Archeologia della Magna Grecia
Se parliamo di colonizzazione, la storia più antica della Grecia è caratterizzata dall'emigrazione alla ricerca di nuove terre dove risiedere stabilmente. La prima ondata migratoria portò i greci sulle coste della Ionia, attorno al 1000 a.C. La colonizzazione inizia dalle coste dell'attuale Turchia, dove vengono fondate città che, in seguito, avranno una grande importanza storica. La seconda ondata migratoria si colloca tra la metà dell'VIII sec e il VII sec, questa volta verso occidente, ossia verso le coste dell'Italia meridionale e della Sicilia dove i greci approderanno grazie a rotte già conosciute e utilizzate per ragioni commerciali durante il Medioevo ellenico; questa volta l'obiettivo è quello di risiedere stabilmente.
Il termine colonizzazione
Il termine colonizzazione è considerato un termine improprio, anche se ormai entrato a far parte del gergo archeologico, ed è considerato tale perché attualmente, per colonia si intende un territorio conquistato e sfruttato per le risorse, lontano dalla madrepatria ma dipendente da essa, mentre per il mondo greco si tratta di gruppi di greci che, per i più svariati motivi, siano essi di necessità o di origine politica, lasciano la loro città per fondarne un'altra che dipende solo culturalmente dalla madrepatria, rimanendo indipendente sul piano politico ed istituzionale. Il termine greco ἀποικία invece, significa lontano da casa, e deriva dal verbo ἀποικίζω, che significa andare lontano da casa.
Racconti di Tucidide ed Erodoto
Tucidide, nel V sec. racconta la storia della Grecia, concentrandosi in particolare sulla guerra del Peloponneso e sul periodo antecedente: secondo Tucidide, dopo la guerra di Troia (i greci cercano origini mitiche per la maggior parte delle vicende), il ritorno degli achei aveva provocato lo scoppio di lotte politiche, motivo che spinge alcuni gruppi ad allontanarsi da casa per fondare altre città. Erodoto dice che la Grecia aveva sempre avuto per compagna la povertà, cioè riconosce che la Grecia, soprattutto al momento delle fondazioni, sia un paese impoverito, infatti anche Esiodo, nell'VIII sec ricorda come il padre aveva lasciato Cuma Eolica per sfuggire alla povertà. Quindi è evidente che sia per le lotte politiche che per la povertà, gruppi di greci si sentano costretti a lasciare la Grecia alla ricerca di territori più fertili.
Ecisti e aristocrazia
La Grecia dell'VIII sec era in mano alle famiglie aristocratiche, famiglie in cui vanno cercati gli ecisti, ossia coloro che guidavano i gruppi; gli ecisti erano aristocratici in grado di armare una nave, di preparare una spedizione con gli auspici della città; molto spesso si trattava di gruppi sociali non ben voluti dalla società, e quindi il governo favoriva il loro allontanamento che spesso risolveva disordini interni.
La precolonizzazione
Sulla colonizzazione non si hanno fonti dirette, tranne quella di Esiodo, poiché tutti gli scrittori del V-IV sec. raccontano una realtà diversa da quella che era la colonizzazione e tendono a creare un'aurea mitica a queste fondazioni, quando in realtà si trattava di una realtà più complessa perché i coloni arrivavano a più ondate.
La realtà più difficile da ricostruire è la prima fase della colonizzazione, la precolonizzazione (termine molto usato fino ad una ventina di anni fa, ma ora molto criticato), che a livello cronologico precede la fondazione delle città e che è un movimento di carattere esplorativo e commerciale di cui abbiamo testimonianza nei frammenti più antichi. Essa si svolge tra gli ultimi decenni del IX e la prima metà dell'VIII sec., periodo in cui evolve la forma artistica, passando da tipi più geometrici a forme più arrotondate e scene più complesse, mentre in architettura vi sono edifici in mattoni crudi e legno, quindi si tratta di un'edilizia povera che i greci porteranno nell'Italia meridionale.
Architettura e civiltà euboica
Un esempio di questa architettura è il tempio a capanna di Eretria, in Eubea, da cui parte la prima colonizzazione, infatti le colonie più antiche sono euboiche perché la prima fase di colonizzazione parte proprio dall’Eubea, isola che costeggia l'Attica e la Beozia, fiorente anche nei secoli bui, cioè il periodo che segue il crollo della potenza micenea; la civiltà parte sempre dalle isole perché è gente che commercia, in più l’Eubea era un punto di passaggio tra l'oriente e l'occidente e quindi era interessata da flussi culturali importanti.
