersecate con strade più strette, quindi si tratta di

un impianto per strigas composto da strade più grandi intervallate da strade più strette (3 m), gli

stenoboi che determinano questi lotti di abitazioni allungati.

23

Quindi a Megara Iblea ci sono vari tipi di impianti: all'inizio i coloni avevano delimitato lo spazio

per la città (la necropoli si trovava fuori da questo pianoro), infatti la prima cosa da fare per la

fondazione di una città è delimitare lo spazio della vita pubblica e quello per la necropoli; qui

quando i coloni arrivano si dispongono μ , cioè per villaggi e da qui derivano gli

κατα κω ας

impianti regolari ma con un orientamento diverso; questo modo di abitare è una delle caratteristiche

di Megara, la madrepatria per cui i coloni ripetono nella colonia il modo di abitare della

madrepatria.

Inoltre da qui deriva l’agorà trapezoidale, compresa da gruppi di strade con diversi orientamenti;

l’abitato scavato risale al VII secolo a.C. e dagli scavi risulta evidente l'orientamento dell'impianto

stradale est ovest con strade di scorrimento nord sud.

Al centro dell'impianto urbanistico pianificato vi è l’agorà, il centro della vita religiosa e civile e

infatti rimane uno spazio libero delimitato da strade (non sono state rinvenute aree di grandi

dimensioni riservate ai santuari); l’agorà era occupata da due templi (metà VII sec) arcaici ad

, senza peristasi, ma sono solo una cella con un piccolo pronaos; vi è poi un edificio

οικος

allungato, una concepita in modo moderno per l'epoca perché non si tratta di una struttura

στοα

completamente chiusa, ma di un portico che ha un ingresso anche sul lato settentrionale, cioè sul

muro di fondo vi è l’ingresso con tre colonne e in questo modo non si chiude completamente lo

spazio dell’agorà, ma permette il passaggio dal quartiere nord a quello sud; vi è un’altra ad est

στοα

24

per delimitare lo spazio dell'agorà e si tratta del primo esempio di impiegata in un contesto

στοα

civile perché di solito era impiegata nei santuari con una funzione di ricovero per i pellegrini.

Nell’agorà si trovavano anche degli altari per

le transazioni commerciali che avvenivano

sotto l'egida della divinità.

Un edificio che dà sull'agorà è il prytaneion,

composto da tre celle nelle quali erano disposte

delle piattaforme su cui si trovavano i letti

conviviali che erano preceduti da un portico

che si affacciava su un cortile; si trattava

dell'edificio dove si radunavano i pritani per

consumare pasti comuni o dove venivano

ospitati i cittadini importanti provenienti da

altre città.

Le case sono chiamate oicopedon perché sono costituite dalla

casa e dal terreno e quelle più antiche sono semplicemente

quadrate, mentre nel corso del VII secolo diventano più

complesse, infatti al primo nucleo si aggiungono altri

ambienti ma il nucleo originario rimane comunque

l’oicopedon.

Megara Iblea aveva anche una cinta muraria arcaica e ha

restituito pochi frammenti di ceramica coloniale che sono

però importanti per la storia della pittura antica.

Alla fase più antica della necropoli oltre i corredi risalgono

alcuni monumenti famosi come la statua in calcare di una

madre che allatta due bambini e la statua di Sombrotidas cioè un medico, figlio di Mandrokleos

(550 aC).

La Magna Grecia e i Lucani

I contatti e gli scontri con le popolazioni indigene tra il V e il IV secolo sono tra i problemi più

dibattuti; recentemente vi è stato un convegno a Taranto suo Alessandro il molosso, un condottiero

macedone che venne chiamato dalle colonie della Magna Grecia contro i Lucani, un episodio di

questo momento di pericolo delle colonie magno greche per l'affacciarsi di popolazioni indigene.

25

I greci quando fondano una colonia estendono il loro dominio sul territorio agricolo circostante, ma

non manifestano la volontà di estendere loro dominio politico al di fuori di quest'area; quindi

mentre le pianure erano occupate dai greci, le zone montuose dell'entroterra erano in possesso dei

barbari.

Se però manca la spinta espansionistica ecco la necessità di praticare le vie che portano all'interno

per un'esigenza di espansione commerciale e di comunicazione: da qui deriva quindi la necessità di

istituire rapporti di buon vicinato con le popolazioni autoctone e per potere espandersi.

Vediamo quindi l'esigenza di questi rapporti di varia natura con gli indigeni; fossile guida,

santuari di frontiera,

indicatore privilegiato di questi rapporti è costituito dal ritrovamento di che

costituivano il punto in cui i greci e gli indigeni si incontravano; quindi i greci marcano i confini del

loro territorio con questi santuari di frontiera posti ai confini con il mondo indigeno dove

confluiscono l'elemento greco e quello indigeno. Tracce di questi contatti li troviamo nelle

necropoli indigene dove troviamo materiali greci anche negli abitati: per questo si è parlato di

acculturazione dell’elemento indigeno che tende ad assorbire modelli comportamentali, usi e

costumi alla greca.

I contatti si manifestano soprattutto in occasioni cerimoniali (santuari e necropoli): a Garaguisa in

un'area sacra è stato trovato il modellino di un tempio in marmo del 470 circa a.C. di stile greco

(siamo nel pieno dell’età severa), di alta fattura, indicatore della presenza dei greci nei territori

indigeno; l’assimilazione del modello greco è anche evidente nel cavaliere di Armento, un bronzetto

molto ben lavorato che raffigura un oplita, vestito cioè alla greca (doveva avere anche uno scudo),

ritrovato presso un santuario.

I santuari di frontiera esistono fino al VII secolo, ma assumono un aspetto monumentale nel IV

secolo perchè le popolazioni locali acquistano più importanza e potere e qui confluiva tutta la

popolazione, quindi il santuario era un punto d'incontro. Questi santuari di frontiera erano anche

collegati ai percorsi di transumanza ed erano importanti per questi contatti tra popolazioni indigene

greche ed etrusche; questi contatti con i greci portano all'arricchimento dei capiclan indigeni che è

dimostrato dai corredi locali.

Lungo la costa si assiste all'impoverimento delle tombe indigene perché gli indigeni della costa

sono assorbiti dalle colonie greche e perdono la loro importanza; invece gli indigeni dell'entroterra

che controllano le vie di transito si arricchiscono: ad Alianello sono state trovate delle tombe di VII

secolo con corredi ricchissimi perché gli indigeni si facevano pagare un pedaggio per le vie di

transito; una tomba femminile è ricchissima, mentre una maschile è più sobria con delle armi e

un’olla posta ai piedi del defunto per indicarne la ricchezza. A Chiaromonte, una valle abitata dai

26

siculi, è stata trovata una tomba della metà del VI secolo con un ricchissimo corredo tra cui vasi di

provenienza etrusca, quindi dei gruppi controllavano il commercio da nord a sud e da sud a nord;

questi personaggi adottano man mano usanze di tipo greco.

Serra di Vaglio è vicino a Potenza, all'interno della Basilicata ed è costituito da un complesso di

altura dove sono stati scavati un santuario, un abitato con una tomba indigena della fine del V

secolo con un corredo greco, quindi il ceto aristocratico tende ad ellenizzarsi, ad assumere forme

greche.

Serra di Vaglio è un abitato con una lunga vita: nell’VIII sec vi è un abitato di capanne con tombe

(nel mondo indigeno si seppellisce nell'abitato), che rimane fino al V secolo quando si assiste a un

radicale cambiamento, infatti ora esso è abitato da case rettangolari disposte con una volontà

urbanistica e nel IV secolo viene circondato da una possente cinta muraria tipica del mondo

indigeno guerriero che si accultura perché gli indigeni vanno a lavorare come mercenari per i tiranni

delle poleis greche, quindi assumono gli usi, i costumi e le tecniche di combattimento dei greci; in

questo modo si fortificano e arrivano a minacciare le colonie greche, infatti nel V sec esse sono

impegnate in continue lotte con le popolazioni indigene.

Quindi a Serra di Vaglio vediamo queste case

rettangolari che sono , con muretti di pietra a

οικοι

secco poi coperti con delle tegole, quindi si tratta di

un abitato alla greca; in queste case troviamo un

ambiente per derrate e uno dove si viveva e

tesseva. Le case erano coperte da tetti con delle

tegole ed erano ornati da antefisse di tipo

gorgonico che erano prodotte nelle colonie o da

artigiani che avevano lasciato le coste ed erano

andati a lavorare per il ceto indigeno.

Circa il sistema di copertura due tegole erano coperte da un coppo semicircolare e per non lasciare

il coppo vuoto o veniva riempito di malta o la testata del coppo veniva chiusa da una lastra che può

pendere verso l'alto e può essere liscia o dipinta o decorata a rilievo con il volto di una gorgone o di

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un sileno e questa è la antefissa; la gorgone è un essere metà donna e metà animale che venne

decapitata da Perseo, aiutato da Atena che riceve in dono la testa della gorgone che mette sull’egida,

cioè una pelle di capra che la protegge, al centro della quale si trova quindi la testa della gorgone

che ha una funzione apotropaica, protettiva infatti teneva lontano il male. Per questo è un elemento

che figura spesso nella decorazione dei templi, come delle case che erano messe sotto la protezione

di una gorgone o di un sileno.

Queste antefisse, se confrontate con quelle di Taranto, mostrano di rispecchiare modelli tipicamente

greci, quindi o gli indigeni le ordinavano dalle colonie oppure erano realizzate da artigiani greci

presso le popolazioni indigene.

A Rossano di Vaglio vi era un santuario di frontiera: si trovava all'incrocio di vie di transumanza e

acquista un'importanza fondamentale nel IV secolo perché è legata alla crescita politica e militare

del sito indigeno; si tratta di un vasto piazzale lastricato attorno al quale si disponevano gli ambienti

di culto e gli altari. Il santuario nasce sempre da qualcosa di concreto e in questo caso nasce da un

punto dove sgorgava l’acqua, che era considerato una manifestazione divina; il santuario continua a

vivere dal IV secolo fino all'epoca romana, infatti sono stati trovati degli ex voto collegati all'ambito

militare tipici del mondo indigeno.

A Braida di Vaglio è stato trovato un edificio monumentale di cui oggi rimane un basamento con

muretti di pietra a secco, il cui alzato doveva essere di legno, a pianta rettangolare, che è stato

interpretato come il palazzo del perché presenta una decorazione con terrecotte

βασιλευς

architettoniche; le travi sul tetto erano rivestite per proteggere il legno da lastre decorate con un

motivo a treccia e in più è stato trovato in frammenti e ricostruito un fregio con cavalieri e opliti che

si collega alla serie di fregi che caratterizzano la decorazione dei templi e degli edifici sacri delle

colonie (sul fregio del tempio C di Metaponto vi è una processione di sacerdotesse); infatti la

pratica di realizzare fregi in terracotta per ornare i templi è tipica delle colonie.

A Braida di Vaglio nel 1994 sono state trovate le tombe dei , cioè tombe a cassa lignea

βασιλεις

dove veniva deposto il defunto e questa veniva ricoperto da un tumulo; questa sepoltura risale alla

fine del IV inizio V secolo ed è tipicamente indigena. Gli uomini si fanno seppellire come capi,

quindi con le armi, uno scudo e troviamo una coppa con degli occhioni apotropaici e tra i due

occhioni vediamo la raffigurazione di Dioniso, dio del vino e vicino alle due anse vi sono dei sileni,

quindi vi è la rappresentazione del rituale del banchetto, del bere il vino e lo scudo e la coppa

indicano che qui è sepolto un guerriero. Le tombe femminili hanno corredi ricchissimi come collane

d’ambra, orecchini e diademi d’oro e sia i maschi che le femmine venivano sepolti rannicchiati, alla

maniera tipica degli indigeni, mentre i greci si facevano seppellire con corredi più sobri.

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Di queste popolazioni ne parla Strabone “I Lucani sono sanniti quanto a stirpe, ma avendo vinto i

Poseidoniati in guerra occuparono la loro città; in tempi normali sono retti democraticamente, ma in

caso di guerra un re viene scelto tra coloro che detengono le cariche pubbliche”. Nel V sec l’Italia è

quindi interessata dal movimento delle popolazioni sannitiche poi chiamate lucane; i Lucani che

compaiono all'improvviso all'inizio del IV secolo sono il risultato di una progressiva ellenizzazione

dell'elemento indigeno, probabilmente di gruppi di sanniti.

Paestum è la città privilegiata per l'osservazione di questo fenomeno in quanto venne conquistata

dai Lucani alla fine del V secolo (il nome antico della città era Poseidonia); infatti nel V sec nelle

necropoli cominciano a comparire elementi anellenici di queste popolazioni che ottengono il

permesso di essere sepolte qui.

Si trattava di mercenari che lavoravano per la città e alla fine i Lucani conquistarono Poseidonia e la

chiamarono Paiston, che in età romana divenne Paestum; le tombe che compaiono all'improvviso

nella Paiston lucana all'inizio del IV sec sono dipinte: comunque solo alcune sono dipinte, cioè

quelle delle elite, perché su un migliaio di sepolture solo una cinquantina sono dipinte e provengono

dalla necropoli urbana, come quella di Andriuolo.

Queste erano tombe a camera che venivano affrescate rapidamente subito dopo la morte del

personaggio ed erano fatte su richiesta perché ogni tomba ha un suo ciclo decorativo; si trattava di

lastre di travertino levigate su cui si stendeva un sottile strato di calce su cui si dipingevano le

scene; su alcune lastre vi sono i segni di corde e foglie e questo ha fatto pensare al lavoro rapido

eseguito alla morte di questo personaggio; prima della chiusura della tomba queste lastre venivano

esposte.

In alcune pitture il defunto era rappresentato a cavallo e armato, quindi come un guerriero con

l'elmo indigeno piumato, la casacca fermata da un cinturone e la corazza con il pettorale a tre

dischi; una delle raffigurazioni più ripetute è quella del ritorno dalla vittoria, quindi si tratta di un

guerriero con un trofeo di armi che è accolto da una donna in costume locale che compie una

libagione in onore del defunto vittorioso. In altre tombe vediamo il momento del rituale funerario:

la forma è quella greca, ma i contenuti sono tipicamente lucani: in alcuni casi si evince che il

funerale venne accompagnato da giochi funebri (un rituale conosciuto fin dall'epoca omerica) o

pantomimi, un rituale ripresa dal mondo greco e reinterpretato in ambito locale; dalla necropoli di

Laglietto Castro abbiamo una scena con la corsa delle bighe.

ceramica coloniale

Per si intende la ceramica prodotta all'interno delle prime comunità di

naviganti, commercianti e coloni insediati in Italia meridionale e in Sicilia, che si data alla seconda

metà dell'VII sec­VII sec (alla metà dell'VIII abbiamo però ancora fondazioni precoloniali).

29

Si tratta di uno studio nato negli ultimi cinquant'anni, infatti fino a cinquant'anni fa si diceva che i

vasi erano sono importati; quindi venne riconosciuta una produzione locale che si divide in due

filoni, quello della ceramica subgeometrica che continua la tradizione geometrica dell'età del ferro e

quella della ceramica figurata che introduce delle figure anche complesse in un intreccio

geometrico.

