Lezione 01 - Storiografia dell’architettura
Che cos'è la storia dell'architettura?
Che cos'è la storia dell'architettura? Questa domanda sottintende un quesito ancora più ampio: che cos'è la storia? La storia è la ricostruzione di una serie di eventi che trattano dall'origine del mondo fino ad oggi, eventi che possono raccontarci dei fatti che sono avvenuti. Alcuni appartengono alla Preistoria, relativi a un periodo che precede la comparsa dell'uomo, altri invece sono legati ai fatti che l’uomo ha compiuto. E chiaramente più ci avviciniamo a noi, più sono dense, sono tante le testimonianze e i documenti che possono aiutarci a ricostruire questi eventi, e più ci allontaniamo da noi e più questi documenti sono scarsi.
Paradossalmente, l’abbondanza di documenti non vi deve far pensare che sia più facile ricostruire la storia. In realtà, la sovrabbondanza dei documenti a volte genera un problema di scelta di questi. L'altra questione più generale, che non riguarda solo la lettura, è stabilire una scala di importanza dei documenti che si hanno. Occorre accertarsi delle fonti che si hanno e verificarne l’attendibilità. Partendo dai dati certi, verificabili e assicurati, si possono ricostruire le vicende in maniere differenti a seconda dei dati che sono emersi, altrimenti la storia sarebbe una specie di lunghissimo percorso temporale. La storia è quindi soggetta a profondi condizionamenti dovuti all’epoca e all'ambito culturale in cui la stessa storia è prodotta.
Una storia universale e la sua applicazione nell'architettura
È quindi possibile pensare a una storia universale, intangibile, inscalfibile che sia sempre quella in ogni epoca, oppure pensare di scrivere anche la storia delle epoche passate: questo sempre garantendo però tutti quegli elementi che fanno della storia una disciplina sostanzialmente scientifica, ovvero l’uso corretto delle fonti e dei dati. La storia dell'architettura si colloca all'interno di questa storia ed è quindi soggetta alle stesse modalità. I trattati sono suscettibili ad accogliere una pluralità di visioni differenti, quindi il verbo non è quello che viene espresso dal manuale di storia dell'architettura: quello è una delle possibili modalità di leggere il fenomeno, il quale è spesso condizionato dall’ambito culturale in cui è stato prodotto.
Se ci concentriamo sulla storia dell'architettura, la domanda successiva è: quando nasce la storia dell'architettura? Chi la scrive per primo? La storia dell'architettura possiamo dire è indissolubilmente legata all'architettura, come anche la storia dell'arte è indissolubilmente legata alla storia, ma la storia inizialmente è legata agli stessi elementi. Noi sappiamo, dalle cronache latine scritte dai protagonisti degli eventi che avvenivano, una serie di informazioni, di dati. Inizialmente chi scriveva quelle cronache non aveva la pretesa di scrivere la storia, stava solo illustrando gli avvenimenti accaduti.
I primi storici dell'architettura
I primi storici dell’architettura sono gli architetti. Le prime testimonianze sull'architettura sono delle cronache che si devono a Vitruvio, il quale scrive una serie di descrizioni di quella che ai suoi tempi era la pratica dell'architettura, e con lui evidentemente aveva una certa confidenza. Quello di Vitruvio è un testo scritto solo da lui. Che cos'è nel momento contemporaneo a lui? Qual è la pratica dell'architettura? Quali sono le tipologie? Quali sono gli edifici a cui l'architettura fa riferimento?
Già parliamo di un'epoca molto lontana ma che già in qualche modo si ispirava a qualcosa di antecedente, cioè la contemporaneità era comunque legata alle reti del passato che anche all'epoca esistevano. Di Vitruvio rimane quindi un testo scritto che solo durante l’epoca moderna, cioè dopo la scoperta dell'America, in pieno Rinascimento nel 1521, viene pubblicato e illustrato da Cesare Cesariano. È l'immagine dell'uomo misuratore delle cose: la quadratura del cerchio quindi fa capire come in un'epoca molto successiva alla sua scrittura, 1500 anni dopo sostanzialmente, questo testo di Vitruvio viene illustrato in un momento culturale in cui l'idea dell’azione umana dell'uomo è considerata come un elemento attorno al quale si cristallizza tutto il sistema delle arti e dell'architettura. Tanto che quest’immagine diventa simbolica di questa condizione. Di fatto non è propriamente un libro di storia, ma siccome già all'epoca c'è un legame molto stretto tra la storia e il progetto, questo trattato serve sì per progettare, ma di fatto anche per descrivere l'architettura del passato.