I fossili di guida del periodo della precolonizzazione sono le ceramiche: si tratta del periodo in cui i coloni arrivano alla spicciolata, con intenti commerciali e conoscitivi, valutano le risorse del territorio e chiamano altri coloni. Questi coloni costituiscono un gruppo vario, eterogeneo, alla cui guida si pongono degli aristocratici, gli unici in grado di armare una nave. Una volta che i greci avevano fondato la città questa a sua volta poteva fondare delle sottocolonie, cioè alcuni gruppi per motivi sociali, economici e politici si potevano allontanare dalla colonia madre e fondarne un'altra, ad esempio Selinunte è una sottocolonia di Megara Iblea, Agrigento è una sottocolonia di Gela.
Il nome Magna Grecia
Ma perché questa zona prese il nome di Magna Grecia (megas Ellas)? Molto discusso è quando compare per la prima volta questo termine, se compare per la prima volta in Timeo o in Polibio, e se è riferito alla ricchezza delle città o alle risorse e alla fertilità del territorio o alla presenza di grandi scuole filosofiche, forse un po' per tutte queste cose; il nome Magna Grecia è riferito alle coste dell'entroterra ionico ed è riferito anche alla grandezza culturale di questi territori, cioè ha un'importanza più culturale e politica.
I contatti tra i micenei e l'Italia meridionale
I primi contatti tra il mondo egeo e l'Italia meridionale avvengono grazie ai micenei (tarda età del bronzo) che interagiscono con gli hittiti, gli egizi e le popolazioni dell'odierna Palestina; con il termine micenei (da Micene, nell’Argolide), intendiamo quelle popolazioni che vivono sul continente greco nella tarda età del bronzo (XVI-XII sec) e che prendono il nome dalla città di Micene, scavata da Schlieman, uno dei centri più affermati e che conosciamo meglio.
L’età del bronzo corrisponde in Italia alla cultura appenninica in Italia meridionale, alla cultura di capo Graziano nelle Eolie e alla cultura di Castelluccio in Sicilia; la frequentazione micenea in Italia è una conquista dell'archeologia perché attraverso gli scavi sono venuti alla luce frammenti di vasi che hanno testimoniato la presenza dei micenei sulle coste dell'Italia meridionale, quindi essi avevano già percorso le rotte dell'occidente.
Le più antiche testimonianze della frequentazione micenea sono frammenti ceramici del XVI-XV sec che provengono dalla Grecia continentale e che sono stati trovati nelle isole Eolie e Flegree (frammenti antichi sono stati rinvenuti anche nella Sicilia meridionale) e questo vuol dire che la rotta più frequentata era quella più lontana.
Le nuove tecnologie e l'interesse commerciale dei micenei
Questi navigatori che percorrevano le rotte del Tirreno non portavano solo ceramica che poi diventava un bene esotico e prezioso, ma anche tecnologie nuove, fatto che ha agito in modo dinamico sulle popolazioni locali: possiamo citare, ad esempio, un ambiente a volta che è stato interpretato come una stufa termale a Lipari la cui costruzione è confrontabile con quelle delle tholos micenee, e questo dimostra l'arrivo non solo dell'artigianato (ceramica), ma anche delle nuove tecniche.
Ma perché i micenei si muovono verso occidente? Per cercare nuove materie prime perché la storia è sempre evoluzione, quindi per la necessità di cercare nuove vie e materiali; infatti lungo il Mediterraneo passa la via dell'ambra che andava dal Baltico all'Adriatico (l'ambra era considerata dagli antichi magica cioè si pensava avesse delle virtù guaritrici), lungo il Tirreno vi era la via dello stagno, importante per il bronzo, che andava fino all'attuale Cornovaglia. Il Mediterraneo era quindi molto frequentato per il commercio di materiali lavorati, preziosi, per quello dei materiali da lavorare, della ceramica e di manodopera, cioè gli schiavi.
La prima attestazione di presenza micenea sono frammenti del XVI e XV sec dalle isole Lipari; non esiste una città micenea, infatti essi si appoggiavano ai centri indigeni pretesi sul mare, particolarmente sviluppati che potevano apprezzare nuovi prodotti. Tutte le coste dell'Italia meridionale sono interessate da ritrovamenti micenei fino all'interno: essi si erano fermati alle coste, ma la ceramica, diventando un bene prezioso, poteva finire in varie parti dell'Italia. La presenza dei greci in età storica su queste rotte sarà molto più ridotta perché i micenei avevano un interesse commerciale, non erano interessati allo sfruttamento agricolo del territorio, ma a mantenere buoni contatti con gli indigeni, mentre i greci di età storica volevano abitarvi; l'arrivo dei micenei provocò lo sviluppo dei centri costieri.