Ma abbiamo alcuni problemi come: chi erano i committenti, quale era il repertorio iconografico e a

chi erano destinati questi vasi? Un insediamento privilegiato per lo studio della ceramica coloniale è

quello dell'Incoronata che ci dà i termini per potere datare la ceramica coloniale, infatti il sito è ben

datato perché già alla fine dell'VIII, inizio VII secolo abbiamo della ceramica protocorinzia insieme

ai prodotti locali, che ne permette una datazione.

L’abitato, con l'arrivo di merci greche, si connota come greco quindi troviamo ceramica del medio e

tardo protocorinzio, ma dopo non abbiamo più nulla: da qui la fine dell'insediamento si può stabilire

attorno al 640­30 a.C. ed è appunto la ceramica protocorinzia a darci questi termini cronologici; per

l'Incoronata abbiamo un terminus ante quem perché tutto quello che viene trovato si data prima del

640­30 a.C.

La ceramica subgeometrica, attica e corinzia, continua la tradizione geometrica che prevede un

tessuto geometrico e motivi geometrici che in generale tendono a sottolineare delle parti del vaso;

all'Incoronata troviamo delle coppe a filetti che sono un'imitazione locale di coppe con una

decorazione geometrica, un piccolo cratere con un motivo a clessidra e inserti nei pannelli

all'interno di un tessuto geometrico. Siccome i coloni vengono da varie località della madrepatria

portano con sé ognuno la propria tradizione figurativa e la propria tecnica, quindi questi vasi

prodotti lontano dalla madrepatria possono presentare più tradizioni: vediamo un lutherion, cioè un

bacino lustrale per lavarsi che si trovava sia nelle case che nei santuari per le abluzioni rituali

(l'acqua è infatti sempre legata rituale).

Però questi vasi sono un po' degli unicum infatti le ceramiche più comuni sono abbastanza

ripetitive, ma quando siamo davanti a vasi da mensa, questi sono di un certo pregio, non sono cioè

fatti in serie; nel VII sec abbiamo forme ancora un po' anomale, ma poi cambieranno diventando un

po' standardizzate; il sito dell'Incoronata ha restituito molti vasi ma anche in molti siti sono stati

trovati molti frammenti.

Circa i vasi figurati si tratta della produzione più interessante e difficile da interpretare, infatti qui

abbiamo delle raffigurazioni che dobbiamo cercare di capire: da Pitecusa proviene un vaso con una

raffigurazione di un naufragio, mentre da Atene proviene un oinochoe tardo geometrica dell'ultimo

quarto dell'VIII sec con ancora una scena di naufragio forse descritto da Omero (Odissea, XII, 415­

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425), cioè l'episodio di Ulisse che, a cavalcioni sulla barca, vede i suoi compagni che annegano;

quindi forse quella sull’oinochoe non è una scena generica, ma l'artigiano voleva forse illustrare un

episodio dell'Odissea. Su un oinochoe vediamo una decorazione con un tessuto geometrico

all'interno del quale si trovano canidi correnti e teorie di ocarelle, cioè motivi orientalizzanti che

introducono al clima della cultura orientalizzante di VII secolo.

Da Pitecusa proviene un piatto con due cernidi che stanno beccando una pianta: si tratta di uno

schema orientale (fregio assiro) araldico dove vediamo degli animali rampanti ai lati di una pianta

con riempitivi ancora un po' geometrici, scena tipica nella produzione orientalizzante; nel corso del

VII sec, quando la Grecia si riapre ai commerci, si diffondono i prodotti orientali e le nuove

tecniche per cui si crea un gusto comune orientale in tutto il Mediterraneo. Quindi nel VII secolo

assistiamo alla diffusione di prodotti orientale in tutto il Mediterraneo come le uova di struzzo che

venivano decorate, alle quali veniva adattato un cono e diventavano vasi di altissimo pregio; ne

abbiamo uno di produzione vulcente con i motivi della ceramica protocorinzia, ma l'uovo di struzzo

non veniva certo da Vulci; da Vulci abbiamo anche una conchiglia lavorata con un lavoro fine e si

trattava di un piccola tavoletta dove venivano stemperati i belletti; questo tipo di conchiglia si trova

solo nel Mar Rosso e nell'Oceano Indiano e questo tipo proviene dall'area siro palestinese.

La ceramica cicladica nel VII secolo mantiene il tessuto geometrico con l'introduzione di animali

pascenti, leoni, uccelli vari, oppure vediamo una brocca conformata a testa di grifone. Della metà

dell'VIII secolo è l'anfora del Dipylon che presenta sul collo un motivo orientalizzante, cioè una

teoria di animali pascenti; gli stessi motivi li ritroviamo nella ceramica corinzia di VII secolo dove

vediamo sfingi, leoni e rosette, insomma vediamo un affollarsi di riempitivi; l'influsso dei motivi

decorativi dello stile orientale sulle manifestazioni artistiche greche e magno greche non si limita

alla ceramica, ma coinvolge anche la scultura; del VII secolo è il pittore di Andatos a cui appartiene

un'anfora da Milos con il motivo della potnia theron.

Un fatto tipico del momento coloniale e quello della firma per cui alcuni di questi vasi sono firmati;

qui vediamo un frammento di cratere da Pitecusa che all'interno di una fascia orizzontale presenta la

firma dell'artista “….inos epoiesen”; la firma dell'artigiano è un fenomeno tipico del mondo

coloniale perché il primo pittore che firma in Grecia è Sofilos alla fine del IV secolo.

Alla produzione coloniale appartiene questo discutissimo vaso, il cratere di Aristonothos su cui un

lato del vaso è occupato dalla scena di combattimento tra la nave da guerra è quella da carico; il

vaso è della metà del VII secolo e vediamo come i personaggi e le scene sono frammisti a riempitivi

che hanno solo un valore decorativo; il resto del tessuto è geometrico. Sull’altro lato vi è l’episodio

dell’accecamento di Polifemo (IX libro Odissea) e lo spazio è sempre riempito da riempitivi; i

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personaggi sono prossimi alle opere del pittore di Andatos: sono figure geometriche, ma i volumi

cominciano ad arrotondarsi, si perde il geometrismo assoluto e le figure cominciano ad essere un

po' più naturalistiche; lo stile geometrico verrà poi abbandonato par la resa più naturalistica del

corpo umano.

Questo cratere è stato rinvenuto in Etruria, a Cerveteri e si è discusso sulla rappresentazione di una

scena dei poemi omerici che in quel periodo erano già conosciuti e cantati; si tratta di un unicum

che ha contatti con varie produzioni, quindi c'è chi ha pensato ad un artigiano di Atene, o di Cuma,

insomma è un problema aperto; forse è più probabilmente un'opera magno greca databile alla metà

del VII secolo che è arrivata a Cerveteri per una serie di scambi.

Una produzione caratteristica dell'Incoronata è quella di questi deinoi: si tratta di un grande vaso

con l'imboccatura larga con il fondo concavo che imita gli oggetti metallici; questi vasi sono stati

trovati sia all'Incoronata sia a Siris ed erano decorati con cavalli alati ai lati di un trofeo floreale o ai

lati di un tripode; è un simbolo proprio dei coloni di alto rango il motivo del cavallo che ritorna

sempre in questo periodo e lo ritroviamo anche all'Incoronata.

Le raffigurazioni rappresentano il modo di presentarsi dei coloni cioè personaggi che hanno e sono

in grado di donare i cavalli che sono a fianco di tripodi cioè il premio per il vincitore o l’offerta per

il santuario (siamo sempre in un ambiente aristocratico).

In quest'emporio è importante vedere come i coloni si presentano e quali sono i loro valori, cioè si

tratta di valori aristocratici; questi vasi fanno pensare a una produzione locale destinata ai greci

perché si trovano solo lungo la costa, non nei centri indigeni, quindi si tratta di una produzione

aristocratica fatta dai coloni per i coloni e si colloca nel terzo quarto del VII secolo ed è il modo di

presentarsi di questi coloni.

Dall’Incoronata viene un frammento con una teoria di guerrieri in marcia con lo scudo, quindi il

colono si presenta come un guerriero; in più vediamo un perriranterion a rilievo in terracotta tutto

decorato a stampo con le scene a rilievo tratte dall’epos, infatti vi sono due schiere di guerrieri di

diversa stirpe che combattono l’uno contro l'altro, poi vi sono episodi del mito, una parata di

divinità su cavalli alati e sul bordo della vasca vi è una teoria di animali; si tratta di un pezzo unico

di cui è stata trovata però la matrice.

Su un deinos vi è Bellerofonte: si tratta di una forma di tradizione orientale perché imita quelle

forme metalliche di quei grandi calderoni che venivano donati nei santuari; qui vediamo l'episodio

di Bellerofonte che, figlio del re di Corinto, uccide il fratello e quindi viene mandato esule prima

presso il re di Argo e poi presso il re della Lidia; siccome l'ospite è sacro deve essere accolto, ma si

trattava di un personaggio scomodo, quindi venne mandato ad affrontare pericoli estremi sperando

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nella sua morte, ma egli venne aiutato da Atena che gli donò Pegaso con cui riuscì a uccidere la

chimera che infestava i monti della Lidia (il pezzo è del 640 a.C.). Bellerofonte ha la testa di

profilo, il petto di fronte e i piedi di profilo ed è rappresentato sul cavallo con convenzioni e schemi

stilistici; si tratta di una delle prime raffigurazioni di Bellerofonte; un piatto da Thasos rappresenta

il mito di Bellerofonte sulla ceramica protocorinzia, quindi con uno stile molto diverso. Sull’altro

lato vediamo un motivo orientale di due leoni che stanno assalendo un cerbiatto, motivo interpretato

forse come un motivo di forza.

Altri vasi dall'Incoronata sono un aryballos decorato con una scena di caccia (una guerriero sta

assalendo un leone) e motivi orientalizzanti; uno stamnos con un leone ruggente e dall'altra parte un

pannello con un motivo vegetale.

Il confronto più immediato per i crateri dell'Incoronata è con quelli della necropoli del Fusco a

Siracusa, infatti vediamo gli stessi motivi che ricorrono: uno dei veicoli di diffusione dei motivi

decorativi dovevano essere le stoffe, l'artigianato in cuoio e in legno che noi abbiamo

completamente perso.

Da Francavilla, dal Timpone della Motta, un santuario, proviene un vaso con la rappresentazione di

una teoria di donne con una gonna che doveva essere tutta decorata con motivi floreali e figurati; i

tessuti erano riccamente decorati, ma non ci sono giunti, ma spiegano perché la stessa trama e

sintassi decorativa compaia un po' ovunque (i tessuti e la lavorazione del cuoio dovevano avere una

grande importanza).

Megara Iblea, fondata nel 728 a.C., nel VII secolo ebbe una produzione ceramica di alto pregio che

abbiamo in uno stato molto frammentario, ma che ci introduce nel mondo dei coloni; su un

frammento vi sono figure di coloni che tirano una corda ma non abbiamo alcun riempitivo di sorta:

forse si tratta della riproduzione in piccolo di un quadro dipinto (i frammenti sono infatti stati

utilizzati per la ricostruzione della pittura arcaica); altri frammenti introducono nel mondo bellico,

infatti ritornano i motivi del cavallo, del carro e del guerriero armato, ma vi sono anche la

processione funebre o la parata prima della partenza per la guerra; su un frammento vediamo un

personaggio che caccia che per la gioventù arcaica, aveva un valore iniziatico: si tratta quindi del

mondo della prima generazione di coloni che si autorappresentano. Su uno stamnos vi è il motivo

della potnia theron, della signora degli animali, una divinità di tradizione agraria legata al territorio,

circondata da riempitivi orientalizzanti; dall'altra parte vi è il motivo dei cavalli rampanti con i

riempitivi; da Gela provengono due stamnoi ben conservati e con il motivo dei grifoni e degli

uccelli che beccano.

Ceramica italiota a figure rosse

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La produzione artistica e artigianale: linee di lettura

Si parla di produzione artigianale perché per l'antichità l’arte è una , è in funzione della polis

τεχνη

soprattutto per l'età arcaica e quella classica; si tratta di un'arte che deve rappresentare la città,

quindi ha un valore sacro, civile e morale. Questi artisti erano dei tecnici perché l’arte era

considerata una (abilità tecnica), ma erano anche artigiani, infatti la tradizione si tramandava

τεχνη

di padre in figlio come i nomi, al servizio dei santuari e avevano come nume tutelare Atena

protettrice delle arti tecniche e quindi dei vasai, degli scultori e pittori e così via.

Selinunte è una colonia di Megara Iblea, fondata ai limiti del territorio occupato dai cartaginesi che

si erano arroccati nella parte occidentale della Sicilia; la città venne fondata attorno al 628 a.C., ma

sono stati trovati materiali più antichi che testimoniano l'arrivo dei greci a più ondate, i primi dei

quali erano andati a esplorare il territorio. Selinunte diventò una delle città più ricce anche grazie ai

commerci con i fenici ed è anche ricca di santuari, quelli sull'acropoli e quelli urbani, uno sulla

collina orientale e uno sulla collina occidentale, i grandi santuari vicino alla zona portuale come il

tempio E che è l'unico ad essere stato rialzato perché in seguito a un terremoto le colonne erano

cadute su se stesse.

Si trattava quindi di una città santa per i santuari, meta di pellegrinaggi che mostrano la volontà

della città di presentarsi così; essi erano simboli della città in cui venivano conservati gli oggetti

preziosi; in più il tempio faceva da supporto a un ciclo pittorico e scultoreo nei quali la città

manifestava i propri valori. Selinunte è una civiltà greca al confine con i barbari fenici, quindi da

qui la necessità di fare risaltare lo spirito della grecità contro un popolo anellenico.

A proposito delle metope del tempio E, lo Charbonneaux le definisce provinciali ma si tratta di un

luogo comune che va scartato quello secondo cui l'arte dei greci d’occidente sia provinciale; una

volta veniva considerata tale perché vi era una visione atenocentrica dell'arte per cui l'arte delle

colonie era considerata un attardamento rispetto ad Atene.

C. Marzani nella sua opera “Selinunte e le metope dell’Heraion” del 1994 inserisce questi rilievi

nell'età delle sculture di Olimpia e parla dell'arte “dell’età di Polignoto… ci restano le sculture di

Olimpia e di Selinunte a testimonianza della potenzialità di espansione del fenomeno…

l'originalità… o c'è o è assente… a noi pare che le sculture siano tali (egli quindi fa notare

l'originalità inventiva di queste sculture), basti pensare che esse rappresentano il punto di arrivo di

una lunga, ininterrotta tradizione di scultura architettonica”.

Ad Atene abbiamo nell'arte una grande continuità, ma queste sculture sono da mettere pienamente

alla pari con quelle greche, e anche Selinunte abbiamo una continuità di tradizione.