Quindi il progetto avviene mutuando gli esempi da quelle che in Vitruvio sono solo delle descrizioni e che nell'edizione Cesariano sono sostanziate da delle illustrazioni. Questo lascia intendere il rapporto molto stretto che esisteva già allora tra storia e progetto. In questo periodo accade una cosa molto strana, che non troviamo praticamente scritta in nessun trattato e nemmeno in quelli successivi, cioè che in tutta la trattatistica rinascimentale troverete sempre l'idea che l'architettura nuova non sia nient'altro che il tentativo di ritornare all'architettura romana, all’architettura antica. Tentativo di leggere attraverso, interpretare Vitruvio che non aveva lasciato dei disegni appunto. Cesare Cesariano che li illustra, vuole reinterpretare Vitruvio per arrivare a quella che poteva essere l'architettura descritta al meglio. Ma in realtà gli architetti nel fare questo sapevano benissimo di avere un'ampia capacità e possibilità di invenzione sulle descrizioni di Vitruvio, ne erano assolutamente consapevoli.
Una nuova pratica architettonica
Quindi si assiste da una parte a una compagine più erudita che cerca di ricostruire Vitruvio non pensando alla legittimità di una libera interpretazione, dall'altra parte invece una pratica più di invenzione che si basa su Vitruvio, ma è chiaramente, lucidamente consapevole che il margine su cui ogni architetto poteva lavorare individualmente era molto alto. Da una parte gli eruditi, dall'altra gli architetti che pur praticando la propria esperienza nella tradizione inventano. Bramante, per esempio, inserisce elementi che chiaramente si riferiscono alla tradizione romana, alle vestigia, alle rovine, ma che sono anche perfettamente consapevoli dell'arbitrio che permette loro di fare dei passi successivi e la loro architettura che è sì radicata in quella del passato, contiene di fatto in sé anche una invenzione assolutamente fragrante di qualcosa che nel passato non c'era.
Questi precetti furono poi interpretati più o meno liberamente dagli architetti. I trattati sono una sorta di sforzo per arrivare alla storia dell’architettura, condizione che curiosamente in Italia permarrà fino ai giorni nostri, perché a questo punto facciamo un salto in avanti molto ardito e grazie al quale ci si avvicina sempre di più alla contemporaneità.
Storia dell'architettura nella contemporaneità
Quando si inizia a definire in una maniera molto precisa la disciplina della storia dell'architettura? Essa si definisce con la pubblicazione dei libri di storia dell'architettura da parte degli storici dell'architettura. In quasi tutti i paesi europei avviene questo fenomeno (cioè una serie di studiosi che arrivano dall'ambito umanistico e che non hanno una formazione di architetto si occupano insieme all'arte anche della storia dell'architettura). Mentre invece, in Italia, rimane radicatissima una tradizione che ha origini molto antiche, per cui gli storici di architettura hanno spesso una formazione da architetto, cioè sono architetti che a un certo punto si sono dedicati all'architettura.
Con una formazione di architetto si ha la possibilità e la capacità di leggere alcuni elementi tipici del fenomeno architettonico e legati alla cultura del progetto, cosa che magari uno storico dell'arte fa più fatica a leggere; poi ci sono gli storici dell'arte che hanno una formazione così attenta. Tra questi Gustavo Giovannoni (che in verità fu ingegnere), ma possiamo ammetterlo in questa categoria. Ci sono anche Bruno Zevi, Manfredo Tafuri tutti storici dell'architettura non architetti di fatto però hanno una formazione dell’architetto. Adolfo Venturi e Lionello Venturi che nella loro attività hanno scritto anche dei volumi di storia dell'architettura, in realtà possiedono una formazione da storici dell'arte. Ma una delle tipicità italiane è proprio quella di una storia dell'architettura pensata, redatta da degli architetti.