Broglio di Trebisacce
Il sito di Broglio di Trebisacce è stato scavato dal Peroni, uno dei maggiori preistorici e si trova in Calabria, lungo la costa ionica; le popolazioni indigene risiedevano sulle alture prospicienti la costa, mentre i greci, che si volevano impadronire del territorio, fonderanno le loro città in pianura. Il sito di Broglio ha restituito molta ceramica di origine micenea, ma sulla base dell'analisi delle argille si è notato che solo una piccola parte di questa ceramica fu portata dai micenei, mentre la maggior parte venne prodotta in loco e ciò significa che i micenei hanno avuto il tempo di insegnare la loro tecnica di lavorazione agli indigeni.
A Broglio non venne trovata solo ceramica figulina decorata con motivi di derivazione micenea, ma anche un altro tipo di ceramica che deriva dalla ceramica minia (un tipo di ceramica grigia) che caratterizzava il mondo egeo; a Broglio è stato rinvenuto anche un magazzino sotto scavato dove vi erano grossi contenitori che servivano per contenere il vino, il grano, l'olio, testimonianza della ricchezza dell'abitato; questi dolia appartengono a una produzione altamente specializzata perché per fare questo tipo di contenitore occorre una certa abilità; la ceramica micenea di tipo minio fa pensare all'arrivo non solo sporadico dei micenei.
Thapsos
Il sito di Thapsos in Sicilia è importante perché qui forse i micenei si mescolarono all'elemento indigeno, infatti si tratta di una piccola penisola che si protende sul mare, occupata dall'abitato dell'età del bronzo costituito da capanne tonde, forma abitativa tipica. L’abitato ha due fasi, la prima del XIV sec con capanne circolari con muri di pietra a secco, la seconda del XIII sec, caratterizzata da ambienti rettangolari disposti intorno a un cortile acciottolato, che si sovrappongono e inglobano le capanne circolari; queste strutture fanno pensare a gruppi non locali, egei che si sono stabiliti per un certo periodo in questa abitato e hanno sentito l'esigenza di costruire nuovi ambienti più consoni alla loro tradizione.
Questo villaggio siculo divenne poi una sorta di emporio, cioè il punto d'arrivo di navi dei micenei che qui si stabiliscono in accordo con le popolazioni indigene, quindi l'attività di arrivo delle merci e di ridistribuzione nell'entroterra era gestita dai micenei con il favore delle comunità locali. A Thapsos della tombe a camera hanno restituito delle ceramiche locali, maltesi, cipriote e da qui vediamo come arrivavano mercanti da tutto l’Egeo. Altri centri esplorati negli ultimi anni sono i centri dell'agrigentino dove vediamo gli abitati di capanne circolari tipiche della fase locale alle quali si sovrappongono ambienti rettangolari per l'esigenza di adattare l'abitato a nuove esigenze più complesse. Questa frequentazione agrigentina è dovuta al fatto che una delle rotte più frequentate era quella che portava in Sardegna, che si trovava lungo la via dei metalli: nel 1200 venne distrutta Ugarit, punto dove venivano smerciati i pani di stagno, quindi acquista più importanza la rotta occidentale; nel 1200 si assiste al crollo della potenza micenea, ma non tutto il mondo egeo ne risente, come l'isola dell’Eubea; in più le rotte micenee non si sono mai perse per cui la frequentazione dell'occidente non venne mai meno. La presenza micenea non era quindi stabile e non mirava ad esserlo, ma aveva un carattere commerciale; c'erano dei piccoli nuclei forse stagionali che interagivano con questi villaggi indigeni che usufruivano dell'arrivo di queste popolazioni in quanto portavano nuove merci e tecniche; nel 1200 vi è il crollo della potenza micenea, ma i greci di età storica si innesteranno su queste rotte.
Navigazione e commercio
I greci conoscevano bene le rotte per l'oriente e l'occidente, mentre le zone a loro oscure erano tipo l'attuale golfo di Genova, che venne colonizzato solo successivamente e, arrivando in occidente, i greci dell’VIII sec si scontreranno con le popolazioni italiche.