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Dal confronto tra la metopa con Zeus ed Era e lo Zeus di capo Artemisio e la testa dell’efebo

biondo vediamo che questa metopa è pienamente dello stile severo della Sicilia; per Selinunte che

ha una lunga tradizione, si può parlare di scuola selinuntina per la realizzazione di queste metope

(abbiamo piccole metope del secondo quarto del VI secolo realizzate secondo le convenzioni

dell'arte arcaica).

Nel tempio C abbiamo una metopa importante che rappresenta il mito di Eracle e i Cercopi perché

lo scultore ha adottato lo stile peloponnesiaco della scultura arcaica (540­530 a.C.): quando vennero

scoperte nell'800 queste sculture si parlò di sculture primitive, in realtà si tratta delle convenzioni

dell'arte arcaica che sono tipiche dell'arte peloponnesiaca.

Esiste una grecità però ogni città greca ha la sua arte, quindi vi è l'arte di Atene, di Corinto e così

via, così come esiste un'arte di Siracusa, di Gela e così via ma non abbiamo per tutte le città la

stessa documentazione. Quindi le metope del tempio E di Selinunte si inseriscono pienamente nello

stile severo, cioè quel periodo che segue l’arte arcaica e precede l'arte classica, momento in cui gli

scultori studiano il corpo umano, studio che porterà a quel naturalismo esplicitato dalle sculture di

Fidia.

Quindi vi è la stessa ricerca di armonia per gli scultori greci e quelli della Sicilia; in più abbiamo

notizia di opere fatte da artigiani locali che vennero poste ad Olimpia; quindi le ricerche erano le

stesse e il santuario costituiva luogo comune dove gli artigiani si recavano per imparare.

guerriero di Castiglione di Ragusa

Importante è il nell'entroterra di Camarina, quindi Castiglione

era un centro indigeno dove è stato trovato questo pezzo unico, un'opera del primo periodo

coloniale arcaico perché rientra nei canoni dell'arte greca arcaica.

Doveva essere un elemento di trabeazione di un monumento funerario di questo personaggio che si

qualifica come guerriero (sotto è lavorato quindi si doveva passare sotto).

La scultura venne rinvenuta in un'area di necropoli ma non in situ ed essa era costituita da un blocco

sormontato al centro da una testa umana che emerge da un basamento che termina con una protome

di toro da una parte e di sfinge dall'altra e davanti vi è la rappresentazione di un cavallo, della lancia

e dello scudo; quindi si tratta della rappresentazione del guerriero visto di prospetto con il corpo

nascosto dallo scudo, che va a cavallo.

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Inoltre vi è un'iscrizione che dice “al figlio di Putikka, Purrinos (cioè il rosso) fece Skyllos (dialetto

ionico)”; l'epigrafe è datata tra la seconda metà del VII e l'inizio del VI secolo e ricorda il nome

dell'artigiano e del personaggio onorato Purrinos, cioè il rosso e l'iscrizione fa sì che il monumento

sia rivolto a un pubblico colto; in più questo Purrinos doveva essere un personaggio di alto pregio

che si era distinto nell'ambito locale (è questo il momento in cui i greci e gli indigeni vengono a

contatto), anche perché sotto vi era un bovide, simbolo di ricchezza.

Il fatto di rappresentare i guerrieri con il corpo coperto da uno scudo non era così infrequente, anzi

sui vasi di produzione corinzia era molto diffuso questo modo di rappresentare un personaggio;

inoltre nella produzione contemporanea abbiamo esempi simili di questo monumento: da Atene e

Sparta provengono due esempi nei quali vi è lo stesso concetto di basamento da cui si dipartono in

un caso due protomi di cavallo (forte simbolismo); su una base di statua a Delo vediamo l'unione tra

la protome di gorgone e quella di ariete.

Da Lapanello (Siracusa) proviene una testa di statua gigantesca del 590 a.C.: si tratta di una statua

arcaica con una pettinatura di stampo dedalico; da qui vediamo la volontà di produrre statue per fini

sacri e di culto.

Ma anche altri artigiani firmavano le loro opere, per esempio sulle gradinate del tempio di Apollo a

Siracusa, uno dei templi più arcaici, vi è un'iscrizione “Cleomenes, figlio di Cnidieios fece il tempio

ad Apollo e i colonnati, opere belle”; si tratta di un artigiano che lavorava per questa città che stava

nascendo. Le metope del tempio E di Selinunte non sono tutte in arenaria locale, ma presentano

inserti di marmo importato dalle isole cicladi (le parti nude delle donne sono in marmo).

Sulla scultura in marmo si è molto discusso perché la mancanza di marmo in Sicilia fatto pensare

che le opere in marmo fossero tutte di importazione, ma non era così; da Megara Iblea proviene un

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kuros funerario posto sulla tomba di Sombrotidas che era un medico: quindi questo giovane nudo si

presenta e dice “io sono Sombrotidas, medico, figlio di Mandrocleos” (nome che proviene

dall'oriente ionio).

Si tratta di una famiglia aristocratica proveniente dalla Ionia perché il personaggio si fregia di essere

medico, quindi esisteva forse una tradizione di medici, infatti le fonti ricordano molti medici

provenienti dalla Magna Grecia (sull’isola di Kos esisteva un santuario di Asclepio dove si

esercitava la medicina) che erano molto rinomati, ad esempio Crotone era celebre per la sua aria

salubre.

La scultura si data stilisticamente alla metà del VI secolo (550 a.C.) ed è in marmo insulare e in

questo caso venne probabilmente importata perché vi è un tassellino non concluso che fa sì che il

braccio destro sia più solidale con la coscia e che sia meno fragile per quando doveva essere

trasportato, mentre l'iscrizione venne aggiunta il loco.

Troviamo tante statue di marmo nel mondo magno greco quindi il marmo veniva importato e

lavorato localmente: le tegole di alcuni templi erano di marmo che veniva importato e lavorato sul

posto; il marmo venne poi utilizzatao nel medioevo per farne calce (abbiamo anche statue realizzate

con più materiali).

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Scopo del primo modulo era quello di presentare il problema della colonizzazione greca e dei suoi

precedenti, le più antiche apoichie e di affrontare il problema dei contatti e degli scontri con le

popolazioni italiche; la grecità interessa la Magna Grecia, le coste dell'Asia Minore, quelle del Mar

Nero dove troviamo molti punti di contatto per le modalità di occupazione del territorio e per

l'urbanistica, con l'Italia meridionale e la Magna Grecia; abbiamo anche la grecità di Marsiglia, di

Naucrati e di Cirene: quindi il mondo greco si espande.

La colonizzazione è preceduta dall’arrivo in Magna Grecia dei micenei che hanno un approccio

commerciale; però non c'è una continuità diretta tra la frequentazione micenea e la colonizzazione

di età storica, solo si frequentano le stesse rotte; infatti la colonizzazione greca si pone in un mar

Mediterraneo molto frequentato con rotte volte all'approvvigionamento dei metalli e delle materie

prime, ma si tratta anche di un fenomeno legato al desiderio di conoscenza.

Quello miceneo è un commercio in mano all'aristocrazia come sarà l'aristocrazia a muovere la

colonizzazione storica: uno dei luoghi più appetibili era la Sardegna dove sono stati trovati

frammenti di ceramica micenea, ambra e pani di bronzo che costituiscono una prima forma

monetale. I micenei si spingono alle isole Eolie, infatti le isole Freglee sono uno dei primi punti di

sosta di questi naviganti; in questo periodo il fossile guida è la ceramica rappresentata sia da

ceramica di uso comune come i doletti.

Ma oltre il passaggio di oggetti vi è un passaggio di tecniche: a Lipari vi è una stufa termale con la

forma delle tholoi micenee ed è costruita con una tecnica simile.

Broglio di Trebisacce è un'altura prospiciente il piano dove venne fondata Sibari in cui è stato

scoperto un abitato dal Peroni dove troviamo una produzione di ceramiche di imitazione micenea

con motivi tratti dal repertorio egeo; Broglio era un centro di arrivo e di ridistribuzione delle merci

nell'entroterra, quindi aveva un carattere più emporico; qui i micenei si sono fermati e hanno

passato le loro tecniche (ceramica fine lavorata al tornio e decorata).

Per i greci dell'età del bronzo non abbiamo insediamenti, ma essi hanno tramandato le loro tecniche

che hanno contribuito allo sviluppo delle popolazioni italiche, infatti non troviamo solo la ceramica

di argilla depurata e lavorata al tornio, ma anche la ceramica pseudominia che si rifà alla ceramica

minia non decorata del mondo egeo; il fatto di trovare un magazzino di questo tipo qui ha messo in

luce la ricchezza di questo villaggio. I micenei si pongono quindi come interlocutori dei capi

indigeni e nella società indigena si formano delle stratificazioni sociali che porteranno a quelli che

saranno gli enotri che affronterà nei greci nell'VIII secolo.

Thapsos in Sicilia è sede di una abitato dell'età del bronzo che nel XIII­XII sec si trasforma in

contemporanea all'arrivo di merci dall’Egeo: vi sono capanne dell'età del bronzo a pianta circolare

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con muretti a secco, il focolare al centro e il tetto sostenuto da palificazioni. Nel XII sec queste

capanne vengono obliterate da ambienti a pianta rettangolare di origine micenea concepiti e disposti

secondo criteri più regolari e organizzati intorno a cortile con un acciottolato, quindi hanno un

impianto urbanistico diverso; qui probabilmente vi erano sorta di emporio, infatti la necropoli è

indigena dove vi sono merci di varia provenienza (ceramica cipriota, locale e micenea).

Anche presso Agrigento è stata trovata una capanna circolare obliterata a case rettangolari conformi

a un modo di vita diverso; in entrambe le zone non vi è una continuità nell'insediamento tra la

frequentazioni micenea e la colonizzazione greca, ma abbiamo testimonianze dalle fonti.

Il termine esatto non è colonizzazione ma , cioè lontano da casa; i motivi di questo

αποικια

allontanamento sono molteplici, infatti le fonti parlano della povertà della Grecia o di disordini

sociali per cui alcune fazioni vengono invitate ad andarsene; si tratta però di un fenomeno diluito

nel tempo e complesso. I greci sono quelli dell'VIII sec e vediamo aristocratici in grado di armare

una nave e di guidare questi gruppi; essi conoscono la scrittura e sono in grado di interagire con gli

indigeni.

Quello che è più difficile da ricostruire è il momento più lontano delle prime fondazioni greche,

infatti solo nel VI secolo le città assumono una fisionomia urbana mentre per l'VIII sec abbiamo

delle testimonianze sfuggenti.

L’Eubea non venne toccata dalla generale crisi che ha interessato i micenei, quindi da qui

provengono i primi greci che ripercorrono le rotte d'occidente; i greci si stabiliscono lungo le coste,

invece all'interno vi sono gli italici, le popolazioni che interagiscono con i greci. Prima dalla

colonizzazione vi è una fase precoloniale di contatti commerciali che sono testimoniati dalla

ceramica della prima metà dell'VIII secolo trovata in insediamenti indigeni come Otranto dove

vediamo ceramica matt­painted locale e prevalentemente corinzio euboico; troviamo gli enotri sulla

costa della Basilicata, gli iapigi in Puglia i siculi nella Sicilia orientale, i sicani in quella

occidentale; in Sicilia vi sono materiali greci in tombe indigene precedenti la fondazione delle

prime colonie.

Pitecusa era un emporio per il quale abbiamo delle fonti come Strabone e Livio; qui l'insediamento

più importante era a Lacco Ameno e a Punta Chiarito; quando i greci arrivano a Punta Chiarito

trovano una zona deserta, quindi tendono a occupare tutta l'isola per sfruttarne le risorse; a mezza vi

è stato scavato un abitato attribuito a un quartiere e artigiani che lavoravano loro e l'argilla. A

Pitecusa sembra li fosse un ceto uniforme mercantile e qui vivevano non sono greci ma anche

orientali; quindi non c'è una stratificazione forte per cui non ci sono tombe che emergono sulle altre.

39

La capanna di punta Chiarito è importante perché venne sigillata nella sesto secolo da

un'inondazione, 15 da una serie di informazioni sugli oggetti d'uso; un'importante fonte è Esiodo

che ci dà informazioni sulla navigazione.

Cuma era una vera e propria colonia perché abbiamo i nomi dei due ecisti e venne fondata una

decina di anni dopo Pitecusa, sulla terra ferma; qui troviamo nella prima metà dell'ottavo secolo

tombe indigene invasi greci, poi con l'arrivo dei greci li era sparizione elemento indigeno perché

vediamo tombe aristocratiche con calderoni di bronzo posti all'interno di una cista litica per cui

viene rispettato il rituale omerico. Importante è l'elmo di Ierone a Olimpia: Ierone è uno dei

dinomenidi, cioè i tiranni che gestiscono il potere politico e militare in Sicilia nella prima metà del

quinto secolo; si tratta quindi di personaggi che appartengono a una famiglia aristocratica che

detengono il potere nell'esercito e approfittando di un periodo di incertezza politica, facendo di

sostenere dall'esercito e dal popolo, conquistano il potere. Nel 474 a.C. vi è la battaglia di Cuma

contro gli etruschi, infatti l’elmo di Ierone è un elmo etrusco che viene preso agli etruschi e dedicato

da Ierone, quindi si tratta dell'elmo dei vinti e viene donata Olimpia (viene dedicata a Zeus è la

decima parte del bottino del santuario di Olimpia); vi è incisa un'iscrizione che recita “Ierone, figlio

di Dinomenes e i Siracusa anni dedicarono Zeus e le spoglie dei terreni da Cuma”.

La più antica colonie in Sicilia è Naxos (734 a.C.), per cui abbiamo poche testimonianze; circa i

contatti gli scontri con le popolazioni indigene tra il quinto il quarto secolo uno dei siti privilegiati

per questa analisi all'incoronata in Basilicata, un abitato enotrio sul quale si sovrappone un abitato

greco per questo si pensa a una forma di convivenza tra greci e indigeni anche se lungo le coste

elemento indigeno tende essere assorbita nel mondo coloniale o ad essere respinta nell'entroterra.

Un altro sito che testimonia una fase di convivenza tra greci e indigeni è Siris Polieion (odierna

Poliporo), dove vi è un importante necropoli della prima metà del settimo secolo che ha restituito

sepolture indigene a fianco di sepoltura greca in generazione. Il sito di l’Amastuola nell'entroterra

atalantino ha una fase indigena con ceramica matt­painted è una fase greca infatti vediamo che

alcune case si sovrappongono alle capanne circolari e alla fine del primo quarto del settimo secolo

assistiamo alla sparizione dell'elemento iapigeo.

Vediamo una progressiva acculturazione delle menti indigeno e l'arrivo di merci e tecniche in

Basilicata: la crescita delle popolazioni indigene porterà a formarsi dell’ethnos lucano bellicoso che

andrà a influire sulla storia di queste città.