Chiaramente questo ci fa anche capire come quel legame molto stretto tra erudizione sulla storia e la propedeutica al progetto sia sempre latente nella produzione di storici dell'arte italiani, anche quando esplicitamente non prendono una posizione sulle vie che il progetto deve percorrere (come ad esempio faceva, in maniera quasi didascalica, Zevi), ma apparentemente sembrano molto più distanti dalla progettazione come per esempio Manfredo Tafuri. Di fatto nel loro sguardo c'è sempre una sorta di attenzione alla ricaduta anche progettuale che quel tipo di storia può avere anche quando è negata come nel caso di Tafuri.
Il valore dei disegni e delle immagini
Noi oggi viviamo in un'epoca di sovrabbondanza di immagini. Se ci incuriosisce un architetto, un'immagine di un quadro, di un film basta andare su Google e troviamo subito le immagini di quello che ci interessa. Anche nella seconda metà del Novecento: c'erano però le biblioteche, le riviste. Nel 1400 e nel 1500 le immagini non erano così abbondanti, i quadri, le raffigurazioni pittoriche, erano preziose, le si poteva vedere solo negli edifici religiosi. I libri erano posseduti da pochissime persone, quindi le immagini, le descrizioni dell'architettura erano estremamente rare. Proprio per questo motivo i trattati erano molto preziosi ma anche molto costosi, non era facile riprodurre a stampa una serie di copie con degli scalari di produzione. Con la diffusione dei libri in generale, ma in particolare dei libri che avessero anche delle immagini, quindi l'immagine e ancor più l'immagine dell'architettura è rara e preziosa.
Gli esempi del passato sono descritti da Vitruvio (visibili chiaramente gli ordini, le trabeazioni) e poi anche dalla descrizione e il rilievo di monumenti le cui vestigia erano ancora presenti. Qui siamo su un altro trattato: sono i quattro libri dell'architettura di Palladio del 1570 e riconoscete chiaramente il Pantheon. Egli lo studia, lo schematizza, lo restituisce anche in una maniera con una compiutezza sulle mura esterne che l'edificio attuale non aveva neanche all'epoca. Con Palladio emerge ancora di più il legame stretto tra storia e progetto perché Palladio documenta sì gli eventi del passato ma sono presenti sempre le pagine relative al Pantheon e non a dove sono ricostruite. Mentre lui quando parla di documentare il passato redige una serie di progetti tipo, di ville.
Sugli edifici del passato, sulla descrizione delle domus romane eccetera, mette a punto una tipologia di progetto per nuove case, soprattutto delle corti rurali. Come visibile in questo caso, è attraverso una tipologia ricorrente, composta da parti differenti (il nucleo centrale, le ali, le barchesse, eccetera) che mette a punto una sorta di meccanismo progettuale cioè una specie di abbecedario delle tipologie e delle parti tipologiche che si possono aggregare per costituire un nuovo edificio. Questo passaggio, in maniera più sensibile degli altri, rende molto stretto il rapporto tra erudizione sulle fonti antiche e nuovo. L’antico apre infatti una tassonomia progettuale utilizzabile per realizzare dei nuovi edifici. Egli scrive infatti non solo di palazzi, ma passa in rassegna anche gli ordini architettonici (in questo caso visibile l'ordine corinzio in cui va a evidenziare in maniera dettagliata le parti del capitello che riprendono appunto le foglie di acanto).
Abbiamo capito qual è la differenza con Palladio: un trattato che si erudiva sul passato ma dava delle nozioni molto importanti per il progetto. Con Vasari si apre un bivio. Vasari, più che dare delle prescrizioni sul fare architettura, fare pittura, si comporta invece (è il primo) in una maniera da storico. Nel suo trattato “le vite dei più eccellenti pittori scultori e architetti” fa la biografia di una serie di artisti, architetti, alcuni dell'immediato passato ed alcuni suoi coetanei: ne traccia, in qualche modo, le biografie. Ne illustra i lavori ed è chiaro come ci sia sempre una ricaduta emulativa nel raccogliere informazioni, cioè è prevista una ricaduta emulativa nella fruizione di questo libro.
Vasari di fatto realizza una prima monografia costituita non su un solo architetto, non su un solo pittore, ma raccogliendo le biografie. Analizza la poetica e la cultura di vari architetti e in questo senso mentre al bivio Palladio si orienta più sul progetto, Vasari che pure era un pittore e un architetto in questo suo lavoro assume una dimensione più simile alla storia dell'arte, alla storia dell'architettura così come noi la intendiamo oggi.