Il Mediterraneo era un mare chiuso e navigabile e le antiche tecniche di navigazione si basavano sulla capacità di saper cogliere e interpretare gli elementi naturali: Esiodo (egli vive nell'ultimo quarto dell’VIII sec, quindi è circa contemporaneo al periodo della colonizzazione), nelle Opere e i giorni, da una serie di consigli al fratello sulla navigazione anche se ricorda che l'unico viaggio da lui compiuto in mare è quello dalla Beozia all’Eubea, per partecipare a una gara poetica durante i giochi funebri in onore di Anfidamante.
Egli quindi dice che il periodo ideale per navigare è da metà luglio a metà settembre (è più facile navigare in estate) e dice che morire in mezzo al mare è terribile perché così si rimaneva insepolti. La navigazione quindi si basava sulla conoscenza delle correnti, dei venti e delle coste, in quanto l’Egeo era puntellato di isolette e queste conoscenze derivavano solo dall'esperienza, perché i portolani non compaiono fino al XIII sec. Quindi un buon capitano doveva conoscere le correnti, i venti perché i remi venivano utilizzati solo in prossimità della costa; potevano esserci degli scandagli primitivi ma un buon capitano doveva conoscere bene le coste e le distanze che erano valutate in giorni di navigazione.
Importanti erano anche i punti di riferimento per cui abbiamo una toponomastica che indica particolari aspetti del territorio come ad esempio le rocce bianche (leucade), erano importanti punti di riferimento; i miti di Scilla e Cariddi erano dovuti al fatto che passare lo stretto di Messina era particolarmente difficoltoso, come capo Malea era un punto particolarmente difficoltoso; quindi il naufragio doveva essere all'ordine del giorno.
Un’idea di come potevano essere le navi, ce la danno i vasi geometrici, infatti durante l'età del ferro la Grecia ha una forma artistica geometrica i cui vasi più antichi hanno solo elementi geometrici, ma dalla metà dell’VIII sec si inserisce l'elemento figurato con però del geometrismo che nel corso del tempo si perde. Su questi vasi vediamo come le navi più veloci erano le pentecontere lunghe che potevano avere 50 rematori e anche più ordini di rematori e potevano essere utilizzate come navi da guerra; le navi da carico erano più grandi e meno veloci e contenevano più merci e avevano meno rematori: sul cratere di Aristonothos vediamo una famosa scena di battaglia tra un gruppo di armati su una nave veloce e un gruppo di armati su una nave da carico, infatti la pirateria era un fatto comune all'epoca, era una forma di controllo del territorio; poi abbiamo raffigurazioni di navi del V sec.
Queste esperienze di navigazione venivano tramandate oralmente ma da un certo momento abbiamo delle tradizioni scritte, i peripli, che descrivevano lo stato delle coste; il primo periplo è quello di Scilace di Carianda un avventuriero del VI sec che aveva lavorato anche per Dario I, re di Persia e che si era spinto fino all'India; di quest'opera abbiamo una redazione del IV sec. Sulla costa meridionale della Turchia è stata trovata una nave di Ilu Barum del XIV sec, una nave da carico con varie merci.
Commercio e modalità
Un problema molto studiato è come si svolgevano i commerci: i primi che si avventurarono furono gli aristocratici, poi si formò la figura del commerciante di professione cui gli aristocratici affidavano le proprie merci; si indaga molto sugli empori che sono importanti perché studiarli permette di conoscere le modalità del commercio che avveniva con il benestare della popolazione locale; nel VII libro dell’Iliade vediamo come ai capi achei il vino veniva dato in omaggio mentre gli altri achei dovevano comprarlo attraverso il baratto.
Per lo studio dei commerci è importante studiare i carichi delle navi affondate: presso l'isola del Giglio è stata trovata una nave naufragata con anfore che contenevano vino, resina e olive, ceramiche di varia provenienza e lingotti di rame; la ceramica ha fatto ipotizzare una rotta dal Peloponneso all'Etruria e la nave apparteneva a un commerciante che commerciava per conto proprio; la varietà delle merci permette di ricostruire gli scali dove si vendevano le merci e se ne compravano altre per poi ripartire (Erodoto ricorda un commercio in Libia).
Pitecusa e le colonie
Pitecusa e Cuma sono le due colonie più antiche in Italia meridionale; Pitecusa significa “isola delle scimmie” ed evoca il carattere marginale di questo lontano avamposto, situato in un territorio selvaggio simile a quello popolato dalle scimmie.
Pitecusa
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