Chiaromonte nel settimo secolo è uno dei centri che si arricchiscono maggiormente; a Serra di

Vaglio vediamo come l'abitato di capanne si mantiene fino al sesto secolo quando vi è un

cambiamento con case costruite alla maniera greca con i testi dove vi sono le antefisse di matrice

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coloniale; qui vi è un santuario famoso che si sviluppa dal quarto secolo in poi ed è il centro il

reticolo di strade dedicata la dea delle acque solforose. A Braida di Vaglio vi era un palazzo con

ricchissima decorazione a cassetta di terracotta con un fregio di guerrieri alla maniera delle colonie

di Mataponto e Sibari (i valori del mondo coloniale si trasferiscono quindi in quelle indigeno e qui

vediamo la volontà del indigena di assimilarsi all’oplita; una degli aspetti privilegiati per conoscere

le popolazioni indigene sono le tombe dipinte di Paestum anche hanno varie scene.

Per la conoscenza del mondo di questi primi coloni importante la ceramica coloniale che può essere

subgeometrica che continua la tradizione geometrica o figurata che si inserisce nel vasto fenomeno

del orientalizzante che caratterizza il settimo secolo: il cratere di Aristonothos venne trovato a

Carveteri ed è importante in quanto cui l'artista firma la sua opera; esso presenta degli episodi

dell'Odissea e de della metà del settimo secolo. Importante è il fatto che queste prime opere di

ceramica sono firmate dagli autori guerriero di Castiglione di Ragusa, inizio VI secolo).

Importante per questi coloni è l’epos infatti il mito privilegiate quelle dell'eroe di uccidere mostro e

porta la civiltà contro i barbari; nella diffusione di motivi decorativi importanti erano le stoffe.

Abbiamo qui la ceramiche tagliata a figure rosse e quella di produzione locale, soprattutto

messapica a figure nere che non raggiunge comunque mai il livello di splendere della ceramica

apula di VI sec (in questa ceramica vi sono parti decorate con scene a figure nere e crateri a figure

nere che non raggiungono di livello della ceramica figure rosse).

Nella fase iniziale la ceramica figure rosse notiamo i contatti con la ceramica apula che danno

splendidi risultati (pittore di Dolone e dei Ciclopi); ma abbiamo anche una produzione di corrente

che rappresenta scene di vita dove vediamo i naiskoi, c'è monumenti funerari offerti al defunto.

Importanti sono le tombe indigene delle troviamo vasi italioti e lucani matt­painted (notiamo la

ricchezza di questi corredi); la produzione apula però si esaurisce diventando più standardizzata è

abbandonando le forme mitiche.

A Paestum nella metà del sesto sé con abbia me così detti vasi fliacichi; nella ceramica gnathia le

figure erano interamente sopra dipinte; la nuova visione dell'arte l'Occidente non è più inquadrata

come provinciale mai dedicata all'interno del fenomeno dell'arte greca.

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SECONDO MODULO: L’URBANISTICA

L’urbanistica è la disciplina che studia la pianificazione e l'organizzazione dello spazio della città e

del territorio; la distribuzione pianificata regolare degli spazi è tipica dell'ambiente coloniale.

Il fatto di avere un'urbanistica regolare è proprio delle città costruite ex novo su un territorio libero

(ma anche nel caso di un territorio abitato dagli indigeni) e vi erano anche degli urbanisti che

studiavano come meglio organizzare la città.

Atene è un esempio di città che cresce su se stessa a partire dall'acropoli, sede dell’ miceneo;

αναξ

la città ha quindi una crescita progressiva senza una pianificazione urbanistica. Priene in Caria sulla

costa dell'Asia Minore, alla metà del IV secolo, riceve una pianificazione regolare: all'inizio del V

secolo infatti la città sarà distrutta dai persiani, quindi gli abitanti decidono di trasferire la città in un

luogo più salubre e sicuro alle pendici del monte Micale e le danno una pianificazione urbanistica

moderna.

Quindi la città si dispone su terrazze perché sfrutta il pendio con le strade che si incrociano ad

angolo retto che formano isolati regolari all'interno dei quali si dispongono gli edifici sacri e

pubblici.

Nell’isola di Delo il quartiere del teatro ha un'urbanistica irregolare, mentre la zona dell'agorà degli

italici, tra la fine del II e l'inizio del I secolo a.C. assume un'impostazione diversa, regolare con

isolati regolari all'interno dei quali si dispongono le strade.

Per la Magna Grecia dobbiamo distinguere tra urbanistica regolare (Kasmenai, Megara Iblea) e

regolare

ortogonale; l’urbanistica è quella che regola lo spazio creando lotti di abitazione regolari

nei quali si inseriscono le case. A Megara Iblea ad esempio le strade non si incrociano ad angolo

retto: fin dall'inizio i coloni sentono la necessità di ritagliare uno spazio centrale per la vita civile,

quindi abbiamo una forma di pianificazione che ottempera alle necessità della vita civile e religiosa.

A Smirne, che dopo la distruzione è stata ricostruita, agli inizi del VII secolo, vi sono una serie di

vie parallele in un senso con poche vie perpendicolari; Monte Casale (Kasmenai), colonia di

Siracusa del VII sec, è un esempio di urbanistica regolare: si tratta di un centro arcaico perché i

materiali vanno dall'inizio del VI secolo fino al IV secolo e ha delle caratteristiche particolari,

infatti è posta su un

altopiano che domina il

territorio circostante e la

pianta ha la caratteristica di

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avere una serie di strade che attraversano la città in direzione nord e sud e lungo queste strade si

dispongono le case. Sono state ricostruite circa 38 strade larghe poco più di 3 m nel

senso della larghezza mentre mancano strade nel senso della

lunghezza, però sono stati riconosciuti piccoli ambiti che permettevano la viabilità nel senso della

lunghezza; nella parte più alta della città a occidente era posta l'area sacra con un tempio intorno al

quale sono stati trovati depositi di armi.

La città era circondata da mura e le case erano inserite in numero di quattro in questi blocchi lunghi

25 m divisi a metà per permettere la circolazione in senso est ovest; gli isolati sono tutti uguali e le

case sono composte da tre vani che si aprono al sud su un cortile. Monte Casale è stato interpretato

quindi con una sorta di grande avamposto militare di Siracusa in territorio indigeno dove viveva una

componente fortemente militarizzata con le proprie famiglie.

ortogonale

Invece Poseidonia e Metaponto hanno un'urbanistica perché l'impianto urbano è

platheiai

composto da grandi strade, le larghe 12­13m che si incrociano ad angolo retto con altre

stenoboi,

strade minori, gli larghe 6 m e in questa griglia di strade si dispongono le aree sacre civili.

urbanistica ippodamea:

Per Sibari si parla di Ippodamo da Mileto è un personaggio storico di cui

abbiamo molte notizie nelle fonti; Aristotele nella “Politica” dice “Ippodamo, figlio di Eufrone,

cittadino di Mileto, colui che inventò la spartizione della città e divise il Pireo”. Da qui si pensò che

egli fosse l'inventore (egli vive nel V secolo a.C.) dell'urbanistica regolare, ma essa nasce prima;

quindi oggi si considera Ippodamo non come l'inventore dell'urbanistica regolare che nasce nelle

colonie per l'esigenza di pianificare lo spazio e forse per proporre delle condizioni di uguaglianza,

ma come il codificatore, cioè gli codificò questa prassi urbanistica di creare una suddivisione

funzionale della città.

Secondo altre fonti, ad esempio uno scolio ai “Cavalieri” di Aristofane (gli scoliasti sono i copisti

che pongono delle note a fianco del testo) ricorda che Ippodamo visse al Pireo e che vi lavorò

all'epoca delle guerre persiane e che ad Atene era molto onorato.

Secondo alcuni era nativo di Atene, secondo altri di Thuri (questo è importante perché si tratta della

città costruita nel 444 a.C. nel sito dell'antica Sibari e infatti a lui sono attribuite tante cose tra cui

l'urbanistica di Sibari), secondo altri da Mileto (Senofonte chiama la piazza del Pireo ippodamea).

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I lessicografi parlano di una ippodamea nemesis cioè una divisione ippodamea; quindi a Ippodamo

è attribuita la sistemazione urbanistica di Mileto, del Pireo, di Thuri e di Rodi che venne rifondata

alla fine del V secolo; quindi il problema è questo: quanto tempo visse? Sappiamo che non ha

lavorato al Pireo al tempo di Temistocle, ma di Pericle, quindi ha lavorato nella seconda metà del V

sec e si è occupato di Thuri e del Pireo che venne collegato ad Atene da grandi mura nel periodo di

Temistocle.

La sistemazione ippodamea del Pireo è più funzionale per lo spazio del porto, infatti al porto di

Munichia vengono affiancati il porto militare, Zea e quello commerciale, Kantaros; quindi non si

limita all'impianto ortogonale, ma ogni zona della città deve essere funzionale, infatti una delle

caratteristiche dell'urbanistica ippodamea è quella di essere non solo regolare, ma anche funzionale;

Ippodamo quindi attua una suddivisione funzionale delle aree e attorno al Kantaros dispone gli

empori; in più a lui è attribuita la ricostruzione dell'urbanistica di Rodi.

Mileto è un esempio di urbanistica ippodamea con due ampi bacini portuali, con nelle vicinanze

aree commerciali e in prossimità dei porti vi erano le aree religiose perché le transazioni

commerciali avvenivano con il benestare della divinità; in mezzo vi era un'area dedicata gli edifici

civili mentre il resto della città era occupato da un reticolo regolare di strade che si incrociano ad

angolo retto (gli isolati quadrati sono tipici della città); quindi tutte le aree di pubblica utilità erano

al centro della città e collegate fra loro. Un’altra caratteristica dell'urbanistica ippodamea è che

l’agorà non è più uno spazio ritagliato al centro delle strade come in epoca arcaica, ma occupa lo

spazio degli isolati e si pone regolarmente all'interno della griglia urbana della città costruita

secondo un modulo preciso, quindi l'agorà e gli spazi civili si dispongono in questa maglia di strade

regolari.

Sibari

Sibari è una colonia achea fondata in questa piana fertilissima tra due fiumi (quindi era un posto

particolarmente salubre e fertile), il Cratis e il Sibaris da cui prende il nome la città (si tratta di nomi

di fiumi che si trovano anche della madrepatria); essa fu fondata tra 730 e il 720 a.C. e il fossile

guida è di nuovo la ceramica e le fonti riportano il nome del fondatore, Is.

La moneta di Sibari rappresenta il toro, simbolo del fiume e della potenza fecondante delle acque;

invece la moneta di Thuri ha come emblema la testa di Atena coronata d'ulivo perché si tratta di una

colonia panellenica voluta da Atene nel periodo del suo maggiore splendore.

Sibari era nota nell'antichità per la sua ricchezza, infatti era a capo di un vasto impero, infatti la

colonia raggiunse una potenza che contava su un territorio fertilissimo e promosse rapporti di

scambio con il mondo greco ed etrusco; essa estese il suo dominio nella retrostante fondando

χωρα

44

altre sottocolonie e, coalizzatasi con Crotone e Metaponto, distrusse la colonia di Siris nel 570 a.C.

inglobandole il territorio; il dominio di Sibari consisteva soprattutto in un avanzato sistema di

relazioni politiche e produttive istituite con le popolazioni indigene dell'entroterra.

Sibari faceva capo al commercio di Mileto, quindi i prodotti di Mileto arrivavano a Sibari e qui

arrivavano anche le merci dalla Ionia per l'Italia; anche Sibari, come altre colonie della Magna

Grecia, costruì un thesauros ad Olimpia (i thesauroi sono piccoli edifici a forma di tempio che

rappresentano una città straniera ad Olimpia in cui venivano custodite le offerte della città straniera

al santuario).

Secondo le fonti Sibari controllava circa 25 città e si dice che contasse 300mila abitanti ma

probabilmente venivano contati anche gli abitanti di questo impero; Sibari ebbe una vita breve,

infatti fiorisce nel VII­VI secolo e viene distrutta alla fine del VI (510 a.C.) da Crotone e Metaponto

coalizzate; gli abitanti trovarono rifugio a Lao dove fondarono una città a cui venne attribuito il

nome di Sibari; per cancellarla completamente venne deviato il corso del fiume Cratis e venne

portato su Sibari le cui rovine vennero così cancellate da questa alluvione.

La fine di Sibari è forse dovuta a un tiranno di fine VI secolo che portò alla fuoriuscita di un gruppo

di aristocratici sibariti che cercarono appoggio nelle altre colonie achee che si coalizzarono per

distruggere il tiranno e Sibari e prenderne il posto; nonostante questi fuorusciti volessero rifondare

la città, i loro tentativi furono frustrati dall'opposizione di Crotone e solo per volontà di Atene nel

444 venne fondata Thuri alla cui fondazione parteciparono molti personaggi tra cui Erodoto e

Ippodamo, quindi venne fondata secondo criteri ippodamei; in epoca romana nel 194 a.C. si

sovrappone a Thuri la colonia romana di Copiae. La città arcaica di Sibari occupa un

perimetro più grande, la Thuri di V secolo

occupa un perimetro più ristretto (infatti la

pianura costiera e i pendii collinari a

ridosso di essa vengono popolati da

fattorie tra il IV e il III secolo) e Copiae

occupa un territorio ancora più ristretto.

Di Sibari rimane molto poco perché la

città fu distrutta, rasa al suolo e il fiume

venne fatto deviare sulle sue rovine; in più

dissesti nel territorio hanno fatto sì che si tratti di un territorio ricco d'acqua per cui è difficile

45

scavare e la sovrapposizione delle città ha fatto sì che Copiae venisse impostata sulle città

precedenti e lo strato archeologico delle città più antiche si è ridotto a pochi centimetri.

L’unico sito dove è stato

trovato un impianto della

Sibari arcaica è il

quartiere di Stombi,

invece per Thuri sono

importanti il sito di Casa

Bianca, quello di Parco

del Cavallo e quello di

Prolungamento della

Strada (queste sono le

aree più scavate).

Stombi si trova all'estrema periferia dell’antica Sibari, quindi non è stato toccato dalle città

successive, ma è difficilmente scavabile; il quartiere di Stombi era a carattere artigianale e sono

state scavate delle case con piccoli ambienti all'interno dei quali sono state trovate delle fornaci.

Secondo la prassi delle città arcaiche i muri avevano un basamento di pietre (erano ciottoli fluviali

che formavano un doppio paramento a secco); in più mentre l'alzato, che non ci è rimasto, era in

legno, invece il tetto era di tegole. Un’altra località scavata relativa a Thuri è Casa

Bianca dove troviamo delle sovrapposizioni

romane come delle tombe perché la zona venne

utilizzata come necropoli di età tardo

repubblicana; ciò che resta è un grande

ambiente con l'acciottolato solcato da canalette

che determinano una griglia regolare, quindi

l'ambiente è stato interpretato come un arsenale,

un ambienti di alaggio delle navi perché era in

prossimità della linea di costa.