Questione terminologica
Moderno: spessissimo lo usiamo per riferirci a qualcosa che è attuale. In verità però questo termine ha sempre avuto questo significato di ‘cosa nuova’, motivo per cui anche nel 400 gli architetti si definivano moderni e chiamavano la loro architettura moderna, Palladio si definiva moderno la sua architettura era moderna, e nell'ottocento Boito si definiva moderno come definiva la sua architettura moderna. Negli anni trenta gli architetti d'avanguardia si definivano moderni, la loro cultura si è cristallizzata nella storia dell’architettura e così questo aggettivo assume come significato lo scarto espressivo che si registra tra gli anni Venti e gli anni trenta, che muta l'aspetto dell’architettura.
Così quando parliamo di architettura moderna ci riferiamo a quella architettura che tra gli anni Venti e trenta utilizza un linguaggio nuovo e in qualche modo rivoluzionario. È un cambiamento molto evidente rispetto a quello che era accaduto nei 2000 anni precedenti, è un cambiamento evidente degli elementi espressivi che costituiscono l'architettura. Ciò non cambia che ‘moderno’ rimane un termine molto ambiguo. Occorre sempre specificare nel proprio discorso l’accezione che si intende dargli.
Nella periodizzazione storica (non della storia dell'architettura) l'epoca moderna è quella che va dalla scoperta dell'America (1492) alla rivoluzione francese (1789) e questo ci permette di capire come parlare di architettura e capiamo che stiamo parlando dell'utilizzo di un termine che si utilizzava da parte degli architetti già dal 1492, già dall’inizio del Rinascimento e che perdura tutt'ora oggi. Oggi il termine ‘moderno’ si sostituisce con il termine ‘contemporaneo’ che vuol dire attuale.
Se si fa riferimento invece alla sezione storica precisa all'interno della storia dell'architettura in cui si utilizza il termine ‘moderno’ ci si riferisce appunto agli anni 20-30 del 1900. Il periodo precedente alla scoperta dell’America è il Medioevo: che va appunto dalla fine dell'Impero Romano d'Occidente fino alla scoperta l'America. Prima abbiamo l'età Antica quindi dall'invenzione della scrittura (3000 a.C.) fino alla fine dell'Impero Romano d'Occidente. Prima c'è la preistoria. L'età contemporanea è quella con cui noi viviamo: è quello che inizia sostanzialmente con la rivoluzione francese (1789) e arriva fino a noi.
Quando noi parliamo della cultura dei nostri giorni stiamo parlando di architettura contemporanea, ma architettura contemporanea è anche l'architettura degli anni, ma poi capiremo perché sussiste questa identificazione dell'architettura moderna con l'architettura degli anni 20. Quando parliamo di architettura moderna spesso ci riferiamo alla scrittura degli anni Venti e trenta l'architettura di Le Corbusier, di Gropius... Per quale motivo? Perché, proprio come facevano gli architetti rinascimentali, si sentivano moderni nel 1932.
La modern architecture
In questo periodo tre storici dell'arte si occupano di architettura: Henry Russell Hitchcock, Philip Johnson (che diventerà architetto solo dopo) e Alfred Barr. Essi sono i curatori di un museo americano nel quale decidono di fare una mostra che documenti uno stato più avanzato delle ricerche di architettura, e che documenti gli esiti espressivi di queste ricerche sull’architettura. L’architettura è la disciplina avanguardista la più avanzata in quel momento e si sviluppa trasversalmente in varie parti del mondo occidentale: dagli Stati Uniti all'Europa.
Così come Palladio e Vasari ai loro tempi, la chiamano moderna perché è relativa all’oggi e attuale (utilizzano l’accezione comune degli architetti, degli artisti per cui moderno è qualche cosa di coetaneo, di cronologicamente legato al concetto di novità, cronologicamente coincidente con l’oggi). L'architettura degli anni Venti e Trenta è quella che documentano questi architetti ‘moderni’ nel loro libro, che in realtà è il catalogo di una mostra che si terrà al Moma a New York (il Moma nel 1932 è molto diverso dal Moma di oggi). La mostra sarà documentata con questo catalogo e per primo legittima l'architettura degli anni Venti e trenta d'avanguardia come architettura moderna.
Modern Architecture: è il titolo della mostra.
International exhibition: è il titolo del catalogo che i due architetti pubblicano parallelamente anche ad un libro molto più...
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