46

Nella zona di Parco del Cavallo la città di Thuri è stata completamente obliterata dalla

sovrapposizione della città romana; però qui è stato possibile effettuare saggi compiuti in profondità

(anche perché i romani in genere rispettavano l'impianto urbanistico viario della città greca) che

hanno evidenziato l'incrocio di due plateiai, la A larga circa 12 m e la B più stretta perché venne

obliterata dagli impianti romani; quindi saggi qua e là hanno permesso di trovare gli incroci stradali

per la ricostruzione dell'impianto urbanistico dell'antica Thuri: si trattava di un impianto ortogonale

con una serie di plateiai che formano una maglia dove si infilano gli stenoboi.

Per Thuri, Diodoro Siculo ci dà i nomi delle strade: “I Thurini, avendo tagliato la città in un senso

in quattro plateiai delle quali una è chiamata Eraclea, un’altra Afrodisia, un’altra Olimpiade,

un’altra Dionisiade, nell’altro senso la divisero in tre plateiai, Thurina, Thuria ed Heroa, ed essendo

queste riempite di stenopoi, la città appariva opportunamente pianificata”.

Sulla base dei saggi e delle fonti E. Greco ha proposto una ricostruzione della pianta della città e in

uno studio recente del 99 ha proposto l'identificazione del nome delle strade che in genere

prendevano il nome dal luogo più importante che attraversavano.

La colonia panellenica di Thuri venne fondata intorno alla fonte thuria che secondo le fonti venne

inclusa nella città; il fatto che ci sia un impianto per l’alaggio delle navi, che non ci sia più un unico

centro religioso, ma vari poli religiosi, fa pensare a una disposizione funzionale della città: si tratta

quindi di un tipo di urbanistica nuova, anche se quello che abbiamo è molto poco.

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Quello che abbiamo di Sibari e molto poco anche perché le sue strutture vennero reimpiegate nelle

murature romane; nella zona di Parco del Cavallo abbiamo frammenti relativi a un fregio

architettonico che doveva rappresentare un coros, cioè una danza di fanciulle al suono del doppio

flauto, su un monumento importante della città, forse nell’agorà; per questa danza abbiamo

confronti su pinakes.

In più di Sibari abbiamo una testa con caratteri dionizzanti di tardo arcaismo.

Crotone

Crotone è una città importante soprattutto in epoca arcaica anche perché era vicino al famoso

santuario di Hera; essa venne fondata alla foce del fiume Esaro negli ultimi decenni dell'VIII secolo

da parte di coloni dell’Acaia.

Crotone si trova nella Calabria settentrionale ed è l'unica zona dopo Taranto che ha un buon porto;

sulla sua fondazione Diodoro Siculo riporta il nome dell’ecista, Miscello dalle spalle curve e riporta

le vicende relative alla città; infatti egli si era recato a Delfi per consultare la pizia e sapere dove

andare per fondare una città; quindi Miscello si era recato insieme ad Archia, fondatore di Siracusa

48

(fondata all'inizio dell'ultimo quarto dell'VIII secolo, il che ci da un termine cronologico), in Italia

meridionale.

Secondo Diodoro Siculo, Miscello era attratto dalle belle pianure di Sibari e voleva stabilirsi lì;

quindi era tornato dalla pizia che gli aveva rivelato che quello non era il suo territorio e allora si era

spostato nella fertile zona di Crotone dove aveva fondato la città.

Alla fondazione di Crotone è legato il mito di Eracle e in particolare la fondazione dell’Heraion di

Capo Lacinio; infatti una delle fatiche di Eracle era stata quella di dover portare via le mandrie di

buoi di Gerone, un gigante raffigurato con tre corpi che possedeva una mandria di buoi che

venivano nutriti di carne umana. Eracle sconfigge questo mostro e porta via questa mandria e

girando per l'Italia si ferma nella zona di Crotone. Lacinio, un eroe indigeno, ruba questa mandria e

quindi viene ucciso da Eracle; Crotone, figlio o amico di Lacinio, viene ucciso involontariamente da

Eracle, ma questo è un grave delitto perché si trattava di un ospite; quindi egli costruisce una

gigantesco tempio a Crotone che aveva ucciso e predice agli indigeni che verrà fondata una potente

città (anche Filottete, un eroe della guerra di Troia aveva frequentato queste coste).

È significativo che la città prende il nome di Crotone che era un personaggio indigeno e ciò

sottende una realtà di contatti pacifici tra greci e indigeni.

Abbiamo testimonianza della frequentazione del sito a partire dall'ultimo quarto dell'VIII secolo:

per gli scavi di Crotone la situazione è complicata perché la città moderna occupa la città antica che

era più estesa di quella moderna; la cinta muraria è stata esplorata da Paolo Orsi.

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Nella ricostruzione della planimetria di Crotone vediamo gruppi di strade ricostruite attraverso i

saggi con orientamenti diversi (si tratta di una situazione che ricorda quella di Megara Iblea) e per

alcuni si tratta del residuo di un'abitazione μ , per altri no.

κατα κω ας

Sono state scavate le necropoli fuori della cinta muraria che risalgono già al VII secolo; non sono

state trovate all'interno della città aree sicuramente sacre; in una zona occidentale della città, fuori

dalle mura è stata trovato un con caratteristiche arcaiche (p. 107).

οικος

Tra le più antiche testimonianze ceramiche di Crotone vi sono frammenti di deinoi tipici

dell'Incoronata e questo è significativo perché questi centri dovevano essere in comunicazione tra

loro;. Il tripode era l'emblema della città che è riportato sulle monete perché Crotone è ricordata

dalle fonti come città degli atleti, per il suo clima salubre e per la presenza di grandi foreste che

sono importanti per la produzione del legname. Sappiamo dalle fonti che i grandi atleti che

vincevano le gare dell'epoca erano di Crotone e abbiamo i nomi di questi atleti.

La ricchezza del territorio è il motivo della formazione di un ceto aristocratico che si afferma con

l'affermazione di atleti in campo internazionale; questi atleti infatti appartengono al ceto

aristocratico perché erano ben nutriti, avevano tempo libero per esercitarsi e per mettersi in viaggio

per andare a partecipare a queste gare olimpiche; gli atleti erano personaggi famosi, celebrati per le

loro vittorie e molto considerati in ambito cittadino, infatti avevano cariche politiche e sacerdotali.

Le specialità più praticate dagli atleti crotoniani erano lo stadio (corsa di 180 m), il dianos (corsa di

360 m) e la lotta; l'atleta più famoso era Milone che vinse sei Olimpiadi consecutive dal 540 al 516

a.C. nella lotta; egli era sacerdote di Hera e comandante militare, infatti partecipò alla battaglia per

la distruzione di Sibari del 510 a.C. (sappiamo che mosse a battaglia travestito da Eracle); egli era

genero e discepolo di Pitagora che visse qui alla fine del VI secolo e che dopo il 510 a.C. venne

cacciato da Crotone e riparò a Metaponto dove morì.

Pausania descrive la Grecia degli antonini nella seconda metà del II secolo d.C., quindi è una fonte

importante e alla sua epoca egli vede a Olimpia la statua di Milone, opera di Dameos di Crotone

dove egli era raffigurato come un kuros con la testa cinica dalla benda del vincitore, il braccio

destro disteso e un melograno nella sinistra; lo scultore era di Crotone, quindi si tratta di un'opera di

un’artista magno greco eseguita per un grande santuario panellenico. La statua di Milone doveva

essere simile a quella di Aristodikos della fine del quarto secolo.

santuario di Hera a Capo Lacinio

Nell’antichità doveva essere importante il di cui abbiamo la

descrizione di Livio: il santuario era famoso per la ricchezza di opere d'arte e oggi l'assetto del

territorio è cambiato, infatti prima vi erano delle foreste di cui abbiamo testimonianza nelle fonti.

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Le fonti raccontano come morì Milone che si recò nelle foreste dell'entroterra di capo Lacinio; qui

vide un tronco con dei cunei perché stava per essere spaccato, quindi egli, sicuro della propria forza,

tolse i cunei, ma vi rimase incastrato e venne dilaniato dai lupi.

Quella di protendersi sul mare è una delle caratteristiche degli Heraia; dell’Heraion di Capo Lacinio

rimangono sono le fondamenta e una sola colonna perché venne smantellato per la costruzione del

fortino spagnolo e di altri monumenti di età moderna.

Questa colonna è stata confrontata con l’Athenaion di Siracusa dei Dinomenidi eretto dopo la

battaglia di Imera del 480 a.C. grazie alla quale affluirono schiavi cartaginesi; esso è in ottime

condizioni perché venne inglobato nella cattedrale; quindi il tempio di Capo Lacinio è stato

attribuito al secondo quarto nel V secolo e sorgeva 12 km a sud di Crotone. La città aveva anche la

guida dell'alleanza tra la lega italiota (contro i Lucani) e Dionisio I di Siracusa, alleanza che si

riuniva presso il santuario di Hera Lacinia; nel 370 a.C. Dionisio espugnò la città e saccheggiò

santuario, per cui il controllo della lega venne assunto da Taranto che spostò la sede a Heraclea.

Circa la pianta del santuario vediamo un ingresso, un themenos (l'area era protetta da un possente

muro di recinzione) e una via sacra che portava al tempio; l'edificio B è il tempio più antico di

pianta rettangolare di 22 x 9 m in cui sono stati rinvenuti oggetti preziosi, a forma di che

οικος

venne poi sostituito da un tempio con la peristasi.

51

La prima fase del tempio è di fine VII inizio VI sec e prevede un basamento in pietrisco, le

fondamenta con muri di pietra a secco e un elevato in mattoni crudi e terra, quindi in materiale

deperibile; la seconda fase, dell'inizio del V sec prevede la presenza sulla parete di fondo di un

basamento quadrato utilizzato o come tavola delle offerte o come basamento della statua di culto di

V sec (il tetto era in tegole ed era ornato); la terza fase del primo venticinquennio del V secolo

prevede un rinforzo dei muri con contrafforti che creano una serie di nicchie nell'edificio.

Dopo l'edificio venne seppellito ritualmente e venne costruito un tempio più monumentale con

peristasi; scavando quest'edificio sono stati trovati tre oggetti in bronzo, due pendagli e una fibula

prossimi all'età del ferro.

Altri edifici di grande rilevanza sono nella zona ovest, l'edificio B ed A; l’edificio B è del IV secolo

ed è stato interpretato come un hestiatorion, dove si effettuavano i pranzi in comune, una

consuetudine dei pritani, perché sono state trovate le tracce delle panche su cui si pranzava.

Di quest'edificio restano anche le canalette dell'acqua; all'interno vi è un cortile porticato intorno al

quale si disponevano gli ambienti.

L’edificio A è un catagoghion, cioè un edificio particolare studiato negli ultimi tempi perché era un

albergo, infatti vi sono una serie di stanze disposte intorno a un cortile centrale che fornisce luce e

acqua e la parte centrale era circondata da un porticato.

Questi edifici sono stati rinvenuti in altri santuari come quello di Asclepio a Epidauro; Tucidide

parla di un ostello che venne dedicato dai tebani a Platea dopo la distruzione della città nel 427 a.C.;

altre fonti come Aristotele parlano di queste foresterie in città, quindi esistevano sia all'interno delle

città sia nei santuari. A Olimpia fuori dall’Altis vi era il Leonidaion, una struttura complessa con

una fontana monumentale al centro e un porticato sia all'interno che all'esterno; il catagoghion era

sempre una struttura con un cortile porticato intorno al quale vi erano le stanze.

Dal santuario di Hera provengono oggetti subgeometrici in bronzo come una barchetta nuragica

legata al fatto che i santuari di Hera erano sul mare; sono stati trovati anche oggetti che dovevano

far parte di tripodi in bronzo, legati al fatto che Crotone è la città degli atleti; una corona d’oro alla

quale venne applicata una successiva corona di mirto che è stata interpretata come la corona che

doveva ornare il simulacro di Hera (questi oggetti danno l'idea della grandezza dal santuario).

A punta Alice vi era un altro grande santuario di Apollo Aleo fondato da Filottete; quella di marcare

il territorio con i santuari è una caratteristica del mondo coloniale, infatti le colonie circondano il

proprio territorio con una cintura sacra cioè i santuari di confine; di questo santuario attualmente

rimane poco, cioè solo le fondamenta del tempio; abbiamo anche un tempio più antico e quello

ellenistico.

52

Quello più antico è della prima metà del VI sec, di cui abbiamo le fondamenta costruite in materiali

poveri e il basamento che era in pietà a secco e i muri in mattoni crudi; la cella era molto lunga (27

x 7,90 m più l’adyton) con pareti in mattoni crudi ed è divisa in due da una fila di colonne,

caratteristica tipica dei templi arcaici e la peristasi (di 5 x 15) più antica era il legno.

L’edificio, nei primi decenni del III sec, riceve un aspetto monumentale, infatti la peristasi in legno

viene sostituita da una in pietra e il tempio arcaico viene sostituito da un tempio dorico peripetero di

maggiori dimensioni (8 x 19 colonne); dal santuario di Apollo provengono una serie di ex voto

come un acrolito della seconda metà del V secolo che doveva essere di una statua di Apollo.

Metaponto

Per Metaponto abbiamo varie fonti tra cui Strabone che riporta l'origine mitica che ad un certo

punto queste colonie si danno per legittimarsi ed egli innesta la fondazione della città nei nostoi.

Si trattava di una zona frequentata dai micenei, ma a Metaponto non sono state

trovate tracce della frequentazione micenea; era una città molto prospera che ricavava

la ricchezza dallo sfruttamento agricolo del territorio, infatti la moneta aveva come

simbolo una spiga di orzo.

La città aveva dedicato a Olimpia un thesauros noto a Pausania che vede il santuario nel II sec d.C.

e ci parla di questo thesauros e questo è importante perché in epoca romana Metaponto è

praticamente distrutta; comunque il fatto che la città si autorappresenti nel santuario di Olimpia dice

molto sulla ricchezza della città.

Antioco di Siracusa, uno storico di V secolo dice che Metaponto venne fondata su richiesta dei

sibariti che chiamarono altri achei che intorno al 630 si insediarono a Metaponto che costituisce una

sorta di barriera per arginare l'espansione tarantina a sud (nel VI secolo Metaponto e Sibari

distruggono Siris e avranno il potere su questa zona).

Sibari (720 a.C.) ha un parco archeologico interessante e qui il santuario e l’agorà non erano al

centro dell'impianto urbano, ma in prossimità delle mura come il ceramico, cioè il quartiere degli

artigiani che era collocato abbastanza frequentemente in questa posizione.

Metaponto si trovava tra due fiumi, il Bradano e la Basenta, in prossimità della costa, quindi era

dotata di un porto, ma oggi la linea di costa è cambiata come il corso del fiume; nel 630 a.C. venne

fondata la città, ma il sito era già stato interessato da una fase precoloniale, infatti sono stati trovati

nel perimetro della città fondi di capanne di fase precoloniale.

53

Metaponto ha un periodo di grande splendore dalla fine del VII e per tutto il VI sec; nel V sec vede

ridimensionata la sua autorità politica per la fondazione di Heraclea, voluta da Taranto e Thuri;

nella seconda metà del IV secolo si assiste alla lotta con i lucani e durante la seconda guerra punica

la città accolse Annibale che qui stabilì il suo quartiere generale; nel III secolo affrontò un periodo

di crisi e in età romana città si ristrinse per cui alcune aree vennero abbandonate e smantellate.

L’impostazione urbanistica si basa su vaste plateiai con orientamento est ovest e nord sud

intersecate da una serie di stenoboi; questo incrocio di strade determina degli isolati allungati

chiamati strigas: quindi si tratta di una urbanistica per strisce, caratteristica di queste colonie achee

come Poseidonia; all'inizio del VI secolo la città si dota della prima cinta muraria con uno zoccolo

in pietra e l’alzato in mattoni crudi in cui il tracciato si adatta ai condizionamenti imposti dal

terreno.

Il quartiere del ceramico è importante perché ha dato testimonianza della produzione in situ di vasi

di vari pittori; l'area sacra presenta vari edifici sacri con diversi orientamenti alcuni est a ovest cioè

seguono l'orientamento astronomico, altri hanno orientamento diverso perché l'impianto stradale

non è nato con la città, ma venne deciso in un secondo momento.

54

Studi più recenti hanno sottolineato come l'edificio più antico sia il tempio C, datato attorno al 580

a.C., quindi inizi VI sec, con un orientamento est­ovest; per la fase più antica abbiamo poco

materiale mentre nel VI sec cominciamo ad avere la prima documentazione. Poi questo tempio

venne inglobato nella nuova piattaforma dell'inizio del V sec e questo prima tempio, probabilmente

dedicato ad Atena, venne poi affiancato da altri edifici religiosi, il tempio A e il B, con un

orientamento diverso.

Il tempio A ha due fasi costruttive, la più antica, in cui esso è allineato al tempio C, si data intorno

al 580 a.C. quando esso rimane incompiuto; la seconda fase, in cui si assiste allo spostamento

dell'orientamento, risale al 530 a.C.

Il tempio B è datato intorno al 530 a.C. e si orienta come il tempio A: entrambi si allineano

all'impianto stradale al quale si deve il nuovo orientamento dei templi e l'impianto è attribuito alla

metà del VI sec; infatti la città venne ricostruita alla metà del VI sec (il tempio C è della fine del VI)

e ciò comportò il riordinamento dello spazio urbano con un’urbanistica ortogonale, venne

ridelimitato lo spazio del themenos e venne ricostruito il tempio A con un allineamento che segue

quello dell'impianto urbano.

Il tempio A era dedicato ad Apollo Licio (da , cioè lo splendente, ma secondo alcuni riprende

λυκος

il nome di un monte arcaico, mentre secondo altri si tratta di Apollo dei lupi); il tempio B era

55

dedicato a Hera. Mentre il tempio A e B erano di ordine dorico, il tempio D era un tempio ionico (vi

è solo un piccolo senza peristasi) costruito attorno al 480 a.C. e non si allinea al themenos,

οικος

ma segue il vecchio orientamento del tempio C, non si sa perché, forse per l'esistenza di un culto

precedente o per motivi religiosi.

Il tempio E venne costruito in epoca romana (II sec a.C.) ed era dedicato a Dioniso; in più vi sono

due piccoli sacelli di età romana vicini al tempio C, che ne seguono l’orientamento; davanti all'area

sacra vi era l'area civile; il fatto che alla metà del VI secolo Metaponto riceve questo grandioso

impianto urbanistico è attribuito alla presenza di un tiranno, i quali in genere ricostruiscono la città

creando grandiosi impianti urbanistici; ma tale impianto è attribuito a un tiranno anche perché nella

necropoli di Crucinia è stata trovata una tomba datata alla metà del VI secolo, anomala perché il

personaggio è stato sepolto con delle armi tra cui un elmo sormontato da una protome di ariete con

un paraguance a forma di testa d'ariete; in più vi è un corredo ricco: non si tratta di un personaggio

di stirpe lucana perché essi cominciano ad apparire dopo, quindi tale tomba è stata interpretata come

la tomba di un tiranno, personaggi aristocratici che detengono il potere con l'aiuto dell'esercito.

Un’altra leggenda è quella dei tirannicidi, infatti sono state trovate due tombe con il cadavere con la

spada dello stesso periodo e due cenotafi (due tombe vuote), collegate alle figure di due tirannicidi

ricordati nelle fonti, due giovani che si amavano.

Del tempio C oggi abbiamo solo le fondamenta: si trattava di un , di un piccolo edificio senza

οικος

peristasi con uno fregio con una processione di sacerdotesse (si tratta di lastre di terracotta a

bassorilievo lavorate a stampo, che vennero studiate da Mertens Horn) che si recano con l'offerta di

primizie al tempio (questo fregio ornava la cella del tempio C).

Questi bassorilievi in terracotta sono frequenti nelle colonie achee della prima metà del VI secolo;

un fregio simile lo troviamo nel santuario di San Biagio nell'immediata vicinanza di Metaponto e a

Serra di Vaglio. Il fregio di Metaponto è religioso, ma man mano che ci si allontana dalla colonia

aumentano gli armati: a San Biagio il fregio raffigura un guerriero che sale su un carro trainato da

cavalli alati; a Serra di Vaglio vi è un fregio con cavalieri e opliti (davanti ai tempi vi erano gli

altari).

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Il tempio D era dedicato ad Artemide; il tempio di Apollo (530 a.C.) aveva una pianta molto

allungata arcaica senza opistodomo, con 17 colonne sui lati lunghi e 8 su quelli brevi e una

duplicazione del pronaos, fatto tipico dell'architettura coloniale forse dovuto a culti diversi.

Il capitello è tipico del VI sec, dorico, molto morbido: il confronto è con la basilica di Paestum dove

vediamo colonne con il capitello a cuscino molto morbido.

Il tempio B (530) è un Heraion e ha una pianta tipica degli Heraia, con la fila di colonne mediana

che divide in due la cella e con l’adyton (la trabeazione di legno era coperta da cassette di

terracotta); i templi A e B avevano tetti ornati da terrecotte architettoniche policrome; il tempio D

era un tempio ionico, del 480­70 a.C.: la colonna ha la base modanata, il capitello è a volute e la

trabeazione prevede un architrave bi o tripartita e un fregio lungo, quindi l'apparato decorativo del

tempio ionico e più fine ed legante; il tempio D ha una pianta allungata e segue l'orientamento

astronomico; qui le antefisse non costituiscono la fine del coppo, ma sono messe sulla cornice del

tetto a scopo decorativo.

I templi ionici non sono molti perché l'architettura delle colonie è dorica, infatti essi sono

caratteristici della Ionia, come l’Heraion di Samo di Policrate ed era un tipo di architettura poco

sviluppata in occidente.

Gli argoi lithoi sono pietre sbozzate caratteristiche delle città dell’Acaia di cui parlano le fonti

(Pausania); queste pietre fisse erano collocate ai confini dell'area sacra e dell’agorà e queste pietre

sbozzate costituivano una forma di culto tipica della regione da cui provenivano i coloni (su alcune

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vi sono delle iscrizioni) e si collegano all'usanza achea di dedicare nei grandi santuari delle pietre

sbozzate.

In continuità con l'area sacra vi è quella civile nella quale vi sono alcuni piccoli santuari come un

manteion, un piccolo recinto sacro, un santuarietto oracolare dedicato ad Aristeas (p. 141), di cui ci

parla Erodoto; poi vi sono altri recinti sacri e presso il teatro vi è un piccolo santuario in cui è stato

trovato un cippo che dice “io sono l’agorà di Zeus”, quindi essa era posta sotto la benevolenza di

Zeus; un altro cippo recava l'iscrizione di Zeus luminoso (aglaos).

Nella zona dell'agorà è saltato fuori un ecclesiasterion, un edificio caratteristico del mondo

coloniale perfettamente circolare che può ospitare fino a 80.000 persone; di esso abbiamo una fase

in muratura del VI sec, mentre prima la zona era occupata da un'impalcatura di legno; esso si

chiama ecclesiasterion perché l’ecclesia era l'assemblea del popolo, ma esso non doveva avere

questa funzione, infatti era un edificio per accogliere gente proveniente anche dal contado in

occasione di feste religiose e agoni.

L’ecclesiasterion è un fenomeno tipico delle colonie d'occidente, infatti lo troviamo anche a

Poseidonia ed era un tipo di architettura funzionale alla vita civile, caratteristico del mondo

coloniale.

L’ecclesiasterion più antico era costituito da una piattaforma di legno perché è stata trovata

un’assise di bruciato; nella seconda metà del VI sec l’edificio venne sostituito da un vero teatro

greco in muratura.

Circa gli elementi architettonici che decoravano i templi sono stati trovati parecchi fregi in

terracotta e nell'area del santuario urbano è stata trovata una kore in terracotta e altre sculture. Il

teatro è particolare perché quello greco non è mai autoportante come il teatro romano, ma si

appoggia al pendio di una collina che qui non c'è, quindi è stato costruito un terrapieno inclinato su

cui si appoggiavano le gradinate; questo terrapieno era circondato e delimitato da un muro con un

fregio con metope e triglifi e semicolonne doriche.

Fuori Metaponto, in direzione di Taranto, vi era un santuario di frontiera, il santuario di Hera delle

tavole Palatine, così chiamato perché in epoca medievale si riteneva che queste gigantesche tavole

erano fregi dei paladini; è datato intorno al 530 a.C. perché troviamo lo stesso capitello dorico a

cuscino molto morbido (p. 142).

I greci in Campania

L’arrivo dei greci è segnato dalla fondazione dell'emporio commerciale di Pitecusa intorno al 760

a.C.; qui le genti greche commerciavano con le popolazioni indigene della costa e con gli enotri con

i quali intrattenevano intensi rapporti commerciali. Successivamente gli euboici fondarono una

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colonia vera e propria, Cuma, intorno al 750 a.C. (metà VIII secolo), di fronte all'isola di Ischia su

un'altura che si protendeva sul mare, casa che è una caratteristica comune delle colonie greche

(importante è anche la presenza di pianure).

I cumani, quando arrivarono presso Ischia si trovarono a dover fronteggiare delle popolazioni già

stanziate in questo territorio, gli iapigi, ma i cumani occuparono il loro territorio e questi dovettero

rifugiarsi nell'entroterra, vicino ai sanniti. Gli iapigi daranno origine ai campani che più tardi

andranno a minacciare le città greche della costa.

Quando è stata scavata Cuma è stato trovato lo strato più antico appartenente all'abitato indigeno

degli iapigi e la relativa necropoli dove le tombe presentano vari materiali di produzione locale e

greca, infatti nella tomba 9 della prima metà dell'VIII sec troviamo coppe di produzione euboica

decorate con motivi geometrici semplici, che sono testimonianza dei contatti tra le genti greche e

queste popolazioni stanziate in questa zona della Campania.

Nel territorio di Cuma, oltre gli iapigi, vi era la civiltà degli etruschi a formare l'Etruria campana i

cui centri più importanti erano Capua, vicino al fiume Volturno e Ponte Cagnano, vicino al fiume

Sele, oltre il quale si trovava il mondo greco; in più all'interno vi erano degli insediamenti

importanti perché controllavano gli itinerari viari che collegavano la costa all'entroterra ed erano

abitati dalle popolazioni indigene.

I greci alla metà dell'VIII sec, quando arrivano nella parte settentrionale della Campania, si trovano

di fronte a una situazione ben strutturata, soprattutto per la civiltà etrusca; i rapporti tra i cumani e

gli etruschi furono sempre pacifici e vi furono scambi sociali e culturali come la comunanza del

rituale funerario tra i greci di Cuma gli etruschi di Capua che, grazie ai contatti con la cultura greca,

assunsero il rituale dell'incinerazione per i princeps (sull'esempio dei funerali di Patroclo), mentre

per gli altri rimase rito dell’inumazione.

A Ischia sono state trovate necropoli con materiali di importazione greca come la coppa di Nestore,

simbolo dello status sociale; per Cuma sappiamo che venne distrutto il precedenti insediamento di

quelli che le fonti chiamano opici che vennero scacciati nell'entroterra.

I rapporti tra Cuma e Capua furono sempre pacifici fino al VI secolo periodo di massima espansione

degli etruschi in Campania, il che mise in crisi l'espansione dei greci determinando alcuni contrasti,

ma in generale i rapporti furono sempre buoni tra le elite greche ed etrusche. Cuma si espanse verso

sud fondando colonie a Capo Misero, Pozzuoli o Napoli dove venne fondato un antico insediamento

cumano chiamato Partenope, che venne abbandonato improvvisamente forse perché il sito venne

distrutto dagli etruschi.

59

Lo scontro frontale tra greci ed etrusci avvenne nel 474 a.C. nel mare antistante Cuma: i cumani

ottennero l'aiuto della potente flotta siracusana e questo fu determinante per la vittoria; gli etruschi

furono sconfitti, però i greci dovettero venire a patti con i siracusani. Ciò portò alla fondazione di

una nuova colonia nell’antico sito di Partenope, chiamata Palaiopolis, mentre la nuova città fu

chiamata Neapolis (470 a.C.), che era organizzata per isolati regolari e suddivisa per strigas.

L’agorà è uno spazio immenso che occupava tutto lo spazio centrale della città che visse in epoca

ellenistica e romana; in epoca ellenistica la plateia principale divideva l’agorà in due parti, quella

nord adibita a funzioni amministrative e agli edifici di culto, quella meridionale aveva funzione

commerciale e anche in età romana venne mantenuta questa differenza di funzioni. L’impianto

urbanistico è attribuito a Ippodamo da Mileto, ma la struttura degli isolati allungati è arcaica,

mentre con la rivoluzione ippodamea gli isolati assumono una forma più quadrata.

Neapolis resistette alla progressiva invasione dei sanniti nel V secolo, infatti seppe accogliere le

elite di queste popolazioni e inserirle nei posti più importanti della città; il fiume Sele era di

straordinaria importanza perché era una via di commerci che collegava il Tirreno e la costa ionica.

Roscigno monte Pruna controllava una serie di torrenti che permettevano il collegamento con la

costa, infatti da qui, verso est si comunicava con la costa ionica; la parte interna di questo territorio

era occupata dalla popolazione degli enotri che occupavano la zona sud del fiume Sele e la parte

centro occidentale dell'odierna Basilicata. A monte Pruna sono stati trovati nuclei sparsi di

abitazioni di VI sec e nelle metropoli alcune tombe erano molto ricche, infatti una è stata definita

principesca per la ricchezza dei materiali. Mentre nelle sepolture più antiche l'individuo veniva

seppellito rannicchiato sul fianco destro, rituale più simile a quello dei dauni, alla fine del V sec

cambia rituale e si diffondono tombe con supini e ricchi corredi che testimoniano i rapporti tra

queste popolazioni e gli etruschi e le altre popolazioni greche, infatti vi sono materiali collegati

all'ideologia del banchetto di origine greca che passa agli etruschi e alle popolazioni italiche.

Nel corso del IV sec questo centro si dota di una cinta muraria fortificata per il sopraggiungere dei

lucani che alla fine del V­inizio IV sec lasciano gli Appennini raggiungendo le coste all'entroterra;

questo è testimoniato dalle sepolture di guerrieri che hanno il cinturone: i lucani si presentano infatti

come guerrieri, spesso come cavalieri con la lancia, la spada, il cinturone e la corazza a tre dischi.

Poseidonia, alla fine del V sec viene conquistata dai lucani che si espandono nel territorio

meridionale della Campania; compaiono centri fortificati posti su un'altura caratterizzati da cinte

fortificate.

Moio della Civitella è un sito che ha provocato molte discussioni perché ha una cinta con blocchi

ben squadrati: c'è chi dice che si tratti di una fortezza greca per il controllo dell'entroterra e chi l’ha

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collegata alla presenza lucana: la questione è ancora aperta, ma forse sono individuabili due fasi, la

prima di frequentazione greca, mentre nel corso del IV sec si collocherà la frequentazione lucana e

la cinta forse è stata costruita dai lucani per fortificare l'insediamento o dai greci per difendersi dai

lucani.

A Rocca Gloriosa sulle pendici di un monte, è stato trovato un insediamento lucano (alla metà del V

sec vengono costruite cinte fortificate), però vi sono anche tombe più antiche dell'arrivo dei lucani

dove troviamo materiali greci, quindi forse prima dell'arrivo dei lucani vi erano popolazioni

indigene che subirono l'influenza greca. Alla metà del IV sec il sito divenne cmq un centro lucano e

all'interno della città fortificata vennero costruiti una serie di edifici.

Vediamo un grande appartenente a una famiglia locale aristocratica con vari ambienti: vi è un

οικος

cortile porticato con il colonnato su tre lati e su un angolo vi è una edicola votiva, un tempietto

domestico con il tetto a doppio spiovente e un ingresso; al suo interno è stato trovato un deposito

votivo con materiali dedicati ai sacrifici per la divinità tra cui statuette di divinità femminili

collegate ai modellini provenienti da Poseidonia e una raffigurazione probabilmente di Hera seduta.

Si tratta di un ritrovamento eccezionale: in età lucana si diffuse l'uso di avere un santuario

domestico nelle abitazioni che è un antenato del lalarium romano.

Il centro di Laos è vicino all'attuale paese di Marcellino e l'insediamento è importante perché

secondo le fonti, venne creata in questa zona una colonia greca dai sibariti perché la loro città venne

distrutta nel 510 a.C. dagli abitanti di Crotone invidiosi della potenza della città, però della città

greca non si sa niente perché non è stato trovato l'insediamento.

Da Diodoro Siculo sappiamo che nel 389 a.C. Laos è un fiorente centro lucano, quindi i lucani

hanno conquistato anche questa zona; secondo Strabone, Laos era il limite meridionale della zona di

influenza lucana che a nord era delimitata dal fiume Sele; a Laos infatti è stato trovato

l'insediamento lucano che aveva un'organizzazione urbanistica simile a quella di una città greca.

All’interno dell’insediamento, al centro, vi erano i resti della zecca della città, nella parte

settentrionale vi era un santuario, in quella meridionale il quartiere dei vasai.

Tutte queste città sono state occupate dai lucani e agli inizi del III secolo terminano la loro vita in

concomitanza con l'espansione di Roma; a Laos sono state trovate una serie di sepolture tra cui si

distingue una tomba molto ricca a camera in cui due individui, un uomo e una donna erano sepolti

in un sarcofago ligneo; il corredo maschile è composto da una corazza anatomica di origine greca e

da un cinturone che non poteva essere indossato con la corazza, quindi sono oggetti che provengono

da un bottino o da parata che vengono messi nella stessa tomba per dare l'idea della ricchezza del

personaggio e del suo status. Nella tomba è stata trovata una cannetta in bronzo con incisa una

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maledizione in greco (dedictiones) che veniva introdotta di nascosto nella tomba del personaggio

che si voleva maledire (probabilmente qui un greco l’aveva deposta perché mal sopportava la

dominazione lucana).

Elea

Elea è una colonia greca fondata dai focei tra il 540 e il 535 a.C. a sud di Poseidonia, in un territorio

in precedenza controllato dagli enotri; i focei provenivano dalle coste dell'Asia Minore, infatti nel

VI sec erano stati costretti ad abbandonare le proprie città a causa dell'invasione persiana (Erodoto).

Quindi essi attraversarono il Mediterraneo arrivando ad Alalia, in Corsica, un'altra colonia focea e

qui rimasero cinque anni dedicandosi alla pirateria e suscitando l'ira degli etruschi e dei cartaginesi

che si allearono in una battaglia navale dove non sconfissero i focei, ma provocarono gravi danni

alla loro flotta, quindi essi si rifugiarono a Reggio, una colonia calcidese alleata dei focei e qui

ricevettero la notizia da un abitante di Poseidonia della possibilità di fondare una città a sud di

Poseidonia.

Secondo Erodoto questo territorio venne conquistato dai greci agli enotri, ma qui non c'era nessun

insediamento indigeno in precedenza, quindi il territorio è stato comprato; la colonia prende il nome

della fonte che si trovava in città che gli indigeni chiamavano Uele e da qui Elea (per i romani

Velia).

La città sorge su un'altura che si protende sul mare, l’acropoli; alcuni scrittori al tempo dei romani

raccontano che Cesare in occasione della battaglia con Pompeo si rifugiò nel golfo di Velia, ma in

seguito a una tempesta la flotta venne distrutta. La città aveva quindi un porto naturale che nel corso

dei secoli si è insabbiato e dalle fonti sappiamo che davanti a questa altura vi erano le isole enotridi,

a testimonianza che questo territorio apparteneva agli enotri.

62

A sud della città vi era un altro fiumiciattolo, quindi era un territorio ben difeso, ricco d'acqua e

presso la costa; la città viveva soprattutto delle risorse del mare rivestendo un ruolo essenziale nel

controllo dei traffici che si svolgevano lungo la costa tirrenica.

Il primo insediamento di fine VI sec si colloca sull'acropoli anche se oltre case nel VI sec

occuparono la parte bassa della città dove sorgeranno le insulae romane; nel corso del V sec si

assiste alla riorganizzazione della città per strigas con isolati allungati e ad altre trasformazioni

urbanistiche. Il muro di cinta si trovava fin dalla fondazione della città per la necessità di difendere i

propri territorio e le mura dividevano la città in tanti quartieri fortificati: le mura erano costruite in

mattoni crudi su uno zoccolo di fondazione in mattoni crudi; nella prima metà del V secolo la

fortificazione assume una dimensione monumentale con l'aggiunta di torri e nuovi tratti.

Lungo il crinale della collina dal V secolo vengono realizzati i santuari, quindi qui vi era l'area di

culto anche perché si trattava di un'area con una posizione dominante, adatta anche per proteggere

la città.

Il tempio era forse dedicato ad Atena; sull'acropoli vi è un muretto risalente al primo recinto sacro,

forse di terrazzamento, per cui sono state utilizzate pietre di grandi dimensioni, quindi era un muro

importante che venne poi tagliato dalla fondazione del muro di quinto secolo.

Fin dall'origine sull'acropoli era prevista la presenza di un santuario fondamentale per la vita della

città, ma l’acropoli era anche un quartiere abitato, infatti vediamo una strada che saliva, intorno alla

quale sono disposte delle case con le fondazioni in pietra e l’alzato in mattoni crudi e il tetto a

63

doppio spiovente con una copertura di tegole; la tecnica per costruire le fondazioni era l’opus

poligonale, cioè blocchi squadrati giustapposti senza malta.

Nel V secolo, intorno al 480 a.C., con la riorganizzazione generale dell'abitato, si riserva la zona

dell’acropoli ai santuari mentre le abitazioni sono disposte nella parte bassa della città; sull'acropoli

era stato costruito il tempio dedicato ad Atena poliade di cui si conserva la fase di IV sec; quindi il

tempio era probabilmente dedicato ad Atena, la dea protettrice della città e questo ha fatto pensare a

contatti e all'influenza di Atene su questa città in cui è stata trovata una zecca.

Castelluccio era un forte posto più all'interno del circuito murario: nel corso del V e V secolo le

mura vengono restaurate e fortificate con la presenza di torri di avvistamento e difensive e si tratta

di un'opera straordinaria perché all'interno della città non vi erano solo zone abitate, ma anche

coltivate.

Simbolo della città era il leone e la città era famosa per aver dato i natali a Parmenide che con

Zenone diede, secondo Strabone, alla città buone leggi.

Quindi nel V sec si assiste a una riorganizzazione della città e nel IV vi sono ulteriori cambiamenti:

la città assume un aspetto monumentale quando vengono costruiti sull'acropoli il teatro e le stoai; in

più nella parte centrale viene costruita la via di Porta Rosa che si concludeva preceduta da un

vestibolo.

La costruzione di Porta Rosa comportò l'asportazione di 30.000 m cubi di terreno; essa ha due archi

a tutto sesto per permette di scaricare il peso che era notevole e metteva in comunicazione due

quartieri della città.

Sopra vi è un camminamento perché vi erano due torri ed essa consentiva il passaggio dalla zona

dell’acropoli da est a ovest e fino a Castelluccio; Porta Rosa venne costruita alla fine del V sec, ma

a causa dei numerosi crolli venne interrata agli inizi del terzo.

Nel corso del IV secolo vennero sistemate le mura e ne siamo

certi perché cambia la tecnica di realizzazione e cioè si utilizza

una tecnica a scacchiera che alterna pietre in arenaria con

blocchetti di calcare: i mattoni avevano il bollo della città con

scritto μ .

δε οσια

Elea è una città molto potente che influenzò gli insediamenti retrostanti; nel corso del III sec

vennero realizzate le terme che prendevano l'acqua dalla fonte Uele da cui prende il nome la città e

si tratta dell’esempio più antico di terme della Magna Grecia che in parte sono conservate.

Vi è un grande canale di grandi dimensioni che attraversava tre terrazze e arrivava a un edificio (nel

corso del II sec le tre terrazze venero riorganizzate) che aveva tre porticati e il canale arrivava nella

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zona antistante l'edificio dove vi era una fontana monumentale; questo ha fatto pensare anche che

questa zona non era l'agorà ma un santuario dedicato al Asclepio, infatti ricorda il santuario

dell'isola di Kos per cui vi erano probabilmente stati scambi culturali. Inoltre a Velia si svolgevano

cure di idroterapia praticata ancora in età romana (“Vita di Lucio Emilio Paolo”) e probabilmente

esisteva una scuola medica perché sono state trovate le statue dei medici che hanno fondato questa

scuola che continua in epoca romana; in più in questa zona sono state trovate statuette di Asclepio.

Velia mantenne sempre buoni rapporti con i romani: secondo Livio la città doveva fornire a Roma,

in base ai trattati di alleanza del 272 a.C., navi per le guerre puniche; in età romana si assiste alla

riorganizzazione di un isolato riservato alla famiglia imperiale di Augusto perché sono stati trovati

negli scavi i ritratti della famiglia imperiale; questi due isolati hanno un orientamento diverso da

quello a est perché l'insediamento greco venne travolto da una mareggiata.

Quindi il primo insediamento della città non si limita all'acropoli, ma anche alla pianura dove vi

erano isolati con funzione commerciale; alla metà del V secolo il quartiere arcaico elevato a ridosso

del mare viene seppellito dalla sabbia portata dal mare, per cui il sito venne riedificato in età

ellenistica con un orientamento diverso che sarà poi quello della città romana (Adriano vi fece

costruire grandi terme).

Tuttavia si assiste all'abbandono progressivo del sito perché il problema principale era quello

dell'insabbiamento (la porta si era insabbiata più volte); quindi gli abitanti si ritirano sempre più

sull'acropoli e nel medioevo (XI­XII sec) viene costruita una torre con delle mura all'interno delle

quali vi era un piccolo borgo.

Taranto

Taranto venne fondata in territorio iapigeo ed è l'unica colonia nell'odierna Puglia; alcune città ad

un certo momento vantano una fondazione mitica, ma l'unica colonia greca in questa zona è

Taranto, fondata alla fine dell'ottavo secolo (706 a.C.).

La Puglia era stata interessata da un'intensa frequentazione di carattere commerciale precoloniale

micenea: quindi i laconici, con il piccolo cabotaggio arrivarono fino alla zona di Taranto che si

trova su un'altura, con un ottimo porto.

Il nome della città deriva da un eroe locale Taras considerato figlio di Posidone e di una ninfa, che

aveva aiutato l'eroe spartano; quindi il nome della città è legato alla terra perché è il nome di un

eroe e di un fiume locale, quindi si tratta di un omaggio alla terra locale.

Per la fondazione di Taranto le fonti sono Strabone che riporta Antioco di Siracusa e Eforo: secondo

il primo Taranto sarebbe stata fondata dai parthemi, figli disonorati di coloro che, non avendo

65

partecipato alla guerra, si erano resi schiavi, che vennero costretti a lasciare Sparta; secondo

Antioco essi erano nati dalle donne della nobiltà spartana che, durante le guerre messeniche, si

erano unite agli iloti; quindi questi giovani non erano ben accettati in città e allora, con la guida di

Falanto, vanno a fondare una colonia.

Secondo Eforo sono gli spartani che durante la guerra mandarono dei giovani dalle loro donne per

continuare la stirpe però comunque questo gruppo di figli non venne accettato; quindi prima di

partire andarono a consultare l'oracolo di Delfi che consigliò loro di recarsi in territorio iapigeo.

Falanto è rappresentato sulle monete della città su un delfino perché, andando a Delfi, egli fece

naufragio e venne salvato da un delfino; prima di arrivare a Taranto si fermò a Saturo, dove

troviamo ceramica iapigea e greca di fine VIII inizio VII secolo, infatti il sito era occupato da un

abitato indigeno che venne distrutto all'arrivo dei greci che impiantano un villaggio che segnato da

una necropoli che inizia nel settimo secolo.

Saturo era un piccolo promontorio circondato da due porti, quindi l'occupazione di Saturo

(Saturion) è contemporanea alla fondazione di Taranto; qui vediamo quel fenomeno per cui i greci

arrivano e costituiscono un primo insediamento, esplorano il territorio e trovano una zona ancora

più favorevole dove fondano la città vera e propria; i greci in questo caso ebbero un atteggiamento

ostile nei confronti delle popolazioni locali (da l’Amastuola nell'entroterra tarentino l’abitato

iapigeo scompare), infatti tutta la storia di Taranto è segnata da continui conflitti con le popolazioni

iapigee: intorno al 740 si assiste a una terribile disfatta di Taranto, la cui popolazione viene

decimata dagli iapigi.

Taranto per la sua posizione particolare godette di una grande floridezza economica legata al porto,

ma vi erano vari tipi di industrie; Taranto è una delle colonie greche che ha lasciato meno materiali

tangibili perché la città moderna occupa la stessa posizione della città antica che è cresciuta su se

stessa ed è comunque importante per la sua storia, infatti ad un certo punto diventò egemone, cioè

tra il VII e il VI secolo la città è molto importante.

Un’eco di queste battaglie contro gli iapigi sono due grandi donari, opera di grandi scultori

dell'epoca, collocati a Delfi, visti da Pausania che ce li descrive e sono il donario superiore e quello

inferiore di cui oggi rimane solo il basamento. Pausania dice che il donario inferiore era collocato

lungo la via sacra davanti al Tesoro dei sicani; si trattava di un basamento con delle statue che

Pausania descrive e dice che vi erano cavalli di bronzo e donne prigioniere (forse raffigurava parte

del bottino sottratto ai messapi) ed era opera di Aghelados Argivo, un grande bronzista del primo

quarto del V secolo quindi il monumento si colloca nello stile severo; quindi la città affida a

un’artista di Argo un donario con statue in bronzo. Del donario superiore è stato trovato il

66

basamento con l'iscrizione che recita “i tarentini dedicarono come decima della battaglia contro i

peucezi”; esso era collocato davanti all'altare del tempio di Apollo dove vi erano tanti donari e

Pausania dice che il donario venne realizzato con la decima del bottino contro i peucezi

(popolazione della zona di Bari) e che era opera di Onatos di Egina, quindi è databile nell'ambito

del V secolo e quindi era di stile severo, forse di tipo piramidale; vi erano raffigurati i padri mitici

della città, Taras e Falanto che sovrastavano il re indigeno Opis.

Taranto doveva quindi essere una città ricca e importante per donare questi monumenti in un

santuario panellenico.

Circa la storia di Taranto in una prima fase doveva essere retta da un regime oligarchico come

Sparta poi, in seguito forse a una sconfitta da parte degli iapigi, vi fu una sommossa a livello

popolare per cui nel V secolo ha un regime più democratico; la città godette di una grande

prosperità per tutta la sua vita e nel IV secolo diventò la città egemone: il IV secolo è il periodo di

maggior splendore per la città che assume un ruolo preponderante nei confronti delle altre colonie

greche (nella prima metà del IV secolo è retta da Archita, un grande personaggio).

Nel 433 a.C. fonda Heraclea, nell'antico sito di Siris e per contrastare i lucani, Taranto si pone a

capo della lega italiota: si crea quindi questa sorta di dell’arte tarentina che in età ellenistica

κοινη

si diffonde un po' dappertutto; per contrastare l'avanzata dei lucani, la città chiama guerrieri da

Sparta e dall’Epiro.

Essa venne conquistata dai romani nel 272 a.C. e Roma fece di Taranto una sua città confederata,

ma non si impoverì nel III secolo perché le tombe continuano con corredi ricchi e monumenti

funerari, quindi per tutto il III secolo continua ad essere una città importante (a Delo vi sono molte

iscrizioni che nominano molti tarentini).

La vita continua con ceti artigiani e commercianti ma per contrastare l’elemento romano Taranto si

allea con Cartagine e nel 213 a.C. apre le porte ad Annibale (lo sappiamo da Polibio), ma nel 209

viene conquistata dai romani.

Dal punto di vista planimetrico notiamo un ampiamento della città vecchia in epoca bizantina ad

opera di Niceforo Foca (IX sec); sappiamo che i coloni prima si stabilirono in questa penisola

protesa sul mare, poi occuparono il territorio nell'entroterra: l'urbanistica della Taranto più arcaica

dove i coloni si insediarono per la prima volta è detta a schiena d'asino con una plateia che

attraversava per tutta la lunghezza la penisola ed era intervallata da una serie di stenoboi che

portavano alle mura (oggi queste vie strette si chiamano postierle). La penisola diviene in età

arcaica l'acropoli della città antica che è protetta da una cinta muraria e accoglie i principali luoghi

67

di culto, infatti qui erano dedicate delle offerte splendide come il colosso bronzeo di Eracle, opera

di Lisippo.

I documenti che abbiamo risalgono alla fine dell'VIII secolo: una corredo con ceramica corinzia,

laconica e attica testimonia che l'archeologia rispetta la cronologia delle fonti (dopo l'occupazione

della terraferma le necropoli si dispongono intorno alla città).

Della città arcaica rimane molto poco, infatti oltre ai corredi sono state portate alla luce due

colonne, datate alla fine del VI secolo per il capitello dorico morbido, di un tempio forse di

Poseidone.

Sotto la chiesa di San Domenico sono stati effettuati dei saggi che hanno permesso di ritrovare le

fondamenta di un edificio monumentale; il sito dell'agorà non è ancora stato identificato. Strabone

descrive la città ai suoi tempi, cioè l'età augustea e parla dell'importanza del porto di Taranto che

occupava un perimetro di 100 stadi; in più parla delle opere che i romani portarono a Roma tra cui

un colosso di Eracle, opera di Lisippo.

Circa la pianta della città democratica di V­III secolo: nel V secolo l'impianto urbano è interessato

da una profonda trasformazione, infatti si assiste all'ampliamento dello spazio urbano forse

connesso a un processo di inurbamento indotto dalle accresciute possibilità di partecipazione alla

vita politica per il passaggio da un regime oligarchico a un governo democratico.

La città si estende sulla terraferma fino ad occupare la fascia della necropoli arcaica con una

ampiezza più grande della città attuale perché sappiamo che la città era chiusa da una fascia di mura

68

di 10 km e sappiamo da Polibio che quando i giovani aprirono le porte della città, Annibale avanzò

per la plateia (via larga), al centro della città, ma vi erano anche altre due strade parallele, la via

bassa e la soteira, così chiamata perché passava presso il santuario di Poseidone salvatore.

Il fatto che le strade avessero dei nomi fa ricollegare l'impianto urbanistico alla figura di Ippodamo

da Mileto perché sappiamo dalle fonti che vi erano più di un agorà e più aree commerciali e

artigianali, quindi si trattava di un’urbanistica funzionale di tipo ippodameo.

Nella città democratica le necropoli erano poste all'interno delle mura (Polibio), infatti il fatto di

lasciare una fascia di rispetto libera in città anche per rifugiarvi i cittadini del contado in caso di

attacchi delle popolazioni locali era un fenomeno frequente, ma qui la fascia tra l'abitato e le mura

era occupata dalle necropoli. Ci resta poco dei grandi santuari: in località Pizzone venne rinvenuta

la cosiddetta dea di Taranto scolpita in marmo a imitazione della terracotta; in più vi erano anche

statuette di banchettanti, pinakes di produzione tardo classica (fine IV sec), un recipiente di bronzo,

gioielli e figure femminili danzanti in terracotta.

Circa le necropoli di Taranto non sono state trovate tombe sull'acropoli né nell'immediato entroterra

ma esse si dispongono intorno alla fascia abitata che man mano si allarga; le tombe dell'età più

antica (età del ferro) sono a cremazione, mentre per l'età arcaica e classica sono a inumazione (in età

romana si ritorna al rituale dell’inumaizone). Nella tomba 40 il cadavere è seppellito con un corredo

su cui si trovano delle lastre in pietra su cui era stata fatta una libagione, infatti le coppe sono rivolte

verso la tomba e vi erano altari caratteristici delle divinità dell'oltretomba a forma di pozzo, i

bathroi, tipici dei santuari di queste divinità come Demetra o Persefone, in cui i vasi e le coppe

venivano utilizzati per una libagione, cioè prima di bere, la prima goccia di vino si versava nella

terra, per dare al dio la sua decima.

Nella contrada Pizzone la tomba 66, del secondo quarto del IV sec presenta un sarcofago deposto

nella terra, in cui era stato deposto il defunto con il proprio corredo e il tutto era ricoperto da un

lastrone. In una tomba infantile troviamo una coppa e uno strigile, quindi il bambino venne sepolto

come un palestrita, cioè come avrebbe dovuto essere; nella tomba 12 del primo ventennio del V

secolo troviamo un corredo disposo intorno al sarcofago: quindi una parte di corredo è dedicata al

defunto ed è seppellita con lui e una parte era collocata intorno al sarcofago perché questi vasi erano

serviti per i riti di libagione e funebri e poi furono posti intorno al sarcofago. All’interno della

tomba vi era una cline su cui era posto il defunto nel caso di personaggi di alto rango.

Per i casi di incinerazione abbiamo tombe a camera e a fossa nelle quali era collocato il vaso con le

ceneri del defunto: abbiamo ad esempio un’idria con la funzione di cinerario con una corona posta

69

intorno al collo del vaso perché ospitava in sé le ceneri del defunto; della prima età repubblicana

abbiamo urne di marmo e pietra locale.

I corredi di III e II secolo possono presentare ricchi vasi e corredi di pregio che testimoniano un

ceto sociale di primo piano; nel II secolo sono diffuse corone di rami di quercia poste a coronare il

cinerario o sul capo del defunto; quindi esiste un'aristocrazia mercantile che continua a operare a

Taranto.

Taranto è legata al fenomeno delle tombe a camera con più di una deposizione, che erano disposte

lungo le strade o attorno a piccole piazze; queste spesso ricalcano l'impostazione dell’ , cioè

ανδρον

l'ambiente principale della casa (di cui non ci rimane quasi niente) riservato alla vita sociale

dell'uomo che riceve a banchetto i compagni di eteria. La tomba di via Crispi ha sette sarcofagi

disposti all'interno delle pareti; i materiali sono di fine VI inizio V secolo, cioè la fase arcaica della

città quando la vita cittadina si esplica nella palestra e nel simposio, infatti vediamo un cratere che

rappresenta le bighe, scene di guerrieri e il simposio.

Nella prima metà del 900 venne alla luce la tomba dell'atleta di Taranto; è stato analizzato lo

scheletro dell’atleta e si è scoperto che è morto tra i 26 e i 35 anni; ha una dentatura perfetta ed è un

atleta perché è stato seppellito con le anfore panatenaiche che venivano donate agli atleti piene di

olio.

Queste anfore erano poste ai quattro angoli della tomba e sono anfore particolari perché da un lato

vi è la raffigurazione di Atena promakos, dall'altra vi è la raffigurazione di gare atletiche.

70

Queste anfore venivano donate come premio all'atleta vincitore e si datano intorno al 500­480 a.C.

cioè l'inizio del V secolo, quindi forse era un contemporaneo di Milone; sono stati trovati altri

corredi di tombe di atleti, invece altri corredi sono legati al simposio.

Le tombe dalla prima metà del IV sec al II sec erano sormontate da cappelle, da monumenti funerari

che erano rari, i naiscoi, che dovevano avere questa forma, con delle statuette del defunto.

Di questi naiscoi sono state trovate tracce,

ma sono elementi che ci danno l'idea di

piccole edicole; oltre i naiscoi che erano

adorni da acroteri che decoravano la

sommità dei frontoni, vi erano altri semata

(segnacoli tombali), a forma di cratere, di

cippo o di una semplice stele (ci sono vari

tipi di monumenti funerari).

In più dalla zona delle necropoli provengono

molte antefisse che dovevano ornare questi

monumenti funerari e ci sono antefisse

arcaiche con i tratti femminili evidenziati e

di età classica ed ellenistica a forma di

sileno, infatti il culto di Dioniso era molto

diffuso in città o a forma di testa di Afrodite.

In più abbiamo rilievi fatti in pietra tenera

(una pietra locale, una sorta di calcare che si

lavora facilmente) che si riallacciano ai

grandi temi dell'arte classica ed ellenistica,

quindi i grandi temi della scultura erano

ripresi su questi monumenti funerari; infine

essi erano ornati da metope.

Le tombe si allineavano lungo le strade e vi erano delle piazzetta circondate da questi monumenti.

Locri Epizefiri

Locri Epizefiri è la colonia fondata nella parte meridionale della Campania da coloni della Locride,

una regione montagnosa che si affaccia sul canale dell’Eubea e sul golfo di Corinto, quindi i locresi

cercavano terre fertili. Secondo la leggenda pare che questo gruppo che emigra fosse composto da

71

schiavi che, approfittando dell’assenza dei loro padroni impegnati nelle guerre messeniche, si erano

uniti con le donne aristocratiche e poi erano fuggiti con loro.

Per Locri bisogna sottolineare l'importanza della donna: si tratta di una città santa perché è piena di

santuari, molti frequentati da donne perché erano dedicati a divinità femminili; in più le donne

potevano trasmettere il loro patrimonio.

Locri, che si trova sopra capo Zefirio, si chiama Epizefiri perché prima i locresi si erano stabiliti a

capo Zefirio (Bruzzano), poi, avendo trovato territori più fertili circa 20 km a nord, fondano Locri

alla fine dell’VIII sec; il loro arrivo provoca l'allontanamento delle popolazioni indigene, cioè

gruppi di siculi che riparano nell'entroterra.

Locri era famosa per la figura di Zaleuco, cioè uno dei primi legislatori che intorno alla metà del

VII sec, diede alla città un codice di legge aristocratiche; Locri, alla fine del VII secolo estende il

proprio territorio in modo strategico portandosi sulla costa tirrenica con la fondazione di Medina

(Rosarno), Metauro (Gioia Tauro) e Ipponion (Vibo Valenzia).

Circa la fondazione di Locri il suo ecista è Evantes che si pone a capo di un gruppo di emarginati

che, con l'aiuto dell'oracolo e su consiglio dei tarentini e dei siracusani, arrivano a fondare Locri che

alla fine del VII e per tutto il VI secolo tende a espandere proprio territorio; la città all'inizio aveva

un regime oligarchico chiuso paragonabile a quello di Sparta.

Vi è poi una famosa battaglia contro Crotone sul fiume Sagra che segnava il confine del territorio di

Locri e di Caulonia: la battaglia, della metà del VI secolo, viene vinta dai locresi, secondo la

tradizione grazie all'intervento dei Dioscuri. Circa la politica estera Locri dal V sec in poi si allea

con Siracusa tanto che Dionisio I di Siracusa (prima metà IV secolo) sposa una fanciulla locrese e

quando il figlio Dionisio II venne cacciato da Siracusa riparò a Locri dove venne cacciato per la sua

crudeltà; quindi dalla metà del IV secolo si instaurò un regime più democratico che è testimoniato

anche dalle lamine in bronzo trovate in città.

Locri venne coinvolta nelle lotte contro le popolazioni lucane che provocano un indebolimento

delle colonie della Magna Grecia, finché la città non entrò nell'orbita di Roma; la città occupa parte

della zona collinare costituita da tre colli, Castellace, Abbadesse e Mannella.

La zona collinare è occupata da santuari e dal teatro mentre la zona pianeggiante che arriva fino al

mare è occupata dagli isolati di abitazione; vi è una grande strada nord sud chiamata dromo che

taglia in due la città infatti divide la parte collinosa e quella pianeggiante. La città sorge su due

torrenti, quindi doveva aver avuto molti problemi per le frequenti inondazioni, quindi l'impianto

urbanistico pianificato alla metà del VI secolo per strigas (con plateiai e fitti stenoboi), era studiato

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei beni culturali
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher veroavalon84 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Archeologia della Magna Grecia e della Sicilia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Castoldi Marina.

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